sabato 29 marzo 2014

I Sette Maestri dell'Illuminazione

A.Rovira F.Miralles, L'enigma dei sette maestri, Newton Compton Editori, Roma, 2014,pp.283



  Alex Rovira e Francesc Miralles, entrambi autori radiotelevisivi e collaboratori di El País, pubblicano per la Newton Compton Editori un romanzo interessante per gli amanti del thriller esoterico: L’Enigma dei sette maestri [titolo originale: La luz de Alejandría].

 Il giornalista radiofonico Javier e Sarah, la sua enigmatica e in apparenza poco espansiva compagna di avventure, ripercorrono su commissione il viaggio di uno studioso, trovato morto presso il faro di Finisterre, mentre è alla ricerca del segreto dell’illuminazione. Si tratta probabilmente di rintracciare un documento che accomuna tra loro sette sapienti, gli uomini più saggi dell’antichità. La conoscenza del principio comune ai sette grandi maestri avrebbe il potere di assicurare la condizione di illuminato. L’assassinio di Marcel Bellaiche – questo il nome dello studioso – induce a pensare che egli avesse scoperto la verità o che fosse sul punto di raggiungerla, ma che nemici occulti e potenti sono sempre in agguato per impedire che il mistero sia svelato e che l’umanità possa appropiarsene.

 Opportunamente, gli autori del libro premettono alla narrazione un breve Racconto Zen che la dice lunga sul segreto dell’illuminazione:

  Alcuni discepoli cercavano l’illuminazione, ma non sapevano in cosa consistesse né come ottenerla. Il maestro disse loro: «L’illuminazione non può essere conquistata. Non potrete impadronirvene». Tuttavia, quando vide il loro sconforto, aggiunse: "Non vi affliggete, perché questo significa anche che non potrete perderla". Eppure ancora oggi in tanti continuano a cercare ciò che non può essere perso né acquisito.

 Il romanzo prosegue con l’abile, ancorché ingenua, ricostruzione simbolica del patrimonio sapienziale di ciascuno dei sette saggi. Una ricerca che, ripercorrendo le tappe che furono dello studioso trovato morto, trascina il lettore, attraverso una serie di avventure, all’interno di quelle terre dove i sette maestri vissero e sparsero a profusione le proprie perle di saggezza. Una guida preziosa per i curiosi “pescatori” che di quei sapienti non avessero mai sentito parlare, un esercizio utile a rinfrescare la memoria di tutti gli altri e magari a riflettere su ciò che, sebbene conosciuto, non trova concreta applicazione nel vivere quotidiano.

  Il primo cosiddetto faro dell’umanità è il mitico Ermete Trismegisto di cui gli autori riassumono in due paginette [pp. 55-56] le pillole di saggezza, individuando con una certa disinvoltura, i sette principi che sarebbero alla base del suo pensiero:







 1)     Il principio del Mentalismo, secondo il quale l’universo è una proiezione della mente.
2)     Il principio di Corrispondenza: ciò che è in alto è come ciò che è in basso e viceversa.
3)     Il principio di Vibrazione, in base al quale tutto è in perpetuo movimento.
4)    Il principio di Polarità: nella mente, come nella realtà tutto è di natura duale ma si riconcilia nell’unità degli opposti.
5)   Il principio del Ritmo, in virtù del quale tutto fluisce e rifluisce continuamente.
6)    Il principio di Causa ed Effetto: ogni effetto ha la sua causa e ogni causa il suo effetto, secondo una legge universale. Concetto simile, aggiungo, a quello che il pensiero orientale individua con la legge del Karma.
7)    Il principio del Genere, in base al quale tutta la realtà si manifesta nella polarità maschio-femmina.

  Il secondo faro dell’umanità è rappresentato dal libro cinese dei mutamenti, l’I Ching. Al di là del suo uso oracolare, secondo gli autori si possono trarre dal libro dieci motivi ispiratori [pp. 101-102]:







1)  Vivere consiste nel procedere con semplicità.
2)  L’uomo saggio persevera nel proprio cammino e nella direzione prescelta, ma si adatta ai tempi e corregge i propri obiettivi,
3) Nell'agire e nel parlare, egli evita gli estremi perché sa che sono causa di sventure,
4) Egli si astiene da ogni azione quando non sia certo di controllarne le conseguenze.
5) Perseverare non basta per raggiungere il successo: è inutile cacciare dove non ci sono prede.
6)  Tutto è in continuo mutamento: impara ad essere felice tra un mutamento e l’altro.
7) Solo chi si abbevera alla fonte dell’entusiasmo raggiunge grandi cose.
8)  Prima dello splendore, c’è bisogno del caos. Nulla può essere raggiunto prima del tempo.
9) Solo chi si dispone con tranquillità ha accesso all’imperscrutabile.
10)Solo alla fine del cammino è lecito il cambiamento.
 
Il terzo faro dell’umanità è rappresentato dal Buddha e dalle sue quattro nobili verità [pp.141-142]:







 1)  Nascita, vecchiaia, malattia e morte sono dolore.
2) Il desiderio è alla base del ciclo delle reincarnazioni e della non cessazione della sofferenza.
3)  Possesso e passioni sono alla base del dolore.
4)  La nostra vita è il risultato dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Solo l’ottuplice sentiero conduce alla cessazione del dolore: a)retto modo di vedere, b)rette aspirazioni, c)retto discorso, d)retta condotta, e)retto modo di vivere, f)retto sforzo, g)retta concentrazione, h)retta meditazione.

 Il quarto faro è rappresentato dal maestro Confucio e dai suoi dieci moniti[pp.181-182]:








       IX. Chiedi molto a te stesso e nulla agli altri. Eviterai dispiaceri.
        X. Raramente gli uomini riconoscono i difetti di chi amano, e sanno cogliere le virtù di chi odiano.

  Il quinto faro è rappresentato da Lao Tzu [p.219] e dagli insegnamenti contenuti  nel Tao The Ching. Con le sue massime fisiche [per esempio: agisci senza agire] e metafisiche [l’essenza del vaso è nel vuoto: il tao del vaso non consiste nell’argilla usata per costruirlo ma nel vuoto che viene riempito, l’essere è il fondamento del non-essere ecc…].





  Il sesto faro è rappresentato da Socrate, il cui pensiero è riassunto per approssimazione in dieci principi [pp. 252-253]:

    




     VIII. La vera saggezza ci giunge quando ci rendiamo conto di quanto poco conosciamo la nostra vita, noi stessi e il mondo che ci circonda.

      IX. L'invidia è l'ulcera dell'anima.
     X. La vita comporta due tragedie: non raggiungere ciò che il cuore brama e ottenerlo.

 Il settimo e ultimo faro dell’umanità è rappresentato da Gesù Cristo e dai sette moniti che gli autori traggono dalla sua predicazione:










  Giunti infine nel luogo dove Marcel Bellaiche era stato trovato morto, Sarah e Javier s’imbattono nei “figli della luce” e nella loro pretesa di avere un leader capace di “unire tutti i punti”, qualcuno in grado di cucire tra loro tutti i fili della conoscenza, perché l’umanità possa finalmente "contemplare l’illuminazione collettiva tramite una sola voce” [p.246].

 In conlusione, se l’intreccio narrativo si rivela appena sufficiente, notevole è invece, per quanto si diceva sopra, la funzione didascalica che il romanzo è in grado di esercitare.


sergio magaldi                                 

mercoledì 26 marzo 2014

LA TAVOLOZZA DI MESSER MATTEO...




     Sarà pure vero che presto Matteo Renzi farà il botto - secondo l’espressione utilizzata da Emanuele Macaluso e da tanti altri - grazie all’aiuto dei gattopardi che dominano indisturbati e a vario titolo la scena politica della penisola [Vedi il post Basterà ammazzare il Gattopardo?]. 

 Resta la mia convinzione che Renzi abbia potenzialmente la statura di un leader, forse il più completo degli ultimi decenni. È pura utopia, del resto, pensare che a breve tempo possano apparire nuove personalità nella politica italiana, come  credono e auspicano quelli di DRP e non solo: http://www.democraziaradicalpopolare.it/DPR_chiosa_Bastera_ammazzare_il_Gattopardo.html

 D’altra parte è ipocrisia bella e buona quella di continuare a ripetere che individualismi e personalismi vadano messi da parte a vantaggio dell’egemonia di un leader per così dire collettivo: movimento o partito politico, il Principe di cui, in un contesto completamente diverso, parlava il grande Antonio Gramsci. Lo dico non solo guardando al passato, ma avendo gli occhi al presente e all’immediato futuro. La realtà mostra che tutti i partiti politici hanno fatto a gara con sindacati, corporazioni, gruppi di potere e lobby del malaffare per succhiare la linfa vitale di questo Paese. 

 È  almeno singolare che si sia indotti a minimizzare o addirittura a gettare discredito sulle riforme di Matteo Renzi. Su una tavola che, almeno negli ultimi vent’anni, viene imbandita sistematicamente con le risorse del ceto medio, il governo pone finalmente qualche piatto di portata: circa 85 euro netti in più in busta paga per 10 milioni di lavoratori dipendenti, il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, che serve a immettere denaro fresco nel mercato, la messa a norma delle strutture fatiscenti della scuola pubblica e il relativo rilancio dell’edilizia, la diminuzione dell’IRAP per le imprese, nuovi contratti di lavoro che potrebbero favorire le assunzioni, l’abolizione delle Province come entità politiche, e quella del Senato elettivo e retribuito e, caso unico al mondo, legislativo. Alibi perfetto per rinviare all’infinito l’approvazione delle leggi.

 Ed ecco il coro di coloro che si avvicinano alla tavola. Prima erano costretti a portare, ora vogliono solo prendere:“Niente per i pensionati e per i disoccupati?”, domandano.

 Gli 85 euro mensili sono una mancia elettorale. L’obiezione ha qualche fondamento, ma Renzi almeno non ha nascosto ipocritamente l’ambizione elettorale per il suo Partito. Meglio se i dieci miliardi di euro li avesse dati alle imprese? Immagino cosa si sarebbe detto. Resta il fatto che la manovra, che si prefigge di aumentare i consumi, avrà senso se supportata e seguita a breve tempo da una riforma fiscale per ridistribuire il più possibile il reddito tra gli italiani.

 Il pagamento dei debiti dovrebbe essere considerato di normale amministrazione in un Paese civile. Ma noi siamo stati sin qui un Paese civile?

Pensare di rilanciare l’edilizia, risanando contemporaneamente le strutture scolastiche , con tre miliardi e mezzo di euro è un’utopia. E allora? È preferibile non iniziare nemmeno?

 La diminuzione dell’IRAP è appena del 10% e graverà sui risparmi della rendita finanziaria. Per la verità, l’aumento della tassa sulle rendite da capitale si avvicinerà alla media europea e sarà sempre circa la metà della tassa sul capitale produttivo [ Vedi in proposito il post del 23 Gennaio u.s., Capitale umano e capitale finanziario].

 I contratti del Jobs Act [con questa s che nelle ricostruzioni dei media si sposta con disinvoltura da una parola all’altra] rendono stabile il lavoro precario. Meglio allora non farne nulla e insistere perché gli imprenditori assumano in pianta stabile, cioè non assumano proprio. Insomma, tanto peggio, tanto meglio!

 Perché abolire le Province che favoriscono la vita democratica? [e, come dimostrato, gli interessi clientelari dei partiti e la corruttela pubblica…].

 Perché abolire il Senato e il bicameralismo perfetto, voluto dai padri fondatori? È una misura a tutela della bontà delle leggi: lo dicono persino Sgarbi e Beppe Grillo. Certo! Ed è anche la cifra per misurare l’impotenza di una classe politica.

 E si potrebbe continuare a lungo, con le affermazioni che i tagli alla spesa pubblica annunciati dal governo faranno aumentare la recessione [c’è da giurare che i manager pubblici vedendosi decurtare stipendi di milioni di euro, compreranno meno salame!] e che le privatizzazioni di beni pubblici mal gestiti e in costante perdita di profitto saranno ad esclusivo vantaggio di amici e amici degli amici [può essere vero. Tutto dipende da come sono fatte le privatizzazioni. Se gli amici e gli amici degli amici sono in grado di dare nuova linfa a beni improduttivi e costosi per i contribuenti, ben vengano!].

 Naturalmente, ci sono anche quelli che sostengono le riforme di Renzi. A parole. Perché nei fatti continuano a chiedersi e a chiedere dove il rottamatore troverà i soldi. E lo fanno nei talk show perché l’opinione pubblica si faccia analoga domanda. Sono gli stessi che rimproverano a Renzi di aver detto che la spesa contenuta nella misura del 3% del rapporto PIL-debito pubblico è anacronistica e poi di aver assicurato la Merkel che l’Italia non sforerà quel limite. Fanno finta di non capire che una cosa è attenersi alle norme attuali dell’UE, un’altra è cercare di cambiare vincoli inutili o addirittura nefasti per l’economia europea. Insomma, non hanno appreso la lezione di Socrate. Sono gli stessi che evitano accuratamente di dire cosa l’Italia deve fare: sforare o non sforare. Sono quelli che rimpiangono Letta, il suo attendismo e la stabilità cimiteriale e che accusano Renzi di movimentismo e di usare le parole in luogo del silenzio sepolcrale. Peggio, di sicuro peggio di qualche loro collega francese che si chiede oggi se alla Francia non convenga seguire il modello Renzi, piuttosto che la mancanza di coraggio di Hollande, se non sia preferibile aumentare il debito nazionale [ciò che inevitabilmente – affermano – finirà col fare il presidente del consiglio italiano], piuttosto che vedere ingrossare il Fronte Nazionale, tanto più che il rapporto del 3% debito-PIL, la Francia l’ha già sforato da un pezzo.

 Oltre alla sostanza, c’è poi anche la forma. La tavolozza di messer Matteo, con la sua gamma di acceso cromatismo non è mai piaciuta agli amanti delle mezze tinte, ai tanti sostenitori del grigiore della politica che siedono nei palazzi di regime e che confondono la propria carriera personale, di potere, di denaro e di privilegi, con le conquiste dell’Unione Europea. L’ambizione di messer Matteo di utilizzare un’inedita tavolozza per ridisegnare le sembianze dell’Italia, sulla scia del Brunelleschi che segnò il volto rinascimentale di Firenze, non è gradita ai guardiani della soglia. Alle giovani madonne, tratteggiate a pastello con l’oro e il verde oliva, con le tonalità del turchese e del cremisi, alla loro bellezza e ai simboli dell’Annunciazione, si preferiscono di gran lunga i toni smorti delle arpie e dei convitati di pietra.


sergio magaldi 

venerdì 21 marzo 2014

BASTERA' AMMAZZARE IL GATTOPARDO?




 Basterà ammazzare il Gattopardo per cambiare l’Italia? Ne dubito. Perché il Gattopardo figlia di continuo: nelle istituzioni, nella pubblica amministrazione, nei luoghi di lavoro, nell’imprenditoria, nelle banche, nei sindacati, nelle corporazioni, nelle televisioni, nei giornali e su internet, nei partiti politici di governo e di opposizione, nell’opinione pubblica, ovunque.

 Alan Friedman, il giornalista anglosassone che - dice Travaglio - parla come Stanlio e Olio e che ha utilizzato l’imperativo [Ammazziamo il Gattopardo, appunto] per il titolo del suo ultimo libro, sembra oscillare tra due posizioni. Per un verso identifica il Gattopardo con la classe dirigente e allora diventa più facile averlo nel mirino, per altro verso pare riconoscere che gli italiani non siano poi così diversi dai loro dirigenti. Scrive: “Spesso i leader sono lo specchio di un popolo e in questo caso  si tratta di un popolo di conservatori invischiato con una classe  politica di conservatori…” [p.38].

 La distinzione non è di poco conto, ma Friedman se la lascia subito alle spalle, rivolgendo la sua attenzione al Gattopardo inteso come simbolo del Potere esercitato in Italia da governi e partiti politici. Un sistema che ha dismesso da tempo la forma umana per assumere quello della fiera. Capace persino di autocritica e costretto a fingere di cambiare pur di mantenere se stesso: “Dobbiamo affrontare questo Gattopardo figlio di una cultura conservatrice e della cultura democristiana, ma non solo, e sbarazzarci di queste vecchie abitudini, di questi vecchi demoni, dobbiamo aprire la mente, sgombrare la strada verso il futuro […]. Dobbiamo ammazzare il Gattopardo. Farlo secco. Punto.” [pp.13-14]

 La conseguenza di tale semplificazione porta di necessità Alan Friedman a porsi una serie di interrogativi sul perché della decadenza italiana, mentre occorrerebbe innanzi tutto prendere atto che sono i privilegi acquisiti a foraggiare i tanti gattopardi sparsi per l’Italia, a impedire qualsiasi reale cambiamento: “Come mai non riusciamo a fare dei salti importanti, delle riforme vere? Per il debito alto? Perché ci sono pochi soldi disponibili? A causa dell’attaccamento alla poltrona da parte dei politici? Per il tiro alla fune tra le forze di innovazione e rottamazione della politica e quelle dello spirito democristiano, ugualmente tenaci? Per la mediocrità  di una gran parte della classe dirigente del Paese? Per il fallimento di un’intera classe dirigente, come dice Matteo Renzi?” [p.24]

 Molto di quello che Friedman  scrive è sensato. Anche se il suo libro, uscito da appena un mese, è ricordato dalla stampa soprattutto per il capitolo dedicato al “piano del presidente” [cap.3, pp.41-78], in cui si “svela”, col supporto di significative interviste, il ruolo avuto dal presidente Napolitano nel preparare l’ascesa di Monti, diversi mesi prima che Berlusconi fosse costretto alle dimissioni. Episodio utilizzato nei circuiti mediatici da interpreti diversi e con duplice significato: per mostrare il cosiddetto complottismo del Presidente e per spiegare l’abbandono di Letta al suo destino, con l’avvento di Matteo Renzi.

 Ben più interessanti sono invece altre pagine contenute nel terzo capitolo del libro e in quelle che lo precedono. Per esempio, con l’analisi di chi favorì l’indebitamento pubblico che oggi sfiora il 133 per cento del PIL e impedisce all’Italia – come fu consentito alla Germania e attualmente alla Francia e alla Spagna – di sforare il rapporto del 3% debito-PIL per avere denaro fresco da immettere nel sistema produttivo e combattere la recessione.

 “[…] È che non abbiamo davvero capito che cosa significava entrare nell’euro. L’Italia era troppo abituata ad aggiustare i suoi conti con l’estero attraverso le svalutazioni – scrive Friedman riportando le parole di Giuliano Amato, salvo poi osservare giustamente: “Comunque lo si consideri – un grande statista o un craxiano che si è salvato politicamente abbandonando Craxi al momento giusto – , proprio Amato ha vissuto da protagonista gli anni della crescita più mostruosa del debito nazionale. E contava. Lui stesso ricorda come nel corso degli anni Ottanta il debito subì un’impennata clamorosa che lo portò dal 60 al 100 per cento del PIL. Proprio quando lui fu sottosegretario a Palazzo Chigi con Craxi premier (1983-1987) e poi fu nominato  ministro del Tesoro (1987-1989). E anche nel 1992-1993, quando divenne primo ministro, il debito salì del 10 per cento in un solo anno.” [p.32].

 Di non minore interesse, le analisi sul fallimento delle norme proposte da Monti per liberalizzare il Paese: “Tutto il pacchetto di norme che si proponeva di liberalizzare diversi settori si risolse in una gigantesca bolla di sapone sotto le minacce di scioperi e serrate delle corporazioni, con l’aiuto di quei membri del Parlamento che di queste corporazioni sono rappresentanti, avvocati compresi. […] il governo Monti fu costretto a fare una repentina marcia indietro su tutte le altre proposte, inchinandosi mestamente di fronte alle potentissime lobby dei tassisti, farmacisti, ordini professionali e chi più ne ha più ne metta.” [p.65].

 Basterà ammazzare il Gattopardo per arrestare il declino italiano? Il dubbio sembra sfiorare Friedman allorché scrive: “Gli italiani sono per metà vittime e per l’altra metà (o forse più) complici del loro destino collettivo. Sono in gran parte impauriti, insicuri, traumatizzati o semplicemente rigidi conservatori e corporativisti, che siano i sindacati o i pensionati di sinistra o imprenditori e lavoratoti di destra, o tassisti, farmacisti, notai, avvocati, statali e tante altre categorie che non vogliono spostarsi, non vogliono flessibilità, non vogliono un vero mercato fondato sulla libera concorrenza e non vogliono un autentico cambiamento che porti in ugual misura rischi e opportunità.” [p.159].

 Il problema dunque per l’Italia non è tanto quello di sostituire Prodi con D’Alema, Berlusconi con Monti o Monti con Letta. Tutti personaggi che per rassegnazione, scetticismo, presunzione e attendismo hanno dimostrato di essere parte del problema da risolvere. Neppure è una soluzione l’uscita dall’euro, come propone qualcuno, con una lira scambiata alla pari con un euro e lasciata fluttuare, con il risultato di ripetere quando già avvenne con l’introduzione della moneta unica, allorché redditi e risparmi dei cittadini furono più che dimezzati nel loro valore reale. Non lo è la proposta che viene dalla sinistra del PD, con Fassina che chiede investimenti pubblici finanziati dal debito nazionale [p.166]. La questione, semmai, è quella di trovare un leader che abbia finalmente compreso di dover ammazzare il Gattopardo. Il nome più adatto sembra a Friedman quello del nuovo segretario del PD, il sindaco di Firenze di cui il giornalista riporta brani di un’intervista e che a pochi giorni dal lancio del libro sarà effettivamente chiamato a Palazzo Chigi.

 Matteo Renzi, per che fare? Non basta essere consapevoli di dover ammazzare il Gattopardo, perché, come dicevo prima, i gattopardi si nascondono ovunque e si può essere certi che impediranno l’uccisione del padre anche a costo di far saltare l’intera baracca. Useranno tutte le armi di cui sono capaci, di difesa e d’offesa, metteranno i bastoni tra le ruote di un carro che pretende di correre veloce e controcorrente. Insomma è in atto una guerra tra chi proclama di voler cambiare finalmente questo Paese e i custodi della soglia del cambiamento: l’esercito dei gattopardi sempre in agguato e sempre pronto a saltare alla gola di chiunque si azzardi a fare sul serio.

 Perciò Matteo Renzi è avvisato. Sarà tollerato finché i suoi cambiamenti saranno giudicati digeribili dal sistema. Espulso, non appena la forma del cambiamento si dovesse fare indigeribile per i tanti mandarini del potere, per i tanti gattopardi che fingono di sonnecchiare all’ombra di questo infelice Paese. C’è un antirenzismo strisciante [vedi il post del 26 Febbraio 2014: Renzi… ovvero dell’incredulità], soprattutto a sinistra, ha osservato di recente Paolo Mieli a Ballarò e ha citato Emanuele Macaluso - il vecchio campione del PCI che oggi compie novant’anni [auguri!]- secondo il quale Renzi non è altro che una marionetta e che presto farà il botto. Pensiero condiviso-auspicato anche dai tanti che al momento fingono di sostenere l’ex sindaco di Firenze.

 Di estremo interesse in proposito, quanto scrive oggi Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale del Corriere della Sera: “Non è affatto vero che Matteo Renzi riscuota il consenso vasto e generale che spesso gli si accredita. È piuttosto vero il contrario […] Il fatto è che la comparsa sulla scena di Renzi minaccia di squarciare il velo di menzogna che negli ultimi trent’anni la politica ha provveduto a stendere sulla nostra realtà sociale. Per tutto questo tempo la politica ci ha detto che c’erano una Destra e una Sinistra, divise da fondamentali differenze di valori e di programmi. Forse ciò era vero per i valori; certamente assai meno per i programmi e in specie per la volontà di realizzarli. Dietro la divisione proclamata e rappresentata dalla politica, infatti, è andata crescendo e solidificandosi una realtà ben altrimenti compatta del potere sociale italiano. All’insegna della protezione degli interessi costituiti; della moltiplicazione dei «contributi» finanziari al pubblico come al privato; della creazione continua di privilegi piccoli e grandi; della disseminazione di leggine e commi ad hoc ; della nascita di enti, agenzie, authority, società di ogni tipo; all’insegna comunque e per mille canali dell’uso disinvolto e massiccio della spesa pubblica. In tal modo favorendo non solo lo sviluppo di uno strato di decine di migliaia di occupanti - quasi sempre gli stessi, a rotazione - di tutti i gabinetti, gli uffici legislativi, gli uffici studi, di tutte le presidenze e di tutti i consigli d’amministrazione possibili e immaginabili, ma altresì il sorgere di un soffocante intreccio di relazioni, di amicizie, di legami personali. Un potere sociale solidificato, includente a pieno titolo anche il sistema bancario e l’impresa privata, che ha usato e usa disinvoltamente la politica - di cui aveva e ha un assoluto bisogno - schierandosi indifferentemente a seconda delle circostanze con la Sinistra, cercando però di non dispiacere alla Destra, e viceversa. E che sia la Destra che la Sinistra si sono sempre ben guardate dallo scalfire.
Finora tuttavia la radicale divergenza d’interessi tra questa Italia «protetta» e l’Italia «non protetta», questo reale, autentico conflitto di fondo, non è mai riuscito ad avere alcuna vera rappresentazione politica, a dar vita a un reale e vasto conflitto tra le parti politiche ufficiali. Renzi invece minaccia esattamente di rovesciare questa tendenza: di restituire realtà sociale vera alla politica, aprendo importanti terreni di scontro tra le due Italie.
Per il momento, è vero, lo ha fatto solo simbolicamente, allusivamente. Con la sua figura, grazie al suo stile personale e al suo linguaggio, identificandosi in particolare in un solo messaggio: la necessità di rompere confini e contenuti dell’universo politico finora vigente. Ma tanto è bastato perché se da un lato ricevesse immediatamente un consenso assai vasto e trasversale da parte del Paese che socialmente conta di meno, dall’altro lato, però, vedesse nascere contro di sé la diffidenza ironica, lo scetticismo, un’ostilità venata di paternalistico compatimento, da parte del Paese che conta di più e ne teme il dinamismo e i propositi, avendo capito che sarebbe esso il primo a farne le spese. «Non sarai tu, povero untorello, che spianterai le mura di Milano» sembra dirgli l’Italia antirenziana, forte della sua collaudata capacità di sopravvivenza.”.
 Meglio di così non è forse possibile rappresentare la lotta che in questi giorni si sta consumando tra il cacciatore Renzi e i tanti gattopardi che imperversano e la fanno da padroni nella giungla della società italiana.

sergio magaldi

domenica 9 marzo 2014

RENZI: QUALE PINOCCHIO? IL BURATTINO O L'INIZIATO?



  Nonostante il parere contrario di avversari e nemici dichiarati, tutti intenti a sottolineare il neoconformismo imperante in favore dell’ex sindaco di Firenze,   gran parte dei media e della stampa che conta sembra frettolosamente avviata a prendere le distanze da Matteo Renzi. Più di quanto non l’abbia fatto già all’indomani del dibattito sulla fiducia, allorché Renzi si presentò al Senato con le mani in tasca e un discorso irriverente nei confronti dei senatori, un vero e proprio “benservito” nei confronti di un ramo del Parlamento che costa allo Stato 600 milioni di euro l’anno [compresi i circa due milioni per il caffè], e che come ruolo fondamentale, unico caso al mondo, sembra avere quello di ritardare l’approvazione delle leggi e rendere più difficile e compromissorio l’esercizio della governabilità [vedi il post del 26 Febbraio u.s., Renzi… ovvero dell’incredulità - clicca per leggere - ].

 L’equivoco nasce dalle aspettative dell’opinione pubblica, mai così elevate nei confronti di un presidente del consiglio, se si eccettua forse il primo Monti, subito dopo la designazione di Napolitano, aspettative vistosamente deluse appena il governo dei tecnici iniziò ad operare. A pilotare l’antirenzismo mediatico è come al solito Eugenio Scalfari che ancora oggi, nell’editoriale di Repubblica, ci fa partecipi che tutti i provvedimenti che Renzi si accinge a presentare figuravano già nell’agenda di Letta [quest’ultimo è addirittura invitato a rivendicarne la paternità in Parlamento!] e che, dunque, l’attuale Presidente del Consiglio, ci sta solo rivendendo come proprio un programma già fissato dal precedente governo presieduto dall’ottimo Letta. Peccato, solo, - osservo - che ci sia voluta una gestazione tanto lunga, e menomale, se davvero le cose stanno come dice Scalfari, che Renzi, più in veste di ostetrica che in quella di un Pinocchio che vende un abbecedario non suo, si appresti a rendere possibile il parto. Compreso quello dei 60 miliardi di euro con cui rimborsare alle imprese i debiti della Pubblica Amministrazione, ricorrendo alla Cassa Depositi e Prestiti. Idea “rubata” anche questa, perché in passato ne parlarono Berlusconi, Monti, e Letta con Sarcomanni. Ne parlarono, appunto, salvo a riscontrarne l’impraticabilità, nella rassegnata accettazione dei più. Tant’è che Dagospia, solo pochi giorni fa, con la consueta finezza argomentativa, annotava: “Matteo Renzi ha deciso di autodistruggersi in pochissimo tempo. Dopo aver fatto promesse per 100 miliardi di euro al Senato, ieri ha sparato la superballa di 60 miliardi di debiti della Pubblica amministrazione pagabili dalla Cassa depositi e Prestiti in 15 giorni”. Dopo un’approfondita disamina economica, in 3 punti e 12 righe, a chiarire il masochismo del premier e senza ascoltare il Presidente della Cassa Depositi e Prestiti, la conclusione di Dagospia era perentoria: “È quindi evidente che ci troviamo di fronte a una palla clamorosa, sparata per dimostrare un dinamismo fatuo che si spegnerà non appena il ministro Padoan mostrerà i veri conti dello Stato all’ex sindaco di Firenze […]”.

 Ecco fatto! Ecco scomodato per l’ennesima volta il burattino creato dalla fantasia di Collodi! Quelle di Renzi sarebbero solo affermazioni utili ad allungare il naso di chi le pronuncia. Gli si rimprovera anche di aver detto che nella settimana che si conclude oggi, la Camera avrebbe approvato la nuova legge elettorale [anche questa nell’agenda Letta?], dimenticando di aggiungere che tutti i partiti, ad eccezione del PD di Renzi, hanno deciso Giovedì scorso di sospendere l’esame dell’Italicum per consentire ai Fratelli d’Italia di celebrare il proprio congresso a Fiuggi, nei giorni di Venerdì, Sabato e Domenica.

 Nella critica mediatica a Renzi, non manca poi l’accusa di avere all’interno della compagine di governo,  quattro o cinque indagati, laddove l’ex sindaco di Firenze fu molto duro nei confronti della Cancellieri e della De Girolamo del governo Letta. Insomma due pesi e due misure e la solità sfacciataggine di mentire con la leggerezza di un Pinocchio. A pochi è venuto in mente di cogliere la differenza che c’è tra un’indagine giudiziaria, dove non sono ancora intervenuti gradi di giudizio, e la semplice opportunità di restare al governo in presenza di fatti giudicati non perseguibili penalmente ma valutati severamente dall’opinione pubblica. Insomma, l’autonomia del potere politico da quello giudiziario! Anche se personalmente sono dell’idea che Renzi avrebbe fatto meglio a non utilizzare indagati, compreso il ministro Lupi, anche al rischio di una rottura con Alfano e il Nuovo Centro Destra.

 D’altra parte, il “chiosare” eccessivo della stampa nei confronti del governo Renzi si spiega proprio con la grande aspettativa che l’ascesa al governo del sindaco fiorentino reca con sé. Da Monti ci si aspettava che rimettesse a posto i conti dissestati, da Letta una guida di governo all’insegna della stabilità. Da Renzi si attendono i miracoli: investimenti pubblici e privati, diminuzione del debito pubblico, nuova legge elettorale all’insegna della governabilità e della soppressione del bicameralismo perfetto, crescita economica, ripresa dell’occupazione, riforma del lavoro, della pubblica amministrazione, del fisco e della giustizia. In una parola, tutto o quasi tutto e in brevissimo tempo, altrimenti le sue mani in tasca di fronte ai senatori diventano un affronto, le sue parole di ottimismo in un Paese di piagnistei, di “distinguo”, e di facce feroci di cartapesta nei confronti della Troika europea, diventano menzogne degne di un giovane venditore di pentole, di un “berluschino” o di un celebre burattino toscano.

 Interessante osservare che tra quanti hanno utilizzato la metafora del Renzi / Burattino / Pinocchio, c’è almeno un caso in cui chi scrive sembra avvertito e consapevole che quella del Collodi non è solo una favola per l’infanzia ma anche una parabola per adulti. E che il suo finale assume un significato preciso. Il cammino per diventare un bambino in carne e ossa, da burattino di legno, è lungo e cosparso di prove ardimentose e piene di ostacoli, proprio come quelle disseminante lungo il percorso iniziatico. Scrive in proposito Sergio Di Cori Modigliani, con la consueta lucidità e abilità argomentativa [Post del 24 Febbraio, dal Blog sergiodicorimodiglianji.blogspot.it]:

 “[…] Con il governo Renzi, il potere italiano ha deciso di muoversi secondo la propria norma consuetudinaria, quella per l'appunto clandestina, oscura, che lo ha qualificato subito come una fotocopia aggiornata di Mario Monti o Enrico Letta. Basta guardare i curricula e le vite dei ministri per comprendere chi, in questo momento, davvero stia al potere.
Matteo Renzi (come giustamente suggerisce il Financial Times) non conta nulla.
E' una normale, tranquilla, operazione di maquillage.
C'è, però, un ma.
Il punto è proprio questo.
E' l'ennesima favola che viene raccontata agli italiani.
Ma questa volta si tratta di una favola tutta italiana, il cui esito non è affatto scontato.
Per poterla comprendere al meglio, ci facciamo aiutare dal più geniale e imbattibile artista produttore di favole che la nostra grande cultura abbia mai prodotto: Carlo Collodi.
Anche lui toscanaccio doc, come Licio Gelli, come Matteo Renzi.
E' la favola di Pinocchio.
Perchè non si possono fare i conti senza l'oste, e in questo caso, l'oste, è il fattore umano.
Matteo Renzi è una personalità molto forte, un giovane caratteriale, e non è ancora chiaro come possa evolversi la favoletta con un tipo come lui.
Il nostro bravo Pinocchietto è stato accolto a braccia aperte proprio perchè era lui: infantile, bugiardo, giocherellone, creativo, un po' manigoldo, abbagliato dalle giostre del potere, proprio come Pinocchio, e come lui fatto di legno. Il Gatto e la Volpe (che non devono aver letto il finale della favola) lo hanno messo nel sacco e si rallegrano entusiasti. Questo pensano.
L'attuale governo, infatti, è loro.
In realtà, noi abbiamo un bicolore Berlusconi-D'Alema, anzi, un tricolore.
Come ha acutamente fatto notare il nostro baldo pregiudicato "e così siamo riusciti a piazzare un nostro ministro al governo pur stando all'opposizione", l'esecutivo è composto da berlusconiani fedeli doc nei posti strategici: al ministero dello sviluppo economico, a quello degli interni e a quello della sanità; D'Alema ha imposto i suoi all'economia, agli esteri e al lavoro; e il tricolore è stato completato dalla presenza dell'opus dei vaticanense garantita da Maurizio Lupi di Comunione e Liberazione, da Enrico Franceschini alla Cultura e da un fedelissimo casiniano. Così è stato costruito un modello catto-comunista-berlusconiano che non ha assolutamente nulla di renziano, non presenta alcuna novità, e si pone come il legittimo garante di una totale regressione del paese, con inevitabile fallimento.
Il Gatto e la Volpe si leccano i baffi.
Dal loro punto di vista hanno ragione, li capisco.
L'inossidabile Balena democristiana si è ingoiata il nostro burattino che, in questo preciso momento, si trova dentro la pancia dove incontrerà Geppetto.
Il problema sta nel finale della favola, ovvero nella risoluzione del mistero attuale italiano che risponde alla seguente domanda: "ma qual è la vera ambizione di Matteo Renzi?
[…]
Ritorniamo al nostro governo.
O Matteo Renzi è ciò che i suoi detrattori credono, ovvero: mera apparenza priva di sostanza, e quindi si accontenta di coltivare come unica ambizione quella di apparire, sembrare, e accontentarsi di essere un burattino, oppure la sua ambizione è molto più alta e poderosa perchè lui, il potere di cambiare il paese lo vuole davvero esercitare, e quindi, non appena si accorgerà che non conta nulla, rovescerà il tavolo e si andrà alla fine di maggio alle elezioni politiche.
Non ho idea quale delle due ipotesi sia quella giusta.
Per il momento, il Gatto e la Volpe gongolano.
Ma la favola di Pinocchio ha avuto un lieto fine (oggi sono ottimista).
In seguito a una strana mareggiata, la grande balena vomita il proprio contenuto e Pinocchio viene ributtato fuori; da naufrago approda alla riva dove si accorge che ha raggiunto la sua grande autentica ambizione: è diventato un essere umano.
Come andrà a finire Matteo Renzi?
Non lo so.
So per certo che è stato ingoiato dalla grande balena democristiana e si trova dentro la sua pancia. Rimarrà al calduccio, ben pasciuto, accontentandosi di fare l'attore con la consapevolezza di essere fatto di legno, colla e chiodi?
Oppure, la sua vera, profonda ambizione, consiste nel diventare un bambino vero? ".
Lo sapremo molto presto.”

 Al netto del contributo all’ispirazione tratta dalla metafora della favola di Collodi, rivendicato da DPR [Appello n°7 del 2014 di Democrazia Radical Popolare a Matteo Renzi, clicca per leggere], va riconosciuto a Sergio Di Cori Modigliani il merito di aver posto l’attenzione sulle enormi potenzialità che il Renzi/Pinocchio ha di trasformarsi da Burattino in Iniziato, cioè in risvegliato, non più schiavo nel ventre di balene interne e internazionali, ma sollecito verso le giuste esigenze degli italiani. Chiosa in proposito DPR:

 “ […] In netta differenziazione da ciò che pensano i pessimisti (compresi i Massoni di GOD, che stimiamo moltissimo e con i quali collaboriamo, pur da punti di vista e con obiettivi diversificati), Noi di DRP opiniamo e auspichiamo che sia possibile un “finale di favola” nella quale il Burattino Pinocchio/Matteo Renzi diventi dapprima un vero bambino, per ritrovata innocenza e apertura mentale/immaginativa sul palcoscenico del potere; poi cresca in fretta, trasformandosi in uomo autentico e politico coraggioso e lungimirante.
Lontano da Gatti, Volpi, Burattinai, Mangiafuochi e Balene…
Se così facesse – e il beneficio del dubbio lo coltiva persino un pensatore sempre più engagé con il Movimento 5 Stelle come Sergio Di Cori Modigliani - Matteo Renzi potrebbe realizzare cose egregie.
Ma per realizzare cose buone e utili c’è bisogno dei giusti consiglieri e dei giusti consigli
[…].”





 C’è bisogno in altri termini del GRILLO PARLANTE! Peccato aver dimenticato che il Pinocchio della favola, per trasformarsi da burattino in bambino, deve prima uccidere il grillo, cioè interiorizzare la voce della coscienza, mutarla da imperativo eteronomo in imperativo categorico!


sergio magaldi

venerdì 7 marzo 2014

Omaggio a LA GRANDE BELLEZZA




 Nel post del 29 Maggio 2013, nel presentare LA GRANDE BELLEZZA  [clicca per leggere], sottolineavo come il lavoro di Paolo Sorrentino, unico film italiano presente a Cannes, non avesse ottenuto riconoscimenti ufficiali, ma più di un apprezzamento da parte della stampa internazionale. Fenomeno questo, tanto più sorprendente se confrontato con lo scarso elogio che la stampa nazionale riservò allora al film del regista napoletano. Con il risultato che, dopo Cannes, il film ha cominciato a collezionare trofei, sino a quello più agognato di tutti: l’Oscar per il miglior film straniero, dopo quello assegnato 15 anni fa al cinema italiano, per La vita è bella di Roberto Benigni.







 Credo che la critica italiana abbia commesso allora l’errore di vedere il film in una prospettiva meramente felliniana. Lo stesso errore nel quale sono incorso anch’io, quando ho visto il film per la prima volta.  Perché, è vero che  La grande bellezza ha del cinema di Fellini la fantasia e il caleidoscopio delle immagini, è vero che il film di Sorrentino è dichiaratamente un omaggio al grande romagnolo, persino nel riproporre una galleria di personaggi di varia e disperata umanità, peraltro solo impropriamente assimilabili a quelli ben più bizzarri e sanguigni che affollano le scene dei film di Fellini: nani e  corpi nudi di “ragazze” ultracinquantenni che non suscitano più il desiderio, attori falliti, attricette che passano dalla velleità di recitare a quella di scrivere, erotomani, cocainomani, illusionisti del trucco per ridare la giovinezza, principi decaduti che si affittano per le feste dei nuovi ricchi, bambine prodigio che imbrattano tele e le vendono a caro prezzo, macchiette di cardinali, suore e suorine e persino una santa vecchia che parla alle cicogne. Ma, soprattutto, è vero che ad essere diversa è la filosofia che sottende il tutto.

 La splendida interpretazione di Toni Servillo non serve a far rivivere “la dolce vita”, ma semmai a rimpiangerla. Le passeggiate romane di Jep Gambardella non ci aiutano a riconoscere una grande bellezza, deturpata dal tempo e dall’incuria dell’uomo, perché Roma non è la grande bellezza, più di quanto non lo siano Atene o Firenze: la natura, l’arte, il sogno, l’amore, forse soltanto il primo amore, e soprattutto la vita sono la grande bellezza  che tenta di resistere al nulla, simbolicamente rappresentato dalla città eterna in cui continueranno ad agitarsi, finché potranno, Jep Gambardella e i suoi amici.

 È  il monologo finale a farci consapevoli - semmai ce ne fosse il bisogno - che, sotto la veste felliniana, il film di Sorrentino ha poco in comune con il vitalismo di cui fu portatore il grande maestro, e proprio in questo consiste la sua originalità e la sua bellezza. Mentre la “santa vecchia” s’arrampica con sofferenza e indicibile sforzo lungo i gradini della scala santa, ecco risuonare le parole eloquenti e dimesse di Jep Gambardella:

 Finisce sempre così… con la morte. Prima però c’è stata la vita… nascosta sotto il bla… bla… bla… bla… bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore… il silenzio e il sentimento… l’emozione e la paura… gli sporadici inconsistenti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile… tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo…














 sergio magaldi