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martedì 17 gennaio 2023

MUSSOLINI SOCIALISTA (parte I)




In questa prima puntata del 2023 dello Zibaldone, Sergio Magaldi ci propone un’analisi retrospettiva del Mussolini degli inizi, del suo esordio politico nel Partito Socialista. Per quanto tema noto e su cui tanto è stato scritto, Sergio Magaldi coglie l’occasione del Centenario della Marcia su Roma, dello scorso ottobre, per ripercorrere, in tre puntate, gli inizi dell’impegno politico e gli esiti storici noti, proponendoci un percorso tra documenti testuali e personaggi storici coevi, dibattito politico e cronaca del tempo. A cura di Sergio Magaldi. Conducono Marco Moiso e Massimo Porcedda

domenica 30 ottobre 2022

GIORGIA MELONI E LE BUONE INTENZIONI...


 

 Qualche sera fa, a Otto e Mezzo, Lucio Caracciolo, direttore di Limes, in merito alle dichiarazioni programmatiche di Giorgia Meloni, faceva un’osservazione, scontata finché si vuole ma pur sempre vera: un conto sono le parole, un altro sono i fatti…

Come a voler dire che il cammino del nuovo governo, almeno a parole, può anche essere lastricato di buone intenzioni, ma che poi bisogna vedere cosa farà realmente.

È così? Le proposte di Giorgia Meloni sono davvero “buone”? Vediamo:

 

1)    Riforma costituzionale e in particolare introduzione del presidenzialismo o magari del semipresidenzialismo alla francese. Un bene per il Paese o, come preferisce dire la Meloni, per la Nazione? Resta da vedere quali siano queste riforme, quanto al semipresidenzialismo alla francese - basato sull’elezione a doppio turno del Presidente della Repubblica e su un Primo Ministro da questi nominato in base alla maggioranza parlamentare - occorre segnalare tre aspetti: il primo denota l’altruismo (o l’ingenuità) della Meloni che non può ignorare che l’elezione a doppio turno del Presidente (solo in apparenza simile a quella di un sindaco) favorisce il candidato di centro escludendo, come peraltro è sempre avvenuto in Francia e non solo, i candidati alternativi di destra e di sinistra. Il secondo aspetto parla di una diarchia dell’esecutivo inutile quando non è pericolosa. Inutile, se il Primo Ministro è espressione della stessa maggioranza che ha portato all’elezione del Presidente della Repubblica (quanti sanno che dal 16 maggio di quest’anno Presidente del Consiglio francese o Primo Ministro è Elisabeth Borne, dello stesso partito di Macron? E non è la prima volta di una donna in questa carica, come in Italia, anche se sono ormai passati 31 anni dall’ultima volta). Pericolosa, quando la maggioranza parlamentare sia diversa da quella che ha portato all’elezione del Presidente. Il terzo aspetto riguarda in particolare l’esperienza italiana. I padri costituenti vollero evitare il pericolo dell’uomo solo al comando per effetto di plebisciti e per questo dettero la preferenza alla Repubblica Parlamentare.

2)    Autonomia differenziata, sempre tuttavia coniugata con elementi di “sussidiarietà e di solidarietà”. Un riconoscimento alle esigenze della Lega, certamente, ma che poco si concilia con il tradizionale “spirito nazionale” di Fratelli d’Italia: diversi elettori consultati sul perché della loro appartenenza al partito hanno dato la stessa risposta: “siamo patrioti”. Il che rende difficile e pericolosamente divisiva, già nelle intenzioni, la sua reale applicazione.

3)    Sovranità alimentare, natalità, e merito. I titoli aggiunti ai nomi di alcuni ministeri. Se il significato di sovranità alimentare è nella difesa del “made in Italy”, più che di una buona intenzione, mi sembra trattarsi  di un diritto-dovere del governo italiano che però deve fare i conti con le delibere dell’Unione Europea. Come pure, se l’incremento della natalità è un auspicio, non possiamo che prenderne atto positivamente, ma se diventa uno strumento per elargire bonus, come nel cosiddetto “ventennio”, non mi sembra un’idea geniale. Quanto al merito, aggiunto alla denominazione del Ministero della Pubblica Istruzione, ne andava più che mai chiarito il senso, onde evitare l’inutile “piagnucolio” dell’opposizione (con l’eccezione di Renzi).

4)    Reddito di cittadinanza. Qui è guerra aperta con il Movimento Cinquestelle che ne ha fatto uno strumento di “rinascita elettorale”. Una buona intenzione la sua soppressione e/o riforma? Dipende, ma se il governo tirerà troppo la corda, lo scontro sociale potrebbe farsi incontrollato.

5)    Riforma fiscale, Flat Tax da 65.000 a 100.000 Euro sulle partite IVA e Flat Tax incrementale. Premesso che la revisione delle aliquote IRPEF attende ancora di veder realizzate le promesse dei governi Berlusconi e di quelli di centrosinistra, il PNRR pone la riforma fiscale come una delle condizioni per accedere al credito europeo. Riforma che non può esaurirsi nell’individuazione del “Quoziente familiare” e nella Flat Tax più o meno incrementata che porta alla solita discriminazione, tramite bonus, dei cittadini. Senza la revisione delle aliquote IRPEF per tutti non c’è riforma fiscale ma il solito clientelismo. Nulla la Meloni ha detto su questo.

6)    Bollette luce e gas. Si è solo appreso che il governo interverrà per alleggerire il carico di imprese e famiglie. Sul come, neanche una parola. Chiaro invece il discorso che per tutte le altre misure a vantaggio dei cittadini (o di loro corporazioni) si dovranno attendere tempi migliori.

7)    Blocco partenza dei barconi di migranti dal Nord Africa. Più che valutare se si tratti di una buona o cattiva idea, mi sembra di poter dire che è un’utopia.

8)    Covid. Poche parole per dire che non ha condiviso la politica del governo precedente. Sarebbe stato auspicabile l’annuncio della soppressione delle multe per i non-vaccinati.

9)    Lotta alla criminalità organizzata. E qui bisogna riconoscere alla Meloni molta determinazione, naturalmente però neppure un accenno sul come renderla effettiva.

10)Legalità e certezza della pena. Detta così può sembrare persino una buona idea, purché non si risolva in “accanimento giudiziario”.

11)Fascismo. La Meloni si limita a dire di non avere simpatia per i totalitarismi e dunque anche per il fascismo. Nulla dice sul fascismo mussoliniano ma, come ebbe ad esprimersi in altre occasioni, c’è da ritenere che lo “consegni alla Storia”, il che poi, a prima vista, non significa molto, almeno che non nasconda il detto adusato e inquietante che “la Storia la scrivono i vincitori”. Insomma, nulla di troppo distante da quanto ha sostenuto Ignazio Benito La Russa, nel discorso di insediamento come Presidente del Senato: evolversi, senza tradire e senza ripudiare. Sincera, per contro, appare la sua condanna delle Leggi Razziali (o “razziste” come ebbe a dire giustamente la senatrice Liliana Segre in apertura dei lavori parlamentari).

12)Antifascismo.  Il termine le esce di bocca una sola volta per ricordare chi facendosene scudo colpiva con la chiave inglese gli avversari! Neppure una parola sulla Resistenza. Il che, tuttavia, non deve sorprendere. Pretendere che Fratelli d’Italia sconfessi apertamente le proprie origini mi sembra eccessivo e anche un po’ ipocrita. Il partito viene dal Movimento Sociale Italiano (di cui conserva nel simbolo la fiamma tricolore) fondato nel 1946 da militanti e dirigenti della Repubblica Sociale Italiana e nonostante la Costituzione Italiana si proclami antifascista non fu mai messo al bando, probabilmente per ragioni di convenienza di altri partiti politici, sinistra compresa. Detto ciò, appare oggi pretestuoso pretendere da Fratelli d’Italia condanne postume eccessive, tanto più che la maggioranza dei cittadini italiani votanti (chi non ha votato, oggi non può recriminare e del resto la percentuale di votanti in Italia è in linea con le percentuali di tutte le democrazie occidentali) ha dato il primato proprio agli eredi del Movimento Sociale: a) o non conoscendone le origini b) o non ritenendole influenti c) o manifestando nostalgia del lontano passato. Dal suo punto di vista, dunque, Fratelli d’Italia fa bene a lasciare nel proprio simbolo la fiamma tricolore.

 

Tutto ciò premesso, non mi pare si possa dire che le intenzioni programmatiche di Giorgia Meloni siano buone in sé, prescindendo poi dal fatto che siano realizzate o meno. In realtà, non sono né buone né cattive, possono cioè piacere ad alcuni e dispiacere ad altri, tutto qui. Quel che mi sembra di poter dire è che, almeno per ora, sono in linea con l’Establishment, così come lo erano quando governavano il PD e i Cinquestelle. L’unico vero argomento in favore della Meloni, tuttavia, mi sembra il suo essere donna, la sua determinazione, la sincerità del suo impegno e il suo dichiarato pragmatismo. Se da ciò ne trarranno vantaggio gli italiani e non solo l’astratto “prestigio della Nazione”, non potremo che gioirne tutti.

 

sergio magaldi


mercoledì 28 settembre 2022

PROCESSI MEDIATICI DOPO IL VOTO


 

 

  Con le elezioni del 25 settembre si conclude il “gioco” con cui l’Establishment, coadiuvato da media e social, ormai da qualche anno, utilizza Giorgia Meloni in contrapposizione a Matteo Salvini.

Preso atto dell’onda lunga del Centrodestra, della decadenza dei Cinquestelle, dell’inadeguatezza del Centrosinistra e della continua voglia di cambiamento degli italiani, sempre pronti, dopo la fine della Prima Repubblica – quando il voto era praticamente cristallizzato – a ricercare illusoriamente un capo credibile cui affidare le proprie sorti e quelle di un Paese sempre più alla deriva (dopo Berlusconi, Renzi, Grillo-Conte-Di Maio, e Salvini), l’Establishment ha pensato bene, per scongiurare il pericolo Salvini, di puntare su Giorgia Meloni, facendola apparire umile, coerente e più rassicurante anche se all’opposizione, a differenza del capo della Lega al governo, giudicato presuntuoso, tracotante e pericoloso per l’ordine costituito. Non si può negare che lo stesso Salvini abbia dato una mano in questo senso, cadendo innanzi tutto ingenuamente nel tranello del Papeete, ma prima ancora armeggiando in pubblico con santini e coroncine che non hanno contribuito certo a dare di lui il volto di uno statista. L’altra mano l’ha data la pandemia e la fine dell’austerità in Europa: se infatti avesse potuto prevedere che di lì a breve si sarebbero aperti i cordoni della borsa, difficilmente Salvini avrebbe piantato in asso il governo gialloverde.

Quanto alla prova di responsabilità che la Lega ha dato nel permettere il varo del governo Draghi, appare chiaro come gli italiani, e non solo quelli tradizionalmente di centrodestra, non l’abbiano apprezzata. L’appiattimento sui decreti sanitari di Speranza, le mance distribuite a destra e manca senza risolvere la questione della perdita del lavoro da parte di molti italiani per effetto del lockdown e di una forsennata campagna vaccinale, hanno progressivamente agevolato il disegno di ingrassare nelle file del Centrodestra l’unico partito di opposizione.

Occorre d’altra parte riflettere che il Centrodestra non avrebbe mai ottenuto una maggioranza netta, come quella che ha avuto, senza lo “sfondamento emotivo” di uno dei partiti della coalizione. E quale poteva essere questo partito? Non Forza Italia che ormai quasi sembrava lottare per la sopravvivenza, non la Lega di Salvini che il suo di sfondamento l’aveva avuto già nelle elezioni europee di tre anni prima, raggiungendo una percentuale di oltre il 34%. L’unico partito in grado di “sfondare” era Fratelli d’Italia, l’unico di opposizione e l’unico guidato da una donna: una novità che per uno strano paradosso ha certamente contribuito al successo. Una donna sicuramente intrepida che non si è minimamente preoccupata di cancellare dal simbolo del partito la fiamma tricolore del vecchio Movimento Sociale Italiano. Un fattore che, soprattutto nell’attuale contingenza, può aver avuto un certo peso nell’elettorato più anziano e nostalgico, tanto più che esattamente tra un mese, per le strane coincidenze della Storia, ricorrerà il centenario della Marcia su Roma.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole: il Centrodestra non ha aumentato i suoi voti rispetto al 2018: poco più di 12 milioni come allora, ma diversamente ripartiti se è vero – come sostiene la statistica – che a Fratelli d’Italia è andato circa il 40% del voto leghista. In altri termini, dopo l’exploit di Forza Italia e della Lega, anche il terzo partito della coalizione ha infine avuto il suo!

L’ipocrisia di regime nei suoi Talk Show rende a Letta il doppio merito di aver anticipato le sue dimissioni per il deludente risultato elettorale e al tempo stesso di traghettare il partito sino alla celebrazione del Congresso, condanna invece esplicitamente Matteo Salvini che, nonostante la magra percentuale di voti raggiunta (circa il 9%), non parla di dimissioni dalla segreteria della Lega ma addirittura rilancia.

Esemplificativo al riguardo il giudizio espresso ieri a Tagadà da Claudio Martelli, l’antico delfino di Craxi, che in look di reverendo afferma incredibilmente: “Letta ha annunciato le proprie dimissioni perché è una persona onesta”, lasciando intendere che chi non ha fatto altrettanto, pur essendo tenuto moralmente a farlo, onesto non è.

Dopo il processo della magistratura si consuma così anche l’ennesimo processo mediatico contro Salvini, messo in discussione dallo stesso nucleo storico della Lega, Maroni in testa, con Castelli che parla di lui come di “un leader usa e getta”, ancorché il Consiglio Federale, riunito in gran fretta in via Bellerio a Milano, gli rinnovi momentaneamente la fiducia e lo candidi per un ministero “pesante”. Ma la tentazione, neppure taciuta, per bocca di Speroni, è quella del ritorno alla Padania, dimenticando che Salvini ha preso la Lega a meno del 4% e l’ha portata sino oltre il 34% delle elezioni europee e a più del 17% delle ultime elezioni politiche, l’ha fatta cioè uscire dal ghetto regionale, trasformandola in un partito nazionale, mostrando altresì in questa occasione – pur nel calo dei voti per i motivi sopra esposti –  una notevole capacità di trattare con gli alleati, tant’è che per numero di parlamentari eletti – il solo numero che conta con queste percentuali di voto che salgono e scendono freneticamente un po’ per tutti i partiti – la Lega si colloca al terzo posto, appena poco al di sotto del Pd che pure vanta un numero doppio di voti. Va infatti chiarito che questa apparentemente bizzarra attribuzione di seggi non dipende solo dalla legge elettorale ma dalla complessa trattativa tra i partiti delle coalizioni per decidere le candidature nei collegi uninominali.

Salvini deve ora mostrare di non essere ingenuo e di saper tener duro, nonostante i processi di ogni genere, deve cioè saper trattare per sé un ministero davvero “pesante” che non può consistere in una vicepresidenza del Consiglio, magari insieme a Tajani, o addirittura nel ruolo istituzionale di presidente del Senato che, pur essendo la seconda carica dello Stato, lo relegherebbe forse definitivamente nella soffitta della politica con grande soddisfazione di “amici” e nemici.

 sergio magaldi

 

sabato 23 luglio 2022

DRAGHI E LA DEMOCRAZIA

 




 IL GOVERNO DELLE “LARGHE INTESE” DI MARIO DRAGHI CADE NELLA TRAPPOLA COSTRUITA CON LE SUE STESSE MANI

 

  La caduta del governo Draghi era prevedibile sin dallo scorso 29 gennaio, quando alla Presidenza della Repubblica fu rieletto Sergio Mattarella. In un post di tre giorni prima avevo scritto tra l’altro:

 «[…]per il Presidente del Consiglio si configura sempre di più “la missione” di restare a Palazzo Chigi – come si sente ripetere da più parti – “per il bene del Paese”. Una maniera ipocrita per farlo fuori da tutto, restituendo la sovranità ad una classe politica che sembra avere il complesso del nano di fronte al gigante. Draghi al Quirinale è il solo italiano in grado di offrire sette anni di garanzia all’Europa e al mondo, Draghi a Palazzo Chigi, a capo di un governo che al massimo può avere otto mesi di vita è poco più di una presa in giro. Perché otto mesi? Perché dopo il 24 settembre di quest’anno verranno meno le ragioni che oggi impediscono lo scioglimento anticipato delle Camere: i parlamentari al primo mandato (e sono tanti in questo Parlamento!) avranno infatti (con quattro anni, sei mesi e un giorno) maturato il diritto alla pensione. A quel punto, la maggioranza si scioglierà come neve al sole e i partiti si dedicheranno alla campagna elettorale per le elezioni politiche del 2023» (post del 26 gennaio 2022: “Quirinal Show:la guerra delle due rose”).

Ciò che dimenticai di precisare allora fu che la durata del governo poteva esaurirsi ben prima del 24 settembre. Infatti, i parlamentari restano in carica sino all’insediamento del nuovo Parlamento per il quale occorrono come minimo 80 giorni dal giorno dello scioglimento anticipato delle Camere. Dunque, alla data del 14 luglio (prime dimissioni di Draghi) gli onorevoli di primo mandato erano praticamente certi, già da circa una settimana, di raggiungere i 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio, “scavallando” la fatidica data del 24 settembre.

Ciò premesso, ogni altro motivo che si voglia aggiungere per spiegare la caduta del governo deve collocarsi nell’ambito della ragione principale determinatasi  il 29 gennaio con l’elezione del Presidente della Repubblica: era impensabile che i partiti della cosiddetta unità nazionale rinunciassero alla propria autonomia sino alla scadenza naturale della legislatura, mentre Fratelli d’Italia, unico partito di opposizione, continuava ad “ingrossarsi” nei sondaggi.

 

Il partito di Conte e quello di Di Maio

 Il Movimento Cinque Stelle, secondo i calcoli di Conte, non aveva altro modo per fermare l’emorragia di voti e di parlamentari: andare alle elezioni prima possibile per impedire che Di Maio abbia il tempo di organizzare una forza politica in grado di competere sul piano elettorale ai danni di quello che resta del Movimento. Tutto ciò anche nella speranza di riguadagnare consensi in quella parte dell’opinione pubblica scontenta (da sinistra?!) della politica di Draghi, sia per quanto riguarda la guerra in Ucraina, sia per la critica delle misure che il M5S rivendica come fiore all’occhiello: il Reddito di cittadinanza e il Superbonus.

 

La “stanchezza” di Draghi

Già deluso dal Parlamento per la mancata elezione al Colle, Draghi ha dovuto, con il trascorrere dei giorni, sopportare i continui bisticci tra i partiti e rispondere alle persistenti critiche che gli venivano rivolte da esponenti della sua stessa maggioranza. A tale proposito, del tutto inascoltata la sua precisazione in ordine alla cattiva gestione dei due provvedimenti sopra menzionati di cui pure ha ribadito la validità. È un fatto che il reddito di cittadinanza sia andato a persone che non ne avevano diritto e che, allo stato, finisca anche col pregiudicare i cosiddetti lavori stagionali. Ed è altrettanto vero che il superbonus, così come è stato concepito, abbia causato frodi a non finire, con il risultato che le banche hanno ormai chiuso i rubinetti del credito, minacciando di gettare sul lastrico imprese e privati cittadini. Ci può stare, dunque, una certa stanchezza del premier nel continuare a gestire “il caso Italia”, come pure una eventuale sollecitazione a riservare le proprie energie in vista di un nuovo incarico di prestigio internazionale.

 

Le “determinazioni” di Draghi

Ciò che si comprende meno del Presidente del Consiglio è il comportamento tenuto dal suo governo che ha voluto collegare l’approvazione del Decreto Aiuti al voto di fiducia ben sapendo che il M5S non avrebbe approvato un decreto nel quale si contemplava un inceneritore per Roma. Perché poi inserire la drammatica questione dei rifiuti all’interno di un decreto “altro” e sul quale per giunta si poneva la fiducia al governo? Nonostante tutto, i Cinquestelle non hanno votato contro, limitandosi ad uscire dall’aula al momento del voto.

Più di una perplessità suscitano anche le motivazioni addotte da Draghi per giustificare le sue “prime” dimissioni, quelle presentate in gran fretta al Capo dello Stato dopo l’esito del voto del 14 luglio al Senato sul Decreto Aiuti, dove pure aveva ottenuto una fiducia quasi “bulgara” con 172 sì e 39 no. Il Presidente del Consiglio si è richiamato a questioni di correttezza istituzionale e di democrazia. Non essendo un Capo di Governo eletto, il suo incarico a Palazzo Chigi si giustificava solo come Capo di un Governo del Presidente della Repubblica e con una maggioranza di unità nazionale (non tutti, però, mancando Fratelli d’Italia).

Per la verità, Draghi è il settimo Presidente del Consiglio non eletto, dopo Ciampi, Dini, Amato, Monti, Renzi e Conte, i quali peraltro non sempre hanno governato con maggioranze di unità nazionale e addirittura l’ultimo (Conte), prima di Draghi, ha guidato senza soluzione di continuità governi con maggioranze alternative: prima quella gialloverde (M5S e Lega) e subito dopo quella giallorossa (M5S e PD).

Un governo di unità nazionale è un governo che non  ha opposizioni e dunque Draghi dirigeva un esecutivo non già di unità nazionale ma di “larghe intese”, una denominazione peraltro ricorrente nel panorama politico italiano. Ora, considerando che il M5S alla data del 14 luglio non era più lo stesso che aveva votato la fiducia a Draghi, per la scissione di Di Maio e la fuoriuscita di circa sessanta parlamentari e che lo stesso M5S il 14 luglio non ha votato la sfiducia ma si è limitato ad uscire dall’aula, non si comprendono le ragioni di Draghi se non facendo delle ipotesi: a) Draghi era davvero “stanco” delle continue diatribe tra i partiti della sua maggioranza. Anche se ciò resta difficile da capire in un personaggio di statura internazionale che si è trovato a gestire e risolvere ben altri contrasti, b) Draghi ha un concetto della democrazia molto particolare: se per un verso si richiama al fatto di non essere stato eletto dal popolo sovrano – smentendo la stessa tradizione italiana che in condizioni di particolare criticità per la Repubblica ha fatto ricorso, come si ricordava sopra, a presidenti del consiglio non eletti ma di particolare prestigio (con l’eccezione di Conte, designato dal partito di maggioranza relativa delle ultime elezioni politiche) con l’allargamento semmai del concetto di democrazia parlamentare – dall’altro sembra infastidito dalla dialettica politica, inevitabilmente sempre più vivace in prossimità di nuove elezioni, c) Draghi non ha valutato politicamente che la scissione all’interno del M5S gli offriva l’opportunità di continuare a governare il Paese più o meno con la stessa maggioranza di prima e in virtù forse di una certa aristocratica permalosità ha preferito gettare la spugna, anche considerando che tra alcuni mesi avrebbe dovuto comunque lasciare per la fine naturale della legislatura. Così, preferisce andarsene prima sulla scia di una malintesa (?) purezza istituzionale. Le tre ipotesi formulate, naturalmente, non ne escludono altre.

 sergio magaldi


mercoledì 26 gennaio 2022

QUIRINAL SHOW: la guerra delle due rose


 

 Al terzo giorno di esibizione della politica, è previsto per oggi l’allestimento dell’opera semiseria La guerra delle due rose. La scelta dello spettacolo è giustamente rivendicata dal Centrodestra che lancia la sua rosa con Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Il Centrosinistra, in un barlume di saggezza improvvisamente ritrovata, evita al momento di contrapporre una sua rosa, ma c’è chi dice che alla fine dovrà farlo e che gli alfieri prescelti saranno Andrea Riccardi e Giuliano Amato (!).

 

Per la verità, i sempre bene informati sulle vicende del Quirinale dicono anche altro, e cioè che la vera candidata del Centrodestra è Maria Elisabetta Alberti Casellati, la senatrice laureata in Legge e specializzata in Diritto Canonico presso l’Università Pontificia Lateranense la quale, da funzionaria di Berlusconi, è assurta alla seconda carica dello Stato grazie all’accordo di inizio legislatura tra Movimento Cinque Stelle e Centrodestra.

 

Sempre secondo le stesse voci, la Casellati potrebbe riuscire nell’impresa che il suo Superiore Naturale ha dovuto abbandonare, giacché si ritiene che alla fine possa contare sui voti della stessa maggioranza che al momento sostiene il governo di Mario Draghi. E se proprio non dovesse farcela, c’è sempre il solito democristiano di turno (Pier Ferdinando Casini) che alla fine potrebbe spuntarla grazie alla mediazione di Matteo Renzi, il più bravo in questo ufficio.

 

D’altra parte, per il Presidente del Consiglio si configura sempre di più “la missione” di restare a Palazzo Chigi – come si sente ripetere da più parti – “per il bene del Paese”. Una maniera ipocrita per farlo fuori da tutto, restituendo la sovranità ad una classe politica che sembra avere il complesso del nano di fronte al gigante. Draghi al Quirinale è il solo italiano in grado di offrire sette anni di garanzia all’Europa e al mondo, Draghi a Palazzo Chigi, a capo di un governo che al massimo può avere otto mesi di vita è poco più di una presa in giro. Perché otto mesi? Perché dopo il 24 settembre di quest’anno verranno meno le ragioni che oggi impediscono lo scioglimento anticipato delle Camere: i parlamentari al primo mandato (e sono tanti in questo Parlamento!) avranno infatti (con quattro anni, sei mesi e un giorno) maturato il diritto alla pensione. A quel punto, la maggioranza si scioglierà come neve al sole e i partiti si dedicheranno alla campagna elettorale per le elezioni politiche del 2023.

 

Draghi a capo del nuovo esecutivo del “dopo-elezioni”? Improbabile, anzi addirittura impossibile, a meno che non esca fuori un Parlamento senza una maggioranza politica. Diversamente, questa sprovveduta classe politica tornerà ad occupare anche Palazzo Chigi, lieta di essersi definitivamente sbarazzata dell’ ”alieno” e poco sollecita, come al solito, delle sorti del Paese e del bene dei cittadini cosiddetti sovrani.

 

sergio magaldi


domenica 23 gennaio 2022

DEMOCRISTIANI INESAURIBILI PER IL COLLE


 


  Dopo il “pronunciamento” di Silvio Berlusconi, che – bontà sua – si ritira dalla corsa per il Quirinale lanciando un “opa” perché Mario Draghi resti alla Presidenza del Consiglio e quindi non salga al Colle, il nome che maggiormente risuona nelle stanze della politica è quello di Pier Ferdinando Casini, 66 anni, bolognese, che vanta il primato della maggiore anzianità parlamentare.

 

Da un democristiano di sinistra a un democristiano di destra, ancorché rieletto senatore nel 2017 con i voti della sinistra. Davvero inesauribile l’archivio del partito che ha governato l’Italia per cinquant’anni! Un altro nome che echeggia nel palazzo della politica è quello di Giuliano Amato, gradito al centrosinistra e al centrodestra ma poco amato nel Paese che ancora lo ricorda, per così dire, con le mani nei conto correnti degli italiani. Sullo sfondo, naturalmente, resta pur sempre il nome di Mario Draghi, malgrado o piuttosto grazie al suddetto pronunciamento del Cavaliere.

 

Si sente ripetere che l’indicazione di un nome e/o di una rosa per il Quirinale spetterebbe questa volta al Centrodestra per il maggior numero di grandi elettori. In realtà, considerando anche i voti di Italia Viva (ex Pd) e una buona parte di quelli appartenenti al Centro Democratico e al Gruppo misto, le forze in campo più o meno si bilanciano. Inoltre, i quattro delegati regionali in più del Centrodestra (30, contro i 26 del Centrosinistra e i 2  dell’Unione di centro) non modificano granché la situazione, anche considerando l’orientamento prevalente a sinistra dei 6 senatori a vita, se dovessero votare.

 

Ciò premesso, Salvini, dopo il ritiro di Berlusconi, ha annunciato una rosa di tre nomi. Se si tratta di Frattini, Casellati e Pera, difficilmente sarebbero accettati perché considerati troppo di parte (come lo sarebbe Franceschini per l’altra parte) e oltretutto poco popolari tra i cittadini (ammesso che questo conti per i professionisti della politica).

 

Più sottile l’atteggiamento del Centrosinistra, orientato per il momento a votare (con il quorum a 673 voti per le prime tre votazioni e 505 dalla quarta) un candidato di bandiera che potrebbe essere Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Con la riserva di prendere in mano la candidatura di Mario Draghi dalla quarta votazione in poi, togliendo l’opportunità al Centrodestra che resterebbe col cerino in mano, dovendo alla fine accodarsi o assumersi la responsabilità di spaccare il Paese. Ecco perché la candidatura  di Casini, e purtroppo quella di Amato, restano alternative possibili e comunque di ripiego per Salvini e soci.

 

Come al solito, il Centrodestra sbaglia i tempi e rischia di lasciare la candidatura del nome più prestigioso ai suoi avversari. L’esternazione di Berlusconi circa la necessità che Draghi resti alla Presidenza del Consiglio per completare la sua opera con le tre riforme (fisco, burocrazia e giustizia) chieste dall’Europa è fuorviante e pericolosa. Intanto perché il governo potrebbe cadere già dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, poi perché è comunque impossibile che resti in carica con questa maggioranza sino alla fine della legislatura, considerando la necessità dei partiti di differenziarsi tra di loro in vista delle elezioni: è soprattutto il caso della Lega che non può lasciare sino alla fine il primato dell’opposizione a Fratelli d’Italia. E dopo le elezioni è improbabile il ritorno di Draghi a Palazzo Chigi.

 

In conclusione, ci sono due modi soltanto per sottrarsi ai “ludi quirinalizi” che si annunciano al Colle per i prossimi giorni e che rischiano di rendere ancora più complicata la situazione di un Paese già stremato dalla pandemia e da una sorta di dittatura sanitaria. Il primo, ancorché forse poco democratico nella forma (ma sarebbe l’eccezione di questi tempi?) passa per un accordo che porti alla rielezione di Mattarella sino al termine della legislatura e alle sue successive dimissioni per eleggere Draghi al Colle, il quale nel frattempo avrebbe ancora un po’ di tempo per completare il suo lavoro alla Presidenza del consiglio. Ciò che, mutatis mutandis, capitò già con Napolitano, per intenderci ma, a parte il fatto che Mattarella ha manifestato ampiamente la sua ferma volontà di lasciare il Quirinale, circolano voci che, anche se alla fine dovesse cambiare idea, il Presidente non accetterebbe mai un mandato tacitamente condizionato. Detta diversamente, c’è minore voglia di sacrificarsi per il Paese di quanta ne ebbe Napolitano. A meno che non sussistano gravi problemi di salute.

 

Il solo altro modo – il più realistico e il più semplice – è l’accordo per portare Mario Draghi al Colle senza che uno schieramento politico di parte pretenda di assumersene il merito e rinsaldando l’accordo di governo sino al termine della legislatura o giù di lì. Non si tratta di essere, per così dire, ossessionati dal nome dell’ex governatore della BCE, ma di quello che, almeno in questa congiuntura, farebbe qualsiasi altro paese occidentale per garantirsi la fiducia dei mercati, la ripresa economica e la credibilità politica.

 

sergio magaldi      


domenica 10 ottobre 2021

Zibaldone On Line N.9. Elezioni: il punto sulla politica

domenica 7 febbraio 2021

LA RIVINCITA DI RENZI E SALVINI

thesocialpost.it

 

 Potendo contare, almeno sulla carta, della sola maggioranza del suo partito, stimata in circa il 20%, contro tutti gli altri partiti, compresa la minoranza del suo, Matteo Renzi il 4 dicembre 2016 andava a sbattere contro la volontà  maggioritaria degli italiani che – ubbidiente come sempre ai richiami della propria fazione – bocciava il Referendum Costituzionale con il 60% dei no e il 40% dei sì e lo disarcionava dal potere, un cavallo sul quale sino a quel momento l’ex sindaco di Firenze aveva viaggiato velocissimo. Inutile era stato l’appello dei radicali a “spacchettare” il Referendum per salvaguardare alcune riforme senza accollarsi la responsabilità di una sconfitta annunciata. Ingenuità e presunzione, secondo la narrativa comune, furono alla base della sua caduta e della sua “resistibile ascesa”.

 Neanche tre anni dopo, tuttavia, Renzi è di nuovo protagonista della scena politica, prima spingendo il PD al varo del II governo Conte insieme ai Cinquestelle, poi provocando una scissione all’interno del suo partito con la formazione di Italia Viva. Si disse allora per avere quella visibilità politica che all’interno del PD non avrebbe avuto, ma più probabilmente per essere determinante nelle scelte politiche, come poi in effetti accadrà. Ingenui, questa volta, i maggiorenti del PD a non averlo capito sin dall’inizio o, più semplicemente, troppo avidi di tornare al potere, nonostante la sconfitta elettorale, e con la speranza  nemmeno tanto segreta di lucrare sull’elettorato grillino in evidente calo di consensi, almeno a giudicare dai sondaggi.

 Nemmeno un anno e mezzo dopo, e siamo ormai all'attualità, Renzi si rende conto di come sia impossibile, con quel Presidente del Consiglio e quei ministri, governare un Paese ormai sull’orlo dell’abisso per la crisi pandemica, economica, sociale e non solo. Fa delle proposte, anche se sa bene che – nonostante le tante promesse di mediazione – gli verranno respinte dall’intransigenza inerziale dei grillini e dalla viscosità curiale dei suoi ex compagni di partito. Ciò che puntualmente avviene e che offre a Renzi il destro per separarsi definitivamente dalla maggioranza che sostiene il governo. Le manovre del solito trasformismo parlamentare – che pure vanta solide radici nazionali – questa volta non riescono, o meglio, nasce una nuova formazione e un nuovo gruppo al Senato, ma i numeri non sono sufficienti e saggiamente Mattarella convoca al Quirinale  Mario Draghi per la formazione di un governo di unità nazionale. Media e opinione pubblica, a questo punto si dividono tra i sostenitori del “Renzi che mirava soltanto a liberarsi di Conte” (un pensiero più semplice delle nostre possibilità di pensiero, direbbe Immanuel Kant) e quanti lasciano intendere che Renzi sia stato la longa manus dei cosiddetti poteri forti (un pensiero più grande delle nostre capacità di verfica, direbbe ancora Kant), tant’è che, a differenza di altre volte, non è stato trovato un numero sufficiente di “responsabili” o “costruttori”per puntellare il Conte bis e/o per varare il Conte ter.   

 Sia come sia, occorre prendere atto che Matteo Renzi, nonostante il masochismo che ne ha determinato la caduta postreferendaria, continua a dettare l’agenda della politica italiana. Si ha come la sensazione che non riuscendo a cambiare questo Paese a propria immagine e somiglianza, per le molte resistenze di notabili, burocrati, mafie e corporazioni, egli abbia voluto di proposito forzare la situazione, prima con il Referendum, ora con l’astuzia della ragione. Mutatis Mutandis, c’è più di un’affinità con quanto occorso al leader della Lega. Nell’estate del 2019, mentre viaggiava su un treno in corsa, Matteo Salvini improvvisamente tirava il freno a mano. Era allora al massimo della popolarità e dei consensi (proprio come Renzi di prima del Referendum), per quale motivo lasciò un governo in cui lui e la Lega avevano, almeno formalmente, un ruolo determinante? Anche in questo caso si parlò di ingenuità e di presunzione. Allora Salvini confessò che con quei compagni di viaggio non si riusciva a combinare niente e che preferiva scendere dal treno. Oggi Renzi ha detto più o meno la stessa cosa e ha permesso l’avvento non dell’uomo della provvidenza, ma dell’italiano che, per la stima di cui gode in Europa, sembra il più titolato a spendere gli oltre 200 miliardi del Recovery Fund e non solo.

 La prima reazione di Salvini è stata quella ingenua e inutile di circa un anno e mezzo fa, quando decise di scendere dal treno, chiedendo elezioni. Poi, dopo graduali tappe di avvicinamento, ha fatto quella che è stata definita “la mossa del cavallo”: incondizionato al governo Draghi anche con la partecipazione di ministri della Lega, dicendo di aver constatato nel colloquio con il Presidente incaricato numerosi punti di convergenza con lui. Le parole più belle tuttavia Salvini le ha pronunciate, affermando (unico tra i capi delegazione) che in un governo di unità nazionale non si può stare a guardare se con il tuo partito entrano a farne parte anche forze avversarie. Non lo fecero De Gasperi e Togliatti all’indomani della liberazione, salvo poi a dividersi quando ce ne furono le condizioni. L’Italia viene prima del partito ha detto ancora Salvini, dando una lezione ai tanti “distinguo” degli altri, a cominciare dal PD, all’interno del quale sono circolate voci – poi smentite ufficialmente – di “appoggio esterno” o addirittura di astensione, motivate dalla contemporanea presenza della Lega nella maggioranza di governo, per continuare con i Cinquestelle e le loro tante titubanze, forse spazzate via almeno per la maggior parte dei quadri, dalla opportuna presenza di Grillo al tavolo delle trattative, per finire con Leu e le sue pregiudiziali di pseudosinistra, e soprattutto con la Meloni che, autoescludendosi e rievocando inconsciamente per la propria fazione le vecchie formule del cosiddetto arco costituzionale, pensa in cuor suo di lucrare sull’opposizione e che invece rischia di tornare a quel 4% che aveva prima che i nuovi sondaggi le attribuissero un 17% progressivamente maturato per la delusione di parte del ceto medio nei confronti, prima di Forza Italia, poi di Salvini.

 sergio magaldi   

 

 

 

 

 

 


martedì 26 gennaio 2021

GRAMSCI E IL CENTENARIO DEL PARTITO COMUNISTA


 

 Ricorre in questi giorni il centenario della nascita del Partito comunista (21 gennaio 1921: P.C. d’I, Partito Comunista d’Italia e dal 1943 P.C.I., Partito Comunista Italiano), avvenuta presso il Teatro San Marco di Livorno nel giorno in cui al Teatro Goldoni della stessa città si chiudeva il XVII Congresso del Partito socialista (15-21 gennaio 1921) che vedeva la prima scissione all’interno della sinistra italiana, con la fuoriuscita della frazione comunista guidata tra gli altri da Terracini, Bordiga, Bombacci[1] e Antonio Gramsci, allora trentenne, e che comprendeva il gruppo torinese collegato al periodico L’Ordine Nuovo e quello che faceva riferimento al settimanale Il Soviet di Napoli guidato da Amedeo Bordiga.

 

Sarebbe errato e fuorviante, tuttavia, ritenere che la scissione di Livorno abbia determinato una situazione di debolezza all’interno della sinistra, tale da favorire l’avvento del fascismo, perché la rottura dell’unità del Partito socialista – ancorché provocata formalmente dalla non adesione dei “riformisti” e dei “massimalisti” ai principi della III Internazionale e al mancato riconoscimento “dell’universalità della rivoluzione bolscevica” – si caratterizzò proprio in funzione della scarsa combattività che i dirigenti socialisti, per la maggior parte appartenenti alla borghesia, misero in mostra nel contrastare gli ultimi governi dello stato liberale, prima che quest’ultimo, nell’intento fallace di sopravvivere, favorisse l’ascesa al potere del fascismo.

 

In generale, sui quadri della classe operaia in Italia, Gramsci annota: «[…]negli altri paesi il movimento operaio e socialista elaborò singole personalità politiche, in Italia invece elaborò interi gruppi di intellettuali che come gruppi passarono all’altra classe. Mi pare che la causa sia da ricercare in ciò: scarsa aderenza in Italia delle classi alte al popolo, nelle crisi di svolta questi giovani ritornano  alla loro classe (così è avvenuto per i sindacalisti-nazionalisti e per i fascisti). È in fondo lo stesso fenomeno generale del trasformismo in diverse condizioni[…]».[2]

 

D’altra parte, una settimana prima del Congresso di Livorno, il proposito di Gramsci non è ancora quello della scissione, bensì quello di liberare il Partito socialista dalla presenza dei riformisti che, a giudizio della frazione comunista, ne ostacolano l’azione rivoluzionaria. Così scrive l’intellettuale sardo su L’Ordine Nuovo in un articolo del 13 gennaio 1921:

«Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercavano di sfruttare la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare aristocrazie proletarie, che […] avevano creato un protezionismo cooperativo e credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore[…].La classe operaia rivoluzionaria afferma di ripudiare tali forme spurie di socialismo: l’emancipazione dei lavoratori non può avvenire attraverso il privilegio strappato, per una aristocrazia operaia, col compromesso parlamentare e col ricatto ministeriale; l’emancipazione dei lavoratori può avvenire solo attraverso l’alleanza degli operai industriali del Nord e dei contadini poveri del Sud […]».

 

Gramsci è ancora più esplicito nei confronti dei dirigenti sindacali - espressione del Partito socialista - in un articolo di circa due mesi più tardi (L’Ordine Nuovo, 4 marzo 1921):

«Il Congresso confederale di Livorno è terminato. Nessuna parola nuova, nessun indirizzo è venuto fuori da questo congresso. Invano le grandi masse popolari italiane hanno atteso di essere orientate, invano hanno atteso una parola d’ordine che le illuminasse, che riuscisse a calmare il loro spasimo e a dare una forma alla loro passione. Il congresso non ha impostato e non ha risolto neppure uno dei problemi vitali per il proletariato nell’attuale periodo storico: né il problema dell’emigrazione, né il problema della disoccupazione, né il problema dei rapporti tra operai e contadini […] L’unica preoccupazione della maggioranza del congresso è stata quella di salvaguardare e garantire la posizione e il potere politico degli attuali dirigenti sindacali, di salvaguardare e garantire la posizione e il potere (potere impotente) del Partito socialista […] In molte regioni d’Italia le folle dei lavoratori erano scese in campo per difendere il loro elementare diritto alla vita, alla libertà di muoversi nelle strade, alla libertà di associarsi, di riunirsi, di avere propri locali di riunione. Il campo della lotta rapidamente divenne tragico: fiamme d’incendio, cannonate, fuoco di mitragliatrici, decine e decine di morti. La maggioranza del congresso non si commosse per questi avvenimenti; la tragedia delle folle popolari che disperatamente si difendevano da nemici implacabili e crudeli non fu capace a rendere seri, a infondere il senso delle proprie responsabilità storiche in questa maggioranza formata di uomini dal cuore inaridito e dal cervello disseccato[…]».

 

Altrettanto lucida è l’analisi che Gramsci fa del fascismo su L’Ordine Nuovo del 26 aprile del ‘21. Presentatosi come un movimento antipartito, il fascismo cela sotto idealità politiche “vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato”. Non meno lungimirante sarà l’analisi che Gramsci farà di Mussolini tre anni dopo (L’Ordine Nuovo, marzo 1924), quando ormai il fascismo è saldamente al potere: “Abbiamo in Italia il regime fascista, abbiamo a capo del fascismo Benito Mussolini, abbiamo una ideologia ufficiale in cui il «capo» è divinizzato, è dichiarato infallibile, è preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato Sacro Romano Impero. Vediamo stampate nei giornali, ogni giorno, diecine e centinaia di telegrammi di omaggio delle vaste tribù locali al «capo». Vediamo le fotografie: la maschera più indurita di un viso che già abbiamo visto nei comizi socialisti. Conosciamo quel viso: conosciamo quel roteare degli occhi nelle orbite che nel passato dovevano, con la loro ferocia meccanica, far venire i vermi alla borghesia e oggi al proletariato. Conosciamo quel pugno sempre chiuso alla minaccia. […] Egli era allora, come oggi, il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale dai vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva essere il capo del proletariato; divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica, che spera di vedere nella classe operaia lo stesso terrore che essa sentiva per quel roteare degli occhi e quel pugno chiuso teso alla minaccia”.

 

Il fascismo – scrive ancora Gramsci su L’Ordine Nuovo, del 21 giugno 1921 –  si è diffuso in Italia non solo grazie alla violenza e all’appoggio dei grandi proprietari terrieri e dei ceti della finanza, ma soprattutto per la connivenza delle istituzioni e dell’apparato statale, in particolare dei corpi di pubblica sicurezza, dello stato maggiore militare e della magistratura. Ed eccolo rivolgere da comunista agli ex compagni socialisti che, anche tramite il sindacato, hanno ancora il controllo della classe lavoratrice, la domanda che presto diverrà attuale: “Cosa intendono fare i socialisti e i capi confederali per impedire che sul popolo italiano venga a gravare la tirannia dello stato maggiore, dei latifondisti e dei banchieri? Hanno stabilito un piano? Hanno un programma?” La risposta che si dà è negativa e anticipa di un anno e mezzo quello che effettivamente accadrà: “I socialisti non si sono mai posti seriamente la questione della possibilità di un colpo di Stato e dei mezzi da predisporre per difendersi e per passare all’offensiva. I socialisti, abituati a rimasticare stupidamente alcune formulette pseudomarxiste, negano la rivoluzione «volontarista», «miracolista», ecc. ecc. Ma se l’insurrezione del proletariato venisse imposta dalla volontà dei reazionari, che non possono avere scrupoli «marxisti», come dovrebbe comportarsi il Partito socialista? Lascerebbe, senza resistenza, la vittoria alla reazione?” Le sue conclusioni sono tragicamente profetiche: “Il colpo di Stato dei fascisti, cioè dello stato maggiore, dei latifondisti, dei banchieri, è lo spettro minaccioso che dall’inizio incombe su questa legislatura”. L’osservazione con cui conclude l’articolo giustifica da sola la nascita del Partito comunista: “Qual è la parola d’ordine del Partito socialista? Come possono le masse ancora fidarsi di questo partito, che esaurisce la sua attività politica nel gemito e si propone solo di far tenere dai suoi deputati dei «bellissimi» discorsi in Parlamento?


Il socialista Tito Zaniboni e il fascista Giacomo Acerbo, firmatari del patto di pacificazione del 3 agosto 1921



E un mese più tardi, di fronte alla pacificazione tra fascisti e socialisti, Gramsci intuisce sempre di più quello che sta per accadere (L’Ordine Nuovo, 3 luglio 1921): “La pace fra fascisti e socialisti è il risultato di uno stato di coscienza, in cui interferiscono i due fallimenti politici. La tattica fascista, in quanto corrispondeva a un piano politico preordinato, si proponeva di far rientrare nella legalità costituzionale i capi socialisti e di indurli alla collaborazione. L’on. Giolitti favorì il movimento fascista per incanalarlo a questo fine preciso. Le masse furono massacrate impunemente, le Camere del lavoro, le Case del popolo, le cooperative furono incendiate e saccheggiate impunemente per indurre i capi socialisti alla riflessione […]”.

 

Certo, il Partito comunista italiano non fu solo Gramsci e la sua storia conobbe pagine oscure nel suo legame con lo stalinismo, ma non c’è dubbio che la sua nascita fu legittima e motivata da ciò che sarebbe accaduto a poco più di un anno dalla sua fondazione, quando, anche per l’inerzia dei socialisti, in Italia si instaurò una dittatura che sarebbe durata più di vent’anni. D’altra parte, la storia dell’unico partito italiano che oppose resistenza al fascismo mentre era al potere e che più di ogni altro prese parte alla Resistenza in armi contro il nazifascismo è anche la storia dell’emancipazione delle classi lavoratrici, del massimo di unità possibile di popolo e intellettuali, del valore delle istituzioni democratiche, della formazione di una borghesia laica – in mancanza di una religione riformata, così come avvenne altrove in Europa – e senza che tuttavia questo significasse il ripudio delle religioni positive, a cominciare dal cattolicesimo. L’evoluzione cosiddetta socialdemocratica del P.C.I. non deve trarre in inganno e i riformisti di allora non hanno avuto ragione: il riformismo quando è autentico è una ricetta valida in un Paese democratico e bene amministrato, non può esserlo nelle condizioni in cui si trovava l’Italia, tra la minaccia fascista e il crollo dello stato liberale.

 

sergio magaldi  








[1] Nicola Bombacci (1879-1945), massimalista di sinistra nel Partito Socialista, cofondatore del Partito Comunista d’Italia e amico personale di Mussolini, morì fascista, fucilato a Dongo dai partigiani nell’aprile del ’45, dopo aver  aderito alla Repubblica Sociale di Salò.

[2] A. Gramsci, Quaderni del carcere 2., Einaudi, Torino, 1966, p.42


martedì 22 settembre 2020

IL VOTO ITALIANO AI TEMPI DEL COVID-19


 

 Niente di nuovo sotto il sole. Tutto è andato come era facile prevedere secondo una lettura neppure complessa dei tempi che stiamo vivendo da un anno a questa parte: il Sì al taglio dei parlamentari vince con circa il 70% dei consensi e raggiunge le percentuali più alte nel Mezzogiorno dove è più forte – giusta o sbagliata che sia – la percezione di rappresentanti del popolo spesso assenteisti e che tutto fanno tranne che occuparsi dei propri rappresentati. E nelle elezioni regionali non c’è stato il 6-0 o il 5-1 del Centrodestra astutamente temuto e sbandierato dal PD e ingenuamente sostenuto dalla coppia Meloni-Salvini. Il pareggio per 3 a 3 (Toscana, Campania e Puglia ai candidati del PD; Veneto, Liguria e Marche al Centrodestra) segna così, dal punto di vista mediatico che fa opinione, la vittoria di Zingaretti e la sconfitta di Salvini, nonostante l’acquisizione di una regione in più (Marche) da parte del Centrodestra rispetto alle precedenti elezioni regionali.

Tutto si spiega a partire da un anno fa, quando il leader della Lega con motivazioni che parvero anche plausibili (l’impossibilità di realizzare le riforme per l’immobilismo dei Cinquestelle, l’ostilità dell’Europa ai piani di spesa e il malumore dei suoi) decise di gettare la spugna ritenendo possibile andare a nuove lezioni senza tener conto (quanto ingenuamente?!) del Capo dello Stato, della volontà di sopravvivere dei parlamentari Cinquestelle, della inaspettata e fortunosa opportunità per il PD di tornare al governo, sapendosi poco attrezzato per fare opposizione. L’ostentata ingenuità di Salvini nascondeva comunque la convinzione che un eventuale governo giallorosso poco avrebbe combinato e che la via delle elezioni sarebbe stata alla fine l’unica soluzione possibile per il Paese. È a questo punto che entra in scena il Covid-19 e che si allargano di necessità i cordoni della borsa dell’Unione Europea. Tutta la strategia del leader leghista ne risulta sconvolta: i Cinquestelle ad un passo dall’estinzione si riprendono grazie alle trasfusioni di Conte e preparano l’arma del taglio dei parlamentari con cui sopravvivere e addirittura gridare vittoria, come ieri ha fatto Di Maio; il PD boccheggiante dopo le elezioni politiche si rianima e si ricompatta nell’alleanza Zingaretti-Renzi-Franceschini; Fratelli d’Italia cresce del 50% grazie ai delusi della Lega e ai fuoriusciti di Berlusconi; l’opinione pubblica terrorizzata dal virus si rifugia sotto l’ala di un governo e di un Presidente del Consiglio che si auto-elogia di continuo in TV per come combatte la battaglia contro la pandemia e un’altra convinzione si fa strada presto fra la gente: l’Europa finalmente si dimostra madre e non matrigna mettendoci a disposizione centinaia di miliardi e tutto questo per merito del governo, anzi di Conte, anzi del PD. Ed ecco arrivare “il compagno Boh”, quel Nicola Zingaretti cresciuto alla scuola di un partito vero, maestro nell’arte di temporeggiare ma anche di tessere la tela delle strategie e delle alleanze. Il segretario del PD conosce i suoi: sa che le figure più illustri del passato e del presente del suo partito sono le vestali della democrazia rappresentativa e che voteranno No al taglio dei parlamentari, ma sa che il governo ha bisogno del Sì per sopravvivere e che comunque il Sì stravincerà e allora dice ufficialmente Sì solo negli ultimi giorni e gli elettori del suo partito, se non i dirigenti, lo seguono, mentre continua a tessere la rete delle alleanze che lo inducono a sostenere che il PD è forse già il primo partito del Paese.

Dal canto suo, il Centrodestra cerca ora di usare il voto referendario, che modifica almeno quantitativamente la nostra Istituzione più importante (riducendo il numero dei parlamentari da 945 a 600), per chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere e le sempre auspicate elezioni politiche, nella convinzione di essere ancora maggioranza nel Paese. Attenzione, però, perché non tener conto dei timori dei cittadini, d’après il Coronavirus, potrebbe rivelarsi un boomerang per i partiti del Centrodestra. E, ad ogni modo, è poco probabile che Zingaretti si lasci illudere dalla sirena elettorale rischiando di togliere al suo partito l’opportunità di gestire gli ingenti prestiti europei. Quanto a Salvini, al quale va riconosciuto in ogni caso il merito di aver portato la Lega dal 4 a oltre il 30% dei consensi, consiglierei di rivedere la strategia di un’alleanza strettissima con Fratelli d’Italia e Forza Italia che ha significato: 1) rinunciare a quella relativa autonomia dal Centrodestra che gli aveva fatto toccare percentuali persino del 35% 2) registrare un travaso di voti a favore di Fratelli d’Italia 3) assistere alla manovre non sempre limpide dei superstiti di Berlusconi, ora disponibili per un’alleanza di centrodestra, ora adescabili, come per il passato, a supportare un governo di cosiddetto centrosinistra.

 sergio magaldi


domenica 30 agosto 2020

Referendum costituzionale: tagliare o non tagliare?


 

 Il referendum costituzionale della seconda metà di settembre non sembra presentare reali incognite quanto al suo esito. Molte invece le implicazioni di carattere politico. Gli ultimi sondaggi, anche se con il No al taglio dei parlamentari in rimonta, assegnano il 66% al e il 34% al No. Percentuali che non lasciano adito al dubbio, anche se le sorprese sono sempre possibili soprattutto quando - come in questo caso - le posizioni dei partiti che influenzano il voto dei cittadini sono strumentali.

 

I Cinquestelle che hanno la paternità dell’iniziativa del “taglio” si schierano tutti per il . È la loro posizione di sempre e lo è tanto più oggi che il loro consenso si è dimezzato. È una modalità per sopravvivere facendo leva sul sentimento di antipolitica diffuso nell’opinione pubblica per l’inconcludenza dei parlamentari, le loro prebende, le tante corruzioni. C’è di più: è anche un mezzo per evitare la fine anticipata della legislatura o addirittura per posticiparla: la vittoria del determina infatti la necessità di riformare i collegi e successivamente di varare una nuova legge elettorale. Templi biblici per chiunque abbia una conoscenza anche soltanto superficiale della politica italiana.

 

Il Partito Democratico dichiara ufficialmente di doversi schierare per il nel rispetto dell’accordo di governo con i Cinquestelle, ma lascia intendere chiaramente che preferirebbe il No. E in effetti i neodemocristiani sono gli unici a trarre vantaggi qualunque sia l’esito del referendum: il assicura la continuità di governo e il varo di una legge elettorale proporzionale, il No una definitiva supremazia sui Cinquestelle e il loro inevitabile assorbimento, nonché una ritrovata verginità come paladini della democrazia rappresentativa così com’è concepita oggi, e cioè con la scelta dei parlamentari da parte delle segreterie politiche dei partiti.

 

La Lega appare divisa e paradossalmente ha una posizione simile al PD. Ufficialmente è per il con Salvini che, convinto com’è dai sondaggi, teme di schierarsi con gli sconfitti, ma che lascia libertà di coscienza, tant’è che Borghi ha fatto sapere qualche giorno fa le motivazioni che lo inducono a votare No.

 

Tutto qui il significato del voto referendario: nelle manovre politiche che faranno seguito al voto. Nulla di ciò che viene contrabbandato come il senso della votazione dai paladini della democrazia formale – per i quali l’Italia risulterebbe gravemente danneggiata dal non essere più il paese europeo con il maggior numero di parlamentari - e dai sostenitori del “taglio”, fatto per risparmiare e portare acqua al mulino della democrazia diretta. Conservatori i primi, senza proporre riforme per far fronte alla crisi della democrazia rappresentativa; velleitari i secondi, incapaci di realizzare le tanto strombazzate riforme di democrazia sostanziale.

 

sergio magaldi


mercoledì 15 luglio 2020

“ATTENTI A QUEI DUE” e il progressivo indebitamento italiano




Quando i creditori internazionali del nostro Paese d’accordo tra loro, richiederanno simultaneamente dai mercati la restituzione del credito pubblico italiano, dove reperirà il governo i capitali che non possiede?

di  Alberto Zei

Ancora nel caos decisionale sull’accettazione o meno, del contributo europeo di ripresa, ossia del MES. Le decisioni conclusive del sì o del no stanno attualmente dividendo gli ottimisti del “momento fuggente” dai profeti delle conseguenze negative di fronte all’inevitabile sindacato di controllo della Banca europea sulla destinazione di uso e sulla garanzia di restituzione del prestito.
Il reale pericolo di una recrudescenza del coronavirus non dovrà però,  sorprenderci in una condizione di inadempienza circa la restituzione dei crediti ricevuti. Né d’altra parte, sarebbe logico fasciarsi la testa prima di romperla. E allora il rimedio? “Ubi malum, ibi remedium” dicevano a Roma. Vediamo prima come stanno attualmente le cose.

C’era una volta
L’Italia fa continuamente fronte alle risorse finanziarie che non possiede, attingendo mediante apposite aste soprattutto dall’estero, il capitale per pagare gli interessi del debito pubblico. Dal momento però che le modalità della aggiudicazione d’asta sono castiganti per gli interessi a cui si è volontariamente sottoposta, il primo rimedio è quello di interrompere la spirale perversa del dispositivo che incrementa con questi stessi interessi, il debito complessivo.
C’era una volta un film  che si intitolava: “ Attenti a quei due “; titolo questo che a prescindere dalle idee politiche di ciascuno, richiama la disinvolta gestione dei due partiti attualmente al governo, troppo diversi per riuscire insieme ad operare in modo non contraddittorio.
Il danno che si profila all’orizzonte dell’Italia  non è di carattere ideologico ma di reale pesante natura finanziaria. Tenuto conto però, che lo Stato siamo tutti noi, il capitale di cui il governo intende disporre soprattutto per impieghi senza ritorno, riguarderà alla fine le disponibilità economiche degli italiani.

La sfida del governo
Il progressivo indebitamento pubblico verso l’estero che in specie in questo periodo viene accumulato dal governo quasi in senso di sfida verso chi la pensa  al contrario, senza farci soverchie  illusioni, dovrà essere restituito con i relativi interessi.
Dunque, messa da parte la pericolosa speranza di fare affidamento su elargizioni europee a fondo perduto, nella realtà dei fatti il Governo  continuerà  a ricorrere  a pericolosi prestiti internazionali che aumenteranno sempre più  anche  la mole degli interessi da corrispondere periodicamente.
In queste condizioni la faticosa economia di valuta che i cittadini italiani per loro indole di risparmiatori hanno affidato alle casse delle banche, rischia sempre più di essere impegnata e impiegata per situazioni che,  come la Grecia insegna, potrebbero all’improvviso esplodere a fronte di una simultanea richiesta di restituzione da parte dei creditori esteri.

Il tempo critico
Il problema della potenziale insolvenza si verificherà quando alcuni Stati  acquirenti presenteranno congiuntamente sul mercato i titoli italiani, facendo aumentare in modo critico il famigerato spread, così come è avvenuto allorquando Francia e Germania nel 2015, decisero di mettere in serissima crisi il governo italiano imponendogli di fatto, come poi avvenne, una diversa guida politica.
Si potrebbe continuare senza necessità di alcuna immaginazione ad elencare le possibili conseguenze per il nostro Paese se continuerà a indebitarsi ulteriormente per pagare i debiti esteri, vantando poi paradossalmente di aver saputo superare le resistenze dell’Europa, mentre il passivo nazionale sta avviandosi  allegramente  al superamento dei  2500  miliardi di euro.
Allo stato delle cose il debito pubblico è arrivato alle stelle e sempre più sarà difficile liberarsene se il sistema di indebitamento rimarrà il medesimo.
Ma qual è il sistema? Quello di ricorrere alle sovvenzioni internazionali attraverso un metodo aberrante.

Le aste internazionali
Entrando nel merito dell’indebitamento, vediamo come questo avviene.
Lo Stato non potendo onorare la restituzione ai creditori di quanto loro è  dovuto, chiede ulteriori prestiti agli istituti finanziari, soprattutto esteri mediante aste per pagare almeno gli utili finora maturati.
Si tratta di circa 65 miliardi di euro  di soli interessi che l’Italia corrisponde ogni anno ai creditori. Consideriamo però che quasi la metà di questa cifra è destinata all’estero. Vediamo ora come avviene la distribuzione dei titoli in asta che, come detto, vengono offerti soprattutto per onorare il versamento degli interessi alle varie scadenze.
Supponiamo di vendere una certa quantità di titoli per una quindicina di miliardi. Anziché offrire agli acquirenti la base degli interessi che saranno corrisposti, accade il contrario. Infatti, è l’Italia che chiede ai creditori di fissare loro questo valore per i vari lotti in cui viene suddivisa la cifra complessiva.
Supponiamo ora che il primo lotto di qualche miliardo di euro venga aggiudicato al tasso dell’1,5% e il secondo al 2,5% e così via fino all’ultimo acquistato al tasso del 4%.
L’Italia non paga a ognuno il suo, ma a tutti il valore di asta dell’ultimo che è anche il più alto, incrementando a vantaggio anche degli acquirenti già soddisfatti, il debito pubblico nazionale.

La doppia speculazione
Trattando la questione dal punto di vista teorico, per venirne fuori viene ipotizzato da più parti che la prima cosa da considerare sarebbe quella di impedire questa sorta di doppia  speculazione di  coloro che  si avvantaggiano ulteriormente per merito altrui.
La seconda sarebbe quella di rivolgersi agli stessi italiani che non amano investimenti rischiosi e che si fanno erodere dalle banche i propri risparmi a fronte di rendimenti inesistenti o addirittura negativi. Pertanto, in  linea  con questa tradizionale propensione al risparmio,  come avveniva nel passato con i CTT e soprattutto con i BOT, sarebbero gli stessi italiani  per il  mantenimento del valore dei risparmi a sottoscrivere anche per un interesse minimo quelle stesse offerte di decine di miliardi che come  detto prima, incrementano il baratro del nostro indebitamento, oltre alla potenzialità dirompente della simultanea richiesta  di restituzione da parte dei creditori internazionali.

Il valore critico
Almeno in quota parte,  i titoli  che comportano a favore dei creditori esteri   ogni anno 30 miliardi di euro di interessi e che sottraggono valuta dalle disponibilità del nostro Paese,  rimarrebbero in ambito nazionale.
Le ragioni per le quali chi potrebbe non interviene per bloccare questa politica dell’indebitamento ad oltranza, ognuno può immaginarle secondo i propri convincimenti.
Una cosa però è certa e che tutti noi dobbiamo convenire che quando l’indebitamento avrà raggiunto il valore critico, la contemporanea emissione sul mercato dei titoli acquistati dai nostri creditori internazionali metterà lo Stato in una posizione di insolvenza. In questo caso l’unica possibilità per il governo del momento che rimarrà con il cerino acceso in mano, sarà quello di attingere dai risparmi bancari  dei cittadini  ciò che serve, così come fece il governo Amato nell’81, oppure dichiarare il fallimento dello Stato con conseguenze ancora peggiori. Certo però che per quanto riguarda la  tutela dei risparmi degli italiani, talvolta di una intera vita,  la strada  così  mantenuta dal governo è proprio quella sbagliata.