domenica 19 maggio 2024

LO STILE JUVENTUS


 

  Lo stile Juventus non è compatibile con il comportamento di un allenatore che si è lasciato andare, magari forse esagerando, in una polemica con i giudici di gara dopo l’ennesimo torto subito. Perché, a parte il rigore, punizioni e calci d’angolo non concessi, a parte il goal annullato a Vlahovic che aveva un piede assolutamente indietro rispetto a quello del difendente ma teneva un braccio più avanti e forse un ginocchio che fino a prova contraria è tutt’uno con  gamba e  piede; tutto l’arbitraggio della finale di Coppa Italia 2024, Var compreso, deve essere sembrato all’allenatore della Juve sbilanciato e di parte.

Nulla di nuovo sotto il sole per quanto si è già visto sui campi di calcio anche da parte di nomi illustri tra gli allenatori e infatti la gravità della protesta, più che altro appariscente e teatrale, è stata sanzionata con due sole giornate di squalifica.

Lo stile Juventus non è compatibile con il battibecco che ne è seguito in campo e che poi è proseguito nei corridoi dello stadio nei confronti di giornalisti e addetti ai lavori, con cui peraltro risulta che Allegri si sia scusato.

C’ è di più: a leggere le poche righe del comunicato del licenziamento si resta di sasso: una stringata cronologia del lungo rapporto di Allegri con la Juve, senza parlare dei trofei vinti e per annunciare soltanto che la sua attività con la squadra cessa con la finale di Coppa Italia 2024, senza neanche menzionare la vittoria. E’ questo lo stile Juventus? 

Ma qual è lo stile Juventus? Quello dell’avvocato Agnelli? Siamo certi che lui avrebbe – non semplicemente esonerato a fine campionato e senza tanto clamore – licenziato in tronco un allenatore che ha vinto 5 scudetti 5 coppe Italia, 2 supercoppe e che per ben due volte ha portato la Juve alla finale di Champions?!

Corre voce da più parti – ma forse si tratta solo di malignità – che il cosiddetto stile Juventus abbia trovato nel “licenziamento in tronco” dell’allenatore, che insieme a Trapattoni e Lippi è tra i più vincenti della storia bianconera, un espediente per risparmiare sull’ultimo anno di contratto di Allegri.

Tutto ciò premesso, devo aggiungere che non sono mai stato un ammiratore del tecnico livornese [vedi di seguito il post  del 21 novembre 2021 dal titolo “La filosofia di Allegri”, cliccando sul link seguente: https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2021/11/l-filosofia-di-allegri.html  ] anche se gli sono stato grato per i tanti trofei. Ho spesso pensato – e non sono il solo – che negli ultimi tre anni, nonostante le numerose vittorie di “corto muso”, il gioco espresso dalla Juve fosse il più brutto della Serie A, ma occorre riflettere che anche in questi anni della “seconda volta” di Allegri alla Juve gli obiettivi sono stati sempre raggiunti e che, in particolare lo scorso anno,  l’allenatore  ha saputo mantenere dritta la barra delle squadra nell’infuriare di una crisi societaria non indifferente, raggiungendo ugualmente il 3° posto nella classifica, utile per partecipare alla Champions, salvo poi la penalizzazione nel punteggio e la squalifica UEFA che ha estromesso la squadra dalle competizioni europee per i noti fatti di bilancio. Realizzati tutti gli obiettivi anche quest’anno, con l’ultimo raggiunto proprio nel giorno del licenziamento in tronco: qualificazione alla Champions 2024-2025, al primo Mondiale per Club, e vittoria della Coppa Italia contro una squadra come l’Atalanta, prossima finalista di  Europa League e che, alla vigilia, davano tutti per favorita.

 sergio magaldi


sabato 11 maggio 2024

Dal Golem all’Intelligenza Artificiale (parte 2ª)



Se è vero che tutte le narrazioni circa la costruzione del Golem – in quanto si richiamano all’uso di lettere dell’alfabeto ebraico con cui è detto che Adonai avesse formato il mondo (“22 lettere fondamentali fissate in un cerchio con 231 Porte”, S.Y, 2.4) – riconducono al "Sepher Yetzirah" o “Libro della Formazione”, solo in alcune versioni, talora con accenni a magia e astrologia, si trova il riferimento puntuale all’utilizzo di tutte le lettere, alla completa declinazione di ciascuna lettera con tutte le altre e, in aggiunta, anche con le lettere del Tetragramma. Si osservi, tuttavia, che il Sepher Yetzirah non parla assolutamente della creazione di esseri artificiali bensì soltanto della formazione dell’universo ad opera di Adonai. Un rapporto tra Golem, Robot e Intelligenza Artificiale (IA) esiste certamente e non è solo nell’idea di fondo che si sostanzia nel desiderio umano di rendersi simili ad Adonai nel formare altri esseri. Tale rapporto si configura per altri versi come il passaggio da una concezione magica ad una concezione scientifica del sapere, dove per mago s’intende il significato che ne dava Giordano Bruno: “Magus significat sapientem cum virtute agendi”. Ci si riferisce insomma alla magia naturale che anticipa e prepara le conquiste della scienza e della tecnologia. Nel corso della puntata racconteremo di un test con CLAUDE 3 (chatbot di Anthropic) che pone affascinanti domande sul futuro dell'IA. ---------------------------------------- - Link alla puntata precedente: https://www.youtube.com/live/uSjwaNQp... ---------------------------------------- Riferimenti a video e libri trattati in trasmissione: Canale YouTube 'Figure01' OpenAI    / @figureai   --- "Irriducibile. La coscienza, la vita. i computer e la nostra natura" di Federico Faggin, Mondadori, 2022 --- "L'era dell'intelligenza artificiale. Il futuro dell'identità umana" AAVV, Mondadori, 2023 --- "Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell'IA" di Kate Crawford, Il Mulino, 2021 --- "Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri" di Shoshana Zuboff, Luiss University Press, 2023

giovedì 25 aprile 2024

GOLEM - La Leggenda del Golem, i Robot e l'IA (p. 1ª)



Il tema del Golem si diffonde in Occidente relativamente tardi grazie alla leggenda di Yehuda Löw, Maharal di Praga, che nella seconda metà del XVI secolo ne avrebbe costruito uno per difendere la comunità ebraica della città dai continui attacchi dei cristiani e degli uomini dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo. In realtà, precedenti relativi alla costruzione di un androide erano già noti in ambiente ebraico – segnatamente, ricorrono spesso nella letteratura del Chassidismo tedesco del XII e XIII secolo – grazie al Talmud che in uno dei suoi trattati riporta la storia di Rava che lo costruì e di Zeira che lo distrusse, nonché grazie al Sefer-ha-Ghematri’ot che racconta la vicenda della creazione di un Golem da parte di Geremia e di suo figlio. Tutte queste narrazioni, circa la costruzione di un uomo artificiale, si basavano sulle complesse tecniche contenute nel Sefer Yetzirah o “Libro della Formazione”, scritto attribuito ad Abramo e che costituisce il testo originario e fondamentale di ogni successiva speculazione cabbalistica. Quanto c’è di comune tra il Golem e il Robot dei giorni nostri? In che misura e in quale direzione si svilupperà l’intelligenza artificiale (IA)? Quali vantaggi apporterà all’umanità, al netto degli svantaggi già resi evidenti dal cosiddetto “Capitalismo della sorveglianza”?

venerdì 19 aprile 2024

RILEGGERE SARTRE (P.7.a Il ruolo di Sartre negli studi di psicologia)


 

Circa un anno fa, Riccardo De Benedetti su Avvenire si poneva un interrogativo a cui dava subito una risposta: “Che cosa resta di Sartre? Poco, ma decisivo”.

Sartre – osserva l’autore dell’articolo – è sempre stato in “situazione”, con ciò intendendo dire che egli ha quasi ininterrottamente inteso rappresentare il proprio tempo e quello della società e del mondo in cui viveva. È  certamente vero, almeno sino al maggio francese. E proprio per questo – continua l’autore – Sartre ha finito col pagare con la dimenticanza o addirittura con l’oblio. Vero anche questo, ma bisogna tener conto del fallimento politico della rivoluzione che avrebbe dovuto portare “l’immaginazione al potere” e che invece ha realizzato il successo di quanti speravano di sbarazzarsi una volta per tutte della lotta politica, limitandola al terrorismo più o meno compiacente e preparando, attraverso la liberazione del costume e dei consumi, l’avvento della globalizzazione, del cosiddetto capitalismo della sorveglianza e dell’era tecnologica.

A questo punto, conviene chiedersi con De Benedetti se non sia venuto il momento di rileggere Sartre, tenuto conto che, come dice, “alla sovrabbondanza della tecnica corrisponde un diminuire, sin quasi alla scomparsa, dell’uomo”.

Il “poco” che resta di Sartre è dunque una riflessione sul significato dell’esistenza in un mondo che ha finito per relegare l’essere umano ai margini della Storia. L’occasione è offerta, e direi non solo, da una nuova edizione de L’essere e il nulla proposta di recente dal Saggiatore per festeggiare gli ottanta anni dalla sua pubblicazione (1943-2023).

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Per una rilettura, il più possibile completa, di Sartre ripropongo di seguito in sette post la relazione, con opportune modifiche, a suo tempo presentata per un convegno di filosofia.

Per quanto si riferisce “all’ultimo Sartre” e alle polemiche accese dai suoi scritti più recenti, suggerisco il post: 



Si vedano ancora, su Sartre in generale, i video youtube seguenti:






ASSEGNA STAMPA sulla nuova edizione di  L’essere e il nulla, pubblicato da Il Saggiatore il 19 febbraio 2023

 

La riscossa esistenzialista

il manifesto

07 maggio 2023

 

Un'esistenza che precede l'essenza

Il Sole 24 Ore

05 marzo 2023

 

Che cosa resta di Sartre? Poco, ma decisivo

Avvenire

19 febbraio 2023

 

Una nuova veste per "L' essere e il nulla" di Jean-Paul Sartre

Critica Letteraria

18 febbraio 2023

 

Siamo condannati alla libertà.



la Repubblica

25 gennaio 2023

 

 SEGUE DA:

















IL RUOLO DI SARTRE NEGLI STUDI DI PSICOLOGIA

 Nell'am­bito della psicologia fenomenologica il pensiero di Sartre ha profondamente influenzato le analisi degli specialisti. Mi riferisco in particolare agli studi dedicati all'immaginario e all'emozione, nonché alla fortuna di cui tali studi hanno goduto soprattutto nei paesi anglosassoni. Significativo a tale riguardo mi pare il tentativo di Hidé Ishiguro volto a sottolineare i punti di contatto esistenti, per l’analisi dell'immaginazione, tra fenomenologia sartriana e filosofia analitica inglese, vale a dire tra filosofie che dichiarano di usare metodi completamente opposti.

Ishiguro, dopo aver ricordato come l'immaginazione sia stata sempre considerata «il brutto anatroccolo del mondo filosofico», osserva come la situazione sia profondamente mutata: «Eminenti filosofi, in Inghil­terra e in Europa, hanno cercato di mostrare come lo studio filo­sofico dell'immaginazione costituisca una parte importante, e del tutto degna di considerazione, della filosofia della mente. In effetti, lo studio della immaginazione è uno dei campi in cui i problemi posti dai filosofi di questi due mondi a sé stanti — Europa e Inghilterra — hanno maggiori punti di contatto. La differenza tra l'Imaginaire (1940) di Sartre e le note sulla immaginazione di Wittgenstein in Blue and Brown Books (1934-36), o il capitolo sull’immaginazione nel libro di Ryle Concept of Mind (1949) è senza dubbio minore di quella che esiste fra L'Imaginaire e le opere dei predecessori di Sartre in Francia, o fra l'indagine di Ryle e quella condotta dagli empiristi inglesi che si rifanno a Hume»[1].

I punti di contatto tra Ryle (che Ishiguro nell’opera da lui citata definisce il più com­portamentista dei filosofi analitici inglesi) e Sartre possono così riassumersi: l'oggetto d'immaginazione non è un'entità mentale (pp.197 e 206), immagini e percezioni non interferiscono tra loro ma si escludono a vicenda (p.200), «farsi delle immagini» è per Ryle come per Sartre «uno dei molti modi di far finta, e far finta è uno dei molti modi in cui esercitiamo la nostra immaginazione, che, a sua volta, è un modo in cui facciamo uso delle nostre cognizioni e della nostra in­telligenza» (p.201).

Infine la concezione del sapere nell'immaginazione, nel senso che immaginare un oggetto non significa propriamente accrescere la conoscenza che si ha dell’oggetto stesso (pp.202-203).
Una sostanziale affinità c'è inoltre tra l'osservazione di Wittgenstein che «vedere come...» è simile all'«avere un’immagine di...» e l'opinione quasi assolutamente identica che si trova in tutta l'opera di Sartre quando esamina in dettaglio ritratti, caricature, mimiche, simboli ed altri fenomeni specifici (p.222).

Mi riferisco inoltre al fatto che la psicologia statunitense e la psicologia inglese ed europea hanno fatto largo uso, nella descrizio­ne e nella valutazione di casi clinici, del metodo e degli strumenti forniti dalle analisi teoriche di Sartre. Per tutti basti ricordare l'inglese Ronaid Laing, il più noto in Italia tra gli psichiatri che si richiamano alla fenomenologia, il quale, nel descrivere forme d'ansia quali il «risucchio», l'«implo­sione», la «pietrificazione», o forme di insicurezza nei confronti di se stesso e/o di altri come l'«evasione», l'«elusione», la «col­lusione» ecc…, ricorre con frequenza alle analisi contenute nelle opere di Sartre.

Il «risucchio», in quanto si definisce come una sensazione minacciosa che il soggetto avverte soprattutto nel rapporto con l'altro (anche se dipende dalla perdita del senso della propria auto­nomia e della propria identità), rimanda alle analisi sartriane del «per altri» contenuta nella Parte III di L'Etre et le Néant.

L'«implosione», in quanto è una forma d'ansia per la quale la realtà per se stessa si presenta come minacciosa, ricorda il comportamento magico nei confronti del reale del soggetto emo­zionato che Jean Paul  Sartre descrive ampiamente nel saggio Esquisse d'une théorie des émotions.

La «pietrificazione», nel duplice senso di «vedere» ed «essere visto» cioè di «trasformare» ed «essere trasformati » in pietra, come pure l'atteggiamento di indifferenza nei confronti dell'altro sono particolari forme d'ansia derivanti dall'esistenza dell'altro come libertà: «il risucchio consiste in questo: se si sente l'altro come un libero agente, si è esposti alla possibilità di sentire se stessi come un oggetto della sua esperienza, e quindi di sentirsi prosciugare la propria soggettività. Si è minacciati dal pericolo di diventare un semplice oggetto del mondo dell'altro, senza più vita propria, senza più un essere proprio. Sotto l'effetto di questa ansia l'atto stesso di sentire l'altro come persona viene vissuto come un atto potenzialmente suicida. Questa esperienza viene brillantemente descritta da Sartre nella terza parte di L'essere e il nulla»[2].

Occorre tuttavia rilevare che mentre in Sartre l'insicurezza ontologica è un fatto originale della condizione umana, in Laing è piuttosto l'atteggiamento cui si lascia andare l'individuo schizoide: «Nessuno, più dell'individuo schizoide, si sente vulnerabile ed esposto allo sguardo di un'altra persona. Se non prova un acuto imbarazzo, una "consapevolezza" di essere guardato dagli altri, vuol dire soltanto che ha temporaneamente evitato il manifestarsi dell'ansia, e ciò con due possibili modi: o ha trasformato in og­getto l'altra persona, spersonalizzando quindi i suoi sentimenti nei suoi confronti, o ha assunto un'aria indifferente» [3]. E ancora: «essere un oggetto agli occhi di qualcuno non rappresenta, per la persona "normale", un pericolo spaventoso. Ma per l'individuo schizoide ogni paio di occhi di un suo simile significa una testa di Medusa, dotata del potere effettivo di uccidere e spegnere quel po' di vita che è in lui. Egli cerca perciò di prevenire la sua pie­trificazione pietrificando gli altri, e gli pare, così facendo, di poter raggiungere una certa sicurezza» [4].

Va detto tuttavia che lo stesso Laing, in definitiva, sembra piut­tosto restio a parlare di una normalità standardizzata e le sue stesse esperienze cliniche vanno piuttosto nel senso di mettere in crisi, anche sotto questo profilo, le tesi classiche della psichiatria. E' nota peraltro la collaborazione tra Ronaid Laing e David Cooper, autore quest'ultimo, tra l'altro, di Psychiatry and Anti-Psychiatry, (Tavistock, Lon­dra, 1967), un’opera che tutto è tranne un riconoscimento della tradizione psichiatrica e della sua concezione di normalità.

L'influenza di Sartre è inoltre visibile nella descrizione che Laing fa della condizione schizofrenica, sia dal punto di vista del paziente, sia dal punto di vista del mondo nel quale il paziente vive: «Ma se una persona non agisce nella realtà, ma solo nella fantasia, diviene essa stessa irreale. Il "mondo" affettivo di questa persona si immiserisce e si dissecca; la "realtà" del mondo fisico e delle altre persone cessa di essere usata come palestra per l'esercizio creativo dell'immaginazione, e perciò perde sempre più il suo stesso significato. La fantasia, non essendo né immersa in qualche misura nella realtà, né ricevendo iniezioni di "realtà" che possano arricchirla, si svuota e si volati­lizza sempre più. E l'io, la cui relazione con la realtà è già tenue, perde sempre più il suo carattere reale e ne acquista uno sempre più fantastico, occupato com'è sempre di più in rapporti fantastici con i suoi fantasmi (immagini)»[5]

Come pure la spiegazione che il Laing da del fenomeno allucinatorio, in quanto questo consiste nella confusione che interviene a livello del rapporto io-non io, rivela chiaramente la matrice sartriana. Così Laing descrive l'esperienza di una allucinata: «Insieme con la tendenza a percepire aspetti del suo essere come dei non-lei, si aveva un'incapacità di discriminare fra ciò che «oggettivamente» era lei o non-lei. Questo è semplicemente l'altro aspetto della man­canza di una frontiera ontologica generale. Per esempio la paziente poteva credere che le gocce di pioggia che le cadevano sul viso fossero le sue lacrime» [6].

La ricerca degli influssi sartriani nella psichiatria di Laing po­trebbe continuare a lungo: mi limito a riportare ciò che lo stesso Laing riferisce esplicitamente come contributo di Sartre o ciò che sottintende chiaramente il discorso sartriano.

Per il comportamento elusivo, che è una manovra del soggetto, mediante simulazione, tendente a modificare la propria posizione originaria verso se stessi e/o gli altri e le cose [7], Laing richiama come esemplificativi due comportamenti di malafede descritti da Sartre in L'Etre et le Néant: il cameriere che gioca ad essere cameriere e la ragazza che seduta al caffè con un uomo discute con lui della teoria platonica dell'amore e che improvvisamente si sente prendere una mano dal suo interlocutore[8].

Per il comportamento collusivo, che è una manovra interpersonale «in cui ciascuno gioca volontariamente al gioco altrui, magari senza rendersene completamente conto»[9], Laing si richiama alla situazione descritta da Sartre nella pièce Huis Clos.

Infine, per la relazione amorosa che, in un certo senso, è la comunicazione più completa tra l'io e l'altro, Laing può scrivere sulla scia di Sartre: «Nessuna teoria dei rapporti fra uomo e donna, per esempio, può consentire che si trascuri il fatto che ciascuno non cerca nell'altro solo un oggetto dal quale possa ottenere gra­tificazione, ma anche una persona da gratificare, che l'uomo e la donna ricercano nell'altro, in una relazione amorosa, non solo un mero oggetto grazie al quale possano raggiungere, più o meno sin­ceramente, lo stato di tumescenza e detumescenza, ma una esperienza unitaria, fisicamente intima ed eccitante, dalla quale ciascuno possa trarre la consapevolezza non solo di possedere il mondo intero attraverso il possesso dell'altro, ma anche quella di costituire, se pure per pochi istanti, il mondo intero  per l’altro»[10].Laing utilizza poi questa analisi per mostrare come la mag­gior parte dei soggetti si sforzi «di occupare il primo posto, se non l'unico posto di rilievo, nello schema del mondo di almeno un'altra persona» [11] sino agli eccessi del paranoide, per il quale non si tratta più di vivere nel proprio mondo, ma «per proiezione magica nel mondo degli altri» [12].

sergio magaldi

 

 

 



[1] Cfr. H. Ishiguro, L'immaginazione in AA.V.V., Filosofia analitica in-glese, Lerici, Roma, 1967, p. 192.

 

[2] Cfr. R.D. Laing, L'io diviso, Einaudi, Torino, 1969, p. 56.

[3] Ibidem, p. 87.

[4] Ibidem, pp. 87-88.

[5]  R. Laing, op. cit., pp. 97-98.

[6] Ibidem, p. 222.

[7]  Cfr. R.D. Laing, L'io e gli altri. Sansoni, Firenze, 1969, p. 44.

[8]  Cfr. J.P. Sartre, L'essere e il nulla, II Saggiatore, Milano, 1964, p. 100 e 95-96 e R.D. Laing, L'io e gli altri, pp. 42-46.

 

 

[9] Cfr. R.D. Laing, L'io e gli altri, p. 126.

[10] Ibidem, p. 159 (Cfr. J.P. Sartre, L'essere e il nulla,trad.it., p. 453).

[11] Ibidem.

 

[12] Ibidem, p.160


lunedì 15 aprile 2024

La tradizione celtica nei romanzi di Orio Giorgio Stirpe – Druidi, Bardi...




“DOPO ROMA” è un progetto di Orio Giorgio Stirpe per raccontare – tra storia e leggenda – i cosiddetti “secoli bui” che seguirono la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.). Due cicli narrativi indipendenti e tuttavia connessi tra loro che hanno come protagonisti rispettivamente il soldato romano Marco Valerio e l’elfa Deirdre d’Armorica, nata cioè nella regione costiera a nord dell’antica Gallia. Ed è proprio attraverso la narrazione delle avventure della giovane guerriera celtica che una tradizione – peraltro mai scomparsa del tutto – viene riportata alla luce soprattutto nei suoi momenti salienti caratterizzati dalle quattro grandi feste del fuoco: Samhain, Capodanno dei Celti che, “mutatis mutandis”, ricorda da vicino – e non solo per la data – la “nostra” Halloween. Imbolc, la festa degli inizi di febbraio che annuncia già il prossimo avvento della primavera. Beltane che è la festa della vita e della fertilità e che rappresenta, nel mese di maggio, il culmine della primavera. E infine Lughnasad che nella pienezza dell’estate celebra il momento fondamentale del raccolto.

mercoledì 27 marzo 2024

Le quattro libertà fondamentali – Per un Mondo come ‘dovrebbe essere’




Le quattro libertà sono quelle proclamate il 6 gennaio 1941 dal 32° Presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt ai membri del Settantasettesimo Congresso appena costituitosi. Sono le stesse libertà che saranno fatte proprie dalla Costituzione Italiana sette anni dopo (1 gennaio 1948). Intervenendo, mentre in Europa infuria la Seconda Guerra Mondiale, il Presidente Roosevelt - dopo aver rassicurato le democrazie occidentali che gli americani impiegheranno tutte le proprie energie e tutti i propri mezzi per riconquistare e mantenere le libertà perdute - annuncia per l’immediato futuro “un mondo fondato su quattro libertà umane essenziali”: libertà di parola e di espressione, libertà religiosa, libertà dal bisogno e libertà dalla paura, intesa quest’ultima non solo come impegno a combattere la violenza all’interno di uno stato ma come il fermo proposito di ridurre gli armamenti in tutto il mondo a un tale punto da scoraggiare atti di aggressione di una nazione sulle altre.

domenica 24 marzo 2024

RILEGGERE SARTRE (P.6a: Sartre e il maggio francese)


 

Circa un anno fa, Riccardo De Benedetti su Avvenire si poneva un interrogativo a cui dava subito una risposta: “Che cosa resta di Sartre? Poco, ma decisivo”.

Sartre – osserva l’autore dell’articolo – è sempre stato in “situazione”, con ciò intendendo dire che egli ha quasi ininterrottamente inteso rappresentare il proprio tempo e quello della società e del mondo in cui viveva. È  certamente vero, almeno sino al maggio francese. E proprio per questo – continua l’autore – Sartre ha finito col pagare con la dimenticanza o addirittura con l’oblio. Vero anche questo, ma bisogna tener conto del fallimento politico della rivoluzione che avrebbe dovuto portare “l’immaginazione al potere” e che invece ha realizzato il successo di quanti speravano di sbarazzarsi una volta per tutte della lotta politica, limitandola al terrorismo più o meno compiacente e preparando, attraverso la liberazione del costume e dei consumi, l’avvento della globalizzazione, del cosiddetto capitalismo della sorveglianza e dell’era tecnologica.

A questo punto, conviene chiedersi con De Benedetti se non sia venuto il momento di rileggere Sartre, tenuto conto che, come dice, “alla sovrabbondanza della tecnica corrisponde un diminuire, sin quasi alla scomparsa, dell’uomo”.

Il “poco” che resta di Sartre è dunque una riflessione sul significato dell’esistenza in un mondo che ha finito per relegare l’essere umano ai margini della Storia. L’occasione è offerta, e direi non solo, da una nuova edizione de L’essere e il nulla proposta di recente dal Saggiatore per festeggiare gli ottanta anni dalla sua pubblicazione (1943-2023).

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Per una rilettura, il più possibile completa, di Sartre ripropongo di seguito in sette post la relazione, con opportune modifiche, a suo tempo presentata per un convegno di filosofia.

Per quanto si riferisce “all’ultimo Sartre” e alle polemiche accese dai suoi scritti più recenti, suggerisco il post: 

 https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2019/08/le-ultime-interviste-di-sartre-lespoir.html

 

Si vedano ancora, su Sartre in generale, i video youtube seguenti:

 

 https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2022/03/zibaldone-online-n-23-280322-sartre.html

 

https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2022/04/zibaldone-online-n-24-04-04-22-sartre.html

 

 https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2022/04/zibaldone-online-n-25-11-04-22-sartre.html

 

 

RASSEGNA STAMPA sulla nuova edizione di  L’essere e il nulla, pubblicato da Il Saggiatore il 19 febbraio 2023

 

La riscossa esistenzialista

il manifesto

07 maggio 2023

 

Un'esistenza che precede l'essenza

Il Sole 24 Ore

05 marzo 2023

 

Che cosa resta di Sartre? Poco, ma decisivo

Avvenire

19 febbraio 2023

 

Una nuova veste per "L' essere e il nulla" di Jean-Paul Sartre

Critica Letteraria

18 febbraio 2023

 

Siamo condannati alla libertà.

la Repubblica

25 gennaio 2023

 

 SEGUE DA:

 https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2024/02/rileggere-sartre-p5a-sartre-nella.html

 

 https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2024/01/rileggere-sartre-p4a-sartre-nella.html

 

 https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2024/01/rileggere-sartre-p3a-sartre-nel-teatro.html


https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2024/01/rileggere-sartre-p2a-sarte-filosofo.html


https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2024/01/rileggere-sartre-p-1a-sartre-narratore.html



Sartre e il Maggio francese

Come è stato giustamente osservato, né «dai rapporti di produzione assunti solo come ambito oggettivo di relazioni» né «dalla negazione della temporizzazione sembra possibile giungere alla spiegazione di un evento la cui dinamica è risultata sostanzial­mente fondata sopra la interiorizzazione del futuro»[1]

Althusserismo e strutturalismo — benché quest'ultimo si pro­ponga soltanto come una metodologia delle scienze umane — ap­paiono inadeguati come discorso complessivo a reggere il confronto con la nuova Weltanschauung che il maggio, come affermazione dialettica della lotta di classe, imprevedibile secondo una pura analisi strutturale, è in grado di offrire. In questo senso taluni han­no parlato della rivoluzione di maggio come di una rivoluzione sartriana.

Ciò che, forse, non è nelle intenzioni e nelle dichiarazioni degli studenti [2], ma se si può parlare di una filosofia» del maggio, questa — si è osservato — è la filosofia di Sartre; per spiegare l'esplosione rivoluzionaria del maggio non c'è bisogno di ricorrere a Marx o a Marcuse. Una filosofia che lo strutturalismo si era affrettato a sotterrare aveva profetizzato il maggio francese otto anni prima, e questa era la filosofia di Jean Paul Sartre [3]:

«Sartre ha descritto dap­prima nel suo libro le forme passive, anonime dove gli individui sono alienati — è cioè che egli chiama il «pratico inerte» — poi egli ha mostrato come un gruppo introduce la negazione della storia e si forgia da se stesso invece di essere forgiato, s'inventa in rottura con questa società passiva ed anonima, che un sociologo americano chiamava nelle medesime circostanze «la folla solitaria». Gli studenti che hanno fatto scoppiare la rivoluzione della primavera del '68 erano formati, se non a questa seconda filosofia sartriana, almeno a un pensiero dialettico della storia. Maggio '68, è l’insur­rezione d'una negazione «selvaggia» nella storia. L'incursione della libertà «sartriana», non della libertà dell'individuo isolato, ma la libertà creatrice dei gruppi [4].

Così, non si tratta tanto di riconoscere a Sartre il merito di moralizzatore della lotta politica rivoluzionaria, come pure osserva efficacemente Rossana Rossanda: «L'impegno politico di Sartre è una lezione di moralità politica rivoluzionaria. La sola che a un intellet­tuale, nelle condizioni di separatezza e negli anni vissuti da Sartre, fosse consentito di sperimentare e trasmettere. Ogni altra scelta sarebbe ricaduta nell'opportunismo: o quello di chi, con vari alibi, s'è venuto staccando da un rapporto diretto, per disperato che fosse, col movimento operaio, o quello di chi si sente assolto dal pensare e ripensare per avere aderito al partito comunista. Sartre insegna a non contentarsi: la sua intransigenza si esprime nel bisogno inacquietato di verificare volta a volta quale è, dove si trova il fronte di classe, e là collocarsi, insieme libero e solidale. Nel rifiutare dele­ghe o discipline, ma nel cercare uno schieramento, intendere i bisogni e i doveri. Nel rifiutare i tatticismi, ma nel cercare una unità. Nell'intendere insomma il fare politico come una rimessa in questione permanente di sé, saper ricominciare daccapo, ricostruire a ogni passo senza residui un im­pegno. Difficile separare le sue "impasses" e i suoi fallimenti da quelli di tutta la sinistra rivoluzionaria da quarant'anni a questa parte; speranze e sconfitte della rivoluzione occidentale hanno in lui, come in pochi altri, non un testimone o uno storico, ma un punto singolare di precipitazione, sono diventate una vita che tempestosamente le ha precorse e riflesse»[5].

Si tratta piuttosto quanto, senza che si possa parlare di identificazione tra ideologia sartriana e ideologia dei «gruppi», di sottolineare come il pensiero sartriano — in quanto tentativo storicamente fondato di «soggettivizzare» il marxismo — rappresenti, per entro il materialismo dialettico, l'unica alternativa al marxismo ortodosso, sia in pro­spettiva rivoluzionaria, sia per la critica del potere socialista nelle forme storicamente esistenti.

S E G U E

 

sergio magaldi



[1] Cfr. P.A. Rovatti, Sartre e il marxismo strutturalistico, in Aut Aut n.136-137, luglio-ottobre 1973.



[2] Cfr. Les animateurs parlent in La Révolte étudiante, Seuil, Parìs, 1968.

 

[3]  Cfr. Epistemon, Ces idées qui ont ébranlé la France, Fayard, Paris, 1968, p. 76.

 

[4] Le. Monde, 30 novembre 1968.

[5]R. Rossanda, Sartre e la pratica politica, in Aut Aut n. cit., p. 40