domenica 9 maggio 2021

Zibaldone on Line N.3: Gnosi. Di Sergio Magaldi

venerdì 7 maggio 2021

Autoritarismo Temporale e Potere spirituale: Massoneria On Air - Puntata...

sabato 1 maggio 2021

IL PUNTO SUL CAMPIONATO DOPO IL FALLIMENTO DELLA SUPERLEGA (N.7)


 

 Alla vigilia della 34.a giornata della Serie A, la lotta per partecipare alla Champions del prossimo anno si fa serrata. Dei quattro posti disponibili, uno è già praticamente assegnato all’Inter che vince lo scudetto con largo anticipo. Un altro, con ogni probabilità, andrà all’Atalanta che ha due punti di vantaggio sulle altre e che soprattutto si trova in evidente stato di forma. Ne restano, perciò, forse soltanto due, e la lotta per il 3° e 4° posto  della classifica del Campionato vede in lizza Milan, Juventus e Napoli, tutte con 66 punti, e anche la Lazio che virtualmente di punti ne ha 64, dovendo recuperare la partita casalinga con il Torino. Delle quattro squadre, sulla carta il Napoli ha il calendario migliore, dovendo incontrare nell’ordine Cagliari, Spezia, Udinese, Fiorentina e Verona. Gli ostacoli potrebbero venire dai due primi incontri, perché Cagliari e Spezia lottano per non retrocedere in serie B. Superati questi, i partenopei troverebbero poi la strada spianata, anche perché la Fiorentina a quel punto potrebbe essere già salva. Il calendario della Lazio presenta qualche incognita, non solo perché giocherà una partita in più delle altre ma anche perché, dopo la prossima in casa contro il Genoa, deve giocare con la Fiorentina, il Torino (in piena lotta per non retrocedere), nel derby con la Roma e infine col Sassuolo che ambisce al 7° posto della classifica. Milan e Juventus hanno la sfida diretta e un calendario per nulla tranquillo. Prima di andare a Torino contro la Juve, il Milan deve vedersela questa sera con il Benevento che fa parte delle squadre in lotta per non retrocedere, dopo la Juve nuovamente a Torino contro i granata, quindi in casa contro il Cagliari e da ultimo a Bergamo contro l’Atalanta. Infine la Juventus che gioca una partita già decisiva domenica contro l’Udinese, ha la sfida diretta col Milan e nell’ordine gli incontri con Sassuolo, Inter e Bologna. Solo battendo Udinese e Milan, i bianconeri potrebbero forse evitare la beffa di giocare il prossimo anno in l’Europa League invece che in Champions. D’altra parte, delle quattro squadre in lizza per la massima competizione europea, la Juve in questo momento ha il gioco peggiore, anzi non ha addirittura un gioco. Basti vedere il primo tempo con la Fiorentina, partita che, dopo lo 0-3 dell’andata, ha rischiato ancora di perdere senza Cuadrado uomo-assist e senza la prodezza di Morata, entrato a sostituire nel secondo tempo un inguardabile Dybala. Passaggi orizzontali a non finire tra Bonucci, Chiellini e De Ligt, scarso il filtro di centrocampo, nessuna profondità di gioco, un solo tiro nello specchio della porta avversaria, un Ronaldo poco servito dai compagni, che non segna da oltre un mese e che appare sempre meno convinto di continuare a giocare in questa squadra. Dato a Pirlo quel che è di Pirlo, bisogna riconoscere che questa Juve è stata costruita male, nonostante i tanti soldi spesi. La squadra manca soprattutto di una punta centrale da 15-20 goal a stagione. Senza le 25 reti di Ronaldo, ancora capocannoniere della Serie A, la Juve navigherebbe al centro della classifica. Altro che decimo scudetto consecutivo, altro che lotta per vincere finalmente una Champions! Morata e Dybala (anche se quest’anno ha giocato poco tra covid e infortuni) sono grandi giocatori, belli da vedere quando sono in forma, ma Morata non è un goleador (non a caso non ha mai giocato titolare nel Real Madrid, nel Chelsea e nell’Atletico Madrid) e Dybala lo è stato solo a tratti (record con la Juve: 22 goal nella stagione 2017-2018), soprattutto prima che Allegri lo trasformasse in un mediano. Lo scorso anno, grazie a Sarri che lo riportò in avanti, riuscì a segnare 11 goal in Serie A, comunque ancora pochi per la punta che servirebbe alla Juve accanto a Ronaldo (si pensi alla coppia Lukaku-Lautaro dell’Inter).

La Juve in Europa League invece che in Champions sarebbe una beffa anche alla luce delle note vicende della Superlega. La dirigenza bianconera è stata tra le protagoniste dell’annunciata manifestazione che il conformismo imperante ha condannato come una competizione riservata ai grandi club e senza meriti sportivi. Dove c’è almeno una contraddizione in termini: se sono grandi club, lo sono per le tante vittorie, quindi il merito sportivo non può essere messo in dubbio, semmai il problema è quello di giustificare la nascita di una nuova Lega calcistica, definita appunto Superlega, in grado di assicurare uno spettacolo calcistico degno di questo nome, gestendo in proprio le risorse che deriverebbero da una crescita di qualità collegata ad una formula nuova, quale sarebbe un vero e proprio campionato europeo. E la giustificazione è in linea con lo spirito capitalistico, è cioè legata al denaro. Le società di calcio sono imprese che rischiano in proprio, ma i profitti che sono in grado di generare sono gestiti da Fifa e Uefa che non rischiano nulla. I bilanci delle grandi squadre sono in rosso e non certo per il covid che ha imposto la chiusura degli stadi, ma per le spese crescenti determinate da acquisti ed ingaggi faraonici non solo di grandi campioni ma anche di giocatori mediocri, per le esose tangenti imposte dai tanti intermediari, e infine per l’impossibilità di rivendere i calciatori senza il loro consenso, rischiando così di vederli andar via a parametro zero. Si è detto che la colpa è delle società che non devono fare il passo più lungo della gamba, ma come si diventa competitivi (ecco il tanto declamato merito sportivo!) senza l’acquisto dei grandi campioni?! La verità è che, proprio in omaggio ad uno pseudo spirito capitalistico, Fifa ed Uefa si sono guardate bene dal porre un tetto di spesa ad acquisti, ingaggi e tangenti, mentre – rovescio della medaglia – i sindacati dei calciatori sono diventati di fatto i proprietari dei cartellini dei giocatori. D’altra parte, se l’opinione pubblica – segnatamente quella che guarda al gioco del pallone, opportunamente manipolata attraverso i media da corporazioni, istituzioni politiche e non – ha respinto con sdegno l’annunciata Superlega, ciò si deve all’ingenuità di chi se ne è fatto promotore: 1)senza chiarirne efficacemente in pubblico le ragioni costitutive, 2)senza collegarla ad una formula più sostenibile, 3)mostrando la scarsa coesione tra le squadre che si erano impegnate a farne parte e che ai primi “rumori” si sono sfilate una ad una con l’eccezione, naturalmente, delle sei inglesi. Non sarebbe stato più credibile concepire la Superlega come un torneo riservato alle vincenti di tutte le edizioni della Champions? In tutto sono 22 ma, togliendo almeno 8 squadre che da tempo non fanno più parte dell’élite calcistica, ne restano 14, alle quali aggiungere le più meritevoli degli ultimi anni, anche guardando ai campionati nazionali, sino ad un totale di 20-25 squadre, pensando anche ad eventuali spareggi per entrare a far parte della Superlega. Certo, Fifa ed Uefa ne sarebbero danneggiate e la Champions sicuramente perderebbe il suo fascino. Ciò è abbastanza comprensibile, ma allora perché non studiare una formula nuova da parte delle istituzioni che gestiscono (male) il calcio e i suoi profitti senza rischiare nulla in proprio? La nuova Champions a più squadre che dovrebbe iniziare dal 2024 non è la soluzione, forse è persino un rimedio peggiore del male. Il tetto agli acquisti, agli ingaggi e alle tangenti sarebbe molto più efficace, concorrendo a risanare i bilanci e restituendo anche maggiore competitività alle squadre del vecchio continente.

 

sergio magaldi


sabato 24 aprile 2021

LO ZIBALDONE ON LINE N.2 LIBRI. La Costruzione a Venire.

mercoledì 14 aprile 2021

Lo Zibaldone on line di Sergio Magaldi: Il Mussolini di Scurati

martedì 13 aprile 2021

VACCINI E PANDEMIA


 

LENTEZZA E INCERTEZZA TRA I VACCINI CONDIZIONANO LA PANDEMIA.

Sono troppe le tipologie di vaccino e troppo lenta è la loro somministrazione per non incorrere in continue mutazioni del virus

di Alberto Zei

 

Come per gli  antibiotici

Il  comportamento  tra  ceppi virali e ceppi batterici fa meglio comprendere l’analogia di sopravvivenza di gruppo e quali debbono essere le accortezze per liberarsi da questi  ospiti indesiderati.

L’ esempio di una infezione batterica contrastata con gli antibiotici  prevede, com’è noto,  che le dosi giornaliere prescritte siano assunte in modo continuo per quasi una settimana anche in caso di immediato miglioramento delle condizioni di salute. Se questa accortezza  non viene rispettata è molto probabile che i batteri, non completamente annientati, possano trasmettere informazioni utili alle generazioni successive, permettendo così una reazione sempre più efficace nella fase riproduttiva, con qualche variante del sistema di difesa tale da rendere più resistenti nel futuro le generazioni successive di fronte agli stessi antibiotici. Qualcuno si domanderà come sia possibile che i batteri possano organizzarsi così efficacemente. Si tratta, in realtà, semplicemente di naturali comportamenti istintuali di gruppo, finalizzati alla  sopravvivenza della specie. 

Per rendere più concreto il concetto, si riporta a titolo di esempio un accenno ai tanti  espedienti dei ceppi batterici per sopravvivere in ambiente ostile. La difesa che il batterio oppone alle penicilline, alle cefalosporine e ad  altro ancora,  consiste nella produzione di un enzima chiamato beta-lattamasi, il quale insinua nei legami molecolari dell’ antibiotico una molecola di acqua, spezzandone la continuità e quindi, l’efficacia dello stesso farmaco. Ecco perché la ricerca farmacologica in questo campo non ha mai sosta. Detto questo, si può meglio capire come i ceppi virali, sebbene molto più piccoli dei batteri, siano improntati naturalmente ad una difesa collettiva per la sopravvivenza della specie e per la trasmissione alle generazioni successive degli accorgimenti possibili per riprodursi anche in ambiente ostile. Nel nostro caso l’ambiente ostile è quello delle cure somministrate e per quanto più qui interessa, è quello dei vaccini nell’ organismo umano.

 

L’infezione virale

Un analogo processo avviene durante un’infezione virale, come nel caso dell’attuale pandemia da coronavirus. La somministrazione di farmaci, pochi a dire il vero, e di vaccini forse un po’ troppi, consentono nel tempo ai virus di organizzarsi per una migliore resistenza.  Riferendosi direttamente ai vaccini, si può dire che a causa del  tempo che intercorre per somministrarli ad  un numero consistente di persone, i virus presenti nell’ambiente - con l’ aggiunta di  quelli più aggressivi espulsi durante la respirazione dalle persone siero positive da poco vaccinate - subiscono una o più mutazioni di gruppo per meglio adattarsi ai fini della sopravvivenza in un ambiente ostile. Ciò significa che la lentezza delle vaccinazioni rinforza le difese dei coronavirus dandogli modo di cambiare  se non tutti, almeno  alcuni dei punti più vulnerabili della propria struttura.

La sopravvivenza della specie



I vaccini inizialmente rispondenti al ceppo virale per il quale erano destinati sono stati  finora somministrati  ad un numero limitato di persone. Non c’ è pertanto da  meravigliarsi se con il passar del tempo  risulteranno  meno efficaci per i futuri vaccinati.

Anche i virus, come detto,  si adattano in ambiente ostile attraverso mutazioni di gruppo finalizzate alla sopravvivenza della  specie. Quindi sono soprattutto i vaccini che causano  la mutazione virale, divenendo pertanto nel tempo  meno efficaci. D’altra parte, i differenti tipi che vengono prodotti dalle industrie farmaceutiche per le grandi distribuzioni sanitarie internazionali, non sono stati realizzati in funzione delle attuali  mutazioni virali, in quanto il lungo  tempo di preventiva sperimentazione non lo avrebbe consentito. Si tratta  invece di vaccini destinati al coronavirus così come questo era al suo inizio o, al massimo, nei mesi successivi. Sono almeno una  decina i tipi di vaccino, oltre ad un certo numero di altri con qualche variazione rispetto ai primi. Ma anche con le loro  diversità, questi  vaccini danno una  protezione che non riesce a coprire se non in parte, le mutazioni del coronavirus; mutazioni differenti per differenti risposte a vaccini altrettanto differenti con vaccinazioni a rilento in tempi differiti.

Si è pertanto innescata una spirale perversa di minore efficacia terapeutica sulle persone, in quanto le mutazioni virali si moltiplicano per il numero dei vaccini: quelli somministrati, infatti, non riescono più ad opporsi efficacemente non solo al ceppo virale per il quale a suo tempo erano stati realizzati, ma soprattutto ai virus che nel tempo sono mutati. Si tratta di mutazioni prevalentemente  causate dalle differenti, o addirittura troppe, tipologie di vaccino disponibili sul mercato e che ora consentono ai virus di opporre una sempre maggiore resistenza. 


Troppe variabili

In conclusione, questa è la situazione che, a quasi due anni dall’inizio della pandemia, condiziona i risultati. Per riuscire a tenere sotto controllo l’attuale incremento dei contagi, in relazione ai vaccini somministrati, appare chiaro che il tempo è il nemico da battere, in quanto il comportamento di gruppo di tanti miliardi di coronavirus è solo quello di mutare per sopravvivere, rendendo sempre meno efficaci gli attuali vaccini.

Le organizzazioni sanitarie procederanno ancora per diversi mesi alla somministrazione dei vaccini per arrivare alla auspicata immunità di gregge.



Per ciò che riguarda il nostro Paese, ci attende una copertura sanitaria ottenuta con differenti qualità di vaccini disponibili, con operatori e strutture sanitarie ancora limitati, con vaccinazioni  effettuate soltanto durante il giorno (la notte si  dorme: le eccezioni non sono la regola), nel tempo che sarà possibile, ad alcune decine di milioni di persone.

Recita un noto proverbio: “Campa cavallo mio che l’erba cresce!”    

mercoledì 7 aprile 2021

IL PUNTO SUL CAMPIONATO NEL GIORNO DELLO SPAREGGIO CHAMPIONS (N°.6)

 



 Negli anni passati si diceva che la Juve “uccideva i campionati”, intendendo con ciò che la vittoria dello scudetto era data per scontata in favore dei bianconeri già con qualche mese di anticipo. E quest’anno? Senza la Juventus, fuori dalla lotta per il tricolore sin dalle prime giornate (si veda in proposito, cliccando sul titolo, quanto scrivevo alla fine di ottobre: “IL PREDESTINATO E IL GRIGIORE BIANCONERO”), si poteva forse dubitare che l’Inter di Conte avrebbe mancato, dopo 11 anni, la conquista del suo diciottesimo scudetto sul campo (diciannovesimo ufficiale, considerando quello ottenuto a tavolino ai danni della Juve)? La lotta tra le milanesi, infatti, è stata solo apparente. Il Milan, nonostante le buone prove, i tanti rigori a favore e la presenza di Ibrahimovic, di sicuro non avrebbe potuto contendere fino all’ultimo la vittoria ai nerazzurri. Innanzi tutto per la differenza qualitativa tra i due organici, tant’è che ora i rossoneri rischiano di essere risucchiati nella lotta per la conquista di un posto in Champions che, del resto, hanno sin qui ampiamente meritato. Ed è infatti proprio sulle tre squadre che saranno compagne dell’Inter nell’avventura europea che s’incentra ormai l’interesse del Campionato (oltre alla lotta per non retrocedere che sembra limitata al Cagliari, al Torino e forse al Parma: solo una di queste tre, infatti, resterà in serie A, mentre le altre due scenderanno insieme al Crotone in serie B).

 

Delle sei squadre da qualche mese rimaste a lottare per 3 posti Champions, oggi ne rimangono cinque, forse addirittura quattro. Dopo le sconfitte con Parma e Napoli e il pareggio con il Sassuolo, la Roma sembra ormai fuori dai giochi e la sua speranza di partecipare alla prestigiosa coppa europea risiede tutta nell’improbabile conquista dell’Europa League. Eppure non molto tempo fa i giallorossi occupavano addirittura il terzo posto della classifica, subito dopo le milanesi. L’errore di Fonseca, di schierare in Campionato un centrocampo sempre in inferiorità numerica, è stato determinante soprattutto nelle ultime sconfitte, si aggiunga a ciò anche il rilevante numero di infortunati che hanno ridotto non di poco sia le capacità offensive che difensive della squadra. La Roma ha tuttavia il merito di essere l’unica italiana rimasta a giocare in Europa. L’augurio è che nel prossimo turno possa superare anche l’Ajax, qualificandosi intanto per le semifinali di Europa League. Fuori forse anche la Lazio, ma solo se non riuscisse a battere il Torino nel recupero annunciato addirittura per maggio, ma attenzione, perché proprio dai biancocelesti potrebbe venire la sorpresa: il distacco dal Milan, seconda in classifica, come pure dalle altre, non è incolmabile, anche alla luce delle 10 partite che le restano da giocare. Quasi sicuramente dentro, invece, l’Atalanta che si dimostra in buona forma e che, a soli due punti dal Milan, ha buone probabilità di scavalcarlo al secondo posto della classifica. Restano Juve e Napoli, attese in serata dallo scontro diretto. Finalmente direi, visto che questa partita si sarebbe dovuta giocare il 4 di ottobre. Com’è noto, la vittoria a tavolino della Juve - secondo il giusto verdetto della Lega che si era attenuta alle regole allora in corso - fu annullata dalla sentenza politica del Coni del 23 dicembre a qualche ora di distanza da Juventus-Fiorentina, determinando forse il crollo psicologico dei fragili bianconeri che, nella stessa giornata, si ritrovarono con 6 punti in meno del previsto. Distacco dalle prime che non avrebbero più colmato, anzi… Chi dovesse perdere oggi potrebbe restare fuori da un posto utile per la Champions. I pronostici sono tutti a favore dei partenopei che vengono da diverse vittorie, in particolare quelle su Milan e Roma. Al contrario, i bianconeri dopo l’eliminazione in Champions – peraltro, va detto, favorita anche dalle decisioni arbitrali – hanno incredibilmente perso in casa contro il Benevento e pareggiato con il Torino, portando così a ben 12 il totale dei punti persi contro le squadre in lotta per non retrocedere (Fiorentina -3, che allora navigava tra le ultime della classifica e inoltre: Crotone -2, Benevento -5, Torino -2 ). Se avessero appena fatto il loro, oggi i bianconeri si troverebbero, alla vigilia del recupero con il Napoli, al vertice della classifica a parità di punti con l’Inter (68 punti).

 

Nonostante il pronostico sfavorevole (forse per la prima volta in dieci anni), la Juve confida nel solito Ronaldo per evitare il disastro di una clamorosa esclusione dalla Champions del prossimo anno. Molto dipenderà, anche questa volta, dalle decisioni del “predestinato”. Si spera di non rivedere con il Napoli, come contro il Torino, un centrocampo con un solo giocatore di ruolo e un terzino “prestato” in mezzo al campo ad affrontare i tre centrocampisti avversari. Con Pirlo, Danilo ha coperto indifferentemente i ruoli di terzino, centrale difensivo e centrocampista ed è stato il giocatore più utilizzato di tutto l’organico. Spregiudicatezza dunque, così come peraltro avviene con altri giocatori, spesso schierati non secondo il proprio ruolo ma in base all’idea di calcio di un allenatore senza esperienza. Con il risultato di una pessima organizzazione di gioco: continue rotazioni improbabili, sterile possesso palla,  giocatori che talora si scontrano tra di loro, centrocampisti e attaccanti che difendono male e causano spesso ripartenze letali degli avversari, gioco offensivo non di squadra ma affidato alle rare incursioni di singoli campioni e, quando manca Cuadrado con i suoi passaggi geometrici a cercare le punte, il buio si fa totale. Ciò che però soprattutto sorprende di questa stagione bianconera è che si sia dichiarato da parte dei dirigenti di voler vincere il decimo scudetto consecutivo con un allenatore che, per quanto considerato un “predestinato” per il suo passato di grande calciatore, era al debutto assoluto sui campi di calcio. Il primo a fare le spese di questa “ubris” rischia di essere proprio Pirlo e il suo futuro di allenatore. Magari non sarà così e il tempo trasformerà Pirlo in un grande allenatore, quel che è certo è che per ora è stato mandato allo sbaraglio. Purtroppo, la Juve finirà col raccogliere per quanto ha seminato. Speriamo che nel “raccolto” ci sia almeno un futuro di Champions.

 

sergio magaldi     


giovedì 1 aprile 2021

sabato 20 marzo 2021

INFERNI SEMPRE ATTUALI


 

 Inferni sempre attuali: uno naturalmente è quello di Dante (1265-1321), di cui quest’anno, a far data il 14 settembre, si celebra il settecentesimo anniversario della morte, si spera - coronavirus permettendo - in una cornice degna di chi forse con Shakespeare (1564-1616) è universalmente considerato il più grande poeta di tutti i tempi; l’altro è l’inferno di Dan Brown, lo scrittore divenuto famoso con Il Codice da Vinci e che con Inferno, il romanzo uscito nel 2013 e portato sullo schermo tre anni dopo, prospetta una vicenda quanto mai attuale: una pandemia provocata ad arte per evitare che l’inferno dantesco non sia una finzione ma si trasformi in una profezia. Merito di TV 8 ieri sera averne riproposto il film – per la regia di Ron  Howard vincitore di due oscar (miglior regista e miglior film) con A Beautiful Mind – ai telespettatori costretti  a casa dal lockdown.

 Tom Hanks nella veste convincente di Robert Langdon (così come in Il Codice da Vinci e Angeli e demoni), docente di simbologia dell’Università di Harvard, cercherà con ogni mezzo di impedire che si realizzi la folle idea del miliardario Bertrand Zobrist (Ben Foster), appassionato di Dante e ossessionato dall’idea che il futuro dell’umanità è proprio l’inferno dantesco a meno che non intervenga un evento che ridimensioni la crescita demografica del pianeta. E questo evento immaginato per salvare l’umanità consiste nel diffondere il virus della peste nera con lo scopo di decimare la popolazione mondiale per evitare che la stessa umanità si estingua. Cosa va predicando in giro il miliardario prima di dare sfogo ai suoi propositi?

 “L’umanità – grida Bertrand Zobrist nelle sue tante conferenze - se non è tenuta a freno, agisce come una pestilenza, un cancro… Il numero degli abitanti cresce a ogni generazione finché le risorse terrene che un tempo alimentavano la nostra virtù e solidarietà si ridurranno gradualmente a zero, svelando il mostro che è in noi, spingendoci a lottare fino alla morte per nutrire i nostri piccoli.

 Questo è l’Inferno dantesco.

 Questo è ciò che ci attende.

 Mentre il futuro si avventa su di noi, alimentato dall’inesorabile matematica di Malthus, noi restiamo in bilico sopra il primo cerchio dell’Inferno… e ci prepariamo a precipitare più rapidamente di quanto abbiamo mai immaginato[…]

 Non fare nulla significa accettare un inferno dantesco… affollato di anime affamate e sguazzanti nel peccato.

 E così, coraggiosamente, ho deciso di agire.

 Qualcuno inorridirà, ma la salvezza ha un prezzo.

 Un giorno il mondo arriverà a comprendere la bellezza del mio sacrificio […].

 Dopo alcune sequenze in rapida dissolvenza che saranno comprensibili solo più avanti, il film, così come il romanzo, inizia con il risveglio di Langdon in un letto di ospedale. Ferito alla testa, il professore soffre di allucinazioni e non ricorda più nulla di quanto gli è capitato, né del perché, dagli Stati Uniti, si trovi catapultato a Firenze, come gli conferma Sienna Brooks (Felicity Jones), la giovane dottoressa che lo assiste e che poco dopo lo aiuterà a fuggire dall’attentatrice, entrata in ospedale per portare a compimento il proprio lavoro. Non è solo Vayentha (Ana Ularu) a dare la caccia al docente di Harward. Sulle sue orme sono infatti il consolato americano, le locali forze di pubblica sicurezza, una potente organizzazione privata e soprattutto l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. E molto presto se ne capirà il perché. C’è chi ritiene che egli sia stato già contagiato e chi, fidando nelle sue notevoli capacità di decifrare i simboli, pensa di poter scoprire il luogo dove è stata nascosta la sacca contenente il terribile virus della peste nera. E in effetti saranno La voragine infernale del Botticelli - uno dei cento disegni commissionati all’artista tra il 1480 e il 1495 - l’affresco La battaglia di Marciano del Vasari e alcuni versi del XXV canto del Paradiso di Dante a mettere Langdon sulla giusta strada della ricerca. Ma c’è qualcuno, forse all’interno dell’OMS, che vuole mettere le mani sul virus non per depotenziarlo e renderlo inefficace, bensì per rivenderlo a caro prezzo ad una qualche potenza che se ne servirà come arma batteriologica per dominare il mondo. Ed è questo l’aspetto più sconvolgente e più attuale del film e del libro di Dan Brown: l’idea che ci possa essere chi, facendolo apparire come un incidente, sia determinato a diffondere un virus letale per il controllo del mondo e dei suoi abitanti.

 Un thriller quasi impeccabile nel riproporre il messaggio dello scrittore statunitense, anche se nelle scene finali, quelle della Cisterna della Basilica di Santa Sofia di Istanbul, aleggia una certa confusione e lo spettatore fa una certa fatica nel distinguere le immagini dei protagonisti. Film che, comunque, a distanza di quasi cinque anni si rivela ancora capace di stimolare le nostre riflessioni, ma al tempo stesso di risvegliare le nostre angosce, anche alla luce della pandemia che stiamo vivendo ormai da più di un anno.

 sergio magaldi


giovedì 18 marzo 2021

mercoledì 17 marzo 2021

ANNIVERSARI E ASTRAZENEKA


  

 Ricorre oggi il centosessantesimo anniversario dell’unità d’Italia (17 marzo 1861-17 marzo 2021) e i media ci fanno sapere che l’intero Paese è in trepidante attesa per sapere se il vaccino AstraZeneca potrà continuare ad essere somministrato. Da un momento all’altro, infatti, si attendono le superiori decisioni di EMA che non è il nome di una autorevole gentildonna ma l’acronimo di European Medicines Agency, l’agenzia europea per i medicinali che protegge e promuove la salute dei cittadini e degli animali valutando e monitorando i medicinali all'interno dell'Unione europea (UE) e dello Spazio economico europeo (SEE).

Com’è noto, da qualche giorno, dopo le supposte reazioni allergiche provocate dal vaccino anglo-svedese, sette paesi europei hanno deciso di sospenderne la somministrazione. Non l’Italia, però, che si è limitata ad indagare i medici responsabili della vaccinazione che - peraltro senza un rapporto comprovato di causa ed effetto - avrebbe determinato la risposta letale in alcuni pazienti. Salvo poi interrompere la somministrazione di AstraZeneka quando l’ha deciso anche la Germania.

C’è da giurare che EMA non farà attendere troppo una dichiarazione per tranquillizzare i cittadini che potranno, così, in piena fiducia continuare a vaccinarsi con AstraZeneca, un anti-covid che in un primo tempo era stato dichiarato efficace sino ai 55 anni, poi sino a 65 e infine anche dopo i 100, senza che fossero comunicate le eventuali modifiche apportate per renderlo improvvisamente efficace per tutti. Cosa rappresentano inoltre i pochi casi di morte, neppure con certezza attribuibili al vaccino, rispetto ai tanti milioni di vaccinati, cosa gli oltre 200.000 casi accertati di reazione allergica sui 21 milioni di sudditi inglesi che hanno usufruito di AstraZeneca?

E dire che AstraZeneca sembra addirittura il più innocuo rispetto agli altri due,  Pfizer e Moderna, che circolano nell’Unione Europea, perché si basa su una formula tradizionale, già sperimentata in passato per altri vaccini e che consiste in questo caso nello sfruttare un vettore virale di scimpanzé per stimolare il nostro sistema immunitario. Diversamente, gli altri due non sono vaccini veri e propri ma tecniche genetiche mRna. Il Rna dipende dal Dna  che, com’è noto, contiene il patrimonio genetico degli organismi viventi.

Preoccupata sui rischi di una somministrazione di vaccini e/o di terapie geniche con un iter di sperimentazione affrettato, la professoressa Maria Rita Gismondo - direttrice del Laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica delle bioemergenze dell'ospedale Sacco di Milano - si domandava in una intervista di alcuni mesi fa: "Sono anni che non accettiamo di manipolare il Dna degli ortaggi perché c'è chi teme che mangiare un Ogm costituisca un pericolo, e adesso d'un tratto ci va bene diventare noi stessi degli organismi geneticamente modificati?".

Resta la domanda circa il perché, insieme alla realizzazione di vaccini anti-covid 19, da parte delle massime autorità sanitarie europee e mondiali non si sia studiato e approntato anche un protocollo per prevenire e/o curare in modo efficace l’insorgenza e la diffusione del virus.

 sergio magaldi 


lunedì 8 marzo 2021

Il MUSSOLINI di ANTONIO SCURATI, parte I (IL FIGLIO DEL SECOLO)


 

  Nel settembre del 2018, all’uscita del primo corposo romanzo edito da Bompiani (841 pagine): M IL FIGLIO DEL SECOLO dell’annunciata trilogia su Benito Mussolini (nel settembre del 2020 è uscito il secondo volume di cui parlerò in un prossimo post), Antonio Scurati dichiarava di aver raccontato il suo personaggio in un romanzo documentario, in cui – aveva specificato – fatti e personaggi non sono frutto della fantasia dell’autore.

 Non volendo ammettere di scrivere un romanzo storico che, data la fama del protagonista, avrebbe avuto scarso appeal, l’autore è ricorso a un ibrido che non ne fa un romanzo nel senso da lui auspicato, e nemmeno un saggio in virtù di pochi spunti dichiarati “verosimili”, della scarsità di documenti (nonostante la “mole” annunciata) e per la mancanza di un autentico approfondimento critico.

 Così, la questione non è tanto di bocciare il libro insieme al suo autore, per gli errori e gli anacronismi, come ha fatto Ernesto Galli della Loggia, quanto di prendere atto che quel volume, che per la sua mole si fatica a tenere in mano, non è un romanzo vero e proprio, né un saggio, ma appunto – come peraltro dichiara il suo autore – un romanzo documentario. Insomma, una categoria del romanzo storico. E in questa prospettiva il libro di Scurati ha il suo pregio, se non altro nella sua funzione didascalica di tratteggiare in un linguaggio semplice e accessibile a tutti eventi della storia del nostro Paese che non sembrano mai perdere di attualità.

 In definitiva, questo libro magari crea un genere nuovo, ma poco ha a che fare con la grande letteratura e al tempo stesso presenta scarsa dimestichezza con una saggistica di rilievo. Ma tant’è, il Mussolini di Scurati ha avuto la sua fortuna di vendite e nel luglio del 2019 ha vinto lo Strega, davanti a Il rumore del mondo di Benedetta Ciborio (Mondadori) e a La straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo).

 E proprio questo, da ultimo, sembrava lamentare Galli della Loggia nel suo articolo:

Voglio sperare – annotava sul Corriere della Serache ancora oggi se a un esame di licenza liceale uno studente attribuisse a Carducci l’espressione «la grande proletaria» (invece che a Giovanni Pascoli, che la coniò per l’Italia che si accingeva a occupare la Libia), e definisse Benedetto Croce un «professore» (lui che per tutta la vita gratificò di tutto il disprezzo immaginabile l’Università e i suoi professori, che fu l’antiaccademismo vivente), voglio sperare, dicevo, che lo sciagurato correrebbe seri rischi di essere bocciato.

Non si tratta di due errori qualunque, infatti. Sommati significano in pratica non essere in grado di orientarsi nella storia culturale italiana della prima metà del Novecento. Non possedere alcuni punti di riferimento essenziali. Se poi il medesimo studente avesse pure sbagliato la data di Caporetto, avesse detto che Antonio Salandra, presidente del Consiglio che decise l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, «porta sulla coscienza sei milioni di morti» (un antesignano pugliese di Hitler insomma), avesse poi definito Antonio Gramsci «un politologo», avesse scritto che alla Scala nel 1846 lavoravano degli «elettricisti» e che nel 1922 al Viminale ticchettavano «le telescriventi», e poi ancora, come se non bastasse, a commento della marcia su Roma avesse riportato alcune righe attribuendole a «Monsignor Borgongini Duca, ambasciatore inglese presso la Santa Sede» (!!), e a commento della seduta della Camera sulla fiducia al governo Mussolini avesse citato una lettera di Francesco De Sanctis datandola 17 novembre 1922 (quando l’autore avrebbe avuto 105 anni!), beh: spero proprio che a questo punto il suddetto studente sarebbe sicuro di prendersi una solenne bocciatura. O forse no, chissà. Infatti tutti gli svarioni citati (ce ne sarebbero altri minori, ma non mi sembra il caso di pignoleggiare) fanno bella mostra di sé nell’acclamatissimo libro di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani editore, da settimane in testa alle classifiche delle vendite […].

 Il libro di Scurati si articola in sei capitoli, ciascuno dei quali, a cominciare dal 1919 – segnatamente dalla Fondazione dei Fasci di combattimento – ripercorre gli eventi di ogni anno successivo sino a tutto il 1924, per poi concludersi con la ricostruzione della seduta parlamentare del 3 gennaio del 1925. Ciascun capitolo è preceduto da una parte documentale che comprende articoli di giornale, lettere e telegrammi, discorsi ufficiali, programmi di partito, diari e rapporti informativi della polizia e di altre autorità di pubblica sicurezza. Ma si tratta per lo più di frammenti, tali comunque da giustificare il filo della narrazione che ogni volta riprende da dove si era interrotta per far posto agli scarsi inserti. Troppo poco, tuttavia, per formulare giudizi esaustivi circa “le verità” annunciate dall’autore. Sufficiente però per farne un romanzo storico (etichetta rifiutata risolutamente da Scurati), corredato di scarne notizie tratte dall’attualità di quegli anni e poco più. 

 L’autore, nelle sue numerose interviste, ha rivendicato il merito di essere stato il primo a scrivere un romanzo sul fascismo e sul suo capo, senza accorgersi che il suo non è un romanzo stricto sensu, e dimenticando che dieci anni prima un libro del genere da lui auspicato aveva già vinto lo Strega.

Pur raccontando le vicende di una famiglia del ferrarese, vissuta durante la prima metà del Novecento, infatti, Antonio Pennacchi nel suo romanzo, Canale Mussolini, aveva parlato a lungo del fascismo, per così dire, osservandolo dal di dentro.

C’è comunque una profonda differenza tra i due autori. Scurati vede nel fascismo un’accozzaglia di agitatori di professione, di irregolari e di delinquenti abituali (che pure ci furono) in una Italia fiaccata dalla guerra e dalla miseria che il grande fiuto di Mussolini seppe mettere insieme, perché più di ogni altro egli fu capace di interpretare il proprio secolo: un giudizio che fa del duce un eroe al negativo, ma pur sempre assimilato all’individuo cosmico-storico di hegeliana memoria che incarna in sé lo spirito del tempo.

Il fascismo, nella narrazione di Pennacchi, non appare come un “incidente di percorso” della storia italiana, tra liberalismo e democrazia, di cui Mussolini si fa interprete, né soprattutto è soltanto una condizione inquietante dell’anima, secondo il noto giudizio di Benedetto Croce – l’intellettuale che ancora dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti continuava a sostenere il Presidente del Consiglio e che intervenendo in Senato in suo favore aveva parlato del voto “prudente e patriottico” che aveva salvato il governo – ma piuttosto come lo sbocco naturale delle tensioni sociali che si erano andate accumulando in Italia, durante i sessant’anni successivi all’unificazione. Non “un corpo estraneo”, dunque, ma purtroppo l’unico modo in cui una società arretrata, preindustriale ed elitaria, caratterizzata dall’analfabetismo, dalla miseria, dal brigantaggio e dalla corruzione, era riuscita malgrado tutto ad evolversi. In questo senso e solo in questo senso, il fascismo era stato “rivoluzionario”, dando così in parte ragione al suo capo, quello ormai sconfitto dalla Storia, che nell’ultima intervista, modificando alla sua maniera il concetto espresso da Benedetto Croce, pare avesse detto: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”.

Non che gli italiani fossero da sempre abitati dai “mostri” del fascismo, giacché erano i mostri della fame e dell’ignoranza piuttosto a tenere il campo. L’unico senso accettabile di quella espressione era di aver saputo interpretare il malessere sociale e l’istinto di ribellione delle masse, saldandoli al disagio dei reduci della prima guerra mondiale per la cosiddetta “vittoria mutilata”. Il tutto condito dei confusi ideali di una piccola borghesia nazionalistica, frustrata e megalomane, talora vagamente intellettuale che, prima del fascismo, trovava spesso nella Massoneria il proprio punto di riferimento. Come si intuisce dal nome che assunse il massimo organo di rappresentanza politica del fascismo. Quel Gran Consiglio che annoverava in prevalenza massoni ed ex-massoni, segnatamente di Piazza del Gesù.

Primo fra tutti, Amerigo Dumini, maestro della Gran Loggia nazionale di piazza del Gesù e che lavorava alle dirette dipendenze del capo della polizia Emilio De Bono. Fu lui ad essere riconosciuto, insieme ad altri sicari, come l’esecutore materiale del delitto Matteotti. De Bono, dal canto suo – come ricorda lo stesso Scurati –  era un gerarca piemontese, legato alla massoneria inglese e fedelissimo di casa Savoia. Del resto, anche Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni, Giovanni Marinelli, al vertice del Partito Nazionale Fascista e Cesare Rossi, capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, erano fascisti e massoni in collegamento con la massoneria britannica.

 È chiaro che senza mettersi al servizio della reazione, la cosiddetta “rivoluzione fascista” sarebbe fallita e di questo il primo a rendersene conto fu certamente il suo capo, nato socialista e abbastanza lungimirante da comprendere la sterilità di un movimento perpetuamente scissionista ed eternamente diviso tra una base proletaria e una classe dirigente di piccoli intellettuali sempre in lotta per il potere, ora riformisti, ora rivoluzionari, ora imbelli e opportunisti, sempre frazionisti.

 

sergio magaldi

 P.S. Il post riprende in parte il contenuto del capitolo «“M” come Mussolini» (pp. 94-98) che, insieme all’altro capitolo «A colloquio con il Duce» (pp. 99-118), fa parte del romanzo La Regione Sconosciuta.

 

 

sabato 6 marzo 2021

sabato 27 febbraio 2021

IL PUNTO SUL CAMPIONATO PRIMA DELLA 24.ma GIORNATA (N.5)

 Oggi ha inizio la 24.ma giornata della Serie A, ma si può dire che la gara tra le milanesi (da me annunciata un paio di mesi fa) per la conquista dello scudetto si sia ormai conclusa a favore dell’Inter che, dopo la vittoria nel derby e senza impegni nelle coppe europee, si avvia a vincere il suo 19.mo scudetto (compreso quello sottratto alla Juve nel 2006 per discutibile decisione federale), dopo l’ultimo vinto con Mourinho nel 2010. Non sono tanto i 4 punti di distacco del Milan ad essere decisivi, ma il fatto che i rossoneri nelle ultime uscite siano apparsi in crisi di gioco e di risultati, tant’è che a stento si qualificano per gli ottavi di Europa League dopo i due pareggi con la Stella Rossa di Belgrado.

E le altre squadre? La Juventus si gioca oggi a Verona le ultime possibilità di rientrare nella lotta scudetto, ma sono chances puramente teoriche perché, anche vincendo questa sera e nel recupero di cui non è stata ancora fissata la data, i campioni d’Italia in carica resterebbero comunque a 5 punti di distacco dall’Inter. E non solo. Dopo le sconfitte con Napoli e Porto, in cui i bianconeri hanno evidenziato mancanza di idee e carente organizzazione di gioco, fatta di possesso palla nella propria metà campo, lanci orizzontali, reiterati passaggi indietro al portiere (da uno dei quali scaturisce il primo goal del Porto), e complicate rotazioni che provocano ridicoli scontri tra gli stessi giocatori, c’è infatti poco da sperare. Del resto, anche l’ultima vittoria in Campionato contro il Crotone, si deve al solo Ronaldo, dopo circa quaranta minuti di gioco come sempre stucchevole. Non tutte le responsabilità, tuttavia, sono da attribuire al “predestinato”. La rosa della Juve, benché sopravvalutata dai media, non ha alternative paragonabili a quelle della rosa dell’Inter e la squadra soffre in questo momento le assenze di qualità, soprattutto quella di Cuadrado – il solo capace di saltare gli avversari e uno dei pochi a correre e fornire assist per gli attaccanti – oltre a quelle di Dybala e di Arthur. In più: Morata, unica punta, peraltro in prestito, è da tempo in calo di forma, forse per motivi fisici, e questa sera non ci sarà a Verona, ma va anche detto che dopo lo straordinario inizio, lo spagnolo è rientrato nel suo standard abituale, segnando poco in Campionato, così come è sempre stato e come era lecito attendersi. I centrocampisti presi a parametro zero non stanno rendendo per quello che sono pagati e persino tra i difensori ci sono problemi per i ripetuti infortuni e la mancanza di alternative. Se sei “costretto” a servire, con tutto il rispetto, Frabotta con Fagioli, non puoi competere per lo scudetto e tantomeno per la Champions. E pensare che sono stati ceduti giocatori come Romero, Cancelo, Spinazzola e Kean che stanno facendo la fortuna delle squadre in cui giocano.

Anche la Roma ha i suoi problemi, con la difesa praticamente fuori gioco per infortuni, e con l’ostinazione dell’allenatore a non voler vedere che, insieme alla Lazio, ha forse il miglior centrocampo del Campionato (Villar, Veretout e Diawara), che invece si limita a far giocare solo in Europa League, peraltro con ottimi risultati. Comunque, se la Roma domani dovesse battere il Milan (purtroppo in 7 partite con le altre sei del vertice della classifica ha ottenuto solo 3 punti), recuperare presto la difesa titolare e convincersi finalmente a schierare tutti e tre i centrocampisti anche in Serie A, forse potrebbe ancora dire la sua, se non altro per il gioco brillante che spesso mette in mostra. Troppe le condizioni, però, prima fra tutte la vittoria sul Milan: per quanto i rossoneri siano in leggero declino, Cristante e Fazio (probabili centrali di difesa con Mancini) riusciranno a fermare Ibrahimovic?

Poco da dire sulle altre: il Napoli, con molti infortuni, è già troppo attardato in classifica, la Lazio non ha alternative valide con cui sostituire i pur bravi titolari. Resta l’Atalanta, ma per la sua incostanza, difficilmente sarà in condizione di lottare per la vetta della classifica, anche se negli scontri diretti con le altre sei (Le prime quattro andranno in Champions, le restanti tre in Europa League), su sette partite giocate vanta 14 punti, preceduta solo dall’Inter che ne ha 15 ma in otto partite giocate (seguono in questa speciale classifica: la Lazio con 11 punti in otto partite, il Milan con 10 in sette partite, il Napoli e la Juve con 9 in sette partite e infine la Roma con soli 3 punti in sette partite).

La mia impressione è che tra oggi e domani il Campionato pronuncerà altri verdetti, forse definitivi e qualche squadra che ha sempre annunciato di voler lottare per lo scudetto dovrà cominciare a pensare di battersi per raggiungere almeno il quarto posto utile per partecipare alla Champions dell’anno prossimo.

 sergio magaldi


lunedì 22 febbraio 2021

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte XIV (spagnola e covid-19)


 

SEGUE DA (clicca sui titoli per leggere):

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte II(astrologia e mitologia)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte III (Plutone e il mito)


GRANDI CONGIUNZIONIPLANETARIE E CORONAVIRUS, parte IV (Plutone e i Misteri Eleusini)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte V

(i doni di Plutone)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE ECORONAVIRUS, parte VI (Plutone e l’inconscio)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE ECORONAVIRUS, parte VII (Saturno e il mito)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE ECORONAVIRUS, parte VIII (Saturno: croce, mezzaluna e falce)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE ECORONAVIRUS, parte IX (ambivalenza di Saturno)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte X  (Giove e Saturno)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte XI

(Giove padre di uomini e dei)

 

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte XII

(Giove e il monoteismo)


GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte XIII

(Giove, Saturno e Plutone)

 

 Per concludere questa lunga disamina sulla relazione esistente tra grandi congiunzioni planetarie e coronavirus (è questo il quattordicesimo e ultimo post sull’argomento), non sarà inutile cercare analogie con gli eventi del passato, in particolare con la pandemia di “spagnola”[1], una delle varianti del virus dell'influenza A sottotipo H1N1[2] che colpì circa mezzo miliardo di persone e fu letale per oltre cinquanta milioni di loro, soprattutto a causa delle condizioni igienico-sanitarie in cui versavano le popolazioni, già denutrite e sofferenti per via della guerra. La pandemia, infatti, scoppiò nell’ultimo anno della I Guerra Mondiale (28 luglio 1914-11 novembre 1918), per trascinarsi poi con diverse ondate sin oltre l’autunno del 1920, anche se già dall’estate dello stesso anno la diffusione del virus si era notevolmente affievolita. Tornata la pace, anche allora si ricorse ad una sorta di lockdown e alla disinfezione generalizzata degli ambienti e pare che negli Stati Uniti farsi trovare in giro senza la mascherina comportasse un’ammenda di 100 dollari, una cifra in realtà troppo alta nel 1919 per essere vera. Comunque sia, la fine della pandemia si realizzò per effetto della cosiddetta immunità di gregge.

La congiunzione Saturno-Plutone, ancora abbastanza larga, ebbe inizio verso la fine di maggio del 1914 (la stessa che, nel segno del Capricorno, già dalla tarda estate del 2019 vide comparire la prima diffusione del Coronavirus), quando Saturno si trovava al 19° grado dei Gemelli e Plutone al 29° grado dello stesso segno zodiacale, proseguì poi in segni diversi (Saturno ancora in Gemelli, Plutone nel Cancro), per farsi poi sempre più stretta e nello stesso segno del Cancro, in concomitanza, prima dell’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e di sua moglie Sophie, del 28 giugno 1914, poi dell’inizio della I Guerra Mondiale, esattamente un mese più tardi. Dalla fine di agosto del 1915 e nel periodo in cui la guerra divampa, interessando un numero sempre crescente di nazioni, alla congiunzione Saturno-Plutone si unisce per qualche tempo anche Marte (In analogia con quanto è accaduto nel marzo del 2020, quando alla triplice congiunzione Giove-Saturno-Plutone si unisce anche Marte e la pandemia divampa). La congiunzione Saturno-Plutone si protrae sino a giugno del 1916, ma contestualmente si inaugurano altre congiunzioni dei cosiddetti pianeti lenti: prima quella tra Saturno e Nettuno che terminerà nell’agosto del 1918, poi quella tra Giove e Plutone che, iniziata sin dalla fine di giugno del 1918, durerà per circa un anno. Le due congiunzioni “presiedono” entrambe alle ultime fasi della guerra nonché all’inizio e allo sviluppo dell’epidemia di “spagnola”, di cui si comincia a parlare già dal gennaio del 1918. Infine, l’ultima congiunzione “lunga” si avrà tra Giove e Nettuno. Iniziata sin dall’agosto del 1919 si protrarrà sino a metà luglio del 1920, in rapporto con il lento e progressivo estinguersi della pandemia.

Questi i dati delle congiunzioni planetarie, relativamente alla concomitanza della I Guerra Mondiale e della pandemia di “spagnola”, con una osservazione che può valere anche oggi per il coronavirus: Saturno e Plutone congiunti, sono i messaggeri di una crisi di proporzioni planetarie (si tratti di guerra, epidemia o altro), mentre Giove, in congiunzione con i pianeti “lenti”, entra in gioco quando si tratta di diffondere gli eventi drammatici che annunciano un profondo mutamento della realtà, per poi riportare la pace sia pure in un’altra cornice.

Valga qui quanto già osservavo nei post precedenti, in riferimento a Plutone e Saturno mitologici. Quando Hades-Plutone e Crono-Saturno si incontrano, il significato è chiaro: la crisi è giunta ad un punto tale che c’è bisogno di un profondo rinnovamento e a questo scopo occorre innanzi tutto eliminare ciò che è vecchio, debole e malato. E non è tutto, perché quando le due divinità si ritrovano insieme un ulteriore messaggio è lanciato all’umanità nel caso l’avesse dimenticato: la morte non solo è parte della nostra natura sin dalla nascita, ma è anche il progetto finale di ogni essere vivente. Signore della vita e della morte, distruttore di tutto ciò che esiste, ma anche rigeneratore ciclico di ogni forma di esistenza, Hades-Plutone lascia alla falce del padre Crono-Saturno – dio del tempo – il compito della “mietitura”, ma per ottenere il miglior risultato nel più breve tempo possibile occorre anche diffondere “la raccolta” contemporaneamente su tutto il pianeta. Ed ecco Giove – padre degli uomini e degli dei secondo Omero – il diffusore per eccellenza, ma anche il benevolo. Pur nutrendo una giustificata diffidenza verso l’umanità – di cui peraltro non è il creatore – Giove finirà col mostrare, come sempre, la sua naturale benevolenza verso il genere umano, ripristinando la cosiddetta “normalità” su un’ottava diversa.

Della triplice congiunzione Giove-Saturno-Plutone, oggi resta solo la congiunzione in Acquario tra Giove e Saturno che andrà progressivamente esaurendosi tra poco più di un mese (fine marzo). Se vale l’analogia del covid-19 con la “spagnola”, dal punto di vista astrologico si può ragionevolmente supporre che la diffusione della pandemia di covid-19 dovrebbe regredire nel giro di alcuni mesi dalla fine della congiunzione planetaria, così come accadde per la “spagnola” quando, terminata l’ultima della lunga serie di congiunzioni di cui si è parlato sopra, il virus fu ufficialmente dichiarato estinto a distanza di 4-5 mesi, anche se già in precedenza si era fortemente indebolito.

In conclusione, dunque, la diffusione del coronavirus dovrebbe concludersi con la fine dell’estate o poco dopo (o addirittura poco prima), quali che ne siano le cause: vaccini, immunità di gregge o quant’altro. È tuttavia probabile che alla quadratura, già in corso, tra Urano nel segno del Toro e Saturno in Acquario si accompagni, anche dopo la fine della pandemia e sino a Marzo del 2023, una situazione difficile da vivere sotto il profilo economico e sociale.

Tutto ciò vale naturalmente per le leggi dell’astrologia, a prescindere dal fatto che si creda o no nell’antichissima arte dei Caldei.

 sergio magaldi 



[1] Fu detta “spagnola”, perché denunciata per la prima volta in Spagna che non era in guerra. Negli altri Paesi impegnati nella conflitto mondiale, i mezzi di informazione erano sottoposti alla censura di guerra e si limitarono a parlare di un’epidemia circoscritta alla Spagna. Circa la sua origine e diffusione, le versioni postume furono tante, proprio come oggi avviene per il Covid-19.

[2] Sebbene più gravi di quelli del Coronavirus, i principali sintomi della Spagnola non furono molto diversi: mal di testa, dolori muscolari, mal di schiena, spossatezza, tosse, irritazione della gola, febbre alta, diarrea, polmonite, crisi respiratoria per mancanza di ossigeno.


giovedì 18 febbraio 2021

La più efficace difesa contro il coronavirus


 

E’ il sistema immunitario trascurato dalla medicina ufficiale  che  costituisce l’unica struttura naturale in grado di prevenire le malattie, ripristinando a nostra insaputa lo stato di salute

di Alberto Zei


Un baluardo della difesa - Non è questa la sede per spiegare che cosa sia il sistema immunitario, come si componga e come funzioni, anche perché è  abbastanza noto a tutti. E’ infatti certo che questo baluardo naturale di difesa della nostra salute non dovrebbe essere trascurato né dai medici né dai politici né dai responsabili della salute pubblica, a maggior ragione in questo periodo in cui ancora nessun farmaco specifico è stato individuato contro il coronavirus. E non parliamo dei vaccini, perché i vaccini sono un'altra cosa.

C’è però un fattore importante che non può essere ignorato senza la consapevolezza di volerlo  negare per ragioni differenti da quelli della tutela della salute pubblica.

Si tratta delle sostanze che fanno più o meno parte della nostra nutrizione giornaliera ma non in modo sufficiente per alimentare le risorse del sistema immunitario, in particolare in questo momento. Sono degli ingredienti reperibili in natura, quali la vitamina C e la vitamina D, che dovrebbero essere assunti in quantità più consistenti di quelle necessarie al fabbisogno giornaliero in condizione normale di salute. Infatti, le quantità devono essere ben maggiori, quando il sistema immunitario è chiamato a produrre adeguate difese contro gli agenti patogeni, ma nulla è stato fatto in questo senso, perché gli interessi industriali, economici, farmaceutici e politici da sempre sono rivolti in tutt’altre direzioni.







Integrare ciò che manca -  D’altra parte, l’organismo generalmente non dispone di una quantità sufficiente di queste vitamine. È vero che la vitamina D si forma anche all’interno dell’organismo quando il corpo è esposto al sole e alla luce; ma in inverno l’illuminazione naturale scarseggia e le vesti ricoprono gran parte della persona. Per quanto riguarda la vitamina C – indispensabile per l’efficienza del sistema immunitario e quindi per la difesa naturale di quasi tutte le malattie – sarebbe molto più breve indicare le condizioni biologiche in cui non interviene. Ma dell’una e dell’altra vitamina, per chi è interessato alla questione sarà sufficiente acquisire qualche nozione alla luce delle ultime ricerche scientifiche sulle notevoli capacità biologiche di questi due potenti difensori dell’organismo.




Il castello di cristallo – E’ vero che se non si verifica un contagio non ci si può ammalare di coronavirus e che quindi stando chiusi in casa un contagio potrà difficilmente avvenire. Resta però il problema della vulnerabilità allorquando si è all’aperto, dove certamente nell’aria i virus sono presenti e più minacciosi proprio per chi si è sottratto completamente a questa convivenza con il virus, chiamata immunità di gregge.

Ma a parte questi casi estremi, si può dire che la popolazione nella sua generalità, alla luce dei dati che si conoscono, è colpita dal coronavirus in una percentuale approssimata intorno al 10%. Escludendo anche in questo caso gli eccessi di imprudenza di chi non si preoccupa del coronavirus, frequentando temerariamente ambienti molto inquinati senza adottare le adeguate precauzioni, si può dire che il virus si trovi ormai in modo più o meno evidente in quasi tutti gli addensamenti demografici, dalle grandi città alle campagne. Tutti quanti da circa un anno abbiamo respirato abbondantemente aria contenente coronavirus ma il 90% degli italiani non si è ammalato.


PREVENZIONE

L’operosa autonomia – L’ attuale condizione di salute della stragrande maggioranza dei cittadini è dovuta alle difese immunitarie del formidabile sistema biologico di cui tutti disponiamo anche se non sempre ce ne rendiamo conto. La medicina ufficiale nel nostro Paese ha fatto passi da gigante per il ripristino dello stato di salute anche rispetto a malattie fino a poco tempo fa considerate incurabili, ma niente viene prodotto per prevenire i mali che affliggono la popolazione, in quanto l’unica sostanziale prevenzione in Italia è quella di intervenire prima dell’aggravamento della patologia, una volta che questa si manifesti. Così, per esempio, la cura delle tipiche malattie tumorali che – precocemente scoperte, vengono trattate spesso con efficacia – è soltanto  diagnostica. Ed è anche lecito attendersi la risposta ovvia: “Ma come si potrebbe intervenire prima, se neppure attraverso i più accurati screening risulta alcunché di anomalo?”

 Non è questo il modo di fare prevenzione: prevenire significa evitare quanto più possibile  di incorrere in malattie, e non curarle dopo che queste si manifestano.

 Ciò non significa volersi assicurare l’eternità (si fa per dire…) in quanto è pur vero che alla fine vecchiaia e morte reclameranno i propri diritti. Ma la prevenzione di cui si parla potrebbe evitare diverse patologie anche in giovane età, evitando la spirale perversa della loro cronicizzazione, nonostante e talora anche a causa dei tanti farmaci somministrati.