sabato 28 dicembre 2019

MAZAL TOV, parte I (L’astrologia nella Torah)


Introduzione



L’astrologia che Pietro Pomponazzi [1] insinua trattarsi forse del gioco di Dio, in passato era al centro di grandi dispute tra gli spiriti eccelsi divisi in fautori e detrattori [2], oggi è relegata al silenzio sprezzante della dottrina ed è diffusa dai rotocalchi nella sua veste fideistica, a beneficio di superstiziosi ed increduli. In questi giorni, tuttavia, che un nuovo anno si profila all’orizzonte, l’astrologia torna come ogni volta e per breve tempo a celebrare i suoi fasti e tutti si interrogano sul proprio futuro chiedendo lumi ai sacerdoti mediatici che dagli schermi televisivi irrompono nelle case.

La rimozione che la cultura occidentale fa dell’astrologia si spiega innanzi tutto  con il mancato fondamento epistemologico delle sue leggi e dei suoi risultati. C’è inoltre chi la considera niente altro che un pericoloso residuo del paganesimo antico e chi vede nella fatalità dei suoi assiomi la privazione della libertà umana e la negazione dell’onnipotenza divina. Anche se, persino la Bibbia distingue tra idolatria astrologica e astrologia che manifesta, sotto forma di segni, l’onnipotenza divina. Quanto alla fatalità, si tratta di una concezione legata allo stoicismo [3], mentre durante il Rinascimento si viene sempre più affermando l’idea che «gli astri inclinano ma non necessitano» e addirittura che «l’uomo saggio domina le stelle». Si è infine tentato di fare dell’astrologia una scienza sperimentale [4], neotolemaica e/o neostoica, col risultato spesso di perdere, dell’antica arte dei Caldei, la dimensione intuitiva e di rinunciare ad una ricerca molto più complessa che, per esempio, combina il destino individuale con quello dei membri di una stessa famiglia [5].

La scienza e le grandi religioni monoteistiche hanno combattuto nell’astrologia la presunta vocazione a farsi credo scientifico e/o religioso, e anche se scienziati e teologi ne hanno subito talora il fascino discreto, la posizione ufficiale delle accademie e delle chiese è stata sempre quella della condanna. Ma, per uno strano paradosso, è potuto accadere che la più antica delle religioni monoteistiche finisse addirittura per essere influenzata dall’astrologia, né la cosa appare tanto sorprendente: in Genesi [11,28] è scritto che la terra nativa di Abramo era situata nella regione di Ur dei Caldei,  e «l’astrologia era grande nel suo cuore» commenta il rabbino Salomon Thein [6].

La Torah

Nel Pentateuco [7] il riferimento più importante è in quei noti versetti del Genesi (15:5-6) in cui il Signore rassicura Abramo che negli astri aveva visto la mancanza di discendenza:

Lo fece uscire all’aperto e gli disse: ‘Osserva il cielo e conta le stelle, se puoi contarle. E soggiunse: così numerosa sarà la tua discendenza’. Egli ebbe fiducia nel Signore che gliela ascrisse a merito

Nel successivo versetto si consuma il definitivo distacco dall’astrologia: “… Io sono il Signore, io ti ho fatto uscire da Ur, città dei Caldei, per darti questa terra” (15:7). La terra promessa è la terra di Israele dove le leggi dell’astrologia sono superate dalla Legge del Signore. Distacco, dunque, superamento ma non rifiuto dell’astrologia e, anzi, da questo momento si aprirà una polemica in seno all’ebraismo: solo Israele si sottrae all’influenza degli astri (Ein mazal le Israel), non altrettanto possono tutte le altre nazioni. Pure, in questa separatezza dichiarata del ‘popolo eletto’, che tanti argomenti di comodo ha fornito all’antisemitismo, si può cogliere una legge universale. Non si tratta di credere o non credere nell’astrologia, argomento in sé futile e privo di interesse, ma di riconoscere che al di sopra dei pianeti, degli astri e delle sfere rotanti nel cosmo, c’è un principio ‘sottile’ che governa l’universo, e che a chiunque è dato di uscire da Ur dei Caldei… a patto naturalmente che vi sia entrato una volta e abbia scrutato profondamente nei cieli. La Pompeo Faracovi assimila questa concezione all’esortazione contenuta negli Oracoli Caldaici di ‘non aumentare il destino’ (non creare altro karma direbbe il senso comune) e anzi di oltrepassare la natura che del destino è l’interprete fatale. [8] Più ancora l’avvicina alle concezioni gnostiche ed ermetiche per le quali le ferree leggi degli astri governano i corpi ma non lo spirito. Scrive:

«La fatalità incombe sul mondo materiale, ma il popolo di Dio ne è immune; nella prospettiva del singolo, ciò significa che la pratica esemplare dei comandamenti (mitzvoth) ha l’effetto di una forma di emancipazione dal destino, parallela, dunque, all’illuminazione degli gnostici e alle mistiche esperienze rigeneratrici degli ermetici» [9]

Affermazione, questa, sicuramente non proponibile per lo gnosticismo che tanto rigidamente distingue tra spirito e materia e che può proporsi con molte perplessità anche nei confronti dell’ermetismo. Esseri a più piani, per i seguaci di Ermete, sul piano fisico gli uomini dipendono interamente dalle leggi planetarie e se non si esercita la libertà dei ‘piani superiori’, si resta invischiati nella fatalità del ‘piano astrale’.

Zosimo di Panopoli [10], l’inventore dell’alchimia greca, interpretando la lezione di Ermete Trismegisto, si pone il problema se l’opera di trasformazione dell’uomo non cominci proprio con la trasformazione del proprio destino. Occorre cioè oltrepassare l'Eimarméne, la fatalità cosmica che governa la materia. Solo coloro che approfondiscono la conoscenza di sé, si liberano dalle catene della necessità astrologica e, al tempo stesso, ridestano la scintilla divina che è in loro. Tutti coloro - osserva ancora Zosimo, nel Commentario alla lettera Omega [11] che subordinano l’inizio dell’Opera alla buona disposizione degli astri, individuando il kairos o momento opportuno, consacrano le proprie energie all’Eimarméne che governa il mondo corporeo, cioè proprio a quel mondo che dovrebbero trasformare per scoprire l’oro della condizione originaria. Costoro sono uomini senza intelletto, solo pupazzi nel corteo della Fatalità. Dal canto suo, l’uomo pneumatico o spirituale lascia che la Natura agisca secondo Necessità preoccupato solo della propria e dell’altrui trasformazione, né ritiene che conoscendo le cose spirituali (asomata) possa facilmente governare quelle materiali (somata) perché, al contrario, più egli si avvicina alla realtà noetica e all’Uno, più diventa incapace di intrattenersi con il mondo in cui regna l’Eimarméne e l’avvicendamento degli opposti. Ciò che l’uomo pneumatico scopre in questa ricerca è bensì l’uomo originario, l’Adam-Theuth della tradizione ebraico-egizia.

Come si vede, molti punti di contatto ma anche molte differenze: nell’ermetismo permane una sorta di dualismo anche se l’iniziato (l’uomo pneumatico) non se ne cura, nell’ebraismo, al contrario, lo spirito che fa uscire Abramo, l’eletto, da Ur dei Caldei è lo stesso spirito che muta le leggi della natura.

Concetti analoghi a quelli già espressi in Genesi 15:5-7, sono contenuti in un altro brano della Torah. Questa volta però in modo molto più esplicito e che non lascia adito a dubbi:

«Guardatevi parimente, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna e le stelle, tutte le schiere celesti, di non traviarvi prostrandovi loro e servendoli, poiché il Signore tuo Dio li ha assegnati a tutti gli altri popoli che abitano sotto tutti i cieli; mentre il Signore prese voi e vi fece uscire dal crogiuolo del ferro, dall’Egitto perché foste per Lui un popolo Suo possesso speciale come siete oggi» [12].

E’ dunque ribadito il principio di Ein mazal le Israel e ‘l’uscita dall’Egitto’ prende qui il posto dell’uscita da Ur dei Caldei, nel senso cioè di un invito ad abbandonare comportamenti e leggi che regolano il destino di tutti le altre nazioni e di cui l’astrologia è certamente il simbolo più importante. Quel che mi preme sottolineare, tuttavia, è che neanche qui è negata la verità dell’astrologia, tant’è che tutti i popoli della terra ne sono sottoposti. Tutti, tranne il ‘popolo eletto’. Ma anche ora l’apparente separatezza addita la strada dell’universale: l’ebreo si affranca solo in quanto è parte di un popolo che esce da Ur dei Caldei e dall’Egitto, in quanto cioè si fa iniziato in un popolo di iniziati. Ciò non significa che il viaggio simbolico da Ur o dall’Egitto verso la terra promessa  non sia consentito anche ad ogni essere umano. Infine, la condanna dell’astrologia formulata nel passo biblico è in realtà la condanna dell’idolatria.
Altri passi della Torah non modificano i concetti già esposti e soprattutto non si riferiscono propriamente all’astrologia: in Levitico 19:26 si esprime la condanna di maghi e indovini e in Deuteronomio 18:10-11 è scritto: «10 Non si trovi in mezzo a te chi faccia passare il proprio figlio o la propria figlia per il fuoco, né chi pratichi la divinazione, né indovino, né chi interpreta presagi, né chi pratica la magia,11 né chi usa incantesimi, né un medium che consulta spiriti, né uno stregone, né chi evoca i morti […]».
 sergio magaldi
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[1] Pietro Pomponazzi (1462-1525) medico e filosofo nato a Mantova. Pubblicò nel 1516 il Tractatus de immortalitate animae, nel quale, sulla scia di Aristotele e di Alessandro di Afrodisia, negava l’immortalità dell’anima. Pur condannando la magia superstiziosa, difese l’astrologia naturale sino al punto di sostenere, nel De fato, libero arbitrio, praedestinatione et providentia Dei, le tesi dello stoicismo circa l’ineluttabilità del fato, governato dalle stelle.

[2] Cfr.,. Ornella Pompeo Faracovi, Scritto negli astri. L’astrologia nella cultura dell’Occidente, Marsilio, Milano, 1996, in particolare le note bibliografiche contenute in fondo al volume, pp.281-288. Di notevole interesse: E. Garin, Lo zodiaco della vita. La polemica sull’astrologia dal Trecento al Cinquecento, Laterza, Bari, 1976

[3] Scuola filosofica di età ellenistica fondata intorno al 300 a. C. da Zenone di Cizio presso un portico (stoà in greco). Per gli stoici, una ragione divina governa il cosmo secondo un ordine necessario e perfetto.

[4] In questo senso il tentativo operato dal medico tedesco H.Freiherr Von Klockler e dai ricercatori della rivista Sterne und Mensch, fondata a Lipsia nel 1925.

[5] Cfr. L.Greene, Astrologia e Destino, trad.it., Armenia, Milano, 1995, cap.4, pp.98-132.

[6] cit. in J. Halbronn, Le mond juif et l’astrologie, Arché, Milano, 1985, p.20. Circa l’influenza dell’astrologia sull’ebraismo ibid. pp. 8-25

[7] La Torah scritta si compone dei libri del Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio). Inizia con la lettera Bet di Bereshit e termina con la lettera Lamed di Israel con cui si chiude il Deuteronomio. Insieme, le due lettere formano la parola Lev b l cuore, a indicare che la vera conoscenza della Torah è una conoscenza del cuore e non dell’intelletto, il che, naturalmente, non significa che la Torah non debba essere studiata, come invece raccomanda espressamente la tradizione ebraico-cabbalistica. Lev b l cuore ha valore numerico 32 come i trentadue sentieri dell’Albero della vita.

[8] Cfr.O. Pompeo Faracovi, cit., p. 96

[9] ibid., p. 97

[10] Zosimo nativo di Panopoli, città della Tebaide egizia dell’alto corso del Nilo, visse tra il III e il IV secolo d. C. . Padre dell’alchimia greca, fu definito dall’alchimista Olimpiodoro ‘la corona dei filosofi, lingua feconda come l’Oceano, il nuovo interprete delle cose divine…’ (cfr. Zosimo di Panopoli, visioni e risvegli, testi a cura di A. Tonelli, Coliseum editore, Milano, 1988, Introd., p.2 ). L’intento alchemico di Zosimo, presente in tutte le opere, è ben visibile nel trattato sull’acqua divina. Egli scrive (CAAG III 143,20 – 144,7): ‘E’ questo il mistero divino e supremo, l’oggetto delle ricerche. Questo è il Tutto. Da esso viene il Tutto e per mezzo di esso il Tutto è. Due nature, una sola essenza: l’una trascina l’altra, e l’una domina l’altra. Questa è l’acqua d’argento, la maschio-femmina che sempre fugge, attratta verso ciò che è proprio. E’ l’acqua divina che tutti hanno ignorato. Non è facile contemplare la sua natura. Non è metallo, né acqua che sempre scorre, né è un oggetto corporeo: non può essere dominata. E’ il tutto in tutte le cose. Ha vita e spirito ed è distruggitrice. Chi intende queste parole, possiede l’oro’

[11] La lettera Omega è l’ultima lettera dell’alfabeto greco e in quanto tale rappresenta il termine estremo di espressione della materia. E’ il Saturno-piombo dell’opera alchemica, non troppo dissimile da ciò che nell’alfabeto ebraico rappresenta la lettera Taw


[12] Deuteronomio, 4:19-20

sabato 21 dicembre 2019

La Regione Sconosciuta: l’albero della vita e la tunica di pelle





“La veste di pelle” – che un’aggadah definiva liscia e aderente come un’unghia – con cui Dio aveva ricoperto il primo uomo e la prima donna per punirli della trasgressione, non differiva molto dal concetto che ne aveva dato Florence, alludendo ad esseri umani zavorrati di carne! Glielo dissi e le raccontai di essermi occupato della “veste di pelle” dei noti versetti del Genesi, durante una lectio magistralis tenuta diverso tempo prima, parlando dell’albero della vita e dell’albero della conoscenza del bene e del male.
Allora, avevo cercato di dimostrare che gli alberi sembrano due, ma che in realtà c’è soltanto un albero! Avevo citato Genesi III, 21-24, a proposito del mito cosmogonico più famoso dell’Occidente:

 "Il Signore fece ad Adamo e ad Eva una tunica di pelle e li vestì, poi disse: 'Ecco Adamo è diventato come uno di noi (angeli), conoscitore del bene e del male! Badiamo ora che non stenda la mano e prenda anche dell'albero della vita, per mangiare e vivere in eterno'. Quindi Dio lo cacciò via dal Gan Eden perché coltivasse la terra da cui era stato tratto. Scacciato Adamo, collocò a oriente del Gan Eden Cherubini che roteavano la spada fiammeggiante per custodire la via che portava all'albero della vita, ". 

Questi versetti – era stato il mio commento –  starebbero proprio a dimostrare, secondo alcuni, l'esistenza di due distinti alberi. È vero invece che dell'albero della conoscenza,  nella Scrittura, d’ora in avanti non si parla più. Perché Dio se ne disinteressa? Perché l'uomo è ormai carne, e dunque è già nel regno della conoscenza del bene e del male? Certo, ma più semplicemente perché un albero della conoscenza distinto dall'albero della vita non c'è mai stato. Dio lo ha fatto credere all'uomo per saggiarlo, per metterlo alla prova, ma nel momento in cui l'uomo ha peccato di ubris, ha voluto rendersi come Dio, anche l'illusione è scomparsa. Sin dal primo momento non c'è stato che un solo albero, come ha ben visto Tiziano nella sua tela ad olio dove l'albero, il cui frutto Eva riceve in dono dal serpente, costituisce l'asse centrale che divide la composizione, creando l'effetto che ciò che è UNO venga visto come DUE.

Il Sepher Bahir – avevo precisato – ci illumina sull’intera questione. Ci sono 32 sentieri da percorrere per giungere in cima all'albero della vita, l'albero che con i suoi rami è una metafora del corpo umano.
Che è accaduto nel momento in cui l’essere umano, preso da impazienza e dal desiderio di essere come Dio, ha mangiato del frutto proibito? Da quel momento  è entrato nel tempo, nella condizione umana attuale, tant'è che il Signore lo riveste con una tunica di pelle ed egli non può più cibarsi, al pari di tutti gli animali, degli effluvi e dei sapori della vegetazione (Genesi, I, 29-30). Ora  è carne che cerca carne e non potrà più godere di immortalità.

C'è ancora una possibilità, perché il germe della vita immortale è sempre dentro di lui, ma egli deve fare i conti con i cherubini armati della spada fiammeggiante per poter entrare lungo i sentieri e compiere l'ascesa lungo l’albero. A questo punto, egli deve iniziarsi, percorrere cioè il cammino all'inverso per risalire sino alla condizione originaria, compiere il Tiqqun, la restaurazione. Ma, soprattutto, non deve essere impaziente e deve accettare la morte fisica. In proposito è scritto in Zohar (I, 130b): "Al tempo in cui il Santo, benedetto egli sia, risusciterà i morti, Egli farà scendere su di loro una rugiada dal suo capo, grazie alla quale tutti si leveranno dalla terra (...) una rugiada di luce nel senso proprio del termine, composta cioè da fiamme superne, attraverso la quale Egli infonderà vita nel mondo, poiché l'albero della vita trasmette ai mondi una linfa vitale che mai non cessa".

 [Dal romanzo La Regione Sconosciuta – il sequel de L’Amore Consapevole – pp. 74-75]

s.m.

mercoledì 18 dicembre 2019

L'Amore consapevole e La Lettera sulla santità





 Nel romanzo L’Amore Consapevole, un ricco collezionista muore in tarda età, lasciando alla casa editrice da lui fondata un reperto, rivelatosi autentico, che risale a circa duemila anni prima. Il reperto appare agli studiosi come la fonte di scritti posteriori della tradizione ebraica, che riguardano la presenza di Dio nel mondo [Shekinah] e la concezione dell’amore tra l’uomo e la donna:

[...] Stolto è l’uomo che non vede la Shekinah quando si unisce alla sua donna! Anche se il seme gli genera figli, la sua goccia sarà stata sparsa per niente, egli sarà più lontano dal regno dei cieli  e noi con lui! [Lettera sulla Santità, cap.II]. Ma per colui che la guarda in viso [la Shekinah], e per noi tutti, sarà come se Terra e Cielo si unissero e l’uomo e la donna saranno santi perché il Padre è Santo [Levitico, 20,26; Lettera sulla Santità, cap.I ].
 Prima ancora che si avveri la profezia di Daniele, avvicinatevi dunque alla vostra donna, sobri e ricordando che il giusto mangia a sazietà ma che il ventre dei malvagi è avido [Proverbi,13,25; Lettera sulla Santità, cap. III – IV.]. Rivolgetele sempre parole gentili e piene di passione perché in lei si accenda il desiderio, sorridete ma non siate volgari e nel congiungervi a lei rispettate la sua volontà e non usatele violenza [Lettera sulla Santità, cap. VI.]. Fate in modo che l’intenzione d’amore sia la stessa tra lei e voi e datevi pena del suo piacere prima che del vostro [Lettera sulla Santità, cap.V-VI. ]. Ricordate tutti, fratelli e sorelle e quanti siete invitati alle nozze, che la congiunzione carnale tra l’uomo e la donna, quando avviene con desiderio, amore e passione, è il segreto e la conoscenza per la costruzione del mondo e vi avvicina all’Eterno, che Egli sia benedetto, nell’opera della creazione [Lettera sulla Santità,cap.II e ss.], e benedetta sia la Torah che l’Eterno ci ha dato per governare il mondo [...]

[Da L’Amore Consapevole pp.32-33]

s.m.

domenica 8 dicembre 2019

UNA JUVE SBAGLIATA




 Crolla la Juve di Sarri sotto i fari dello stadio olimpico di Roma. Una Lazio arrembante, forte anche di decisioni arbitrali perlomeno discutibili, prima rimonta lo svantaggio poi segna tre goal e sbaglia un rigore. La sconfitta dei bianconeri era nell’aria, dopo le striminzite e talora fortunose vittorie dell’ultimo momento anche con squadre modeste che l’hanno tenuta a lungo sulla vetta della classifica del campionato. L’ultimo avvertimento è stato il pareggio casalingo con il Sassuolo della settimana scorsa.

 

La verità è che la Juventus non è così forte come si vuole far credere e la “famosa” ricchezza della rosa è un’altra favola. Sbagliati completamente gli ultimi due mercati. Quello dell’anno passato, quando arriva Ronaldo al suono di trombe e centinaia di milioni, ma viene cacciato Higuain che con l’asso portoghese avrebbe ricomposto il tandem vincente del Real Madrid. Quello di quest’anno, che ha visto il ritorno di Higuain – peraltro osteggiato sino all’ultimo, con l’umiliazione del giocatore, privato del numero 9 sulla maglia – ma anche la messa in vendita praticamente di gran parte dei suoi campioni, fortunatamente respinta dagli interessanti e dal mercato stesso. Se ne vanno però Spinazzola, un’alternativa ad Alex Sandro, Cancelo è scambiato con il modesto Danilo, Moise Kean, più che una giovane promessa, è venduto all’Everton senza neppure la clausola della ricompra, Mario Mandžukić è inspiegabilmente accantonato. Per contro ci si bea dei “grandi” centrocampisti, presi a parametro zero ma che non giocano o sono una delusione. E Sarri ci mette del suo: indebolisce la tradizionale organizzazione della difesa juventina nonostante l’arrivo di Matthijs de Ligt – il giovane centrale difensivo della nazionale olandese che con L’Aiax fu determinante nell’uscita della Juve dalla Champions dello scorso anno – e che se anche può giustamente appellarsi all’infortunio che tiene fuori Chiellini, si ostina a far giocare terzino Cuadrado. Il quale se la cava abbastanza bene (com’è possibile che rimanga, come è accaduto ieri notte, ultimo uomo del contropiede avversario?), ma è costretto ad un lavoro massacrante che gli fa perdere di lucidità e toglie alla squadra la possibilità che questo straordinario e sottovalutato esterno alto, nel contrattacco e nei cross sia determinante, come per il passato, per le punte juventine (il Callejón del Napoli di Sarri).

 

Sarri non ha modificato in meglio il gioco della Juve, brutta ma vincente con Allegri, ha però il merito di aver spostato in avanti di una decina di metri il baricentro della squadra e di aver riportato in attacco e rivalutato Dybala, costretto da Allegri per anni a fare il centrocampista, ma i difensori continuano con i troppi passaggi orizzontali, gli attaccanti segnano poco e tirano ancor meno nella porta avversaria, Ronaldo non è già più quello dello scorso anno, Douglas Costa è un fantasma bellissimo e, ciliegina sulla torta, Sarri ha creato Bernardeschi – sempre fischiato a Torino – trequartista del nulla. Probabilmente quest’anno la Juve non vincerà né scudetto né Champions e forse neppure altro, speriamo almeno che i mesi che restano sino al termine della stagione calcistica servano a Sarri per rivedere alcune idee e ai dirigenti per non sbagliare ancora il mercato. Amen

 

sergio magaldi

mercoledì 27 novembre 2019

martedì 26 novembre 2019

25 NOVEMBRE GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE




ESSERE DONNA E' TERRIBILMENTE DIFFICILE, PERCHE' CONSISTE SOPRATTUTTO NELL'AVERE A CHE FARE CON GLI UOMINI  (Joseph Conrad, Fortuna)



lunedì 25 novembre 2019

ROMA CAPITALE E IL II MUNICIPIO CHIUDONO IL PARCO NEMORENSE DI ROMA




 Quindici giorni fa i frequentatori del Parco Nemorense del quartiere Trieste di Roma hanno trovato i cancelli chiusi. Solo all’entrata principale (ce ne sono diverse) era appeso un cartello con la scritta “LAVORI IN CORSO”. Restavano aperti l’angolo riservato ai cani e la piccola area delle giostre a pagamento per i bambini. L’anello più esterno, sul quale la gente fa ginnastica, correndo o camminando speditamente, era invece chiuso così come il bar e tutto il resto del parco.


Il Parco Virgiliano, oggi conosciuto come Parco Nemorense, fu realizzato nel 1930 dall’architetto Raffaele De Vico e dedicato al grande poeta latino Virgilio – la guida di Dante nell’Inferno e nel Purgatorio – in occasione del bimillenario della sua nascita.

Solo una settimana dopo la chiusura, senza che si scorgesse ancora traccia di lavori all’interno del parco, veniva affisso all’entrata un cartello gigante in cui si portava a conoscenza dei cittadini che Roma Capitale e il II Municipio, nell’ambito di un progetto di riqualifica del verde a Roma, disponevano la chiusura del parco per 180 giorni, a datare dal giorno 11 novembre, per non meglio precisati lavori di restauro. Veniva invece riportato l’elenco dei nomi dei dirigenti (oltre 15) responsabili-osservatori del progetto, nonché il costo dell’opera, la ditta appaltatrice etc…

In rete, tuttavia, si apprende che i suddetti lavori consistono: 1) nel taglio degli alberi 2) nell’apposizione di nuovi cestini per i rifiuti 3) nella cura delle aiuole 4) nella riparazione del sistema idraulico del laghetto 5) nella sistemazione delle panchine e poco altro.

La pur lodevole iniziativa lascia comunque perplessi i cittadini per una serie di motivi. Il primo dei quali è che in luogo di stanziare fondi per la riparazione delle malridotte strade del quartiere, per rimuovere i grandi rami degli alberi, tagliati o schiantati a terra ormai da diversi mesi e lasciati marcire sui marciapiedi, bonificare i cassonetti stracolmi di immondizia maleodorante che si rovescia sulla strada e installarne di nuovi, si sia preferito intervenire per “restaurare” un’area che versa in condizioni relativamente migliori rispetto allo stato generale dell’intero quartiere. Il secondo motivo è che il periodo di sei mesi di chiusura del parco non è giustificato dalla mole delle opere annunciate, anche considerando che le panchine sono state già tutte restaurate ad opera d’arte dall’associazione privata per la cura e la manutenzione del parco che ha provveduto di recente alla sostituzione di tutto il legno marcio. Il terzo motivo è che i 180 giorni sono sicuramente da intendersi come lavorativi, escludendo quindi le festività e i giorni in cui sarà impossibile lavorare per il maltempo. E considerando che dopo 15 giorni di inutile chiusura i lavori non sono ancora iniziati, si può ragionevolmente prevedere che il Parco Nemorense non sarà riaperto tra 165 giorni, come pure annunciato, calcolando i 180 giorni dalla data di chiusura (11 novembre). Il quarto motivo è che nel progetto non si dica nulla sull’area del parco prospiciente la via Martignano dove vengono custoditi i camion della nettezza urbana che rendono impossibile in qualsiasi periodo dell’anno sostare in quella parte sovrastante del parco per la presenza di mosche e zanzare.

Alla luce di quanto sopra, si rivolge un appello alle forze politiche che governano Roma Capitale e il II Municipio (rispettivamente Cinquestelle e PD) per accelerare i progettati lavori di restauro e – mediante apposita recinzione – consentire a chi viene a correre nel parco di usufruire almeno dell’anello più esterno.

sergio magaldi

domenica 17 novembre 2019

LE PADRONE DI CASA





 Ciò che colpisce di questo romanzo non è tanto la storia in sé, la trama di cui è intessuto per farne – come si annuncia di solito prima della narrazione –un’opera di fantasia, dove nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore. La sorpresa non è tanto la criminalità organizzata raccontata al femminile, quanto il modo di raccontarla. Storie di donne, sorelle così diverse ma accomunate da un solo giuramento che quasi non le distingui più le une dalle altre, in un turbinio di parole dove hai come l’impressione che il verbo s’è fatto carne di una città intera.

 Sin dalle prime pagine mi è venuto in mente La Pelle di Curzio Malaparte, cui ho subito affiancato il ricordo di Napoli milionaria che il grande Eduardo scrive nel ’45, quando l’Italia del nord è ancora nelle mani dei tedeschi e nei vicoli napoletani tutti si arrangiano per sopravvivere.

Annota Grazia Fresu in un articolo di tre anni fa:
«Quella stessa città durante la lotta contro il Nazifascismo si era trovata compatta e eroica di fronte  al nemico, quel nemico da cui  si era  liberata, prima dell’arrivo degli Alleati, con una ribellione strenua e coraggiosa in cui persino i bambini avevano fatto la loro parte. Ma ora al contatto col liberatore si degrada, per salvare a tutti i costi, non più dalla morte ma dalla miseria, quella pelle di cui si parla nel titolo del romanzo […] Tutto è feroce scambio in questa Napoli stordita dal bisogno, dove l’unica legge è quella della sopravvivenza e dove per salvare la pelle bisogna modellarsi sull’immagine del liberatore, ma solo per recita, per il gioco crudele che la Storia ha imposto a vincitori e vinti» [CinquecolonneMagazine, “La Napoli di Curzio Malaparte”, Grazia Fresu, docente di letteratura italiana nell'Università Nazionale di Cuyo a Mendoza (Argentina) 08/11/2016].

 Il romanzo di Maria Pia Selvaggio si scompone e si ricompone di due parti: l’una scritta in corsivo, cronaca ma anche confessione, sfogo e pensieri riposti di protagonisti, l’altra che più che di letteratura sa di pittura alla maniera di Bosch, dei suoi epigoni ed eredi, come Pieter van der Heyden e le riproduzioni del grande maestro, come Bruegel il vecchio, con “I pesci grossi che mangiano i pesci piccoli”, o come Füssli con il suo “Incubo”.

«Altro che fantasie, altro che incubi […] la realtà nuda e cruda che gli stava davanti […] Io dissi: “Capisco […] Tornerà sempre a suo merito, di Bosch, l’aver dato una forma completa a quei fantasmi… Però lei non mi dirà che quegli esseri orrendi, rettili antropomorfi, osceni meccanismi, utensili trasformati in membra, gnomi e insetti abominevoli, lui li vedesse veramente […] “Non li vedeva?” fece lui arrogante: “Non giravano per le nostre strade? Oh, non mi faccia parlare!” […] Confessò che pure lui, non tutti i giorni ma abbastanza spesso, ‘vedeva’ il mondo come Bosch: quel pomeriggio, per esempio. Parecchie di quelle amorevoli mammine venute con la carrozzella del neonato non erano – mi garantì – che laidi uccelli dal becco adunco, lucertoloni neri gonfi d’odio, avidi cercopitechi sdentati, vesciche infami con gambe di ragno. Tra i bambini stessi aveva visto qualche ributtante esemplare di ornitorinco e di gnomo, armato di uncini sanguinolenti» [L’opera completa di Bosch, presentazione di Dino Buzzati, Rizzoli, 1966, pp.6-7].




                 




 Né mancano nelle pagine del romanzo lampi di poesia, lumi che di tanto in tanto si accendono nella notte delle anime e dei corpi. Siamo sullo scorcio del XX Secolo e le donne di Maria Pia Selvaggio, eroine al negativo di un mondo “altro”, raccontano la propria storia dove tutto è scandito dalla ricerca del potere, del denaro e del piacere, senza i veli,  gli infingimenti e le ipocrisie degli altri, di tutti quelli che hanno gli stessi desideri ma hanno imparato a nasconderli perché hanno perso la forza e la capacità di realizzarli. Un mondo dove il contratto sociale è stracciato perché ha fallito miseramente e la gente comune è impotente a pretenderne un altro. Così, patto e regole devono essere riscritti ma in un codice diverso.

 Maria, la prima a parlare, si annuncia con un’innocenza che non le appartiene ma che sa ancora riconoscere, perché anche se il suo universo è altrove, è pur vero che tutti i mondi alla fine sono contigui:

«Napoli non sa nulla di me e forse se ne infischia. Se sapesse avrebbe paura! La città è splendida e fiorita e si diverte. Sulle spiagge di Santa Lucia, Chiaia e Mergellina gruppi di scugnizzi e ragazzine s’arrostiscono beati, avvolti dagli odori di salsedine e cipolla provenienti dai banchetti ambulanti. Ostricari veloci spaccano conchiglie con i coltellacci ricurvi e strizzano gocce di limone su cozze, fasolari e cannolicchi, che arrivano fino ai miei occhi, pungendomi. Seduta ai tavolini dei bar, molta gente: leccano gelati monumentali e sughi alla panna. Sugo di pesca, menta,ciliegio e caffè mischiato all’anice: un sogno! Dietro Castel dell’Ovo i primi sbuffi di un grecale gentile. I gabbiani impennano nel cielo azzurro, girano in cerchio, sorvolano la rotonda. È come se, camminando, perdessi la strada, mi confondessi. Forse avrei voluto vivere qui, e non nel lusso statico e preciso, nella continua voglia di essere “meglio” degli altri» [p.34]

 D’altra parte, come dirà Maria Luisa, tra le donne della nuova generazione, quei mondi che sembrano così distanti tra di loro si avvicinano sempre più che quasi ormai si confondono:

 «Si sono spente delle lampade della violenza suggestiva, ma altre si sono accese, e nessuno se ne è reso conto. Il problema: le mafie? No, non più, o almeno non solo. Potenti gruppi economico-finanziari e aggregati politico-amministrativi, con a capo “donne di potere”, hanno affinato la competenza tecnica, trasformando i problemi in emergenze e le emergenze in affari» [p.97]

 L’autrice mostra una rara abilità nel far parlare tutte le “sue” donne, come immedesimata in loro, come se indossasse la loro pelle, quasi realizzando l’ideale conoscitivo dei filosofi antichi: la perfetta identità tra soggetto e oggetto. E la cosa riesce perché avviene senza la prospettiva di un distacco, di un giudizio morale persino superfluo, perché non avrebbe altro esito che allentare la presa di una narrazione che ti prende alla gola e s’insinua nei meandri del corpo e ti immalinconisce l’anima. Salvo che in Elisa, la donna che parla per ultima.


sergio magaldi

venerdì 15 novembre 2019

DIALOGO su LA REGIONE SCONOSCIUTA e... dintorni







Francesca Rita Rombolà di PoesiaeLetteratura.it mi ha rivolto alcune domande, a cominciare dal romanzo La Regione Sconosciuta – il sequel de L’Amore Consapevole in libreria da pochi giorni – per continuare sugli altri miei romanzi, sul rapporto tra poesia e filosofia, sul senso del divino, sulla gnosi e sul destino dell’uomo come animale politico.
D – Professor Magaldi, iniziamo questo dialogo col parlare del suo ultimo libro “La Regione Sconosciuta”.
R – “La Regione Sconosciuta”, in libreria da pochi giorni, presuppone la lettura de “L’Amore Consapevole” di cui appunto costituisce il sequel. Naturalmente può essere letto in modo del tutto autonomo, anche perché nel nuovo romanzo non mancano i riferimenti al precedente che è di un anno fa. Nel corso di una presentazione del libro appena uscito si è posto l’accento sulla diversità di ritmo dei due romanzi che non dipende soltanto dalla mole del primo(472 pagine) rispetto al secondo(264), ma dal differente approccio: più emozionale e articolato nella sua struttura “L’Amore Consapevole”, più razionale e stringato nel suo ritmo incalzante “La Regione Sconosciuta”. Il protagonista in entrambi i romanzi è lo stesso, ma qui egli abbandona i luoghi consueti e le alterne vicende di un’esistenza in cui ha creduto, forse ingenuamente, che l’amore, tanto quello vissuto personalmente, quanto quello inteso come eros universale, avesse il potere di rivoluzionare le coscienze persino più di una rivoluzione politica. Ora, invece, è misteriosamente invitato a compiere un viaggio in una dimensione sconosciuta dove non esiste il tempo o, per meglio dire, dove il divenire si manifesta nello spazio. Scoprirà ben presto che la sorte degli esseri umani dipende proprio da questo mondo sconosciuto in cui sta viaggiando, da coloro che lo abitano e che non sono migliori né peggiori degli uomini e delle donne della dimensione da cui proviene, ma che di loro hanno infinitamente più potere. Grazie alla guida che indirizza i suoi passi in questo mondo “altro”, il protagonista si rende finalmente conto che l’eros universale da solo è insufficiente a trasformare l’umanità e che c’è invece bisogno di una nuova presa di coscienza: la consapevolezza che la libertà e la pace del mondo da cui proviene è continuamente minacciata proprio dall’ignorare che esiste una regione sconosciuta. Solo nel finale si riaccende la speranza per un’autentica liberazione del genere umano, ma su questo non voglio aggiungere nulla per lasciare, a chi vorrà leggere il libro, il piacere della scoperta.
D – Gli altri tre romanzi che ha pubblicato hanno dei titoli, a mio parere, davvero particolari e intriganti. Ne vuole parlare un po’?
R – Sì, il primo, “TIPHERETH sentieri d’armonia”, ha effettivamente un titolo particolare e di nicchia. Qui l’io narrante è un giornalista che racconta il viaggio iniziatico di Michele, psicanalista di professione e intellettuale onnivoro, lungo nove sentieri dell’Albero della Vita o Albero delle Sephiroth, a cominciare dal più basso fino a raggiungere Tiphereth che è il centro e il cuore dell’Albero. In realtà, su ciascuno dei sentieri percorsi, Michele trova tracce del proprio passato e crede di ricevere, per così dire, le chiavi per comprenderlo. Infine, una volta in Tiphereth, per eccellenza luogo di armonia, Michele si domanda se quella ottenuta sia una condizione di stabilità o se la stessa convinzione di essere sulla giusta via non diventi superbia… In apertura del libro, tra gli altri ringraziamenti, c’è in particolare quello rivolto ad Alberto Bevilacqua che aveva letto il libro e ne era rimasto colpito favorevolmente, ma che mi aveva consigliato di rimuovere dalla stesura tutta la parte cosiddetta teorica (la Qabbalah), lasciando solo “la polpa romanzesca”. Io non gli ho dato retta e, in seguito, me ne sono pentito. Di tutt’altro genere il secondo libro, “La tinozza di rame”, anche perché nasce dall’esigenza reale di scrivere la sceneggiatura per un film sulle figure di papa Innocenzo X e di sua cognata Olimpia Maidalchini Pamphili. In realtà si tratta di un romanzo storico solo in apparenza perché è incentrato sulla vita di un frate agostiniano che si trova al centro degli eventi narrati e che, condannato ingiustamente, riuscirà infine a ribaltare il proprio infelice destino. Il terzo libro, pubblicato un anno fa, è “L’Amore Consapevole” cui accennavo sopra […]


D - La sua formazione filosofica è stata molto importante nella sua vita, vero?


R - Non c’è dubbio e questo già a cominciare dal liceo classico, dove potevo ingenuamente vantarmi di riportare in pagella un 10 in Filosofia. La scintilla della mia passione per gli studi filosofici si è accesa con i gli antichi pensatori greci e con la conoscenza di Kant, di Hegel e di Marx. Non meno importanti nella mia formazione sono stati KierkegaardNietzsche, Husserl, Heidegger e soprattutto Jean Paul Sartre. Devo molto anche a Franco Lombardi che per breve tratto ho seguito nella cattedra di Filosofia Morale dell’Università di Roma presso cui sono stato ricercatore retribuito. Il suo concetto di “libertà pesante” che coniuga la libertà dell’uomo con i condizionamenti della storia, della natura e della società mi ha sempre affascinato. Peccato solo che oggi non se ne parli più [...]

Vedi il testo integrale dell’intervista cliccando su 
www.poesiaeletteratura.it 


LA REGIONE SCONOSCIUTA

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https://www.ibs.it/regione-sconosciuta-libro-sergio-magaldi/e/9788869346064


mercoledì 6 novembre 2019

Presentazione de LA REGIONE SCONOSCIUTA





VENERDI’ 8 NOVEMBRE p.v.  ORE 17  PRESENTAZIONE de LA REGIONE SCONOSCIUTA

presso il TEATRO LO SPAZIO di via LOCRI 42-44 (San Giovanni) a Roma.











  La narrazione si profila come la continuazione ideale di L’Amore Consapevole – il romanzo pubblicato un anno fa e definito “avvincente come un thriller e sfumato nelle tinte rosa”,– anche perché, oltre al direttore editoriale, ritroviamo qui, sia pure in una prospettiva diversa, alcuni dei personaggi che già conoscevamo, a cominciare proprio dalla ragazza della libreria.




 Nel nuovo romanzo, reintegrato nel suo ufficio, il direttore editoriale della Chiaroscuro decide di accettare il misterioso invito a recarsi nella cosiddetta Regione Sconosciuta, dove a fargli da guida sarà una bellissima creatura dai poteri indecifrabili. Forse non può rifiutare l’invito, forse è spinto a compiere il viaggio per lasciarsi alle spalle la delusione del suo amore per Virginia, la ragazzina conosciuta tanti anni prima in libreria, persa, ritrovata, e nuovamente persa.
Questa volta, però, il protagonista non dovrà combattere contro se stesso o contro invisibili poteri occulti, peraltro facilmente identificabili nella realtà quotidiana, ma vivrà un’esperienza del tutto fuori dell’ordinario e la sua nuova consapevolezza sarà nello scoprire che nulla avviene a caso nell’universo dal quale proviene e che la libertà degli esseri umani è continuamente minacciata proprio dall’ignorare che esiste una Regione Sconosciuta.

martedì 29 ottobre 2019

SALVINI O DELLA DEMONIZZAZIONE VINCENTE




 La Lega e i suoi alleati conquistano l’Umbria con oltre 20 punti percentuali in più rispetto alla coalizione PD-LEU-M5S. Il dato, dal punto di vista numerico, si spiega con il crollo dei pentastellati che dimezzano il già modesto risultato delle ultime elezioni europee nella regione (dal 14% a poco più del 7%). Sotto il profilo politico si spiega invece con diversi fattori [gli scandali recenti del PD umbro, il successo che la Lega aveva già riportato in diverse città della regione, l’ostilità di una parte dell’elettorato grillino all’alleanza con i Dem etc…], non ultimo quello della quotidiana demonizzazione di Matteo Salvini, che imperversa sui media ormai dalle elezioni politiche di marzo 2018 e che è diventato un vero e proprio spot elettorale in suo favore. Demonizzazione che si è venuta arricchendo di valutazioni ossessive e sarcastiche circa il comportamento ingenuo del capo della Lega che in un giorno di agosto – si è detto – sotto l’effetto di un mojito di troppo, ha tolto la fiducia al governo nazionale per poi pentirsi qualche giorno dopo e offrire la presidenza del Consiglio dei ministri a Di Maio.

Sulla sfiducia di Salvini al governo gialloverde ho già avuto modo in un precedente post (vedi, nel blog,  Matteo Salvini tra Lega e Lega Nord, cliccando sul titolo per leggere) di chiarire il mio punto di vista, aggiungo ora che quello che si è attribuito alla debolezza e al pentimento del leader leghista altro non era che l’estremo tentativo di convincere Di Maio a sottrarsi all’egemonia di Conte e a continuare con il programma riformista sancito in un contratto al momento di formare il governo.

Senonché, nell’illusione di riguadagnare il consenso perduto tra le politiche di marzo 2018 e le europee di maggio 2019 – la cui responsabilità è stata attribuita allo strapotere di Salvini e mai ad una riflessione sulla propria inconcludenza, di cui la vergogna di Roma è purtroppo l’emblema – il Movimento Cinquestelle è caduto nella trappola dell’altro Matteo (Renzi) e con la benedizione del suo capo storico e della cosiddetta sinistra del Movimento si è infilato giulivo in un governo di coalizione con il PD e LEU. Senza radici storiche, autodefinendosi né di destra né di sinistra, movimento di opinione che aveva sfondato nell’elettorato con la promessa di cambiare tutto, i pentastellati si sono di fatto rassegnati a fare la ruota di scorta del PD, cioè di una sinistra scialba e incolore che ha perso a sua volta e da tempo la propria ragion d’essere.

D’altra parte, l’ipotesi che il ritrovato centrodestra, passando di vittoria in vittoria nelle elezioni regionali, giunga infine ad impossessarsi democraticamente del governo nazionale non può non essere riguardato con qualche inquietudine. Dalle élite sarebbe infatti considerato un governo di estrema destra con tutte le prevedibili ritorsioni sul piano interno, europeo e internazionale. Ancorché la Lega storicamente non sia mai stato un partito di estrema destra. Prima di tutto perché la sua origine, che data ormai da quarant’anni, nasce prevalentemente da militanti e/o simpatizzanti del vecchio PC ed è solo al contatto con la Liga Veneta che si viene radicalizzando su posizioni secessionistiche e talora destrorze che tuttavia nulla hanno a che fare con l’estrema destra nostalgica, tant’è che Berlusconi farà alleanze separate: al nord con la Lega e al sud con il Movimento Sociale, per l’incompatibilità dichiarata tra i suoi alleati.  Poi perché, se è vero che la Lega di Bossi ha fatto parte dei governi Berlusconi, occorre ricordare che in più di una occasione è stata alleata della sinistra:

«Correva l’anno 1995. Dopo essersi alleata con Berlusconi ed un Fini appena “depurato” grazie all’acqua di Fiuggi (ma con la fiamma ancora nel logo ed i missini hardcore nel partito), la Lega mandò a casa il primo governo di destra della Seconda Repubblica. Tanto bastò a tutto l’allora campo progressista a considerala un referente affidabile ed a compiere forti aperture sul suo tema più gettonato: il federalismo. D’Alema si spinse oltre. Intervistato da Il Manifesto, il 30 novembre 1995 disse: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un anti-statalismo democratico e anche antifascista che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra».
La Lega, quindi, “costola della sinistra” e “partito operaio”.
Il Pds (che poi divenne Ds e quindi Pd) non fu l’unico a subire il fascino del “celodurismo” bossiano. Rifondazione Comunista non si fece troppi problemi ad individuare nel Carroccio un compagno di viaggio. A quel tempo dentro il Prc ci stavano tutti, ma proprio tutti: Bertinotti, Cossutta, Vendola, Diliberto, Ferrero, Grassi, Rizzo, Acerbo, Turigliatto e Ferrando.
E non si registrarono un grande dibattito ed aspre opposizioni quando si trattò di correre assieme alla Lega alle elezioni regionali ed amministrative. Tali alleanze “contro natura” si materializzarono in importanti regioni del Centro e del Sud. Nel Lazio, dove la Lega non aveva il potenziale elettorale odierno ed ottenne un misero 0,48% (Rifondazione conseguì il 9,22%), comunque determinante per far vincere il presidente indicato dal centrosinistra, Piero Badaloni. Pds, Prc e Lega corsero insieme perfino in Puglia, quella che sarebbe diventata la roccaforte di Nichi Vendola. Comunisti e leghisti diedero vita a delle giunte rossoverdi in diversi comuni del Nord, pure di una certa entità, anche negli anni successivi, quando il dialogo nazionale tra Bossi e la dirigenza del centrosinistra si interruppe» [Omar Minniti, https://www.lantidiplomatico.it/].

Il governo Cinquestelle-Lega aveva in programma diverse riforme e soprattutto nasceva da una giusta intuizione: rompere con le tradizionali e fallimentari politiche del centrodestra e del centrosinistra, bilanciando istanze tradizionali della sinistra (reddito di cittadinanza, salario minimo, lotta all’evasione fiscale, giustizia sociale) con quelle considerate auspicabili da un elettorato di centrodestra e non solo (riduzione delle tasse, quota 100, politiche per contenere l’immigrazione e per rilanciare gli investimenti produttivi). L’esito elettorale delle europee ha spaventato i Cinquestelle che si sono precipitati a fare marcia indietro, bloccando ogni iniziativa riformistica e costringendo la Lega di Salvini a trarne tutte le conseguenze. Con il risultato di spaccare il Paese in due:  da una parte una sinistra nominalistica e impotente formata di tante correnti (compresi i Cinquestelle), dall’altra un centrodestra condizionato fortemente dagli eredi del Movimento Sociale che diventerebbero l’ago della bilancia di un governo nazionale a conduzione leghista. Il governo gialloverde, se avesse continuato a funzionare dopo l’approvazione delle prime riforme, avrebbe impedito una polarizzazione che non porterà bene al Paese comunque vada a finire, sia che a prevalere sia il centrodestra, sia che l’armata Brancaleone delle cosiddette sinistre in un modo o nell’altro riesca a conservare il potere.


sergio magaldi