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giovedì 18 luglio 2019

ARTE, emozione e intuizione




Dalla pittura alla musica attraverso       
   l’ intuizione

Sulle ali delle emozioni si aprono nuove prospettive di approfondimento dei significati artistici

di Alberto Zei







I tratti pittorici

Come una lezione di vita, sono molte le causalità che ricollegano i concetti che prima apparivano senza importanza ma che, per un evento imprevisto, riportano la stessa  questione sotto una luce diversa.
Riferendosi alle arti figurative, la rappresentazione di un dipinto contiene nel linguaggio dei segni e dei tratti pittorici  tutto ciò che i visitatori o gli osservatori riescono a leggere nel dipinto stesso. Questa sorta di lettura avviene quando la sensibilità artistica di chi osserva riesce a cogliere l’ architettura della forma e dei contenuti  dell'immagine intuendo quel significato che per lo stesso osservatore quel quadro rappresenta. L’arte di cogliere attraverso i segni, ossia dalle forme dei tratti pittorici, questi aspetti spesso nascosti  rientra nella semiotica che è, appunto, la scienza che interpreta il significato che emerge dall’interno di un'opera pittorica
Un quadro, a prima vista,  esprime soltanto delle immagini, ma ad una attenta osservazione le medesime  immagini – sempre che abbiano un senso – sono accompagnate da altre informazioni, sia come valore  della loro  espressione pittorica, sia come motivazione  che ha spinto l’autore a dipingere quel quadro.
Questa rappresentazione complessa che per un critico d’arte è professionale, per i visitatori di una mostra è una qualità, talvolta anche inaspettata, che di fronte ad un particolare quadro fa vibrare come per risonanza la nostra emotività. Ciò avviene  se la carica emozionale è sintonizzata sul significato che ciascuno, pur in  modo  differente,  attribuisce a quel quadro.






Ancora di più
 Se poi oltre il voluto dell’autore del quadro, l’osservatore supera l’interpretazione della volontà cosciente dello stesso, si aprono altre prospettive di lettura, involontariamente introdotte dal pittore nel dipinto.
Infatti, i grandi capolavori della pittura vengono interpretati attraverso un’analisi che si spinge  al di là del  significato del dipinto, offrendo ulteriori dettagli sulle motivazioni e sullo stato emozionale dell’autore.
Ma come spesso avviene, quando un evento sembra arrivato alla sua massima evoluzione, superato questo limite, si aprono altre condizioni che ad una prima osservazione sembravano imprevedibili ma se viste come effetto domino della sintonia emotiva, allora il paradosso è consequenziale.



La sindrome di Stendhal
  L’esempio più classico è quello della condizione reattiva che viene chiamata “La sindrome di Stendhal”. Questa infatti, si manifesta con uno stato emozionale così alto di fronte ad un’opera d’arte da provocare uno stupore progressivo fino alla perdita dei  sensi.
Certamente si tratta di un caso estremo, ma non così raro, quando osservando un quadro si sovrappongono i vari aspetti del nostro pensiero che, secondo i diversi punti di vista, attribuiscono alle immagini osservate la luce del significato nascosto.
Deve anche mettersi nel giusto rilievo che superata la soglia della mediocrità, quando un’opera d’arte emerge  di fronte al giudizio generale della maggior parte degli osservatori nel concetto della bellezza artistica, che è un po’ la base di giudizio per tutti, questa esprime il punto di partenza del salto di sensibilità di ciascuno.
Ciò non significa che qualcuno sia soltanto più sensibile di altri, ma che altri con le loro emotività non riescono a sintonizzarsi su quella stessa frequenza emotiva.

 I nostri sensi
 Un esempio pratico che può rendere l’idea di questa sorta di sintonia della percezione  si verifica  anche nel settore della sensibilità  gustativa.
Se un sommelier, professionalmente qualificato quanto si vuole, dovesse affermare che una qualità di vino sia in assoluto la migliore, quella sarebbe soltanto una valutazione soggettiva anche se condivisa da altri ma non dalla maggioranza della gente, in quanto la sensibilità gustativa individuale si differenzia proprio per natura da quella di ciascuno.
 Ritornando al concetto dell’opera d’arte a cui come tale si conferisce una base di oggettivo valore, la valutazione emotiva che l’osservazione è capace di esprimere è una facoltà personale la quale dipende dal particolare settore reattivo che un’opera d’arte riesce a stimolare. Anche  la musica si presta ad una valutazione del genere; vi sono infatti, delle composizioni musicali nei loro campi di appartenenza che si prestano ad entrare in sintonia con il filo sottile della nostra preferenza culturale, ma alcuni brani eseguiti da una valida orchestra riescono molto spesso a sintonizzarsi sulla sensibilità musicale di ciascuno e talvolta anche a trascinarlo con le ali del pensiero verso le sensazioni di progressivo coinvolgimento emozionale.





L’ intuizione
 Quando gli impegni culturali creativi della nostra quotidianità si fanno più sottili e più esigenti nella pretesa, allora i risultati si ottengono più con l’intuizione che con la ragione. In tali casi, anche i mezzi strumentali del nostro intelletto devono essere forgiati nelle varie scuole di pensiero (ne esistono anche in  Italia) che rendono l’intuizione una scorciatoia del processo cognitivo; sempre poi che di volta in volta l’intuizione sia riconosciuta valida attraverso il ragionamento razionale.
Per arrivare a questo, il processo è lungo, ma esistono persone eccezionali che nascono già con talenti particolari: chi per la matematica, che per la musica e così via. Per tutte le altre persone, a cui non è preclusa nessuna via, l’approfondimento della pittura, ad esempio, potrebbe rivelarsi  un valido test individuale per capire di essere portato o meno  ad aumentare le proprie capacità sensoriali, fino a riuscire a percepire le verità del mondo con gli  occhi della coscienza, intuendo gli eventi non ancora rivelati e la loro natura.
Questo non è poco.  Ma  molti sottostimano le loro capacità. Perché non provare?




venerdì 14 ottobre 2016

RICORDO DI DARIO FO




   Se ne va un grande spirito, un artista che ha fatto della propria vita una lucida passione [“L’uomo è una passione inutile”, scriveva Sartre]. Ma Dario Fo ha illuminato la propria passione di uomo con tanto sorriso, impegno civile e sberleffi nei confronti dei potenti. Così, tra l’altro, egli si esprimeva sul riso:

“Il riso è sacro. Quando un bambino fa la prima risata è una festa. Mio padre, prima dell’arrivo del nazismo, aveva capito che buttava male; perché, spiegava, quando un popolo non sa più ridere diventa pericoloso. La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune, anzi è più vero o, almeno, più credibile. Tutto quello che è la satira, il modo di concepire il dramma, la tragedia e l’infamia con la risata è qualcosa che il potere non può accettare, perché è attraverso la risata che la gente capisce le cose”.

E sempre a proposito del riso, scrive la teologa Stella Mora: [http://www.mosaicodipace.it, Settembre 2014]:

“Bisognerebbe riscoprire la pedagogia del riso, dell’allegria. Perché ridere libera dal giogo del possesso e del potere, spezza le catene. E diviene immagine del sorriso benevolo di Dio”.
Nel romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco – osserva ancora la teologa – “Il saggio Guglielmo da Baskerville evidenziava anche le virtù terapeutiche della risata, da lui definita ‘una buona medicina per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia’. Il punto centrale (almeno secondo il romanzo) sta nel fatto che se è possibile ridere di tutto – come affermato nella Poetica di Aristotele – è possibile allora ridere anche di Dio. […]  Una storiella – di quelle che gli Ebrei della diaspora amano raccontare – offre una chiave psicologica o psicanalitica dell’ambivalente rapporto col riso (e con Dio): “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, tuona il Padreterno. E Mosè: “Sì, certo. Chi mai potrebbe permettersi un altro così?”. E sappiamo tutti bene che l’humor ebraico, dai chassidim a Woody Allen e a Moni Ovadia, ha una lunga storia, è quasi diventato un genere letterario, uno stereotipo che attraversa le tragedie e il lato oscuro della storia. Al Salmo 2, versetto 4 leggiamo che “ride colui che sta nei cieli”; certo, sono le beffe di Dio verso i malvagi, lo scherno del potente: è quella parte del riso che non nasce dal gioco e dalla leggerezza, ma piuttosto dallo sberleffo e dal sarcasmo. Ma troviamo nella Bibbia anche il riso di Sara (Gen 18,12) all’annuncio dell’inattesa e insperata gravidanza in vecchiaia, e il figlio dunque si chiamerà Isacco, che significa “lui ha riso”, riso di donna, di diffidenza e di imbarazzo, riso che sta a metà tra incredulità e speranza. Troviamo anche al Salmo 126, al versetto 2, il riso che è figlio della libertà, dell’allegria e del raccolto copioso, quello che è il dono ricevuto, ancora una volta insperato e immeritato. […] Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi, ci dicevano da bambini, quasi a ricordarci che la vita è una cosa troppo seria, troppo grave e problematica e che solo incoscienza o poca intelligenza possono trovare qualcosa da ridere nelle vite così come sono. Eppure… forse servirebbe una pedagogia del riso (e del sorriso…) per insegnarci di nuovo che il contrario della serietà non è il riso, ma piuttosto l’irresponsabilità e che la leggerezza e il rovesciamento dei punti di vista, un po’ di dissacrazione e un po’ di ironia aiutano a vivere proprio quando la situazione si fa grave. Tutti abbiamo amato il film La vita è bella, che ci ha narrato una delle tragedie del secolo breve come un gioco negli occhi di un bambino… Ma c’è di più ancora: il riso ci conduce a un oltre, a un al di là di noi e della realtà che non ci aliena, che non cancella ciò che è, ma non se ne fa schiacciare; il riso ci libera, perché spezza la logica calcolatrice del potere e dell’avere, accetta la povertà dello stupore e del ricevuto, si fa stupire guardando senza catturare. Il riso è davvero in questo divino…”.

S.M.

venerdì 18 dicembre 2015

VERSI DI DANTE ascoltati alla radio


https://www.spreaker.com/tag/dantealigheri

lunedì 9 dicembre 2013

LINGUAGGIO ARTISTICO, SCIENTIFICO E SIMBOLICO DEL DISEGNO BOTANICO

Laura Mancuso, Arum maculatum [Gigaro macchiato, famiglia delle Araceae], disegno botanico


 L’associazione Garden Club annota giustamente sul proprio sito [www.gardenclub.it] che “Il disegno botanico è una disciplina artistica, nata dall’incontro tra Arte e Scienza, attraverso l’osservazione attenta del mondo vegetale e della natura in generale e caratterizzata da una realistica rappresentazione dal vero, del Regno Vegetale. Ha sicuramente radici antichissime e rappresenta un armonico equilibrio tra ricerca estetica e rigore scientifico. É stato per botanici, medici e farmacisti per tanto tempo, un modo importante per contribuire alla conoscenza e alla divulgazione scientifica.”
 
 L’autrice del pezzo che segue [corredato di immagini di alcuni dei suoi disegni botanici] si muove nella stessa prospettiva, ma sembra assegnare al disegno botanico, oltre alla funzione di realizzare il connubio di arte e scienza, anche la capacità di proporsi come un’autonoma e particolare forma di spiritualità.

 L’osservazione  di immagini artistiche di fiori e di piante, come e persino più della loro visione in natura, induce a riflettere anche sul loro simbolismo arcaico, espressione di un sapere che, pur nella probabile differenza di significato, accomuna il sentire comune a quello iniziatico nel vivere sensazioni ed emozioni capaci di modificare la visione del reale, tanto a livello esteriore che interiore.

 Se è vero che il linguaggio dei fiori e delle piante si sviluppa come forma di comunicazione soprattutto in epoca vittoriana, il simbolismo del mondo vegetale è molto più arcaico. Si pensi, solo per fare un esempio, all’oleandro nel mondo occidentale e all’acacia in quello medio-orientale.

 L’oleandro [Nerium oleander], con le sue foglie disposte a gruppi di tre simboleggiava nella scuola pitagotica l’armonia dell’universo formata da triadi. Per il senso comune questa pianta conobbe prima un significato propiziatorio, che si andò via via trasformando nel suo opposto, quando ci si rese conto che era velenosa. Nella favola di Apuleio, Lucio trasformato in asino, scambia un oleandro per la pianta di rose che dovrebbe ridargli la forma umana. Quando se ne accorge, fugge via terrorizzato. In Toscana e in Sicilia c’era anticamente  l’abitudine di coprire i morti con i fiori di oleandro. Gli attuali dizionari di Florigrafia gli attribuiscono significati poco rassicuranti: fare attenzione, c’è un pericolo imminente…

 L’acacia [Acacia] è la pianta più richiamata nell’Antico Testamento. Sulla scia degli Egizi che la divinizzarono [Nel mito, Iside ricompone in una bara di legno d’acacia le membra disperse di Osiride, lo sposo fatto a pezzi da Seth, e lo fa rivivere], gli Ebrei consideravano sacra la shittah, tanto da farne l’unico legno adatto a costruire le tavole della Legge, per l’eterno patto tra l’uomo e Adonai. Questa pianta dal legno durissimo, che cresce spontanea mettendo profonde radici anche nei terreni più aridi e che non ha bisogno di cure, ha foglie tenerissime e grappoli di fiori gialli a simboleggiare la luce del sole. L’acacia  si lega al mito di Hiram, l’architetto del tempio di Gerusalemme: quando i suoi assassini ne seppellirono il corpo in modo che non fosse ritrovato, una piantina di acacia germogliò nel deserto [simbolo della vita sempre risorgente], rivelando il luogo della sepoltura. Facendo propri entrambi i miti, la Massoneria considera l’acacia il simbolo stesso dell’iniziazione e dei suoi segreti. Com’è noto, i massoni sono anche detti “Figli della Vedova” [Iside] e Hiram rappresenta il Maestro, l’arte muratoria nel suo  grado più alto. Florigrafia e senso comune fanno dell’acacia il simbolo dell’amore segreto, con un significato, dunque, non troppo distante da quello della tradizione iniziatica.


 
Vanessa Diffenbaugh, IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FIORI, Garzanti, Milano,2011, pp.359


 Per chi voglia saperne di più sul simbolismo attuale di fiori e piante, consiglio di leggere Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh, pubblicato da Garzanti nel 2011. In realtà, si tratta di un romanzo  in cui la protagonista, da un iniziale stato di misantropia, non a caso rappresentata dalla pianta e dal fiore del cardo [Cirsium arvense], riesce infine a comunicare le emozioni più profonde attraverso i fiori e le piante. Il libro contiene in appendice un vero e proprio dizionario di Florigrafia [pp.337-346].

Tornando al disegno botanico e al suo linguaggio propriamente artistico e scientifico, vediamo cosa scrive in proposito Laura Mancuso, nel catalogo di presentazione dei suoi disegni, dopo aver detto che ciò che vuole catturare con il suo lavoro è “Il mistero della bellezza e la bellezza del mistero”.

sergio magaldi



 IL DISEGNO BOTANICO
di Laura Mancuso


 Il disegno botanico è un genere artistico con un’antica tradizione che vede come “padri spirituali” artisti quali Pisanello, Leonardo, Dürer, Hoefnagel, Ligozzi, Garzoni, ecc…

 Sul finire del XX secolo questo genere ha avuto una rinnovata attenzione che sta portando gli artisti naturalisti fuori da una specie di ghetto che li rinchiudeva come produttori di “arte minore” e quindi non degni di un pieno riconoscimento nella considerazione del pubblico, gallerie d’arte e della critica.




 L’illustrazione naturalistica, quando tutto sembra essere riprodotto tramite la grafica computerizzata, continua a mantenere il suo interesse scientifico oltre che artistico.

 Nel corso dei secoli sono cambiate le tecniche di raffigurazione ma la validità didattico-scientifica di questo tipo di riproduzione resta inalterata. Neanche l’immagine fotografica, che a prima vista sembrerebbe un’evoluzione nella rappresentazione delle specie vegetali (e animali) è in grado di sostituire l’illustrazione dipinta o disegnata.






 L’evento della macchina fotografica  ha sì permesso di riprodurre i vegetali cogliendone aspetti che vanno al di là delle capacità della vista, così come la macchina da presa ha permesso di studiare  il “comportamento” delle piante, ma dal punto di vista delle esigenze scientifiche lo strumento di lavoro più idoneo resta il disegno. Il disegno botanico è infatti il mezzo migliore per sottolineare le caratteristiche essenziali e indispensabili per distinguere una pianta da un’altra, specie da specie, varietà da varietà.

 Il Disegno Botanico vuole invitare l’osservatore ad approfondire la conoscenza della natura, specialmente della botanica e dell’entomologia.






 “L’artista naturalista” deve possedere notevoli conoscenze botaniche e zoologiche, deve conoscere l’anatomia, l’ecologia e l’etologia delle specie rappresentate e tutto questo unito alla padronanza delle tecniche pittoriche. Non può abbandonarsi alla fantasia delle sue rappresentazioni, ma deve rigorosamente rispettare la realtà davanti ai suoi occhi. Ma da ciò non nasce un’opera fredda e anonima. Tutt’altro. Pur nel totale rispetto della scientificità dell’operazione, il disegnatore naturalista riesce a trasfondere il suo amore per l’oggetto rappresentato, cogliendone l’aspetto più interessante e artisticamente attraente. Non c’è pianta o insetto che sfugga a questa logica. E non ci sono soggetti “nobili” e soggetti “umili”. Il fiore di cicoria , che si apre alle prime ore del mattino e che viene colto nel fulgore del suo azzurro, mentre un insetto è pronto a visitarlo, risulterà nel foglio del disegnatore anche più bello di una rosa o una camelia.






venerdì 25 maggio 2012

LUCIANO LUCIANI uomo ballerino coreografo artista

Luciano Luciani in una foto di circa 10 anni fa




 Voglio ricordare un uomo, un artista, un amico scomparso da alcuni mesi.

 Luciano Luciani non è stato soltanto un artista che ha dato il meglio di sé nella danza e nella coreografia, che si è cimentato nel teatro, nel cinema e nella pittura. Luciano è stato innanzi tutto uno spirito grande, e tutti quelli che lo hanno conosciuto non possono dimenticare la sua bontà e quel suo modo umile, sereno e insieme entusiastico di affrontare la vita, anche nelle avversità.


 Non ho mai scritto un epitaffio e non voglio cominciare proprio da lui: lontane le mie parole da quell’intento retorico che accompagna i vivi nel ricordare le persone che li precedono nel mondo dei più. Luciano era davvero una persona speciale, capace sempre di trovare la parola di cui sentivi la necessità e di farti sorridere anche quando non ne avevi voglia. Di fede cattolica, la sua religiosità era davvero universale perché abbracciava idealmente gli uomini di ogni religione, i non credenti, i massoni. Fortunato chi, come me, l’ha incontrato sulla propria strada, perché rare sono nel corso di un’esistenza le occasioni di imbattersi in una persona come lui.

La sua grande sensibilità lo portò ad innamorarsi della danza sin da ragazzo e più tardi a cimentarsi sui palcoscenici di tutto il mondo, ma fu soprattutto in Brasile, dove complessivamente dimorò per circa trent’anni, che egli conobbe il successo come ballerino e ancor più come coreografo, lavorando nei teatri più importanti del Paese e per la Globo, la televisione nazionale brasiliana, sino a fondare, nel pieno centro di San Paolo, l’Academia de Ballet Moderno Luciano Luciani, che ebbe il merito di diffondere nell’intero Brasile la conoscenza della danza moderna. In Italia, purtroppo, fece solo rare apparizioni, ma fu maestro di Paolo Gozlino, il noto ballerino, attore, regista e coreografo che tra gli anni Sessanta e Settanta divenne popolare nelle case degli italiani con spettacoli televisivi come Studio Uno.

Spesso, durante queste pause italiane, Luciano Luciani fu chiamato a recitare in teatro e anche nel cinema, chiamato ad interpretare piccole, ma significative parti, dai più noti registi italiani. Il grande Federico Fellini lo “utilizzò” più di una volta e lo chiamò a sfilare nella celebre sequenza di moda ecclesiastica inserita nel film Roma, di cui i lettori troveranno il video, in calce al post

In un mio romanzo, Tiphereth-Sentieri d’armonia, Roma, 2004, pp.480, ho parlato in alcune pagine di Luciano Luciani. Di seguito un breve estratto:




[…]Lungo tutto il percorso Luciano chiese ai viaggiatori se conoscevano la pensione di Doña Soledad. Non sarebbe stato difficile trovarla.
“... sulla plaza mayor, en frente de una fuente, cerca de una carniceria… le aveva detto al telefono Soledad in persona.
L’auto di linea si fermò davanti alla porta principale del paese. Luciano scaricò a terra i suoi bagagli e per vincere caldo e stanchezza pensò bene di sedersi su una panchina di peperino, all’ombra di un grande platano. Di lì, aspirando il fumo di un grosso sigaro, ammirò l’opera del Borromini. La porta gli ricordò immediatamente quella romana di Castel S. Angelo.
Si stancava facilmente Luciano nonostante il fisico asciutto e la destrezza di ballerino che lo aveva portato sui palcoscenici di mezzo mondo. Chi o che cosa lo spingeva in quel luogo? Lui che amava il chiasso delle metropoli, il via vai frenetico della gente, le luci degli spettacoli notturni protratti sino all’alba tra taverne, caffè e compagnie di artisti.
Un vecchietto seduto poco distante prese a fissarlo: non sarebbe passato inosservato in quel borgo sì e no di mille anime, con la tuta bianca che ne esaltava l’abbronzatura del sole tropicale, la figura atletica, i capelli brizzolati, i larghi baffi spioventi sopra il sigaro acceso, lo sguardo ironico e indagatore, la flemma dei movimenti, la bocca pronta a sorridere e a salutare i rari passanti.
Oltre la porta del paese, Luciano intravide la piazza che gli era stata indicata e, in cima ad una ripida ascesa, gli apparve sorprendente una Abbazia di fine gotico circestense. Le lancette del grande orologio di uno dei due campanili segnavano le tre del pomeriggio. Avrebbe volentieri bevuto un goccetto, lo tratteneva l’immagine del fastidioso bagaglio sparpagliato a terra. Decise infine di avviarsi da Doña Soledad, sorrise e salutò il vecchio che lo fissava.
Suonò al portone di un palazzo secentesco. Ebbe tutto il tempo di riaccendere il sigaro che teneva spento in bocca. Udì un armeggiare di chiavistelli e dopo interminabili istanti gli apparve una spilungona di colore con gli occhiali. Pensando di trovarsi ancora in Brasile, Luciano si rivolse a lei in portoghese. La donna, che non aveva capito una parola, balbettò qualcosa in un francese  dall’accento coloniale.
“Ah! Bon! Siete francese?” domandò Luciano con un gran sorriso.
Oui monsieur” rispose laconica la donna.
“La Francia! Nella mia vita artistica ho abitato per molto tempo a Parigi, prima di partire per il Brasile. Lavoravo a L’oreille du bois vicino all’Arco di Trionfo...”
Connais pas, monsieur, ni Paris, ni la France” lo interruppe la donna.
“Ah! Bon! Siete algerina?”
Non pas, monsieur, je viens de Seychelles...
“Ah... le isole tropicali! Figuriamoci il calore! – disse Luciano, vedendo scorrere gocce di sudore sulla fronte della donna – Anch’io ho vissuto ai Tropici per più di trent’anni, conosco quel caldo torrido che si appiccica alla pelle!”
La spilungona di colore lo guardò imbambolata.
“Dico queste cose – seguitò Luciano – perché al telefono mi sono già presentato... ho dato le mie referenze a Doña Soledad. Posso entrare... sì?!”
Senza attendere risposta, spinse col piede due enormi valigie contro il portone, ne sollevò una terza, mentre con la mano libera cercò di afferrare qualcuna delle quattro borse da viaggio che, con un cavalletto e diverse buste di plastica, completavano il suo bagaglio.
“Una mano, per favore... sì?!”
Oui monsieur…
    [Op.cit.,pp. 21-23]
  
Tra Michele e Luciano fu subito amicizia. Passeggiando o seduti al bar sino a notte fonda, Luciano raccontava il Brasile e la sua vita. Dal Copacabana Palace di Rio al Teatro Castro Alves di Bahia, alla Sala Azzurra del Teatro Natal di San Paolo. Luciano mostrò a Michele le foto che lo ritraevano sul palcoscenico e gli articoli dei giornali che parlavano di lui. Da quell’album di ricordi Michele lesse a caso:

Luciano Luciani e Wilma Camargo dao um novo toque no teatro musicado, com Fogo na Barba, que encenam na Sala Azul do Teatro Natal. Quaisquer elogios serao poucos para a qualidade desse espetaculo... [Luciano Luciani e Wilma Camargo danno un tocco nuovo al teatro musicale, con ‘Fogo na Barba’ che si rappresenta nella Sala Azzurra del Teatro Natal. Qualsiasi elogio sarebbe poco per descrivere la qualità di questo spettacolo…]

Sotto l’immagine di un giornale, che ritraeva Luciano nell’atto di ricevere il premio più importante della televisione brasiliana, si leggeva in italiano:

Domenica sera, in una sfarzosa cornice, nella sala del Teatro Record, si è svolta l’assegnazione dei premi  ‘'Roquete Pinto’... Due italiani hanno ottenuto l’ambito premio: il maestro Enrico Simonetti (che s’avvia a battere Fellini in fatto di premi) e Luciano Luciani quale coreografo e per il suo impeccabile balletto.

Luciano esibiva quei trofei con la modestia e l’ironia che Michele imparò presto a riconoscergli ma anche dissimulando a stento una velata nostalgia.
Più che dal mondo dello spettacolo, Michele era attratto dalla magia del candomblé di cui aveva sentito parlare nei romanzi di Jorge Amado.
Luciano parlava degli spiriti con tanta familiarità che Michele lo credette un medium o un uomo che mancasse di qualche rotella. Ancora a pochi mesi dalla morte della madre, Michele si rese conto di aver bisogno di lui, così come aveva avuto bisogno dei mondiali di calcio. Venuto dal Brasile con le sue storie di magia, di danze rituali, di spiriti-guida, di fluidi buoni e cattivi, Luciano finì per influenzarlo, in quel delicato momento della sua vita, come mai avrebbe potuto in un altro periodo. Fu per questo che gli capitarono fenomeni a dir poco sconcertanti?
  [pp.34-35]

“E dunque! Ma che facciamo in piedi… Sediamoci… Prendiamo una cosa… Un goccetto!”
“Grazie... Prima di pranzo... No” rispose Michele, sedendo sotto il pergolato.
“E tu... Massimiliano... Non mi fai compagnia... Non bevi una cosa con me?!”
“Grazie. Anch’io prima di mangiare non bevo... Ho una fame!”
“Sì... Sì... Ora ordiniamo... Ho una fame ‘impazzita’... Prima, però, se permettete... Vorrei bere una cosa…”
Con lo sguardo cercò il cameriere. Si avvicinò una ragazza.
“Monica, sei tu?... Non c’è Sandro, oggi?”
“No... E’ a Roma... Alla partita…”
“Ah!... Eh?!... L’è a Roma il tu’ fratello e la tu’ mamma?” chiese ancora Luciano che si divertiva un mondo nel toscaneggiare.
Monica sollevò le spalle.
“E’ di là... Come al solito” rispose.
“È  in cucina che prepara gli intingoli ‘boni’! Tu l’aiuti, non è vero?”
Luciano non attese risposta. Continuò in quella specie di monologo che Michele e Massimiliano trovavano spesso imbarazzante ma sempre divertente.
“Conosci gli amici?” chiese a Monica alludendo ai commensali.
“Sì… Mi pare di averli già visti... Forse solo il signore...”
“L’altro è il figlio... Allora... Monica... Stai bene... No?! Che ci porti di buono?”
“Quello che volete” rispose la ragazza sorridendo.
“Vorremmo mangiare, ma prima una cosa da bere... Tanto per ‘aprire’ lo stomaco…”
“Tre aperitivi... Porto tre aperitivi?”
“No... Loro non bevono... Per me un goccetto di whisky di quello ‘bono’... Che tu sai...”
La ragazza non doveva saperlo, perché si rivolse a Luciano in tono professionale:
“Preferisce il Ballantine... Il Civas o il Macallan?”
“Cos’é questo ‘Macmillan’?”domandò Luciano, mentre Massimiliano cominciò a contorcersi dalle risate.
“Macallan? E’ di sette anni...” tagliò corto la ragazza.
“E’ buono? Se è di sette anni, portamelo, per favore!”
“Allora un Macallan – annotò la ragazza sul taccuino delle ordinazioni –  e per i signori... Niente?”
“No... Loro vogliono mangiare subito... Il menù... Cara... Grazie.”
Monica fece per andarsene, ma Luciano la trattenne ancora:
“Mi raccomando il bicchiere, non di quelli col culo alto... Per favore!”
Massimiliano sghignazzò, rise anche Michele.
“Sì... Dico – chiarì Luciano – non un bicchiere di quelli... Come li chiamate voi? Sì... Col fondo alto!”
La ragazza restò impassibile. Si allontanò. Sui vent’anni, sotto il grembiule bianco s’indovinava un corpo armonioso. L’eco della sua voce argentina rallegrò tutti ancora per qualche istante.
Michele guardò Luciano e lo trovò in forma. Forse un po’ ingrassato da quando era tornato dal Brasile, ma il viso era disteso e i movimenti lenti e sicuri rivelavano un equilibrio ritrovato. Era venuto a cercarlo in quei luoghi, tra boschi di castagni e faggi d’alto fusto, dopo aver girovagato in lungo e in largo per il vecchio e il nuovo continente. Dipingeva. Con pennellate larghe e cariche di materia così come aveva appreso dal suo maestro argentino. In realtà danzava sulla tela come per anni aveva fatto sul palcoscenico ma con minore abilità.
 [pp.127-129]  

Dopo il pranzo, Luciano chiese ancora un whisky. Massimiliano guardò suo padre come per ricordargli qualcosa.
“Luciano – disse Michele – Massimiliano vuole sentire da te i racconti del Brasile.”
“Racconti?... Quali racconti?”
“Tutto ciò che hai detto a me!”
“Ah!...Va bene... Cosa vuoi sapere in particolare?” chiese rivolto a Massimiliano.
“Non so... papà mi ha parlato di magie e di spiriti…”
“Si riferisce ai riti dei candomblès e delle macumbas.” suggerì Michele.
“Mi sta bene qualsiasi cosa – riprese Massimiliano, infastidito dalle precisazioni del padre – è tanto che non ci vediamo e ho proprio voglia di sentirti parlare, di ascoltare le tue avventure.”
“Grazie… Grazie” disse Luciano sensibile, come sempre, alla gentilezza. […]

Trasse un sigaro dalla scatola e lo battè a lungo sul tavolo prima di infilarlo in bocca. Lo accese, ne aspirò il fumo e fu pronto a narrare per l’ennesima volta il ‘suo’ Brasile.
“La prima volta che ebbi contatto con questi riti – chiamiamoli magici – fu  poco dopo il mio arrivo a Rio do Janeiro... Ero sbarcato a Rio, dopo un viaggio avventuroso che comportò la sosta forzata all’isola del Sale, per un guasto al motore dell’aereo. Bisognò aspettare il pezzo di ricambio. Ci vollero tre giorni.
A Rio, debuttai al Nigth and Day, sotto l’Hotel Sheraton. Trovai una pensione a Copacabana. Non era niente di speciale, ma aveva una splendida vista sul mare.
Fu qui che sentii parlare di spiriti. C’era un tale che nella sua camera faceva sedute spiritiche. Di notte era tutto un viavai… Anche nella mia stanza, di notte, vedevi un bel traffico... Non di spiriti, però, ma di scarafaggi!”
Michele e Massimiliano risero. Luciano ne approfittò per sorseggiare il suo whisky.
“Voi ridete... Se li aveste visti! Certi personaggi! Gialli e marroni, grossi e cascuti con delle lunghe corna...”
“Cascuti?!” lo interrogò Massimiliano.
“Sulla testa – chiarì Luciano – avevano una specie di casco, una corazza, che so... Il più bello fu quando ne parlai alla proprietaria della pensione...
Estas baratinhas, boazinhas, bonitinhas?! Ah... Sono innocui... Non vi daranno fastidio... Non fateci caso!’
Ma torniamo ai riti magici. Alcuni sono folcloristici, fatti apposta per i turisti. Altri invece sono riservati agli adepti del candomblé. Il mio primo contatto fu durante una festa in onore degli orixas... Questi spiriti venuti dall’Africa e sincretizzati coi santi cattolici.
Se vedeste! Per più di dieci chilometri la spiaggia di Copacabana, lungo l’Avenida Atlantica, si riempie di tende e la gente del popolo e anche della borghesia media e alta fa la fila per parlare con la mãe de santo o il pai de santo, perché ogni orixa ha la sua tenda con un sacerdote o una sacerdotessa. Sono lì per liberare da ansie malattie fluidi negativi... A ciascun orixa è associato un colore, un giorno della settimana, un elemento della natura, un santo.
Il fedele conosce bene il suo orixa protettore ed entra nella tenda giusta. La mãe o il pai preparano per i credenti collane di perline colorate. Bianche per Oxala... Azzurre per Imanja... Rosse per Iansa... Verdi e gialle per Oxumaré... Che più?... Bianche e nere per Omulu e così via...
In più – come vi dicevo – ognuno di questi spiriti è sincretizzato con un santo cattolico. Il ‘mio’ Oxosse altri non è che San Giorgio!
Tutto bene... I fedeli si mettono in fila e uno dopo l’altro entrano sotto la tenda. Qui trovano la mãe de santo che li depura. In lei è sceso uno spirito e parla con voce diversa, un portoghese arcaico e incomprensibile. La donna ‘sgrulla’ via dal corpo del credente i fluidi negativi, gli dà consigli e gli offre erbe misturate per la cura delle malattie...” […]
  
“E’ il luogo per il culto del Candomblé… ‘Grazie... Grazie – le dissi – di questi posti ne ho visti tanti!’
Nel risponderle, ricordai un’amica che mi aveva portato da una macumbeira. Dopo aver pagato e fatto la fila, ero entrato in una stamberga dove una vecchia negra, indicando una sedia sgangherata, mi aveva accolto a parolacce:
O filho da puta que você tem, aqui quê esta fazendo? Que você quer?’
L’amica mi spiegò che la macumbeira non ce l’aveva con me, ma con ‘le larve’ che infestavano il mio corpo. Nondimeno, pagare per farmi dare del ‘figlio di puttana’, mi sembrò troppo!
Muito obrigado!’ feci. Mi alzai e me ne andai...”
Massimiliano tornò a sghignazzare.
“Ti dava del ‘figlio di puttana’ e tu la ringraziavi?” osservò tra le risate.
“Non ti preoccupare... ‘Vaffanculo’ le dissi, prima di ringraziarla.”
Rise anche Michele, benché avesse già ascoltato quella storia.
“La mia padrona di casa – proseguì Luciano – mi guardò negli occhi e mi disse:
Você não tem com que se preocupar… O lugar onde lhe trago é especial!
‘No – insistevo io – non voglio finire nelle macumbe!’
La signora mi assicurò che non era quella la sua intenzione...”
Luciano chiarì che la macumba era, in origine, uno strumento musicale africano, fatto di un tronco cavo di bambù a tagli trasversali. Usato nei rituali, solo più tardi designò le cerimonie in onore degli orixas, rappresentando la parte magica e divinatoria dei riti del Candomblé. Col tempo, macumba significò sempre più magia nera, rivolta soprattutto ad attirare il male sugli altri.
“Nelle encruzilhadas  di Rio vedi spesso torte con candeline e polli fritti... Sono le offerte a Exu, signore della macumba... Non devi avvicinarti né toccarle perché scateneresti l’ira di Exu. E’ questi il messaggero degli orixas e nessuna magia può cominciare senza il suo favore. Exu ama la confusione, la trasgressione, la lite. Beve cachaça e si esalta soprattutto nel Carnevale. E’ sincretizzato col diavolo... Che vada anche lui nella sua pace!”
Segnandosi, Luciano vuotò in gola quel che restava del suo whisky.
“Tutto bene – riprese – tanta fu l’insistenza della mia padrona di casa che mi convinsi ad andare. Mi condusse alla periferia di Rio, in un centro espirita di un vastissimo terreiro.…O sete da libra, mi pare si chiamasse.
Entriamo in una specie di tempio… Una lunga sala con grandi tavoli, disposti l’uno accanto all’altro in forma di cerchio… Prendiamo posto… Tutti cantano e bevono.
Dalla scalinata in fondo alla sala vidi scendere una mãe de santo. All’ultimo scalino, in corrispondenza di uno dei tavoli, la mãe balzò sul legno e prese a camminarci sopra. Fece il giro fumando e spruzzando cachaça in faccia ai presenti. Mormorava parole per me incomprensibili. Per tre volte ripeté il giro intero dei tavoli, allontanandosi infine per la scala da cui era discesa.
Quando fu il mio turno, salii le scale del tempio e per una porticina entrai in un’altra sala. La mãe e le filhe de santo   mi accolsero cantando...
Aonde está italianinho? chiese la mãe. Avanzai sino ad un tavolo rettangolare attorno al quale sedevano le donne. La mãe... La stessa che, poco prima, mi aveva spruzzato di cachaça,  si alzò in piedi, afferrò un coltello e lo lanciò sul tavolo. La lama si conficcò nel legno perpendicolarmente e il coltello cominciò a oscillare. L’oscillazione aumentò sotto le dita della donna, ma la lama non si mosse... La máe de santo mi disse sorridendo:
Muito bem,  meu filho!’ 
Mi fece sedere accanto a lei e mi sbuffò addosso il fumo di una pipa. Le filhe de santo rivestirono il tavolo di una tovaglia candida. Vi posarono sopra tre candelabri con candele gialle e un piatto d’argento con tante piccole conchiglie ancora bagnate. La mãe le raccolse nel cavo delle mani bisbigliando parole per me incomprensibili e le lanciò in aria. Osservò il disegno tracciato sulla tovaglia e pronunciò la sentenza:
Está claro... Tudo bem... O caminho é aberto... Meu filho... Não tem que recear... Vai com Deus!.
Non ci crederete! Dopo neanche una settimana, Nino, che era stato il mio assistente nel Corpo di ballo della televisione paulista, mi fece sapere che un impresario di San Paolo voleva vedermi. Era questi il rappresentante della Rodiatoce per tutto il Brasile.
  
  “In questo periodo, l’ultimo della mia permanenza in Brasile, feci amicizia con una mãe de santo. Bernadette si chiamava ed era ignorante – poveretta – come una scarpa da soldato dopo quaranta chilometri di marcia...”
“Come sarebbe?!” chiese divertito Massimiliano.  
“Sì... Era tanto ignorante, però di una bellezza interiore... Una benefattrice e tutti la cercavano […]
  [pp.130 e ss.]

Da quando era tornato dal Brasile, Luciano insegnava danza nell’Accademia di Paolo Gozlino e montava coreografie per i rari spettacoli di balletto. Di Gozlino, Luciano era stato amico e maestro, più bravo di lui nella danza certamente meno fortunato per la qualità e la durata del successo.
Michele li ricordava insieme, per l’ultima volta, in una tavolata di campagna davanti al fuoco del caminetto tra bruschette e fettuccine fatte in casa, cinghiale con polenta bianca tagliata a filo, baccalà alla brace, salsicce in brodo di lenticchie e vino rosso nei bicchieri. Sul finire qualcuno aveva posato sul tavolo un vassoio di ricotta fresca. Bastò perché Luciano evocasse tra le risate dei presenti le cene di ricotta e caffellatte che avevano angosciato la sua infanzia, perché Paolo Gozlino ricordasse ai più giovani commensali il cibo del tempo di guerra.
“In tempo di guerra si mangiavano solo patate!”affermò Luciano.
“C’era pure la vegetina!” gli fece eco Paolo Gozlino.
“L’esimio professor Luciano Luciani – continuò Gozlino tra le risate – potrà magnificare a tutti il sapore di quell’impasto di cemento, gesso e polvere da sparo che era la vegetina...”
“Dimentichi che, nell’impasto, c’erano pure le bestemmie di strega” osservò Luciano ridendo.
“Ci chiamano rocce – riprese Gozlino – perché siamo stati costruiti col cemento armato della vegetina...”
“Quando l’avevi mangiata – gli fece eco Luciano – volavi tra gli effluvi e le nuvole, sempre più leggero, come un angioletto...”
Battute da vecchi guitti o da artisti che avevano il palcoscenico nel cuore e che lo avrebbero avuto sino alla morte? 
Nell’agosto del ‘92 Paolo Gozlino scomparve. Michele accompagnò Luciano alla camera mortuaria dell’ospedale di Ronciglione. Fuori della porta, mestamente seduta su uno sgabello c’era la moglie, la ballerina viennese Elena Sedlak. Il funerale di qualche giorno dopo fu l’occasione di un ‘come eravamo’ tra vecchi artisti.
La Stampa nel dare notizia della morte di Gozlino non esitava a definirlo, nei titoli di pagina, ‘il più celebre danzatore della nostra rivista’. Sui quotidiani si parlava di lui come del Gene Kelly del varietà italiano. Se ne ricordava l’inizio della carriera con Dapporto e i successi ottenuti con Macario, Tognazzi, Bramieri e Dorian Gray.
Era crollato mentre allestiva uno spettacolo a Genova, lui, ‘la roccia’, come scherzando aveva detto a Luciano qualche mese prima.
Luciano pareva improvvisamente invecchiato e nei giorni seguenti sembrò toccato dall’ala della melanconia, forse nostalgia dell’amico scomparso, forse rimpianto di un mondo dal quale s’era staccato da tempo ma al quale era rimasto legato come per invisibile cordone ombelicale.
Michele faticava non poco a riconoscerlo sotto quei panni inconsueti, lui che nei momenti di depressione cercava nell’amico l’arguzia e il buon umore, la bontà e la vasta gamma degli interessi, sicuro ogni volta di ritrovarli intatti.
C’era in Luciano – mi fece notare Michele – un’autenticità non comune. Ti ascoltava con disponibilità in ogni momento ed era pronto a farti considerare il lato buono delle cose e delle persone, anche se per trovarlo avresti inutilmente rigirato le une e le altre.
Se un difetto si fosse voluto trovare in lui, era il bisogno di trovarsi sempre al centro dell’attenzione. Limite abbastanza comprensibile in un uomo che per tanti anni aveva calcato il palcoscenico e che, a pensarci bene, non era neanche un limite per la vitalità che riusciva comunque a trasmetterti.
Col passare dei mesi la melanconia si mutò in tetraggine vera e propria. Luciano s’era fatto permaloso e parlava di tornare in Brasile o di rifugiarsi in un monastero, quasi si trattasse di scelte equivalenti. Bisognava aspettare che gli tornasse il buon umore. E la vita con i suoi piccoli e grandi entusiasmi sarebbe tornata a pulsare in lui, spirito raro da incontrarsi in mezzo al mondo.
[pp.207-209]


Di seguito una breve galleria di foto che dà solo in minima parte la cifra dell’impegno artistico di Luciano Luciani.

La coreografia e la danza





















































IL TEATRO [Giulietta e Romeo, Il mercante di Venezia ecc...] E IL CINEMA


















LA PITTURA












Tutti coloro che siano in possesso di materiale sull’impegno artistico di Luciano Luciani e siano disposti a renderlo pubblico sono pregati di scrivere al mio indirizzo e-mail:

Segue il video YouTube della Sfilata di moda ecclesiastica dal film Roma di Federico Fellini. Luciano Luciani presenta il modello: “Variazioni sacristianesche per cerimonie di prima classe”









sergio magaldi