mercoledì 26 marzo 2014

LA TAVOLOZZA DI MESSER MATTEO...




     Sarà pure vero che presto Matteo Renzi farà il botto - secondo l’espressione utilizzata da Emanuele Macaluso e da tanti altri - grazie all’aiuto dei gattopardi che dominano indisturbati e a vario titolo la scena politica della penisola [Vedi il post Basterà ammazzare il Gattopardo?]. 

 Resta la mia convinzione che Renzi abbia potenzialmente la statura di un leader, forse il più completo degli ultimi decenni. È pura utopia, del resto, pensare che a breve tempo possano apparire nuove personalità nella politica italiana, come  credono e auspicano quelli di DRP e non solo: http://www.democraziaradicalpopolare.it/DPR_chiosa_Bastera_ammazzare_il_Gattopardo.html

 D’altra parte è ipocrisia bella e buona quella di continuare a ripetere che individualismi e personalismi vadano messi da parte a vantaggio dell’egemonia di un leader per così dire collettivo: movimento o partito politico, il Principe di cui, in un contesto completamente diverso, parlava il grande Antonio Gramsci. Lo dico non solo guardando al passato, ma avendo gli occhi al presente e all’immediato futuro. La realtà mostra che tutti i partiti politici hanno fatto a gara con sindacati, corporazioni, gruppi di potere e lobby del malaffare per succhiare la linfa vitale di questo Paese. 

 È  almeno singolare che si sia indotti a minimizzare o addirittura a gettare discredito sulle riforme di Matteo Renzi. Su una tavola che, almeno negli ultimi vent’anni, viene imbandita sistematicamente con le risorse del ceto medio, il governo pone finalmente qualche piatto di portata: circa 85 euro netti in più in busta paga per 10 milioni di lavoratori dipendenti, il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, che serve a immettere denaro fresco nel mercato, la messa a norma delle strutture fatiscenti della scuola pubblica e il relativo rilancio dell’edilizia, la diminuzione dell’IRAP per le imprese, nuovi contratti di lavoro che potrebbero favorire le assunzioni, l’abolizione delle Province come entità politiche, e quella del Senato elettivo e retribuito e, caso unico al mondo, legislativo. Alibi perfetto per rinviare all’infinito l’approvazione delle leggi.

 Ed ecco il coro di coloro che si avvicinano alla tavola. Prima erano costretti a portare, ora vogliono solo prendere:“Niente per i pensionati e per i disoccupati?”, domandano.

 Gli 85 euro mensili sono una mancia elettorale. L’obiezione ha qualche fondamento, ma Renzi almeno non ha nascosto ipocritamente l’ambizione elettorale per il suo Partito. Meglio se i dieci miliardi di euro li avesse dati alle imprese? Immagino cosa si sarebbe detto. Resta il fatto che la manovra, che si prefigge di aumentare i consumi, avrà senso se supportata e seguita a breve tempo da una riforma fiscale per ridistribuire il più possibile il reddito tra gli italiani.

 Il pagamento dei debiti dovrebbe essere considerato di normale amministrazione in un Paese civile. Ma noi siamo stati sin qui un Paese civile?

Pensare di rilanciare l’edilizia, risanando contemporaneamente le strutture scolastiche , con tre miliardi e mezzo di euro è un’utopia. E allora? È preferibile non iniziare nemmeno?

 La diminuzione dell’IRAP è appena del 10% e graverà sui risparmi della rendita finanziaria. Per la verità, l’aumento della tassa sulle rendite da capitale si avvicinerà alla media europea e sarà sempre circa la metà della tassa sul capitale produttivo [ Vedi in proposito il post del 23 Gennaio u.s., Capitale umano e capitale finanziario].

 I contratti del Jobs Act [con questa s che nelle ricostruzioni dei media si sposta con disinvoltura da una parola all’altra] rendono stabile il lavoro precario. Meglio allora non farne nulla e insistere perché gli imprenditori assumano in pianta stabile, cioè non assumano proprio. Insomma, tanto peggio, tanto meglio!

 Perché abolire le Province che favoriscono la vita democratica? [e, come dimostrato, gli interessi clientelari dei partiti e la corruttela pubblica…].

 Perché abolire il Senato e il bicameralismo perfetto, voluto dai padri fondatori? È una misura a tutela della bontà delle leggi: lo dicono persino Sgarbi e Beppe Grillo. Certo! Ed è anche la cifra per misurare l’impotenza di una classe politica.

 E si potrebbe continuare a lungo, con le affermazioni che i tagli alla spesa pubblica annunciati dal governo faranno aumentare la recessione [c’è da giurare che i manager pubblici vedendosi decurtare stipendi di milioni di euro, compreranno meno salame!] e che le privatizzazioni di beni pubblici mal gestiti e in costante perdita di profitto saranno ad esclusivo vantaggio di amici e amici degli amici [può essere vero. Tutto dipende da come sono fatte le privatizzazioni. Se gli amici e gli amici degli amici sono in grado di dare nuova linfa a beni improduttivi e costosi per i contribuenti, ben vengano!].

 Naturalmente, ci sono anche quelli che sostengono le riforme di Renzi. A parole. Perché nei fatti continuano a chiedersi e a chiedere dove il rottamatore troverà i soldi. E lo fanno nei talk show perché l’opinione pubblica si faccia analoga domanda. Sono gli stessi che rimproverano a Renzi di aver detto che la spesa contenuta nella misura del 3% del rapporto PIL-debito pubblico è anacronistica e poi di aver assicurato la Merkel che l’Italia non sforerà quel limite. Fanno finta di non capire che una cosa è attenersi alle norme attuali dell’UE, un’altra è cercare di cambiare vincoli inutili o addirittura nefasti per l’economia europea. Insomma, non hanno appreso la lezione di Socrate. Sono gli stessi che evitano accuratamente di dire cosa l’Italia deve fare: sforare o non sforare. Sono quelli che rimpiangono Letta, il suo attendismo e la stabilità cimiteriale e che accusano Renzi di movimentismo e di usare le parole in luogo del silenzio sepolcrale. Peggio, di sicuro peggio di qualche loro collega francese che si chiede oggi se alla Francia non convenga seguire il modello Renzi, piuttosto che la mancanza di coraggio di Hollande, se non sia preferibile aumentare il debito nazionale [ciò che inevitabilmente – affermano – finirà col fare il presidente del consiglio italiano], piuttosto che vedere ingrossare il Fronte Nazionale, tanto più che il rapporto del 3% debito-PIL, la Francia l’ha già sforato da un pezzo.

 Oltre alla sostanza, c’è poi anche la forma. La tavolozza di messer Matteo, con la sua gamma di acceso cromatismo non è mai piaciuta agli amanti delle mezze tinte, ai tanti sostenitori del grigiore della politica che siedono nei palazzi di regime e che confondono la propria carriera personale, di potere, di denaro e di privilegi, con le conquiste dell’Unione Europea. L’ambizione di messer Matteo di utilizzare un’inedita tavolozza per ridisegnare le sembianze dell’Italia, sulla scia del Brunelleschi che segnò il volto rinascimentale di Firenze, non è gradita ai guardiani della soglia. Alle giovani madonne, tratteggiate a pastello con l’oro e il verde oliva, con le tonalità del turchese e del cremisi, alla loro bellezza e ai simboli dell’Annunciazione, si preferiscono di gran lunga i toni smorti delle arpie e dei convitati di pietra.


sergio magaldi 

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