domenica 18 dicembre 2011

LEIELUI, romanzo di ANDREA DE CARLO























LEIELUI, romanzo di Andrea De Carlo, Bompiani, Ottobre 2010, pp.568





A circa un anno dall’uscita dell’ultimo romanzo di Andrea De Carlo, mi chiedo ancora perché la critica, soprattutto quella [femminile] che circola in rete, più letta ormai di quella delle riviste cartacee specializzate, si sia esercitata in un’analisi così distruttiva nei confronti di questo LEIELUI, tanto più che stiamo parlando di una letteratura [quella italiana] che da tempo ormai si caratterizza per la mediocrità di autori e contenuti, né le cose potrebbero andare diversamente da quanto l’editoria nazionale che conta ha inteso fare cassetta pubblicando le fantasie e i racconti di conduttori di talk show, politici, giornalisti, cantanti, attori ecc… tutti meno che scrittori, ma già noti ai circuiti mediatici e al vasto pubblico televisivo che ne comprerà i libri magari senza leggerli.


Andrea De Carlo scrittore lo è di sicuro, il suo torto forse è quello di misurarsi con una storia d’amore. “Seicento pagine di sciroppo d’amore” annunciava Gloria M.Ghioni su Criticaletteraria, nel presentare il libro, posticipando erroneamente di un anno la data di pubblicazione, e Geraldine Meyer, la più critica di tutte, responsabile della libreria “Il Trittico” di Milano, gli dedicava a distanza di qualche mese una lunga e analitica recensione del seguente tenore:


“ […] La storia, banale dall’inizio alla fine, si dipana tra stereotipi letterari e scrittura finto alta per nascondere un vuoto totale di fantasia e inventiva […] Tutti i personaggi, nessuno escluso, sono di una antipatia quasi ridicola tanto diviene caricaturale […] Tra tentennamenti, paure, incertezze si troveranno ovviamente incapaci di resistere a quella corrente sotterranea di attrazione e di ineluttabilità. Trascorreranno due giorni nella più classica coreografia provenzale: mercatini colorati, profumi, sole, colori. Gesti trattenuti a stento, tensione fisica e sessuale che finalmente si scioglie in una notte di sesso che, statene certi, non è solo sesso ma comunicazione di anime. Poi, ovviamente sensi di colpa e ore insonni passate a discettare sui massimi sistemi dell’amore, dei ruoli maschili e femminili. Sublime dialogo, sublime nella sua assoluta pochezza e artificiosità […] I registri linguistici dei personaggi sono uguali tra loro; Daniel parla come Claire che parla come le sue colleghe che parlano come Stefano che parla come sua madre […] Ciò che resta di questo tomo di più di cinquecento inutili pagine è solo freddezza e senso del ridicolo. Senso che non ha fermato la mano dello scrittore in tempo per salvarsi almeno dal grottesco…”


Il grottesco cui si riferisce la Meyer è il finale del romanzo, quella sorta di corsa agli ostacoli in cui lui cerca di raggiungere lei. Io, per la verità, non lo definirei grottesco, al più lo chiamerei improbabile, nemmeno impossibile: Sartre diceva che l’immaginario, nell’arte, nella poesia, nella letteratura, ha il compito di mostrarci la realtà quale sarebbe se avesse il suo fondamento interamente nella libertà umana. Certo, raccontare una storia d’amore è difficile, perché si rischia il déjà vu, l’ovvio, la pornografia o, come dice la Ghioni, lo sciroppo. Penso però che Andrea De Carlo non sia “scivolato” in alcuna di queste categorie, anche perché quella che racconta, più che una storia d’amore vera e propria, mi sembra piuttosto una “psicologia dell’innamoramento” e delle sue contraddizioni.


Vediamo: lei è Claire, una giovane donna italo-americana che lavora nel call center di una grande compagnia di assicurazioni. Ha lasciato l’America, dov’è nata, e per amore ha trovato rifugio in un paesino della Liguria, nella casa che era stata di suo padre. Per disamore s’è poi trasferita a Milano, sperando in un altro legame appena intrecciato e adattandosi ad un lavoro modesto. Lui è Daniel, uno scrittore milanese già avanti negli anni, pluriseparato, con due figli che raramente lo vengono a trovare, e sempre in cerca di nuove emozioni. Lei è nell’Audi di Stefano, il fidanzato prevedibile e fin troppo sicuro di sé. Lui è ubriaco per il “male di vivere” e guida una vecchia Jaguar verde che presto finirà addosso all’Audi. Lei lo soccorre. Quel che accade dopo, il lettore lo indovina facilmente. Non è scontato invece quel particolare modo che i due hanno di innamorarsi, tra piacere e incomunicabilità, tra voglia di fuggire e desiderio di rivedersi, tra gesti d’abbandono e vissuto di sofferenza, quel perenne oscillare tra le contraddizioni della realtà di cui solo un grande amore è capace:


“Lui la guarda da pochi centimetri alla luce del mattino: con gli occhi chiusi, i capelli confusi dalla notte e dalle danze, l’aspetto di donna e di ragazzina. Gli sembra che i suoi lineamenti e le sue forme corrispondano con perfetta naturalezza a qualunque sogno abbia mai coltivato, colmino qualunque vuoto abbia mai provato”.


Poi, all’improvviso, ecco insorgere tra loro lo spettro della non-comunicazione, quando si comincia con una domanda alla quale si finisce col rispondere con un'altra domanda e lui pensa che l’armonia che s’era creata tra loro se n’è andata. E il sarcasmo di lui che offende lei e la costringe a fuggire. Lei che in quel gesto crede per un attimo di aver ritrovato le certezze smarrite. L’ansia di lui che percorre su e giù un appartamento “irrimediabilmente vuoto e ingombro”, non perché lei l’abbia mai abitato ma solo perché nella mente e negli occhi di lui ormai non c’è che lei. Lei che torna a cercarlo e trova solo tracce di altre donne. Lui che la rincorre invano per la città. Lei che pensa di sentirsi meglio, tagliando un nodo che è convinta di non poter sciogliere, e che decide di andarsene per sempre, senza parlargli e senza neppure ascoltarlo. In una sequenza che sa di destino e di coincidenze e dove si delinea soprattutto l’animo femminile. Una donna che in cuor suo è convinta di amare. Un uomo innamorato mai si comporterebbe così e infatti Daniel non si rassegna e continua a cercarla sino a quel finale che la Meyer giudica grottesco e sul quale giura di non aver mai riso tanto. Punti di vista, il mio è diverso.



sergio magaldi





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