mercoledì 27 gennaio 2021

LE LEGGI RAZZIALI PRELUDIO ALLA SHOAH


 LE LEGGI  RAZZIALI  PRELUDIO  ALLA  SHOAH

di  Sergio Magaldi

 Com’è noto, Emanuele Filiberto ha inviato alla Comunità Ebraica Italiana una lettera aperta con la data di oggi - 27 gennaio 2021, giorno della memoria della Shoah – nella quale chiede scusa a nome della sua famiglia per le leggi razziali promulgate dal suo avo Vittorio Emanuele III. Non è un caso che il discendente di Casa Savoia abbia scelto una data tanto significativa, riconoscendo implicitamente che le leggi razziali contro gli ebrei costituiscono il primo atto della tragedia che si consumò più tardi in Europa con l’allestimento dei campi di sterminio voluti dalla Germania nazista, grazie alla complicità di altre nazioni, come l’Austria, l’Italia, la Francia di Vichy, la Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia e altri paesi occupati dall’esercito tedesco. La richiesta di perdono di Emanuele Filiberto, per quanto apprezzabile in sé, giunge tardiva e la risposta indiretta della Comunità Ebraica Italiana mi sembra più che legittima.

Oltre al testo integrale della lettera di Emanuele Filiberto di Savoia, pubblico di seguito, la nota in risposta della Comunità Ebraica di Roma, nonché due tra i provvedimenti più significati della legislazione antiebraica varati a suo tempo dal Parlamento Italiano (composto di soli fascisti) e promulgati dal re Vittorio Emanuele III con la firma di Benito Mussolini e degli altri ministri responsabili. Il primo riguarda l’esclusione di studenti e insegnanti ebrei dalla scuola italiana, nonché dalle Università e dalle Accademie ed altri Enti, il secondo concerne la proibizione, pena l’arresto, dei matrimoni con gli ebrei e al Capo II si dilunga in un’ampia casistica su chi debba essere considerato “ebreo”, per poi precisare all’art. 10 ulteriori divieti per gli ebrei tra cui una forte limitazione dei diritti di proprietà e di libertà.

 

 LETTERA ALLA COMUNITÀ EBRAICA ITALIANA

Mi rivolgo a tutti voi, Fratelli della Comunità Ebraica italiana, per esprimervi la mia sincera amicizia e trasmettervi tutto il mio affetto nel solenne “Giorno della Memoria”.

Vi scrivo a cuore aperto una lettera certamente non facile, una lettera che può stupirvi e che forse non vi aspettavate. Eppure sappiate che per me è molto importante e necessaria, perché reputo giunto, una volta per tutte, il momento di fare i conti con la Storia e con il passato della Famiglia che oggi sono qui a rappresentare, nel nome millenario di quella Casa Reale che ha contribuito in maniera determinante all'unità d'Italia, nome che orgogliosamente porto.

Scrivo a voi, Fratelli Ebrei, nell’anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, data simbolo scelta nel 2000 dal Parlamento della Repubblica Italiana, a memoria perpetua di una tragedia che ha visto perire per mano della follia nazi-fascista 6 milioni di ebrei europei, di cui 7500 nostri fratelli italiani.

È nel ricordo di quelle sacre vittime italiane che desidero oggi chiedere ufficialmente e solennemente perdono a nome di tutta la mia Famiglia. Ho deciso di fare questo passo, per me doveroso, perché la memoria di quanto accaduto resti viva, perché il ricordo sia sempre presente.

Condanno le leggi razziali del 1938, di cui ancor oggi sento tutto il peso sulle mie spalle e con me tutta la Real Casa di Savoia e dichiaro solennemente che non ci riconosciamo in ciò che fece Re Vittorio Emanuele III: una firma sofferta, dalla quale ci dissociamo fermamente, un documento inaccettabile,un’ombra indelebile per la mia Famiglia, una ferita ancora aperta per l’Italia intera.

Condanno le leggi razziali nel ricordo del mio glorioso avo Re Carlo Alberto che il 29 marzo1848 fu tra i primi Sovrani d’Europa a dare agli italiani ebrei la piena uguaglianza di diritti.

Condanno le leggi razziali nel ricordo dei numerosi italiani ebrei che lottarono con grandissimo coraggio sui campi di battaglia dell’Ottocento e del primo Novecento da veri Patrioti.

Condanno la firma delle leggi razziali nel ricordo della visita alla nuova Sinagoga di Roma che proprio mio bisnonno Vittorio Emanuele III fece nel 1904, dopo che il 13 gennaio dello stesso anno si disse addirittura favorevole alla nascita dello stato ebraico e così si espresse: “gli ebrei, per noi, sono Italiani, in tutto e per tutto”.

Desidero che la Storia non si cancelli, che la Storia non si dimentichi e che la Storia abbia sempre la possibilità di raccontare quanto accaduto a tutti coloro che hanno fame e sete di verità. Le vittime dell’Olocausto non dovranno mai essere dimenticate e per questo motivo, ancor oggi, esse ci gridano il loro desiderio di essere giustamente ricordate.

Anche la mia Casa ha sofferto in prima persona, sebbene per motivi politici, ed è stata ferita profondamente negli affetti più cari: come potremmo dimenticare la tragica fine di mia zia Mafalda di Savoia, morta il 28 agosto 1944 nel campo di concentramento di Buchenwald dopo un’atroce agonia?

Come potrei dimenticare che anche mia zia Maria di Savoia fu deportata con il marito e con due dei loro figli in un campo di concentramento vicino a Berlino?

Ed entrambe erano figlie sempre dello stesso Vittorio Emanuele III.

Scrivo a voi fratelli Ebrei, con viva e profonda emozione nel lancinante ricordo del rastrellamento del Ghetto avvenuto il 16 ottobre 1943.

Scrivo a voi fratelli Ebrei, nell’angoscioso ricordo delle troppe vittime che la nostra amata Italia ha perso.

Scrivo a voi questa mia lettera, sinceramente sentita e voluta, che indirizzo a tutta la Comunità italiana, per riannodare quei fili malauguratamente spezzati, perché sia un primo passo verso quel dialogo che oggi desidero riprendere e seguire personalmente.

Con tutta la mia sincera fratellanza,

 Roma, 27 gennaio 2021




REGIO DECRETO LEGGE 5 settembre 1938-XVI, n. 1390

REGIO DECRETO LEGGE 5 settembre 1938-XVI, n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (GURI n. 209, 13 settembre 1938). Convertito in legge senza modifiche con L 99/1939.

VITTORIO EMANUELE III

PER  GRAZIA DI DIO E PER VOLONTA’ DELLA NAZIONE

RE D’ITALIA E IMPERATORE D’ETIOPIA

 Visto l'art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n. 100;
Ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana. Udito il Consiglio dei Ministri sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per l'educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze, Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1

All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; né potranno essere ammesse all'assistentato universitario, né al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza.

Art. 2

Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.

Art. 3

A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza nelle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall'esercizio della libera docenza.

Art. 4

I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.

Art. 5

In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.

Art. 6

Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.

Art. 7

Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l'educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 5 settembre 1938 - Anno XVI

VITTORIO EMANUELE

Mussolini - Bottai - Di Revel

REGIO DECRETO-LEGGE 17 novembre 1938-XVII, n. 1728

Provvedimenti per la difesa della razza italiana (GURI n. 264, 19 novembre 1938; una rettifica in GURI n. 280, 9 dicembre 1938). Convertito in legge senza modifiche con L 274/1939.

REGIO DECRETO-LEGGE 17 novembre 1938-XVII, n.1728
Provvedimenti per la difesa della razza italiana.


VITTORIO EMANUELE III

PER  GRAZIA DI DIO E PER VOLONTA’ DELLA NAZIONE

RE D’ITALIA E IMPERATORE D’ETIOPIA

Ritenuta la necessità urgente ed assoluta di provvedere;

Visto l'art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n. 100, sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche;

Sentito il Consiglio dei Ministri;

Sulla proposta del DUCE, Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro per l'interno, di concerto coi Ministri per gli affari esteri, per la grazia e giustizia, per le finanze e per le corporazioni;

Abbiamo decretato e decretiamo:

CAPO I

PROVVEDIMENTI RELATIVI AI MATRIMONI

Art. 1

Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito.

Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.

Art. 2

Fermo il divieto di cui all'art. 1, il matrimonio del cittadino italiano con persona di nazionalità straniera è subordinato al preventivo consenso del Ministro per l'interno.

I trasgressori sono puniti con l'arresto fino a tre mesi e con l'ammenda fino a lire diecimila.

Art. 3

Fermo sempre il divieto di cui all'art. 1, i dipendenti delle Amministrazioni civili e militari dello Stato, delle Organizzazioni del Partito Nazionale Fascista o da esso controllate, delle Amministrazioni delle Provincie, dei Comuni, degli Enti parastatali e delle Associazioni sindacali ed Enti collaterali non possono contrarre matrimonio con persone di nazionalità straniera.

Salva l'applicazione, ove ne ricorrano gli estremi, delle sanzioni previste dall'art. 2, la trasgressione del predetto divieto importa la perdita dell'impiego e del grado.

Art. 4

Ai fini dell'applicazione degli articoli 2 e 3, gli italiani non regnicoli non sono considerati stranieri.

Art. 5

L'ufficiale dello stato civile, richiesto di pubblicazioni di matrimonio, è obbligato ad accertare, indipendentemente dalle dichiarazioni delle parti, la razza e lo stato di cittadinanza di entrambi i richiedenti.

Nel caso previsto dall'art. 1, non procederà né alle pubblicazioni né alla celebrazione del matrimonio.

L'ufficiale dello stato civile che trasgredisce al disposto del presente articolo è punito con l'ammenda da lire cinquecento a lire cinquemila.

Art. 6

Non può produrre effetti civili e non deve, quindi, essere trascritto nei registri dello stato civile, a norma dell'art. 5 della legge 27 maggio 1929-VII, n. 847, il matrimonio celebrato in violazione dell'art. 1.

Al ministro del culto, davanti al quale sia celebrato tale matrimonio, è vietato l'adempimento di quanto è disposto dal primo comma dell'art. 8 della predetta legge.

I trasgressori sono puniti con l'ammenda da lire cinquecento a lire cinquemila.

Art. 7

L'ufficiale dello stato civile che ha provveduto alla trascrizione degli atti relativi a matrimoni celebrati senza l'osservanza del disposto dell'art. 2 è tenuto a farne immediata denunzia all'autorità

CAPO II

DEGLI APPARTENENTI ALLA RAZZA EBRAICA

Art. 8

Agli effetti di legge:

a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica;

b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l'altro di nazionalità straniera;

c) è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre;

d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo.

Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1º ottobre 1938-XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica.

Art. 9

L'appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione.

Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi, che riguardano appartenenti alla razza ebraica, devono fare espressa menzione di detta annotazione.

Uguale menzione deve farsi negli atti relativi a concessioni o autorizzazioni della pubblica autorità.

I contravventori alle disposizioni del presente articolo sono puniti con l'ammenda fino a lire duemila.

Art. 10

I cittadini italiani di razza ebraica non possono:

a) prestare servizio militare in pace e in guerra;

b) esercitare l'ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti alla razza ebraica;

c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell'art. 1 del R. decreto-legge 18 novembre 1929-VIII, n. 2488, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi, comunque, l'ufficio di amministratore o di sindaco;

d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a lire cinquemila;

e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non esista l'imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell'applicazione dell'imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al R. decreto-legge 5 ottobre 1936-XIV, n. 1743.

Con decreto Reale, su proposta del Ministro per le finanze, di concerto coi Ministri per l'interno, per la grazia e giustizia, per le corporazioni e per gli scambi e valute, saranno emanate le norme per l'attuazione delle disposizioni di cui alle lettere c), d), e).

Art. 11

Il genitore di razza ebraica può essere privato della patria potestà sui figli che appartengano a religione diversa da quella ebraica, qualora risulti che egli impartisca ad essi una educazione non corrispondente ai loro principi religiosi o ai fini nazionali.

Art. 12

Gli appartenenti alla razza ebraica non possono avere alle proprie dipendenze, in qualità di domestici, cittadini italiani di razza ariana.

I trasgressori sono puniti con l'ammenda da lire mille a lire cinquemila.

Art. 13

Non possono avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica:

a) le Amministrazioni civili e militari dello Stato;

b) il Partito Nazionale Fascista e le organizzazioni che ne dipendono o che ne sono controllate;

c) le Amministrazioni delle Provincie, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e degli Enti, Istituti ed Aziende, comprese quelle di trasporti in gestione diretta, amministrate o mantenute col concorso delle Provincie, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza o dei loro Consorzi;

d) le Amministrazioni delle aziende municipalizzate;

e) le Amministrazioni degli Enti parastatali, comunque costituiti e denominati, delle Opere nazionali, delle Associazioni sindacali ed Enti collaterali e, in genere, di tutti gli Enti ed Istituti di diritto pubblico, anche con ordinamento autonomo, sottoposti a vigilanza o a tutela dello Stato, o al cui mantenimento lo Stato concorra con contributi di carattere continuativo;

f) le Amministrazioni delle aziende annesse o direttamente dipendenti dagli Enti di cui alla precedente lettera e) o che attingono ad essi, in modo prevalente, i mezzi necessari per il raggiungimento dei propri fini, nonché delle società, il cui capitale sia costituito, almeno per metà del suo importo, con la partecipazione dello Stato;

g) le Amministrazioni delle banche di interesse nazionale;

h) le Amministrazioni delle imprese private di assicurazione.

Art. 14

Il Ministro per l'interno, sulla documentata istanza degli interessati, può, caso per caso, dichiarare non applicabili le disposizioni dell'art. 10*, nonché dell'art. 13, lett. h):

a) ai componenti le famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei caduti per la causa fascista;

b) a coloro che si trovino in una delle seguenti condizioni:

1) mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;

2) combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, che abbiano conseguito almeno la croce al merito di guerra;

3) mutilati, invalidi, feriti della causa fascista;

4) iscritti al Partito Nazionale Fascista negli anni 1919-20-21-22 e nel secondo semestre del 1924;

5) legionari fiumani;

6) abbiano acquisito eccezionali benemerenze, da valutarsi a termini dell'art. 16.

Nei casi preveduti alla lett. b), il beneficio può essere esteso ai componenti la famiglia delle persone ivi elencate, anche se queste siano premorte.

Gli interessati possono richiedere l'annotazione del provvedimento del Ministro per l'interno nei registri di stato civile e di popolazione.

Il provvedimento del Ministro per l'interno non è soggetto ad alcun gravame, sia in via amministrativa, sia in via giurisdizionale.

Art. 15

Ai fini dell'applicazione dell'art. 14, sono considerati componenti della famiglia, oltre il coniuge, gli ascendenti e i discendenti fino al secondo grado.

Art. 16

Per la valutazione delle speciali benemerenze di cui all'articolo 14 lett. b) n. 6, è istituita, presso il Ministero dell'interno, una Commissione composta del Sottosegretario di Stato all'interno, che la presiede, di un Vice Segretario del Partito Nazionale Fascista e del Capo di Stato Maggiore della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.

Art. 17

E' vietato agli ebrei stranieri di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo.

CAPO III

DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI

Art. 18

Per il periodo di tre mesi dalla entrata in vigore del presente decreto, è data facoltà al Ministro per l'interno, sentita l'Amministrazione interessata, di dispensare, in casi speciali, dal divieto di cui all'art. 3, gli impiegati che intendono contrarre matrimonio con persona straniera di razza ariana.

Art. 19

Ai fini dell'applicazione dell'art. 9, tutti coloro che si trovano nelle condizioni di cui all'art. 8, devono farne denunzia all'ufficio di stato civile del Comune di residenza, entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

Coloro che non adempiono a tale obbligo entro il termine prescritto o forniscono dati inesatti o incompleti sono puniti con l'arresto fino ad un mese e con l'ammenda fino a lire tremila.

Art. 20

I dipendenti degli Enti indicati nell'art. 13, che appartengono alla razza ebraica, saranno dispensati dal servizio nei termini di tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

Art. 21

I dipendenti dello Stato in pianta stabile, dispensati dal servizio a norma dell'art. 20, sono ammessi a far valere il diritto al trattamento di quiescenza loro spettante a termini di legge.

In deroga alle vigenti disposizioni, a coloro che non hanno maturato il periodo di tempo prescritto è concesso il trattamento minimo di pensione se hanno compiuto almeno dieci anni di servizio; negli altri casi è concessa una indennità pari a tanti dodicesimi dell'ultimo stipendio quanti sono gli anni di servizio compiuti.

Art. 22

Le disposizioni di cui all'art. 21 sono estese, in quanto applicabili, agli Enti indicati alle lettere b), c), d), e), f), g), h), dell'art. 13.

Gli Enti nei cui confronti non sono applicabili le disposizioni dell'art. 21, liquideranno, ai dipendenti dispensati dal servizio, gli assegni o le indennità previsti dai propri ordinamenti o dalle norme che regolano il rapporto di impiego per i casi di dispensa o licenziamento per motivi estranei alla volontà dei dipendenti.

Art. 23

Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte ad ebrei stranieri posteriormente al 1º gennaio 1919 si intendono ad ogni effetto revocate.

Art. 24

Gli ebrei stranieri e quelli nei cui confronti si applica l'art. 23, i quali abbiano iniziato il loro soggiorno nel Regno, in Libia, e nei Possedimenti dell'Egeo posteriormente al 1º gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia e dei Possedimenti dell'Egeo entro il 12 marzo 1939-XVII.

Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno puniti con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a lire 5000 e saranno espulsi a norma dell'art. 150 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con R. decreto 18 giugno 1931-IX, n. 773.

Art. 25

La disposizione dell'art. 24 non si applica agli ebrei di nazionalità straniera i quali, anteriormente al 1º ottobre 1938-XVI:

a) abbiano compiuto il 65º anno di età;

b) abbiano contratto matrimonio con persone di cittadinanza italiana.

Ai fini dell'applicazione del presente articolo, gli interessati dovranno far pervenire documentata istanza al Ministero dell'interno entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

Art. 26

Le questioni relative all'applicazione del presente decreto saranno risolte, caso per caso, dal Ministro per l'interno, sentiti i Ministri eventualmente interessati, e previo parere di una Commissione da lui nominata.

Il provvedimento non è soggetto ad alcun gravame, sia in via amministrativa, sia in via giurisdizionale.

Art. 27

Nulla è innovato per quanto riguarda il pubblico esercizio del culto e la attività delle comunità israelitiche, secondo le leggi vigenti, salvo le modificazioni eventualmente necessarie per coordinare tali leggi con le disposizioni del presente decreto.

Art. 28

E' abrogata ogni disposizione contraria o, comunque, incompatibile con quelle del presente decreto.

Art. 29

Il Governo del Re è autorizzato ad emanare le norme necessarie per l'attuazione del presente decreto.

Il presente decreto sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge.

Il DUCE, Ministro per l'interno, proponente, è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addì 17 novembre 1938- XVII

VITTORIO EMANUELE

Mussolini - Ciano - Solmi - Di Revel - Lantini




martedì 26 gennaio 2021

GRAMSCI E IL CENTENARIO DEL PARTITO COMUNISTA


 

 Ricorre in questi giorni il centenario della nascita del Partito comunista (21 gennaio 1921: P.C. d’I, Partito Comunista d’Italia e dal 1943 P.C.I., Partito Comunista Italiano), avvenuta presso il Teatro San Marco di Livorno nel giorno in cui al Teatro Goldoni della stessa città si chiudeva il XVII Congresso del Partito socialista (15-21 gennaio 1921) che vedeva la prima scissione all’interno della sinistra italiana, con la fuoriuscita della frazione comunista guidata tra gli altri da Terracini, Bordiga, Bombacci[1] e Antonio Gramsci, allora trentenne, e che comprendeva il gruppo torinese collegato al periodico L’Ordine Nuovo e quello che faceva riferimento al settimanale Il Soviet di Napoli guidato da Amedeo Bordiga.

 

Sarebbe errato e fuorviante, tuttavia, ritenere che la scissione di Livorno abbia determinato una situazione di debolezza all’interno della sinistra, tale da favorire l’avvento del fascismo, perché la rottura dell’unità del Partito socialista – ancorché provocata formalmente dalla non adesione dei “riformisti” e dei “massimalisti” ai principi della III Internazionale e al mancato riconoscimento “dell’universalità della rivoluzione bolscevica” – si caratterizzò proprio in funzione della scarsa combattività che i dirigenti socialisti, per la maggior parte appartenenti alla borghesia, misero in mostra nel contrastare gli ultimi governi dello stato liberale, prima che quest’ultimo, nell’intento fallace di sopravvivere, favorisse l’ascesa al potere del fascismo.

 

In generale, sui quadri della classe operaia in Italia, Gramsci annota: «[…]negli altri paesi il movimento operaio e socialista elaborò singole personalità politiche, in Italia invece elaborò interi gruppi di intellettuali che come gruppi passarono all’altra classe. Mi pare che la causa sia da ricercare in ciò: scarsa aderenza in Italia delle classi alte al popolo, nelle crisi di svolta questi giovani ritornano  alla loro classe (così è avvenuto per i sindacalisti-nazionalisti e per i fascisti). È in fondo lo stesso fenomeno generale del trasformismo in diverse condizioni[…]».[2]

 

D’altra parte, una settimana prima del Congresso di Livorno, il proposito di Gramsci non è ancora quello della scissione, bensì quello di liberare il Partito socialista dalla presenza dei riformisti che, a giudizio della frazione comunista, ne ostacolano l’azione rivoluzionaria. Così scrive l’intellettuale sardo su L’Ordine Nuovo in un articolo del 13 gennaio 1921:

«Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercavano di sfruttare la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare aristocrazie proletarie, che […] avevano creato un protezionismo cooperativo e credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore[…].La classe operaia rivoluzionaria afferma di ripudiare tali forme spurie di socialismo: l’emancipazione dei lavoratori non può avvenire attraverso il privilegio strappato, per una aristocrazia operaia, col compromesso parlamentare e col ricatto ministeriale; l’emancipazione dei lavoratori può avvenire solo attraverso l’alleanza degli operai industriali del Nord e dei contadini poveri del Sud […]».

 

Gramsci è ancora più esplicito nei confronti dei dirigenti sindacali - espressione del Partito socialista - in un articolo di circa due mesi più tardi (L’Ordine Nuovo, 4 marzo 1921):

«Il Congresso confederale di Livorno è terminato. Nessuna parola nuova, nessun indirizzo è venuto fuori da questo congresso. Invano le grandi masse popolari italiane hanno atteso di essere orientate, invano hanno atteso una parola d’ordine che le illuminasse, che riuscisse a calmare il loro spasimo e a dare una forma alla loro passione. Il congresso non ha impostato e non ha risolto neppure uno dei problemi vitali per il proletariato nell’attuale periodo storico: né il problema dell’emigrazione, né il problema della disoccupazione, né il problema dei rapporti tra operai e contadini […] L’unica preoccupazione della maggioranza del congresso è stata quella di salvaguardare e garantire la posizione e il potere politico degli attuali dirigenti sindacali, di salvaguardare e garantire la posizione e il potere (potere impotente) del Partito socialista […] In molte regioni d’Italia le folle dei lavoratori erano scese in campo per difendere il loro elementare diritto alla vita, alla libertà di muoversi nelle strade, alla libertà di associarsi, di riunirsi, di avere propri locali di riunione. Il campo della lotta rapidamente divenne tragico: fiamme d’incendio, cannonate, fuoco di mitragliatrici, decine e decine di morti. La maggioranza del congresso non si commosse per questi avvenimenti; la tragedia delle folle popolari che disperatamente si difendevano da nemici implacabili e crudeli non fu capace a rendere seri, a infondere il senso delle proprie responsabilità storiche in questa maggioranza formata di uomini dal cuore inaridito e dal cervello disseccato[…]».

 

Altrettanto lucida è l’analisi che Gramsci fa del fascismo su L’Ordine Nuovo del 26 aprile del ‘21. Presentatosi come un movimento antipartito, il fascismo cela sotto idealità politiche “vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato”. Non meno lungimirante sarà l’analisi che Gramsci farà di Mussolini tre anni dopo (L’Ordine Nuovo, marzo 1924), quando ormai il fascismo è saldamente al potere: “Abbiamo in Italia il regime fascista, abbiamo a capo del fascismo Benito Mussolini, abbiamo una ideologia ufficiale in cui il «capo» è divinizzato, è dichiarato infallibile, è preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato Sacro Romano Impero. Vediamo stampate nei giornali, ogni giorno, diecine e centinaia di telegrammi di omaggio delle vaste tribù locali al «capo». Vediamo le fotografie: la maschera più indurita di un viso che già abbiamo visto nei comizi socialisti. Conosciamo quel viso: conosciamo quel roteare degli occhi nelle orbite che nel passato dovevano, con la loro ferocia meccanica, far venire i vermi alla borghesia e oggi al proletariato. Conosciamo quel pugno sempre chiuso alla minaccia. […] Egli era allora, come oggi, il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale dai vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva essere il capo del proletariato; divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica, che spera di vedere nella classe operaia lo stesso terrore che essa sentiva per quel roteare degli occhi e quel pugno chiuso teso alla minaccia”.

 

Il fascismo – scrive ancora Gramsci su L’Ordine Nuovo, del 21 giugno 1921 –  si è diffuso in Italia non solo grazie alla violenza e all’appoggio dei grandi proprietari terrieri e dei ceti della finanza, ma soprattutto per la connivenza delle istituzioni e dell’apparato statale, in particolare dei corpi di pubblica sicurezza, dello stato maggiore militare e della magistratura. Ed eccolo rivolgere da comunista agli ex compagni socialisti che, anche tramite il sindacato, hanno ancora il controllo della classe lavoratrice, la domanda che presto diverrà attuale: “Cosa intendono fare i socialisti e i capi confederali per impedire che sul popolo italiano venga a gravare la tirannia dello stato maggiore, dei latifondisti e dei banchieri? Hanno stabilito un piano? Hanno un programma?” La risposta che si dà è negativa e anticipa di un anno e mezzo quello che effettivamente accadrà: “I socialisti non si sono mai posti seriamente la questione della possibilità di un colpo di Stato e dei mezzi da predisporre per difendersi e per passare all’offensiva. I socialisti, abituati a rimasticare stupidamente alcune formulette pseudomarxiste, negano la rivoluzione «volontarista», «miracolista», ecc. ecc. Ma se l’insurrezione del proletariato venisse imposta dalla volontà dei reazionari, che non possono avere scrupoli «marxisti», come dovrebbe comportarsi il Partito socialista? Lascerebbe, senza resistenza, la vittoria alla reazione?” Le sue conclusioni sono tragicamente profetiche: “Il colpo di Stato dei fascisti, cioè dello stato maggiore, dei latifondisti, dei banchieri, è lo spettro minaccioso che dall’inizio incombe su questa legislatura”. L’osservazione con cui conclude l’articolo giustifica da sola la nascita del Partito comunista: “Qual è la parola d’ordine del Partito socialista? Come possono le masse ancora fidarsi di questo partito, che esaurisce la sua attività politica nel gemito e si propone solo di far tenere dai suoi deputati dei «bellissimi» discorsi in Parlamento?


Il socialista Tito Zaniboni e il fascista Giacomo Acerbo, firmatari del patto di pacificazione del 3 agosto 1921



E un mese più tardi, di fronte alla pacificazione tra fascisti e socialisti, Gramsci intuisce sempre di più quello che sta per accadere (L’Ordine Nuovo, 3 luglio 1921): “La pace fra fascisti e socialisti è il risultato di uno stato di coscienza, in cui interferiscono i due fallimenti politici. La tattica fascista, in quanto corrispondeva a un piano politico preordinato, si proponeva di far rientrare nella legalità costituzionale i capi socialisti e di indurli alla collaborazione. L’on. Giolitti favorì il movimento fascista per incanalarlo a questo fine preciso. Le masse furono massacrate impunemente, le Camere del lavoro, le Case del popolo, le cooperative furono incendiate e saccheggiate impunemente per indurre i capi socialisti alla riflessione […]”.

 

Certo, il Partito comunista italiano non fu solo Gramsci e la sua storia conobbe pagine oscure nel suo legame con lo stalinismo, ma non c’è dubbio che la sua nascita fu legittima e motivata da ciò che sarebbe accaduto a poco più di un anno dalla sua fondazione, quando, anche per l’inerzia dei socialisti, in Italia si instaurò una dittatura che sarebbe durata più di vent’anni. D’altra parte, la storia dell’unico partito italiano che oppose resistenza al fascismo mentre era al potere e che più di ogni altro prese parte alla Resistenza in armi contro il nazifascismo è anche la storia dell’emancipazione delle classi lavoratrici, del massimo di unità possibile di popolo e intellettuali, del valore delle istituzioni democratiche, della formazione di una borghesia laica – in mancanza di una religione riformata, così come avvenne altrove in Europa – e senza che tuttavia questo significasse il ripudio delle religioni positive, a cominciare dal cattolicesimo. L’evoluzione cosiddetta socialdemocratica del P.C.I. non deve trarre in inganno e i riformisti di allora non hanno avuto ragione: il riformismo quando è autentico è una ricetta valida in un Paese democratico e bene amministrato, non può esserlo nelle condizioni in cui si trovava l’Italia, tra la minaccia fascista e il crollo dello stato liberale.

 

sergio magaldi  








[1] Nicola Bombacci (1879-1945), massimalista di sinistra nel Partito Socialista, cofondatore del Partito Comunista d’Italia e amico personale di Mussolini, morì fascista, fucilato a Dongo dai partigiani nell’aprile del ’45, dopo aver  aderito alla Repubblica Sociale di Salò.

[2] A. Gramsci, Quaderni del carcere 2., Einaudi, Torino, 1966, p.42


sabato 16 gennaio 2021

Il punto sul campionato:dopo il derby romano e prima del derby d’Italia (N.°4)


 

 Senza storia il derby romano dove la Lazio domina dal principio alla fine mettendo in mostra un gioco che non si vedeva dall’anno scorso, almeno sino all’interruzione del Campionato per il covid-19. D’altra parte, la Roma ci ha messo molto del suo, non solo per gli errori di Ibañez che in pochi minuti hanno consentito ai biancocelesti di portarsi sul 2-0, ma soprattutto per i demeriti di Fonseca che ai tre grandi centrocampisti centrali della Lazio (Milinkovic-Savic, Leiva, Luis Alberto) inizialmente ha opposto solo Villar e Veretout, poi ha tolto prima Veretout e infine persino Villar, lasciando la zona centrale del campo nei piedi di Pellegrini e Cristante che centrocampisti non sono. L’allenatore della Roma, non ha mai capito – né prima della partita né durante – che tutto si sarebbe deciso nella sfera di centrocampo: perché non schierare anche Diawara per avere la parità numerica, oppure perché non avanzare Mancini accanto a Veretout e Villar e schierare Kumbulla in difesa? Mistero! Ma sino ad un certo punto, perché Fonseca è recidivo: più o meno lo stesso comportamento adottò nel secondo tempo di Roma-Atalanta. In più, il tecnico portoghese ha lasciato che a contrastare Lazzari sulla fascia – ieri sera in gran forma -  da un certo punto in poi ci fosse Bruno Peres chiamato incredibilmente a sostituire Spinazzola.

 Un problema di fascia si pone anche per Pirlo nel derby d’Italia di domani sera. Nella probabile formazione della Juventus, infatti, sembra che a contrastare Hachimi sia chiamato Frabotta che non salta mai l’uomo, causando spesso le ripartenze degli avversari. È vero che la Juve dovrà fare a meno di Alex Sandro (oltre a Cuadrado, de Light e Dybala), ma se il tecnico bianconero non ricorrerà a qualche espediente per fermare l’esterno interista, la mia impressione è che la Juve possa subire domani la stessa sorte toccata ieri alla Roma. Il trio Hachimi-Lukaku-Lautaro potrebbe rivelarsi micidiale con Chiellini appena rientrato e con Bonucci fuori condizione. Per non parlare di Ronaldo che da qualche settimana non sembra più lo stesso. C’è solo da sperare che l’orgoglio bianconero e l’illuminazione del “predestinato” spingano i bianconeri ad una terza grande partita dopo quelle disputate e vinte contro Milan e Barcellona.

 

sergio magaldi


venerdì 15 gennaio 2021

LA PAROLA PERDUTA: Massoneria On Air - Puntata 43 (14-01-2021) BN TV

mercoledì 6 gennaio 2021

L’ approntamento dei vaccini e la mutazione del virus


 

Se la mutazione del coronavirus si consolida, sarà come cercare di svitare un dado con una chiave quando il dado stesso si smussa

di Alberto Zei







La struttura del virus 

Nello stato di necessità e di precarietà esistenziale in cui ci troviamo tutti a salvaguardia della nostra vita e di quella degli altri, ecco che il Coronavirus sembra metterci del suo, determinando una confusione tale da non farci capire quale sia la via da percorrere per ottemperare contemporaneamente alle proprie esigenze di salute e alle disposizioni restrittive della Pubblica Amministrazione.

Sotto il profilo sanitario la disorganizzazione regna sovrana: da fonti autorevoli si afferma che la vaccinazione sarà obbligatoria anche se i cittadini vi si potranno sottrarre rinunciando però a determinati rapporti sociali. Ma la  già conclamata mutazione del virus (ancora più contagioso di quello originale di circa il 70%), individuata  in Inghilterra  e trasferitasi anche in Italia,  non assicura  attraverso il vaccino già preparato che l’immunità possa essere garantita in modo adeguato. E’ vero che questo  tipo di vaccino, grazie a nuove tecniche, potrà essere sostituito con una semplice operazione molecolare, ma tutto ciò comporterebbe nuove confezioni nei tempi necessari. A questo si aggiunge anche la attuale mutazione del coronavirus in Sudafrica di cui al momento non è ancora chiara la qualità del cambiamento.










L’ aspettativa del vaccino

In senso generale il  vaccino introduce nell’organismo alcune sequenze di RNA dei virus responsabili della malattia da combattere, già morti o di virulenza attenuata. A questo punto il sistema immunitario crea i relativi anticorpi  che, per dare un’idea,  possono essere immaginati come una sorta di stampi che si posizionano  sopra questi stessi virus sopprimendoli, senza problemi di resistenza.  Gli anticorpi si riproducono con la medesima struttura   e si moltiplicano  per aggredire altri potenziali virus.

Quando avviene il vero contagio, quando  cioè i virus di quella stessa malattia  entrano nell’ organismo, ecco che gli anticorpi già presenti e gli altri che si formeranno in seguito sono in grado di avere il sopravvento fin dall’inizio su questi virus, distruggendoli facilmente.

La funzione del sistema immunitario, sempre che sia mantenuto efficace, ha la  possibilità di creare autonomamente gli anticorpi sufficienti al primo impatto con i corpi estranei (antigeni ) come il coronavirus, senza l’ aiuto del vaccino. Ecco perché o da  solo o con il vaccino è sempre il sistema immunitario che combatte l’ infezione.

 

Quando il virus muta

Se la  mutata struttura del virus  non corrisponde più a quella originale,  allora l’ anticorpo creato dal sistema immunitario su indicazione del vaccino  produrrà  anticorpi poco efficienti,  che avranno  cioè difformità di struttura per  avvolgere efficacemente il virus  e distruggerlo. E perché?  Perché  il   virus, ormai trasformato,  è probabile  che possa  sfuggire, in parte o  in tutto,  alla morsa dello stesso anticorpo

Una tale condizione di incertezza, a fronte di queste ultime mutazioni del coronavirus individuate anche in Italia, crea un presupposto di insicurezza anche per i possibili effetti collaterali nell’ organismo. In senso analogo, il vaccino influenzale che nell’anno di somministrazione rimane efficace per quel particolare virus per il  quale è stato prodotto, non sarebbe adeguato per affrontare l’immancabile variazione del ceppo influenzale dell’ anno successivo.  Questo è il punto.

Si tratta di mutazioni significative. Per analogia è come se simbolicamente il virus fosse il dado di un bullone stretto sulla cellula, e l’anticorpo la chiave adeguata per  rimuoverlo. È chiaro che se la configurazione del bullone si smussa o cambia in  qualche modo la sua struttura, qualche problema si crea per la sua rimozione.









La popolazione allo sbando

D’altra parte, non ci sono ancora farmaci specifici preventivi o curativi in commercio per consentirci di essere tranquilli di fronte al coronavirus,  per evitarlo o  per eliminarlo. Tant’è vero se così fosse non ci sarebbe bisogno di questa corsa affannosa per la produzione del  vaccino.

La popolazione è quindi allo sbando in attesa del passaggio di questa seconda ondata di pandemia con l’unica prospettiva di prevenzione che consiste nel rimanere in casa per sottrarsi al contagio, avvalendosi di  quelle stesse accortezze che si usavano nel medioevo per evitare di incorrere nelle pesanti infezioni di massa, che affliggevano le popolazioni.

Ma con  le ultime scoperte della ingegneria   farmaceutica,  della biologia, della fisiologia e della corretta alimentazione per rendere il sistema immunitario efficiente, ricorrere ancora all’isolamento sembra  proprio la extrema ratio dell’impotenza di fronte al problema.

 

Il falso concetto di prevenzione

Ma le cose stanno veramente così? È probabile che ci siano altre questioni che durante questa pandemia interferiscano pesantemente sulle condizioni che un governo responsabile dovrebbe e potrebbe offrire alla popolazione. Resta il fatto che i cittadini siano costretti allo stato di  emergenza  in  mancanza di un possibile ragionevole rimedio, almeno per ridurre l’incidenza della malattia e le sue conseguenze.

Al di là della  disputa sulla qualità di farmaci o di vaccini ritenuti più idonei a combattere il virus, è ormai noto che vi siano delle sostanze naturali che possono essere concentrate in prodotti di sintesi in grado di irrobustire il sistema immunitario; questo al di là degli interessi industriali relativi alla scarsa capacità di profitto, rispetto a prodotti farmaceutici oggetto di profonde e costose ricerche e quindi di maggior lucro. Non è quindi un caso non trovare disposti presidi sanitari, pubblici o privati,  per ricorrere a questo tipo di sostegno, in luogo delle strutture miliardarie allestite per far fronte alla pandemia. Il risultato è che l’unica  prevenzione  praticata resta, oltre al lockdown, il ricorso al vaccino di massa con i costi e le incertezze di cui si è parlato.

martedì 5 gennaio 2021

IL PUNTO SUL CAMPIONATO ALLA VIGILIA DI MILAN-JUVE (N°3)


 

 I risultati di domenica 3 gennaio, alla ripresa del Campionato dopo la pausa natalizia, confermano il primo e forse definitivo verdetto maturato già nelle due giornate che hanno preceduto la pausa. Infatti, anche se mancano ancora 23 giornate al termine, non mi pare ci siano dubbi sul fatto che la lotta per lo scudetto sia ormai ridotta al rango di un derby milanese. E va detto subito ciò non senza merito delle due squadre. Il Milan ha messo in mostra un gioco semplice quanto efficace basato su velocità e verticalizzazioni, merito di Pioli ma anche dei suoi giocatori più giovani, di un portiere come Donnarumma e di un fuoriclasse come Ibrahimovic. l’Inter, non nuova ai “primati natalizi” (con Spalletti nel 2018 e con Conte nel 2019), questa volta sembra in grado di “resistere” sino in fondo, grazie alla tenacia di Conte, alle parate del solito Handanovic e soprattutto ai goal di Lukaku, ma anche per l’abbondanza della sua rosa e per il fatto che non sarà impegnata nelle coppe europee.

Milan e Inter sono al primo e al secondo posto della classifica, rispettivamente con 7 e 6 punti di vantaggio sulla Roma al terzo posto, ma oltre a ciò tutto sembra annunciare la volontà degli dei del calcio che il massimo trofeo dello sport nazionale, dopo dieci anni, debba lasciare Torino per riprendere la strada di Milano dove, l’ultima volta, si era fermato per sette anni, con i due titoli del Milan e i 4+1 dell’Inter (con +1 intendo lo scudetto vinto sul campo dalla Juventus e arbitrariamente assegnato alla seconda classificata). Ne sono un segno manifesto i tanti risultati recuperati negli ultimi istanti di gioco dalle squadre milanesi, gli episodi fortunati, le interpretazioni arbitrali, i 10 rigori concessi al Milan su 15 partite giocate, la sentenza della giunta del Coni dello scorso 22 dicembre che, soltanto due ore prima della disputa di Juventus-Fiorentina, rovescia le due sentenze precedenti della Lega Calcio che, in applicazione delle disposizioni anti-Covid, aveva giustamente decretato la vittoria  a tavolino della Juve contro il Napoli che non si era presentato a Torino per giocare la partita. In quel pomeriggio, la squadra bianconera perdeva di colpo sei punti: ai 3 tolti per effetto della sentenza se ne aggiungevano altri 3 non conquistati sul campo per la sconfitta ad opera della Fiorentina che non vinceva da mesi e navigava sul fondo della classifica. Difficile dire se la disfatta juventina dipenda da fragilità nervosa dovuta alla sentenza del Coni di qualche ora prima, dal dover giocare in dieci per l’espulsione di Cuadrado, dalla mancata espulsione per doppio fallo di un avversario e dal vedersi negare due rigori oppure da altro. Secondo me concorrono tutti questi elementi, laddove per “altro” intendo riferirmi a quanto già detto in un post scritto al termine della nona giornata: «I bianconeri hanno avuto sin qui forse il calendario più facile della Serie A ma non ne hanno approfittato. Ben cinque i pareggi, l’ultimo quello di Benevento di sabato pomeriggio, tre sole vittorie con Sampdoria, Spezia e Cagliari, oltre a quella a tavolino sul Napoli. Delle cosiddette grandi, i bianconeri hanno incontrato solo Roma e Lazio, pareggiando con entrambe. Un bilancio magro che non lascia ben presagire, una constatazione sin troppo facile: senza Ronaldo la squadra non vince, non bastando neppure i goal di un grande Morata, vanificati da una cattiva organizzazione di gioco. La squadra sembra assumere sempre più le caratteristiche del suo allenatore, senza grinta e determinazione, le armi tradizionali dei bianconeri. E la mano di Pirlo – grande campione come calciatore, da allenatore giudicabile purtroppo solo in base alle partite ufficiali sin qui disputate in carriera con la Juve – si vede in campo. Si ostina nell’errore che fu già di Sarri, ma non di Allegri, di far giocare Cuadrado stabilmente terzino, togliendolo dal ruolo che sino a due anni fa aveva sempre avuto di esterno alto, pronto anche ad accentrarsi per trovare le punte e i goal con i suoi assist che, nonostante tutto, continua a fare, al prezzo di un gran dispendio di energia e talora di perdita di lucidità al momento di difendere. Fa giocare Danilo centrale di difesa, sia pure con la motivazione dei tanti infortuni, schiera spesso Frabotta, giovane di belle speranze, esterno basso a sinistra che nello scendere sulla propria fascia perde facilmente la palla innestando la ripartenza degli avversari. E l’idea di difendere a quattro e di attaccare con tre difendenti si rivela spesso improduttiva e pericolosa, generando  confusione in mezzo al campo, dove i centrocampisti sono alternati senza una logica, come è accaduto contro il Benevento, con Ramsey e Rabiot – a mio parere alternativi – fatti giocare insieme…».

Precipitata la Juve a 10 punti dalla vetta della classifica, poco c’è da sperare nelle altre squadre - comunque abituate a lottare per il vertice - nel contrastare l’ascesa di Milan e Inter. Sino alla disputa del primo tempo della partita con l’Atalanta, la Roma lasciava sperare di potersi inserire nella lotta per lo scudetto. I giallorossi chiudevano i primi 45 minuti in vantaggio di un goal e dopo aver offerto una grande prestazione. Nel secondo tempo tutto precipitava: i bergamaschi facevano gli opportuni cambi mentre la Roma stava a guardare, rinunciando persino all’ingresso di Villar (un giovane e già grande centrocampista) al posto di uno spento Pellegrini. Fonseca - pur meritevole in tante occasioni - per giustificare la propria strana inerzia, ha parlato incredibilmente di “mutato atteggiamento” della sua squadra nel secondo tempo, di “scarsa attenzione” e di “mentalità da bambini”. In realtà, la stanchezza giallorossa ha determinato il disastro: padrona ormai di un centrocampo dove a contrastare restava il solo Veretout, la squadra di Gasperini dilagava, andando a segno quattro volte. D’altro canto, l’Atalanta pareggiava la successiva partita con il Bologna. Difficile che l’assalto allo strapotere delle milanesi venga dal Napoli. Dopo le due sconfitte con Inter e Lazio, la sentenza del Coni pareva rianimarla, ma nell’ultima gara prima della pausa non andava oltre il pareggio casalingo con il Torino, ultima in classifica. Ridimensionati anche il Sassuolo, dopo le sonore sconfitte con Inter e Atalanta, e una Lazio battuta negli ultimi istanti di gioco da un Milan, fortunato come sempre, ma anche dalle scelte inspiegabili del pur bravo Inzaghi: sostituzioni di Immobile e Milinkovic, ingresso di Muriqi invece di Caicedo che tante partite aveva risolto ai biancazzurri nei finali di partita.

Eppure, c’è chi si dice ancora convinto che la Juventus possa rientrare nella lotta per lo scudetto: domani incontrerà il Milan e se dovesse vincere si porterebbe a 7 punti dalla capolista con la prospettiva di portarsi a – 4 se dovesse vincere anche il recupero della partita non giocata col Napoli. Troppa grazia: i bianconeri dovrebbero poi vincere anche con Inter, Sassuolo e Bologna per chiudere degnamente il girone di andata. Personalmente resto convinto che la Juve di quest’anno dovrà faticare non poco per conquistare un posto utile della classifica per andare in Champions. Il motivo non è soltanto legato all’inesperienza dell’allenatore. Al di là delle favole interessate che si raccontano in giro è la rosa della Juventus a risultare carente e ciò soprattutto per le scelte di mercato fatte dopo il grande colpo dell’acquisto di Ronaldo: esterno basso a sinistra a sostituire Alex Sandro, prima per lungo infortunio, ora per sopraggiunto covid, c’è il solo Frabotta (!). E se si utilizza invece Danilo, allora esterno basso a destra resta il solo Cuadrado, che ha sempre dimostrato di essere un grande e decisivo giocatore per la Juve ma che non è un terzino! A centrocampo c’è abbondanza ma con molti equivoci, questi effettivamente dipesi dalle scelte di Pirlo. In attacco, infine, a Ronaldo e Morata non ci sono alternative, perché Dybala, purtroppo dai tempi di Allegri, ha smesso di fare la punta.

Naturalmente i miracoli sono sempre possibili. La vittoria per 3-0 di Barcellona ne è una prova, ma quella è stata l’unica partita veramente convincente della Juve ed è stata anche l’unica in cui Pirlo ha schierato il 4-4-2, con Cuadrado nella posizione in cui lo faceva giocare Allegri, cioè nella condizione di realizzare assist per le punte.

 sergio magaldi