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giovedì 23 febbraio 2017

AREA DI TOR DI VALLE: lasciamola così...

Da romapress.us


 Sta per andare in scena, e purtroppo ne avremo forse presto conferma, l’ennesimo spettacolo tragicomico di Roma capitale. Alla vigilia della decisione finale sulla costruzione dello stadio di calcio della A.S. Roma nell’area di Tor di Valle, cresce il fronte del NO che negli ultimi tempi si è andato organizzando con le manifestazioni di una parte dei Cinquestelle perché si giungesse alla revoca della delibera della giunta Marino che classificò il relativo progetto edilizio come “opera di pubblica utilità”, con il comunicato ineffabile della Soprintendenza che, dopo anni di silenzio, proclama ora l’esistenza di un vincolo sulla tribuna dell’ippodromo di Tor di Valle, realizzata per le Olimpiadi del 1960, quasi fosse un monumento storico e non una costruzione fatiscente, priva di norme antisismiche e con coperture di amianto, con le sentenze dei tanti soloni che discettano di ecomostro, di cementificazione, di speculazione edilizia e quant’altro, con il parere dei puri di spirito che lamentano che il progetto non si limiti alla costruzione dell’impianto sportivo, ma pretenda anche di edificare aree e centri commerciali, con il giudizio estetico degli amanti del bello, circa la deturpazione che arrecherebbe al paesaggio l’innalzamento di torri, con le pillole di saggezza dei soliti benaltristi per i quali i problemi di Roma sono ben altro che quelli della costruzione di uno stadio.


Dal sito dell'A.S. Roma



 Premesso che il progetto dello stadio è opera di un noto architetto americano il cui studio ha già realizzato, tra i tanti altri, il Los Angeles NFL Stadium e il Manchester Evening News Arena e che l’area attorno allo stadio sarà costituita da negozi e ristoranti, da un parco pubblico e da tre grattacieli progettati da Daniel Libeskind, uno degli architetti più famosi al mondo, occorre osservare quanto segue: non solo l’attuazione del progetto è interamente a carico di capitali privati, ma addirittura la A.S. Roma realizzerà a proprie spese opere pubbliche per circa mezzo miliardo di euro, quali: 1)Un parco fluviale di 63 ettari con 9000 alberi, 11 chilometri di piste ciclabili e la costruzione di un ponte pedonale sul Tevere per congiungere il parco con la stazione della Magliana. 2)Il prolungamento della metro B. 3)Il restauro della stazione di Tor di Valle. 4)Il collegamento con l’autostrada Roma-Fiumicino. 5)La riunificazione della via Ostiense alla via del Mare. 6)Il potenziamento del Fosso di Vallerano. 7)La messa in sicurezza idrogeologica dell’intera zona che comprende i quartieri di Decima e Tor di Valle. A garanzia, il contratto con il Comune prevede che l’Associazione Sportiva Roma non potrà utilizzare lo stadio se non dopo l’effettiva realizzazione di dette opere. Le previsioni dell’indotto economico generato da tutta l’impresa parlano di crescita del PIL, di riduzione della disoccupazione e di entrate fiscali, complessivamente per il Comune di Roma e per le casse dello Stato, di circa un miliardo e mezzo di euro. Infine, va detto per gli amanti del bello che l’innalzamento delle torri previste dal progetto, in una zona periferica e lontanissima dal centro storico, non costituisce un’offesa del tradizionale paesaggio romano, ma semmai reca un segno di novità e di modernità  in una realtà di massimo degrado urbano dove regnano le discariche, ogni sorta di abusivismo e la prostituzione di strada.

 Viene a questo punto da chiedersi: Cui prodest? A chi giova che tutto questo rimanga solo sulla carta? Chi ha interesse a dire NO alla costruzione dello stadio della Roma alle condizioni di cui si diceva sopra? Chi avrà da guadagnare dal fatto che l’A.S. Roma si costituirà in giudizio per chiedere il risarcimento al Comune di Roma? Può anche darsi che molti siano in buona fede, che parlino e agiscano sulla base di questioni di principio o animati solo da spirito di conservazione, ma dietro di loro non c’è da supporre che vi siano le solite oligarchie più o meno occulte che hanno precisi interessi politici e finanziari, persino sportivi o addirittura inconfessabili, per mandare tutto all’aria, come è lecito supporre che accadrà forse già dalle prossime ore?

 Per la verità, un’altra parte dei Cinquestelle, da Beppe Grillo a Virginia Raggi ai consiglieri capitolini, si era detta problematica sulla vicenda e talora era apparsa favorevole al progetto come se fiutasse nell’aria, oltre all’olezzo di polveri inquinate e di strade e quartieri maleodoranti, la sensazione che questa volta non sarà come per le Olimpiadi: allora i cittadini compresero i rischi di spreco di denaro pubblico e i pericoli di nuove corruzioni, questa volta capirebbero, nel migliore dei casi, di aver mandato al Campidoglio una pattuglia di buoni a nulla, che del resto è il messaggio che la maggior parte dei media, a torto o a ragione, lascia passare da mesi. Alcuni giorni fa Grillo aveva bacchettato quella parte dei suoi intenzionata a bocciare il progetto, è di eri la notizia che si è fatto convincere dai pericoli di esondazione e così pur dicendo di Sì allo stadio della Roma dice di No alla sua costruzione nell’area di Tor di Valle. Un colpo magistrale di teatro: si dice sì ma s’intende no, Grillo non può ignorare che ci sono voluti 5 anni per giungere a questo punto e che per trovare un’altra area edificabile ce ne vorrebbero almeno altrettanti, senza contare le ingenti spese per il nuovo progetto. Ma esiste davvero il pericolo paventato da Grillo e di cui qualcuno deve averlo messo in guardia all’ultimo momento, nell’intento di scongiurare la vittoria del Sì? L’Autorità di bacino del Tevere, l’unica legalmente competente in materia, fa sapere che rischi idrogeologici gravano da sempre sull’intera zona e non soltanto sull’area di Tor di Valle, senza che le autorità comunali, provinciali o regionali siano mai intervenute; con la realizzazione degli impianti sportivi e dell’area commerciale, l’Associazione Sportiva Roma si impegna per l’appunto a mettere in sicurezza l’intera zona.

 A questo punto, nell’interesse non  solo dei romanisti ma dei romani e di tutti gli italiani,  c’è solo la flebile speranza che prevalga il buon senso e che Grillo e i suoi del Campidoglio non si nascondano dietro oscure minacce idrogeologiche, sbandierate proprio quando l’ultima parola sulla fattibilità del progetto di costruzione dello stadio nell'area di Tor di Valle sta per essere pronunciata.

sergio magaldi




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venerdì 19 febbraio 2016

I CONTESTATORI DEL BENESSERE




 Le argomentazioni utilizzate dall’autore del post che segue, contro un certo modo di intendere l’ecologia, meritano qualche riflessione, ma non sembrano tener conto dei danni arrecati all’ambiente da una industrializzazione talora selvaggia e finalizzata unicamente al profitto individuale e al benessere di ristrette oligarchie. Con il risultato che, in luogo di debellare povertà e malattie, certe trasformazioni dell’habitat naturale hanno finito più spesso per accrescere il disagio economico di determinati strati di popolazione, devastare il paesaggio e introdurre nuove e più sofisticate patologie.

 Gli esempi citati dall’autore, relativi allo sfruttamento di risorse naturali per accrescere le fonti energetiche, e alle modifiche genetiche da apportare in agricoltura per incrementare la produzione di beni alimentari, sembrano più che altro ipotesi di scuola. 

 Nel primo caso, infatti, si tratta di verificare fino a che punto, in termini di costi e ricavi, se ne avvantaggerebbe davvero il mercato indigeno, nel secondo, di poter accertare realmente la ricaduta, sotto il profilo della salute pubblica, di “messi rese biologicamente rigogliose e feconde“. Il caso del riso asiatico non può essere preso come modello. Insomma, è altrettanto errato, a mio parere, eleggersi a paladini di una natura intoccabile e sacra, come pretendere, nel nome del progresso, della tecnologia e della crescita produttiva, di intervenire sempre e comunque per modificare l’ambiente in cui viviamo. Per la sua complessità, il fenomeno deve essere riguardato sotto diversi aspetti, soprattutto quando c’è il sospetto che dietro le prese di posizione ideologica, in un senso come nell’altro, si nascondano in realtà interessi politici e/o corporativi.

sergio magaldi


 In questo momento di crisi, si delinea il danno economico che il nostro Paese ha subito a causa della  ostinazione preconcetta  dei catastrofisti, contro  coloro che vorrebbero operare con un modello industriale diverso  da quello “ecologico” concepito per la salvezza dell’ Umanità. 

di Alberto Zei

 Ogni possibile miglioramento che consenta di elevare la quantità e la qualità di produzione, viene ritenuto dagli ecologisti, per tutte le buone ragioni di questo mondo, un diabolico espediente capace soltanto di peggiorare l’inquinamento. 

 Non c’è in Italia un’innovazione tecnologica di base – finalizzata ad un sensibile miglioramento economico e sociale – che  non sollevi il  sacro furore  di qualche  gruppo di responsabili o “personaggi di cultura”, sempre informati su tutto.

 Non è infatti possibile introdurre nel nostro Paese alcuna iniziativa tecnologica, capace di produrre un plusvalore di scala alla catena produttiva di beni e servizi, in particolare energetici, senza  che gruppi inferociti di  contestatori  organizzati si oppongano  ad ogni vantaggio,  tecnologico, agronomico,  industriale,  commerciale  di cui la popolazione potrebbe avvantaggiarsi.

 Sorgono  e vegetano in Italia le Associazioni agronomiche naturaliste, con sedi reali e siti Web che fanno proselitismo attraverso incontri, raduni e “marce su Roma”, organizzando boicottaggi ecologici nelle sedi di produttori agricoli, considerati come antagonisti.

 Ad ogni proposta innovativa avanzata a beneficio del tessuto sociale del nostro Paese, si contrappongono gruppi di persone prontamente strumentalizzate e addestrate per intraprendere una campagna di propaganda – con manifestazioni che la TV porta alla ribalta della cronaca – per annunciare la catastrofe che si abbatterebbe sul sistema ecologico in cui viviamo se osassimo discostarci dal “verbo”  di cui si ritengono gli unici e autentici depositari.




IL RITORNO ALLE ORIGINI
I VERDI GUERRIERI
 Non si   tratta di piccoli uomini dalla pelle verde provenienti da Marte. Sono i soliti volenterosi  ammantati di verde,  che in nome del cielo, ovvero della verde natura, vorrebbero ripercorrere a ritroso la storia del genere umano.

 Mentre la filosofia illuminista  riteneva già secoli fa che dalle tenebre e dalla barbarie da cui l’ umanità mosse i primi passi, l’ uomo  avesse percorso la via del rischiaramento culturale verso la ragione e il dominio delle forze cieche della natura, adesso l’intento della ideologia  ecologica (con tutte le eccezioni che vogliamo) sembra essere quello di riportare il genere umano a ritroso, all’ epoca in cui gli eventi naturali erano subiti con religiosa rassegnazione: dalle malattie, alla fine prematura; dalla fame alla mortalità infantile; dalle carestie alla superstizione  e così via,  in quanto tutto allora era naturale e genuino, tanto da accogliere persino la morte come una liberazione dei sofferenti.

 Ora, invece, intervenire contro la natura è considerato un imperdonabile delitto, le cui conseguenze sono, appunto, le catastrofiche previsioni dei cosiddetti “amici” della natura o della Terra.

                                            

  PROTESTE AL CHIUSO 


LA VERDE EMANCIPAZIONE

 Il popolo dei cosiddetti naturalisti, sempre intellettualmente emancipato, riesce a conoscere  con largo anticipo i  mali  futuri del mondo che ogni innovazione sistematicamente produce,con particolari che neppure le migliori interpretazioni  di Nostradamus  sarebbero in grado di  rivelare.

 L’ intera militanza – più o meno pappagallescamente addestrata per divulgare il “verbo” –  si identifica sempre più con la verde massa di questa sorta di missionari del benessere naturale che si sono assunti il compito di divulgare informazioni catastrofiche per il bene dell’ umanità.

 Non c’è pausa per coloro che compiono  una  missione di tale levatura,  neppure in un tempo di crisi come l’ attuale. Infatti, dopo aver infierito  in Italia sotto ogni verde pretesto, fino a  determinare  colpevolmente  un aumento del costo dell’ energia  tra i più alti del mondo  e dopo aver trasformato le comunicazioni veloci in un utopia rispetto alla realtà degli altri Paesi europei,  ora si mobilitano contro le fonti di energia fossile di casa nostra.


LE PIATTAFORME DA SMANTELLARE

 










Questa volta si tratta di impedire ogni trivellazione in mare aperto con la richiesta referendaria di chiudere anche le fonti energetiche già in funzione.

 In tal modo il nostro Paese sarà costretto ad ulteriori approvvigionamenti  al prezzo imposto dal mercato, mentre potremmo estrarre il carburante direttamente in Italia e ad un costo più basso. 

 Da tempo gli “amici” della Terra  si stanno dedicando ad un'altra missione, cercando di bloccare  la coltivazione delle messi rese biologicamente rigogliose e feconde e che, a causa della sovrabbondanza dei raccolti, potrebbero apportare alla comunità inaspettati benefici alimentari e commerciali.

 Non solo, ma la  verde saggezza  che anima l’ iniziativa   sostiene  che  la genuinità degli alimenti  verrebbe compromessa da una manipolazione genetica  che va a forzare la produzione spontanea  e tradizionale  dei vegetali  e che si presenta quanto mai pericolosa per la salute non solo degli uomini ma anche degli animali.



               SPIGHE DI RISO DORATO

IL PERICOLO DEL RISO
Un esempio meritevole di considerazione per lo sterminato numero delle potenziali vittime, riguarda l’ alimentazione con riso tradizionale privo di vitamina A, coltivato allo stato naturale e che causa, soprattutto in Asia, gravissime patologie, in particolare la cecità, prima ancora della morte. Non si tratta di un fatto marginale in quanto più di un miliardo di persone nel mondo, che si nutrono  quasi esclusivamente di riso, sono le  potenziali vittime  designate di questo gravissimo deficit alimentare.

 Basterebbe introdurre nella coltivazione il riso geneticamente modificato e ogni male sarebbe risolto. Infatti il riso OGM, denominato Golden a differenza di quello naturale, contiene  una sufficiente dose di beta-carotene, precursore della vitamina A, la cui  presenza debella alla radice la causa di questa gravissima patologia. Ma la realtà purtroppo è un'altra perché fino adesso, con qualche eccezione nelle Filippine,  introdurre  un riso OGM  in luogo di quello locale non è ancora  concepibile.

 Il riso non si tocca, da un lato, perché  l’ eccessivo  raccolto  agricolo migliorato con gli OGM renderebbe economicamente meno competitiva la produzione  del riso tradizionale; dall’altro, perché il riso dorato che noi stessi mangiamo, farebbe  insorgere in quelle medesime popolazioni – in luogo della condanna a morte per l’uso del loro riso naturale – il rischio di malattie degenerative.



martedì 6 agosto 2013

PERICOLOSI I TRENI AD ALTA VELOCITA' ?



  Trovandomi in Spagna, ho avuto modo di seguire più da vicino le notizie relative alla tragedia provocata dal treno ad alta velocità Madrid-Santiago. È per questo, forse, mi sono lasciato maggiormente coinvolgere emotivamente, anche se è lecito attendersi una medesima partecipazione emotiva, in qualunque luogo del mondo ci si trovi, di fronte ad un evento tragico con tanti morti e feriti.  

 Gli spagnoli, mettendo a frutto il denaro comunitario, hanno costruito una rete ferroviaria nazionale ad alta velocità che non ha eguali in Europa, con collegamenti internazionali di notevole interesse economico e turistico, come il nuovo treno super veloce che collega Barcellona con Parigi e viceversa. Peccato solo che dal Gennaio del 2013 sia stato soppresso il Milano-Barcellona-Milano [Di chi la responsabilità?!], l’unico treno, tutto a vagoni-letto che, pur non essendo ad alta velocità, consentiva di spostarsi direttamente tra l’Italia e la Spagna in una nottata e poco più.  

 A qualche giorno di distanza dalla catastrofe è forse lecito chiedersi se, al di là delle cause oggettive che hanno determinato il tragico evento, la questione da porre non sia proprio la realizzazione di treni ad alta velocità.

 Note a tutti sono le proteste che hanno investito il fenomeno TAV, specialmente in Italia. Con manifestazioni spesso degenerate nella violenza e suscitando polemiche a non finire, motivate da vari fattori, come l’eventuale scarsa rilevanza della tratta prescelta, sia per quanto riguarda il trasporto delle merci che quello dei passeggeri, la modifica del territorio e il conseguente disagio della popolazione che lo abita, i costi eccessivi in una stagione in cui da Bruxelles e da Francoforte s’impone la politica del rigore per tutti i governi europei. A tutti questi problemi, talora giusti, talora pretestuosi, si aggiunge ora quello del pericolo rappresentato dai treni ad alta velocità?

 La questione di per sé appare risibile, sarebbe come chiedersi se gli aeroplani debbano volare, le automobili percorrere le autostrade, le navi solcare gli oceani. Il problema semmai è quello segnalato nel “pezzo” che segue in merito al deragliamento del treno ad alta velocità Madrid-Santiago, laddove si afferma che “si potrebbe discutere sulla mancanza di sistemi di sicurezza per l'eccesso di velocità che avrebbero potuto essere installati, strumenti cioè per frenare automaticamente il treno”, salvo poi a considerare irrealistica, per gli altissimi costi di installazione e di relativa manutenzione, la pratica attuazione di un sistema del genere. Giustificazione alquanto sorprendente se la si commisura al prezzo di molte vite umane. Ma, evidentemente, chi mi ha inviato il post dall’Italia ha inteso dire altro. E, infatti, poco dopo, lo scrivente pone un interrogativo, peraltro non meno sconcertante, chiedendosi quali siano le vere ragioni del deragliamento. Già, perché l’autore, pur deprecando il comportamento del macchinista, avanza l’ipotesi interessante – a suo giudizio suffragata dall’esame di un video dell’incidente sia al rallentatore che a ritroso – di uno sganciamento della prima carrozza dalla motrice, quando ancora il treno non ha iniziato a percorrere la curva per la quale si richiedeva al macchinista la decelerazione della vettura. È vero che il progressivo sganciamento della vettura è persino visibile dalle foto,   










tuttavia, la mia impressione è che già la foto n.1 evidenzi un tracciato curvilineo della strada ferrata e che quindi lo sganciamento abbia inizio quando già occorreva azionare la decelerazione del treno. Naturalmente anche la mia è un’ipotesi. Ad ogni modo resta arduo  anche soltanto ipotizzare che la causa dell’incidente sia dovuta ad un precedente e, almeno per ora, inspiegabile guasto tecnico e non già all’alta velocità del treno mantenuta colposamente dal macchinista nell’affrontare la curva. Più che mai, e proprio su questa base di ragionamento, mi sembra improponibile fondare analogie con il caso Concordia e il comportamento del comandante Schettino.

 Il problema vero è però un altro ed è inutile girarci attorno. Il macchinista ha ammesso davanti al giudice che sapeva di dover azionare il meccanismo di decelerazione anche perché, se pure non avesse visto l’ordine apparso sul display del computer di bordo, conosceva bene quel tratto di strada ferrata per averla percorsa in diverse occasioni. Cosa è successo allora? L’uomo ha dichiarato al giudice di non sapersi spiegare cosa l’abbia trattenuto dall’intervenire. Verità? Alibi per coprire un gesto “paranoico di grandezza” e/o di “ipervalutazione” dei propri mezzi, come sembra ritenere l’autore del post che segue? Spetterà alla giustizia l’accertamento dei fatti, a me resta solo da osservare che un problema ulteriore, rispetto a quelli già elencati, si pone per i treni ad alta velocità.

 In altri termini, la tragedia del Madrid-Santiago pone una questione oggettivamente rilevante: o si è in grado di dotare il TAV di decelerazione automatica nei tratti curvilinei e/o comunque pericolosi, prescindendo dalle spese di installazione ed di esercizio di tali strumenti, oppure è meglio fermarsi prima che si verifichino altre catastrofi. Certo, si potrebbe obiettare che, così come la sicurezza di un qualsiasi veicolo dipende innanzi tutto dalla perizia e dalla vigile attenzione di chi lo guida, analogamente non si vede come la sicurezza dei treni ad alta velocità possa o debba prescindere dall’elemento umano. Il problema però è un altro: ogni mezzo di trasporto, si muova sulla terra, sull’acqua o nell’aria, dovrebbe essere dotato di tutti i mezzi tecnici disponibili per ridurre al minimo la responsabilità del conducente. Nessuno può fare miracoli, ma se esiste – come esisteva per il treno spagnolo – la possibilità di utilizzare la tecnologia per la decelerazione automatica del treno, questa andava adottata. 

sergio magaldi



La tragedia del deragliamento a  Santiago di Compostela  pone alcuni importanti punti interrogativi.

di Alberto Zei
Sommario: Esaminando la sequenza del immagini che riprendono il deragliamento si notano delle incongruenze tecniche  che preluderebbero ad altre ragioni, oltre a  quelle imputabili alla  velocità, ovvero, alla assurda  temerarietà del macchinista o alla sua inspiegabile passività.
Stupore ed esecrazione
 Non ci sono parole per esprimere ciò che emotivamente di esecrabile è avvenuto utilizzando il più sicuro mezzo di trasporto a disposizione del genere umano E' infatti, risaputo che il treno è il più tranquillo mezzo di locomozione; in questo senso la tragedia del deragliamento in Spagna del convoglio ferroviario nei pressi di Santiago è ancor meno accettabile.
 Le cause saranno meticolosamente esaminate, anche se è sotto gli occhi di tutti il video che riprende il convoglio durante il rovinoso deragliamento in curva lanciato a 180 km all’ora? Cosa dovrebbe ancora accertarsi di fronte ad una tale evidenza dei fatti?
 D'altra parte la realtà non può essere ristabilita imputando ad altri la responsabilità di chi disponeva delle leve di comando della macchina motrice e che, o deliberatamente, in preda ad un delirio paranoico di grandezza, ha spinto l'acceleratore ben oltre il limite massimo consentito, oppure per una qualche inspiegabile ragione è rimasto completamente passivo benché consapevole del rischio.

 Ma la paranoia non è una patologia che toglie alla persona il senso della volontà, che anzi, esalta. Questo avviene proprio nella fase di ipervalutazione delle proprie facoltà, rispetto agli altri in generale e ai colleghi di lavoro in particolare, in quanto sussiste in tali casi la piena, quanto maliziosa consapevolezza della portata della propria scelta, ovvero, del rischio oggettivo delle azioni che si intendono compiere.
 Non è dunque possibile per questo motivo, invocare alcuna attenuante per una affievolita volontà di intendere di dover ridurre la velocità, almeno della metà, in quel tratto in curva della strada ferrata.
 La ossessiva ripetizione del video ostentato dai media all’opinione pubblica, circa il rapido avvicinarsi del locomotore e del deragliamento dell'intero convoglio in piena curva, è ormai entrato nell'immaginario collettivo, insieme ad una irreversibile condanna nei confronti del macchinista.
 Si tratta di una comprensibile reazione emotiva che, una volta entrata nell’intimo convincimento di ciascuno, si insedia stabilmente nella mente collettiva e finisce col dare la colpa esclusiva della tragedia alla stupidità umana di un unico personaggio, come in Italia è avvenuto nel caso della Concordia e del comandante Schettino.
Non è tutto
 Si potrebbe discutere sulla mancanza di sistemi di sicurezza per l'eccesso di velocità che avrebbero potuto essere installati, strumenti cioè per frenare automaticamente il treno. D’altra parte, una serie di sistemi automatici di controllo sicurezza di questo genere, da installare in tutti i punti nevralgici delle ferrovie, sarebbe praticamente di irrealistica attuazione anche per l'eccessiva onerosità e la progressiva criticità sistemica di dispositivi così capillarmente concepiti.
 Ma per evitare la tragedia forse sarebbero bastati i periodici accertamenti psicosomatici preventivi di qualche turba comportamentale del personale operativo, per impedirgli di assurgere a posizioni di irresponsabilità. Non sarebbe certamente questa una novità.
Altro ancora

 Osservando nel video l’immagine raccapricciante del deragliamento, praticamente di tutti i vagoni del treno, si nota in primo piano la massa della locomotiva che travolge come fuscelli i tralicci ferroviari lungo la strada ferrata. E ci si chiede immediatamente come un evento di questo genere sia potuto accadere.
 Guardando l'avanzare del treno prima ancora che inizi la curva, questo si dispiega sul display in notevole lunghezza prima di voltare a sinistra. Osservando ora, con attenzione lo scorrere dei fotogrammi (inserendo lo stop tra gli uni e gli altri), ad un certo punto si vedrà sopra il tetto della prima vettura dopo la locomotiva, una piccola linea evanescente e biancastra, leggermente sollevata rispetto al piano superiore del treno. Negli ulteriori immagini appare con progressiva evidenza, finché chiaramente si solleva dalla sommità del convoglio. A questo punto la vettura in piena curva si sgancia parzialmente dalla motrice penetrando all'interno della traiettoria curvilinea rappresentata dalla stessa motrice e dai vagoni del treno.
La prima carrozza
 E infatti, il deragliamento inizia dalla prima vettura, dietro la motrice che esce dai binari, provocando la fuoriuscita dei vagoni da questa trainati e poi della stessa motrice che si intraversa sulla strada ferrata.
 Ora, se si procede alla visione a ritroso del deragliamento, si segue meglio la linea biancastra che si va affievolendo fino alla sua iniziale formazione; formazione che avviene in concomitanza del passaggio del primo vagone sotto una traccia minuscola ma abbastanza chiara all'altezza della linea elettrica ferroviaria.
 Le prime sfarfallate  video  sopra il tetto della vettura in questione, sembrano corrispondere per coerenza di immagine al momento in cui il primo vagone ha un comportamento anomalo che, per quanto in seguito accade, fa evincere lo sganciamento del congiuntore di destra dalla motrice. Questo accade, però, quando il treno non ha ancora imboccato la curva sulla quale prosegue in condizioni di seria avaria.
 Ma che cosa può essere avvenuto quando mancavano i presupposti causali della rottura di uno dei ganci di traino?
Le leggi fisiche dell’ evento

 Una volta iniziata la virata in queste condizioni, la forza centrifuga allarga la congiungente destra tra la locomotiva e la prima vettura; quest’ultima senza più questo vincolo anteriore, come detto, sembra progressivamente sprofondare all’ interno della curva.
 Dal distacco che la vettura assume dalla locomotiva si evince chiaramente che  anche  il gancio del respingente sinistro ha ormai ceduto. Il contatto con la motrice è ancora assicurato dal lento cavo di sicurezza al traino che inizialmente si tende senza spezzarsi, mentre i restanti vagoni seguono le sorti del primo.
La motrice prosegue per qualche secondo la sua corsa sui binari finche la vettura nel corso del suo deragliamento tende il cavo di sicurezza al traino che, a sua volta, trascina da dietro la motrice fuori dai binari. Il terribile attrito iniziale con la massicciata che la motrice subisce sulle ruote posteriori destre, prima ancora che su quelle anteriori, suscita un potente moto di rotazione oraria che ribalta la macchina sul lato destro, tra i binari e il muro di recinzione, con detriti e lamiere che si distaccano dal corpo del treno.
 Tutto questo, come detto, appare ad una attenta osservazione del video del deragliamento. Può anche darsi che si tratti solo di apparenza, ma molti fattori fanno propendere per la realtà delle immagini.
Quali le vere ragioni del deragliamento.
Sorgono ora una serie di domande. Una di queste è la seguente: “ Per quale motivo poco prima della curva, quando le sollecitazioni meccaniche centrifughe non sono  neppure iniziate, guarda caso,  avviene la rottura dell’aggancio tra i respingenti sinistri, che poi saranno i più sollecitati dalla forza centrifuga in piena curva?
Un‘altra, riguarda il  generale convincimento sulla causa tecnica del disastro e potrebbe essere: “Secondo i tecnici addetti ai lavori, il deragliamento è attribuibile  esclusivamente alla eccessiva velocità di percorso?”
Sarebbe interessante come ricerca della verità, approfondire le circostanze evidenziate non per scagionare la responsabilità individuale della follia della velocità,  ma per accertare se e quali altre precise cause sottendono una catastrofe del genere.




lunedì 16 aprile 2012

UN POPOLO DI RETORI...


Come sempre accade in queste occasioni, la retorica nazionale s’è data convegno per celebrare degnamente la morte sul campo di gioco del calciatore Pier Mario Morosini, un ragazzo sfortunato, orfano dei genitori, con un fratello suicida e una sorella disabile. Per tre giorni di seguito giornali sportivi e non, radio, tv in chiaro e a pagamento, si sono gettati sull’evento e non certo per riflettere sulla morte, che è il vero e ultimo senso della condizione umana, né sui disegni del destino, che appaiono imperscrutabili anche laddove, forse come in questo caso, l’uomo ci mette del suo.

 Sospesi naturalmente i campionati di calcio, non soltanto Sabato, giorno del tragico evento, ma anche Domenica, con tutte le partite del campionato di serie A ad eccezione delle due previste appunto per il giorno prima. Una decisione giudicata ineccepibile e meritoria dagli addetti ai lavori, dagli opinionisti e, a quanto si dice, dalla maggioranza del pubblico. Una decisione neppure tanto rara, quella presa dalla Federcalcio, e che quasi non trova riscontro nel resto del mondo, dove in simili casi, ad eccezione di catastrofi collettive, si preferisce fermare le competizioni per qualche minuto e ricordare sul campo l’atleta scomparso anche con il comportamento esemplare del pubblico, almeno per i novanta-cento minuti che dura un incontro, non solo perché la vita continua, ma anche per togliere spazio ai soliti “sciacalli” della notizia.

 Comprensibile, d’altra parte, la sospensione di Sabato. Con quale animo gli ex compagni dell’Udinese [Pier Mario Morosini in prestito al Livorno stava giocando a Pescara, nel campionato di serie B] avrebbero potuto scendere in campo contro l’Inter? Incomprensibile invece fermarlo anche la Domenica, con il risultato di scatenare una “querelle”, davvero poco opportuna, tra le squadre che giustamente vogliono lo slittamento al prossimo fine settimana della giornata persa di calendario e quelli che vorrebbero recuperarla Mercoledì 25 Aprile, con il risultato di alterare l’equilibrio del campionato.

 Il buon senso è nemico della retorica e la retorica nasconde spesso l’ipocrisia, lo sciacallaggio e l’inefficienza. Tutte qualità messe in mostra durante il tragico evento che ha colpito Pier Mario Morosini: mancanza di un defribillatore che avrebbe potuto salvargli la vita, ritardo dell’autoambulanza nel partire dallo stadio di Pescara per l’ostruzione del varco da parte di una macchina dei vigili urbani!

 Perché la Federcalcio non obbliga le società di calcio a munirsi di un defribillatore, che costa poco più di mille euro e può essere manovrato da un comune massaggiatore? Perché non multa le società che non si curano di osservare che i varchi per le autoambulanze siano lasciati liberi? Come in ogni tragedia della vita, anche in questa non manca la commedia: i vigili urbani, così solerti nel multare i privati cittadini per le auto lasciate in divieto di sosta, sono i primi a non osservare le regole, con conseguenze che potrebbero essere state fatali! “Nulla di nuovo sotto il sole”, in un paese dove la retorica sostituisce il buon governo e l’autorità è corrotta o latitante.

 Ora mi aspetto che la Federcalcio sospenda ancora il campionato, per la notizia di questa mattina della morte improvvisa di Carlo Petrini, l’ex attaccante della Roma, mentre alle 18 di oggi si saprà se, come sempre, prevarrà l’interesse di parte, con il recupero delle partite di Sabato e Domenica nel giorno della festa della Liberazione e non nel prossimo fine settimana come sarebbe logico.

 Ora mi aspetto una serata con Bruno Vespa, con i soliti esperti e le solite competenti autorità, perché il popolo dei retori celebri la sua ennesima “festa”.


sergio magaldi

giovedì 26 gennaio 2012

IL GIORNO DELLA MEMORIA:27-01-2012. I treni della vergogna. Lettera ad Anna Frank.


                                            YAD VASHEM
                              Vagone originale delle ferrovie tedesche
                              con cui venivano deportati gli ebrei.  

S  Si riporta di seguitoDa Holocaust di Gérald Green [Olocausto, sperling & kupfer, 1979, trad.it. di Katya Gordini – 

 il dialogo tra l’immaginario Erik Dorf, maggiore delle SS e il tristemente noto e reale Adolf Eichmann, ufficiale della Gestapo. 

 Dopo aver visitato il campo di sterminio di Auschwitz, Eichmann racconta a Dorf che Himmler e Rudolf Hoess stanno coordinando l’orario dei treni per Auschvitz. Alla domanda del maggiore delle SS: Perché Auschwitz? La risposta ineffabile di Eichmann è la seguente:

“Oh, è dotato di un bell’impianto ferroviario. Spazio a volontà che assicura l’isolamento e un sacco di ebrei attorno al posto.La Polonia è il nostro vero problema.Tutti questi nuovi posti, Chelmno, Belżec, Sobibór, saranno tutti in Polonia […]Il Führer non vuole che il sacro suolo della Germania sia contaminato da sangue ebraico”. 

 

Dalla mia introduzione a Racconti della Shoà

di Fulvio Giannetti [Roma,2004] con prefazione di Riccardo Di Segni e illustrazioni di Georges de Canino, ripropongo:

 Perché scrivere una lettera ad Anna Frank?

[…] C’è in questi racconti di Fulvio Giannetti il tentativo di saldare insieme memoria storica e ricordi personali, fatto e creazione, testimonianza e sogno, lavoro ingrato che si riparte tra metastoria e metaletteratura.

  Non starò a verificare se l’operazione sia riuscita e magari sia nato un genere nuovo, diverso persino dal racconto o dal romanzo storico. Quel che mi preme sottolineare è che Giannetti, dalla materia trattata, consapevolmente o meno, trae quattro motivi di riflessione, quattro “ragioni” nuove e diverse di porsi di fronte alla Shoah e, più in generale, di fronte alla vita.

  C’è forse nell’autore il desiderio di compiacere i lettori? O è magari perché Anna “simboleggia i sei milioni di morti della Shoah”? Così come Miep Gies nega che sia, per affermare invece che “la vita e la morte di Anna sono un destino individuale”, anche se “accaduto sei milioni di volte” [1]

 Nulla di tutto ciò. E allora? La realtà è che Fulvio scrive oggi le pagine di un diario che Anna scrisse allora, quando lui aveva una decina d’anni meno di lei, e non sapeva ancora né leggere né scrivere, e che il Fulvio che ricorda quelle pagine non scritte parla con la consapevolezza dell’uomo maturo, dell’uomo che può commuoversi della propria “infanzia violata”, perché è almeno in grado di ricordarla. Dall’incontro del bambino di allora con l’uomo di oggi nasce la lettera che ognuno potrebbe scrivere alla propria compagna di giochi, trovandosi a vivere la medesima esperienza. La guerra e soprattutto l’identità ebraica.

 Un pretesto per raccontare di sé? In un certo senso lo è, perché il bambino Fulvio non sa nulla della Prinsengracht 263 di Amsterdam né dell’alloggio segreto, non conosce la segregazione totale protratta per oltre due anni e bruscamente interrotta un mattino dalla Gestapo, quasi alla vigilia della Liberazione,  né fortunatamente conosce i treni dai vagoni piombati e i tedeschi che li scortavano, non la fame, la sete e la vergogna di Westerbork, di Auschwitz e di Bergen-Belsen – campo, quest’ultimo, di cui pure ha sentito parlare dallo zio sopravvissuto – e l’uomo Fulvio potrebbe parlarne ma sarebbe lavoro di biografo. Il bambino Fulvio conosce invece la grotta-rifugio nella valle dell’Iri, dove apprende la morte del padre, della segregazione non ha che fugace esperienza anche se subisce il trauma del “sepolto vivo” e della fame conosce abbastanza da ricordarla, nel suo diario della memoria, quasi come un’ossessione. Certo, i‘suoi’ tedeschi sono diversi, non meno “orrendi”, ma almeno egli li vede da spettatore. E se è vero che danno fuoco al volto di Anita che chiede pane, quando ha con loro un incontro “ravvicinato”, ne riceve in dono persino un’enorme fetta di torta!

 Ecco allora il senso dello scrivere una lettera ad Anna Frank che ogni bambino ebreo e non ebreo – oggi adulto – potrebbe scrivere commisurando la propria infanzia violata a quella dell’infelice Anna. Tante virtuali candeline accese per illuminare le coscienze e aiutarle a riconoscere il demone della guerra, dell’intolleranza, della violenza e delle persecuzioni.

 Perché, se è vero – come scrive Anna Frank – che in ogni uomo c’è un “pezzetto” di Dio, occorre fare in modo che quel pezzetto s’impadronisca del “resto” dell’uomo e lo trasformi, altrimenti nulla potrà davvero cambiare.

 In La vita di Cady, uno dei racconti più riusciti di Anna Frank e che non fa parte del Diario, nel colloquio tra Cady e una donna inferma, vicina di letto nel sanatorio, si misurano due concezioni, entrambe presenti nell’anima di Anna, reclusa nell’alloggio segreto. Da una parte la speranza, dall’altra un pessimismo che trascende anche la sua personale sorte, di cui, pure, il suo inconscio pare avvertito quasi con rassegnazione. Cady confida a se stessa che Dio si manifesta nei suoi pensieri e nelle sue parole, giacché Egli “prima d’inviare gli uomini nel mondo dà a ciascuno di essi un pezzetto di sé. È questo pezzetto che produce nell’uomo la differenza tra bene e male e che fornisce una risposta alle sue domande. Quel pezzetto è altrettanto naturale quanto la crescita dei fiori e il canto degli uccelli” [2]

 Ma la donna che giace nel letto accanto al suo è oscuramente profetica: “Io non credo – ella dice – nulla delle voci che dicono che fra qualche mese tutto sarà finito. Una guerra dura sempre più di quel che credono gli uomini” [3].
  
 Anzi, conclude la donna, e Anna fa parlare qui l’altra metà della sua anima, la guerra è la condizione stessa del genere umano: “Dopo ogni guerra gli uomini dicono: ‘Questo non accadrà mai più, è stato così terribile, bisogna evitare a qualsiasi prezzo che si ripeta’ e sempre di nuovo gli uomini devono combattere gli uni contro gli altri, questo non cambierà mai: finché sulla terra vi saranno degli uomini saranno sempre in lotta e quando ci sarà la pace cercheranno nuovi pretesti per scontrarsi” [4].

                                 Edizione 1983

           Edizione 1993 CDE spa-Milano su licenza Einaudi


Sergio Magaldi



[1] Cfr., Postfazione di Miep Gies, in Melissa Muller, Anne Frank. Una biografia, trad. it., Einaudi, Torino, 2004, p.348. Miep Gies gestisce e rende possibile il rifugio della famiglia Frank nell’alloggio segreto. Sarà lei a ritrovare più tardi il diario di Anna. Nel 1994 la Germania le conferisce la Croce federale al merito, lo Yad Vashem di Gerusalemme le consegna la “Medaglia d’onore dei giusti”, mentre la regina Beatrice d’Olanda la nomina Cavaliere dell’ordine di Orange-Nassau.
 [2] Anne Frank, Racconti dell’alloggio segreto, trad.it., Einaudi, Torino, 1983, p.150
 [3] Ibid.,p.151
 [4] Ibid.,p.152



lunedì 10 ottobre 2011

IL CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE E DELLE ABITAZIONI

Il Censimento ha raggiunto un primo risultato, misurando già nel primo giorno la tradizionale efficienza della burocrazia italiana e la lungimiranza e la sagacia di certi suoi dirigenti.


Nella “Lettera informativa” che accompagna i cosiddetti “Fogli di famiglia”, si raccomanda di non compilare il questionario prima del 9 Ottobre 2011, dal momento che la data di riferimento del Censimento è appunto il 9 Ottobre. Si aggiunge ancora che è possibile, anzi addirittura auspicabile, rispondere via internet. Si ricordano infine le sanzioni a carico dei cittadini inadempienti: artt. 7 e 11 del d.lsg. n.322/1989, e successive modifiche e integrazioni.


Quel che non sono riuscito a trovare nella “Lettera” [ma potrei essermi distratto] è però il termine ultimo per rispondere o rispedire il cartaceo. Tuttavia, da quanto si evince dal foglio informativo, sembrerebbe che tale termine sia fissato al 29 Febbraio 2012, in quanto si fornisce un numero verde, per dirimere ogni difficoltà della compilazione, e si precisa che il servizio è attivo dal 1 Ottobre 2011 al 29 Febbraio 2012, fatti salvi alcuni giorni. Non fidandomi, sono andato in internet, cercando nei siti indipendenti, e ho trovato l’informazione che il termine ultimo è fissato al 20 Novembre 2011. Questa mattina, infine, la radio ha annunciato che c’è tempo sino alla fine dell’anno per compilare, trasmettere o rispedire il questionario.


Che è successo nel primo giorno utile per la compilazione, cioè ieri Domenica 9 Ottobre 2011? Nell’incertezza, molti cittadini devono aver pensato di avere solo 24 ore a disposizione per adempiere al proprio dovere, così si sono precipitati in massa sul sito dell’Istat, con il risultato di mandarlo rapidamente in tilt.


Appena superfluo dire che il termine ultimo per la compilazione e la trasmissione, informatica e/o postale, del questionario, avrebbe dovuto essere scritto e sottolineato in grassetto nella “Lettera informativa” e che norma di prudenza del senso comune, sarebbe stata quella di formulare un calendario per le risposte on line, concepito con riferimento alfabetico al cognome dei cittadini: così, per es., il primo giorno le lettere dalla A alla D, il secondo dalla E alla I e così via, salvo poi ripetere il ciclo sino al termine ultimo di scadenza.

Ma il buonsenso appartiene alla burocrazia?

S.M