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martedì 20 ottobre 2020

LA NOSTRA DIFESA DAL CORONAVIRUS


 

La miglior difesa contro il coronavirus non potrà mai prescindere dal corretto  atteggiamento mentale che non è quello dell’estrema cautela

 

Di Alberto Zei

 

Il pensiero positivo

Il vecchio adagio  di “volere è  potere“, ripetuto da generazioni in virtù dei risultati empirici ottenuti con questa impostazione mentale, poggia su concetti profondi della nostra coscienza, ossia sull’inconscio.

Il pensiero positivo contro la malattia che crea un atteggiamento biologico consapevole o inconsapevole, percorre due differenti virtuali direzioni. La prima che agli occhi della maggior parte delle persone appare la più importante, è quella del comportamento prudenziale assunto nel contesto sociale per ottenere il risultato che si desidera. Ma questo soltanto potrebbe non bastare per il successo sperato se manca il convincimento del volere veramente, ossia del “voler  volere“.

 



Un esempio

 Quando si desidera di smettere di fumare, il desiderio autentico non è rivolto all’abbandono delle sigarette ma solo al non voler provare più desiderio di fumare per poi comodamente lasciare le sigarette senza sacrificio. Un atteggiamento di questo genere, che riguarda la prima impostazione conflittuale del pensiero, non risolve il problema.  Non lo risolve  in quanto la creazione di contraddizioni della volontà nelle quali il piacere della nicotina e degli  arabeschi azzurri del fumo a cui si rinuncerebbe  e che fanno da protagonisti per ore ed ore, indeboliscono il risultato dei settori psicobiologici interessati, in conflitto tra loro. 

Emblematico in questo periodo è  il timore del coronavirus a cui si pensa per gran parte del tempo. Tutto infatti deve essere visto con i piedi per terra, in quanto la forza del pensiero prevalente per la salute, nel corso della giornata, rappresenta sempre una situazione di interferenza con gli eventi futuri. L’impostazione mentale di ciò che realmente si vuole, come è facile accorgersi, porta quasi sempre a conclusioni positive. Ma se tutto il pensiero volitivo e il risultato desiderato è formato di elucubrazioni mentali, ossia del continuo ripetere proprio di ciò che si teme, ecco che allora il meccanismo psichico della forza del pensiero, prodotta e protratta  nel tempo, rinforza quella stessa idea. Ma quale idea? L’ idea dominante che è quella che con un “non” o un altro tipo di negazione, si vorrebbe invertire.

Per analogia

Si ricorda per analogia l’efficacia del pensiero ricorrente espresso in un vecchio detto popolare che rende bene il concetto del risultato che si ottiene quando ci si preoccupa troppo dello stesso argomento: “Ma quello  dai e dai, se l’è  proprio tirata!“

Questo non significa che non vi siano dei limiti prudenziali da adottare, allorché gli eventi lo richiedano. L’obiettività dei pericoli, quando i fatti lo dimostrano, non può essere sottovalutata perché in tal caso il vecchio adagio di cui sopra, potrebbe trasformarsi: “Ma allora se l’è proprio voluta!“

Manzoni racconta nei Promessi Sposi che, durante l’imperversare della peste del 1600 a Milano, Don Ferrante si fosse convinto che il contagio non potesse propagarsi tra una persona e l’altra; di conseguenza non adottava alcuna precauzione. Andò tra gli appestati e morì di peste.

L’ estrema difesa

Pensare di dover fuggire dall’aggressione del coronavirus assumendo un atteggiamento mentale di estrema difesa, indebolisce proprio quelle stesse differenze psichiche del convincimento che si riflettono nel sistema biologico prima accennato. Alla lunga, la riflessione dei pericoli incombenti continuamente evocati,  passano e ripassano per la mente lasciando il segno. Non sarà quindi quella semplice convenzione grammaticale della particella negativa a ribaltare le immagini mentali dei pericoli o delle contrarietà lungamente evocate proprio nel modo in cui si temono. Nella psiche, ovvero nell’inconscio, si crea in tal caso quella presenza mentale degli eventi che influenzano le risposte biologiche del sistema immunitario, predisponendo il relativo risultato.

La  convenzione  del “non”

Si  deve  convenire  che il pensiero nella quotidianità esistenziale si è evoluto nel linguaggio comunicativo fino a rappresentare per economia  discorsiva di una stessa frase  il diritto e il rovescio dell’ atteggiamento opposto  che poggia su “non“, mentre la intera struttura della frase e quindi del pensiero, rimane identica. Ma l’ energia psichica ogni volta prodotta, proprio per esprimere quello stesso concetto con l’ aggiunta di una negazione, mantiene per differenza il livello di intensità per tutto il  tempo dedicato all’intero concetto. Per dare un’idea della condivisione dell’efficacia del pensiero che raggiunge un risultato, non importa quale, si riporta un aforisma indiano riguardante la credenza religiosa induistica. “A colui che ama Dio occorrono sette incarnazioni per raggiungere la perfezione, a colui che lo odia ne bastano tre, perché colui che lo odia penserà a lui più di colui che lo ama “.

Il saper volere

Questo deve farci riflettere. Non serve approfondire l’argomento per comprendere la forza dell’idea temuta del coronavirus e per di più, ripetuta mentalmente durante la giornata, possa cambiare in virtù di una semplice negazione.

Così il flusso creativo della mente realizza una sorta di contenitore chiamato, “forma di pensiero“. Questa è alimentata dal continuo ragionamento il quale, ripetendo l’idea temuta,  esprime l’effetto nella direzione opposta a quella voluta.

Ecco che il timore conduce proprio all’evento che si intende evitare, mentre l’atteggiamento mentale opposto, consapevole delle proprie capacità di difesa, naturalmente entro ragionevoli limiti, favorisce l’ottenimento del successo che prima o poi arriverà, se si comprende che cosa significa effettivamente saper volere.


domenica 25 giugno 2017

FUNZIONI E SIMBOLI DELL'INCONSCIO [Parte seconda]





 Se Plutone è l’inconscio, il segreto di ciò che è custodito nelle profondità ctonie e della nostra psiche, se in altri termini è un simbolo di morte per ciò che nasconde alla vista e alla coscienza, Venere, al contrario, rappresenta la vita, l’amore e la bellezza della manifestazione: vincitrice, perché capace di vincere anche sulla morte, genitrice perché è dal desiderio e dall’attrazione che ogni cosa nasce nell’universo. Così la celebra il poeta latino Lucrezio nell’invocazione che apre il suo De Rerum Natura:

Aeneadum genetrix,hominum divomque voluptas, alma Venus, caeli subter labentia signa quae mare navigerum, quae terras frugiferentis concelebras, per te quondam genus omne animantum concipitur visitque exortum lumina solis:
te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli
adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus
summittit flores, tibi rident aequora ponti
placatumque nitet diffuso lumine caelum…

 
Madre della stirpe di Enea, che il desiderio susciti
negli uomini e negli dei, alma Venere,
tu che rendi navigabile il mare con celesti segni,
e rechi alla terra abbondanti messi,
tu che causi la vita d’ogni essere animato
che nascendo si rallegra dei raggi del sole:
te, dea, fuggono i venti,
dileguano le nubi del cielo al tuo apparire,
per te la terra lucente fa spuntare fiori,
per te la distesa del mare sorride e brilla di luce splendente il cielo sereno…”
[la traduzione è mia]

 L’energia di Venere che induce uomini animali e piante a riprodursi e a godere di tutto ciò che di bello e di sublime offre l’esistenza e che al tempo stesso è simbolo della natura, della giovinezza e della primavera, ha la sua anima nella dea della mitologia classica e la sua veste fisica nel pianeta o corpo celeste più luminoso e primo a nascere [apparire] il mattino. Ésperos, Eosfóros, Fosfóros o portatrice di luce è stata volta a volta chiamata questa “stella” che, oltre alla luminosità, offre altri elementi a coglierne gli aspetti animici e le analogie astrologiche. È il pianeta più vicino alla Terra e dunque il più visibile ed è capace di riflettere circa il 70% della luce che riceve dal Sole. L’albedo di Venere, infatti, ovvero il suo potere riflettente è il più elevato dell’intero sistema solare. Venere è avvolta in una fitta coltre di nubi, che ostacolano la penetrazione della luce del Sole all'interno e la riflettono invece all'esterno, rendendola, oltre che splendente e luminosa, capace di un “effetto serra” che porta sul pianeta la temperatura in superficie a circa 475°centigradi. "La dea", allorché si libera delle vesti (la fitta coltre di nubi), suscita l’ammirazione “magica” di chi la guarda, ma l’effetto serra che produce il suo corpo genera non solo il calore della passione, ma può anche determinare il paradosso della follia.

 Non vorrei essere frainteso. È chiaro che gran parte dei significati che l’astrologia attribuisce a Venere derivino dai miti collegati alla dea ed è altrettanto vero che tali significati siano la proiezione fantastica che il corpo celeste, ovvero la sua veste fisica, ha generato nella psiche umana sin dai primordi e che la tradizione ha successivamente contribuito ad implementare. Naturalmente, non si tratta di miti isolati, perché vanno sempre considerati in relazione alla complessa mitologia degli altri dei-pianeti e/o luminari ed alla particolare posizione che ciascuno di tali corpi celesti occupa nello spazio.

 La polarità di Amore e Morte, rappresentata dall'incontro di Venere e Plutone, può essere stimolante ma può anche condurre sino all'ossessione sessuale: da una parte il desiderio di emozioni e di estroversione di Venere, dall'altra l'istinto introverso e indagatore di Plutone che spinge a cercare in ogni donna la Femmina primordiale e assoluta, la Grande Madre che è insieme vita e morte. La tensione può essere attenuata con uno spostamento dell'eros dalla sessualità alla creazione artistica o all'ascesi mistica, ma perché ciò avvenga, è necessario un vero e proprio viaggio iniziatico. Ricompare qui il rapporto tra l'anima e l'incon­scio, tra Persefone e Plutone, come nel mito rivissuto dall'iniziato di Eleusi.

 Nella configurazione Plutone-Saturno-Marte è facile comprendere come il dia­logo risulti difficile o addirittura impossibile. Saturno protegge l'io  e la forma, impedendo che i contenuti rimossi, rappresentati da Plutone possano filtrare. Nel migliore dei casi il risultato è la più completa cristallizzazione dell'io, la sua sclerosi e il suo annullamento. Se tra i due interviene anche Marte, principio dinamico dell'azione, il risultato sarà l'inutile tentativo di rompere la cristallizzazione attraverso un attivi­smo tutto esteriore e poco interiorizzato, con il risultato della frustrazione e di un'azio­ne distruttiva verso se stessi. Di fronte ad una simile trama dell’inconscio-destino, non resta che attivare la forza di Marte o quella del Sole o di un pianeta altrettanto potente, capace di costringere Plutone e Saturno al dialogo, almeno sino a quando la tensione non si sia alleggerita in virtù di una parziale conoscenza di se stessi.

 Il tema della discesa agli inferi e del contatto con la zona oscura della coscienza era presente in ogni antica iniziazione. Nei Misteri di Dioniso, l'iniziato lasciava addirittura che il rimosso filtrasse alla luce del sole e nell'ebbrezza del delirio, reso più facile dalla musica e dal vino, sperimentava la totalità delle proprie energie.

 Nelle Baccanti”, Euripide ci rappresenta il delirio dionisiaco delle origini. La tragedia è altrettanto illuminan­te nel presentare l'indomabile e divina forza dell'inconscio. Ecco come Tiresia parla di Dioniso: 

 “ […] E questo dio è anche profeta. Perché il furore bacchico e il delirio hanno virtù profetica. E quando il dio entra negli uomini a grande impeto, li dissenna e predicono il futuro” (“Il Teatro greco”, Sansoni, Firenze, 1970, p.1017). Allorché Penteo cattura Dioniso, si svolge tra i due questo interessante dialogo:
Dioniso: L'ho visto [Zeus]faccia a faccia e mi ha trasmesso i riti e i misteri.
Penteo: Che riti sono e quale è la forma ch'essi hanno per te?
Dioniso: Sono dei riti su cui vige il silenzio: nessuno che non sia iniziato può conoscerli.
Penteo: E quale bene ne ha chi li celebra?
Dioniso: A te non si può dire, ma è un bene che un uomo deve farne esperienza”. (cit. p. 1022).

 Inutile, d'altra parte, è la pretesa di Penteo di ignorare il dio e le forze che egli rappresenta. Avrà un bell'ordinare alle guardie: "E voi andate a chiuderlo nelle stalle qui accanto, perché veda solo il buio e la tenebra!” (p.1024). L'inconscio non si può incatenare. Ben presto Dioniso si libera: "In questo io l’ho beffato, ch'egli credeva d’incatenarmi ma non mi ha sfiorato, non mi ha toccato, la sua è stata un'illusione” (p. 1027).

 Dioniso è figura centrale anche nei Misteri Orfici. Solo che la prospettiva è qui capovolta. Dioniso non è più la rappresentazione gioiosa della vita nel dispiegamento totale degli istinti e delle energie. Nella teologia orfica, egli è Zagreo, il lacerato, creatura infera nata da Zeus e da Persefone. La totalità uomo-dio si è nuovamente frantumata. Aizzati da Era, eternamente gelosa di Zeus, i Titani hanno fatto a pezzi il dio e lo hanno divorato. Dal cuore sottratto al banchetto, Zeus forma un altro Dioniso, poi fulmina i Titani. Dalla cenere dei Titani, nascono gli uomini, in cui l'elemento dionisiaco e spirituale della luce e del bene si fonde con quello titanico e materiale dell'oscurità e del male.

 sergio magaldi


mercoledì 21 giugno 2017

FUNZIONI E SIMBOLI DELL'INCONSCIO [Parte prima]



 Nell'articolo “Das Unbewusst” ("L'Inconscio") del 1915, Freud dichiara che i con­tenuti dell'inconscio sono sostitutivi di pulsioni che non possono divenire oggetto di coscienza. Pertanto, le rappresentazioni inconsce sono organizzate in fantasmi [dal greco φάντασμα, phàntasma, apparizione] o trame immaginarie alle quali le pulsioni si fissano e che pos­sono essere concepiti come "vere messe in scena del desiderio". In tale prospettiva, il contenuto dell'inconscio è assimilabile a ciò che è stato rimosso, con in più, osser­va Freud, "un nucleo originario di contenuti filogenetici", cioè di quell’esperienza accumulata nel corso del tempo, che siamo soliti denominare inconscio collettivo.
 Gli antichi possedevano già il concetto di inconscio. Lo chiamavano Heimarmene cioè fatalità o destino e il loro modo di cercare di com­prenderlo divenne poco a poco, non ancora il lettino dello psicoanalista, ma il tema natale tracciato con gli strumenti dell’astrologia giudiziaria. Il problema che si poneva era se l'uomo potesse conoscere il proprio desti­no e, una volta conosciutolo, se gli fosse possibile mutarlo nei suoi aspetti più drammatici. Per altro verso è ciò che avviene ancora oggi dallo psicoanalista: portare alla luce il rimosso generatore di nevrosi e vedere se ciò possa servire a lenire il dolore della persona.
 Jung, al quale va il merito di aver ampliato il concetto freudiano di inconscio, sottolinea la quasi totale identificazione di inconscio e destino. In “Psicologia e Al­chimia” egli osserva che, quando parliamo del nostro destino, mettiamo in campo una volontà che non coincide con quella dell'io e, poiché tale volontà si oppone all'io, noi vi scorgiamo un potere divino o infernale, a seconda dei casi.
 Nella tragedia greca, il mito, quale archetipo universale, è la chiave che ci consente di entrare nella psiche dei personaggi e di cogliere il filo che sorregge la trama di tutte le loro azioni. La stessa guerra tra gli dei - che i miti raccontano - è finalmente intesa come la guerra che gli individui combattono con loro stessi. La cieca fatalità che spesso sembra dar corso agli eventi, secondo il principio che le colpe dei padri ricadono sui figli, si colora infine di senso. Liz Greene, la nota psicoanalista e cultrice di astrologia afferma che, per com­prendere il tema natale di un singolo, occorre tracciare la carta di nascita dei suoi genitori e che forse non basta, perché bisognerebbe anche conoscere il tema natale degli antenati. (L.Greene, The Astrology of Fate,1984, trad.it., “Astrologia e Destino”, Armenia, Milano 1995, pp.98-132). Quale il significato di tale affermazione? Lo psicoanalista-astrologo e ricercatore è convinto che il proprio paziente sia vittima, oltre che dei suoi, anche dei conflitti inconsci rimasti irrisolti nei genitori e nella famiglia d’origine.
 È interessante osservare che per secoli l'astrologia giudiziaria ha considerato simboli privilegiati per l'ascolto dell'inconscio il luminare della Luna e, in particolare, Lilith, la sua zona oscura, talora erroneamente identificata con la Luna Nera. Né, d'altra parte, erano noti altri simboli spazio-temporali per descrivere l'inconscio. In proposito, occorre appena accennare che sulla stessa esistenza fisica della Luna Nera si continua ancora a dubitare, tanto che è stata spesso diversamente interpretata: 1. Come Luna non visibile o Luna nuova al momento della sua congiunzione col Sole (Ecate o Artemide dei Greci); 2. Come secondo satellite della Terra, scoperto nel XVII Secolo dal gesuita Giovanbattista Riccioli e con un passo giornaliero di 3 gradi, ma di cui l'esistenza non è stata ancora accertata; 3. Come un punto fittizio dell'orbita lunare.
 Che la Luna rappresenti simbolicamente il femminile, la fantasia, il sogno, l'immaginazione è perfettamente accettabile; che l'inconscio possa essere identificato col simbolismo lunare è altamente improbabile. Dane Rudhyar ha chiaramente dimostrato che è proprio la dinamica Saturno (l'io, la forma) - Luna (l'energia vitale) a rendere conto del nostro io cosciente. (Dane Rudhyar, “Astrologia della personalità”, trad.it., Roma, 1986, pp.205-209). Inoltre, la Luna è talmente veloce nello spazio che male rappresenta un contenuto psichico così fortemente cristallizza­to quale l'inconscio, la cui trasformazione richiede un processo lentissimo, addirittura generazionale, prima di poter avvertire un significativo mutamento. 

 Occorre tuttavia riconoscere che la figura di Lilith-Ecate è presente tanto nella mitologia ebraica che in quella greco-romana con la funzione di rappresentare gli istinti più riposti della personalità, ma a parte il dubbio sul potersi giovare di un suo corrispettivo fisico nello spazio, resta – questo simbolo – anche solo come concetto, un po' troppo angusto per una reale connotazione dell'incon­scio. Né appare convincente l'idea di un inconscio rappresentato come controparte di polarità sessuale. Il ruolo di con­troparte sembra più che altro spettare all'Anima per l'uomo e all’Animus per la donna. E “anima” e “animus” appartengono alla coscienza o tutt’al più al subconscio.  

 Ciò premesso, la tentazione di sottomettere o redimere l’inconscio è quanto mai ardua e pericolosa. Questo pericolo è di tutti, ma più che mai è presente nel santo, nell'eroe, nell'ini­ziato. I quali tutti, per “mestiere” sono portati a rifiutare l'inconscio oppure a costruirse­ne uno di comodo cui relazionarsi con lo scopo sublime di sottometterlo o di razionalizzarlo. Queste anime belle spesso si coprono gli occhi per non vedere e si turano il naso per non sentire il fetore che viene dalla “stanza accanto” della loro coscienza illuminata. Insomma, tra Alto e Basso, bisogna trovare - come già auspicava Marsilio Ficino - un luogo intermedio dove sia possibile incontrare il cosiddetto mondo interiore. 

 Che c'è, in realtà, di così difficile e inquietante nel tentare di sottomettere o redimere l'inconscio? L'ener­gia che sprigiona questa forza invisibile è talmente grande che l'esigua energia della coscienza rischia di esserne travolta. La coscienza può uscirne mutilata nel suo processo di individuazione che presuppone, appunto, il coraggio del confronto con l'inconscio non la sua sottomissione o redenzione. Il dialogo può essere spiacevole, doloroso, forse pericoloso, ma è l'unico mezzo che abbiamo per rompere le cristal­lizzazioni saturnine, allargando progressivamente le frontiere della coscienza e im­parando finalmente a conoscere, vista la sostanziale omogeneità di Inconscio ed Heimarmene, la trama del nostro destino.

 Non è un caso che all'inizio del secolo, proprio quando appare “L’interpretazione dei sogni” di Freud, l'astronomo Percival Lowel, per spiegare le perturbazioni del­l'orbita di Urano, calcoli la posizione di un invisibile pianeta, all'estremo del siste­ma solare. Neppure è un caso che Jung nel 1929 congedi il suo saggio di commento al “Segreto del fiore d'oro”, antico testo di alchimia taoista, prospettando una visione dell'inconscio che riprende e amplia la stessa concezione freudiana di inconscio e che, pochi mesi più tardi, con l'ingresso del Sole in Acquario (febbraio 1930), un astrono­mo americano riesca per la prima volta a fotografare il pianeta “invisibile”: Plutone.

 Per la verità, Rudhyar attribuisce la rappresentazione simbolica dell’inconscio a tutti e tre i pianeti trans-saturnini: Urano, scoperto nel 1781, poco prima della Rivoluzione francese, Nettuno scoperto nel 1846 e Plutone scoperto esatta­mente 84 anni dopo Nettuno, a distanza di un ciclo completo di Urano. Ai tre pianeti, egli assegna tre diverse funzioni simboliche: Urano rappresenta la forza “proiettiva” dell'inconscio, Nettuno quella “dissolvente”, e Plutone quella “rigenerante” [cit., pp.209-220].

 In conclusione, dunque, il concetto più compiuto e al tempo stesso più produttivo con cui siamo oggi in grado di rappresentare l'inconscio, nella sua dinamica spazio-temporale, è Plutone. Signore di tutto ciò che è segreto e in particolare del segreto iniziatico, Plutone governa i Misteri Eleusini ai quali, come ricorda Aristotele si andava non per apprendere, ma per provare, attraverso un'esperienza mistica vissuta attraverso il rito, una profonda emozione religiosa. Ad Eleusi gli era dedicato un Tempio e sembra, almeno a partire da una certa epoca, che in quei luoghi l'iniziato rivivesse l’esperienza del rapimento di Persefone.

 Greci e Latini conoscevano bene la storia della figlia di Demetra che, china su di un prato a cogliere fiori, è ghermita dal dio e trascinata sotto terra. Demetra si dispera, poi si vendica, impedendo alla vegetazione di crescere. Interviene Zeus e manda Ermete con un messaggio per Plutone. Il dio a malincuore rinuncia all'idea delle nozze con Persefone. Egli è pronto a restituirla, ma c'è una legge di Necessità che non può essere violata neppure dagli dei: se la fanciulla ha già gustato del cibo dei morti, non può più riprendere la vita di prima. Persefone non ha toccato cibo, può quindi risalire sulla terra, ma ecco che Ascalafo, uno dei giardinieri di Plutone, rivela di aver visto Persefone raccogliere un melograno nell'orto e assaggiarne sette chicchi. Alla fanciulla è cosi preclusa la via del ritorno e Demetra si vendica tramutando Ascalafo in barbagianni. Con “ascalafo” i Greci si riferivano sia al gufo che al barbagianni. Ovidio ricorda l'episodio che giustifica la cattiva fama di questo uccello: “funereus bubo letali carmine fecit:[…]”, cioè: “lugubre il gufo [o barbagianni] cantò con augurio funesto” [Ovidio, Metamorfosi, X,453]. Com’è noto, con “bubo” i latini indicavano gli uccelli strigiformi e in particolare il gufo e il barbagianni.

 Il mito poetico, l'astronomia. E l’astrologia come vede Plutone? Lo collo­ca nel segno dello Scorpione, opposto alla Terra prima del Toro, lui che è il Signore del sottosuolo. Come forza rigenerante nel bene e nel male, Plutone non può che appartenere a questo segno zodiacale dove lo scorpione può evolversi sino al serpente e all'aquila solare. Se il Sole è il simbolo del principio di individuazione, con la potenzialità di assimilare e trasformare i contenuti dell'inconscio, Plutone è definito “Sole di mezzanotte” per “il materiale” che è in grado di offrire per questa assimilazione e trasformazione.

 Cosa accade quando Plutone s'imbatte negli altri dei? Particolarmente significativi risultano gli incontri in cui si manifesta la polarità di Eros e Thanatos (Amore-Morte), che in astrologia si riconnette all'aspetto Venere-Plutone, sia quelli dove risulta evidente la dinamica di Plutone-Saturno-Marte, divinità che, allorché si relazionano tra di loro, illuminano il ricercatore sugli istinti autodistruttivi della persona [SEGUE]

sergio magaldi










sabato 6 luglio 2013

IL COMPORTAMENTO UMANO SEGUE LE LEGGI DELLA FISICA QUANTISTICA?



LA  “RIDUZIONE” DELL’ ENTANGLEMENT  PSICHICO  NEL MOMENTO
 DELLA DECISIONE
Di Alberto Zei

SOMMARIO  -  L’analogia dell’entanglement  della fisica quantistica e il comportamento umano in quanto espressione comune delle medesime leggi fisiche dell’ universo.

La coerenza delle leggi dell’universo
 Con questo post si riprendono i concetti espressi in quello precedente che si addentrava con l’entanglement  quantistico negli spazi siderali; spazi  dove particelle,  generate  con caratteristiche comuni, assumevano  contemporaneamente le medesime qualità  quando una di queste a causa della  “osservazione”,  cambiava di stato (carica, spin, ecc).




 E’ vero che il libero arbitrio è la più grande espressione dell’ atto volitivo quando  ciascuno di noi è chiamato ad esprimere il libero pensiero su ciò che effettivamente  intende e vuole. Quale è però, il  grado di libertà che effettivamente ci appartiene? Ad libitum?  Potrebbe anche essere. Ma vediamo prima se vi sono delle leggi universali che in qualche modo  accomunano gli eventi.




  Prendendo in prestito, per meglio sintetizzare l’idea, termini informatici, come  il “software di base” riferendolo alla intrinseca natura umana e il “software operativo” che simbolicamente renderebbe efficace l’ espressione della volontà,  non si può fare a meno di pensare  che l’ umana natura  si è  sviluppata  nell’ ambito del medesimo  insieme,  che in senso estensivo si potrebbe dire,   nell’ ambito  delle stesse leggi dell’ universo.

 Questa è una proposizione alla quale varrebbe la pena tentare almeno,  qualche timido  approccio di risposta razionale. 

 Risaliamo dunque, a quegli  aspetti umani che in qualche modo rimarcano  situazioni di sovrapposizioni comportamentali in   analogia   con le leggi cosmiche che, come abbiamo  visto in precedenza con l’ entanglement,  regolano il modo di reagire della materia o dell’energia allorquando  viene  misurata o solo “osservata”.

 Quando una persona “parla”, “va” o  “fa”  non esprime  che il risultato del  senso compiuto del termine; esprime un fatto concluso, in accordo con uno dei principi fondamentali della logica:  “Ciò che è non può non essere”.

L’ entanglement psichico
 Come prima accennato, l’intento di comprendere  qualcosa in più  sul nostro stesso modo di essere  in condizioni comportamentali che  richiamano per analogia l’entanglement, dà anche un senso più pragmatico alle decisioni che siamo indotti ad assumere nel corso della vita quotidiana.

 Non sempre infatti, anzi molto raramente, le azioni sono determinate da un atto di volontà pura, priva di conflittualità.

 La sovrapposizione di stati emotivi presenti  in tali condizioni conflittuali – circa l’atteggiamento da assumere come risposta a situazioni usuali quanto ripetitive con le quali abbiamo che fare nell’intero corso della  vita – potrà,  ad esempio, essere: “aggressione” o “acquiescenza” o “fuga” o altro ancora.    

 Quando  ci rendiamo conto di  essere anche astrattamente  osservati (nel senso che l’ atto mentale in fieri, in qualche modo, è divenuto noto), la contraddizione del comportamento da assumere che alberga nella natura umana improvvisamente si delinea, proprio a causa dell’“osservazione”, costringendoci  a prendere una decisione.

Il limite della sovrapposizione
Si generano a questo punto circostanze di natura comune con un altro partner per le quali si formano situazioni emotive (nel senso più ampio del termine) la cui risposta consiste nella  scelta decisionale da adottare.

 Dopo l’iniziale ambiguità e sovrapposizione di intenti contrari  sul fare o non fare,  arriva il preciso momento  in cui si opta  per una linea comportamentale. Tra le contraddizioni  che si frappongono nei nostri pensieri, soprattutto quando si avverte la consapevolezza che le risposte emotive vengono osservate, è proprio  allora che, rompendo ogni indugio, arriva, per l’improvvisa necessità di assumere un atteggiamento,  una risposta  univoca.

 Si tratta di un comportamento  specularmente simmetrico a quello dell’antagonista, anche se  vengono più spesso sacrificati gli aspetti logici e  consequenziali per lasciare spazio a quelli  più convenienti. Questo non cambia, però, il concetto.

 Difficilmente la sovrapposizione  degli stati emotivi e razionali nell’  “entanglement” psichico può  far prevedere quale sarebbe la conclusione; ma una volta presa la decisione anche l’ altro,   l’antagonista, assume immediatamente il medesimo atteggiamento sia pure manifestandolo con caratteristiche specularmente opposte. E’un caso?

La “riduzione” nell’ entanglement psichico
Per quanto  riguarda il momento della “riduzione”, cioè dell’uscita  dallo stato di sovrapposizione  di volontà contrastanti, improvvisamente  si concretizza  un preciso indirizzo volitivo, in quanto l’intima verità viene, per così dire, allo scoperto, ossia viene resa percepibile – non importa da chi –  come nell’entanglement particellare. È  infatti, la consapevolezza di ognuno di essere osservato che determina la “riduzione”, con il relativo cambiamento  di stato.

 Si tratta anche qui di sovrapposizioni  di condizioni  emotive, dell’essere e del non essere che si districano dall’ entanglement  in cui erano imbrigliati.  Contemporaneamente anche   l’altro partner   assume  una condizione univoca e specularmente opposta.

Il corollario del teorema
 Continuando ad applicare questo concetto matematico, si può notare che, come nella reciprocità della condizione “entangled”, valga anche qui la stessa legge che si determina nel momento in cui si realizza il “controllo”. Si tratta  della necessità di assumere univocità di atteggiamento psichico e comportamentale, quando viene introdotto all’interno della coscienza un elemento conflittuale esterno  che corrisponde alla rivelazione di uno degli stati di coscienza  sovrapposti.

 L’applicazione di questo principio, anche se in modo non scientifico, viene adottato  dalla Pubblica sicurezza di quasi tutti i Paesi civili nei quali, per far confessare i colpevoli di delitti, è stata abolita la tortura. La forza coercitiva usata nei confronti degli indiziati di reato da parte della polizia,  consiste nel mettere il colpevole di fronte alla contraddizione della sua innocenza. La reazione coattiva  che si sprigiona dalla rivelazione (entanglement dall’ esterno) di uno degli  stati mentali di sovrapposizioni antagonistiche ne “riduce” la molteplicità, l’eventuale colpevole preferendo,  all’improvviso e insopportabile disagio psichico, la pace dell’univocità  emotiva  che non può prescindere dalla   confessione.


Spazio e  soluzione di continuità
 Si ricorda dal precedente post da cui questo  trae spunto,  che il cosiddetto “effetto di non località” dell’ entanglement quantistico  si realizzava   quando una delle  due entità particellari entangled fosse stata “esaminata” (con l’idonea strumentazione). L’altra assumeva  immediatamente in modo speculare la medesime caratteristiche  di carica o di spin anche se si fosse trovata   agli antipodi dell’ universo. Il parallelismo anche  nel comportamento  psichico  dei   rapporti interpersonali  è  di meno immediata interpretazione, ma non per questo non si verifica. Tutto avviene, infatti,  come se si instaurasse tra le due entità emotive, un collegamento diretto senza  soluzione di continuità,  malgrado la  distanza interposta. 

 Viene tuttavia a supporto  la gestalt o “psicologia della forma”  a chiarire come la percezione  dell’evento possa essere avvertita a livello  di coscienza, a prescindere da una separazione  spazio-temporale. Infatti, anche un evento  che si verifica a ragguardevole  distanza, può essere  percepito  telepaticamene dalla mente del partner nello stesso modo di  un’informazione a tempo reale.


Radin  Dean, Menti interconnesse, Mediterranee, Roma, 2013, pp.275


  Si tratta quasi sempre  di una  rivelazione emotiva piuttosto che  razionale. In genere si avverte  soltanto la sensazione di ciò che avviene attraverso la percezione  nel momento in cui si crea  un collegamento di  pensiero. In questo senso si esprime anche  G. Jung  nelle considerazioni sulla sincronicità. Un altro piccolo esempio eloquente  nella quotidianità  di ognuno,  lo si ha quando ci si accinge a telefonare a qualcuno e ci vediamo precedere  dalla stessa persona o viceversa!


Massimo Teodorani, Sincronicità, Macro Edizioni, 3.a rist., 2011,pp.160



Al di là dello spazio-tempo
 Sarebbe interessante penetrare ulteriormente il comportamento umano, in un confronto comparato tra psicologia, antropologia e fisica quantistica. E’ infatti  più che plausibile ritenere che  leggi del cosmo che dominano la materia, non soltanto non siano avulse dall’apparente libertà dei comportamenti umani,  ma che siano le medesime che governano le energie psichiche dell’Uomo,  posto  al  centro  sapienziale di tutto  l’Universo, dove aleggia lo spirito della grande creazione.

              

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 Come Rodin Dean, Massimo Teodorani e tanti altri, l’autore del post ritiene che una medesima legge valga per la materia di cui è fatto l’universo e per il comportamento umano. Tesi di tutto rispetto. Io non nascondo, tuttavia, di avere qualche perplessità in proposito. Perché – anche se in qualche caso l’esperienza crede di poter accertare l’analogia tra fenomeni fisico-cosmici e comportamenti psichici di individui umani di un piccolo pianeta di una sola galassia, tra cento miliardi di galassie – questa weltanshaaung mi sembra più che altro espressione dell’esigenza della mente umana di ridurre tutto ad unità, secondo una visione meccanicistica e deterministica della natura umana o, paradossalmente, in virtù di una concezione misteriosofica e religiosa che, dimenticando la lezione di Giordano Bruno degli “infiniti mondi in infiniti spazi”, fa dell’Uomo e della Terra il centro dell’Universo, salvo poi a considerare l’individuo umano alla stregua di un automa. Ciò che lo scientismo metafisico e/o teologico non riesce a comprendere è che il senso dell’esistenza umana, posto che questa abbia un senso, sta proprio nel risveglio della coscienza e nell’acquisizione della libertà di contro alla “necessità” della natura.

sergio magaldi