giovedì 13 luglio 2017

IL MITO DEL POTERE TRA ORIENTE E OCCIDENTE




 Pubblicato da Einaudi, esce nell’edizione italiana l’ultimo romanzo di Orhan Pamuk, il grande scrittore turco, già Nobel per la letteratura. “La donna dai capelli rossi”, questo il titolo del libro, narra la vicenda di Cem – studente, libraio, guardiano di orti, apprendista cavapozzi, ingegnere geologico e infine ricco imprenditore – tra gli anni Ottanta dell’ultimo secolo e il primo decennio del nuovo, nello scenario di una Turchia che ha vinto la sfida dello sviluppo economico, ma che resta perennemente divisa tra l’anima europea e lo spirito profondamente radicato nella tradizione e nella cultura mediorientale. Non si tratta, tuttavia, di ripercorrere lo sviluppo di Öngören, da piccolo villaggio popolato di cavapozzi o cercatori d’acqua, a periferia di Istambul; né di intrattenere i lettori su una storia d’amore, come il titolo del romanzo farebbe supporre. Pamuk, con la consueta efficacia narrativa, affronta piuttosto il tema dell’eterno conflitto tra padre e figlio. E lo fa alla luce di due tradizioni: quella greca e occidentale rappresentata dall’Edipo re di Sofocle e quella persiana e orientale tratta dal Libro dei re di Firdusi [935-1020]. Due modalità opposte di risolvere tragicamente il medesimo conflitto.
                                                                


Orhan Pamuk, La donna dai capelli rossi, Einaudi, Torino, 2017


 Ancora adolescente, Cem è abbandonato dal padre, arrestato dalla polizia per la sua militanza comunista. Una volta liberato, suo padre finisce col disinteressarsi del figlio e della famiglia. Costretto a guadagnare qualcosa per aiutare sua madre, Cem, ormai diciassettenne, accetta di seguire come apprendista mastro Mahmut Usta, che si reca a Öngören  per scavare un pozzo e trovare l’acqua. Qui il ragazzo vede per la prima volta la donna dai capelli rossi, un’attrice del teatro itinerante delle leggende educative, molto più grande di lui, e se ne innamora. In una calda notte di luglio del 1986 per la prima e unica volta Cem fa l’amore con lei. È a questo punto che s’incrociano le due antiche leggende: quella di Edipo e di Laio, che Cem aveva letto in un compendio di un anno prima, restandone affascinato, e che racconterà a Mahmut, e quella di Rostam e di Sohrab che egli vede rappresentata a teatro dagli attori della compagnia della donna dai capelli rossi.

 Tra Cem e mastro Mahmut Usta si instaura ben presto un rapporto che va ben oltre quello di apprendista e maestro. Talora è Cem a paragonarlo a suo padre:
 “Quel giorno mi alzai per controllare la cena sul fuoco e vidi che Mahmut Usta si era addormentato, sdraiato per terra; allora osservai con attenzione quella creatura distesa al suolo e, come facevo da piccolo con mio padre, ne esaminai le lunghe braccia e gambe, immaginando che lui fosse un gigante e io un lillipuziano, come nel mondo di Gulliver” [p.34, ed. mondo libri]. Altre volte è Mahmut a vagheggiarlo come figlio: “il mio mastro era mio padre, – replicava con tono didattico – Se sarai un bravo apprendista, diventerai come un figlio per me”[p.43]. Ecco delinearsi due diverse prospettive che da sempre alimentano il contrasto padre-figlio: da una parte il figlio vede nel padre colui che lo proteggerà, senza limitarne la libertà di azione, dall’altra il padre vede nel figlio colui che dovrà ascoltarlo ed ubbidirgli, senza mai ribellarsi. Libertà e autorità si scontrano, non diversamente da come avviene nella dialettica di servo e padrone, descritta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito.  

 Nel proseguire la narrazione, Pamuk sembra implicitamente domandarsi se Edipo, che uccide inconsapevolmente il padre Laio, e Rostam che altrettanto inconsapevolmente uccide il figlio Sohrab, siano innocenti perché “non sanno” oppure se la loro colpevolezza prescinda dalla loro coscienza. Insomma siamo o no responsabili del nostro inconscio? Com’è noto, Edipo uccide Laio, re di Tebe, in combattimento, senza sapere che è suo padre e, divenuto nuovo re di Tebe, sposa altrettanto inconsapevolmente sua madre Giocasta, da lei generando figli. La collera divina che sottoforma di peste si abbatte sulla città rende infine Edipo tragicamente consapevole del parricidio e dell’incesto. Nella leggenda iraniana, Rostam, eroe persiano, giunge alla città di Semengan per ritrovare il destriero che gli è stato rubato. Il re gli offre il proprio sostegno per ritrovare il cavallo e gli offre ospitalità. Durante il soggiorno a corte, Rostam s’innamora di Tehmineh, l’unica figlia del re, e la sposa. Costretto a ripartire per la guerra, Rostam dona a Tehmineh un prezioso e originale bracciale di onice, facendosi promettere che, se durante la sua assenza, le nascerà un figlio, questi indosserà il bracciale, senza più levarselo, perché lui possa riconoscerlo in qualsiasi momento. Sohrab, il figlio di Rostam e Tehmineh, benché sia ancora adolescente, si mostra un valoroso guerriero e, attirato in un tranello dai nemici suoi e di suo padre, sfida inconsapevolmente Rostam. Il combattimento tra i due si protrae a lungo e Sohrab si mostra generoso col suo avversario e gli offre ancora un’opportunità, proprio quando ha la possibilità di impartirgli il colpo mortale. Non altrettanto generoso si dimostra Rostam quando, ripreso il combattimento, sarà lui ad avere a disposizione il colpo risolutivo. Prima di morire Sohrab grida al suo avversario che suo padre Rostam giungerà a vendicarlo. Rostam impallidisce e subito dopo si dispera quando vede il gioiello di onice, che aveva regalato alla sposa, al braccio del figlio.

 Naturalmente, Pamuk si guarda bene dal rispondere al tacito interrogativo circa le responsabilità di Edipo e di Rostam, preferendo piuttosto soffermarsi sul contrasto tra le due tradizioni: ad Occidente a vincere è il figlio, il nuovo che avanza, ma sbarazzarsi del proprio passato significa essere incapaci di vedere il proprio futuro, equivale cioè ad accecarsi, proprio come capita a Edipo, sconvolto dal rimorso per aver ucciso il padre. Ad Oriente a vincere è il padre che, come un despota orientale, impedisce al nuovo di affermarsi, e al tempo stesso si condanna alla ripetizione e alla solitudine, proprio come Rostam, trasformatosi volontariamente in eremita dopo l’uccisione del figlio.

 Nel narrare le vicende di Cem, Orhan Pamuk utilizza entrambe le leggende, ma ad ognuna toglie o aggiunge qualcosa, finendo poi per scegliere, da cittadino turco che guarda verso Occidente, il figlio [Edipo] rispetto al padre [Rostam]. La colpa di Cem consiste nel ripetere la colpa di suo padre, con l’abbandono al proprio destino di colui che, in quel frangente della sua vita, ai suoi occhi è il sostituto del padre naturale. Tuttavia, a differenza di Edipo, egli è ben consapevole delle responsabilità della sua scelta. L’elemento inconscio gioca invece a suo favore laddove, entra in scena il femminile, ma qui non c’è incesto vero e proprio, bensì soltanto una ulteriore identificazione inconsapevole con il padre reale e una altrettanto inconsapevole “appropriazione” di ciò che al padre è appartenuto.

 In conclusione, nel romanzo, il mito del V sec. av. Cristo si coniuga con quello più recente della tradizione orientale – dove è assente peraltro la componente sessuale e incestuosa – secondo un’interpretazione vicina a quella che Fromm dette del cosiddetto complesso edipico, con in più l’ammissione implicita da parte di Pamuk che del guardiano della soglia [l’inconscio] siamo pur sempre responsabili noi stessi. Com’è noto, le tre maggiori, possibili interpretazioni del mito riguardano: 1) La supremazia del destino in tutte le vicende umane. 2) L’interpretazione freudiana circa il desiderio incestuoso verso il genitore dell’altro sesso che porta il soggetto ad identificarsi col genitore del suo stesso sesso e a volersene inconsciamente liberare. 3) La tesi del conflitto generazionale, che spinge il figlio a ribellarsi al padre che, ai suoi occhi, rappresenta la società che lo priva di ogni forma di potere. In proposito, in “Il linguaggio dimenticato”, Erich Fromm si domanda: “È giustificata la conclusione di Freud secondo la quale questo mito conferma la sua teoria che inconsci impulsi incestuosi e il conseguente odio contro il padre-rivale sono riscontrabili in tutti i bambini di sesso maschile? Invero sembra di sì, per cui il complesso di Edipo a buon diritto porta questo nome. Tuttavia, se esaminiamo più da vicino questo mito, nascono questioni che fanno sorgere dei dubbi sull’esattezza di tale teoria. La domanda più logica è questa: se l’interpretazione freudiana fosse giusta, il mito avrebbe dovuto narrare che Edipo incontrò Giocasta senza sapere di essere suo figlio, si innamorò di lei e poi uccise suo padre, sempre inconsapevolmente. Ma nel mito […] l’unica ragione  che viene data del loro matrimonio è che esso comporta la successione al trono […]. Ma siamo almeno in grado di formulare una ipotesi e cioè: che il mito può essere inteso come simbolo non dell’amore incestuoso tra madre e figlio, ma della ribellione del figlio contro l’autorità del padre nella famiglia patriarcale; che il matrimonio tra Edipo e Giocasta è soltanto un elemento secondario, soltanto uno dei simboli della vittoria del figlio che prende il posto di suo padre e con questo tutti i suoi privilegi. La validità di questa ipotesi può essere verificata coll’esame del mito di Edipo nel suo complesso, specialmente nella versione di Sofocle contenuta nelle altre due parti della trilogia, Edipo a Colono e Antigone”.   


sergio magaldi

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