martedì 30 novembre 2021

L A FILOSOFIA DI ALLEGRI


    

Dalla sommità del suo contratto quadriennale a 9 milioni netti di euro l’anno, l’allenatore juventino snocciola pillole di saggezza del tipo “restiamo calmi” o “non ci agitiamo” che evocano ad un tempo il romano Sor Tranquillo che, com’è noto, per la troppa calma finì sotto un tram, e il cinese Mao Tse-tung in una delle tante massime goliardiche che gli venivano attribuite.

C’è di più. Insieme a queste preziose norme morali di comportamento, il trainer bianconero ha preso ormai a intrattenere la stampa inanellando le perle della sua filosofia del calcio, come: “Il calcio è semplice”, “Vince il campionato chi ha a favore la maggiore differenza reti”(?!), “Il risultato è l’unica cosa che conta”, “Nel calcio bisogna saper stoppare bene la palla, passarsela bene, smarcarsi bene”, oppure lasciandosi andare a vere e proprie rivelazioni, come nella conferenza stampa di ieri, quando ha dichiarato che, contro l’Atalanta, Morata ha fatto una delle sue migliori partite o come in altra circostanza in cui ha rimproverato la squadra di verticalizzare troppo (sic!). E ancora: che le punte bianconere (Morata, Dybala e Kean) vantano un notevole potenziale di goal.

Per la verità, Morata si è dato davvero un gran daffare contro i bergamaschi, giocando a tutto campo come gli chiede il suo allenatore, tant’è che l’unico goal della vittoria atalantina nasce proprio da un tiro dello spagnolo non contro la porta avversaria ma verso la propria e intercettato da Duvan Zapata. Quanto a vedere la Juve che verticalizza persino troppo, solo Allegri ci riesce, perché tutti osservano piuttosto il contrario: passaggi orizzontali o all’indietro a non finire e spesso sbagliati, difesa bassa, punte sempre lontane dall’area di rigore avversaria, rare ripartenze individuali senza mai un vero e proprio gioco offensivo che scaturisca dall’azione del collettivo.

Circa i goal delle punte, in Campionato siamo a 7 in 4: Dybala 3, Morata 2, Kean 2, Chiesa 0. D’altra parte, Morata e Chiesa non hanno mai segnato molto, Dybala, sempre più fragile e prezioso, da tempo ha smesso di essere un goleador  [proprio da quando anni fa Allegri lo trasformò in un mediano di punta] e Kean viene impiegato col contagocce, perché è ancora troppo giovane e la filosofia dell’allenatore bianconero sui giovani campioni in erba è ben nota: primavera, under 23, prestito in Serie B, infine nella rosa per scendere 5 minuti in campo di tanto in tanto. Eppure, i 4 bianconeri farebbero gola a molte squadre, ma per andare a rete avrebbero bisogno di un gioco diverso oppure di una punta d’area da 20-25 goal a stagione cui fare riferimento (Ronaldo segnava anche più di 30 goal in Serie A, un grande campione, ma non è mai stato una punta vera e propria, tale da essere il terminale di un gioco realmente offensivo). Chiesa e Dybala in particolare segnano goal d’autore di tanto in tanto ma non saranno mai dei goleador, e Morata, per quanto apprezzabile per il suo gioco a tutto campo o quasi, non è mai stato una punta centrale da area di rigore. Il risultato è che la Juve abbia il 13° attacco della Serie A, con i suoi 18 goal in 14 partite.

L’ultima perla di Allegri nella conferenza di ieri è stata la rivelazione che la partita di questa sera contro la Salernitana, ultima in classifica, sarà difficilissima… e c’è da credergli!

 sergio magaldi

venerdì 26 novembre 2021

QATAR 2022: ITALIA O PORTOGALLO?


 

Il solito sorteggio “intelligente” ha deciso la composizione degli spareggi di marzo per la qualificazione ai mondiali di calcio di Qatar 2022.

Nel girone A, così come sempre avviene nei sorteggi dei gironi di Champions, si determina “il raggruppamento” delle squadre ritenute meno forti anche in base al ranking mondiale, in parte distinte regionalmente (le due britanniche): una tra Scozia-Galles-Ucraina e Austria andrà al mondiale. Nel girone B si ritrovano le nazionali del nord europeo di supposta media forza: parteciperà a Qatar 2022 una tra Russia-Polonia-Svezia e Repubblica Ceca. Nel gruppo C, infine, l’unica qualificata scaturirà dalle quattro nazionali dell’area mediterranea: la Macedonia del Nord e la Turchia (che naturalmente non essendo teste di serie non potranno scontrarsi tra di loro, causando eventuali incidenti tra le opposte tifoserie) il Portogallo, vincente le penultime edizioni dei Campionati Europei e della Nations League, e l’Italia, Campione d’Europa in carica.

Spiace subito osservare che una delle due (o magari tutte e due, ma è poco credibile) tra Portogallo e Italia (rispettivamente 8.ava e 6.a del ranking mondiale) non parteciperà ai mondiali. Più probabilmente l’Italia, perché l’eventuale finale tra portoghesi e italiani, sempre in base allo stesso sorteggio intelligente, avverrà in Portogallo, laddove sarebbe stato più sportivo scegliere una sede neutra. Ma tant’è, così hanno deciso, insieme a tutto il resto, gli arcinoti dei del calcio per le solite ragioni di geopolitica.

D’altra parte, gli azzurri di Mancini hanno buttato via la qualificazione per ben tre volte, nell’ordine: pareggiando in casa con la Bulgaria, sbagliando il rigore della vittoria una prima volta in casa della Svizzera e una seconda volta a casa propria contro la stessa Svizzera che, com’è noto, si è così qualificata al posto nostro senza passare per gli spareggi. L’ultima occasione, in particolare e per la verità, è stato un vero e proprio dono del cielo: quel rigore riesumato dal Var e tirato clamorosamente alle stelle nell’ultimo minuto di Italia-Svizzera deve aver suscitato lo sdegno degli dei! Anche per la ubris di chi ha fatto tirare il rigore a chi lo aveva sbagliato già nelle due precedenti occasioni (determinante in Svizzera-Italia e ininfluente in Inghilterra-Italia).

Ora gli stessi dei ci dicono di arrangiarci: battere la Macedonia del Nord e andare in Portogallo a strappare la qualificazione contro la nazionale di Cristiano Ronaldo, se ne saremo capaci. Intanto non si fa che parlare di nuovi “acquisti” per l’Italia del calcio in vista degli spareggi. Oriundi, naturalizzati, figli e/o nipoti di migranti sulla scia di tutte le nazionali più importanti. Il dibattito ferve e ci si divide tra i soliti “duri e puri” che hanno a cuore il primato della “razza italica” e gli “empirici” che invocano l’arruolamento nelle file azzurre di campioni già naturalizzati o in via di esserlo. Si parla dei brasiliani João Pedro (già “italiano” da due anni), di Luiz Felipe e di Ibañez (che continuano a sognare la nazionale brasiliana). Questo passa il convento. Gli ultimi due sono centrali di difesa e al momento non sarebbero titolari. João Pedro, invece, è la punta che potrebbe regalarci qualche goal (visto che gli attaccanti azzurri neocampioni d’Europa stentano a trovare la via della rete) utile per la qualificazione a Qatar 2022. Né meraviglia non aver pensato a lui già due anni fa, se si considera che Kean, l’ “italianissimo” dalla pelle scura, è stato escluso dagli Europei peraltro senza conseguenze, visto che poi abbiamo vinto il titolo continentale.

 sergio magaldi  

     


giovedì 25 novembre 2021

Massoneria On Air N.2 del 25-11-2021. Potere Massonico e Democrazia

domenica 21 novembre 2021

venerdì 19 novembre 2021

mercoledì 17 novembre 2021

Azzurri del calcio con un piede fuori dai mondiali del 2022


 

 

 

 

 La nazionale italiana di calcio, campione di Europa in carica, rischia di non partecipare per la seconda volta consecutiva alla fase finale dei mondiali. Va ai playoff insieme ad altre 11 squadre che si scontreranno per accedere agli ultimi tre posti disponibili. Messa così, l’impresa appare piuttosto ardua, perché su 12 squadre ammesse ai playoff, ben 9 saranno le escluse. In realtà, come vedremo subito dopo, si tratta di vincere due partite.

Quali le cause della mancata qualificazione dell’Italia? Gli addetti ai lavori parlano di “appagamento” dopo la recente vittoria degli Europei, di “molte assenze” dei titolari per infortunio (Spinazzola, Chiellini, Verratti e Immobile e pochi altri che in realtà non sono mai stati titolari), di “scarsa condizione di forma” di alcuni giocatori che furono determinanti nel grande successo dell’estate scorsa. Per la verità, sembra difficile parlare di appagamento quando si tratta di partecipare alla massima competizione del calcio e, per quanto riguarda le assenze, occorre ricordare che gli azzurri hanno trionfato anche senza la presenza stabile dei quattro titolari sopra citati, in particolare di Spinazzola, assente nelle ultime partite, determinanti per la conquista del titolo. Giusta invece l’analisi circa la cattiva condizione di forma di molti protagonisti di allora, ma ciò che non si sottolinea abbastanza è che la vittoria italiana degli Europei ha qualcosa in sé di inspiegabile e di miracoloso, considerando la rosa di molte altre nazionali, e che il successo, peraltro meritato, fu dovuto anche a circostanze forse irripetibili, come i pareggi nella semifinale e nella finale, trasformate in altrettante vittorie grazie ai calci di rigore. Quegli stessi rigori sbagliati nelle due recenti partite contro la Svizzera e che, nonostante tutto, ci avrebbero dato la qualificazione diretta per i mondiali del Qatar.

Il discorso sulla “scarsa forma” di oggi può dunque essere rovesciato: molti calciatori della nazionale giocarono la fase finale degli europei ben al di sopra il loro livello abituale e ciò che più conta, per così dire, lo fecero a turno. Scrivevo in un post di allora: “[…]uno dei fattori determinanti per comprendere il segreto della vittoria italiana è che, in ciascuna delle partite disputate, oltre ai tre campioni sopra citati (Donnarumma, Chiellini e Jorginho), hanno brillato di volta in volta stelle diverse: Spinazzola e Berardi contro la Turchia, ai due si è aggiunto Locatelli contro la Svizzera, poi Pessina contro il Galles [ … ]. E ancora: con l’Austria, ai soliti tre, si sono aggiunti Spinazzola e Chiesa, con il Belgio Insigne, con la Spagna di nuovo Chiesa e infine, con l’Inghilterra, Donnarumma ha coronato la sua grande prestazione, aggiudicandosi il titolo di migliore giocatore dell’europeo”.

D’altra parte, ancora in un post precedente (alla vigilia della manifestazione europea), avevo osservato: “Roberto Mancini … in 31 partite ha ottenuto 22 vittorie, 7 pareggi e 2 sole sconfitte. Un bilancio superiore a quello di qualsiasi altro selezionatore azzurro. Ciò su cui si sorvola, tuttavia, è il contesto nel quale sono avvenuti i tanti risultati positivi. Gli avversari sconfitti – tra amichevoli, UEFA Nations League, Qualificazioni europee e Qualificazioni ai mondiali del prossimo anno – si chiamano: Arabia Saudita, USA, Moldova, Estonia, San Marino, Bosnia, Ucraina, Finlandia, Armenia, Liechtenstein, Grecia, Irlanda, Bulgaria. Ci sono poi le vittorie contro Olanda e Polonia, con le quali però abbiamo anche pareggiato due volte. Gli altri 3 pareggi (oltre ai 4 già citati) sono avvenuti con Portogallo, Bosnia e Ucraina. Le due sconfitte contro Francia e Portogallo. Insomma, abbiamo perso con tutte e due le nazionali tra le maggiori del panorama europeo e con Olanda e Polonia, di livello medio, su tre partite disputate contro di loro, ne abbiamo vinto soltanto una”.

Dicevo, insomma, che l’Italia non era stata testata abbastanza per giustificare l’ottimismo mediatico della vigilia degli europei, e sono contento di essermi sbagliato. Ma il problema resta, perché il livello medio di questa nazionale, tranne qualche rara eccezione, resta non elevato, soprattutto quando i migliori non giocano al massimo delle loro possibilità, come invece è avvenuto agli europei.

A Mancini (che non ringrazieremo mai abbastanza per la conquista del titolo europeo) c’è forse solo da rimproverare di non aver impedito a Jorginho di tirare il rigore all’ultimo minuto di Italia - Svizzera che, con la vittoria, ci avrebbe dato la qualificazione mondiale. I due precedenti errori consecutivi dell’italo-brasiliano (Nella finale contro l’Inghiterra, poi fortunatamente vinta, e in Svizzera – Italia che ci avrebbe dato la vittoria per 1-0) avrebbero dovuto avvertirlo, anche in omaggio alla scaramanzia (non c’è due senza tre!).

Ora non resta che sperare nei playoff, nei sorteggi e nella possibilità che tutti i titolari azzurri alla fine di marzo - quando si disputeranno gli spareggi - siano in perfetta salute e in eccellente stato di forma e che magari i campionati di Serie a e di Serie b rivelino qualche insperato goleador, perché il problema della squadra azzurra è soprattutto quello di andare a rete: si pareggia troppo anche se non si perde. Delle 46 partite della gestione Mancini, l’Italia ne ha vinte 30, pareggiate 13 e perso 3 e nel girone di qualificazione ai mondiali non ha mai perso, ma con 4 vittorie e 4 pareggi  (troppi) è costretta ai playoff. Testa di serie, l’Italia sarà inclusa in un girone a quattro e nella prima partita incontrerà una delle sei squadre designate con sorteggio – che si svolgerà il prossimo 26 novembre – tra Galles, Macedonia del nord, Turchia, Ucraina, Austria e Repubblica Ceca. Se vincente, disputerà la partita decisiva con una tra le altre cinque teste di serie sorteggiate per il suo girone e cioè: Portogallo o Scozia o Russia o Svezia o Polonia. La presenza della Svezia tra le possibili avversarie evoca il ricordo dell’esclusione dai mondiali di Russia del 2018. La presenza del Portogallo, evoca invece i goal di un campione come Cristiano Ronaldo.

 sergio magaldi

 

 

 

  

giovedì 11 novembre 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA' E DOGMATISMO (Parte undicesima)


 


 SEGUE DA:

 

LE FORME  DEL  PENSIERO: CRITICITA’  E DOGMATISMO (Parte prima)

 

LE FORME  DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte seconda)

 

LE  FORME  DEL  PENSIERO: CRITICITA’  E DOGMATISMO (Parte terza)

 

LE  FORME  DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte quarta)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO  (Parte quinta)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’  E DOGMATISMO  (Parte sesta)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’  E DOGMATISMO  (Parte settima)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’  E DOGMATISMO  (Parte ottava)

 

LE FORME    DEL   PENSIERO:   CRITICITA’  E DOGMATISMO (Parte nona)

 

LE  FORME   DEL   PENSIERO:   CRITICITA’  E DOGMATISMO (Parte decima)

 

  Lo studio, dunque, e i maestri, ma anche il giusto atteggiamento verso il sapere, perché, come avverte anonimo il V Capitolo del Pirqè Avòt, "...quattro tipi di persone stanno davanti ai Maestri: v'è la spugna, l'imbuto, il colatoio, lo staccio. La spugna assorbe tutto, l'imbuto da una parte si riempie e dall'altra tutto si svuota, il colatoio fa passare il vino trattenendo le feccie, lo staccio fa passare la farina trattenendo la semola." (V,16)

 

 D'altra parte, per appropriarsi veramente della Torah, della Legge, occorrono all'ebreo 48 requisiti (VI, 5) di cui, circa la metà riguardano lo studio e l'altra metà vanno divisi tra la comprensione del cuore, l'umiltà, il buon carattere, il rispetto dei maestri, l'amore della giustizia e di tutte le creature, l'osservanza della vita sobria. Il primo dei 48 requisiti è naturalmente lo studio e l'ultimo è sorprendentemente la corretta e necessaria citazione delle fonti. Dire una cosa, citando il nome di chi l'ha detta, riportare sempre il nome dell'autore è causa di redenzione per il mondo secondo l'insegnamento contenuto nel libro di Ester: "E disse Ester al Re, a nome di Mardocheo..." (Ester, II, 22). La frase che Ester dice al re Assuero si riferisce alla congiura ordita contro di lui e di cui la ragazza era stata informata da Mardocheo, suo padre adottivo. Aver citato fedelmente l'autore della preziosa notizia valse a Mardocheo la salvezza e fu motivo di un editto di Assuero a favore degli Ebrei.

 

 Va da sé, d'altra parte, che questa morale rabbinica si ispiri ai libri sapienziali del Vecchio Testamento, come appare in tutta evidenza nelle parole di rabbi Ben Zòma':

 

"Chi è veramente sapiente? Chi impara da ogni uomo; secondo quanto è stato detto (Salmi,114, 99): 'da tutti coloro che mi insegnarono io mi sono istruito'. Chi è veramente prode? Chi vince le sue tentazioni, secondo quanto è stato detto (Proverbi, 16, 32): "E' meglio il longanime del prode e chi domina il suo carattere di chi espugna una città". Chi è veramente ricco? Chi si contenta della sua parte, secondo quanto è stato detto: (Salmi, 128, 2): "Beato te e felice te, quando potrai mangiare della fatica delle tue mani"..."(IV,1)

 

 In alcuni aforismi echeggia persino la lezione di Qoeleth: "Sii molto umile davanti a chicchessia, perché, tanto, l'unica speranza umana sono i vermi", osserva rabbi Levitàç (IV, 4) e 'Aqàbjàh ben Mahalal'él risponde a suo modo alla triplice e fatidica domanda della tradizione esoterica: "Rifletti a tre cose e tu non avrai mai a commetter peccato: Sappi donde tu sei venuto, verso dove tu vada e dinanzi a Chi tu sarai per render conto completamente delle tue azioni. Donde sei venuto? Da una goccia putrida. Dove vai? Verso un luogo di polvere, vermi e lombrichi. Dinanzi a chi sarai tu per render conto delle tue azioni? Davanti al Re dei Re, il Santo, benedetto Egli sia" (III, 1)

 

 Pur tenendo presente l'osservazione di Yosef Colombo, circa la natura sostanzialmente religiosa di ogni manifestazione ebraica, non si può disconoscere alla Qabbalah, quale dottrina esoterica degli Ebrei, un'autonomia di indagine, un approccio concettuale e simbolico ai temi della tradizione che ne fanno una forma originale e unica di pensiero sapienziale.

 

S E G U E

 

sergio magaldi


domenica 7 novembre 2021

Zibaldone N.11 Qabbalah Parte Terza

martedì 2 novembre 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA' E DOGMATISMO (Parte decima)


 

SEGUE DA:

 

LE FORME  DEL  PENSIERO: CRITICITA’ E  DOGMATISMO (Parte prima)

 

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte seconda)

 

LE FORME  DEL  PENSIERO: CRITICITA’  E  DOGMATISMO (Parte terza)

 

LE  FORME  DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte quarta)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO  (Parte quinta)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’  E DOGMATISMO  (Parte sesta)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’  E DOGMATISMO  (Parte settima)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’  E DOGMATISMO  (Parte ottava)

 

LE FORME    DEL   PENSIERO:   CRITICITA’  E DOGMATISMO (Parte nona)

 

 Tutte massime quelle contenute in Sapienza, nei Proverbi, in Siracide o nei Salmi  per orientare il cammino del giusto, lo zaddiq  al quale la tradizione ebraica assegna un ruolo fondamentale. «Noè – scrive Dante Lattes – è il primo tipo dello zaddiq, del giusto che passa incontaminato fra le tristizie dei contemporanei. La figura dell’uomo giusto, che assumerà poi tanto significato etico e una così vasta funzione redentrice nell’ideologia ebraica, dalla Bibbia al Chassidismo, ha in Noè il suo primo modello (…) Noè è l’uomo; l’uomo senza alcun altro aggettivo; non misurato secondo criteri di razza, di lingua, di nazionalità, di religione (…) e quindi posto ad esempio alle generazioni, per quanto remote e diverse dal suo tempo, o, se si vuole, in modo relativo, secondo il grado di perversione del suo secolo». (Nel solco della Bibbia, Laterza, Bari, 1953, p.39).

 

Noè è dunque ‘l’uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e che camminava con Dio’ com’è detto in Genesi, 6,9. Noè salvato dal diluvio perché ‘speranza del mondo’ come lo definisce il libro della Sapienza (14,16) e perché prototipo di una umanità nuova in sostituzione della precedente che si era macchiata di ogni violenza. Violenza contro Dio e soprattutto violenza degli uomini tra di loro che la tradizione ebraica considera ancora più grave dell’altra, giacché le colpe commesse dall’uomo contro Dio possono essere rimesse nel giorno di Kippur, mentre le colpe dell’uomo contro l’uomo possono essere rimosse solo mediante il perdono da parte dell’offeso.

 

Com’è noto, Dio stringe un patto con Noè, lo benedice insieme ai suoi figli e dà loro alcuni precetti (i cosiddetti precetti noàchidi) con valore universale, rivolti cioè non solo agli Ebrei, in quanto già compresi nelle 613 Mitzvoth, ma ai giusti di tutte le nazioni. Il precetti noàchidi sono 7 di cui 1 positivo (Dovere di giustizia e dell’istituzione di giudici e tribunali) e 6 negativi (Divieto di idolatria, bestemmia, relazioni sessuali illecite, omicidio, furto e di cibarsi di animali vivi).

 

Più ancora che nei libri sapienziali del Vecchio Testamento, è nel Pirqè Avòt -"Insegnamenti dei padri" che il pensiero sapienziale degli Ebrei sembra identificarsi strettamente con il pensiero religioso. Pirqè Avòt raccoglie in sei capitoli le riflessioni di autori vissuti tra il V secolo av. C. e il II secolo d. C. e si può a buon diritto considerarlo un trattato sapienziale di morale ebraica o, ciò che è lo stesso, di morale religiosa. Osserva in proposito Yoseph Colombo:


 
«E' morale religiosa, come religiose per eccellenza sono tutte le manifestazioni culturali, politiche, spirituali del popolo ebraico. Non bisogna dimenticare che il popolo ebraico è e si ritiene in possesso, fin dai suoi primordi, dell'idea monoteistica e che la tradizione ebraica ritiene di essere venuta in contatto con tale idea per rivelazione divina. Ora, un popolo che ha come cardini del proprio pensiero questi elementi, Dio e rivelazione, è un popolo che, qualunque cosa faccia, dovunque vada, qualunque destino gli sia assegnato, porterà sempre con sé per informarne ogni sua azione un carattere eminentemente religioso. Per cui, pur ammettendo (...) che ci sia stata una speculazione ebraica, anch'essa sarà stata di carattere religioso. Non già che la dottrina morale che può essere rintracciata in questi Pirqè Avòt sia religiosa nel senso che sia eteronoma; essa sostiene non tanto la provenienza divina della legge morale, quanto il carattere divino della legge morale; è religiosa perché è ebraica, e gli Ebrei, anche quando sentono ed esprimono l'autonomia del principio morale e l'universalità ed assolutezza della legge del dovere, questa esprimono in termini religiosi, inserendo la loro concezione morale nella più vasta visione religiosa del mondo e della vita». (Pirque AbothMorale di maestri ebrei, trad.it., introd. e commento di Y.Colombo, Carucci, Roma, 1986, pp.XVII-XVIII).

 

Sorprende allora, pur nell'annunciata identificazione di pensiero sapienziale e di pensiero religioso, trovare in questa sorta di rassegna del pensiero rabbinico attraverso i secoli, che è il Pirqè Avòt, accenti di una laicità sconcertante dove, per esempio, gli elementi della trascendenza divina e della sopravvivenza dell'anima dopo la morte sembrano volutamente accantonati e dove in luogo del consueto encomio dell'ignoranza, così caro alla maggior parte delle religioni positive, perché disporrebbe alla purezza di spirito, troviamo l'invito allo studio e alla frequentazione dei dotti:

 

 «Sia la tua casa - scrive il rabbi Jòçé figlio di Jo'èzér di Zeredà - un luogo di convegno per i dotti; impòlverati della polvere dei loro piedi; e bevi con sete le loro parole» (I,4) e il rabbi Hillel ammonisce:

 

 «Chi cerca fama, perde quel po' che ne ha; ma chi non accresce il proprio sapere, finisce col non saper più nulla; ché se poi uno non ha mai studiato, allora è degno di morte" (I,13) e altrove: " ...non dire che studierai quando ne avrai la possibilità, perché potresti non averla... l'uomo rozzo non si cura del peccato e l'ignorante non può essere pio...» (II, 5-6)

 S E G U E

 

sergio magaldi