venerdì 8 settembre 2017

Catalogna al referendum per l'autodeterminazione, Spagna permettendo




 Il braccio di ferro tra governo spagnolo e autonomia catalana sta forse per giungere all'ultimo atto. Il Parlamento catalano ieri notte ha approvato la legge che istituisce il referendum per l’autodeterminazione, annunciandone la celebrazione per il prossimo 1 Ottobre. La legge si compone, oltre che delle disposizioni finali e di  un preambolo per giustificare le ragioni del referendum, di 34 articoli, suddivisi in VI Titoli, l’ultimo dei quali comprende 3 sezioni che disciplinano l’ambito elettorale.

 Ad approvare lo storico provvedimento sono stati i soli partiti indipendentisti del Parlamento catalano che peraltro detengono la maggioranza. I deputati del Partito Popolare, di Ciudadanos e del Partito socialista hanno abbandonato l’aula al momento delle votazioni, mentre gli 11 rappresentanti catalani di Podemos [Catalunya Sì que es Pot] sono rimasti nell’aula e si sono astenuti. La protesta delle opposizioni riguarda innanzi tutto la procedura – definita antidemocratica – imposta dalla presidente del Parlamento, Carme Forcadel, che ha concesso soltanto due ore per dibattere la legge, laddove le opposizioni avevano in mente tempi più lunghi: giorni, forse addirittura qualche settimana.

 Nell’esposizione dei motivi che giustificato il varo di questa legge con procedura d’urgenza si legge tra l’altro in lingua catalana:

 Els Pactes sobre Drets Civils i Polítics i sobre Drets Econòmics, Socials i Culturals, aprovats per l’Assemblea General de Nacions Unides el 19 de desembre de 1966, ratificats i en vigor al Regne d’Espanya des de 1977 - publicats en el BOE, 30 d’Abril de 1977- reconeixen el dret dels pobles a l’autodeterminació com el primer dels drets humans […]. (I patti sopra I Diritti Civili e Politici e sopra i Diritti Economici, Sociali e Culturali, approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 19 dicembre del 1966, ratificati e in vigore nel Regno di Spagna dal 1977 – pubblicati nel BOE, il 30 aprile del 1977 – riconoscono il diritto dei popoli all’autodeterminazione come il primo dei diritti umani […] ).

 La questione non è di poco conto e già su El País di questa mattina interviene nel merito Mariola Urrea Corres, docente di diritto pubblico e direttrice del Centro di Documentazione Europea dell’Università di La Rioja. Dopo aver riconosciuto come “legittima aspirazione politica” la vocazione indipendentistica, la docente sottolinea come la spendibilità giuridica di questa rivendicazione si leghi strettamente alle procedure intraprese per renderla effettiva. Affermazione quanto meno sofistica, considerando che la costituzione spagnola recepisce al suo interno solo il referendum consultivo, tant’è che il governo nazionale, a proposito della legge varata ieri notte dal Parlamento catalano, parla di “illegalità”, “attacco alla democrazia”, “incostituzionalità”, “colpo di stato”. Quali sarebbero dunque le procedure adeguate per promuovere il diritto del popolo all’autodeterminazione? Non lo sapremo mai. Ma la docente così prosegue il proprio ragionamento: “Cataluña no tiene un derecho de autodeterminación en virtud de lo establecido en la Carta de las Naciones Unidas […] El derecho de libre determinación de lo pueblos […] encuentra su razón de ser en el proceso de descolonización o en los supuestos de pueblos anexionados por conquista, dominación extranjera, ocupación o pueblos oprimidos por violación masiva y flagrante de sus derechos. Ninguna de estas circunstancias describe la realidad catalana […]”. (Catalogna non ha un diritto all’autodeterminazione in virtù di quanto stabilito nella Carta delle Nazioni Unite […] Il diritto di libera determinazione dei popoli […] ha la sua ragione d’essere nel processo di decolonizzazione o nel caso di popoli annessi mediante conquista, dominazione straniera, occupazione o di popoli oppressi dalla violazione massiccia e costante dei propri diritti. Nessuna di queste circostanze descrive la realtà catalana […]”.

 Bene, è vero, la Catalogna non è una colonia e neppure vede conculcati i propri diritti, occorre tuttavia tener presenti tre ordini di fattori. Il primo riguarda la storia di questa terra che già nel X Secolo rivendicò e ottenne la propria indipendenza dall’Impero carolingio, che dal XII al XIV Secolo, benché unita al Regno d’Aragona, mantenne sempre un proprio particolarismo legislativo, che fu Principato e poi Generalidad autonoma dal 1365, che per 10 anni, dal 1462, fu attraversata da una guerra civile per rivendicare  la propria indipendenza, che nel 1640 si sollevò contro Aragona e Castiglia unificate. Per non parlare dei secoli successivi, quando si mantenne sempre vivo in questa terra il concetto di popolo-nazione, sino alla strenua e sfortunata lotta in prima linea per la libertà e contro il franchismo. Il secondo fattore riguarda la politica dei governi spagnoli, sorda da sette anni all’approvazione del nuovo statuto catalano. Infine, il terzo fattore riguarda un principio più generale: è chiaro come nessuna costituzione preveda il referendum per l’autodeterminazione [naturalmente posso sbagliarmi], essendo le costituzioni degli stati, così come le conosciamo, soprattutto un patto per unire e non per dividere popolazioni contigue, anche se diverse per lingua, cultura e tradizioni. Resta da chiedersi se questo principio sia giusto e se non sia più democratico prevedere il diritto all’autodeterminazione di un territorio che abbia dalla sua una tradizione secolare di autonomia e un suo Parlamento. Jean Jacques Rousseau ci ha insegnato che il patto sociale non è irreversibile e che la sovranità popolare costituisce il fondamento stesso della democrazia. Questa alienazione della sovranità di ciascuno, non importa se a beneficio di un solo uomo o di molti, di un monarca o di un’assemblea, che si giustifica solo con la semplice promessa di assicurare la convivenza civile, rappresenta per Rousseau l’ennesima mistificazione delle oligarchie del potere, in quanto ratifica lo status quo. In altri termini, se la maggioranza dei rappresentanti eletti dal popolo catalano approva una legge per verificare se esiste ancora da parte dei cittadini la volontà di continuare a far parte del Regno di Spagna o se invece detta popolazione preferisca costituirsi in Repubblica autonoma, questa manifestazione di sovranità popolare dovrebbe essere consentita, senza parlare di attentato alla costituzione o addirittura di colpo di stato e senza perseguire penalmente, come invocano i governanti spagnoli, i responsabili del gesto considerato proditorio: nella fattispecie il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, la presidente del Parlamento, Carme Forcadel e pochi altri. Dal canto suo, il presidente del governo Mariano Rajoy è stato molto esplicito nel dichiarare che questo referendum non si farà [“Faremo il necessario, senza rinunciare a nulla per evitarlo”, ha detto minaccioso] ed ha già promosso ricorso di incostituzionalità, che sarà accolto sin da questa sera. D’altra parte, la legge approvata la scorsa notte per indire il referendum si presenta formalmente corretta, ancorché non sia contemplata dalla Costituzione spagnola vigente. Ne presento di seguito solo qualche estratto nell’originale catalano:

 TÍTOL I. Objecte de la llei  [Oggetto della legge]

Article 1 
Aquesta Llei regula la celebració del referèndum d’autodeterminació vinculant sobre la independència de Catalunya, les seves conseqüències en funció de quin sigui el resultat i la creació de la Sindicatura Electoral de Catalunya. [Questa Legge regola la celebrazione del referendum di autodeterminazione, vincolante sull’indipendenza della Catalogna, sulle sue conseguenze in funzione del risultato, nonché la creazione della Sindacatura Elettorale di Catalogna]

TÍTOL II. De la sobirania de Catalunya i el seu Parlament [Della sovranità della Catalogna e del suo Parlamento]

Article 2 
El poble de Catalunya és un subjecte polític sobirà i com a tal exerceix el dret a decidir lliure i democràticament, la seva condició política. [Il popolo di Catalogna è un soggetto politico sovrano e come tale esercita il diritto a decidere legalmente e democraticamente sulla propria condizione politica]
Article 3 
1. El Parlament de Catalunya actua com a representant de la sobirania del poble de Catalunya. [Il Parlamento di Catalogna agisce come rappresentante della sovranità del popolo catalano]
2. Aquesta Llei estableix un règim jurídic excepcional adreçat a regular i a garantir el referèndum d’autodeterminació de Catalunya. Preval jeràrquicament sobre totes aquelles normes que hi puguin entrar en conflicte, en tant que regula l’exercici d’un dret fonamental i inalienable del poble de Catalunya. [Questa Legge sancisce un regime giuridico eccezionale volto a regolare e a garantire il referendum di autodeterminazione della Catalogna. Prevale in via gerarchica su tutte quelle norme con le quali possa trovarsi in conflitto, nel momento stesso che regola l’esercizio di un diritto fondamentale e inalienabile del popolo catalano]

TÍTOL III. Del referèndum d’autodeterminació [Sul referendum di autodeterminazione]

Article 4 
1. Es convoca la ciutadania de Catalunya a decidir el futur polític de Catalunya mitjançant la celebració del referèndum en els termes que es detallen. [È convocata la cittadinanza catalana per decidere sul futuro politico della Catalogna concernente la celebrazione del referendum nei termini che seguono]
2. La pregunta que es formularà en el referèndum serà: "Voleu que Catalunya sigui un estat independent en forma de república?" [La domanda che sarà formulata nel referendum è la seguente: “Volete che la Catalogna diventi uno stato indipendente di forma repubblicana?”]
3. El resultat del referèndum tindrà caràcter vinculant. [Il risultato del referendum avrà carattere vincolante]

TÍTOL IV. De la data i convocatòria del referèndum [Della data di convocazione del referendum]

Article 9 
1. El referèndum se celebrarà el diumenge dia 1 d’octubre de 2017, d’acord amb el Decret de Convocatòria. [Il referendum si celebrerà domenica 1 ottobre 2017, in conformità con il Decreto di Convocazione]

Disposició final [Disposizione finale]

Primera.- Les normes de dret local, autonòmic i estatal vigents a Catalunya en el moment de l’aprovació d’aquesta Llei es continuen aplicant en tot allò que no la contravinguin. També es continuen aplicant, d’acord amb aquesta Llei, les normes de dret de la Unió Europea, el dret internacional general i els tractats internacionals. [Primo.- Le norme di diritto locale, dell’autonomia e dello stato, vigenti in Catalogna al momento dell’approvazione di questa Legge, si continuano ad applicare per tutto ciò che non contravviene alla Legge stessa. Si continuano anche ad applicare, compatibilmente con questa Legge, le norme di diritto dell’Unione Europea, il diritto internazionale generale e i trattati internazionali]
Segona.- D’acord amb allò que disposa l’article 3.2, les disposicions d’aquesta Llei deixaran de ser vigents una vegada proclamats els resultats del referèndum llevat el que determina l’article 4 quant a la implementació del resultat. [Secondo.-In conformità con quanto dispone l’articolo 3.2, le disposizioni di questa Legge cesseranno di essere vigenti una volta proclamati i risultati del referendum, secondo quanto stabilisce l’artcolo 4, relativamente alla proclamazione dei risultati]

Entrada en vigor [Entrata in vigore]

Aquesta Llei entrarà en vigor el mateix dia de la seva publicació oficial. [Questa Legge entrerò in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione ufficiale]


sergio magaldi 

martedì 5 settembre 2017

L'Italia del pallone alla riscossa



 Tra poco più di un’ora l’Italia del pallone torna in campo contro Israele per giocarsi la qualificazione al campionato del mondo del 2018 o, meglio, dopo la brutta figura rimediata Sabato scorso al Bernabeu di Madrid contro gli spagnoli, per cercare di mantenere i punti di vantaggio sulla terza classificata del girone e garantirsi almeno il diritto a disputare lo spareggio decisivo per andare a Mosca.

 Non che la sconfitta contro la Spagna sia giunta inaspettata, ancorché le sirene mediatiche nostrane proclamassero alla vigilia: “Gli spagnoli si accorgeranno di che pasta è fatto Belotti” o “Ventura ce la può fare”. Non era invece prevedibile [ma solo fino ad un certo punto] una resa incondizionata di quelle proporzioni, con una squadra che si è limitata a veder correre gli avversari, cercando solo di limitare il numero dei goal nella propria porta. D’altra parte, Tavecchio, che ora paventa l’apocalisse se l’Italia sarà esclusa dalla fase finale del campionato del mondo, cosa si aspettava? Affidando la nazionale ad un tecnico che ignora sistematicamente il gioco di centrocampo, e che utilizza un 4-2-4 che ha reso problematiche anche le vittorie contro nazionali di gran lunga meno tecniche di quella spagnola, pensava davvero che l’Italia avrebbe vinto il proprio girone precedendo la Spagna?

 La formazione schierata al Bernabeu era già l’annuncio di una sconfitta, con i soli De Rossi e Verratti a contrastare l’avanzata degli spagnoli, il primo palesemente fuori condizione, il secondo – che le maggiori squadre europee di club si contendono a colpi di milioni – schierato in una posizione non sua [arretrato di almeno trenta metri] a fare da interditore puro, lui che più che altro è un regista di centrocampo e che sarebbe tornato utile in quel ruolo se l’Italia di Sabato sera un centrocampo lo avesse avuto. Con Insigne a fare il trequartista [?!], con Candreva che gioca sempre più per conto suo, con Immobile lasciato vagare per il campo ad acchiappare farfalle, con Belotti abbandonato a se stesso, con Balotelli che avrebbe dato un po’ di fisicità a questa squadra, lasciato per l’ennesima volta a Nizza, forse perché sgradito ai veterani di questa squadra e non solo. Per non parlare dei cambi, operati dal nostro CT dopo circa 70 minuti di gioco [secondo consuetudine degli allenatori], come un normale avvicendamento [sostituendo Belotti, il solo ad aver tirato nella porta avversaria con qualche pericolosità] e come se tutto sino ad allora fosse andato discretamente.  In queste condizioni, si spiega anche – ma solo in parte – il cattivo comportamento della difesa, a cominciare da Buffon, apparso in serata negativa e parzialmente responsabile sui due goal che hanno fatto parlare la stampa spagnola di Isco come di un grande campione, per continuare con Bonucci, in ritardo di forma, e non ancora al livello dello scorso anno, neppure nella nuova squadra di club.

 Insomma, oltre alla tattica e ad una elementare organizzazione di gioco, agli italiani è mancata anche la condizione fisica. Si sa, siamo ai primi di Settembre e il campionato è appena iniziato, ma questo vale anche per i nostri avversari.  C’è solo da chiedersi perché i calciatori spagnoli corrono tanto, mentre quelli italiani camminano.

 Comunque sia, si può stare certi che se questa sera, come sembra probabile, arriverà una vittoria [magari di stretta misura], tutto sarà dimenticato e si tornerà a parlare dei nostri campioni e del buon lavoro del nostro tecnico, nonché della determinazione che ci accompagnerà sino alla vittoria dello spareggio per andare a Mosca.


sergio magaldi  

sabato 19 agosto 2017

L’Editoriale di El País sulla strage di Barcellona






 In queste ore di lutto nazionale per la Spagna, mentre le televisioni sospendono la consueta programmazione per lasciare spazio alla narrazione sulla tragedia della Rambla di Barcellona e i focolai terroristici di Alcanar [Tarragona] e Cambrils, mentre le parole – purtroppo sempre le stesse in simili occasioni – così come le immagini, si ripetono sino allo sfinimento dei telespettatori, e risuonano le solite frasi ad effetto, come “No tengo miedo” [Non ho paura], Mariano Rajoy lancia il suo appello per l’unità del Paese, più che mai attuale in un momento delicato della vita nazionale in cui solo poche ore prima degli attentati terroristici si discuteva animatamente, dentro e fuori il Parlamento, sull’indipendenza della Catalogna e sul prossimo referendum. Per il resto, le parole del capo del governo spagnolo non si discostano da quelle di altri primi ministri in circostanze analoghe, per ribadire con fermezza, con i giusti ideali di libertà e di democrazia, che “Non cambieremo il nostro stile di vita”, laddove sarebbe preferibile e più semplice un chiaro e preciso riferimento alla sacralità della vita e ai diritti universali di ogni essere umano.

 Sulla scia del presidente del governo, interviene con un editoriale il più prestigioso quotidiano di Spagna: “El ataque en La Rambla llama a la unidad en una nuova agenda politica” [L’attacco contro la Rambla chiama all’unità nella prospettiva di una nuova agenda politica] – titola l’editoriale di El País di Venerdì 18 Agosto, e nel corso dell’articolo evidenzia a grandi lettere:

Este crimen tiene que
ser un aldabonazo que
devuelva a la politica
catalana a la realidad

Apelamos al Govern para
que se ponga al servicio
de los problemas
reales de Cataluña

[Questo crimine deve essere un gran colpo per riportare la politica catalana alla realtà. Lanciamo un appello al Governo perché si ponga al servizio dei problemi reali della Catalogna].

 Insomma, per El País e per Mariano Rajoy quello dell’indipendenza catalana è l’ultimo dei problemi, anzi non è nemmeno un problema a fronte degli attacchi terroristici che hanno colpito il Paese e che potrebbero colpirlo in futuro. Sicuramente è così, e parlare oggi di secessionismo di regioni europee è almeno anacronistico. Resta il fatto, che le parole di Rajoy e quelle del quotidiano di Madrid non sono certamente dettate dalla prudenza e potrebbero generare nei malevoli esercizi di dietrologia che di sicuro non vanno alimentati in una congiuntura così tragica per la Spagna e per tutta l’Europa.

 Dopo aver menzionato la strage, attribuita alla stessa matrice, della mattina di Giovedì 11 Marzo 2004 [per gli affezionati della numerologia 11 come il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle e ancora 11 se si sommano i numeri della data intera 11-03-2004, cioè 1+1+3+2+4 =11], allorché dieci zaini riempiti con esplosivo uccisero 192 persone e ferirono 2.057 persone alla stazioni di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia di Madrid – sorprendentemente sorvolando sul fatto che mancavano soltanto tre giorni alle elezioni politiche generali –  l’editoriale ricorda i recenti attentati che hanno insanguinato le strade di diverse città europee: Manchester con 22 morti, Berlino con 12, Nizza con 84 morti e 300 feriti, Bruxelles con 32 morti e 300 feriti, Parigi con 130 morti oltre ai 12 dell’attacco a Charlie Hebdo. L’articolo prosegue poi con l’analisi delle misure già prese o quelle da prendere contro il terrorismo jihadista, ma infine la lingua finisce nuovamente col battere dove il dente duole: “Celebramos, por tanto, que el presidente del Govierno, Mariano Rajoy, haya decidito encabezar, junto con la Delegacíon del Gobierno en Cataluña, la supervisión de las operaciones de respuesta ante el ataque […] Lamentablemente, el brutal atentado terrorista que ha vivido Barcelona coincide con un momento de máxima confusíon política en Cataluña. Un ataque de esta magnitud tiene que ser un aldabonazo que devuelva a la realidad a las fuerzas políticas catalanas que, desde el Govern, el Parlament o los movimientos por la independencia han hecho de la quimera secessionista la sola y unica actividad de la agenda política catalana en los últimos años”. [Apprezziamo pertanto che il capo del governo, Mariano Rajoy, abbia deciso di presiedere, unitamente alla Delegazione del Governo di Catalogna, alla supervisione delle operazioni di risposta all’attacco (…) Purtroppo, il brutale attentato terrorista che ha vissuto Barcellona coincide con un momento di massima confusione in Catalogna. Un attacco di questa portata deve essere come un gran colpo per ricondurre alla realtà le forze politiche catalane che, dal Governo, al Parlamento o ai movimenti per l’indipendenza hanno fatto della chimera secessionista la sola e unica attività dell’agenda politica catalana degli ultimi anni].

sergio magaldi


venerdì 18 agosto 2017

L'EUROPA che non c'è...



 Come già capitato, sere fa mi aspettavo di trovare al confine di Ventimiglia la gendarmeria francese coadiuvata dai cani-poliziotto e pronta ad impedire l’accesso sul sacro suolo di Francia di migranti, indesiderabili e spacciatori. E invece, con mia grande sorpresa, ho visto apparire, nella loro uniforme blu - carta da zucchero, i poliziotti italiani di frontiera, impegnati con encomiabile zelo nel controllo capillare non di chi entrasse, ma di chiunque volesse lasciare il Belpaese: passeggeri di auto private o di pullman da turismo ai quali non solo è stato chiesto di esibire il documento per uscire dall’Italia, ma a diversi di loro il documento è stato sequestrato per una buona mezz’ora, senza motivi apparenti e con un criterio difficile da comprendere, dal momento che passaporti e carte di identità sono stati ritirati anche a signore di una certa età e dalla faccia insospettabile. L’attesa per rientrare in possesso dei documenti a molti è sembrata eterna, a me ha fatto venire in mente il film “Detenuto in attesa di giudizio”, che inizia proprio ad un passaggio di frontiera italiana, con il ritiro per “accertamenti” del passaporto del protagonista, interpretato magistralmente da Alberto Sordi. Com’è noto, dopo aver atteso a lungo la restituzione del documento, Alberto Sordi si vede arrestare perché scambiato con un’altra persona.

 Questa volta, non mi sembra ci siano stati arresti e neppure errori di identità; resta il fatto strano e inquietante che mentre dei gendarmi francesi non si è vista neppure l’ombra, e neppure di quelli spagnoli, al successivo confine tra Francia e Spagna, i poliziotti italiani si dessero un gran daffare per impedire che eventuali soggetti indesiderabili lasciassero il nostro Paese. Di che si tratta? Di misure eccezionali per dare la caccia a qualcuno? Di un servizio reso ai transalpini a garanzia della loro sicurezza interna? Di un patto che stabilisce tra italiani e francesi turni periodici di sorveglianza delle frontiere? Se così fosse, perché non esiste un analogo controllo per chi esce dalla Francia ed entra in Spagna? Sarebbe interessante avere chiarimenti in merito da parte delle autorità italiane. Diversamente, i cittadini potrebbero pensare alla subalternità dell’Italia in questa Europa dominata dal capitale finanziario e dall’egemonia franco-tedesca: lasciato solo a governare la massiccia migrazione proveniente dall’Africa, il nostro Paese deve ora farsi garante anche della sicurezza per conto terzi?

sergio magaldi   



mercoledì 16 agosto 2017

La ciliegina di Allegri





 La Juve vista Domenica sera nella finale di Supercoppa italiana è apparsa, oltre che in ritardo di forma, fisicamente e tatticamente stanca, come nell’ultimo mese di Campionato, come nella finale, persa nettamente, di Champions. È vero, d’altra parte, che a pochi giorni dall’inizio della Serie A, la squadra appare indebolita rispetto allo scorso anno, non solo per le partenze di Bonucci, Dani Alves, Lemina e Rincon, ma anche perché i nuovi acquisti, Douglas Costa e Bernardeschi, sembrano più che altro variabili non determinanti rispettivamente di Cuadrado e di Pjaca.

 Partita con fervore agonistico, dopo i primi cinque minuti la Juventus si è subito afflosciata, lasciando il dominio territoriale alla Lazio e denunciando lo stato approssimativo di molti dei suoi, soprattutto a centrocampo, dove Pjanic e Khedira tutto hanno fatto tranne che creare un filtro per ostacolare le discese dei laziali e nello stesso tempo creare palle giocabili per le punte, e in attacco dove, a fronte di un Mandzukic inguardabile e di un mai servito Higuain, ci sono stati solo gli spunti di Cuadrado e le manovre di Dybala che, così come avveniva l’anno passato, continua a partire da troppo lontano per inspiegabili motivi tattici. Eppure, proprio il campione argentino – di sicuro il migliore in campo dei bianconeri – sfruttando un calcio di rigore e tirando magistralmente a rete un calcio di punizione compiva il miracolo di pareggiare quasi al novantesimo una partita già persa.

 Restano inspiegabili i cambi effettuati da Allegri: a parte gli ultimi venti minuti di un impalpabile Bernardeschi, Douglas Costa che sostituisce Cuadrado – l’unico con Dybala a mantenere viva sino a quel momento la manovra offensiva della Juve – invece dello spento Mandzukic e soprattutto il cambio di Benatia [a mio giudizio il migliore della difesa bianconera] con l’ex-milanista De Sciglio. Mossa quest’ultima che si rivelerà strategicamente determinante per la vittoria… della Lazio, quando Lukaku, ad un minuto dalla fine del recupero, involandosi indisturbato sulla fascia [dov’era Douglas Costa?!] non trovava il collaudato Lichsteiner come ultimo ostacolo, bensì il pupillo di Allegri che il robusto difensore laziale piantava in asso, dribblandolo con facilità, per poi crossare di precisione al centro dell’area avversaria per il comodo 3-2 con cui la Lazio si è aggiudicata meritatamente la Supercoppa italiana di quest’anno.

 Insomma, è quasi superfluo ripetere quanto più volte ho detto in passato: senza un vero centrocampo di filtro e regia, la Juve non potrà mai vincere una Champions e quest’anno avrà vita dura anche in Campionato. Si continua a parlare dell’arrivo di Matuidi e/o di tanti altri illustri centrocampisti, ma a pochi giorni dall’inizio del Campionato, con le partenze di Lemina e di Rincon, la Juve in mezzo al campo appare ancora più povera.


sergio magaldi      

mercoledì 2 agosto 2017

TERAPIA DI COPPIA PER AMANTI

Diego De Silva, Terapia di coppia per amanti, Einaudi Super ET, Torino 2017, pp.288, € 12,50


 Per le letture sotto l’ombrellone, ripropongo un romanzo di un paio di anni fa, ora ripubblicato per le edizioni di Einaudi Super ET e da Mondolibri. Può risultare utile per gli amanti in astensione forzata durante le vacanze estive e costretti a riflettere sulle proprie vicende personali e familiari. Ancorché scritto in un linguaggio che, nell’intento di cavalcare il proprio tempo e di strappare qualche risata, non di rado indulge alla volgarità, il romanzo del napoletano Diego De Silva si propone come una ricerca semiseria sulla condizione degli amanti: perché stanno insieme, come gestiscono la loro relazione clandestina, che si aspettano dal futuro. Per la verità, nella narrazione di De Silva, questi interrogativi sembrano più che altro ossessionare Viviana, la donna della coppia, perché lui, Modesto, musicista di professione, dal figlio sveglio e dal padre impossibile, sembra più che altro aver bisogno di viverlo l’amore con Viviana, senza bisogno di farsi tante domande.

 Che le cose non stiano come le vorrebbe Modesto si percepisce già dalle prime righe del libro: “Se pensate che gli amanti siano partigiani della felicità; gente abbastanza disillusa da aver capito che l’unico modo per resistere all’andazzo mortifero della vita matrimoniale sia farsene un’altra in cui negare ideologicamente le norme vigenti della prima, e dunque abolire ogni ruolo, ogni dovere, ogni ambizione di stabilità in nome di un unico fine superiore (il solo che poi conta veramente), quello di vedersi quando si ha voglia senza aspettarsi dall’altro più di quanto ti dà; bene se è questo che pensate, allora lasciate che vi dica che non avete la minima idea di cosa state parlando” [p.3, ed. Mondolibri]. Insomma, è del tutto illusorio pensare che l’amante sia “un fazzoletto di terra a statuto speciale dove abbandonarti ai tuoi desideri più essenziali, provvisoriamente esentato dalle rotture di coglioni che ti ammorbano l’esistenza quotidiana. Tu, lei e niente più”.

 A lasciarci intravedere come stiano realmente le cose, ci viene in soccorso Viviana, quando è il suo turno di parlare [i due amanti si alternano nel romanzo in quello che di fatto è un simbolico rivolgersi ai lettori]: “Ma con quest’uomo, accidenti, non so davvero cosa mi prende. Mi si è ribaltato tutto. Non ho più convinzioni, punti fermi, principi […] Lo voglio e non lo voglio, lo esalto e lo demolisco, lo cerco e lo allontano, lo scaccio e lo riconvoco[…] La verità è che mi sento sua, vergognosamente  sua, mentre lui, che pure mi ama, di me potrebbe anche fare senza […] Tre anni che la nostra storia va avanti, e non un segno di miglioramento. Combatto ogni giorno con la mia dipendenza, m’illudo che prima o poi riuscirò a superarla o perlomeno a inglobarla nelle attività che m’impegnano il tempo ma non c’è verso, non ne vengo fuori, sono invischiata in questo amore doloroso e non ce la faccio più a reggere la doppia vita, perché alla fine di questo si tratta […] Certo, non è stato sempre così. All’inizio tutto è facile, fattibile […] La leggerezza dei primi mesi è incantevole […] Poi un giorno qualcosa s’inceppa […] Inizi a pensare a lui continuamente, ossessivamente. Ti manca […] Perché se ne va?, ti chiedi. E non te l’eri mai chiesto. Perché torna a casa da sua moglie? Cosa ci fa con lei?” [pp.14-17].

 Così, ad un certo punto, arriva la telefonata di lei, sull’orlo di una crisi di nervi, a casa di lui, alle quattro del mattino [o di notte, secondo il punto di vista] e se non fosse per la complicità di Eric, il figlio di Modesto che ignora la relazione di suo padre, ma ha subito intuito di che si tratti, tutto sarebbe scoperto e i due amanti non sarebbero più clandestini. E, nei giorni seguenti, le interminabili discussioni tra lui giustamente risentito e lei che gli rimprovera la sua insensibilità, sino al punto di trascinarlo in una terapia di coppia. E qui tra la messa in questione, se non in ridicolo, del trattamento psicoanalitico, per le umane debolezze del terapeuta, e in una girandola di citazioni musicali, si consuma il futuro della coppia: “Ho riflettuto molto in questi giorni – dice Viviana a Modesto – e ho capito un po’ di cose. Per esempio che tu sei fatto così. Che ho sbagliato a trascinarti in analisi. Che non possiamo affidare a qualcun altro la soluzione dei nostri problemi. Che dobbiamo fare da noi. E non so se saremo in grado. Quello che devi sapere è che potrei andarmene da un giorno all’altro, quando meno te lo aspetti”.

 Pur nei limiti cui è affrontata la materia, l’autore ha l’abilità di cogliere una certa psicologia dell’amante femmina: il suo carattere lunare, romantico e minaccioso; e una psicologia altrettanto parziale dell’amante maschio, dall’atteggiamento intriso di edonismo e di superficialità, anche quando ama. In conclusione, il romanzo descrive con una certa efficacia gli innumerevoli problemi della “condizione amante”, complicata dall’idea illusoria e ossessiva che per far cessare ogni malessere tra gli amanti basterebbe trasformare la relazione clandestina in un secondo matrimonio.


sergio magaldi  

martedì 25 luglio 2017

Prima uscita della Juve e mercato bianconero




 I tifosi juventini si saranno chiesti il perché delle scelte di Allegri nella prima uscita della stagione. Partita amichevole sino ad un certo punto perché compresa tra le gare della International Champions Cup. Nel primo tempo la Juve B rimedia una brutta figura contro il Barcellona A e soccombe per due reti a zero, nel secondo tempo la Juve A riequilibra il gioco e segna un goal contro il Barcellona B, rafforzato da Suarez. Ancorché bizzarra, la decisione dell’allenatore bianconero sullo schieramento iniziale riflette la sua personalità: non potendo avere sotto gli occhi i sudamericani che, tuttavia si sono allenati con un suo collaboratore direttamente negli USA, Allegri ha deciso il loro ingresso in campo solo a secondo tempo inoltrato. Ne ha sofferto lo spettacolo o meglio, nel primo tempo a fare spettacolo sono stati solo un incontenibile Neymar, autore della doppietta, il solito Messi e gli altri giocatori catalani. D’altra parte, non era difficile prevedere quanto sarebbe accaduto nel primo tempo: schierata con il 4-2-3-1 che di fatto si è risolto in un 4-5-1, la Juve con cinque centrocampisti [Marchisio, Khedira, Lemina, Sturaro e Bentancur], incapaci di fare filtro per contenere gli avversari e al tempo stesso poco portati ad appoggiare l’unica punta, è stata dominata e costretta quasi sempre nella propria area.

 Intanto, si sono visti sul campo, sia pure in momenti diversi, i quattro nuovi acquisti bianconeri. Più convincente di tutti il portiere polacco destinato, almeno per quest’anno, a fare la riserva di Buffon. Quanto agli altri: per De Sciglio nulla di nuovo sotto il sole, con i pregi e i difetti di sempre, ma non si pretenda ora, anche se Allegri sembra stravedere per lui, che l’ex-milanista sia il sostituto di Dani Alves. Bentancur ha lasciato intravedere qualcosa, ma solo in fase offensiva e non è certo il centrocampista-regista di cui la Juve ha bisogno. Quanto a Douglas Costa, poco si può dire di lui; schierato a sinistra, si è distinto per passaggi per lo più velleitari, ma sembra appesantito nel fisico e il giudizio non può che essere rimandato. Se è stato preso in prestito per vendere Cuadrado, occorre tuttavia tenere presente qualche cifra. Tra Campionato e Champions nella scorsa stagione, l’ex del Bayern Monaco di Ancelotti  ha segnato qualche goal in più, ma ha fatto un terzo degli assist del colombiano. Naturalmente, nella notte dello scorso Sabato non era della partita Bernardeschi, il quinto recente acquisto della società bianconera, sul quale, almeno per ora, i tifosi giustamente sospendono il giudizio. Il timore è che l’ex-fiorentino, al quale si dice verrà fatta indossare la prestigiosa maglia n.10, sia la scommessa della Juve per sostituire Dybala, dalla cui cessione al Barcellona, il club ricaverebbe tre volte la somma spesa per l’acquisto di Bernardeschi [120 milioni contro 40]. Ipotesi divenuta quanto mai attuale dopo la notizia di mercato che il Paris Saint Germain pagherebbe i 220 milioni della clausola che trattiene Neymar al Barcellona. Allegri rassicura i tifosi che l’argentino rimarrà alla Juve, ma chi non ricorda che una ventina di giorni fa l’allenatore juventino si espresse nella stessa maniera a proposito di Bonucci?

 Insomma, per i tifosi bianconeri, dopo le partenze di Dani Alves e Bonucci [che sembrava destinato a diventare una bandiera juventina], c’è il pericolo di vedere Douglas Costa e Bernardeschi sostituire Cuadrado e Dybala, con un saldo che farebbe felici solo le casse societarie con un attivo di oltre cento milioni [circa 150 milioni per le cessioni contro i 40 per l’acquisto di Bernardeschi e i 5-6 per il prestito di Douglas Costa]. Almeno questi soldi servissero per l’acquisto del grande centrocampista, anzi dei due grandi centrocampisti di cui si parla inutilmente almeno da un paio d’anni. Mancati acquisti che a mio giudizio sono tra le cause che hanno determinato l’ennesima sconfitta della Juve nella finale di Champions.


sergio magaldi 

giovedì 13 luglio 2017

IL MITO DEL POTERE TRA ORIENTE E OCCIDENTE




 Pubblicato da Einaudi, esce nell’edizione italiana l’ultimo romanzo di Orhan Pamuk, il grande scrittore turco, già Nobel per la letteratura. “La donna dai capelli rossi”, questo il titolo del libro, narra la vicenda di Cem – studente, libraio, guardiano di orti, apprendista cavapozzi, ingegnere geologico e infine ricco imprenditore – tra gli anni Ottanta dell’ultimo secolo e il primo decennio del nuovo, nello scenario di una Turchia che ha vinto la sfida dello sviluppo economico, ma che resta perennemente divisa tra l’anima europea e lo spirito profondamente radicato nella tradizione e nella cultura mediorientale. Non si tratta, tuttavia, di ripercorrere lo sviluppo di Öngören, da piccolo villaggio popolato di cavapozzi o cercatori d’acqua, a periferia di Istambul; né di intrattenere i lettori su una storia d’amore, come il titolo del romanzo farebbe supporre. Pamuk, con la consueta efficacia narrativa, affronta piuttosto il tema dell’eterno conflitto tra padre e figlio. E lo fa alla luce di due tradizioni: quella greca e occidentale rappresentata dall’Edipo re di Sofocle e quella persiana e orientale tratta dal Libro dei re di Firdusi [935-1020]. Due modalità opposte di risolvere tragicamente il medesimo conflitto.
                                                                


Orhan Pamuk, La donna dai capelli rossi, Einaudi, Torino, 2017


 Ancora adolescente, Cem è abbandonato dal padre, arrestato dalla polizia per la sua militanza comunista. Una volta liberato, suo padre finisce col disinteressarsi del figlio e della famiglia. Costretto a guadagnare qualcosa per aiutare sua madre, Cem, ormai diciassettenne, accetta di seguire come apprendista mastro Mahmut Usta, che si reca a Öngören  per scavare un pozzo e trovare l’acqua. Qui il ragazzo vede per la prima volta la donna dai capelli rossi, un’attrice del teatro itinerante delle leggende educative, molto più grande di lui, e se ne innamora. In una calda notte di luglio del 1986 per la prima e unica volta Cem fa l’amore con lei. È a questo punto che s’incrociano le due antiche leggende: quella di Edipo e di Laio, che Cem aveva letto in un compendio di un anno prima, restandone affascinato, e che racconterà a Mahmut, e quella di Rostam e di Sohrab che egli vede rappresentata a teatro dagli attori della compagnia della donna dai capelli rossi.

 Tra Cem e mastro Mahmut Usta si instaura ben presto un rapporto che va ben oltre quello di apprendista e maestro. Talora è Cem a paragonarlo a suo padre:
 “Quel giorno mi alzai per controllare la cena sul fuoco e vidi che Mahmut Usta si era addormentato, sdraiato per terra; allora osservai con attenzione quella creatura distesa al suolo e, come facevo da piccolo con mio padre, ne esaminai le lunghe braccia e gambe, immaginando che lui fosse un gigante e io un lillipuziano, come nel mondo di Gulliver” [p.34, ed. mondo libri]. Altre volte è Mahmut a vagheggiarlo come figlio: “il mio mastro era mio padre, – replicava con tono didattico – Se sarai un bravo apprendista, diventerai come un figlio per me”[p.43]. Ecco delinearsi due diverse prospettive che da sempre alimentano il contrasto padre-figlio: da una parte il figlio vede nel padre colui che lo proteggerà, senza limitarne la libertà di azione, dall’altra il padre vede nel figlio colui che dovrà ascoltarlo ed ubbidirgli, senza mai ribellarsi. Libertà e autorità si scontrano, non diversamente da come avviene nella dialettica di servo e padrone, descritta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito.  

 Nel proseguire la narrazione, Pamuk sembra implicitamente domandarsi se Edipo, che uccide inconsapevolmente il padre Laio, e Rostam che altrettanto inconsapevolmente uccide il figlio Sohrab, siano innocenti perché “non sanno” oppure se la loro colpevolezza prescinda dalla loro coscienza. Insomma siamo o no responsabili del nostro inconscio? Com’è noto, Edipo uccide Laio, re di Tebe, in combattimento, senza sapere che è suo padre e, divenuto nuovo re di Tebe, sposa altrettanto inconsapevolmente sua madre Giocasta, da lei generando figli. La collera divina che sottoforma di peste si abbatte sulla città rende infine Edipo tragicamente consapevole del parricidio e dell’incesto. Nella leggenda iraniana, Rostam, eroe persiano, giunge alla città di Semengan per ritrovare il destriero che gli è stato rubato. Il re gli offre il proprio sostegno per ritrovare il cavallo e gli offre ospitalità. Durante il soggiorno a corte, Rostam s’innamora di Tehmineh, l’unica figlia del re, e la sposa. Costretto a ripartire per la guerra, Rostam dona a Tehmineh un prezioso e originale bracciale di onice, facendosi promettere che, se durante la sua assenza, le nascerà un figlio, questi indosserà il bracciale, senza più levarselo, perché lui possa riconoscerlo in qualsiasi momento. Sohrab, il figlio di Rostam e Tehmineh, benché sia ancora adolescente, si mostra un valoroso guerriero e, attirato in un tranello dai nemici suoi e di suo padre, sfida inconsapevolmente Rostam. Il combattimento tra i due si protrae a lungo e Sohrab si mostra generoso col suo avversario e gli offre ancora un’opportunità, proprio quando ha la possibilità di impartirgli il colpo mortale. Non altrettanto generoso si dimostra Rostam quando, ripreso il combattimento, sarà lui ad avere a disposizione il colpo risolutivo. Prima di morire Sohrab grida al suo avversario che suo padre Rostam giungerà a vendicarlo. Rostam impallidisce e subito dopo si dispera quando vede il gioiello di onice, che aveva regalato alla sposa, al braccio del figlio.

 Naturalmente, Pamuk si guarda bene dal rispondere al tacito interrogativo circa le responsabilità di Edipo e di Rostam, preferendo piuttosto soffermarsi sul contrasto tra le due tradizioni: ad Occidente a vincere è il figlio, il nuovo che avanza, ma sbarazzarsi del proprio passato significa essere incapaci di vedere il proprio futuro, equivale cioè ad accecarsi, proprio come capita a Edipo, sconvolto dal rimorso per aver ucciso il padre. Ad Oriente a vincere è il padre che, come un despota orientale, impedisce al nuovo di affermarsi, e al tempo stesso si condanna alla ripetizione e alla solitudine, proprio come Rostam, trasformatosi volontariamente in eremita dopo l’uccisione del figlio.

 Nel narrare le vicende di Cem, Orhan Pamuk utilizza entrambe le leggende, ma ad ognuna toglie o aggiunge qualcosa, finendo poi per scegliere, da cittadino turco che guarda verso Occidente, il figlio [Edipo] rispetto al padre [Rostam]. La colpa di Cem consiste nel ripetere la colpa di suo padre, con l’abbandono al proprio destino di colui che, in quel frangente della sua vita, ai suoi occhi è il sostituto del padre naturale. Tuttavia, a differenza di Edipo, egli è ben consapevole delle responsabilità della sua scelta. L’elemento inconscio gioca invece a suo favore laddove, entra in scena il femminile, ma qui non c’è incesto vero e proprio, bensì soltanto una ulteriore identificazione inconsapevole con il padre reale e una altrettanto inconsapevole “appropriazione” di ciò che al padre è appartenuto.

 In conclusione, nel romanzo, il mito del V sec. av. Cristo si coniuga con quello più recente della tradizione orientale – dove è assente peraltro la componente sessuale e incestuosa – secondo un’interpretazione vicina a quella che Fromm dette del cosiddetto complesso edipico, con in più l’ammissione implicita da parte di Pamuk che del guardiano della soglia [l’inconscio] siamo pur sempre responsabili noi stessi. Com’è noto, le tre maggiori, possibili interpretazioni del mito riguardano: 1) La supremazia del destino in tutte le vicende umane. 2) L’interpretazione freudiana circa il desiderio incestuoso verso il genitore dell’altro sesso che porta il soggetto ad identificarsi col genitore del suo stesso sesso e a volersene inconsciamente liberare. 3) La tesi del conflitto generazionale, che spinge il figlio a ribellarsi al padre che, ai suoi occhi, rappresenta la società che lo priva di ogni forma di potere. In proposito, in “Il linguaggio dimenticato”, Erich Fromm si domanda: “È giustificata la conclusione di Freud secondo la quale questo mito conferma la sua teoria che inconsci impulsi incestuosi e il conseguente odio contro il padre-rivale sono riscontrabili in tutti i bambini di sesso maschile? Invero sembra di sì, per cui il complesso di Edipo a buon diritto porta questo nome. Tuttavia, se esaminiamo più da vicino questo mito, nascono questioni che fanno sorgere dei dubbi sull’esattezza di tale teoria. La domanda più logica è questa: se l’interpretazione freudiana fosse giusta, il mito avrebbe dovuto narrare che Edipo incontrò Giocasta senza sapere di essere suo figlio, si innamorò di lei e poi uccise suo padre, sempre inconsapevolmente. Ma nel mito […] l’unica ragione  che viene data del loro matrimonio è che esso comporta la successione al trono […]. Ma siamo almeno in grado di formulare una ipotesi e cioè: che il mito può essere inteso come simbolo non dell’amore incestuoso tra madre e figlio, ma della ribellione del figlio contro l’autorità del padre nella famiglia patriarcale; che il matrimonio tra Edipo e Giocasta è soltanto un elemento secondario, soltanto uno dei simboli della vittoria del figlio che prende il posto di suo padre e con questo tutti i suoi privilegi. La validità di questa ipotesi può essere verificata coll’esame del mito di Edipo nel suo complesso, specialmente nella versione di Sofocle contenuta nelle altre due parti della trilogia, Edipo a Colono e Antigone”.   


sergio magaldi

mercoledì 5 luglio 2017

FANTOZZI DI STATO




 Nel rendere omaggio al grande attore che se n’è andato, giova ricordare ciò che i media hanno sottolineato in questi giorni: come Vittorio Gassman, come Alberto Sordi, scomparsi prima di lui, Paolo Villaggio ha il grande merito di aver portato sullo schermo aspetti riconoscibili del carattere italiano, ancorché esasperati dall’esigenza dello spettacolo e della comicità. Tuttavia, se di Gassman e più ancora di Sordi ricordiamo la vasta gamma di personaggi, talora persino eleganti, in cui l’italiano può rispecchiarsi e ridere volentieri di se stesso, Paolo Villaggio, con la maschera di Fantozzi [il cui nome è spesso e non a caso storpiato in “Fantocci”] ci consegna un prototipo unico, plebeo e immodificabile, capace di resistere al tempo attraverso una comicità esistenziale ai confini del dramma, condizione che non fatichiamo ad evocare nei confronti degli altri, ma che troviamo il coraggio di riferire a noi stessi solo se si tratta di scherzare. Il fatto è che nell’universo di Fantozzi c’è un accanimento del destino che male si concilia con l’innato senso di libertà di ogni essere umano e la sua aspirazione ad essere, per così dire, “padrone della situazione”. Al contrario, dove tutto sembra congiurare contro, sino al paradosso che suscita la risata, noi riconosciamo immediatamente una “situazione fantozziana”. E non è solo la nuvoletta personale dell’impiegato finalmente in vacanza, quando tutt'attorno splende il sole, ma è soprattutto l’abisso insondabile tra il destino e le aspirazioni, tra ciò che si presume di sé e la realtà dei fatti.

 Come non pensare al “Fantozzi nazionale”, nei giorni in cui scompare il suo creatore e al tempo stesso si consuma l’ennesima tragicomica vicenda legata ai migranti?

 La voce dello Stato era stata ferma e risoluta e più o meno aveva tuonato: “Alle navi che non battono bandiera italiana non sarà più consentito l’approdo nei porti italiani con il loro carico di migranti”. Parole importanti, forse dette senza pensarci troppo, ma gravide di conseguenze. Credevamo davvero che l’effetto sarebbe stato l’aprirsi all’accoglienza dei porti francesi e spagnoli alle navi non italiane cariche di migranti? E se non lo credevamo a quale scopo abbiamo pronunciato quella sorta di ultimatum che finirà per renderci ridicoli? Nello stesso giorno del pronunciamento, una torpediniera inglese approdava tranquillamente in un porto italiano col suo carico di “fratelli” africani. Ve la immaginate davvero una nave di migranti cui sia impedito l’attracco nei porti italiani e costretta a vagare per il Mediterraneo alla ricerca di un approdo alternativo e a rischio di epidemie? Quanto potremmo resistere, prima di riaprire i porti, alla tirata d’orecchie di Eurogermania, alle minacce di castigo per i nostri bilanci, e alle pressioni di chi ha investito nel traffico le proprie risorse?

 Come non bastasse, in queste stesse ore, manco a farlo apposta, dall’Inps ci arriva una lezione di verità e di vita: senza i contributi dei migranti, l’Istituto non potrebbe più a lungo pagare le pensioni degli italiani: “Come è buono lei!”, avrebbe detto Fantozzi.


sergio magaldi   

sabato 1 luglio 2017

ROMA e JUVENTUS: mercato inquietante delle due italiane di Champions




 Se la squadra giallorossa sta affrontando il mercato con una logica sin troppo chiara ed evidente, ancorché poco rassicurante per i propri tifosi, la Juventus, stando almeno alle voci di mercato più accreditate, sembra muoversi in una prospettiva a dir poco incomprensibile.

 La Roma aveva l’esigenza di rientrare entro il 30 giugno col fair play finanziario imposto dalla FIFA, e la vendita di Salah, il suo migliore attaccante, è stata spiegata con la necessità di fare mercato del giocatore con la valutazione più alta. Nulla di più falso, perché oltre a non riconfermare il portiere polacco, la società, prima ancora dell’ultimo giorno di giugno, ha venduto Paredes e Manolas [il greco per ora rifiuta il trasferimento ma vedrete che alla fine sarà costretto a cedere o più probabilmente andrà all’Inter o in Premier League] allo Zenit di Mancini e, prestando fede alle voci di mercato dell’ultima ora, ha appena ceduto Rudiger al Chelsea e Mario Rui al Napoli e la situazione di Nainggolan si fa problematica, con il mancato rinnovo del contratto e la contemporanea dichiarazione societaria che il giocatore sarà ceduto solo se sarà lui a chiederlo. Insomma, smentendo le dichiarazioni degli stessi dirigenti, la Roma si sta proponendo come il maggior supermercato della serie A. Smantellata la difesa,  in bilico il centrocampo e privato l’attacco della forza propulsiva che nello scorso campionato ha permesso a Dzeko di segnare tanti goal, la squadra giallorossa non solo non rafforza l’organico in vista della Champions cui, per i propri meriti, parteciperà direttamente, ma affida al neo allenatore Di Francesco una rosa completamente rivoluzionata nella speranza che egli sappia rinnovare le imprese del Sassuolo di qualche anno fa. In tutto questo c’è però una logica: disfarsi dei giocatori più richiesti per sostituirli con altri pagati un terzo di quelli venduti, con ciò diminuendo fortemente anche il peso degli ingaggi e poco preoccupandosi se tra gli acquisti a basso costo c’è anche chi deve sottoporsi ad un intervento per “ripulire” il menisco. Il tutto ubbidisce ad una logica elementare: la proprietà non è in grado di fare investimenti e “tira a campare” per risanare il bilancio e nell’attesa problematica di costruire il nuovo stadio.

 Del tutto diverso il caso della Juventus, che nell’anno calcistico appena concluso ha fallito per l’ennesima volta la finale di Champions [vedi in proposito il post La Juve di Champions e le ragioni di una sconfitta], ma che sembra non aver tratto alcun insegnamento dalla lezione ricevuta dal Real Madrid che l’ha soverchiata a centrocampo. Che fa la Juve? Invece di dare la caccia ad un paio di grandi centrocampisti, l’uno in grado di proporsi come regista, l’altro di “fare filtro”, va in cerca di giovani di belle speranze e soprattutto di esterni: Danilo, una riserva del Real Madrid, per rimpiazzare il partente Dani Alves e, a quanto si dice, Bernardeschi che al momento è solo la promessa di un campione e che, a mio parere, non è l’esterno in grado di sostituire Cuadrado, il colombiano determinante per il gioco offensivo dei bianconeri nelle ultime due stagioni. Senza contare che il fiorentino costa il doppio di Keita che non è più solo una promessa e che vuole la Juve, ma che la società bianconera sembra tenere furbescamente in standby, per pagarlo il meno possibile. Ma gli aspetti ancora più inquietanti di questo mercato della Juve, stando sempre alle voci, sono la probabile cessione di Alex Sandro per una somma che permetterebbe l’acquisto di Danilo e Bernardeschi e, udite, udite, la cessione di Cuadrado al Milan in cambio di De Sciglio [evidentemente un vecchio pallino di Allegri, di quando allenava i rossoneri]! Non riesco a trovare una logica in tutto ciò, perché a differenza di quanto accade per la Roma, qui non ci sono ragioni di bilancio né intimazioni della FIFA a giustificare l’indebolimento di un organico prestigioso che ha fallito di un soffio l’obiettivo europeo, non per la “maledizione” che accompagnerebbe la Juve di Champions, ma unicamente per la responsabilità di chi ha sottovalutato l’importanza del gioco di centrocampo, e ha utilizzato un modulo di gioco a dir poco dispendioso e solo in apparenza offensivo, con i tanti attaccanti costretti a correre a tutto campo. 


sergio magaldi

domenica 25 giugno 2017

FUNZIONI E SIMBOLI DELL'INCONSCIO [Parte seconda]





 Se Plutone è l’inconscio, il segreto di ciò che è custodito nelle profondità ctonie e della nostra psiche, se in altri termini è un simbolo di morte per ciò che nasconde alla vista e alla coscienza, Venere, al contrario, rappresenta la vita, l’amore e la bellezza della manifestazione: vincitrice, perché capace di vincere anche sulla morte, genitrice perché è dal desiderio e dall’attrazione che ogni cosa nasce nell’universo. Così la celebra il poeta latino Lucrezio nell’invocazione che apre il suo De Rerum Natura:

Aeneadum genetrix,hominum divomque voluptas, alma Venus, caeli subter labentia signa quae mare navigerum, quae terras frugiferentis concelebras, per te quondam genus omne animantum concipitur visitque exortum lumina solis:
te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli
adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus
summittit flores, tibi rident aequora ponti
placatumque nitet diffuso lumine caelum…

 
Madre della stirpe di Enea, che il desiderio susciti
negli uomini e negli dei, alma Venere,
tu che rendi navigabile il mare con celesti segni,
e rechi alla terra abbondanti messi,
tu che causi la vita d’ogni essere animato
che nascendo si rallegra dei raggi del sole:
te, dea, fuggono i venti,
dileguano le nubi del cielo al tuo apparire,
per te la terra lucente fa spuntare fiori,
per te la distesa del mare sorride e brilla di luce splendente il cielo sereno…”
[la traduzione è mia]

 L’energia di Venere che induce uomini animali e piante a riprodursi e a godere di tutto ciò che di bello e di sublime offre l’esistenza e che al tempo stesso è simbolo della natura, della giovinezza e della primavera, ha la sua anima nella dea della mitologia classica e la sua veste fisica nel pianeta o corpo celeste più luminoso e primo a nascere [apparire] il mattino. Ésperos, Eosfóros, Fosfóros o portatrice di luce è stata volta a volta chiamata questa “stella” che, oltre alla luminosità, offre altri elementi a coglierne gli aspetti animici e le analogie astrologiche. È il pianeta più vicino alla Terra e dunque il più visibile ed è capace di riflettere circa il 70% della luce che riceve dal Sole. L’albedo di Venere, infatti, ovvero il suo potere riflettente è il più elevato dell’intero sistema solare. Venere è avvolta in una fitta coltre di nubi, che ostacolano la penetrazione della luce del Sole all'interno e la riflettono invece all'esterno, rendendola, oltre che splendente e luminosa, capace di un “effetto serra” che porta sul pianeta la temperatura in superficie a circa 475°centigradi. "La dea", allorché si libera delle vesti (la fitta coltre di nubi), suscita l’ammirazione “magica” di chi la guarda, ma l’effetto serra che produce il suo corpo genera non solo il calore della passione, ma può anche determinare il paradosso della follia.

 Non vorrei essere frainteso. È chiaro che gran parte dei significati che l’astrologia attribuisce a Venere derivino dai miti collegati alla dea ed è altrettanto vero che tali significati siano la proiezione fantastica che il corpo celeste, ovvero la sua veste fisica, ha generato nella psiche umana sin dai primordi e che la tradizione ha successivamente contribuito ad implementare. Naturalmente, non si tratta di miti isolati, perché vanno sempre considerati in relazione alla complessa mitologia degli altri dei-pianeti e/o luminari ed alla particolare posizione che ciascuno di tali corpi celesti occupa nello spazio.

 La polarità di Amore e Morte, rappresentata dall'incontro di Venere e Plutone, può essere stimolante ma può anche condurre sino all'ossessione sessuale: da una parte il desiderio di emozioni e di estroversione di Venere, dall'altra l'istinto introverso e indagatore di Plutone che spinge a cercare in ogni donna la Femmina primordiale e assoluta, la Grande Madre che è insieme vita e morte. La tensione può essere attenuata con uno spostamento dell'eros dalla sessualità alla creazione artistica o all'ascesi mistica, ma perché ciò avvenga, è necessario un vero e proprio viaggio iniziatico. Ricompare qui il rapporto tra l'anima e l'incon­scio, tra Persefone e Plutone, come nel mito rivissuto dall'iniziato di Eleusi.

 Nella configurazione Plutone-Saturno-Marte è facile comprendere come il dia­logo risulti difficile o addirittura impossibile. Saturno protegge l'io  e la forma, impedendo che i contenuti rimossi, rappresentati da Plutone possano filtrare. Nel migliore dei casi il risultato è la più completa cristallizzazione dell'io, la sua sclerosi e il suo annullamento. Se tra i due interviene anche Marte, principio dinamico dell'azione, il risultato sarà l'inutile tentativo di rompere la cristallizzazione attraverso un attivi­smo tutto esteriore e poco interiorizzato, con il risultato della frustrazione e di un'azio­ne distruttiva verso se stessi. Di fronte ad una simile trama dell’inconscio-destino, non resta che attivare la forza di Marte o quella del Sole o di un pianeta altrettanto potente, capace di costringere Plutone e Saturno al dialogo, almeno sino a quando la tensione non si sia alleggerita in virtù di una parziale conoscenza di se stessi.

 Il tema della discesa agli inferi e del contatto con la zona oscura della coscienza era presente in ogni antica iniziazione. Nei Misteri di Dioniso, l'iniziato lasciava addirittura che il rimosso filtrasse alla luce del sole e nell'ebbrezza del delirio, reso più facile dalla musica e dal vino, sperimentava la totalità delle proprie energie.

 Nelle Baccanti”, Euripide ci rappresenta il delirio dionisiaco delle origini. La tragedia è altrettanto illuminan­te nel presentare l'indomabile e divina forza dell'inconscio. Ecco come Tiresia parla di Dioniso: 

 “ […] E questo dio è anche profeta. Perché il furore bacchico e il delirio hanno virtù profetica. E quando il dio entra negli uomini a grande impeto, li dissenna e predicono il futuro” (“Il Teatro greco”, Sansoni, Firenze, 1970, p.1017). Allorché Penteo cattura Dioniso, si svolge tra i due questo interessante dialogo:
Dioniso: L'ho visto [Zeus]faccia a faccia e mi ha trasmesso i riti e i misteri.
Penteo: Che riti sono e quale è la forma ch'essi hanno per te?
Dioniso: Sono dei riti su cui vige il silenzio: nessuno che non sia iniziato può conoscerli.
Penteo: E quale bene ne ha chi li celebra?
Dioniso: A te non si può dire, ma è un bene che un uomo deve farne esperienza”. (cit. p. 1022).

 Inutile, d'altra parte, è la pretesa di Penteo di ignorare il dio e le forze che egli rappresenta. Avrà un bell'ordinare alle guardie: "E voi andate a chiuderlo nelle stalle qui accanto, perché veda solo il buio e la tenebra!” (p.1024). L'inconscio non si può incatenare. Ben presto Dioniso si libera: "In questo io l’ho beffato, ch'egli credeva d’incatenarmi ma non mi ha sfiorato, non mi ha toccato, la sua è stata un'illusione” (p. 1027).

 Dioniso è figura centrale anche nei Misteri Orfici. Solo che la prospettiva è qui capovolta. Dioniso non è più la rappresentazione gioiosa della vita nel dispiegamento totale degli istinti e delle energie. Nella teologia orfica, egli è Zagreo, il lacerato, creatura infera nata da Zeus e da Persefone. La totalità uomo-dio si è nuovamente frantumata. Aizzati da Era, eternamente gelosa di Zeus, i Titani hanno fatto a pezzi il dio e lo hanno divorato. Dal cuore sottratto al banchetto, Zeus forma un altro Dioniso, poi fulmina i Titani. Dalla cenere dei Titani, nascono gli uomini, in cui l'elemento dionisiaco e spirituale della luce e del bene si fonde con quello titanico e materiale dell'oscurità e del male.

 sergio magaldi


mercoledì 21 giugno 2017

FUNZIONI E SIMBOLI DELL'INCONSCIO [Parte prima]



 Nell'articolo “Das Unbewusst” ("L'Inconscio") del 1915, Freud dichiara che i con­tenuti dell'inconscio sono sostitutivi di pulsioni che non possono divenire oggetto di coscienza. Pertanto, le rappresentazioni inconsce sono organizzate in fantasmi [dal greco φάντασμα, phàntasma, apparizione] o trame immaginarie alle quali le pulsioni si fissano e che pos­sono essere concepiti come "vere messe in scena del desiderio". In tale prospettiva, il contenuto dell'inconscio è assimilabile a ciò che è stato rimosso, con in più, osser­va Freud, "un nucleo originario di contenuti filogenetici", cioè di quell’esperienza accumulata nel corso del tempo, che siamo soliti denominare inconscio collettivo.
 Gli antichi possedevano già il concetto di inconscio. Lo chiamavano Heimarmene cioè fatalità o destino e il loro modo di cercare di com­prenderlo divenne poco a poco, non ancora il lettino dello psicoanalista, ma il tema natale tracciato con gli strumenti dell’astrologia giudiziaria. Il problema che si poneva era se l'uomo potesse conoscere il proprio desti­no e, una volta conosciutolo, se gli fosse possibile mutarlo nei suoi aspetti più drammatici. Per altro verso è ciò che avviene ancora oggi dallo psicoanalista: portare alla luce il rimosso generatore di nevrosi e vedere se ciò possa servire a lenire il dolore della persona.
 Jung, al quale va il merito di aver ampliato il concetto freudiano di inconscio, sottolinea la quasi totale identificazione di inconscio e destino. In “Psicologia e Al­chimia” egli osserva che, quando parliamo del nostro destino, mettiamo in campo una volontà che non coincide con quella dell'io e, poiché tale volontà si oppone all'io, noi vi scorgiamo un potere divino o infernale, a seconda dei casi.
 Nella tragedia greca, il mito, quale archetipo universale, è la chiave che ci consente di entrare nella psiche dei personaggi e di cogliere il filo che sorregge la trama di tutte le loro azioni. La stessa guerra tra gli dei - che i miti raccontano - è finalmente intesa come la guerra che gli individui combattono con loro stessi. La cieca fatalità che spesso sembra dar corso agli eventi, secondo il principio che le colpe dei padri ricadono sui figli, si colora infine di senso. Liz Greene, la nota psicoanalista e cultrice di astrologia afferma che, per com­prendere il tema natale di un singolo, occorre tracciare la carta di nascita dei suoi genitori e che forse non basta, perché bisognerebbe anche conoscere il tema natale degli antenati. (L.Greene, The Astrology of Fate,1984, trad.it., “Astrologia e Destino”, Armenia, Milano 1995, pp.98-132). Quale il significato di tale affermazione? Lo psicoanalista-astrologo e ricercatore è convinto che il proprio paziente sia vittima, oltre che dei suoi, anche dei conflitti inconsci rimasti irrisolti nei genitori e nella famiglia d’origine.
 È interessante osservare che per secoli l'astrologia giudiziaria ha considerato simboli privilegiati per l'ascolto dell'inconscio il luminare della Luna e, in particolare, Lilith, la sua zona oscura, talora erroneamente identificata con la Luna Nera. Né, d'altra parte, erano noti altri simboli spazio-temporali per descrivere l'inconscio. In proposito, occorre appena accennare che sulla stessa esistenza fisica della Luna Nera si continua ancora a dubitare, tanto che è stata spesso diversamente interpretata: 1. Come Luna non visibile o Luna nuova al momento della sua congiunzione col Sole (Ecate o Artemide dei Greci); 2. Come secondo satellite della Terra, scoperto nel XVII Secolo dal gesuita Giovanbattista Riccioli e con un passo giornaliero di 3 gradi, ma di cui l'esistenza non è stata ancora accertata; 3. Come un punto fittizio dell'orbita lunare.
 Che la Luna rappresenti simbolicamente il femminile, la fantasia, il sogno, l'immaginazione è perfettamente accettabile; che l'inconscio possa essere identificato col simbolismo lunare è altamente improbabile. Dane Rudhyar ha chiaramente dimostrato che è proprio la dinamica Saturno (l'io, la forma) - Luna (l'energia vitale) a rendere conto del nostro io cosciente. (Dane Rudhyar, “Astrologia della personalità”, trad.it., Roma, 1986, pp.205-209). Inoltre, la Luna è talmente veloce nello spazio che male rappresenta un contenuto psichico così fortemente cristallizza­to quale l'inconscio, la cui trasformazione richiede un processo lentissimo, addirittura generazionale, prima di poter avvertire un significativo mutamento. 

 Occorre tuttavia riconoscere che la figura di Lilith-Ecate è presente tanto nella mitologia ebraica che in quella greco-romana con la funzione di rappresentare gli istinti più riposti della personalità, ma a parte il dubbio sul potersi giovare di un suo corrispettivo fisico nello spazio, resta – questo simbolo – anche solo come concetto, un po' troppo angusto per una reale connotazione dell'incon­scio. Né appare convincente l'idea di un inconscio rappresentato come controparte di polarità sessuale. Il ruolo di con­troparte sembra più che altro spettare all'Anima per l'uomo e all’Animus per la donna. E “anima” e “animus” appartengono alla coscienza o tutt’al più al subconscio.  

 Ciò premesso, la tentazione di sottomettere o redimere l’inconscio è quanto mai ardua e pericolosa. Questo pericolo è di tutti, ma più che mai è presente nel santo, nell'eroe, nell'ini­ziato. I quali tutti, per “mestiere” sono portati a rifiutare l'inconscio oppure a costruirse­ne uno di comodo cui relazionarsi con lo scopo sublime di sottometterlo o di razionalizzarlo. Queste anime belle spesso si coprono gli occhi per non vedere e si turano il naso per non sentire il fetore che viene dalla “stanza accanto” della loro coscienza illuminata. Insomma, tra Alto e Basso, bisogna trovare - come già auspicava Marsilio Ficino - un luogo intermedio dove sia possibile incontrare il cosiddetto mondo interiore. 

 Che c'è, in realtà, di così difficile e inquietante nel tentare di sottomettere o redimere l'inconscio? L'ener­gia che sprigiona questa forza invisibile è talmente grande che l'esigua energia della coscienza rischia di esserne travolta. La coscienza può uscirne mutilata nel suo processo di individuazione che presuppone, appunto, il coraggio del confronto con l'inconscio non la sua sottomissione o redenzione. Il dialogo può essere spiacevole, doloroso, forse pericoloso, ma è l'unico mezzo che abbiamo per rompere le cristal­lizzazioni saturnine, allargando progressivamente le frontiere della coscienza e im­parando finalmente a conoscere, vista la sostanziale omogeneità di Inconscio ed Heimarmene, la trama del nostro destino.

 Non è un caso che all'inizio del secolo, proprio quando appare “L’interpretazione dei sogni” di Freud, l'astronomo Percival Lowel, per spiegare le perturbazioni del­l'orbita di Urano, calcoli la posizione di un invisibile pianeta, all'estremo del siste­ma solare. Neppure è un caso che Jung nel 1929 congedi il suo saggio di commento al “Segreto del fiore d'oro”, antico testo di alchimia taoista, prospettando una visione dell'inconscio che riprende e amplia la stessa concezione freudiana di inconscio e che, pochi mesi più tardi, con l'ingresso del Sole in Acquario (febbraio 1930), un astrono­mo americano riesca per la prima volta a fotografare il pianeta “invisibile”: Plutone.

 Per la verità, Rudhyar attribuisce la rappresentazione simbolica dell’inconscio a tutti e tre i pianeti trans-saturnini: Urano, scoperto nel 1781, poco prima della Rivoluzione francese, Nettuno scoperto nel 1846 e Plutone scoperto esatta­mente 84 anni dopo Nettuno, a distanza di un ciclo completo di Urano. Ai tre pianeti, egli assegna tre diverse funzioni simboliche: Urano rappresenta la forza “proiettiva” dell'inconscio, Nettuno quella “dissolvente”, e Plutone quella “rigenerante” [cit., pp.209-220].

 In conclusione, dunque, il concetto più compiuto e al tempo stesso più produttivo con cui siamo oggi in grado di rappresentare l'inconscio, nella sua dinamica spazio-temporale, è Plutone. Signore di tutto ciò che è segreto e in particolare del segreto iniziatico, Plutone governa i Misteri Eleusini ai quali, come ricorda Aristotele si andava non per apprendere, ma per provare, attraverso un'esperienza mistica vissuta attraverso il rito, una profonda emozione religiosa. Ad Eleusi gli era dedicato un Tempio e sembra, almeno a partire da una certa epoca, che in quei luoghi l'iniziato rivivesse l’esperienza del rapimento di Persefone.

 Greci e Latini conoscevano bene la storia della figlia di Demetra che, china su di un prato a cogliere fiori, è ghermita dal dio e trascinata sotto terra. Demetra si dispera, poi si vendica, impedendo alla vegetazione di crescere. Interviene Zeus e manda Ermete con un messaggio per Plutone. Il dio a malincuore rinuncia all'idea delle nozze con Persefone. Egli è pronto a restituirla, ma c'è una legge di Necessità che non può essere violata neppure dagli dei: se la fanciulla ha già gustato del cibo dei morti, non può più riprendere la vita di prima. Persefone non ha toccato cibo, può quindi risalire sulla terra, ma ecco che Ascalafo, uno dei giardinieri di Plutone, rivela di aver visto Persefone raccogliere un melograno nell'orto e assaggiarne sette chicchi. Alla fanciulla è cosi preclusa la via del ritorno e Demetra si vendica tramutando Ascalafo in barbagianni. Con “ascalafo” i Greci si riferivano sia al gufo che al barbagianni. Ovidio ricorda l'episodio che giustifica la cattiva fama di questo uccello: “funereus bubo letali carmine fecit:[…]”, cioè: “lugubre il gufo [o barbagianni] cantò con augurio funesto” [Ovidio, Metamorfosi, X,453]. Com’è noto, con “bubo” i latini indicavano gli uccelli strigiformi e in particolare il gufo e il barbagianni.

 Il mito poetico, l'astronomia. E l’astrologia come vede Plutone? Lo collo­ca nel segno dello Scorpione, opposto alla Terra prima del Toro, lui che è il Signore del sottosuolo. Come forza rigenerante nel bene e nel male, Plutone non può che appartenere a questo segno zodiacale dove lo scorpione può evolversi sino al serpente e all'aquila solare. Se il Sole è il simbolo del principio di individuazione, con la potenzialità di assimilare e trasformare i contenuti dell'inconscio, Plutone è definito “Sole di mezzanotte” per “il materiale” che è in grado di offrire per questa assimilazione e trasformazione.

 Cosa accade quando Plutone s'imbatte negli altri dei? Particolarmente significativi risultano gli incontri in cui si manifesta la polarità di Eros e Thanatos (Amore-Morte), che in astrologia si riconnette all'aspetto Venere-Plutone, sia quelli dove risulta evidente la dinamica di Plutone-Saturno-Marte, divinità che, allorché si relazionano tra di loro, illuminano il ricercatore sugli istinti autodistruttivi della persona [SEGUE]

sergio magaldi