mercoledì 23 dicembre 2020

LA COSTRUZIONE A VENIRE


 

 Giovane scrittore all’esordio, Ottavio Plini mostra una naturale propensione a maneggiare il romanzo gotico, un genere letterario che conosce la sua fortuna in Inghilterra verso la fine del XVIII secolo per poi diffondersi nel secolo successivo – solo per fare qualche esempio – in Germania nella variante romantica e fantastica di E.T.A. Hoffmann, in Italia con la Scapigliatura che reagisce all’eccesso di realismo della narrativa precedente, in U.S.A nei sottogeneri del poliziesco, del noir e dell’horror con Edgar Allan Poe.

Il castello che campeggia nella copertina di La Costruzione a venire [Mazzanti Libri, novembre 2020] fa subito pensare al gotico originale, alla sua ambientazione cupa e misteriosa, ma nel romanzo di Plini i luoghi sono dinamici ed evanescenti, ancorché alle segrete del castello si sostituiscano l’ospedale e la “fenditura aliena”(quasi simbolo di genitali femminili) e non manchino alcuni degli ingredienti più noti della tradizione gotica: dall’oscurità alla malattia, dallo spettro della follia alla costruzione di macchine organiche per la comprensione del cosmo, dalla minaccia degli “Alieni” alle frustrazioni dell’eros e dell’amore romantico, dal soprannaturale, inteso nel suo linguaggio simbolico ma anche come strumento di potere di sette esoteriche che si infiltrano e si combattono tra di loro, al concetto di “Unheimlich”, individuato da Sigmund Freud nel 1919 per descrivere la paura irrazionale. Il perturbante è un sentimento di vago terrore - cui nella finzione romanzesca si accompagna talora per strano paradosso il senso del grottesco e del burlesco - generato dalla percezione di oggetti inanimati che improvvisamente si animano (come nei romanzi di Hoffmann) e viceversa, da soggetti bizzarri e/o deformi al limite della possibilità fisica di sopravvivere e che pure si muovono con straordinaria vitalità, dalla presenza occulta di geni maligni che controllano ogni cosa, dalla paura di perdere la vista o di improvvisi attacchi epilettici, dalla semipermanenza in uno stato onirico in cui realtà e immaginazione si confondono, e così via.

Non a caso gli appunti di René, sia da veggente che da percettore della realtà, offrono uno spaccato della categoria del perturbante collegato ad una sorta di realismo magico:

«In un'altra stanza è un teatrino con un’inquietante bambola che canta alternativamente una nenia paradisiaca e una canzone spagnola, spegnendosi periodicamente mentre la voce prosegue. Si dice che avvicinandosi troppo alla bambola essa metta avanti delle mani che comunicano una scarica elettrica tale da indurre alla follia…» e ancora:

«Mr. Odrek J. era una sorta di piccola bestiolina dal colore mutevole che periodicamente ci si trovava nelle case senza che in genere facesse o dicesse assolutamente nulla. Oramai, in questi tempi disordinati, tormentati e festaioli, ci si era abituati alle sue visite, tanto che i bambini avevano perso anche la voglia di tentare di giocarci assieme. La sua immagine faceva pensare a uno stuzzicadenti intorno a cui si avvolgeva uno spago che poi si biforcava indurendosi in due asticelle che erano le gambe.»[1]

Il realismo magico, in tutte le sue accezioni, altro non è che una categoria del fantastico e Ottavio Plini mostra di saper utilizzare il fantastico nel giusto senso in cui lo raccomanda Sartre in “Che cos’è la letteratura?” Si tratta di dare l’impressione al lettore che ciò che in sé appare assurdo accada invece come un avvenimento normale. Solo così, conclude Sartre, ci si troverà di colpo immersi in un mondo fantastico più reale della realtà stessa. Perché il ruolo della fantasia, dopo tutto, è proprio quello di portare alla luce ciò che della realtà si nasconde sotto la densità delle illusioni e dell’apparenza. Un’operazione che riesce all’autore già alla sua prima prova letteraria.   

D’altra parte, la condizione in cui si trova René, il vero protagonista del romanzo, è proprio quella di alternare visioni oniriche – in cui si ritaglia il ruolo di veggente – alla percezione labile della realtà. “Una misteriosa infiammazione del sistema nervoso”, probabilmente di “origine aliena”, lo ha costretto ad un letto di ospedale, trasformandolo in una sorta di cavia non solo per i medici ma anche per il gruppo di esoteristi che fa della gnosi la propria ragion d’essere. Ed è ad uno di questi gruppi che uno scrittore dovrà offrire un ampio resoconto sugli aspetti “visionari” ancorché interessanti dell’infermità di Renato. Egli dovrà riordinare e dare senso compiuto agli sparsi appunti del malato per poi consegnare il tutto al vertice della sua Organizzazione, rappresentato dalle Tre Madri. E qui l’abilità di Plini, nel presentarci prima le Tre Dame come vagamente minacciose, quasi fossero davvero la Mater Suspiriorum, la Mater Tenebrarum e la Mater Lacrimarum, le tre divinità malvagie che con il loro potere manipolano gli eventi del mondo, poi nel rivelarci che le Tre Madri altro non sono che le tre luci massoniche di Sapienza, Forza e Bellezza. E in fondo proprio in questo sembra consistere il leitmotiv della narrazione: utilizzare gli strumenti del gotico per squarciare le verità apparenti della realtà quotidiana sino a raggiungere la soglia di un’altra dimensione che nel giustificare quella presente sia tale da permettere la costruzione di un mondo a venire.

 sergio magaldi



[1] Op.cit. pp.15 e 80


sabato 12 dicembre 2020

Tra timori e temerarietà di fronte al coronavirus


 

La consapevolezza di ciò che accade durante questa pandemia    la possibilità di decidere per il meglio

 

di Alberto Zei 


Atteggiamenti differenti di fronte alla pandemia

La casistica  dell’ infezione -  Escludendo le persone che non contraggono il coronavirus, che sono la maggior parte e che pertanto non possono venire contagiate, è interessante invece prendere atto delle diverse risposte alla infezione di chi si imbatte in un ambiente in cui il virus  è presente.

Esiste una differente risposta alla malattia quasi per quante sono le persone interessate, ma per rendere sintetica la casistica, si può dire che la maggior parte non contrae alcun contagio. Vi sono poi alcuni che risultano positivi al virus ma che non avvertono un particolare disagio. Altri invece risentono dell’infezione con un leggero malessere che tuttavia non comporta una conseguenza apprezzabile.

C’è gente che contrae la malattia con sintomi febbrili e con disturbi che, dopo un certo tempo, si risolvono spontaneamente; c’è chi invece si ammala in modo serio con bisogno di cure che sono però sufficienti a ristabilire, dopo un certo tempo, lo stato di salute. Altre persone, invece, contraggono la malattia in modo severo e hanno bisogno di ricovero in ospedale; tra queste c’è chi, dopo aver ricevuto le giuste cure, guarisce e c’è chi deve essere sottoposto a terapia intensiva. Soprattutto quest’ultimi divenendo soggetti ad alto rischio, incorrono nel pericolo più grande che spesso si trasforma in decesso.

Tra teoria e pratica - Anche se un solo virus è in teoria sufficiente a infettare un organismo a mezzo della replicazione virale di cellula in cellula fino all’infezione eclatante, in pratica questo non accade perché quando si tratta di infezioni causate da gruppi virali di miliardi e miliardi di unità, è la contemporanea massiva presenza che consente l’infezione.

Esistono poi anche parametri più oggettivi, relativi alla presenza dei virus che solo in certi casi possono innescare la malattia. Uno è quello riguardante il numero di microrganismi presenti nell’ambiente, giacché è la quantità che aumenta la probabilità statistica di incorrere nell’infezione.

Infatti, vi sono molti esempi di corpuscoli capaci di penetrare all’interno degli organismi di ogni genere, compreso quello umano.

Nel regno vegetale si ricorda la enorme quantità di pollini che staziona nell’ aria durante la primavera, anche se alla fine sarà soltanto uno di loro a fecondare il fiore.


Nube di polline

Anche nella riproduzione del genere umano, per un  ovulo è sufficiente un solo spermatozoo. Ma gli spermatozoi occorrenti alla fecondazione naturale, necessitano di centinaia di milioni di individui contemporaneamente presenti per consentire a uno solo, non necessariamente il primo ad arrivare, di penetrare nell’ovulo.

La forza dell’ accumulo - Un altro aspetto della possibilità di infezione che compensa il numero non sufficiente di virus presenti nell’ambiente è quello dell’’accumulo virale nell’organismo che si moltiplica per infettare nel tempo in cui si rimane nell’ambiente ostile, respirandone l’ aria.

Il tempo infatti è un parametro moltiplicativo anche in senso generale del nostro vivere quotidiano. C’è anche un detto popolare che esprime il concetto e che dice: “dai e dai, prima o poi si verifica “.

Va da sé che se si frequenta un ambiente pericoloso, il tempo di permanenza  comporta una moltiplicazione del rischio.

Merita ricordare che anche l’impostazione mentale costante di ciò che si teme crea nel pensiero un atteggiamento di paura che paradossalmente porta, attraverso l’indebolimento delle difese psichiche, verso il male che si intende evitare.

Il pericolo dell’ eccesso – Non giova avere un atteggiamento spavaldo e temerario per evitare il contagio, ritenendo di essere tra coloro che non si possono ammalare. E’ soprattutto la risposta immunitaria che determina l’esito della malattia: è lo stato in cui l’organismo si trova che permette di respingere fin dall’origine l’aggressione,  o contrastare la malattia. Questo significa che solo in pochi casi il virus trova le sue vittime perché, nella maggior parte delle circostanze le persone, come già detto, riescono a  superare più o meno autonomamente l’aggravarsi della patologia. Ciò non significa però che il coronavirus non possa avere conseguenze letali, ma non ci si può neppure sottrarre alla vita sociale e in certi casi anche a quella lavorativa per la mera eventualità di ammalarsi.

Certamente c’ è chi la malattia è come se la cercasse, rinunciando ad  ogni precauzione, anche quando sarebbe più facile essere prudenti e soprattutto quando la sicurezza, basata sul fatto che finora non è accaduto niente, diviene il motivo per osare oltre, pensando di essere divenuti più immuni e più forti degli altri.

Mettere in atto, invece, le accortezze che in termini di sacrificio in questa particolare situazione, non costano poi tanto, risponde ad un atto di  amore verso di sé e verso gli altri. 

L’alimentazione -  Senza entrare nei particolari della qualità dell’alimentazione quotidiana e delle sostanze para-farmacologiche che vengono consigliate per ottenere determinati risultati sul sistema immunitario, giova ricordare che il più grande baluardo della nostra salute è proprio il sistema immunitario. Soltanto ultimamente si parla a sufficienza di questa risorsa naturale tanto che quasi tutti ormai conoscono come agisce e come, alla luce delle nuove  conoscenze biologiche, va trattato per opporre un’efficace barriera alle malattie. 




Giova comunque ricordare che il sistema immunitario per avere ben equilibrati i due sottosistemi TH1 e TH2, a tutela dell’intero organismo, necessita di una corretta alimentazione che si compone anche di sostanze naturali integrate con quanto manca, nonché di una vita sana non sedentaria e di un atteggiamento mentale aperto e costruttivo.


martedì 8 dicembre 2020

IL BARBIERE DI SIVIGLIA AL TEMPO DEL COVID


 

 Si è aperta sabato scorso, ufficialmente, la nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma con l’allestimento de Il barbiere di Siviglia, la famosa opera buffa che Gioacchino Rossini realizzò su libretto di Cesare Sterbini tratto dalla omonima commedia scritta da Beaumarchais nel 1773. L’opera fu rappresentata per la prima volta durante il carnevale del 1816 presso l’attuale Teatro Argentina di Roma, anche se con il titolo diverso di Almaviva o sia L’inutile precauzione, pare in segno di rispetto nei confronti di Giovanni Paisiello, che aveva già musicato la pièce del drammaturgo francese, ma più probabilmente per evitare questioni legali e/o sociali, tant’è che la sera della prima fu un vero fallimento per il boicottaggio dei sostenitori di Paisiello. Tuttavia, già dalla seconda serata, il successo di pubblico fu tale da oscurare per sempre il lavoro di Paisiello a vantaggio di quello di Rossini.

La vera novità della rappresentazione di ieri consiste però nel fatto che, in tempo di covid, con la chiusura dei teatri, a torto o a ragione, Il barbiere di Siviglia sia stato trasmesso da Rai 3 per iniziativa di Rai Cultura e del Teatro dell’Opera che, per l’occasione, gli ha dedicato uno speciale allestimento, come ha dichiarato il Sovrintendente Carlo Fuortes: «Una rappresentazione dell’opera certamente unica, come il tempo nel quale stiamo vivendo. Sono certo che la Prima di Stagione con questo nuovo Barbiere di Siviglia potrà affascinare e sorprendere i molti spettatori di Rai 3 che la guarderanno. Potrà essere un’occasione straordinaria per allargare la platea del Costanzi e raggiungere un nuovo pubblico. La regia di Mario Martone sarà realizzata come per un film. Il nostro bellissimo Teatro, vuoto e senza spettatori, sarà la scena dove si ambienterà quest’opera tanto amata, con un uso del tutto innovativo degli spazi del teatro»

Piacevolmente innovativa - considerata la location a disposizione - la regia di Martone, regista teatrale e cinematografico che molti ricorderanno per il Il giovane favoloso dedicato al grande Giacomo Leopardi. Per la verità, in un post dedicato al film parlavo di occasione persa, dell’opportunità di “portare sul grande schermo un poeta sublime - in Italia forse secondo solo a Dante  Alighieri - sprecata e ridotta a poco più di una rappresentazione di cronologia biografica, dalla quale peraltro viene espunto un arco significativo di oltre dieci anni”[per leggere l’intero post clicca di seguito sul titolo: IL GIOVANE FAVOLOSO... ma dov'è GIACOMO LEOPARDI?]. Ma Roberto Saviano sull’Espresso, parlò allora di un film “ironico, appassionato e rivoluzionario” e di una rappresentazione del poeta di Recanati “finalmente lontano dai luoghi comuni sulla bruttezza e l’infelicità”.

Bene comunque Mario Martone, questa volta, nell’allestire in un teatro senza pubblico l’opera buffa di Gioachino Rossini. Non dispiace, anche se per qualche istante sconcerta, l’apertura con la corsa in moto di Figaro (Andrzej Filończyk), con casco e mascherina, per raggiungere il Teatro dell’Opera, attraverso le strade di una Roma sempre bella nonostante la sua amministrazione e neppure il reticolo di fili con cui il regista ad un certo punto ingabbia la platea e i palchetti con l’intento di rappresentare la “prigione” in cui Rosina (Vasilisa Berzhanskaya) è tenuta da Don Bartolo (Alessandro Corbelli), suo tutore, ma forse anche per dipingere con garbata ironia la condizione esistenziale in cui oggi si sentono i romani e gli italiani per non poter usufruire dei teatri e non solo.

Pregevole iniziativa questa, di utilizzare la televisione pubblica perché il lavoro degli artisti non si fermi e perché i cittadini costretti dal lockdown possano usufruirne. Ma è solo una goccia nel mare, un’idea eccellente ma ancora di nicchia. Perché il governo italiano, in luogo di distribuire mance e mancette elettorali, che comunque saranno a carico dei contribuenti, non investe per la realizzazione di iniziative generalizzate come quelle di Rai cultura e del Teatro dell’Opera di Roma? Perché la televisione italiana, pagata dai cittadini con la bolletta dell’energia elettrica, continua a distribuire compensi favolosi ai soliti noti per mandare in onda programmi insulsi, quando ha l’occasione per promuovere iniziative culturali e nello stesso tempo per alleviare le condizioni di un settore oggi a dir poco depresso, come quello dei lavoratori dello spettacolo?

sergio magaldi   


mercoledì 2 dicembre 2020

LA MIGLIORE OFFERTA


 

Ripropongo di seguito a distanza di circa otto anni – soprattutto per coloro che l’abbiano visto o rivisto lunedì sera su Premium Cinema 2 – quello che a mio parere resta il film più compiuto di Giuseppe Tornatore. La visione ripetuta di un bel film, così come quella di un libro altrettanto bello, offre l’opportunità di cogliere quei particolari che erano andati perduti nelle visioni e/o nelle letture precedenti e che pure sono in grado di allargare l’orizzonte della comprensione del lettore e/o dello spettatore. È il caso de “La migliore offerta” di Tornatore. Così, alla recensione di allora potrei aggiungere oggi altri particolari, su tutti alcune immagini che mi erano sfuggite della seduzione sottile con cui Claire cattura l’anima di Virgil e ne controlla il desiderio, ma preferisco lasciarli all’osservazione e alla scoperta di chi ha già visto il film o lo rivedrà in futuro.

Scrivevo allora:

«Se esiste un potere oscuro e ostile che immette a tradimento un filo nel nostro cuore col quale poi ci afferra e ci trascina su una via pericolosa e mortale che altrimenti non avremmo battuto… se un potere siffatto esiste, deve prendere dentro di noi la nostra stessa forma, deve anzi diventare il nostro io: soltanto così infatti possiamo crederci e concedergli quello spazio di cui ha bisogno per compiere quell’opera segreta».



È il brano di una lettera di Clara, il personaggio di un noto racconto di E.T.A. Hoffman, “L’uomo della sabbia” [1815] che fa parte dei Notturni di Callot. Ben si adatta per introdurci nel clima gotico-romantico del nuovo film di Tornatore, nel quale non manca anche una nana che sembra una bambola meccanica e che si rivela come una piccola rotella nell’ingranaggio dell’intera vicenda.

Lavoro pregevole ed elegante, La migliore offerta di Giuseppe Tornatore ha spessore europeo e induce a riflettere sui sentimenti e sulle nevrosi presenti nell’animo umano, benché utilizzi a piene mani strumenti già noti e lasci intuire il finale del film con largo anticipo. 

Virgil Oldman [Geoffrey Rush], come dice il suo cognome, è un uomo non più giovane, battitore d’asta di fama internazionale, eccezionale intenditore d’arte e collezionista di ritratti femminili di grande valore commerciale, che riesce a procurarsi grazie al fiuto di cui dispone e alla complicità dell’amico Billy [Donald Sutherland]. Volti di donna che per lui hanno prima di tutto grande valenza affettiva. Per la verità, egli colleziona anche guanti o meglio ne possiede per proprio uso e consumo in quantità industriale, perché non riesce a toccare gli altri e le cose a mani nude…

Non è difficile utilizzare per Virgil la categoria del “perturbante”, cui Freud dedicò un saggio nel 1919, Das Unheimliche, che in tedesco significa non confortevole, non familiare, perturbante appunto, dalla negazione  Un  e da  Heimliche [Heim=casa] che significa confortevole, familiare. In Filosofia della Mitologia [1846],Schelling definì Unheimliche “Tutto ciò che potrebbe restare segreto, nascosto e che invece è affiorato” [Ed. it., Milano, Mursia 1990, p.474]. Entrambi i significati si ritrovano nella vita e nella psiche del protagonista del film di Tornatore. Veniamo infatti a sapere che Virgil è cresciuto in un orfanatrofio e indoviniamo che la grande sala-cassaforte, in cui egli gode in segreto di ritratti femminili d’ogni epoca, assumerà presto nel racconto un significato che trascende la dimensione intimistica. 

Nel saggio, Freud accenna  tra l’altro proprio all’Uomo della sabbia di E.T.A. Hoffman e individua nelle “rappresentazioni e imitazioni artistiche” l’unica forma di  perturbazione o di spaseamento  capace di suscitare angoscia ma anche “godimento elevatissimo”. A tale proposito, poco importa sapere che Virgil ha acquisito interesse e competenza per l’arte grazie ad un antiquario causalmente incontrato durante l’infanzia. Il fattore infantile come fonte primigenia del “perturbante” e causa della scissione tra principio del piacere e principio di realtà, trova in lui compensazione nell’amore per l’arte e nel godimento delle rappresentazioni artistiche, vere o false che siano.

La misoginia di Virgil è solo apparente. Egli si nutre della bellezza femminile ma rinuncia alle donne in carne e ossa perché in lui è scisso sin dall’infanzia il binomio piacere-realtà. Quando però una giovane donna, che immagina bella come quelle che contempla attraverso i ritratti della sua camera segreta, entra casualmente[?!] nella sua vita, si compie in lui la metamorfosi che tuttavia non è ancora guarigione. Occorrerà che la donna gli si manifesti in forma misteriosa e non visibile, che possa ascoltarne la voce senza vederla e che infine possa contemplarla nella sua bellezza senza esserne visto, ricorrendo ad un piccolo stratagemma suggeritogli da Robert [Jim Sturgess], il giovane e valente meccanico, come lui appassionato di automi e di robot e che, grazie ai pezzi e agli ingranaggi che Virgil rintraccia poco a poco nella misteriosa villa di Claire, ricostruirà per lui l’automa di Vaucanson, il geniale inventore meccanico vissuto nel XVIII secolo.



Come il Nataniele del racconto di Hoffman, che s’innamora di Olimpia, una bambola meccanica, e poi di Clara, una donna in carne e ossa, Virgil divide ora la sua anima tra il robot di Vaucanson e le sembianze di Claire [una Sylvia Hoeks non del tutto convincente]. Ma la donna, proprio come lui soffre di una rara forma del “perturbante”: l’agorafobia che dall’infanzia la costringe in una stanza segreta della sua villa ricca di vaste sale, quadri e mobili antichi.

Nel vicendevole aiuto che Virgil e Claire si scambiano, nella complicità e nel mistero dell’innamoramento, si compie il miracolo della reciproca guarigione: lui imparerà finalmente ad amare una donna di carne e sangue, lei tornerà poco a poco a frequentare le piazze e le strade affollate.

Virgil si muove ora in un universo nuovo ma che non  avverte più come Unheimicle “perturbante” o poco familiare, così com’è avvenuto durante tutta la sua vita. E la spiegazione di questo sentirsi a suo agio è nel paradosso che gli fornisce l’amico Billy, quando lo avverte che i sentimenti umani si possono simulare come le opere d’arte e che vivere con una donna è come partecipare ad un’asta, perché non sai mai se la tua offerta sarà la più alta. Virgil sa bene per esperienza che in ogni falso artistico si nasconde sempre qualcosa di autentico e che la migliore offerta in un’asta è quella di cui non si può mai essere sicuri. E sono proprio queste consapevolezze a indurlo a rischiare in amore tutto se stesso, così come per tanti anni ha fatto con successo in campo artistico.

Forse Virgil non è del tutto guarito, forse ha confuso l’amore con l’arte, ma una cosa è certa: il feticismo estetico – che lo portava a contemplare ritratti di donna, pago solo di cogliere l’anima che l’artista aveva saputo imprimere sulla tela – si muta in romanticismo, ora che la magia dell’amore si è dispiegata in lui in tutta la sua potenza. Chi parlerebbe ancora del “perturbante” in Virgil, nella finzione di un incontro con Claire in una dimensione reale, come può esserlo la Staromestská Namesti di Praga o un Caffè adiacente alla piazza? Chi, innamorato, non ha creduto per qualche attimo di veder comparire all’improvviso la persona amata in un luogo consueto o solo vagheggiato da entrambi? Chi, amando, non ha sperato di vederla arrivare, anche in mancanza di un appuntamento?

 sergio magaldi

 


martedì 1 dicembre 2020

IL PUNTO SUL CAMPIONATO 2020-2021 (N°2)


 

 

 Dopo nove giornate, la serie A mostra il comportamento ondivago di quasi tutte le squadre di testa, ad eccezione del Milan che, con o senza “Ibra”, guida la classifica con 5 punti di vantaggio sulle seconde e un percorso uniforme caratterizzato da due pareggi e sette vittorie, di cui l’ultima ottenuta facilmente domenica scorsa, senza il capocannoniere del Campionato (Ibrahimovic con ben 10 reti pur avendo saltato alcune partite delle nove sin qui disputate, prima per positività al Covid 19, di recente per infortunio), su una Fiorentina che già fa rimpiangere l’esonerato Iachini. Esemplare a questo riguardo la nona giornata, dedicata giustamente al ricordo del grande Diego Armando Maradona.

Si aspettava il Sassuolo, secondo in classifica, che qualcuno riteneva potesse inserirsi nella lotta per lo scudetto e magari vincerlo emulando le gesta del Leicester inglese, e la squadra di De Zerbi non solo ha perso sul suo terreno contro l’Inter, ma ha mostrato l’inconsistenza di un gioco altre volte esaltato dagli addetti ai lavori. Per gran parte dei novanta minuti, i neroverdi hanno passeggiato in mezzo al campo, prendendo per giunta due goal su altrettanti errori di Chiriches, il difensore centrale e nazionale rumeno: il primo, rinviando corto su Lautaro in prossimità della propria area, il secondo su autogoal, centrando di testa la propria porta. Neppure esente da responsabilità, sul primo goal, quel Manuel Locatelli che, a detta dei critici, è diventato improvvisamente il miglior centrocampista italiano, conteso dalle grandi società a colpi di milioni. Che fa Locatelli, quando si avvede dell’errore di Chiriches? Accorre opportunamente ma invece di dirigersi su Sanchez che staziona in zona pericolosamente, si accoda agli altri difendenti che stanno ormai chiudendo su Lautaro, il quale prima di essere sopraffatto, con un passaggio corto e sbilenco imbocca Sanchez che, completamente smarcato, batte a rete con estrema facilità. Tanto basta per far parlare di una “grande Inter”, processata solo tre giorni avanti per la sconfitta di San Siro contro il Real Madrid e ormai quasi fuori dalla Champions, dove ha collezionato in quattro partite due sconfitte e due pareggi. Probabilmente fuori anche dall’Europa League, la squadra di Conte potrà approfittarne per puntare allo scudetto senza avere tra i piedi gli impegni di Coppa.

Sconfitte entrambe le romane, come pure l’Atalanta dopo le esaltanti vittorie europee di qualche giorno prima. Con qualche distinzione. L’Atalanta, dopo l’impresa che mercoledì scorso l’ha portata ad espugnare l’Anfield Stadium dei campioni europei del Liverpool, ha disputato un’ottima partita con il Verona, perdendo solo per una ripartenza degli avversari, arroccati per quasi tutti i novanta minuti nella propria area di rigore. Per una volta è lecito dire che la sfortuna e la grande difesa del Verona hanno causato la sconfitta immeritata dei bergamaschi. Lazio e Roma, invece, non sono praticamente scese in campo. In particolare la Roma, attesa dalla sfida col Napoli nel clima triste e tuttavia appassionato dell’ultimo commosso saluto a Maradona. Disagio psicologico dei giallorossi? Stanchezza per la gara disputata e vinta giovedì in Romania? Assenze pesanti dei difensori centrali? Forse è vero un po’ tutto, ma è un fatto che quando la squadra capitolina è chiamata alle prove decisive o supposte tali, manca spesso il bersaglio. Non ultimo anche qualche errore di valutazione del pur bravo Fonseca, per aver giocato praticamente in nove, senza l’apporto di Dzeko e Pellegrini che non erano ancora in grado di scendere in campo in una partita così importante per la classifica della Roma, tant’è che entrambi sono stati poi sostituiti quando ormai era troppo tardi. Un errore anche, a mio parere, non aver riproposto, proprio contro i napoletani, il centrocampo centrale con Villar, Diawara e Veretout, che si era visto per qualche tratto della partita contro i rumeni del Cluj, e che sarebbe stato un’ottima diga per fermare i cursori azzurri del Napoli e rilanciare la squadra in avanti.

Un discorso a parte sulla Juventus. Anche se poco cambia da quanto già detto in un post precedente [cfr. Il predestinato e il grigiore bianconero e clicca sul titolo per leggere]. I bianconeri hanno avuto sin qui forse il calendario più facile della Serie A ma non ne hanno approfittato. Ben cinque i pareggi, l’ultimo quello di Benevento di sabato pomeriggio, tre sole vittorie con Sampdoria, Spezia e Cagliari, oltre a quella a tavolino sul Napoli. Delle cosiddette grandi, i bianconeri hanno incontrato solo Roma e Lazio, pareggiando con entrambe. Un bilancio magro che non lascia ben presagire, una constatazione sin troppo facile: senza Ronaldo la squadra non vince, non bastando neppure i goal di un grande Morata, vanificati da una cattiva organizzazione di gioco. La squadra sembra assumere sempre più le caratteristiche del suo allenatore, senza grinta e determinazione, arme tradizionali dei bianconeri. E la mano di Pirlo – grande campione come calciatore, da allenatore giudicabile purtroppo solo in base alle 12 partite ufficiali sin qui disputate in carriera con la Juve (le otto di Campionato e le quattro di Champions) – si vede in campo. Si ostina nell’errore che fu già di Sarri, ma non di Allegri, di far giocare Cuadrado stabilmente terzino, togliendolo dal ruolo che sino a due anni fa aveva sempre avuto di esterno alto, pronto anche ad accentrarsi per trovare le punte e i goal con i suoi assist che, nonostante tutto, continua a fare (l’ultimo goal della Juve, a Benevento, nasce da un grande assist del colombiano per Morata), al prezzo di un gran dispendio di energia e talora di perdita di lucidità al momento di difendere. Fa giocare Danilo centrale di difesa, sia pure con la motivazione dei tanti infortuni, schiera spesso Frabotta, giovane di belle speranze, esterno basso a sinistra che nello scendere sulla propria fascia perde facilmente la palla innestando la ripartenza degli avversari. E l’idea di difendere a quattro e di attaccare con tre difendenti si rivela spesso improduttiva e pericolosa, generando  confusione in mezzo al campo, dove i centrocampisti sono alternati senza una logica, come è accaduto contro il Benevento, con Ramsey e Rabiot – a mio parere alternativi – fatti giocare insieme, e la sostituzione di Arthur che pure dava un certo ordine al centrocampo, con Kulusevski messo in una porzione di campo che non gli appartiene, con una tattica che sembra solo preoccuparsi che ciascun giocatore della rosa abbia il suo minutaggio, con la conseguenza che non si vede ancora una formazione tipo e un gioco apprezzabile neppure contro le squadre cosiddette modeste. Perché poi far riposare Ronaldo proprio contro il Benevento, dove la Juve aveva bisogno dei tre punti per tallonare il Milan al secondo posto della classifica, e non nella partita di domani in Champions contro la Dinamo Kiev, a qualificazione già avvenuta agli ottavi? Se Ronaldo aveva davvero urgenza di fermarsi, bene, ma se la scelta nasce dal proposito di tentare l’assalto al primo posto del girone, sfidando il Barcellona, male, perché dopo la sconfitta di Torino, al momento appare velleitario andare a vincere in Spagna. Pirlo, inoltre, grande campione del recente passato dovrebbe stare più attento alle critiche e non dire: “Le critiche? Buon segno. Significa che facciamo paura”. Già, ma paura a chi? Per il momento solo ai tifosi juventini!

In conclusione, un Campionato interessante come mai era accaduto negli ultimi anni quando i bianconeri la facevano da padroni, merito delle squadre abituate alla testa della classifica che quest’anno si sono rafforzate o demerito della Juventus? 

 sergio magaldi