domenica 7 febbraio 2021

LA RIVINCITA DI RENZI E SALVINI

thesocialpost.it

 

 Potendo contare, almeno sulla carta, della sola maggioranza del suo partito, stimata in circa il 20%, contro tutti gli altri partiti, compresa la minoranza del suo, Matteo Renzi il 4 dicembre 2016 andava a sbattere contro la volontà  maggioritaria degli italiani che – ubbidiente come sempre ai richiami della propria fazione – bocciava il Referendum Costituzionale con il 60% dei no e il 40% dei sì e lo disarcionava dal potere, un cavallo sul quale sino a quel momento l’ex sindaco di Firenze aveva viaggiato velocissimo. Inutile era stato l’appello dei radicali a “spacchettare” il Referendum per salvaguardare alcune riforme senza accollarsi la responsabilità di una sconfitta annunciata. Ingenuità e presunzione, secondo la narrativa comune, furono alla base della sua caduta e della sua “resistibile ascesa”.

 Neanche tre anni dopo, tuttavia, Renzi è di nuovo protagonista della scena politica, prima spingendo il PD al varo del II governo Conte insieme ai Cinquestelle, poi provocando una scissione all’interno del suo partito con la formazione di Italia Viva. Si disse allora per avere quella visibilità politica che all’interno del PD non avrebbe avuto, ma più probabilmente per essere determinante nelle scelte politiche, come poi in effetti accadrà. Ingenui, questa volta, i maggiorenti del PD a non averlo capito sin dall’inizio o, più semplicemente, troppo avidi di tornare al potere, nonostante la sconfitta elettorale, e con la speranza  nemmeno tanto segreta di lucrare sull’elettorato grillino in evidente calo di consensi, almeno a giudicare dai sondaggi.

 Nemmeno un anno e mezzo dopo, e siamo ormai all'attualità, Renzi si rende conto di come sia impossibile, con quel Presidente del Consiglio e quei ministri, governare un Paese ormai sull’orlo dell’abisso per la crisi pandemica, economica, sociale e non solo. Fa delle proposte, anche se sa bene che – nonostante le tante promesse di mediazione – gli verranno respinte dall’intransigenza inerziale dei grillini e dalla viscosità curiale dei suoi ex compagni di partito. Ciò che puntualmente avviene e che offre a Renzi il destro per separarsi definitivamente dalla maggioranza che sostiene il governo. Le manovre del solito trasformismo parlamentare – che pure vanta solide radici nazionali – questa volta non riescono, o meglio, nasce una nuova formazione e un nuovo gruppo al Senato, ma i numeri non sono sufficienti e saggiamente Mattarella convoca al Quirinale  Mario Draghi per la formazione di un governo di unità nazionale. Media e opinione pubblica, a questo punto si dividono tra i sostenitori del “Renzi che mirava soltanto a liberarsi di Conte” (un pensiero più semplice delle nostre possibilità di pensiero, direbbe Immanuel Kant) e quanti lasciano intendere che Renzi sia stato la longa manus dei cosiddetti poteri forti (un pensiero più grande delle nostre capacità di verfica, direbbe ancora Kant), tant’è che, a differenza di altre volte, non è stato trovato un numero sufficiente di “responsabili” o “costruttori”per puntellare il Conte bis e/o per varare il Conte ter.   

 Sia come sia, occorre prendere atto che Matteo Renzi, nonostante il masochismo che ne ha determinato la caduta postreferendaria, continua a dettare l’agenda della politica italiana. Si ha come la sensazione che non riuscendo a cambiare questo Paese a propria immagine e somiglianza, per le molte resistenze di notabili, burocrati, mafie e corporazioni, egli abbia voluto di proposito forzare la situazione, prima con il Referendum, ora con l’astuzia della ragione. Mutatis Mutandis, c’è più di un’affinità con quanto occorso al leader della Lega. Nell’estate del 2019, mentre viaggiava su un treno in corsa, Matteo Salvini improvvisamente tirava il freno a mano. Era allora al massimo della popolarità e dei consensi (proprio come Renzi di prima del Referendum), per quale motivo lasciò un governo in cui lui e la Lega avevano, almeno formalmente, un ruolo determinante? Anche in questo caso si parlò di ingenuità e di presunzione. Allora Salvini confessò che con quei compagni di viaggio non si riusciva a combinare niente e che preferiva scendere dal treno. Oggi Renzi ha detto più o meno la stessa cosa e ha permesso l’avvento non dell’uomo della provvidenza, ma dell’italiano che, per la stima di cui gode in Europa, sembra il più titolato a spendere gli oltre 200 miliardi del Recovery Fund e non solo.

 La prima reazione di Salvini è stata quella ingenua e inutile di circa un anno e mezzo fa, quando decise di scendere dal treno, chiedendo elezioni. Poi, dopo graduali tappe di avvicinamento, ha fatto quella che è stata definita “la mossa del cavallo”: incondizionato al governo Draghi anche con la partecipazione di ministri della Lega, dicendo di aver constatato nel colloquio con il Presidente incaricato numerosi punti di convergenza con lui. Le parole più belle tuttavia Salvini le ha pronunciate, affermando (unico tra i capi delegazione) che in un governo di unità nazionale non si può stare a guardare se con il tuo partito entrano a farne parte anche forze avversarie. Non lo fecero De Gasperi e Togliatti all’indomani della liberazione, salvo poi a dividersi quando ce ne furono le condizioni. L’Italia viene prima del partito ha detto ancora Salvini, dando una lezione ai tanti “distinguo” degli altri, a cominciare dal PD, all’interno del quale sono circolate voci – poi smentite ufficialmente – di “appoggio esterno” o addirittura di astensione, motivate dalla contemporanea presenza della Lega nella maggioranza di governo, per continuare con i Cinquestelle e le loro tante titubanze, forse spazzate via almeno per la maggior parte dei quadri, dalla opportuna presenza di Grillo al tavolo delle trattative, per finire con Leu e le sue pregiudiziali di pseudosinistra, e soprattutto con la Meloni che, autoescludendosi e rievocando inconsciamente per la propria fazione le vecchie formule del cosiddetto arco costituzionale, pensa in cuor suo di lucrare sull’opposizione e che invece rischia di tornare a quel 4% che aveva prima che i nuovi sondaggi le attribuissero un 17% progressivamente maturato per la delusione di parte del ceto medio nei confronti, prima di Forza Italia, poi di Salvini.

 sergio magaldi   

 

 

 

 

 

 


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