venerdì 17 settembre 2021

VACCINO OBBLIGATORIO


 

 

 Si continua a discutere, direi abbastanza impropriamente, se rendere obbligatorio il vaccino anti-covid e in particolare la sua filiazione burocratica, rappresentata dal Green Pass che, attualmente, viene rilasciato per 48 ore anche a chi, non vaccinato, si sottoponga ad un tampone con esito negativo, senza tuttavia calcolare che il tempo burocratico che intercorre tra l’effettuazione del tampone e il rilascio del Green Pass supera spesso di gran lunga il termine di validità  di due giorni, rendendo perciò vano il suddetto tampone ai fini della possibilità di partecipare a un evento, prendere un treno, recarsi al cinema, in palestra, al ristorante o ad una qualsiasi altra seduta effettuata al chiuso. D’altra parte, anche chi si vaccina è spesso costretto ad attendere giorni e giorni prima di poter mettere le mani su questo passaporto verso la libertà condizionata.

 

Ciò premesso, la questione dell’obbligo vaccinale – dicevo – è posta in modo improprio perché, per un verso, l’obbligo esiste già dal momento che solo il cittadino italiano che si limiti alla pura sopravvivenza (standosene in casa ed uscendo solo per comprare da mangiare) ne è escluso, mentre tutti gli altri, per obbligo professionale o semplicemente per vivere (prendendo un treno, andando al cinema etc…) sono costretti a vaccinarsi. La discussione sull’obbligo è impropria altresì, per altro verso, perché questo obbligo di fatto non si configura ancora, almeno formalmente, come una violazione del Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio n. 2021/953 del 14.06.2021, il quale recita al punto 36 che:


È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate. Pertanto il possesso di un certificato di vaccinazione, o di un certificato di vaccinazione che attesti l'uso di uno specifico vaccino anti COVID-19, non dovrebbe costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione o per l'utilizzo di servizi di trasporto passeggeri transfrontalieri quali linee aeree, treni, pullman, traghetti o qualsiasi altro mezzo di trasporto. Inoltre, il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati.

 

Il governo sta dunque rispettando la normativa europea e credo voglia continuare a rispettarla, anche perché c’è chi dice che se fosse introdotto l’obbligo vaccinale per tutti i cittadini, lo Stato incorrerebbe nel rischio di dover risarcire tutti coloro che, per effetto della relativa somministrazione coercitiva, ne fossero danneggiati in modo irreversibile. Aspetto, quest’ultimo, negato di recente da autorevoli fonti governative secondo cui la sentenza 118/2020 della Corte Costituzionale ha già esteso il diritto di indennizzo anche per i danneggiati da vaccino non obbligatorio ma soltanto raccomandato. Dunque, secondo le suddette fonti, dell’introduzione dell’obbligo vaccinale anti-covid, è lecito discutere e farne legge, nel pieno rispetto degli articoli 32 (diritto alla salute) e  2 (solidarietà sociale) della Costituzione, senza preoccuparsi della questione dell’indennizzo dei “danneggiati permanenti”, già garantito anche nei confronti di chi si sottoponga alla somministrazione di un vaccino anche solo raccomandato.

 

Il fatto è che le sentenze della Corte Costituzionale in passato sono state disattese dai governi soprattutto quando riguardavano questioni finanziare a vantaggio dei cittadini e dei lavoratori e così accadrebbe anche in questo caso. Infatti, la sola normativa che conta nello specifico è la legge 210/92 che riconosce l’indennizzo solo in caso di danno irreversibile derivante da vaccino obbligatorio. Per inciso, ne discende dunque che nulla spetti a chi subisca un danno irreversibile per effetto di un vaccino solo raccomandato e neppure a chi ne subisca uno non irreversibile a seguito di un vaccino obbligatorio che magari condizioni la qualità della sua vita per qualche anno, costringendolo anche a spese impreviste. E la morte? Può essere considerata una “menomazione permanente”?

 

Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati.

(G.U. Serie Generale , n. 55 del 06 marzo 1992)

                                                              
                              

 

                                              Art.1

1. Chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazione obbligatoria per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge…

 

La mia personale impressione è dunque che, più che il rispetto della normativa del Consiglio Europeo, sia proprio il timore di un contenzioso ad oltranza tra Stato e cittadini ad aver impedito, almeno per ora, l’introduzione del vaccino obbligatorio per tutti, ricorrendo invece all’obbligo indiretto per una sempre crescente platea di cittadini, attraverso il Green Pass. D’altra parte, non solo il rispetto delle libertà democratiche, richiamate anche dal Parlamento e dal Consiglio Europeo nello scorso mese di giugno, ma anche il buon senso avrebbero dovuto sconsigliare l’introduzione di uno strumento come il Green Pass, almeno nella forma burocratica e contraddittoria con cui è stato istituito. Ci stava di rendere obbligatoria la vaccinazione per gran parte delle categorie professionali, ma bastava la certificazione dell’avvenuta vaccinazione senza ricorrere ad uno strumento burocratico come il Green Pass, con la scusa che si presta meno alle falsificazioni, il che è dimostrato non essere vero! Non ci stava poi renderlo obbligatorio per i docenti ma non per gli studenti, per i treni ad alta velocità, dove è possibile il distanziamento tra i viaggiatori, e non per i treni locali dei pendolari, per la metropolitana e il trasporto cittadino dove per l’affluenza saltano tutte le misure di sicurezza. Non ci stava renderlo obbligatorio per entrare in un cinema o in un teatro, tenendo conto che in questi casi il ricorso al distanziamento e alla mascherina sarebbero stati sufficienti, così come avveniva anche quando tutto o quasi tutto era chiuso! La verità è che si è passati deliberatamente da un’impostazione conservatrice e autoritaria da Basso Medioevo, che chiudeva tutto senza preoccuparsi della crisi economica in cui precipitava il Paese, ad una in apparenza liberale di stampo neocapitalistico in cui tutto è aperto ma tutto è controllato con il pretesto di tutelare la vita dei cittadini, nei quali si favorisce il convincimento che, grazie al Green Pass, sia ormai possibile addossarsi tranquillamente gli uni agli altri senza mascherina, come avviene oggi negli stadi, nelle riunioni di condominio et similia. Una cosiddetta terza via è stata sempre possibile ma volutamente ignorata, a cominciare dall’elaborazione di un protocollo serio e diffuso per combattere il virus, per finire con l’utilizzo ragionato dell’impiego dei vaccini, nonché delle aperture e delle chiusure.

 

sergio magaldi


giovedì 16 settembre 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA' E DOGMATISMO (Parte sesta)


 

SEGUE DA:

 

LE  FORME  DEL PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte prima)

 

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte seconda)

 

LE  FORME  DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte terza)

 

LE  FORME  DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte quarta)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO  (Parte quinta)

 

 Gli dei greci sono a casa tra gli uomini e non hanno bisogno di incarnarsi, come il Dio cristiano, per colmare l’insondabile lontananza. Non si incarnano, si trasformano e in forme sempre varie e sempre diverse sono continuamente accanto a noi anche se noi non ce ne accorgiamo. Sono lì ad ammonirci, a perderci o a salvarci, sono gli amici e i fratelli che ci consigliano, i nemici che ci tendono trappole, i familiari che si preoccupano per noi, le donne che ci amano o quelle che vogliono la nostra rovina. Ma, a guardar bene, chi decide la sorte è l’uomo stesso e poco importa che questa coincida con la moira, la ‘parte’, il destino che gli dei hanno stabilito per lui. Ogni violazione espone all’inevitabile contraccolpo, necessario a ricostituire l’ordine cosmico e la forza che lo mantiene in essere. Ognuno conosce il proprio dovere con o senza il messaggero alato che si rechi ad avvertirlo. Non è un caso che l’Odissea abbia inizio con la parola andra  uomo e che Ulisse, prototipo dell’uomo civilizzato, sia definito polùtropon, cioè multiforme o dal multiforme ingegno, non è un caso che Zeus ricordi la Legge al concilio degli dei, proprio ad apertura di poema:


 «Ahimè, come i mortali dàn sempre le colpe agli dei!

Dicono che da noi provengono i mali, ma invece

sono gli uomini, con le loro azioni, ad attirarseli in spregio al destino.

Guardate Egisto: sedusse la sposa del figlio d’Atreo,

violando la moira, e lo sposo sgozzò che tornava,

benché conoscesse la sorte. Perché noi l’avvertimmo,

a lui mandando Ermete occhio acuto, argheifonte,

che non uccidesse l’eroe e neppure agognasse la donna:

vendetta Oreste farebbe del padre Agamennone,

quando, cresciuto, avesse nostalgia della patria.»

(Omero, Odissea, I, 32-41)

 

Perché Ulisse impiegherà vent’anni, dalla fine delle guerra, a tornarsene in patria? Perché così hanno deciso gli dei, parrebbe la risposta, in un universo in cui la mente umana s’intreccia di continuo con quella divina e da questa appare costantemente guidata.


 Così non è: la sapienza dei Greci si serve liberamente degli dei e non sono gli dei a servirsi della libertà umana. Ulisse sa di dover tornare ad Itaca, ma c’è nel suo comportamento la volontà di attardarsi, quasi avesse bisogno di completare un ciclo. Ulisse è l’iniziato che si sottopone a prove sempre più ardue nel tentativo di superarle e di conoscere se stesso. In questo proposito non del tutto consapevole, egli è soccorso da alcuni dei e danneggiato da altri, ma questi dei sono innanzi tutto le sue stesse qualità: le sue virtù e i suoi difetti. Anche lui, come altri eroi greci è colpevole di ubris, ma si ravvede sempre e soprattutto egli è polìtropos e poikilométes, possiede cioè una mente e un cuore dalle molte e variegate fome che gli consente la pietà e l’immedesimazione autentica con gli altri e con le loro sofferenze.

 

 E quando infine raggiunge l’isola dei Feaci, Ulisse è pronto per il ritorno. L’isola appartiene al dio Posidone, il suo peggior nemico, ma chi vi governa veramente è Ermete, il dio che insieme ad Atena sembra guidare i suoi passi, il dio dal quale Ulisse discende, secondo Esiodo, per parte di Autolico il nonno materno. Non solo i Feaci prima di addormentarsi libano a Ermete ma tutto, in quest’isola – come acutamente osserva Pietro Citati – è ermetico: “il viaggio, i colori, i piaceri, il gioco, la leggerezza, la magia, la sottile comicità, i percorsi della notte, il segreto.” (P. Citati, La mente colorata, Mondadori, Milano, 2002, p.141)

 

Ulisse scopre finalmente che il mondo ostile e profano può essere superato con la sapienza ermetica. E sarà proprio questo sapere, camuffato della benevolenza di Atena, a condurlo ad Itaca per affrontare l’ultima prova. E una volta qui, comprendiamo meglio il significato della protezione di Atena: Ulisse possiede la sapienza degli alberi, insegnatagli dal padre Laerte, il re-contadino. In particolare, conosce l’ulivo, la pianta sacra alla dea e sulla cui radice Ulisse ha costruito il letto nuziale che, dunque, non può essere spostato. Da questo e da numerosi episodi del finale del poema, apprendiamo così che l’eroe greco condivide con Penelope e pochi altri anche una terza sapienza: egli conosce l’arte dei segni simbolici e segreti (Op. Cit., cap.V).

 

sergio magaldi

 

S E G U E


martedì 14 settembre 2021

IL CATENACCIO NON BASTA ALLA JUVE


 

Bianconeri alla deriva

 

 Tre partite di Campionato e la Juve si ritrova sul fondo della classifica con un solo punto realizzato. Dopo la gara persa in casa con l’Empoli, perde, infatti, anche a Napoli benché sia andata a rete per prima e nonostante un catenaccio esasperato che fortunatamente è raro ormai vedere sui campi di calcio. Szczęsny si fa ancora goal da solo e Kean decreta l’ennesima disfatta bianconera con un colpo di testa nella propria porta che diventa un assist per Koulibaly. Che ci faceva Kean davanti al portiere? Chiedere ad Allegri che lo mette in campo solo negli ultimi minuti per far riposare Morata, e non – come avrebbe dovuto – già all’inizio del secondo tempo accanto all’attaccante spagnolo, nel tentativo di vincere la partita. Si dirà che i tanti assenti giustificano sia la sconfitta sia l’impiego del catenaccio, ma a Torino contro l’Empoli – ieri sconfitto in casa dalla neopromossa Venezia – con quasi tutta la rosa a disposizione si è visto più o meno la stessa cosa: una squadra che gioca tutta nella propria metà campo cercando solo rare ripartenze e che difficilmente tira in porta. Col Napoli, goal di Morata a parte, neanche un tiro nello specchio della porta avversaria!

 

Scarsa preparazione e mancanza di organizzazione in campo

 

Cercare le cause della deriva bianconera è sin troppo facile. La squadra è a corto di preparazione e dopo un’ora di gioco sembra non averne più. Poche e stentate anche le partite disputate prima dell’inizio del Campionato. Non si vede un modulo preciso e se ne tentano diversi improbabili: Danilo terzino oppure davanti alla difesa, Mckennie una volta mediano un’altra trequartista(!), Cuadrado ora esterno basso ora esterno alto, ora tutti e due nella stessa partita, Kulusevski ora punta centrale ora sulla fascia, Dybala ora centravanti ora centrocampista e così via… La confusione sul campo regna sovrana, e questo è abbastanza comprensibile tenendo anche conto che la squadra in tre anni è passata da Allegri a Sarri, da Sarri a Pirlo e da Pirlo nuovamente ad Allegri. Aggiungi ora la partenza di Ronaldo che con i suoi goal nascondeva le tante lacune. Unica certezza la difesa (con Bonucci e Chiellini), ma anche questa schierata una volta a tre e una a quattro persino nell’ambito della stessa partita, ma quando il portiere si fa goal da solo non c’è catenaccio che tenga!

 

I sei errori della società

 

La Juve sembra anche scontare gli errori societari: 1) Aver acquistato un grande campione come Ronaldo poco preoccupandosi della qualità del centrocampo 2) Aver licenziato Sarri vincitore dello scudetto al suo primo anno di contratto 3) Aver affidato la squadra a Pirlo che non aveva mai allenato 4) Aver esonerato Pirlo che ha comunque vinto un trofeo e conquistato l’accesso alla Champions 5) Non aver ingaggiato un portiere come Donnarumma, a parametro zero e con uno stipendio inferiore a quello che la società si accinge ora ad offrire a Dybala 6) Aver richiamato Allegri con un contratto di ben quattro anni, sulla base dei risultati raggiunti in passato, in particolare quei 5 scudetti vinti quando per la Juve non c’erano praticamente avversari, soprattutto per la decadenza delle milanesi. Se si voleva rinnovare davvero, bisognava farlo cominciando dall’allenatore e non semplicemente ricorrendo al passato. E intanto questa notte si gioca la prima di Champions. La Juve di Campionato non avrebbe scampo neppure con gli svedesi del Malmö, ma si spera di vedere un’altra squadra e finalmente un segno di ripresa e di orgoglio.

 

sergio magaldi

 

 


domenica 5 settembre 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte quinta)


 

SEGUE DA:

 

LE  FORME  DEL PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte prima)

LEFORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte seconda)

LE  FORME  DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte terza)

LE  FORME   DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte quarta)

 

 La presenza del divino prescinde dunque dall’insegnamento e dagli ammonimenti che provengono dal pensiero mito-poietico dei Greci. Così è nel mito della caverna del X Libro della Repubblica di Platone, dove i prigionieri scambiano per realtà le ombre degli oggetti che si proiettano sulla parete per l’azione di un fuoco, così è nel mito del Fedro, dove Socrate e Platone, velata appena nel simbolo, espongono la dottrina tradizionale e di carattere esoterico dell’anima umana che ricade pesantemente a terra. Così è, ancora, nel mito di Prométeo e di Epiméteo che nel Protagora di Platone il grande sofista racconta a Socrate. L’uno rappresenta l’umana saggezza, l’altro, suo fratello Epiméteo, come dice il suo nome, è colui che ha ‘il senno di poi’, l’umana stoltezza che non si fa da parte, perché non si riconosce come tale e anzi pretende di decidere e s’impone e compie gesti frettolosi e inconsulti che si risolvono in dramma.

Non diversamente accade nel teatro greco. Il motivo ricorrente del peccato di ubris contro gli dei non deve trarci in inganno. Nelle tre tragedie della trilogia di Oreste, l’Agamennone, le Coefore, le Eumenidi, Eschilo svolge il tema della maledizione che si abbatte sulla stirpe degli Atridi: a cuor leggero Agamennone ha mosso guerra ai Troiani, per ingraziarsi gli dei egli ha compiuto l’empio sacrificio della figlia Ifigenia, lui stesso e i suoi soldati hanno sterminato i nemici senza pietà, hanno profanato e distrutto i templi degli dei troiani. Tornato finalmente in patria egli è ucciso per mano di sua moglie Clitennestra. E’ vendicato dal figlio Oreste che si macchia del peccato di matricidio, su di lui si abbatte la furia delle Erinni e neppure il dio Apollo può sottrarlo alla vendetta.

La soluzione della vicenda è infine affidata al verdetto di un tribunale, i cui giudici, avendo tante ragioni per assolvere quanto per condannare, accettano il principio universale che l’accusato sia assolto quando gli uomini riscontrino in lui eguali ragioni per l’assoluzione e per la condanna.

Non diversamente Sofocle, nell’Antigone, risolve il problema della sepoltura di Polinice. Contro il divieto di Creonte, re di Tebe, e contro la legge scritta della città che vieta la sepoltura dei traditori, Antigone rivendica per il fratello Polinice il diritto alla sepoltura. Per quanto la donna sembri ispirata dalla pietà e dalla coscienza religiosa, ciò che decide è la norma panellenica di giustizia che impone il seppellimento anche dei cadaveri dei nemici.

Il tema del seppellimento è ripreso da Sofocle nell’Aiace, dove l’eroe greco è punito con la follia e con la morte per il suo peccato di ubris contro gli dei. Ma è veramente così? Sono gli dei i responsabili o non è piuttosto l’uomo stesso a tessere la trama del proprio destino? Come la dea Atena dice ad Ulisse nel prologo della tragedia:

“…Tali cose vedendo, nessuna parola orgogliosa tu non dire mai contro gli dei e non aver mai superbia, se superi qualcuno per forza di braccio e per quantità di ricchezze: ché un giorno solo innalza ed abbatte tutte le cose umane; gli dei amano gli uomini moderati ed odiano gli empi” (vv. 127-133)

Ma la sorte di Aiace, prima che punizione divina, è frutto dell’umano isolamento che lo porta a ripudiare anche il figlio e la moglie, è il risultato della tracotanza che gli fa affermare: “o gloriosamente vivere o gloriosamente morire è il dovere di ogni valoroso”(vv. 479-80).

Più inquietante è la sorte di Edipo nel notissimo dramma di Edipo Re. Qui l’eroe è innocente e pio né alcun dio ha da rimproverargli qualcosa. Ma il suo destino tragico, di chi inconsapevolmente uccide il padre e si accoppia con la madre, si spiega con la stessa maledizione della stirpe che colpisce Agamennone, lui sì, consapevole. Della maledizione sono responsabili gli dei o non è piuttosto vero che la colpa chiama colpa e il sangue chiama sangue, ricadendo anche sugli innocenti?

Si accennava prima ad Ulisse, così diverso da Aiace eppure anche lui colpevole di ubris, nonostante gli ammonimenti della dea Atena. Vediamolo dunque all’opera, per un attimo, nel secondo dei poemi omerici: l’Odissea. Ci riuscirà così di comprendere meglio il rapporto tra gli uomini e gli dei nell’universo greco e di cogliere l’intreccio talora solo apparente del pensiero sapienziale e del pensiero religioso.

sergio magaldi

SEGUE


domenica 29 agosto 2021

RONALDO-JUVE: UN DIVORZIO PROGRAMMATO


 

 

 Per quanto la partenza improvvisa di Ronaldo a quattro giorni dalla chiusura di mercato a prima vista appaia sorprendente, in realtà il divorzio tra bianconeri e CR7 viene da lontano. Gli indizi risalgono almeno alla fine dello scorso Campionato, non solo e non  tanto per il trasferimento del parco auto del giocatore da Torino in Portogallo, peraltro avvenuto già a maggio, quanto per le dichiarazioni che lo stesso Ronaldo fece pubblicamente a proposito dei tre anni trascorsi alla Juve, ricordando i due scudetti vinti e gli altri trofei minori conquistati.

Quanto alla società – ancorché i suoi dirigenti abbiano sempre negato la partenza di Ronaldo, con le dichiarazioni di Nedved a Sky, persino qualche istante prima dell’inizio del Campionato, e anche di Allegri (giorni fa l’allenatore bianconero riferì che Ronaldo gli aveva detto di voler restare per poi affermare solo qualche giorno dopo che il giocatore gli aveva comunicato la sua intenzione di lasciare la Juve!) – c’è da capire che un altro anno del campione lusitano a Torino, secondo contratto, sarebbe costato al club circa 45 milioni lordi per l’ingaggio, perdendolo poi l’anno dopo a parametro zero. Secondo voci mediatiche, tuttavia, la Juve pur di liberarsi di Ronaldo, risparmiando i 45 milioni, si accontenta ora di 15 milioni per la cessione del giocatore al Manchester United, iscrivendo una minusvalenza in bilancio, dove il cartellino di CR7 è fissato in 28 milioni.

Resta da chiedersi perché il divorzio non sia stato annunciato ufficialmente alcuni mesi fa e la risposta probabile è che Ronaldo non sapesse chi tra Paris Saint Germain, Manchester City e Manchester United finisse col prenderlo. Di partire comunque era certo, come pure la Juve di volersene disfare. Di qui si spiegano forse le dichiarazioni dei dirigenti bianconeri circa la permanenza di Ronaldo alla Juve per un altro anno e dunque la tacita e implicita impossibilità di acquistare al suo posto un campione che non lo facesse troppo rimpiangere agli occhi dei tifosi, e si spiega anche il proclamato rilancio di Dybala da parte proprio dell’allenatore che in passato lo aveva parzialmente messo in disparte e/o relegato in mediana a fare il difensore. Nell’immaginario collettivo, Dybala deve prendere il posto del partente Ronaldo! Inoltre, per mitigare il dispiacere della tifoseria, Kean torna a far parte della rosa della squadra con la formula del prestito con obbligo di riscatto.

Il bilancio dei tre anni di Ronaldo alla Juve è presto fatto: parlano per lui i 101 goal realizzati e i 17 assist, ma anche gli oltre 250 milioni spesi, tra acquisto e ingaggio lordo. Fallito invece lo scopo per il quale era stato acquistato, almeno secondo le dichiarazioni di allora. Due volte finalista in Champions, per merito della dirigenza, dei giocatori e di Allegri, si era pensato che con lui la squadra questa volta non avrebbe fallito l’assalto alla Coppa dalle grandi orecchie. E invece la Juve in tre anni non è arrivata neppure alle semifinali di Champions! Perché? Ronaldo ha fatto sempre il proprio dovere, ma la rosa bianconera non era più quella delle due finali e forse neppure più la fortuna era la stessa.

E intanto la Juventus, ieri in tarda serata, “celebra” per così dire la prima senza Ronaldo con una prestazione ridicola, perdendo contro l’Empoli davanti al pubblico di casa e portando il distacco dalle prime a ben 5 punti dopo due sole giornate di Campionato. Un complimento speciale ad Allegri per la formazione cervellotica schierata ed un altro complimento a Dazn – che ha il monopolio della trasmissione delle partite della serie A – per aver reso la partita della Juve ancora più inguardabile.

 sergio magaldi  


venerdì 27 agosto 2021

PRIMA DI SERIE A - ULTIME DI CALCIOMERCATO


 

 

 Le sette “grandi” del Campionato

 

Inter, Lazio, Atalanta, Roma, Napoli e Milan (secondo l’ordine con cui hanno giocato la “prima”) vincono tutte, mentre la Juventus, data per favorita nella lotta scudetto dopo il cosiddetto ridimensionamento dell’Inter, deve accontentarsi del pareggio per le ragioni che vedremo dopo. Netto il successo dei campioni d’Italia, convincente il successo della Lazio ad Empoli, un po’ meno i successi di Roma e Napoli, di misura le vittorie di Atalanta e Milan rispettivamente su un Torino incapace di difendersi negli ultimi istanti di partita, e su una Sampdoria senza attacco, che si limita a tre innocui tiri nella porta rossonera e che fa rimpiangere Ranieri.

La nuova Inter di Inzaghi vista contro il Genoa fa dimenticare, almeno per il momento, le partenze di Conte, Lukaku e Hakimi. Dzeko, costato zero euro al club milanese, si presenta alla grande con un assist e un goal. La Lazio di Sarri mostra già un’ottima organizzazione di gioco, nonostante il cambiamento di modulo, adattando bene Lazzari a terzino di fascia e utilizzando efficacemente per oltre un’ora un campione come Pedro, messo fuori rosa dalla Roma e costato zero euro, così come l’ex centravanti giallorosso andato all’Inter. Dal canto suo, la Roma di Mourinho batte all’Olimpico la Fiorentina con due goal di scarto ma non convince del tutto, così come non aveva convinto nello spareggio di Conference League vinto di misura giovedì scorso. Più convincente invece la prestazione di ieri sera all’Olimpico, dove la Roma liquida definitivamente il Trazonspor accedendo ai gironi della nuova competizione europea. E dire che i giallorossi hanno giocato con la stessa formazione ben tre partite in una settimana con in più lo stress del viaggio in Turchia. C’è da sperare che la stanchezza a lungo non si faccia sentire. L’Atalanta vince fortunosamente ma sembra ancora lontana dalla forma dell’anno scorso, il Napoli fatica non poco ad aver ragione del neo promosso Venezia, e il Milan contro una modesta Sampdoria mostra pregi e limiti consueti: ripartenze, velocità, passaggi lunghi e geometrici, ma poca attitudine all’azione manovrata. E intanto da questa sera inizia la seconda giornata di Serie A con Verona-Inter

 

Szczęsny, Allegri e Var fermano la Juventus

 

È appena iniziato il Campionato e la Juve è già costretta a inseguire le sei rivali nella corsa Champions-Scudetto. Tre goal e due pali non sono bastati a superare una modesta Udinese. In vantaggio per 2-0 dopo un quarto d’ora, la Juve tira i remi in barca, lascia l’iniziativa ai friulani e si mette a giocare “bassa”, come nei peggiori momenti della Juve di Allegri di qualche anno fa. Eppure, era stata buona l’intuizione di utilizzare Cuadrado in avanti (lasciando Danilo a fare il terzino), tant’è che dal suo piede è partito il passaggio a Bentancur per il corto assist a Dybala del primo goal e dal suo stesso piede è venuto il secondo goal. Poi accade di tutto: Szczęsny si fa due goal da solo, Allegri mette Danilo davanti ai difensori e Cuadrado torna a fare il terzino in una difesa a tre, che diventa praticamente a cinque, poi viene sostituito e la Juve non è più capace di ripartire (nella Juve di Allegri, e non solo, il colombiano è sempre stato decisivo in fase offensiva) e rischia persino il 3-2. Infine il lampo di Ronaldo negli ultimi istanti, ma il Var annulla la rete guardando non i piedi o la testa ma la mano del giocatore, mentre il regolamento esclude che il fuorigioco possa riguardare braccia e mani, parti del corpo del resto con le quali non è lecito segnare… ma la cosa più sorprendente a fine partita è il rimprovero di Allegri alla squadra per non essersi difesa di più! Giusta mi pare a questo punto l’osservazione di Bergomi: dopo due anni di assenza dal campo, forse Allegri non si è reso conto che non si può più lasciare l’iniziativa agli avversari per oltre sessanta minuti e poi portare a casa la partita. Per non parlare del centrocampo con Bernardeschi, Ramsey e un impreciso Bentancur, tutti incapaci di verticalizzare come di proteggere la difesa.

 

Calciomercato: l’addio di Ronaldo

 

Tra pochi giorni si chiude il mercato e, a meno di clamorose sorprese (proprio in queste ore sta maturando il divorzio tra Juve e Ronaldo!), si può già tracciare un bilancio anche se non definitivo. Considerando il rapporto acquisti-cessioni-capitali e probabile rendimento, credo che paradossalmente la palma della “saggezza” spetti all’Inter: si priva di Lukaku e di Hakimi, è vero, ma incassa  circa 180 milioni di euro e sostituisce egregiamente i due campioni con l’acquisto di Dumfries pagato 12 milioni, con l’arrivo di Dzeko a parametro zero e quello di Correa per 30 milioni. Al secondo posto metterei la Lazio che vede arrivare Hysai, Anderson e Pedro a parametro zero, Basic per circa 8 milioni e che cede Correa per una cifra importante. Poco da dire sulle altre cinque “grandi”, se non che Roma e Milan sono quelle che hanno speso di più, che il Napoli non si è praticamente mosso, l’Atalanta ha concluso operazioni minori, la Juve ha condotto in porto abilmente l’acquisto di Locatelli nel tentativo di dare finalmente un volto al proprio centrocampo, ma perdendo Ronaldo si presenta al via con scarse possibilità di dire la sua in Champions e con poche probabilità di inserirsi nella lotta scudetto. Partito Ronaldo, chi segnerà così tanti goal come il fuoriclasse portoghese? Non certo Dybala, Morata e Chiesa che di goal non ne fanno mai molti. Un discorso a parte merita la Roma. Il suo colpo di mercato più importante è stato l’ingaggio di Mourinho. Spende più di 90 milioni per l’acquisto di quattro ottimi giocatori e per il riscatto di qualche altro ma poi regala Dzeko all’Inter e Pedro alla Lazio permettendo a queste società di disfarsi a suon di milioni di giocatori come Lukaku e Correa. Al momento, mi viene da pensare (ma tutto potrebbe cambiare in futuro) che proprio le squadre di Inzaghi e di Sarri siano le favorite nella corsa scudetto.

 sergio magaldi


mercoledì 11 agosto 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA' E DOGMATISMO (Parte quarta)


 

SEGUE DA:

 

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte prima)

 

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte seconda)

 

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte terza)

 

 

 «O Crizia – dice Socrate nel Càrmide (dopo l’Eutifrone, un altro dei dialoghi giovanili di Platone) – ti rivolgi a me, credendo ch’io conosca gli argomenti sui quali ti rivolgo la domanda. E tu pensi che dipenda dalla mia volontà il darti l’assenso. Al contrario, la cosa non sta affatto così: io vado saggiando col tuo aiuto le varie definizioni propostemi; appunto perché comincio io stesso a non sapere. Farò dunque opportuna ricerca e poi intendo significarti se sono d’accordo o no. Aspetta dunque che finisca prima la mia indagine» (Platone, I Dialoghi, vol.1, Rizzoli, Milano, 1953, p.222)

 

Pure, in questa ricerca che nulla concede al ‘sapere saputo’ si accompagna sempre un barlume di religiosità. Che si tratti del Socrate storico o dell’iniziato Platone ha poca importanza. Nulla o poco c’è dato sapere sine deo concedente, come Socrate dice a Teage nel dialogo omonimo:

 

 «Eccoti dunque, Teage mio caro, questa la mia scuola: qualora il mio insegnamento riesca gradito a Dio, grandi e rapidi saranno i tuoi progressi, piccoli e tardi in caso contrario…» (Op.cit.)

 

 Ma questo contatto tra l’umano e il divino si realizza con modalità tutt’affatto differenti da quel che avviene nel pensiero religioso. Non si tratta di sostituirsi al dio parlando per la sua bocca e spargendo ovunque il seme di una verità rivelata che dovrà essere accettata anche con la forza, il dio non si mescola con l’uomo ma può lasciar cadere in lui una scintilla di sé, una luce in grado di illuminare la sua ricerca e di guidarlo alla comprensione del Cosmo, cioè dell’Ordine imposto alla natura da un Grande Architetto.


 Del resto, Socrate – ci racconta Platone nel Simposio – è anch’esso un iniziato. Egli ha ricevuto l’iniziazione dei fedeli d’Amore da Diotima, una sacerdotessa esperta nei sacri misteri dell’eros:

 

Proverò a esporvi – dice Socrate ai convitati – il discorso su Amore che ho sentito fare una volta da una donna di Mantinea, Diotima, che era sapiente in queste e in molte altre cose (…) E’ stata appunto Diotima che m’ha iniziato alla scienza d’Amore (…) Quando parlavo con lei, io pure sostenevo, pressappoco, le stesse cose che ora diceva con me Agatone: Eros è un grande dio; Eros è amore di bellezza. E lei confutava il mio dire (…) E allora, dissi, che cosa sarebbe Eros? Un mortale?

“Per nulla”

“Ma che cosa allora?”

“Come i casi precedenti, rispose, qualcosa di intermedio tra il mortale e l’immortale”

“Che cosa, dunque, Diotima?”

“Un gran Daimon, Socrate, perché tutto ciò che è daimonico è intermedio tra dio e mortale”

“E che potere ha?”

“Di interpretare e trasmettere agli dei ciò che viene dagli uomini e agli uomini ciò che viene dagli dei, degli uni le preghiere e i sacrifici, degli altri invece gli ordini e le ricompense per i sacrifici: essendo in mezzo a entrambi, riempie lo spazio sicché il tutto risulta in se stesso connesso. Attraverso di lui passa tutta la divinazione e la tecnica sacerdotale concernente i sacrifici, le iniziazioni, gli incantamenti e la predizione tutta e la magia. Un dio non si mescola con l’uomo, ma per mezzo di Eros ha luogo ogni rapporto e colloquio degli dei con gli uomini, sia nella veglia che nel sonno.[…] E per natura non è né immortale né mortale […] né povero né ricco. D’altronde è anche in mezzo tra sapienza e ignoranza […].

“Chi sono allora, Diotima, quelli che filosofano, se non lo sono né i sapienti né gli ignoranti?”

“E chiaro anche ad un bambino ormai, disse, che sono quelli a metà tra questi due e che di essi fa parte anche Eros. La sapienza, infatti, fa parte delle cose più belle e Eros è amore del bello, sicché è necessario che Eros sia filosofo e, in quanto filosofo, sia in mezzo tra il sapiente e l’ignorante.” (Op.cit.)

 

 E’ dunque questo fuoco interiore – che in Socrate assume le sembianze di un Daimon, di uno spirito buono, il  del linguaggio della psicologia – a gettare un ponte tra pensiero sapienziale e pensiero religioso.

 

 Difficile, tuttavia e talora persino inutile separare rigidamente nell’universo dei Greci il pensiero sapienziale da quello religioso. E non perché non esista differenza, come abbiamo visto nel confronto tra Socrate ed Eutifrone, bensì perché nella stessa tradizione confluiscono religiosità e religione, mito e simbolismo, iniziazione misterica e norme etiche e civili. Gli uomini vivono a continuo contatto con gli dei e benché questi ultimi si rivelino, per così dire, solo ai predestinati, i loro consigli, le loro leggi s’impongono a tutti, perché appartengono alle regole non scritte del coraggio, della pietà, dell’onore e della comune convivenza, al dominio della saggia prudenza. Accostarsi ai poemi omerici, alle opere di Platone e dei grandi filosofi, all’arte, alla tragedia, come del resto alla lirica o alla commedia, significa entrare nell’immenso patrimonio sapienziale dei Greci, attingere al ricco simbolismo dei miti e delle leggende. E se è vero che nella mitologia greca, di gran lunga la più illuminante nella storia della civiltà, s’intrecciano senza soluzione di continuità le vicende degli dei, degli eroi e degli uomini, resta pur vero che il pensiero mito-poietico dei Greci può tranquillamente rinunciare alla divinità senza che il significato esoterico del mito, l’insegnamento che dietro vi si cela, vada perduto.

 

SEGUE

sergio magaldi


domenica 8 agosto 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA' E DOGMATISMO (Parte terza)


 

SEGUE DA:

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA' E DOGMATISMO (Parte prima)

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA' E DOGMATISMO (Parte seconda)


 Il rapporto tra pensiero sapienziale e pensiero religioso – cioè tra due modalità della mente così in apparenza distanti tra loro – deve essere studiato nella concretezza storica dei loro rapporti, non solo per coglierne appieno le differenze ma anche per portarne alla luce le non sempre visibili convergenze. Limitiamo l’osservazione alle due radici della civiltà occidentale: la greca e l’ebraica.

 

L’Eutifrone di Platone ci presenta un confronto esemplare tra pensiero sapienziale e pensiero religioso. Esaminiamo in sintesi il contenuto del dialogo.

 

Eutifrone e Socrate s’incontrano davanti al tribunale della polis e subito Eutifrone esprime a Socrate la sua meraviglia nel vederlo lontano dal Liceo e dalle sue abituali conversazioni e più ancora manifesta la sua incredulità di fronte all’idea che Socrate possa essere l’accusatore di qualcuno. E infatti Socrate subito gli rivela di essere l’accusato, non l’accusatore. Di quale accusa si tratta? Si tratta di empietà, un’accusa nella quale incorreranno altri intellettuali ateniesi di questo periodo. Socrate è accusato di non credere negli dei della città-stato, di volerli sostituire nel culto con altre divinità e di insegnare queste cose ai giovani, corrompendoli. Apprendiamo così che nell’Atene del 400 avanti Cristo non esiste tolleranza religiosa anche se siamo bene a conoscenza che dietro l’accusa di empietà si celano sempre precisi motivi politici.

 

Eutifrone, dal canto suo, chiarisce a Socrate di recarsi presso l’arconte-re, il sommo magistrato ateniese, in qualità di accusatore. Egli ha deciso di trascinare suo padre in giudizio e di chi lo critica per questa scelta dice che è ignorante della “legge divina in rapporto all’empietà e all’azione pia e santa”.

 

«Ma allora, Eutifrone, – gli oppone Socrate – hai davvero la convinzione di conoscere con tanta perfezione le leggi divine? Di conoscere insomma ciò ch’è santo e pio e ciò ch’è empio?… Non hai timore di procedere contro tuo padre? Non potrebbe forse avvenire che a sua volta anche la tua fosse un’empietà?»

 

Eutifrone risponde subito di conoscere perfettamente le leggi divine, ciò ch’è santo e ciò che non lo è. Da questo momento il dialogo si fa serrato. Socrate dichiara di volersi fare discepolo di Eutifrone, anche per meglio difendersi in tribunale e subito propone al suo interlocutore di rivelargli in cosa consista l’empietà e la santità. Eutifrone risponde che è santo fare ciò che lui sta facendo, cioè denunciare un colpevole anche se si tratta di suo padre e a mo’ di esempio cita Zeus che, per punirlo delle sue colpe, mise in catene il padre Saturno-Crono che, a sua volta e sempre per questione di giustizia, aveva evirato il padre Urano. La citazione consente a Socrate di tornare per un attimo sull’accusa che gli era stata rivolta e di osservare che proprio questo comportamento degli dei aveva generato la sua critica e dato spunto alla denuncia contro di lui.

 

 Ma, insomma, chiede Socrate a Eutifrone, ammesso che sia giusto quel che stai facendo contro tuo padre, dammi una definizione di santità che possa adattarsi per infiniti altri casi. E subito Eutifrone dichiara che “è santo ciò che è caro agli dei, empio ciò che non lo è. Definizione che Socrate non tarderà a smontare: gli dei per primi si accordano forse tra di loro su ciò che è giusto e ingiusto? Noi – continua Socrate – possiamo facilmente accordarci sul peso di un certo oggetto, basterà procurarci una bilancia… ma, quando si tratta del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo, del bello e del brutto non troveremo facilmente l’accordo e, sotto questo riguardo, gli dei non si comportano diversamente dagli uomini. Eutifrone ne conviene e al termine di una serie di ulteriori argomentazioni propone una nuova definizione di santità: “è santo – egli dice – ciò che è gradito a tutti gli dei, empio ciò che a tutti è sgradito. Ma subito Socrate propone ad Eutifrone una nuova questione: “il santo è amato dagli dei perché santo o è santo perché amato dagli dei?

 

 Man mano che il dialogo si dipana appare con sempre maggiore evidenza il fine di Socrate. Il suo interlocutore si dichiara in possesso della verità, ma, non potendo dire cosa santità e giustizia siano in sé, propone sempre nuove e diverse definizioni, rendendosi conto lui per primo che nessuna di loro è la verità, e che ognuna dipende dal punto di vista di chi giudica. Così, da ultimo, ad Eutifrone non resta che rifugiarsi nella religione, troncando per ciò stesso ogni ulteriore indagine:

 

 «la pietà e la santità – egli dice – sono quella parte del giusto avente la sua esplicazione nel culto e nella cura degli dei. La parte invece rivolta agli uomini è la restante.»

 

 Avrà un bel daffare Socrate nello smontare – come sempre accade, col consenso del suo stesso interlocutore – anche questa definizione e quando infine gli riuscirà e proporrà di riesaminare la questione da capo, vedrà Eutifrone sfuggirgli con un pretesto.

 

«Che peccato, amico mio! – ha appena il tempo di osservare Socrate con ironia – Avevo concepito una grande speranza; tu vai lontano e mi lasci deluso. Pensavo che da te avrei appreso ciò ch’è santo e ciò che non è santo. Così, mi sarei liberato dall’accusa di Meleto, poiché gli avrei mostrato che alla scuola di Eutifrone son divenuto un sapiente di problemi religiosi» (Platone, I Dialoghi, vol.1, Rizzoli, Milano, 1953, p.598)

 

Insomma, alla presunzione di sapere della mente religiosa, Socrate oppone la sapiente temperanza di chi innanzi tutto si propone di conoscere se stesso. L’argomento si ritrova in un altro dei dialoghi di Platone, il Càrmide, insieme all’affermazione che la verità non si manifesta né in virtù del semplice assenso – come vorrebbe la mente sofistica – né per mezzo di argomenti aprioristici, come sostiene la mente religiosa.

 SEGUE

sergio magaldi


giovedì 5 agosto 2021

NEL RICORDO DI ANTONIO PENNACCHI...


 

 Ripropongo di seguito la recensione di Canale Mussolini, il romanzo con cui Antonio Pennacchi, improvvisamente scomparso, vinse meritatamente lo Strega, il più prestigioso tra i premi letterari italiani.

 

Un libro finalmente degno dello Strega (Vincitore 2010) questo Canale Mussolini di Antonio Pennacchi. Narra le vicende dei Peruzzi, una grande famiglia contadina del ferrarese, nel contesto degli eventi che caratterizzarono la storia italiana tra gli inizi del ‘900 e la metà del secolo.

 

Si parla di fascismo, dunque, ma – e questo è uno dei maggiori pregi del romanzo – per così dire lo si osserva dal di dentro. Il fascismo non è più o non appare soltanto come una condizione inquietante dell’anima, secondo il noto giudizio di Benedetto Croce o come un “incidente di percorso” della storia italiana, tra liberalismo e democrazia [cristiana], ma piuttosto come il prodotto naturale delle tensioni sociali che si erano andate accumulando in Italia, durante i sessant’anni successivi all’unificazione. Non “un corpo estraneo”, dunque, ma purtroppo l’unico modo in cui una società arretrata, preindustriale ed elitaria, caratterizzata dall’analfabetismo, dalla miseria, dal brigantaggio e dalla corruzione [costante di sempre, quest’ultima, nella politica e nella società civile del Belpaese], riuscì malgrado tutto ad evolversi. In questo senso e solo in questo senso, il fascismo fu “rivoluzionario”, dando così in parte ragione a Benito Mussolini, quello ormai sconfitto dalla Storia, che nell’ultima intervista concessa pare abbia detto: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”.

 

Non vorrei essere frainteso. Non che gli italiani fossero da sempre abitati dai “mostri” del fascismo, giacché erano i mostri della fame e dell’ignoranza a tenere il campo, e l’unico senso accettabile che ha il pensiero dell’ultimo Mussolini è quello di aver saputo interpretare il malessere sociale e l’istinto di ribellione delle masse saldandoli agli oscuri ideali di una piccola borghesia frustrata e megalomane, talora vagamente intellettuale e che, prima del fascismo, trovava spesso nella Massoneria il proprio punto di riferimento. Come si vede chiaramente non solo dalla denominazione che assunse il massimo organo di rappresentanza politica del fascismo. Quel Gran Consiglio che annoverava in prevalenza massoni ed ex-massoni, preferibilmente di Piazza del Gesù.

 

Un po’ quello che avverrà nel secondo dopoguerra con la Democrazia Cristiana e che oggi avviene con Berlusconi: saldare in un unico blocco gli ideali [?!] della piccola borghesia e gli interessi della borghesia media e alta, col collante dei cosiddetti valori cristiani e grazie alla forza della telecrazia, odierno ed efficace strumento di governo, capace di allineare le coscienze nell’unica direzione del conformismo, della volgarità, dell’ignoranza e del pregiudizio [ciò lo scrivevo, naturalmente più di dieci anni fa...]

 

È chiaro che senza mettersi al servizio della Reazione la “rivoluzione fascista” sarebbe fallita e di questo il primo a rendersene conto fu certamente Mussolini, nato socialista e abbastanza lungimirante da comprendere la sterilità di un movimento perpetuamente scissionista ed eternamente diviso tra una base proletaria e una classe dirigente di piccoli intellettuali sempre in lotta per il potere, ora riformisti, ora rivoluzionari, ora imbelli e qualunquisti, sempre frazionisti.

 

E il nonno di chi racconta Canale Mussolini partecipa anche se solo marginalmente agli eventi che caratterizzano la storia italiana agli inizi del ‘900. Trentenne, divide il carcere con il socialista Rossoni, futuro sottosegretario alla presidenza del consiglio di Mussolini. A quattro dei suoi diciassette figli mette i nomi di Treves, Turati, Modigliani e Bissolati. Divide insieme alla numerosa famiglia pasta e fagioli e polenta con il giovane Mussolini. È testimone della carriera politica del duce: sindacalista rivoluzionario, direttore dell’Avanti, violento oppositore della guerra di Libia del 1911: “È chiaro che i socialisti non potevano condividere questa politica di aggressione coloniale e imperialista […] il più arrabbiato di tutti era proprio il Mussolini, che era diventato una specie di numero uno dei sindacalisti rivoluzionari in Italia ed era pure un pezzo grosso del partito socialista. ‘L’ho sempre detto’ diceva adesso mio nonno all’osteria […] ‘che come questo ce n’è pochi, questo è un uomo speciale, se si mette in testa una cosa la fa, non lo ferma nessuno’ e difatti nel giro di pochi anni se ne erano resi conto tutti, mica solo mio nonno […] pure il Treves e il Turati, che cercavano di tenerlo buono. Be’, lui per la Libia ha fatto un casino. Prima è riuscito a convincere tutti gli altri socialisti […] e poi ha guidato lo sciopero generale contro la guerra in Africa con azioni rivoluzionarie di vero e proprio sabotaggio”. [p.41]

 

E dopo di allora: la settimana rossa e il carcere con Pietro Nenni. Poi, improvvisa la svolta con l’interventismo nella I guerra mondiale, non al fianco della Germania, nostra tradizionale alleata di allora, ma nel campo opposto con Francia e Inghilterra. Perché questo cambiamento? Lo spiega al nonno del narratore lo stesso Mussolini, desinando con lui: “Questa guerra quindi era proprio quello che ci voleva, una mano santa che avrebbe scatenato tante di quelle tensioni – diceva il compagno Mussolini – che niente sarebbe stato più come prima. Una volta che il proletariato si fosse ritrovato tutto coinvolto sotto le armi, la guerra da mondiale non avrebbe potuto diventare che sociale. In fin dei conti era deflagrata come scontro di interessi – ‘I schèi’ – tra le borghesie capitalistiche dei singoli Paesi europei. Ma poi sul campo non poteva non sfociare in una guerra generale di classe, con il proletariato europeo contro i padroni di tutti i Paesi”. [p.57]

 

E la testimonianza prosegue con i racconti dello zio Pericle, soldato a Milano e il più politicizzato della famiglia: le tensioni del dopoguerra, i tanti discorsi sulla “vittoria mutilata”, la fondazione del fascio e il programma di San Sepolcro che promette suffragio universale, repubblica e terra ai contadini. Nel socialismo ormai è guerra aperta. Tra i cosiddetti interventisti, ora fascisti, e i neutralisti di sempre: “Nemici ormai – noi di qua e loro di là – perché loro erano stati contro la guerra e adesso erano contro i soldati e continuavano a fare quello che avevano sempre fatto: chiacchiere cioè, e pochi fatti, o almeno così dicevano i miei. E se loro erano rossi, noi per contrasto dovevamo essere neri, anche se non è che stessimo con la borghesia capitalistica e loro invece col proletariato. Mica stavamo con classi diverse, almeno all’inizio. Vada a vedere il programma di San Sepolcro, noi eravamo semplicemente concorrenti nella stessa classe di popolo lavoratore […]. È per questo forse che ci siamo odiati tanto, perché eravamo fratelli che si sono divisi”. [pp.69-70]

 

Non bisogna tuttavia pensare che il romanzo di Pennacchi si limiti a ripercorrere l’ascesa del fascismo e del suo duce in un’atmosfera rarefatta e incolore che rischia di annoiare il lettore, perché è un’intera civiltà contadina quella che prende vita pagina dopo pagina, attraverso il duro lavoro, le sofferenze, le passioni, i vizi e i valori di chi ne fa parte. Neppure l’autore difetta di ironia nel descrivere personaggi piccoli e grandi di questa storia e una particolare attenzione è dedicata alla donna, alle molte contraddizioni in cui si trova a vivere. Capo-famiglia di fatto, quando invecchia, come la nonna di chi racconta, madre di abbondante prole per avere un ruolo familiare, che è anche l’unico ruolo sociale, vittima e quasi schiava se le viene a mancare il marito con i figli ancora piccoli. E in questo universo femminile governato da ferree leggi non scritte, spesso occultamente violate, si distingue la figura di Armida che alleva le api, parla con loro e ne riceve consigli e premonizioni.

 

Ma il romanzo s’incentra soprattutto sull’esodo che costringe i Peruzzi, assieme ad altre famiglie emiliane, venete e friulane, a lasciare la propria terra e a recarsi nell’Agro Pontino. Perché? Perché solo tra le paludi dove da secoli e secoli regnano indisturbate zanzare e malaria, la promessa “sansepolcrista” del duce sarà mantenuta. In cambio delle bonifiche e della costruzione di un canale [Il Canale Mussolini, appunto], vasti poderi saranno assegnati ai contadini, naturalmente solo a quelli di comprovata fede fascista.

 

“Maledetto Zorzi Vila”, diranno i Peruzzi costretti all’esodo per colpa del conte Zorzi Vila che li ha cacciati dalle terre che coltivavano a mezzadria, e la maledizione diverrà la divisa di ciascun membro della famiglia di fronte ad ogni sciagura, da allora in poi. Ma anche Mussolini ci mise del suo nella vicenda, osserva il narratore: “Era il 1927 e come lei sa, a quei tempi, il commercio estero non avveniva sulla base del dollaro, ma dell’oro e della sterlina inglese che a settembre 1926 era arrivata a 149, quasi 150 lire per una sterlina. La bilancia dei pagamenti import-export era al tracollo. L’industria italiana in crisi […] Be’, lui – il Duce – dalla mattina alla sera ha detto: ‘Rivaluto la lira, da oggi in poi è a quota 90, mai più di 90 lire per una sterlina’. […] come deve essere stata contenta la grande industria italiana che per il carbone, il ferro, il rame ed ogni cosa che doveva andare a comprare all’estero e che fino al giorno prima la pagava, mettiamo, a 150 lire al chilo, adesso la pagava 90. Ed anche noi Peruzzi abbiamo detto lì per lì: ‘Vaca boia, come che l’è bravo il nostro Duce’. […] solo dopo ci siamo accorti che se il nostro campo continuava a produrre solo e sempre, mettiamo, i suoi dieci quintali di grano all’anno, e noi sino al 1926 vendendo quei dieci quintali al mercato avevamo preso 1500 lire, dal 1927 in poi ne avremmo prese solo 900. Veda un po’ quanto ci abbiamo rimesso e se è vero o no, che la quota 90 ha ammazzato i contadini italiani […] Noi eravamo tenuti a spartire a metà il raccolto con il padrone. […] Ed eravamo pure tenuti però a spartire le spese. E queste lui – lo Zorzi Vila maladéto – le ha conteggiate tutte in lire. Debiti segnati per anni, e noi convinti di averli già scalati anno dopo anno con una parte del quintalaggio dei nostri raccolti”. [pp.124-5].

 

Fu così – osserva ancora il narratore – che i Peruzzi persero tutto, e furono costretti all’esodo nell’Agro Pontino, dove gli furono assegnati due poderi grazie all’intercessione dell’amico Rossoni.

Così i fascisti, o meglio i contadini emiliani, veneti e friulani, riuscirono in quello che avevano inutilmente tentato i Romani, i Papi e Napoleone: scavare il Canale Mussolini e bonificare la palude pontina.

 

La storia dei membri della famiglia Peruzzi prosegue intrecciandosi con le vicende della proclamazione dell’Imperium [al canto di Sole che sorgi libero e giocondo,/sul colle nostro i tuoi cavalli doma: /tu non vedrai nessuna cosa al mondo /maggior di Roma/maggior di Roma!], con le leggi razziali e la II guerra mondiale. E qui finalmente un barlume di coscienza sembra affiorare nei Peruzzi o almeno in chi di loro racconta la storia. Sia pure attraverso Italo Balbo: “Ma siete matti? Ma che vi hanno fatto gli ebrei? In Italia sono più fascisti di noi”. [pp.338-9] e le sue profetiche parole alla vigilia dello scoppio della guerra, solo qualche mese prima di essere abbattuto in volo da ‘fuoco amico’: “Io spero che l’Italia non entri in guerra: voglio ancora avere fiducia nel senso realistico del Duce e mi auguro che non prevalga in lui il demone della megalomania da cui sembra invasato in questi ultimi tempi. Ma se così non fosse, noi saremo sconfitti, cadrà il fascismo, cadrà la monarchia, perderemo le colonie e ci potremo ritenere fortunati se si salverà l’unità d’Italia”.

 

Una dichiarazione almeno lucida e onesta, questa di Balbo, amico da sempre degli americani e onorato dagli inglesi al momento della morte avvenuta per tragico errore [?!], per mano di “fuoco amico”. Una dichiarazione nella quale ancora oggi si riconoscono molti italiani che fascisti non furono o che il fascismo neanche conobbero e che rimproverano al duce soltanto “la scelta finale”, senza comprendere che la tragedia veniva da lontano, perché la dittatura, buona o cattiva che fosse, prima o poi ci avrebbe condotto al baratro.

 

sergio magaldi