mercoledì 7 febbraio 2024
Viaggio nella Qabbalah - "Sapienza" e Teoria del Tutto (p.7ª)
mercoledì 10 gennaio 2024
Viaggio nella Qabbalah – La Conoscenza Unificata (p.5ª)
domenica 22 ottobre 2023
I NUMERI SACRI DELLA TRADIZIONE OCCIDENTALE (Parte II)
Sinonimo di
spiritualità, la triade fu posta sin dall’antichità a fondamento del Pantheon
di molte religioni. I pitagorici si limitavano a rappresentarla e onorarla con
la quarta lettera maiuscola dell’alfabeto greco: il Delta. La Massoneria pone
il Delta ad Oriente tra il Sole e la Luna. Il manoscritto rinvenuto dal Locke
nel 1696, pubblicato solo nel 1748 e attribuito alla mano di Enrico VI
d’Inghilterra [1421-1471], nel definire la Massoneria “la conoscenza della
natura e la comprensione delle forze che
sono in essa”, dichiara espressamente l’esistenza di un legame tra la
Massoneria e la scuola pitagorica di Crotone [530 a. C.]. Le Costituzioni di
Anderson fanno esplicito riferimento a Pitagora e le Old Charges
riconoscono, sulla scia della tradizione pitagorica, il primato in Massoneria
dei numeri dispari sui numeri pari. È così che nella tradizione della libera
muratoria il 3, il 5 e il 7 assumono una particolare rilevanza. Il 3, innanzi
tutto, che rappresenta la cifra dell’apprendista e la sua età massonica e del
cui simbolismo il Tempio è colmo, come testimonia già la “Spiegazione della
Tavola di Tracciamento di Primo Grado” del Rituale Emulation:
«La copertura
della Loggia di Liberi Muratori – vi si dice tra l’altro – è una volta celeste di diversi colori, alta
quanto il Cielo. Noi, come Muratori, speriamo di arrivarvi con l’aiuto di una
Scala, nelle Scritture chiamata Scala di Giacobbe. Essa è fatta di molti
gradini o pioli, che indicano altrettante virtù morali e specialmente le tre
principali: la Fede, la Speranza e la Carità. Fede nel Grande Architetto
dell’Universo, Speranza nella salvezza e l’essere in spirito di Carità con
tutti gli uomini. Essa sale fino al Cielo poggiando sul Volume della Legge
Sacra poiché, mediante le dottrine contenute in quel Libro Sacro, ci viene
insegnato a credere negli ordinamenti della Divina Provvidenza, la quale
credenza fortifica la nostra Fede e ci rende capaci di salire il primo scalino.
Questa Fede crea spontaneamente in noi la Speranza di diventare compartecipi
delle promesse benedette lì indicate; questa Speranza ci mette in grado di
salire il secondo gradino; ma il terzo ed ultimo, che è la Carità, racchiude il
tutto. Il Muratore che possiede questa virtù nel suo senso più ampio può essere
giustamente ritenuto colui che ha raggiunto l’apice della sua professione:
figurativamente parlando, una Casa Eterea velata agli occhi mortali dal cielo
stellato, qui emblematicamente indicato da sette stelle che alludono ad
altrettanti Muratori regolarmente costituiti, senza il cui numero nessuna
Loggia è perfetta né alcun candidato può essere legalmente iniziato nell’Ordine».
Il
riferimento alla sacra triade è così evidente nel tempio che per l’iniziato
della Massoneria è sufficiente la semplice osservazione. È presente anche nel
catechismo degli antichi rituali, così, per esempio nel Manoscritto di
Wilkinson del 1727 [rinvenuto nel 1946 da un fratello della Gran Loggia Unita
d’Inghilterra] si legge tra l’altro:
DOMANDA -
Come sei stato ammesso nella Loggia?
A. - Con tre
grandi colpi.
DOMANDA - Che
cosa hai visto quando ti sei introdotto nella Loggia?
A. - Tre
grandi luci.
DOMANDA. -
Cosa rappresentano?
A. - Il Sole,
la Luna e un maestro muratore.
DOMANDA -
Perché così?
A. - Il Sole
regola il giorno, la Luna la Notte e il Maestro Muratore la Loggia.
Platone
inizia il dialogo del Timeo con Socrate che rivolge al filosofo pitagorico
Timeo di Locri questa domanda:
“Uno, due,
tre: e dov'è, caro Timeo, il quarto?”
Socrate si
riferisce qui ad un quarto ospite, ma argutamente pone implicitamente a Timeo
una domanda ben diversa: come si passa dal 3 al 4? Dallo spirito alla materia?
Probabilmente a Socrate non bastava sapere che il 4 era per i pitagorici il
primo numero pari né che, se si passa dal punto alla linea, dalla linea al
piano e si aggiunge un quarto punto si ottiene lo spazio, il quadrato, le 4
direzioni, i 4 punti cardinali, i 4 angoli della terra [Isaia 11:12], in una parola il quaternario, il mondo nel quale
viviamo. Ciò che preme a Socrate e, attraverso di lui, a Platone è sapere dello
spirito che dà vita alla materia, dell’anima che vivifica il corpo.
Giunti
al quattro, tutto è compiuto: dal punto o uno siamo
passati al due e abbiamo ricavato la linea, dal due al tre e ne abbiamo
ricavato il piano, dal tre al quattro e abbiamo trovato lo spazio, oltre non si
può andare, tanto nella prospettiva della manifestazione dall’uno che con i
numeri creativi e la loro rappresentazione geometrica che di necessità avviene
nello spazio. Nella somma di 1 + 2 + 3 +
4 = 10, che i pitagorici rappresentavano con la la tetractys sacra, sulla quale
l’iniziato della scuola pitagorica era chiamato a giurare, sono presenti tutti
i numeri e insieme la molteplicità infinita. Anzi, a guardar bene i numeri
primordiali da cui tutto discende sono soltanto nove, il dieci altro non
essendo che la riproposizione dell’unità su un altro piano, e del nulla [1 e 0,
uno e zero], esattamente come nell’albero della vita o albero delle Sephiroth [sepher =numero]: da Kether, attraverso
un processo che va da sinistra a destra passando per Binah, Hochmah [che
insieme alla prima Sephirah costituiscono la triade suprema], Gheburah, Chesed,
Tipheret, Hud, Netzach e Yesod e sino alla decima Sephirah, cioè Malchut, il
regno o la terra.
sergio magaldi
lunedì 16 ottobre 2023
I NUMERI SACRI DELLA TRADIZIONE OCCIDENTALE
Se s’intende per sacro ciò che per sua propria
natura si sottrae al senso comune della percezione ordinaria e che tuttavia
s’impone alla coscienza dell’uomo, suscitando in lui un sentimento di stupore e
insieme di vaga dipendenza, si può comprendere la sacralità attribuita a certi
numeri della tradizione occidentale e non solo. Innanzi tutto l’uno, che
Pitagora chiamava A-pollo [dall’alfa privativo greco e dunque “senza
molteplicità”] e fonte di ogni altro numero e che egli rappresentava con un
punto.
L’uno, principio creatore per
Platone, condizione essenziale di ogni altro essere per i neoplatonici,
sinonimo di Dio nelle religioni monoteistiche, punto di luce generato dallo Tzimtzum nella tradizione cabbalistica, parola
formata da destra a sinistra dalle lettere ebraiche, Tzadé-Mem-Tzadé-Waw-Mem,
con valore numerico di 266 che si ricava dalla somma di ciascuna lettera che la
compone e cioè, sempre da destra a sinistra: 90+40+90+6+40=266.
Solo per chi legge il font ebraico: \ w x m x Tzimtzum
Per ghematria [1]
Tzimtzum ha lo stesso valore numerico
di Matzpun, coscienza, formato da
destra a sinistra dalle lettere ebraiche: Mem-Tzadé-Pe-Waw-Nun, cioè: 40+90+80+6+50=266.
Solo per chi legge il font ebraico: } w p x m
Matzpun
In Qabbalah, con lo Tzimtzum
si suole rappresentare il ritrarsi di Dio, inteso come totalità, per
lasciare libero un punto, generatore di un Cosmo
di cui l’uomo prenderà progressivamente coscienza
in tutti i suoi aspetti e significati.
Tuttavia, il punto nato dalla
ritrazione divina, se lo si riguarda dalla parte della totalità non è più 1, ma
2. Non a caso il Genesi inizia con “Bereshit barà Elohim…” cioè con la lettera Beth che vale 2
e che è una lettera chiusa davanti e aperta dopo di sé ad indicare che in principio è 2 e che nulla si può dire
di ciò che lo precede. In questo senso, 1 e 2 già per i pitagorici non sono
numeri, perché l’uno è il principio dei numeri dispari, mentre il due lo è dei
numeri pari. Il 2 però non è autonomo dall’unità perché, in senso aritmetico lo
si ricava addizionando l’uno all’uno e in senso geometrico tracciando una linea
da un punto ad un altro punto. Insomma perché si manifesti la dualità occorre
la volontà dell’uno di manifestarsi, facendosi altro da sé, ma nel farsi altro
l’uno dà vita al 2 che rappresenta ciò che gli si contrappone e genera la
coppia degli opposti.
Non a caso il Genesi esprime la parziale negatività del 2, allorché parlando dei giorni della creazione, solo per il secondo giorno, all’apparire delle acque, Dio omette di dire “che era cosa buona”.
Il 2 è il solo numero che moltiplicato o
sommato per se stesso dia lo stesso risultato. Su un piano sottile questo
significa che, senza un “elemento” che gli si aggiunga per vivificarlo, la condizione
umana è destinata a permanere nella contrapposizione e nella conflittualità.
Non a caso
Il tempio massonico ricorda la legge binaria che caratterizza la realtà
con la colonna di Boaz, forza, formata da destra a
sinistra dalle lettere o consonanti ebraiche Bet-Ayin-Zain con valore numerico
di 79, cioè 2+70+7, lo stesso per ghematria di Deah, conoscenza, formata
da Daleth-Ayin-He cioè 4+70+5=79.
Solo per chi legge il font ebraico
rispettivamente: z u b Boaz e
h u d Deah.
L’altra colonna del tempio massonico
è Yakhin, rettitudine, stabilità, formata dalle lettere
Yud-Kaf-Yud-Nun, cioè: 10+20+10+50=90, lo stesso valore numerico di Maim, acqua, Mem-Yud-Mem: 40+10+40=90 e
Man, manna, Mem-Nun: 40+50=90.
Solo per chi legge il font
ebraico rispettivamente: } y k y Yakhin,
\ y m Maim e } m Man.
Inoltre, il valore numerico di
entrambe le colonne, Boaz e Yakhin, 79+90, dà 169, che è la ghematria di Taamim, le note musicali che formano la
melodia per cantare la Torah: Teth-Ayin-Mem-Yud-Mem cioè:9+70+40+10+40=169; la
stessa di Teqes, rito, formata da Teth-Qof-Samekh, 9+100+60=169.
Altri
simboli della dualità sono nel tempio massonico il pavimento a scacchi
bianchi e neri dell’interno, nonché la squadra e il compasso, posti sull’ara, ma unificati e vivificati dal Volume
della Legge Sacra.
Infatti,
solo con il 3 si opera la riconciliazione della dualità e della
contrapposizione:1+2=3. Per Pitagora il 3 è anche il primo numero vero e
proprio ed è dispari, è l’uno nella forma dell’unificato. Rappresenta il mistero che riconcilia la manifestazione
con la propria fonte. È il numero sacro per eccellenza dei pitagorici nel quale l’uno si
autorivela e diviene conoscibile. In geometria si realizza con il passaggio dal
punto alla linea, dalla linea al piano e alla figura del triangolo. La triade,
come unione della monade con la diade, manifesta il principio [1], il mezzo [2]
e il fine [3], ed esprime anche dal punto di vista aritmetico la completezza
dello spirito: sommando o moltiplicando tra loro l’uno, il due e il tre, il
loro prodotto non cambia [1+2+3 =6, 1x2x3=6].
[1] Con Ghematria nella Qabbalah si intende l’identico valore numerico attribuito a due o più parole o ad un’intera frase: dall’ identità numerica nasce una corrispondenza concettuale tra parole e/o frasi.
domenica 30 luglio 2023
IL MITO DELL'ANROGINO E LA PIETRA FILOSOFALE (Parte terza)
S E G U E D A:
IL MITO DELL'ANDROGINO E LA PIETRA FILOSOFALE (Parte prima)
IL MITO DELL'ANDROGINO E LA PIETRA FILOSOFALE (Parte seconda)
Poiché, dunque, c'è
forma solo per rapporto alla materia, Dio non ha forma, né può improntare di sé
una qualsiasi forma da trasmettere all'uomo. Analogamente per
gli Stoici Dio non ha forma umana: "Omitto de figura dei dicere, quia
Stoici negant habere ullam formam deum (Preferisco non
parlare dell'aspetto di dio, perché gli Stoici
escludono del tutto che Dio abbia forma)", scrive
Lattanzio (Stoici antichi, cit., fr. (B.f)1057, p. 899) e Clemente
Alessandrino annota: "Dio per ascoltare non ha bisogno di avere forma umana, né gli
servono i sensi, come dicevano gli Stoici, in specie quello della vista e
dell'udito..." (Ibid.,
fr. (B.f)1058, p.901).
Del pari si osservi che anche Giordano Bruno, nel De la causa, principio et Uno, ma anche negli altri dialoghi londinesi esclude che a Dio appartenga la forma umana, vuoi che questo significhi un comune sentire con l'eleatismo e il pitagorismo, vuoi magari con l’ermetismo o piuttosto con lo stoicismo.
D’altra parte, in Bruno
non si tratta di una totale identificazione di Dio e Universo (Cosmo), come
vorrebbe un’interpretazione panteistica della “nolana filosofia”, neppure si
tratta tuttavia di una trascendenza divina rispetto allo stesso Universo: Dio è
Uno e Tutto in Tutto (in ogni aspetto della realtà), l’Universo è Uno e Tutto
ma non è in Tutto perché è composto di parti.
In conclusione dunque androgino è il Cosmo, non l'uomo, nel senso che si manifesta nell'azione congiunta o separata della femmina e del maschio, e benché si dica che il Cosmo è formato a immagine di Dio, la sua somiglianza, poiché Dio è privo di forma, si estrinseca nell'unicità e nell'immortalità, ma già differisce nel principio stesso della sua esistenza, armonico in sé ma suscettibile di contrasto e separazione nell'individuazione delle forme del divenire. Tant'è che gli ermetici lo dicono bello, ma non buono ad indicare che è soggetto a passione e corruzione, non in sé, ma nel tempo e nello spazio.
Cosa, d'altra parte, ci fa persuasi che il cosmo è uno, visto che la realtà si manifesta sempre nella forma della polarità e della contrapposizione (maschio - femmina, male - bene, odio - amore, luce - tenebre, giorno - notte, vita - morte...)? Non potendo creare un altro se stesso, se non come identità di sé, Dio scelse di formare, sì un dio, perché, a propria immagine e somiglianza, lo fece uno e immortale, ma un dio visibile e sensibile nella dualità, non tanto perché costui percepisse ma perché potesse essere percepito ([1]): nacque così l'androgino, primo mattone della costruzione del cosmo, mirabile pietra grezza in cui la trinità converge nell'unità ancora indistinta e caotica ([2]), unico e vero figlio di Dio, logos divino in cui Dio si è fatto carne. Questi e solo questi è l' Adam Qadmon, l'androgino primordiale, il caos primigenio che contiene indifferenziati il principio maschile e il principio femminile, e per mezzo del quale nasce l'ordine (kosmos) e si conoscono le forme transeunti e molteplici del reale.
Sotto questo profilo, l'intera storia, non solo dell'umanità, ma di tutte le forme esistenti e di quelle di là da venire, altro non è che la grande epopea dell'Ermete Trismegisto, il mercurio tre volte grande, non perché - come è stato detto - egli sia figura umana dotata di straordinaria saggezza e signore nei tre regni, bensì, perché è l'anima di tutte le fasi della Grande Opera. Dove il mercurio è tre volte grande? Nell'essere materia prima dell'Opera, nel morire e nel saper rinascere. Egli è ad un tempo la pietra grezza, la pietra lavorata e la pietra filosofale. Non a caso il suo nome greco, Ermes, significa pilastro di pietra e in tale forma veniva spesso rappresentato. Nella mitologia greca, egli è padre di Ermafrodito (l'androgino, la pietra grezza), generatogli da Afrodite nata dalla spuma del mare, fecondata dai genitali recisi di Urano.
Cosa fa l'alchimista con arte spagirica? Egli separa l'unità indistinta e caotica degli elementi (sale, zolfo e mercurio) che formano la pietra che non è una pietra e li ricompone nell'unità mirabile e aurea della pietra filosofale.
Analogamente nella tradizione ebraica, il sigillo o esagramma di Salomone contiene, racchiusi in un cerchio (sale - terra), due triangoli contrapposti e incrociati, simboli del fuoco (zolfo) e dell'acqua (mercurio). L'esortazione contenuta nella Tavola di Smeraldo può essere compiuta: 'lavare col fuoco e bruciare con l'acqua'. E lo Zohar, in un passo che ha per tema la dialettica luce - oscurità, così ripropone il significato della creazione umana fatta a immagine e somiglianza di Dio:
Nell'androgino ermetico, il maschio (la luce, il fuoco, il sole) è oscurato (velato) dalla femmina (la veste bianca della luna).
La tradizione cristiana si spinge anche oltre. Sa che può vincere osando attribuire alla figura umana le caratteristiche di Dio. Nella Lettera agli Efesini, Paolo di Tarso chiama Cristo pietra principale. Con Cristo (poco importa, sotto questo riguardo, se egli sia davvero esistito), la chiesa di Pietro ha inteso realizzare il 'sogno divino' di Adamo di trasformare la terra nell'oro dello spirito. Cristo, come Adamo, non nasce di donna, egli è figlio unigenito di Dio. A differenza di Adamo, egli finisce con l’ubbidire al padre: accetta infine la morte, ma per avere vita eterna. Il suo calvario addita la via da seguire per trasformare il piombo in oro, la pietra grezza in pietra filosofale. Risorge, infine, dalla tomba per essere lievito di vita. Egli è sì 'la via, la verità e la vita' ma solo come metafora dello spirito immortale presente nel primo mattone con cui Dio ha formato il Cosmo.
sergio
magaldi
[2] A Roma, sull'architrave della Porta Ermetica di piazza Vittorio, è inciso il sigillo di Salomone sormontato da una croce. Ai piedi della croce, un cerchio che al centro ne contiene uno più piccolo. Sigillo e cerchi sono chiusi da un cerchio più grande dove tutt'attorno è scritto in latino: "Tre sono le meraviglie: Dio e l'uomo, la madre e la vergine, il trino e l'uno". Ecco 'il miracolo della cosa una' di cui si parla nella Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto.
venerdì 21 luglio 2023
IL MITO DELL' ANDROGINO E LA PIETRA FILOSOFALE (Parte seconda)
S E G U E D A:
IL MITO DELL'ANDROGINO E LA PIETRA FILOSOFALE (Parte prima)
C'è di più:
il mito dell'androgino, sotto il velo poetico e religioso, cela un'altra
verità. L'avversione e l'invidia maschile per la femmina alla quale soltanto è
concesso di generare, tant'è che, per un verso si dice che la donna è
costruita, non creata ([1]) e,
per altro verso, si pretende di annullare l'identità femminile, di
farne a meno, per così dire, a tutto vantaggio di un ibrido di
entrambi i sessi, sublimato per essere a immagine e
somiglianza di Dio, come lui maschio bisessuato, dotato di
straordinari poteri ([2]).
Così, l'androgino, lungi dall'essere 'un nuovo stato in cui le caratteristiche essenziali del maschio e della femmina coesistono armoniosamente' ([3]) o il luogo a cui 'la mente s'innalza al di sopra dei nomi e delle forme' e dove 'anche le divisioni sessuali vengono superate' ([4]), lungi dal rappresentare il ritorno alla condizione edenica e a Dio, ne è piuttosto l'allontanamento, con la discesa nel caos indistinto della natura naturans, dove ogni identità scompare nella babele delle forme, perché ogni forma è ancora lontana dall'individuazione ([5]).
Il Pimandro, sulla scia del Genesi (1:26-27), ripropone la bisessualità fondamentale della natura umana ([6]) la successiva separazione dei sessi per volere divino ([7]) e il conseguente appello all'accrescimento e alla moltiplicazione del genere umano ([8]).
In altri trattati
ermetici, tuttavia, si fa strada una più complessa dinamica dei rapporti uomo -
Dio. E' il mondo, il cosmo inteso come totalità del reale, ad essere
creato a immagine di Dio, non l'uomo, e se il creatore è eterno e
ingenerato (aidios), la realtà (mondo, cosmo) che
è generata, è soltanto immortale (atanatos). L'uomo, invece, non è né
eterno né immortale, perché generato dal mondo, sebbene egli partecipi
dell'immortalità mediante l'intelletto (nous) ([9]) :
"Primo di tutti gli esseri, in realtà è Dio, eterno, ingenerato, creatore dell'universo; secondo è colui che è stato creato da Dio a sua immagine e che da Dio è tenuto in vita, nutrito e dotato di immortalità...Il Padre dunque, generandosi da sé, è eterno, il mondo invece, essendo generato dal Padre, è generato ed è immortale. E quanta materia era soggetta alla sua volontà, tutta questa il Padre la foggiò in forma di corpo e, avendole dato un volume, la rese sferica...Dio circondò il tutto di immortalità, affinché, anche se la materia volesse separarsi dalla composizione di questo corpo, non potesse dissolversi tornando al disordine che le è proprio...I corpi degli esseri celesti possiedono un unico ordine, quello che hanno ricevuto dal Padre fin dalla loro origine; e quest'ordine è conservato immutabile dal ritornare periodico di ciascuno di essi al suo posto primitivo (il ritorno periodico degli astri a un punto fissato della loro traiettoria, indica quindi l'immobilità dell'ordine celeste)...Il terzo essere vivente è l'uomo, creato a immagine del mondo, e che, a differenza degli altri esseri terrestri, possiede l'intelletto per volontà del Padre; non solo è unito per affinità al secondo dio, ma può conoscere il primo dio con la facoltà intellettiva." ([10])
Nel X Discorso all’affermazione che l’uomo è creato non ad immagine di Dio ma del mondo si aggiunge che il mondo è bello ma non buono perché soggetto a passioni: " ‘Chi è dunque il dio materiale di cui parli?- chiede Asceplio ad Ermete - ed Ermete risponde:‘Il mondo, che è bello, ma non buono; è costituito infatti di materia, è soggetto a passioni ed è il primo di tutti gli esseri passibili; è il secondo nella serie degli esseri, ed è incompleto in sé stesso, ha avuto anch'esso un principio della sua esistenza, ma esiste sempre, perché esiste nel divenire...’” ([12])
In un passo successivo
si ribadisce la gerarchia degli esseri: Dio, il cosmo e l'uomo ([13]).
Infine, è ripreso di nuovo l’argomento nel discorso che l'intelletto o nous rivolge
a Ermete per meglio fissare,
in rapporto a Dio, i concetti di eternità, cosmo o mondo, tempo e divenire e
per definire, in rapporto al cosmo, i reali significati di morte,
trasformazione, visibile, invisibile, rotazione e sparizione "...Dio
crea l'eternità, l'eternità il mondo, il mondo il tempo, il tempo il divenire.
L'essenza di Dio è per così dire la saggezza; dell'eternità l'identità; del
mondo l'ordine; del tempo il mutare, del divenire la vita e la morte...Così
dunque l'eternità è in Dio, il mondo nell'eternità, il tempo nel mondo, il
divenire nel tempo. E mentre l'eternità sta immobile intorno a Dio, il mondo è
in movimento nell'eternità, il tempo si compie nel mondo, il divenire diviene
nel tempo." : ([14]).
[1] Come detto sopra,
secondo il racconto biblico, Dio costruisce la donna con ciò che toglie dal
corpo di Adamo (Genesi, 2:22), tant'è che questi la chiama ishah perché
da lui stesso (ish, uomo) è stata tratta e, nuovamente, grazie
all'unione santa del matrimonio, sarà da lui incorporata (Genesi,
2:23-24).
[2] Naturalmente, anche una dea dotata di entrambi i sessi è un androgino, ma la sua rappresentazione, come nel caso di Cibele, è molto più arcaica e, probabilmente, fa riferimento ad una ipotetica società matriarcale o comunque ad un'età in cui il potere di generare riesce ancora ad imporsi su quello di fecondare.
[3] Cfr., A. Schwarz, Cabbalà e Alchimia, Saggio sugli archetipi comuni, La Giuntina, Firenze, 1999, p. 70
[4] Cfr., E. Zolla, op.cit., p. 11
[5] "Ques
ta concezione di Dio dotato di doppia natura, femminile e maschile, è molto comune nella letteratura religioso-filosofica del tempo; si ritrova nei neoplatonici, negli gnostici, nell'orfismo e ripetutamente negli scritti ermetici ... ed è strettamente connessa con l'altra concezione, per cui la natura propria e peculiare di Dio è il generare...".
Così osserva B.Maria Todini
Portogalli in una nota del Pimandro da lei tradotto (Discorsi
di Ermete Trismegisto, Boringhieri, I Ed.,1965, p. 31, nota 5).
[6] "...(L'uomo) possiede in sé la natura maschile e femminile insieme, perché è stato generato da un padre, che ha ambedue le nature..." , Pimandro, XV, ed. cit.,p. 34;
[7] "... compiutosi il periodo della rivoluzione, il legame, che teneva unite tutte le cose, si ruppe per volere divino. Tutti gli esseri viventi, che erano al tempo stesso di natura maschile e femminile, insieme all'uomo, si divisero in due e divennero in parte maschili, in parte femminili.", Pimandro, XVIII, ed. cit.,p. 36; cfr., Genesi, 2:21-22
[8] "Immediatamente Dio con un santo discorso disse loro: 'Crescete accrescendovi, e moltiplicatevi in quantità tutti voi, che siete stati creati e prodotti, e chi possiede l'intelletto riconosca se stesso immortale'...", Pimandro, XVIII, ed. cit.,p. 36; cfr., Genesi, 1:28
[9] Che cosa debba intendersi per nous o intelletto nella letteratura ermetica è argomento assai complesso. Sulla questione si rimanda alla lunga ed efficace nota di B. M. Todini Portogalli nel già citato testo (nota 2, pp. 27-28). Si può tuttavia provare a riassumere i diversi significati, con le parole stesse del Pimandro:
"L'intelletto...è della stessa essenza di Dio...non è ricavato dalla
essenzialità di Dio, ma si dispiega da essa come la luce dal sole. Negli uomini
questo intelletto è Dio..." (Discorsi di Ermete Trismegisto, cit.,
nota 2, p. 28)
[10] Cfr., Discorsi di Ermete Trismegisto, cit., VIII, pp. 80 - 82. Il corsivo in parentesi è contenuto in una nota di B. M. Todini Portogalli, in calce al testo.
[11]Cfr.,Discorsi,cit.,IX,8,pp.87-88
[12]Ibid.,X,10,p.96.
[13] "...Vi sono dunque questi tre esseri: Dio che è il padre e il bene al tempo stesso, il cosmo e l'uomo. Dio contiene il cosmo; il cosmo l'uomo; il cosmo nasce come figlio di Dio, l'uomo del cosmo, quindi come nipote di Dio." Ibid., X, 14, p. 98.
In proposito, B.M. Todini
Portogalli osserva:
"La
concezione di un profondo legame tra i tre esseri divini: Dio, il mondo, l'uomo
è il tema centrale dell'ermetismo, e deriva evidentemente dal tema stoico
della simpatia, principio di accordo e di unità del cosmo." (Ibid.,
p. 102, nota 26)
[14] Ibid., XI, 2, pp. 106 - 107
domenica 16 luglio 2023
IL MITO DELL' ANDROGINO E LA PIETRA FILOSOFALE (Parte prima)
Il mito di
un Grande Androgino primordiale di natura divina si spiega con l'esigenza di
coniugare insieme la capacità di generare (principio femminile) e quella di
fecondare (principio maschile).
Dal canto suo la Bibbia
cerca di risolvere la questione affermando che Dio creò tutto con la parola, mentre nel primo capitolo del Sepher
Yetzirah – il testo d’esordio della Qabbalah ebraica – è detto che Dio creò
tutto con sepher (lettera), sephar (numero) e sippur
(parola).
Circa
la natura di Dio è tuttavia il Genesi a fare
chiarezza, precisando che Dio creò
l'uomo a propria immagine e somiglianza (Genesi, 1:26) e che lo creò
maschio e femmina (Genesi, 1:27).
Da allora
non si è smesso quasi di assegnare a Dio entrambi i sessi, facendo
dell'Adam Qadmon un uomo cosmico primordiale di natura divina e
bisessuale oppure nell’attribuirgli una larvata presenza asessuata e tuttavia
spiritualmente comprensiva tanto del principio femminile che di quello maschile.
"Il fatto che uomo e donna, insieme, siano creati a immagine di Dio sottintende che Dio sia un'entità maschile/femminile, e non solo maschile", scrive G. Dreifuss in Maschio e femmina li creò. L'amore e i suoi simboli nelle scritture ebraiche, La Giuntina, Firenze, 1996, p. 30. Tesi, questa, condivisa da autori come Kaplan e Moshe Idel. Dreifuss, tuttavia, osserva che “nel giudaismo normativo questa immagine di un'entità divina maschile/femminile non trova espressione” (Ibid., p. 31), mentre è presente nella letteratura midrashica ( Genesi Rabbah 8:1 e 17:6, Levitico Rabbah, 14:1, Midrash Salmi, 139, bEruvim, 18a ) contrariamente a ciò che sostiene E. Zolla (The Androgyne. Fusion of the Sexes, trad.it., Incontro con l'androgino, red edizioni, Como, 1995, p. 57), un autore che, per la verità, non sembra avere molta dimestichezza con 'la tradizione esoterica ebraica' cui, pure, dedica un paragrafo di questo suo libello.
L'immagine maschile/femminile della divinità è anche ben presente nella Qabbalah dello Zohar e, soprattutto, nella Qabbalah luriana dei Partzufim, dove il carattere antropomorfico della divinità è addirittura esaltato. Fa tuttavia notare Moshe Idel che in nessun caso l'unione del maschio e della femmina è funzionale all’emergere di una divinità androgina, ma è piuttosto “l'insistenza per l'ottenimento di una relazione armoniosa tra principi opposti, la cui esistenza separata è indispensabile per il benessere dell'intero universo. O per dirla con altre parole: la cabala teosofica non ha cercato una ristrutturazione drastica dell'esistenza, sia attraverso la trasformazione del femminile in maschile, sia attraverso la loro fusione finale in un'entità bisessuata o asessuata...Nella concezione gnostica, il mondo inferiore deve sforzarsi di copiare la regola superiore dell'androginia o della asessualità. L'attitudine gnostica risulta essere a certo riguardo simile all'attitudine cristiana di fronte alla sessualità, esse costituiscono un aspetto importante del loro più generale rigetto di questo mondo; le escatologie gnostiche e cristiane propongono una salvezza spirituale che riguarda sia la restaurazione dell'androginia paradisiaca sia uno statuto di asessualità per il credente.” (cfr. M. Idel, Cabala ed erotismo, Mimesis, Milano, 1993, pp. 35 - 36).
Più avanti, in nota, Moshe Idel riporta, condividendolo, il pensiero del Meeks (The image of the Androgyne, p. 186): "Nell'ebraismo, il mito dell'androgino serve a risolvere un dilemma esegetico e a consolidare la monogamia". E Moshe Idel osserva: "In ogni caso, la cabala estatica utilizza a volte una produzione di immagini androginiche, sotto l'influenza della filosofia greca, e attraverso la mediazione delle opere di Maimonide...Un'altra differenza cruciale tra le concezioni ebraiche e greche dell'androginia è la visione ebraica positiva della separazione tra il maschio e la femmina, mentre in Platone la separazione è vista come una punizione..." ( M. Idel, op.cit., nota 84, p. 55)
Un’altra soluzione del problema è contenuta sempre in Genesi – con evidente contraddizione rispetto ai versetti citati sopra – allorché il principio femminile (la donna primordiale, Eva) nasce in virtù di un’operazione avvenuta sul corpo di Adamo, opportunamente addormentato. Sono ancora due versetti a spiegare l’accaduto. Nel primo (Genesi, 2:21) affermando che ' ...il Signore Dio mandò ad Adamo un profondo sonno ' e che 'mentre era addormentato, prese da lui una costola che sostituì con carne'; nel secondo (Genesi, 2:22) proclamando infine la “costruzione” della donna e presentandola al sonnolento e intorpidito Adamo.
A tale semplici e lineari conclusioni bibliche,
comunemente accettate, fa spesso riscontro, nella tradizione occidentale, la
visione più complessa e fantastica introdotta dal Simposio platonico.
E per quanto anche qui si parli di un dio (Zeus) separatore,
diversi sono i presupposti: l'androgino che subisce la separazione non è già
più l'immagine speculare di un Dio, perché Zeus è un dio maschio.
L’androgino descritto da
Platone, rinvia, per le sue fonti, ad una realtà ben più arcaica e primordiale,
quando Zeus non era e i sessi si manifestavano congiunti nell'indistinzione
caotica della natura naturans. Insomma, il mito di Cibele e di
Agdistis. ([1])
Ignorando il problema di
un dio fecondatore e insieme capace di generare, problema che certo non compete
a Zeus, dio relativamente giovane del politeismo greco, Platone immagina tre
sessi originari: il maschio, la femmina e l'androgino. Distinzione questa che
ripropone più o meno inconsciamente il rapporto tra una divinità primordiale,
antropomorfa e totalizzante e la bisessualità della natura umana quale si
manifesta nella polarità maschio - femmina.
Ciò che nel Simposio,
Aristofane dice a Eurissimaco, presuppone non solo l'esistenza di un Grande
Androgino originario, ma attesta altresì di una ubris fondamentale
presente nell'androgino umano, superbia e vigore in eccesso
che, esattamente come avviene per Agdistis, devono essere puniti.
Fu così che Zeus prese la decisione di punire gli androgini, ma, esattamente come per Agdistis, la punizione non comportò la privazione della vita, ciò che - osserva Platone - avrebbe determinato la scomparsa degli onori e dei sacrifici che gli uomini attribuivano agli dei e, se Agdistis fu evirato, gli androgini videro il proprio corpo tagliato a metà e, dopo di allora, dedicarono l'esistenza alla ricerca della metà resecata ([3]). E ciò non tanto col desiderio di unirsi alla propria opposta polarità, come vorrebbe far credere un'interpretazione sapienziale – alimentata da un'abbondante letteratura sull'androginia e da una sua altrettanto ricca rappresentazione nelle arti figurative – ma con l'idea della più completa reintegrazione dell'androgino primordiale.
S E G U E
sergio magaldi
[1] Greca d'importazione, Cibele è in realtà, in origine, la dea ittita Kubaba che dalle sponde dell'Eufrate trascorre in Asia Minore e in Frigia col nome di Kubebe e Kybele. In nessun caso, Cibele può essere assimilata a Rea come fecero i Greci e i Romani, la sua peculiarità, infatti, è di non essere soltanto la Grande Madre degli dei e degli uomini, ma di incarnare un principio più arcaico e primordiale. Cibele è la natura naturante nel momento del Caos, l'unità indifferenziata di maschio e femmina, allorché il principio creativo che è in lei non ha ancora operato la trasformazione in natura naturata.
In Frigia, nei pressi di Pessinunte, su una scogliera deserta, Cibele si manifestava come roccia o pietra nera (Agdos). Attis o Atti, discendente da seme divino caduto sulla pietra, tentò invano di vivere la propria sessualità maschile, unendosi in nozze con Atta, la figlia del re Mida di Pessinunte. Ad impedire le nozze, sopraggiunse Cibele nella sua veste maschile e violenta di Agdistis. Al suono della siringa di Pan, Cibele-Agdistis provocò la follia dei convitati e dello stesso Attis che si evirò sotto un pino, assumendone poi la forma e tornando così all'androginia originaria e primordiale.
[2] Platone, Simposio, XIV, 189c - 190b, in Platone, Opere, Vol.I, Bari,1966, pp. 681- 682.









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