martedì 17 gennaio 2023
MUSSOLINI SOCIALISTA (parte I)
domenica 30 ottobre 2022
GIORGIA MELONI E LE BUONE INTENZIONI...
Qualche
sera fa, a Otto e Mezzo, Lucio
Caracciolo, direttore di Limes, in
merito alle dichiarazioni programmatiche di Giorgia Meloni, faceva
un’osservazione, scontata finché si vuole ma pur sempre vera: un conto sono le
parole, un altro sono i fatti…
Come
a voler dire che il cammino del nuovo governo, almeno a parole, può anche
essere lastricato di buone intenzioni, ma che poi bisogna vedere cosa farà realmente.
È
così? Le proposte di Giorgia Meloni sono davvero “buone”? Vediamo:
1)
Riforma costituzionale e in particolare introduzione del presidenzialismo
o magari del semipresidenzialismo alla francese. Un bene per il Paese o, come
preferisce dire la Meloni, per la Nazione? Resta da vedere quali siano queste
riforme, quanto al semipresidenzialismo alla francese - basato sull’elezione a
doppio turno del Presidente della Repubblica e su un Primo Ministro da questi
nominato in base alla maggioranza parlamentare - occorre segnalare tre aspetti:
il primo denota l’altruismo (o l’ingenuità) della Meloni che non può ignorare
che l’elezione a doppio turno del Presidente (solo in apparenza simile a quella
di un sindaco) favorisce il candidato di centro escludendo, come peraltro è
sempre avvenuto in Francia e non solo, i candidati alternativi di destra e di
sinistra. Il secondo aspetto parla di una diarchia dell’esecutivo inutile quando
non è pericolosa. Inutile, se il Primo Ministro è espressione della stessa
maggioranza che ha portato all’elezione del Presidente della Repubblica (quanti
sanno che dal 16 maggio di quest’anno Presidente del Consiglio francese o Primo
Ministro è Elisabeth Borne, dello stesso partito di Macron? E non è la prima
volta di una donna in questa carica, come in Italia, anche se sono ormai passati
31 anni dall’ultima volta). Pericolosa, quando la maggioranza parlamentare sia
diversa da quella che ha portato all’elezione del Presidente. Il terzo aspetto
riguarda in particolare l’esperienza italiana. I padri costituenti vollero
evitare il pericolo dell’uomo solo al
comando per effetto di plebisciti e per questo dettero la preferenza alla
Repubblica Parlamentare.
2)
Autonomia differenziata, sempre tuttavia coniugata con elementi di
“sussidiarietà e di solidarietà”. Un riconoscimento alle esigenze della Lega,
certamente, ma che poco si concilia con il tradizionale “spirito nazionale” di Fratelli d’Italia: diversi elettori
consultati sul perché della loro appartenenza al partito hanno dato la stessa
risposta: “siamo patrioti”. Il che rende difficile e pericolosamente divisiva,
già nelle intenzioni, la sua reale applicazione.
3) Sovranità
alimentare, natalità, e merito. I
titoli aggiunti ai nomi di alcuni ministeri. Se il significato di sovranità alimentare è nella difesa del
“made in Italy”, più che di una buona intenzione, mi sembra trattarsi di un diritto-dovere del governo italiano che
però deve fare i conti con le delibere dell’Unione Europea. Come pure, se
l’incremento della natalità è un auspicio, non possiamo che prenderne atto
positivamente, ma se diventa uno strumento per elargire bonus, come nel cosiddetto “ventennio”, non mi sembra un’idea
geniale. Quanto al merito, aggiunto
alla denominazione del Ministero della Pubblica Istruzione, ne andava più che
mai chiarito il senso, onde evitare l’inutile “piagnucolio” dell’opposizione
(con l’eccezione di Renzi).
4) Reddito di
cittadinanza. Qui è guerra aperta
con il Movimento Cinquestelle che ne ha fatto uno strumento di “rinascita
elettorale”. Una buona intenzione la sua soppressione e/o riforma? Dipende, ma
se il governo tirerà troppo la corda, lo scontro sociale potrebbe farsi
incontrollato.
5) Riforma
fiscale, Flat Tax da
6) Bollette
luce e gas. Si è solo appreso che
il governo interverrà per alleggerire il carico di imprese e famiglie. Sul
come, neanche una parola. Chiaro invece il discorso che per tutte le altre
misure a vantaggio dei cittadini (o di loro corporazioni) si dovranno attendere
tempi migliori.
7) Blocco
partenza dei barconi di migranti dal Nord Africa. Più che valutare se si tratti di una buona o
cattiva idea, mi sembra di poter dire che è un’utopia.
8) Covid. Poche parole per dire che non ha condiviso la
politica del governo precedente. Sarebbe stato auspicabile l’annuncio della
soppressione delle multe per i non-vaccinati.
9) Lotta alla
criminalità organizzata. E qui
bisogna riconoscere alla Meloni molta determinazione, naturalmente però neppure
un accenno sul come renderla effettiva.
10)Legalità
e certezza della pena. Detta così
può sembrare persino una buona idea, purché non si risolva in “accanimento
giudiziario”.
11)Fascismo. La Meloni si limita a dire di non avere simpatia
per i totalitarismi e dunque anche per il fascismo. Nulla dice sul fascismo
mussoliniano ma, come ebbe ad esprimersi in altre occasioni, c’è da ritenere
che lo “consegni alla Storia”, il che poi, a prima vista, non significa molto,
almeno che non nasconda il detto adusato e inquietante che “la Storia la
scrivono i vincitori”. Insomma, nulla di troppo distante da quanto ha sostenuto
Ignazio Benito La Russa, nel discorso di insediamento come Presidente del
Senato: evolversi, senza tradire e senza ripudiare. Sincera, per contro, appare
la sua condanna delle Leggi Razziali (o “razziste” come ebbe a dire giustamente la senatrice Liliana Segre
in apertura dei lavori parlamentari).
12)Antifascismo. Il termine
le esce di bocca una sola volta per ricordare chi facendosene scudo colpiva con
la chiave inglese gli avversari! Neppure una parola sulla Resistenza. Il che, tuttavia, non deve sorprendere. Pretendere che Fratelli d’Italia sconfessi apertamente
le proprie origini mi sembra eccessivo e anche un po’ ipocrita. Il partito
viene dal Movimento Sociale Italiano (di
cui conserva nel simbolo la fiamma tricolore) fondato nel 1946 da militanti e
dirigenti della Repubblica Sociale
Italiana e nonostante la Costituzione Italiana si proclami antifascista non fu mai messo al bando,
probabilmente per ragioni di convenienza di altri partiti politici, sinistra compresa.
Detto ciò, appare oggi pretestuoso pretendere da Fratelli d’Italia condanne postume eccessive, tanto più che la maggioranza dei cittadini italiani votanti (chi non ha votato, oggi non può
recriminare e del resto la percentuale di votanti in Italia è in linea con le
percentuali di tutte le democrazie occidentali) ha dato il primato proprio agli
eredi del Movimento Sociale: a) o non conoscendone le origini b) o non
ritenendole influenti c) o manifestando nostalgia del lontano passato. Dal suo
punto di vista, dunque, Fratelli d’Italia
fa bene a lasciare nel proprio simbolo la fiamma tricolore.
Tutto ciò premesso, non mi pare si possa dire che
le intenzioni programmatiche di Giorgia Meloni siano buone in sé, prescindendo
poi dal fatto che siano realizzate o meno. In realtà, non sono né buone né
cattive, possono cioè piacere ad alcuni e dispiacere ad altri, tutto qui. Quel
che mi sembra di poter dire è che, almeno per ora, sono in linea con l’Establishment, così come lo erano quando
governavano il PD e i Cinquestelle. L’unico vero argomento in favore della
Meloni, tuttavia, mi sembra il suo essere donna, la sua determinazione, la
sincerità del suo impegno e il suo dichiarato pragmatismo. Se da ciò ne
trarranno vantaggio gli italiani e non solo l’astratto “prestigio della
Nazione”, non potremo che gioirne tutti.
sergio magaldi
mercoledì 28 settembre 2022
PROCESSI MEDIATICI DOPO IL VOTO
Preso atto dell’onda lunga del Centrodestra, della decadenza dei Cinquestelle, dell’inadeguatezza del Centrosinistra e della continua voglia di cambiamento degli italiani, sempre pronti, dopo la fine della Prima Repubblica – quando il voto era praticamente cristallizzato – a ricercare illusoriamente un capo credibile cui affidare le proprie sorti e quelle di un Paese sempre più alla deriva (dopo Berlusconi, Renzi, Grillo-Conte-Di Maio, e Salvini), l’Establishment ha pensato bene, per scongiurare il pericolo Salvini, di puntare su Giorgia Meloni, facendola apparire umile, coerente e più rassicurante anche se all’opposizione, a differenza del capo della Lega al governo, giudicato presuntuoso, tracotante e pericoloso per l’ordine costituito. Non si può negare che lo stesso Salvini abbia dato una mano in questo senso, cadendo innanzi tutto ingenuamente nel tranello del Papeete, ma prima ancora armeggiando in pubblico con santini e coroncine che non hanno contribuito certo a dare di lui il volto di uno statista. L’altra mano l’ha data la pandemia e la fine dell’austerità in Europa: se infatti avesse potuto prevedere che di lì a breve si sarebbero aperti i cordoni della borsa, difficilmente Salvini avrebbe piantato in asso il governo gialloverde.
Quanto alla prova di responsabilità che la Lega ha dato nel permettere il varo del governo Draghi, appare chiaro come gli italiani, e non solo quelli tradizionalmente di centrodestra, non l’abbiano apprezzata. L’appiattimento sui decreti sanitari di Speranza, le mance distribuite a destra e manca senza risolvere la questione della perdita del lavoro da parte di molti italiani per effetto del lockdown e di una forsennata campagna vaccinale, hanno progressivamente agevolato il disegno di ingrassare nelle file del Centrodestra l’unico partito di opposizione.
Occorre d’altra parte riflettere che il Centrodestra non avrebbe mai ottenuto una maggioranza netta, come quella che ha avuto, senza lo “sfondamento emotivo” di uno dei partiti della coalizione. E quale poteva essere questo partito? Non Forza Italia che ormai quasi sembrava lottare per la sopravvivenza, non la Lega di Salvini che il suo di sfondamento l’aveva avuto già nelle elezioni europee di tre anni prima, raggiungendo una percentuale di oltre il 34%. L’unico partito in grado di “sfondare” era Fratelli d’Italia, l’unico di opposizione e l’unico guidato da una donna: una novità che per uno strano paradosso ha certamente contribuito al successo. Una donna sicuramente intrepida che non si è minimamente preoccupata di cancellare dal simbolo del partito la fiamma tricolore del vecchio Movimento Sociale Italiano. Un fattore che, soprattutto nell’attuale contingenza, può aver avuto un certo peso nell’elettorato più anziano e nostalgico, tanto più che esattamente tra un mese, per le strane coincidenze della Storia, ricorrerà il centenario della Marcia su Roma.
Insomma, nulla di nuovo sotto il sole: il Centrodestra non ha aumentato i suoi voti rispetto al 2018: poco più di 12 milioni come allora, ma diversamente ripartiti se è vero – come sostiene la statistica – che a Fratelli d’Italia è andato circa il 40% del voto leghista. In altri termini, dopo l’exploit di Forza Italia e della Lega, anche il terzo partito della coalizione ha infine avuto il suo!
L’ipocrisia di regime nei suoi Talk Show rende a Letta il doppio merito di aver anticipato le sue dimissioni per il deludente risultato elettorale e al tempo stesso di traghettare il partito sino alla celebrazione del Congresso, condanna invece esplicitamente Matteo Salvini che, nonostante la magra percentuale di voti raggiunta (circa il 9%), non parla di dimissioni dalla segreteria della Lega ma addirittura rilancia.
Esemplificativo al riguardo il giudizio espresso ieri a Tagadà da Claudio Martelli, l’antico delfino di Craxi, che in look di reverendo afferma incredibilmente: “Letta ha annunciato le proprie dimissioni perché è una persona onesta”, lasciando intendere che chi non ha fatto altrettanto, pur essendo tenuto moralmente a farlo, onesto non è.
Dopo il processo della magistratura si consuma così anche l’ennesimo processo mediatico contro Salvini, messo in discussione dallo stesso nucleo storico della Lega, Maroni in testa, con Castelli che parla di lui come di “un leader usa e getta”, ancorché il Consiglio Federale, riunito in gran fretta in via Bellerio a Milano, gli rinnovi momentaneamente la fiducia e lo candidi per un ministero “pesante”. Ma la tentazione, neppure taciuta, per bocca di Speroni, è quella del ritorno alla Padania, dimenticando che Salvini ha preso la Lega a meno del 4% e l’ha portata sino oltre il 34% delle elezioni europee e a più del 17% delle ultime elezioni politiche, l’ha fatta cioè uscire dal ghetto regionale, trasformandola in un partito nazionale, mostrando altresì in questa occasione – pur nel calo dei voti per i motivi sopra esposti – una notevole capacità di trattare con gli alleati, tant’è che per numero di parlamentari eletti – il solo numero che conta con queste percentuali di voto che salgono e scendono freneticamente un po’ per tutti i partiti – la Lega si colloca al terzo posto, appena poco al di sotto del Pd che pure vanta un numero doppio di voti. Va infatti chiarito che questa apparentemente bizzarra attribuzione di seggi non dipende solo dalla legge elettorale ma dalla complessa trattativa tra i partiti delle coalizioni per decidere le candidature nei collegi uninominali.
Salvini deve ora mostrare di non essere ingenuo e di saper tener duro, nonostante i processi di ogni genere, deve cioè saper trattare per sé un ministero davvero “pesante” che non può consistere in una vicepresidenza del Consiglio, magari insieme a Tajani, o addirittura nel ruolo istituzionale di presidente del Senato che, pur essendo la seconda carica dello Stato, lo relegherebbe forse definitivamente nella soffitta della politica con grande soddisfazione di “amici” e nemici.
sabato 23 luglio 2022
DRAGHI E LA DEMOCRAZIA
Ciò che dimenticai di precisare allora fu che la durata del governo poteva esaurirsi ben prima del 24 settembre. Infatti, i parlamentari restano in carica sino all’insediamento del nuovo Parlamento per il quale occorrono come minimo 80 giorni dal giorno dello scioglimento anticipato delle Camere. Dunque, alla data del 14 luglio (prime dimissioni di Draghi) gli onorevoli di primo mandato erano praticamente certi, già da circa una settimana, di raggiungere i 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio, “scavallando” la fatidica data del 24 settembre.
Ciò premesso, ogni altro motivo
che si voglia aggiungere per spiegare la caduta del governo deve collocarsi
nell’ambito della ragione principale determinatasi il 29 gennaio con l’elezione del Presidente
della Repubblica: era impensabile che i partiti della cosiddetta unità
nazionale rinunciassero alla propria autonomia sino alla scadenza naturale
della legislatura, mentre Fratelli
d’Italia, unico partito di opposizione, continuava ad “ingrossarsi” nei
sondaggi.
Il partito di Conte e quello di Di Maio
La “stanchezza” di Draghi
Già deluso dal Parlamento per la mancata elezione al Colle, Draghi ha dovuto, con il trascorrere dei giorni, sopportare i continui bisticci tra i partiti e rispondere alle persistenti critiche che gli venivano rivolte da esponenti della sua stessa maggioranza. A tale proposito, del tutto inascoltata la sua precisazione in ordine alla cattiva gestione dei due provvedimenti sopra menzionati di cui pure ha ribadito la validità. È un fatto che il reddito di cittadinanza sia andato a persone che non ne avevano diritto e che, allo stato, finisca anche col pregiudicare i cosiddetti lavori stagionali. Ed è altrettanto vero che il superbonus, così come è stato concepito, abbia causato frodi a non finire, con il risultato che le banche hanno ormai chiuso i rubinetti del credito, minacciando di gettare sul lastrico imprese e privati cittadini. Ci può stare, dunque, una certa stanchezza del premier nel continuare a gestire “il caso Italia”, come pure una eventuale sollecitazione a riservare le proprie energie in vista di un nuovo incarico di prestigio internazionale.
Le “determinazioni” di Draghi
Ciò che si comprende meno del Presidente del Consiglio è il comportamento tenuto dal suo governo che ha voluto collegare l’approvazione del Decreto Aiuti al voto di fiducia ben sapendo che il M5S non avrebbe approvato un decreto nel quale si contemplava un inceneritore per Roma. Perché poi inserire la drammatica questione dei rifiuti all’interno di un decreto “altro” e sul quale per giunta si poneva la fiducia al governo? Nonostante tutto, i Cinquestelle non hanno votato contro, limitandosi ad uscire dall’aula al momento del voto.
Più di una perplessità suscitano anche le
motivazioni addotte da Draghi per giustificare le sue “prime” dimissioni,
quelle presentate in gran fretta al Capo dello Stato dopo l’esito del voto del
14 luglio al Senato sul Decreto Aiuti, dove pure aveva ottenuto una fiducia
quasi “bulgara” con 172 sì e 39 no. Il Presidente del Consiglio si è richiamato
a questioni di correttezza istituzionale e di democrazia. Non essendo un Capo
di Governo eletto, il suo incarico a Palazzo Chigi si giustificava solo come Capo
di un Governo del Presidente della Repubblica e con una maggioranza di unità
nazionale (non tutti, però, mancando Fratelli
d’Italia).
Per la verità, Draghi è il settimo
Presidente del Consiglio non eletto, dopo Ciampi, Dini, Amato, Monti, Renzi e
Conte, i quali peraltro non sempre hanno governato con maggioranze di unità
nazionale e addirittura l’ultimo (Conte), prima di Draghi, ha guidato senza
soluzione di continuità governi con maggioranze alternative: prima quella
gialloverde (M5S e Lega) e subito dopo quella giallorossa (M5S e PD).
Un governo di unità nazionale è un governo
che non ha opposizioni e dunque Draghi
dirigeva un esecutivo non già di unità nazionale ma di “larghe intese”, una
denominazione peraltro ricorrente nel panorama politico italiano. Ora,
considerando che il M5S alla data del 14 luglio non era più lo stesso che aveva
votato la fiducia a Draghi, per la scissione di Di Maio e la fuoriuscita di
circa sessanta parlamentari e che lo stesso M5S il 14 luglio non ha votato la
sfiducia ma si è limitato ad uscire dall’aula, non si comprendono le ragioni di
Draghi se non facendo delle ipotesi: a)
Draghi era davvero “stanco” delle continue diatribe tra i partiti della sua
maggioranza. Anche se ciò resta difficile da capire in un personaggio di
statura internazionale che si è trovato a gestire e risolvere ben altri
contrasti, b) Draghi ha un concetto
della democrazia molto particolare: se per un verso si richiama al fatto di non
essere stato eletto dal popolo sovrano – smentendo la stessa tradizione
italiana che in condizioni di particolare criticità per la Repubblica ha fatto
ricorso, come si ricordava sopra, a presidenti del consiglio non eletti ma di
particolare prestigio (con l’eccezione di Conte, designato dal partito di
maggioranza relativa delle ultime elezioni politiche) con l’allargamento semmai
del concetto di democrazia parlamentare – dall’altro sembra infastidito dalla
dialettica politica, inevitabilmente sempre più vivace in prossimità di nuove
elezioni, c) Draghi non ha valutato
politicamente che la scissione all’interno del M5S gli offriva l’opportunità di
continuare a governare il Paese più o meno con la stessa maggioranza di prima e
in virtù forse di una certa aristocratica permalosità ha preferito gettare la
spugna, anche considerando che tra alcuni mesi avrebbe dovuto comunque lasciare
per la fine naturale della legislatura. Così, preferisce andarsene prima sulla
scia di una malintesa (?) purezza istituzionale. Le tre ipotesi formulate,
naturalmente, non ne escludono altre.
mercoledì 26 gennaio 2022
QUIRINAL SHOW: la guerra delle due rose
Al terzo giorno di esibizione
della politica, è previsto per oggi l’allestimento dell’opera semiseria La guerra delle due rose. La scelta
dello spettacolo è giustamente rivendicata dal Centrodestra che lancia la sua
rosa con Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. Il Centrosinistra, in
un barlume di saggezza improvvisamente ritrovata, evita al momento di
contrapporre una sua rosa, ma c’è chi dice che alla fine dovrà farlo e che gli
alfieri prescelti saranno Andrea Riccardi e Giuliano Amato (!).
Per la verità, i sempre bene informati sulle vicende del
Quirinale dicono anche altro, e cioè che la vera candidata del Centrodestra è
Maria Elisabetta Alberti Casellati, la senatrice laureata in Legge e
specializzata in Diritto Canonico presso l’Università Pontificia Lateranense la
quale, da funzionaria di Berlusconi, è assurta alla seconda carica dello Stato
grazie all’accordo di inizio legislatura tra Movimento Cinque Stelle e
Centrodestra.
Sempre secondo le stesse voci, la Casellati potrebbe
riuscire nell’impresa che il suo Superiore Naturale ha dovuto abbandonare,
giacché si ritiene che alla fine possa contare sui voti della stessa
maggioranza che al momento sostiene il governo di Mario Draghi. E se proprio
non dovesse farcela, c’è sempre il solito democristiano di turno (Pier
Ferdinando Casini) che alla fine potrebbe spuntarla grazie alla mediazione di
Matteo Renzi, il più bravo in questo ufficio.
D’altra parte, per il Presidente del Consiglio si configura
sempre di più “la missione” di restare a Palazzo Chigi – come si sente ripetere
da più parti – “per il bene del Paese”. Una maniera ipocrita per farlo fuori da
tutto, restituendo la sovranità ad una classe politica che sembra avere il
complesso del nano di fronte al gigante. Draghi al Quirinale è il solo italiano
in grado di offrire sette anni di garanzia all’Europa e al mondo, Draghi a
Palazzo Chigi, a capo di un governo che al massimo può avere otto mesi di vita
è poco più di una presa in giro. Perché otto mesi? Perché dopo il 24 settembre
di quest’anno verranno meno le ragioni che oggi impediscono lo scioglimento
anticipato delle Camere: i parlamentari al primo mandato (e sono tanti in
questo Parlamento!) avranno infatti (con quattro anni, sei mesi e un giorno) maturato
il diritto alla pensione. A quel punto, la maggioranza si scioglierà come neve
al sole e i partiti si dedicheranno alla campagna elettorale per le elezioni
politiche del 2023.
Draghi a capo del nuovo esecutivo del “dopo-elezioni”?
Improbabile, anzi addirittura impossibile, a meno che non esca fuori un
Parlamento senza una maggioranza politica. Diversamente, questa sprovveduta
classe politica tornerà ad occupare anche Palazzo Chigi, lieta di essersi
definitivamente sbarazzata dell’ ”alieno” e poco sollecita, come al solito,
delle sorti del Paese e del bene dei cittadini cosiddetti sovrani.
sergio
magaldi
domenica 23 gennaio 2022
DEMOCRISTIANI INESAURIBILI PER IL COLLE
Da un democristiano di sinistra a un democristiano di
destra, ancorché rieletto senatore nel 2017 con i voti della sinistra. Davvero
inesauribile l’archivio del partito che ha governato l’Italia per
cinquant’anni! Un altro nome che echeggia nel palazzo della politica è quello
di Giuliano Amato, gradito al centrosinistra e al centrodestra ma poco amato nel Paese che ancora lo ricorda,
per così dire, con le mani nei conto correnti degli italiani. Sullo sfondo,
naturalmente, resta pur sempre il nome di Mario Draghi, malgrado o piuttosto
grazie al suddetto pronunciamento del Cavaliere.
Si sente ripetere che l’indicazione di un nome e/o di una
rosa per il Quirinale spetterebbe questa volta al Centrodestra per il maggior
numero di grandi elettori. In realtà, considerando anche i voti di Italia Viva
(ex Pd) e una buona parte di quelli appartenenti al Centro Democratico e al
Gruppo misto, le forze in campo più o meno si bilanciano. Inoltre, i quattro
delegati regionali in più del Centrodestra (30, contro i 26 del Centrosinistra
e i 2 dell’Unione di centro) non
modificano granché la situazione, anche considerando l’orientamento prevalente
a sinistra dei 6 senatori a vita, se dovessero votare.
Ciò premesso, Salvini, dopo il ritiro di Berlusconi, ha
annunciato una rosa di tre nomi. Se si tratta di Frattini, Casellati e Pera,
difficilmente sarebbero accettati perché considerati troppo di parte (come lo
sarebbe Franceschini per l’altra parte) e oltretutto poco popolari tra i
cittadini (ammesso che questo conti per i professionisti della politica).
Più sottile l’atteggiamento del Centrosinistra, orientato
per il momento a votare (con il quorum a 673 voti per le prime tre votazioni e
505 dalla quarta) un candidato di bandiera che potrebbe essere Andrea Riccardi,
il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Con la riserva di prendere in mano
la candidatura di Mario Draghi dalla quarta votazione in poi, togliendo
l’opportunità al Centrodestra che resterebbe col cerino in mano, dovendo alla
fine accodarsi o assumersi la responsabilità di spaccare il Paese. Ecco perché
la candidatura di Casini, e purtroppo
quella di Amato, restano alternative possibili e comunque di ripiego per
Salvini e soci.
Come al solito, il Centrodestra sbaglia i tempi e rischia
di lasciare la candidatura del nome più prestigioso ai suoi avversari.
L’esternazione di Berlusconi circa la necessità che Draghi resti alla
Presidenza del Consiglio per completare la sua opera con le tre riforme (fisco,
burocrazia e giustizia) chieste dall’Europa è fuorviante e pericolosa. Intanto
perché il governo potrebbe cadere già dopo l’elezione del nuovo Presidente
della Repubblica, poi perché è comunque impossibile che resti in carica con
questa maggioranza sino alla fine della legislatura, considerando la necessità
dei partiti di differenziarsi tra di loro in vista delle elezioni: è
soprattutto il caso della Lega che non può lasciare sino alla fine il primato
dell’opposizione a Fratelli d’Italia. E dopo le elezioni è improbabile il
ritorno di Draghi a Palazzo Chigi.
In conclusione, ci sono due modi soltanto per sottrarsi ai
“ludi quirinalizi” che si annunciano al Colle per i prossimi giorni e che
rischiano di rendere ancora più complicata la situazione di un Paese già
stremato dalla pandemia e da una sorta di dittatura sanitaria. Il primo, ancorché
forse poco democratico nella forma (ma
sarebbe l’eccezione di questi tempi?) passa per un accordo che porti alla
rielezione di Mattarella sino al termine della legislatura e alle sue
successive dimissioni per eleggere Draghi al Colle, il quale nel frattempo
avrebbe ancora un po’ di tempo per completare il suo lavoro alla Presidenza del
consiglio. Ciò che, mutatis mutandis,
capitò già con Napolitano, per intenderci ma, a parte il fatto che Mattarella
ha manifestato ampiamente la sua ferma volontà di lasciare il Quirinale,
circolano voci che, anche se alla fine dovesse cambiare idea, il Presidente non
accetterebbe mai un mandato tacitamente condizionato. Detta diversamente, c’è
minore voglia di sacrificarsi per il Paese di quanta ne ebbe Napolitano. A meno
che non sussistano gravi problemi di salute.
Il solo altro modo – il più realistico e il più semplice –
è l’accordo per portare Mario Draghi al Colle senza che uno schieramento
politico di parte pretenda di assumersene il merito e rinsaldando l’accordo di
governo sino al termine della legislatura o giù di lì. Non si tratta di essere,
per così dire, ossessionati dal nome dell’ex governatore della BCE, ma di
quello che, almeno in questa congiuntura, farebbe qualsiasi altro paese
occidentale per garantirsi la fiducia dei mercati, la ripresa economica e la
credibilità politica.
sergio magaldi
domenica 10 ottobre 2021
domenica 7 febbraio 2021
LA RIVINCITA DI RENZI E SALVINI
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martedì 26 gennaio 2021
GRAMSCI E IL CENTENARIO DEL PARTITO COMUNISTA
Ricorre in questi
giorni il centenario della nascita del Partito comunista (21 gennaio 1921: P.C.
d’I, Partito Comunista d’Italia e dal 1943 P.C.I., Partito Comunista Italiano),
avvenuta presso il Teatro San Marco di Livorno nel giorno in cui al Teatro
Goldoni della stessa città si chiudeva il XVII Congresso del Partito socialista
(15-21 gennaio 1921) che vedeva la prima scissione all’interno della sinistra
italiana, con la fuoriuscita della frazione comunista guidata tra gli altri da
Terracini, Bordiga, Bombacci[1]
e Antonio Gramsci, allora trentenne, e che comprendeva il gruppo torinese
collegato al periodico L’Ordine Nuovo
e quello che faceva riferimento al settimanale Il Soviet di Napoli guidato da Amedeo Bordiga.
Sarebbe errato e fuorviante, tuttavia, ritenere che la
scissione di Livorno abbia determinato una situazione di debolezza all’interno
della sinistra, tale da favorire l’avvento del fascismo, perché la rottura dell’unità
del Partito socialista – ancorché provocata formalmente dalla non adesione dei
“riformisti” e dei “massimalisti” ai principi della III Internazionale e al
mancato riconoscimento “dell’universalità della rivoluzione bolscevica” – si
caratterizzò proprio in funzione della scarsa combattività che i dirigenti
socialisti, per la maggior parte appartenenti alla borghesia, misero in mostra
nel contrastare gli ultimi governi dello stato liberale, prima che
quest’ultimo, nell’intento fallace di sopravvivere, favorisse l’ascesa al
potere del fascismo.
In generale, sui quadri della classe operaia in Italia,
Gramsci annota: «[…]negli altri paesi il
movimento operaio e socialista elaborò singole personalità politiche, in Italia
invece elaborò interi gruppi di intellettuali che come gruppi passarono all’altra
classe. Mi pare che la causa sia da ricercare in ciò: scarsa aderenza in Italia
delle classi alte al popolo, nelle crisi di svolta questi giovani
ritornano alla loro classe (così è
avvenuto per i sindacalisti-nazionalisti e per i fascisti). È in fondo lo
stesso fenomeno generale del trasformismo in diverse condizioni[…]».[2]
D’altra parte, una settimana prima del Congresso di
Livorno, il proposito di Gramsci non è ancora quello della scissione, bensì
quello di liberare il Partito socialista dalla presenza dei riformisti che, a
giudizio della frazione comunista, ne ostacolano l’azione rivoluzionaria. Così
scrive l’intellettuale sardo su L’Ordine
Nuovo in un articolo del 13 gennaio 1921:
«Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti
avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si
stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel
parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercavano di sfruttare
la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare
aristocrazie proletarie, che […] avevano creato un protezionismo cooperativo e
credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo
lavoratore[…].La classe operaia rivoluzionaria afferma di ripudiare tali forme
spurie di socialismo: l’emancipazione dei lavoratori non può avvenire
attraverso il privilegio strappato, per una aristocrazia operaia, col
compromesso parlamentare e col ricatto ministeriale; l’emancipazione dei
lavoratori può avvenire solo attraverso l’alleanza degli operai industriali del
Nord e dei contadini poveri del Sud […]».
Gramsci è ancora più
esplicito nei confronti dei dirigenti sindacali - espressione del Partito
socialista - in un articolo di circa due mesi più tardi (L’Ordine Nuovo, 4 marzo 1921):
«Il Congresso confederale di Livorno è terminato. Nessuna parola
nuova, nessun indirizzo è venuto fuori da questo congresso. Invano le grandi
masse popolari italiane hanno atteso di essere orientate, invano hanno atteso
una parola d’ordine che le illuminasse, che riuscisse a calmare il loro spasimo
e a dare una forma alla loro passione. Il congresso non ha impostato e non ha
risolto neppure uno dei problemi vitali per il proletariato nell’attuale
periodo storico: né il problema dell’emigrazione, né il problema della
disoccupazione, né il problema dei rapporti tra operai e contadini […] L’unica
preoccupazione della maggioranza del congresso è stata quella di salvaguardare
e garantire la posizione e il potere politico degli attuali dirigenti sindacali,
di salvaguardare e garantire la posizione e il potere (potere impotente) del
Partito socialista […] In molte regioni d’Italia le folle dei lavoratori erano
scese in campo per difendere il loro elementare diritto alla vita, alla libertà
di muoversi nelle strade, alla libertà di associarsi, di riunirsi, di avere
propri locali di riunione. Il campo della lotta rapidamente divenne tragico:
fiamme d’incendio, cannonate, fuoco di mitragliatrici, decine e decine di
morti. La maggioranza del congresso non si commosse per questi avvenimenti; la
tragedia delle folle popolari che disperatamente si difendevano da nemici
implacabili e crudeli non fu capace a rendere seri, a infondere il senso delle
proprie responsabilità storiche in questa maggioranza formata di uomini dal
cuore inaridito e dal cervello disseccato[…]».
Altrettanto
lucida è l’analisi che Gramsci fa del fascismo su L’Ordine Nuovo del 26 aprile del ‘21. Presentatosi come un movimento
antipartito, il fascismo cela sotto idealità politiche “vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle
passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di
costume, si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni
strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova,
dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato”. Non meno lungimirante sarà
l’analisi che Gramsci farà di Mussolini tre anni dopo (L’Ordine Nuovo, marzo 1924), quando ormai il fascismo è saldamente
al potere: “Abbiamo
in Italia il regime fascista, abbiamo a capo del fascismo Benito Mussolini,
abbiamo una ideologia ufficiale in cui il «capo» è divinizzato, è dichiarato
infallibile, è preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato Sacro
Romano Impero. Vediamo stampate nei giornali, ogni giorno, diecine e centinaia
di telegrammi di omaggio delle vaste tribù locali al «capo». Vediamo le
fotografie: la maschera più indurita di un viso che già abbiamo visto nei
comizi socialisti. Conosciamo quel viso: conosciamo quel roteare degli occhi
nelle orbite che nel passato dovevano, con la loro ferocia meccanica, far
venire i vermi alla borghesia e oggi al proletariato. Conosciamo quel pugno
sempre chiuso alla minaccia. […] Egli era allora, come oggi, il tipo concentrato
del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti
lasciati sul suolo nazionale dai vari secoli di dominazione degli stranieri e
dei preti: non poteva essere il capo del proletariato; divenne il dittatore
della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica, che spera
di vedere nella classe operaia lo stesso terrore che essa sentiva per quel
roteare degli occhi e quel pugno chiuso teso alla minaccia”.
Il fascismo – scrive ancora Gramsci su L’Ordine Nuovo, del 21 giugno 1921
– si è diffuso in Italia non solo grazie
alla violenza e all’appoggio dei grandi proprietari terrieri e dei ceti della
finanza, ma soprattutto per la connivenza delle istituzioni e dell’apparato
statale, in particolare dei corpi di pubblica sicurezza, dello stato maggiore militare e
della magistratura. Ed eccolo rivolgere da comunista agli ex compagni
socialisti che, anche tramite il sindacato, hanno ancora il controllo della
classe lavoratrice, la domanda che presto diverrà attuale: “Cosa intendono fare i socialisti e i capi
confederali per impedire che sul popolo italiano venga a gravare la tirannia
dello stato maggiore, dei latifondisti e dei banchieri? Hanno stabilito un
piano? Hanno un programma?” La risposta che si dà è negativa e anticipa di un anno e mezzo
quello che effettivamente accadrà: “I
socialisti non si sono mai posti seriamente la questione della possibilità di
un colpo di Stato e dei mezzi da predisporre per difendersi e per passare
all’offensiva. I socialisti, abituati a rimasticare stupidamente alcune
formulette pseudomarxiste, negano la rivoluzione «volontarista», «miracolista»,
ecc. ecc. Ma se l’insurrezione del proletariato venisse imposta dalla
volontà dei reazionari, che non possono avere scrupoli «marxisti», come
dovrebbe comportarsi il Partito socialista? Lascerebbe, senza resistenza, la
vittoria alla reazione?”
Le sue conclusioni sono tragicamente profetiche: “Il colpo di Stato dei fascisti, cioè dello stato
maggiore, dei latifondisti, dei banchieri, è lo spettro minaccioso che
dall’inizio incombe su questa legislatura”. L’osservazione con cui conclude l’articolo giustifica
da sola la nascita del Partito comunista: “Qual è la parola d’ordine del Partito socialista? Come possono le
masse ancora fidarsi di questo partito, che esaurisce la sua attività politica
nel gemito e si propone solo di far tenere dai suoi deputati dei «bellissimi»
discorsi in Parlamento?”
![]() |
| Il socialista Tito Zaniboni e il fascista Giacomo Acerbo, firmatari del patto di pacificazione del 3 agosto 1921 |
E un mese più tardi, di fronte alla pacificazione tra
fascisti e socialisti, Gramsci intuisce sempre di più quello che sta per accadere
(L’Ordine Nuovo, 3 luglio 1921): “La
pace fra fascisti e socialisti è il risultato di uno stato di coscienza, in cui
interferiscono i due fallimenti politici. La tattica fascista, in quanto
corrispondeva a un piano politico preordinato, si proponeva di far rientrare
nella legalità costituzionale i capi socialisti e di indurli alla
collaborazione. L’on. Giolitti favorì il movimento fascista per incanalarlo a
questo fine preciso. Le masse furono massacrate impunemente, le Camere del lavoro,
le Case del popolo, le cooperative furono incendiate e saccheggiate impunemente
per indurre i capi socialisti alla riflessione […]”.
Certo, il Partito comunista italiano non fu solo Gramsci e
la sua storia conobbe pagine oscure nel suo legame con lo stalinismo, ma non
c’è dubbio che la sua nascita fu legittima e motivata da ciò che sarebbe
accaduto a poco più di un anno dalla sua fondazione, quando, anche per
l’inerzia dei socialisti, in Italia si instaurò una dittatura che sarebbe
durata più di vent’anni. D’altra parte, la storia dell’unico partito italiano
che oppose resistenza al fascismo mentre era al potere e che più di ogni altro
prese parte alla Resistenza in armi contro il nazifascismo è anche la storia
dell’emancipazione delle classi lavoratrici, del massimo di unità possibile di
popolo e intellettuali, del valore delle istituzioni democratiche, della
formazione di una borghesia laica – in mancanza di una religione riformata,
così come avvenne altrove in Europa – e senza che tuttavia questo significasse
il ripudio delle religioni positive, a cominciare dal cattolicesimo. L’evoluzione
cosiddetta socialdemocratica del P.C.I. non deve trarre in inganno e i
riformisti di allora non hanno avuto ragione: il riformismo quando è autentico
è una ricetta valida in un Paese democratico e bene amministrato, non può
esserlo nelle condizioni in cui si trovava l’Italia, tra la minaccia fascista e
il crollo dello stato liberale.
sergio
magaldi
[1] Nicola Bombacci (1879-1945), massimalista di sinistra nel Partito Socialista, cofondatore del Partito Comunista d’Italia e amico personale di Mussolini, morì fascista, fucilato a Dongo dai partigiani nell’aprile del ’45, dopo aver aderito alla Repubblica Sociale di Salò.
[2] A. Gramsci, Quaderni del carcere 2., Einaudi, Torino, 1966, p.42
martedì 22 settembre 2020
IL VOTO ITALIANO AI TEMPI DEL COVID-19
Niente di nuovo sotto il sole. Tutto è andato
come era facile prevedere secondo una lettura neppure complessa dei tempi che
stiamo vivendo da un anno a questa parte: il Sì al taglio dei parlamentari
vince con circa il 70% dei consensi e raggiunge le percentuali più alte nel
Mezzogiorno dove è più forte – giusta o sbagliata che sia – la percezione di
rappresentanti del popolo spesso assenteisti e che tutto fanno tranne che
occuparsi dei propri rappresentati. E nelle elezioni regionali non c’è stato il
6-0 o il 5-1 del Centrodestra astutamente temuto e sbandierato dal PD e
ingenuamente sostenuto dalla coppia Meloni-Salvini. Il pareggio per
Tutto si spiega a partire da un anno fa, quando il leader della Lega con motivazioni che parvero anche plausibili (l’impossibilità di realizzare le riforme per l’immobilismo dei Cinquestelle, l’ostilità dell’Europa ai piani di spesa e il malumore dei suoi) decise di gettare la spugna ritenendo possibile andare a nuove lezioni senza tener conto (quanto ingenuamente?!) del Capo dello Stato, della volontà di sopravvivere dei parlamentari Cinquestelle, della inaspettata e fortunosa opportunità per il PD di tornare al governo, sapendosi poco attrezzato per fare opposizione. L’ostentata ingenuità di Salvini nascondeva comunque la convinzione che un eventuale governo giallorosso poco avrebbe combinato e che la via delle elezioni sarebbe stata alla fine l’unica soluzione possibile per il Paese. È a questo punto che entra in scena il Covid-19 e che si allargano di necessità i cordoni della borsa dell’Unione Europea. Tutta la strategia del leader leghista ne risulta sconvolta: i Cinquestelle ad un passo dall’estinzione si riprendono grazie alle trasfusioni di Conte e preparano l’arma del taglio dei parlamentari con cui sopravvivere e addirittura gridare vittoria, come ieri ha fatto Di Maio; il PD boccheggiante dopo le elezioni politiche si rianima e si ricompatta nell’alleanza Zingaretti-Renzi-Franceschini; Fratelli d’Italia cresce del 50% grazie ai delusi della Lega e ai fuoriusciti di Berlusconi; l’opinione pubblica terrorizzata dal virus si rifugia sotto l’ala di un governo e di un Presidente del Consiglio che si auto-elogia di continuo in TV per come combatte la battaglia contro la pandemia e un’altra convinzione si fa strada presto fra la gente: l’Europa finalmente si dimostra madre e non matrigna mettendoci a disposizione centinaia di miliardi e tutto questo per merito del governo, anzi di Conte, anzi del PD. Ed ecco arrivare “il compagno Boh”, quel Nicola Zingaretti cresciuto alla scuola di un partito vero, maestro nell’arte di temporeggiare ma anche di tessere la tela delle strategie e delle alleanze. Il segretario del PD conosce i suoi: sa che le figure più illustri del passato e del presente del suo partito sono le vestali della democrazia rappresentativa e che voteranno No al taglio dei parlamentari, ma sa che il governo ha bisogno del Sì per sopravvivere e che comunque il Sì stravincerà e allora dice ufficialmente Sì solo negli ultimi giorni e gli elettori del suo partito, se non i dirigenti, lo seguono, mentre continua a tessere la rete delle alleanze che lo inducono a sostenere che il PD è forse già il primo partito del Paese.
Dal canto suo, il Centrodestra cerca ora di
usare il voto referendario, che modifica almeno quantitativamente la nostra Istituzione
più importante (riducendo il numero dei parlamentari da
domenica 30 agosto 2020
Referendum costituzionale: tagliare o non tagliare?
Il referendum costituzionale della seconda
metà di settembre non sembra presentare reali incognite quanto al suo esito. Molte
invece le implicazioni di carattere politico. Gli ultimi sondaggi, anche se con
il No al taglio dei parlamentari in
rimonta, assegnano il 66% al Sì e il
34% al No. Percentuali che non
lasciano adito al dubbio, anche se le sorprese sono sempre possibili
soprattutto quando - come in questo caso - le posizioni dei partiti che
influenzano il voto dei cittadini sono strumentali.
I
Cinquestelle che hanno la paternità dell’iniziativa del “taglio” si schierano
tutti per il Sì. È la loro posizione
di sempre e lo è tanto più oggi che il loro consenso si è dimezzato. È una
modalità per sopravvivere facendo leva sul sentimento di antipolitica diffuso
nell’opinione pubblica per l’inconcludenza dei parlamentari, le loro prebende,
le tante corruzioni. C’è di più: è anche un mezzo per evitare la fine
anticipata della legislatura o addirittura per posticiparla: la vittoria del Sì determina infatti la necessità di
riformare i collegi e successivamente di varare una nuova legge elettorale.
Templi biblici per chiunque abbia una conoscenza anche soltanto superficiale
della politica italiana.
Il
Partito Democratico dichiara ufficialmente di doversi schierare per il Sì nel rispetto dell’accordo di governo
con i Cinquestelle, ma lascia intendere chiaramente che preferirebbe il No. E in effetti i neodemocristiani sono
gli unici a trarre vantaggi qualunque sia l’esito del referendum: il Sì assicura la continuità di governo e
il varo di una legge elettorale proporzionale, il No una definitiva supremazia sui Cinquestelle e il loro inevitabile
assorbimento, nonché una ritrovata verginità come paladini della democrazia
rappresentativa così com’è concepita oggi, e cioè con la scelta dei
parlamentari da parte delle segreterie politiche dei partiti.
La
Lega appare divisa e paradossalmente ha una posizione simile al PD.
Ufficialmente è per il Sì con Salvini
che, convinto com’è dai sondaggi, teme di schierarsi con gli sconfitti, ma che
lascia libertà di coscienza, tant’è che Borghi ha fatto sapere qualche giorno
fa le motivazioni che lo inducono a votare No.
Tutto
qui il significato del voto referendario: nelle manovre politiche che faranno
seguito al voto. Nulla di ciò che viene contrabbandato come il senso della
votazione dai paladini della democrazia formale – per i quali l’Italia
risulterebbe gravemente danneggiata dal non essere più il paese europeo con il
maggior numero di parlamentari - e dai sostenitori del “taglio”, fatto per
risparmiare e portare acqua al mulino della democrazia diretta. Conservatori i
primi, senza proporre riforme per far fronte alla crisi della democrazia
rappresentativa; velleitari i secondi, incapaci di realizzare le tanto
strombazzate riforme di democrazia sostanziale.
sergio
magaldi














