lunedì 2 marzo 2009

GIULIA NON ESCE LA SERA, FEBBRAIO 2009, regia di Giuseppe Piccioni

Il nuovo film di Piccioni mi lascia sperare sul futuro del cinema italiano. Nel generale panorama di mediocrità in cui si muovono da tempo i registi nostrani, con la sola eccezione di Gabriele Muccino, ormai sempre più "americano", Giulia non esce la sera rappresenta il tentativo, in parte riuscito, di un discorso nuovo sia sul piano dei contenuti che sotto il profilo stilistico, semplice ma efficace almeno per tutto il primo tempo. C'è ritmo e ci sono effetti visivi e sonori che accompagnano l'azione, anche se nel secondo tempo vengono spesso a mancare l'uno e gli altri e a tratti riprende, per così dire, la narrazione all'italiana, aritmica e didascalica, ripetitiva e moraleggiante che induce lo spettatore a compulsare di frequente l'orologio al polso.

Uno scrittore, che Valerio Mastrandrea interpreta con mestiere ma senza slanci, si lascia vivere in una dimensione che si direbbe non appartenergli tanto la riguarda con distacco e in punta di disprezzo: moglie, figlia, casa e la sua stessa professione, con tutto ciò che comprende di contatti editoriali e mondani, di premi letterari e di rituali per compiacere i lettori. Del resto, egli ammette di non possedere la vocazione di scrittore (sic) e di aver cominciato a scrivere per confessare un amore che non ha avuto il coraggio di vivere. Un po' come il racconto dell'uomo degli ombrelli che faticosamente egli cerca di portare avanti mentre attende il responso della giuria per l'assegnazione di un premio letterario che potrebbe assicurargli un successo non più soltanto di nicchia. Ma la trama del racconto stenta, come pure quella di un prete combattuto tra il fascino che una parocchiana gli ispira e la volontà di redimerla dalle lusinghe del mondo. Un solo racconto appare all'editore autentico e originale, quello dell'insegnante di nuoto e di sua figlia. Una storia che sta scrivendo e che trae alimento dalla vita stessa del suo autore. Per esigenze di copione, regista e sceneggiatore fingono qui di ignorare ciò che ognuno intuisce: è arduo, se non impossibile, raccontare efficacemente una storia mentre la si vive. Solo ponendola di fronte a sé e a distanza di tempo, lo scrittore può farne oggetto di narrazione.

Giulia, l'insegnante di nuoto, interpretata da Valeria Golino con la bravura che già le conoscevamo, è lo specchio in cui si riflette l'animo dello scrittore. Dove lei è risoluta e decisa a tutto pur di vivere nella dimensione in cui maggiormente si sente a proprio agio, lui è irresoluto e si lascia vivere nel compromesso e nell'equivoco pur con qualche riluttanza. L'incontro tra i due segna il momento della verità. Lui che in acqua sa soltanto tenersi a galla, vorrebbe finalmente lasciarsi andare e imparare a nuotare, lei che è scossa da rimorsi e risentimenti (il cui simbolo è il tatuaggio di uno scorpione sulla spalla che la macchina da presa lascia appena intravedere), anela incosciamente alla terraferma. Giacché Giulia non esce la sera perché non è stata capace di dominare se stessa e benché dichiari di trovarsi a suo agio nell'acqua, proprio da questo elemento, simbolo di emotività e di passione, è stata ripetutamente travolta.
L'interferenza (volontaria e attiva quella di lui, involontaria e passiva quella di lei) della vita dell'uno nell'altro avrà come come risultato il reciproco scacco. Lo scrittore perde la pace domestica, l'opportunità forse di aggiudicarsi il premio letterario, e si consegna al rimorso per l'iniziativa non del tutto disinteressata (l'editore gli ha fatto sapere che il carattere della figlia dell'insegnante di nuoto va meglio tratteggiato nel racconto) di scrivere alla figlia di Giulia perché dopo tanti anni sia disposta finalmente a rivedere la madre. La donna impara a proprie spese che l'acqua non si lascia dominare, ancorché sia possibile, con la giusta respirazione e la corretta posizione del corpo, sopra di lei "navigare".
In conclusione, un film da vedere e da apprezzare e che ci fa consapevoli, a torto o a ragione secondo il giudizio di ognuno, che il proprio destino, sapendolo intravedere, si può a malapena controllare, mai impunemente sfidare.
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