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lunedì 28 settembre 2015

LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO

A.Tornielli-G.Galeazzi, Papa Francesco Questa economia uccide, Piemme, 2015, pp.221


  Se mai ce ne fosse bisogno, il recente viaggio del Papa dimostra ancora una volta quanto sia più importante la comunicazione attraverso la tv e la rete, di quella che utilizza la carta stampata, che si tratti di libri, articoli, interviste e/o documenti ufficiali.

 In questi giorni, dopo l’ascolto in diretta delle parole pronunciate dal Pontefice a Cuba, davanti al Parlamento degli Stati Uniti e all’assemblea dell’Onu, l’opinione pubblica ritiene di aver scoperto elementi nuovi e definitivi su Papa Francesco. Si assiste così all’esaltazione entusiastica della sua figura da parte di una sinistra genericamente intesa e, di contro, alla critica più o meno garbata di una destra altrettanto genericamente intesa, circa i concetti da lui formulati in tali solenni occasioni. In realtà si tratta, mutatis mutandis, di affermazioni contenute già nell’esortazione apostolica  di circa due anni fa, l’ Evangelii Gaudium, e peraltro già note da tempo a chi si sia preso la briga di leggere una delle tante biografie in circolazione su Jorge Mario Bergoglio.  

 E per chi ama le sintesi, Papa Francesco Questa economia uccide – scritto da due vaticanisti di La Stampa e pubblicato da Piemme a inizio d’anno – quei concetti riassume, corredandoli di critiche del mondo anglosassone, cattolico e non, e di interviste, tra cui la più interessante è sicuramente quella con il Papa. Il fatto è che da decenni Bergoglio va dicendo più o meno le stesse cose. Certo, una cosa è dirle da superiore provinciale dei gesuiti, un’altra da vescovo, un’altra ancora da arcivescovo di Buenos Aires, e non c’è dubbio che ripetendole da papa, esse acquistino una risonanza planetaria.

 Innanzi tutto, gli autori respingono l’dea che in Vaticano si sia installato un marxista, un pontefice che si ispiri alla Teologia della liberazione. E questo è già noto da tempo. Scrivevo in un post [Francesco l’imperscrutabile, clicca sul titolo per leggere tutto], in merito alla biografia di Papa Francesco, positivamente tratteggiata dal vaticanista inglese Austen Ivereigh:

 “La realtà dei gesuiti argentini di quegli anni era molto complessa. C’era chi sosteneva la Teologia della Liberazione, non nascondendo le proprie simpatie per il marxismo e chi, come Bergoglio, si richiamava alla Teologia del Popolo [Il santo pueblo fiel de Dios] e al documento di Medellin che, sulla scia del Concilio Vaticano II, ampliò l’idea cristiana di liberazione e sottolineò la necessità di accogliere e soccorrere i poveri, mettendo tuttavia in guardia sia nei confronti del marxismo che del liberalismo. I sostenitori di queste concezioni simpatizzavano tutti per il peronismo, ma quando lo scontro sociale e l’instabilità politica si fece più forte, i peronisti [e di riflesso coloro che li appoggiavano] si divisero in una sinistra estrema, formata dai Montoneros e da altri gruppi di guerriglieri di ispirazione trotzkista, da un centro chiamato Guardia de hierro [Guardia di ferro] che ebbe il sostegno di Bergoglio, e da una estrema destra che anticipò le nefandezze di cui più tardi si rese colpevole la Giunta Militare. Lo stesso autore racconta che, dopo il crollo della dittatura e il ritorno alla democrazia parlamentare, Bergoglio fu isolato da una parte preponderante dei gesuiti del suo Paese che lo considerava un populista di destra [uno strano paradosso per un uomo che oggi in Italia piace ai radicali e alla sinistra e molto meno alla destra!]. Trascorse ritirato un paio di anni a Cordoba, privato di ogni potere, finché il Vaticano si ricordò di lui con la nomina a vescovo, poi ad ausiliario dell’arcivescovo di Buenos Aires, quindi ad arcivescovo della stessa città, e infine a cardinale nel 2001, per volontà di Giovanni Paolo II. Nel Conclave del 2005 fu secondo dopo Ratzinger, e papa nell’ultimo Conclave, dopo le dimissioni di Benedetto XVI”.

 Dopo questa doverosa smentita, nel libro suffragata solo da vaghi “si dice” [Il gesuita argentino (…) era conosciuto per non aver mai sposato certe tesi estreme della Teologia della liberazione,op.cit.,p.6], gli autori affrontano la tesi centrale del loro lavoro, soffermandosi su quella che il Papa chiama “economia dell’esclusione”, un’economia che uccide in virtù di una “cultura dello scarto”. Non è altro che la tesi contenuta nel paragrafo 53 dell’Esortazione Evangelii Gaudium di circa due anni fa:

 Così come il comandamento “non uccide­re” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’e­conomia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della compe­titività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di que­sta situazione, grandi masse di popolazione si ve­dono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’es­sere umano in se stesso come un bene di consu­mo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppres­sione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenen­za alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

 Con la variante dell’introduzione dell’abuso e della distruzione dell’ambiente, sono gli stessi concetti, espressi in sintesi, con minore patos, ma con altrettanta energia, di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite:

 L’abuso e la distruzione dell’ambiente, allo stesso tempo, sono associati ad un inarrestabile processo di esclusione. In effetti, una brama egoistica e illimitata di potere e di benessere materiale, conduce tanto ad abusare dei mezzi materiali disponibili quanto ad escludere i deboli e i meno abili, sia per il fatto di avere abilità diverse (portatori di handicap), sia perché sono privi delle conoscenze e degli strumenti tecnici adeguati o possiedono un’insufficiente capacità di decisione politica. L’esclusione economica e sociale è una negazione totale della fraternità umana e un gravissimo attentato ai diritti umani e all’ambiente. I più poveri sono quelli che soffrono maggiormente questi attentati per un triplice, grave motivo: sono scartati dalla società, sono nel medesimo tempo obbligati a vivere di scarti e devono soffrire ingiustamente le conseguenze dell’abuso dell’ambiente. Questi fenomeni costituiscono oggi la tanto diffusa e incoscientemente consolidata “cultura dello scarto”.

 I  successivi argomenti esposti nel libro riguardano la teoria della “ricaduta favorevole”, messa fortemente in dubbio dal Papa nel paragrafo 54 dell’Evangelii Gaudium:

 In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presup­pongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e inge­nua nella bontà di coloro che detengono il po­tere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter soste­nere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indiffe­renza. Quasi senza accorgercene, diventiamo in­capaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davan­ti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del be­nessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo anco­ra comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.

 Questa tesi, con i successivi paragrafi 55 e 56, rispettivamente sull’idolatria del denaro e sulla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, unitamente all’affermazione di Papa Francesco: “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”, costò al pontefice, come doverosamente riportano i due autori, il violento attacco verbale del commentatore radiofonico americano Rush Limbaugh: “Io sono stato varie volte in Vaticano: non esisterebbe, senza tonnellate di soldi […] La Chiesa cattolica americana ha un bilancio annuale da centosettanta miliardi di dollari. Penso sia più di quello che la General Electric incassa ogni anno. La Chiesa è il principale proprietario edile a Manhattan. Voglio dire: hanno un sacco di soldi [cit. p.75]. Naturalmente, Tornielli e Galeazzi respingono sdegnati l’attacco di Limbaugh: “Non vale la pena qui di soffermarsi sull’identità di tale «accusatore» di Francesco e dei suoi trascorsi. Non si deve però dimenticare che le sue trasmissioni contano circa una ventina di milioni di ascoltatori e che Limbaugh ha un contratto da quattrocento milioni di dollari per condurre il suo show”.

 Nelle pagine successive si fa il punto sulla presa di posizione del pontefice rispetto a due questioni di drammatica attualità: l’accoglienza dei migranti [“Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato gli immigrati”, cit.p.41] e il diritto per tutti a un lavoro degno che tuteli il riposo e il creato [p.43]. Infine, il tema della guerra che, ricondotto dal Papa alle “economie idolatriche che si alimentano con le guerre”, in una intervista della primavera dello scorso anno, gli valse la critica dell’Economist che lo paragonò a Lenin, sostenitore di uno stretto rapporto tra guerra, capitalismo e imperialismo. Si veda tuttavia di seguito la differenza tra quanto Papa Francesco ebbe a dichiarare nel corso di quell’intervista, e le parole più pacate e “contestuali” pronunciate all’Assemblea delle Nazioni Unite, dove il nesso capitalismo-imperialismo-guerra scompare, pur restando ferma la condanna della guerra in quanto tale:

“[…]. Scartiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non regge più, un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra, come hanno fatto sempre i grandi imperi. Ma visto che non si può fare la Terza guerra mondiale, allora si fanno le guerre locali. E questo cosa significa? Che si fabbricano e si vendono armi, e così facendo i bilanci delle economie idolatriche, le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro, ovviamente si sanano”  [p.159].

Questa, invece, la dichiarazione fatta all’Onu:

 La guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli. Il Preambolo e il primo articolo della Carta delle Nazioni Unite indicano le fondamenta della costruzione giuridica internazionale: la pace, la soluzione pacifica delle controversie e lo sviluppo delle relazioni amichevoli tra le nazioni. Contrasta fortemente con queste affermazioni, e le nega nella pratica, la tendenza sempre presente alla proliferazione delle armi, specialmente quelle di distruzione di massa come possono essere quelle nucleari. Un’etica e un diritto basati sulla minaccia della distruzione reciproca – e potenzialmente di tutta l’umanità – sono contraddittori e costituiscono una frode verso tutta la costruzione delle Nazioni Unite, che diventerebbero “Nazioni unite dalla paura e dalla sfiducia”. Occorre impegnarsi per un mondo senza armi nucleari, applicando pienamente il Trattato di non proliferazione, nella lettera e nello spirito, verso una totale proibizione di questi strumenti. In tal senso, non mancano gravi prove delle conseguenze negative di interventi politici e militari non coordinati tra i membri della comunità internazionale. Per questo, seppure desiderando di non avere la necessità di farlo, non posso non reiterare i miei ripetuti appelli in relazione alla dolorosa situazione di tutto il Medio Oriente, del Nord Africa e di altri Paesi africani, dove i cristiani, insieme ad altri gruppi culturali o etnici e anche con quella parte dei membri della religione maggioritaria che non vuole lasciarsi coinvolgere dall’odio e dalla pazzia, sono stati obbligati ad essere testimoni della distruzione dei loro luoghi di culto, del loro patrimonio culturale e religioso, delle loro case ed averi e sono stati posti nell’alternativa di fuggire o di pagare l’adesione al bene e alla pace con la loro stessa vita o con la schiavitù.

 Le interviste finali, con l’eccezione naturalmente di quella con Papa Francesco, non impreziosiscono il libro e lascia piuttosto perplessi la risposta di Ettore Gotti Tedeschi – che fu a capo dello IOR dal 23 settembre 2009 al 25 maggio 2012 – alla prima delle dodici domande:

Domanda:Condivide l’allarme lanciato dal papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium sull’economia che uccide?
Risposta: Come potrei non condividerlo? (…) [p.166].

 In conclusione, viene da chiedersi se ci sia davvero la possibilità che la chiesa di Pietro un giorno faccia proprie le idee e i propositi di Francesco. Ne dubito, per la vastità e la complessità della chiesa cattolica, per l’inevitabile intreccio dei suoi interessi mondani e alla luce di tutta la sua storia, fatta di ombre e di luci, più spesso di ombre che di luci. Perché allora i potenti della terra dovrebbero mettere in pratica i suoi concetti? Non che Papa Francesco sia tanto ingenuo da ritenere di poterli convincere, inoltre egli sa bene che il male radicale è parte integrante della natura umana, una sua costante possibilità. Perché allora prospettare questa utopia, questo “Paradiso in terra”, se solo si desse ascolto al Gesù dei Vangeli? Pure, siamo consapevoli che Jorge Mario Bergoglio continuerà a ripetere le parole che abbiamo già ascoltato tante volte, finché avrà vita, e non sarà solo per testimoniare il Vangelo, ma per combattere l’indifferenza e nel tentativo di illuminare la coscienza di ciascuno, credente o non credente.


sergio magaldi     

martedì 4 agosto 2015

MASSONI.SOCIETA' A RESPONSABILITA' ILLIMITATA [Riscrivere la storia del mondo, parte I]

Gioele Magaldi, Massoni. Società a responsabilità illimitata, Chiarelettere, Novembre 2014, pp.653


 Più che “una dichiarazione di guerra all’ala più reazionaria della massoneria”, come scrive l’editore nella sua pur pregevole nota d’apertura del volume, il libro mi sembra un tentativo di riscrivere la storia del mondo, almeno dall’avvento del nazifascismo sino ai nostri giorni. Riscriverla perché? Perché – osserva l’autore – “Il mondo moderno e contemporaneo è stato costruito dalla massoneria, sconfiggendo le antiche aristocrazie ecclesiastiche e del sangue. E oggi i suoi membri più eminenti ne controllano e gestiscono il funzionamento per finalità benemerite (democratiche, liberali, libertarie, laiche, ugualitarie e filantropiche) o esecrabili, come la costituzione di nuove oligarchie dello spirito e della finanza sovraordinate alla sovranità popolare, che viene svuotata di sostanza.” [op.cit., p.26].

 Insomma, quel che ha tutta l’aria di una dichiarazione di guerra verso una parte della massoneria si stempera in realtà nel riconoscimento che è la massoneria nel suo complesso a gestire il mondo in cui viviamo, almeno a partire dal XVIII Secolo. In più, la lunga conversazione riportata nell’ultimo capitolo del libro [pp.491- 586] tra autorevoli esponenti “dell’élite massonica mondiale”, mostra chiaramente che non solo il dibattito è sempre aperto tra massoni di diverse e talora opposte tendenze politiche, ma che la legittimazione dell’altro è data per scontata: ancorché egli sia ritenuto un avversario, resta pur sempre un fratello. Ciò non è senza conseguenze – come vedremo – nel progetto di riscrivere la storia del mondo, anche solo a partire dall’avvento del nazifascismo.

 Generalmente lo storico è solito porre l’attenzione su alcuni fattori che a suo giudizio hanno determinato gli accadimenti, influenzato governi e opinione pubblica, sancito il prevalere di alcuni popoli su altri negli inevitabili conflitti che la realtà ripropone costantemente. In tale prospettiva, lo storico avrà buon gioco nel sostenere che il primato politico spetti di diritto a chi potrà vantare una superiorità economica, militare, strategica, finanche culturale e/o semplicemente dovuta alla bontà delle idee. E anche laddove egli richiami trame segrete ad arricchire la ricostruzione degli eventi, lo fa sempre pensando ai propri lettori. Dirà quel che è nell’aria, quel che la gente si aspetta di sentire perché da sempre ritiene di averne avuto l’intuizione.

 Così procedendo, lo storico coglierà solo l’aspetto esteriore e marginale della realtà, a meno che egli non voglia sussumere gli eventi descritti sotto un principio universale. Sarà allora la lotta di classe il motore della Storia oppure la razionalità del reale o ancora l’idea di una Provvidenza che, pur fra atrocità e sofferenze, alla fine farà prevalere i più giusti. Un principio, per quanto universale, resta un principio. Un assunto disincarnato che vorrebbe spiegarci tutto ma che alla fine giustifica solo se stesso. Ciò non significa, naturalmente, che la realtà non abbia una sua fetta di razionalità, che un segno provvidenziale non illumini talora l’oscurità più profonda, che la differenza di classe e, oggi più che mai, di censo, non sia la costante di ogni società. Tutte queste sono però categorie astratte, vere, certo, ma inadeguate a spiegare l’ordine e il disordine di questo mondo che, in prima fila, vede una buona  parte degli esseri umani di carne e sangue lottare per la propria sopravvivenza, mentre pochi altri detengono gli strumenti della ricchezza e s’impossessano di tutte le risorse disponibili sul pianeta.

 Così lo storico che voglia emanciparsi dalla “palla al piede” di un principio universale in grado di fornirgli ogni ausilio per la comprensione della realtà, dovrà accontentarsi di descrivere i fattori contingenti che a suo giudizio hanno determinato taluni eventi, ma nulla sarà in grado di dire sulla genesi di quei fattori, e si limiterà a prendere atto che probabilmente sono frutto del caso. In fondo è un po’ quello che avviene allorché parliamo dell’universo. Scienziati, filosofi, artisti sono in grado di descriverlo e di rappresentarlo, ma quando si tratta di chiarirne la fondazione non risultano né convincenti né esaustivi. Si dividono allora, proprio come avviene per la gente comune, tra quanti si astengono dal giudizio, quanti accettano una fede religiosa in grado di spiegare tutto e quanti – e tra i laici sono la maggior parte – ritengono che l’universo in cui abitiamo e la vita stessa siano frutto del caso. Poco importa a questo riguardo che la stessa scienza abbia dimostrato quasi impossibile che il mondo che conosciamo sia un prodotto del caso. L’affermazione, da chi è convinto del contrario, è riguardata con indifferenza o peggio ancora è considerata come l’argomentazione classica di chi ripone ogni fiducia nell’esistenza di un Dio personale.

 Per poco che riflettiamo su come funziona l’universo fisico, ci rendiamo conto, non tanto che non possa essere stato generato dal caso, quanto piuttosto di come il caso possa mantenerlo in costante equilibrio mediante leggi che nella ricerca dell’ordine includono anche il disordine. Perché se il caso è intelligente, allora non è più il caso, ma un legislatore cosciente di sé, un Grande Architetto. Analogamente il regno degli umani per sopravvivere a se stesso ha avuto bisogno di regole. Se così non fosse stato sin dagli albori della civiltà, il caos ne avrebbe già provocato l’estinzione.

 Non desti dunque meraviglia se i potenti della terra [poco importa al momento e sotto questo riguardo interrogarsi sulla genesi del loro potere] – al di là dei contatti ufficiali e dei convegni sotto gli occhi di tutti, dove poco si decide perché tutto è già stato deciso prima di maniera occulta – abbiano da sempre cercato scorciatoie per costruire un Ordine Mondiale capace di conservare l’esistente e anche affrontandosi in campo aperto mai rinunciavano a cercare un accordo per garantire l’ordine costituito. E quando questo appariva, anche a una sola delle parti, inadeguato o seriamente compromesso, eccoli ricercare, attraverso un disordine necessario ma controllato, un Nuovo Ordine che prima o poi sarebbe stato accettato con il beneplacito di tutti. Quasi sempre il nuovo assetto si produceva su un’ottava superiore, ma non era neppure da escludere che avvenisse su una inferiore. In tal caso l’equilibrio raggiunto sarebbe stato precario e avrebbe finito col provocare nel breve un nuovo disordine che a sua volta avrebbe generato un ordine relativamente più stabile.

 La società moderna nasce proprio dalla ricerca di un Nuovo Ordine su un’ottava superiore. Lutero e le rivoluzioni inglesi, la guerra per l’indipendenza e l’unione di tredici stati americani, la rivoluzione francese e la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino ne sono gli antefatti. Dopo di allora nulla sarà più come prima. Ma il processo non avrà mai termine. Scrive in proposito l’autore di Massoni. Società a responsabilità illimitata:

 “Intendiamoci bene, sin dall’alba delle civiltà e per millenni, prima degli straordinari eventi che hanno dato origine alla modernità e alla contemporaneità, a fronte di caste sacerdotali e aristocratiche composte da relativamente pochi privilegiati, la gran parte della popolazione umana ha vissuto la sua vita (solitamente breve)in condizioni mediamente orribili e infelici.
 Fra malattie incurabili, pestilenze, guerre, genocidi, ingiustizie sociali, schiavitù di diritto e di fatto, persecuzioni razziali o religiose, infime condizioni di vita materiale, i popoli della Terra hanno conosciuto per lo più un’esistenza grama e/o infernale.
 Con qualche luce, in mezzo a tante tenebre […]. Eppure, dalle civiltà dell’antica Mesopotamia alla fioritura antico-egizia, dalle millenarie culture orientali della Cina e della valle dell’Indo agli sfavillanti sviluppi occidentali antichi e tardo-antichi(poleis greche, regni ellenistici, Impero romano), dai secoli dell’Età di mezzo (espansione cristiana in Occidente e islamica in Medio ed Estremo Oriente)alle rivoluzioni culturali, scientifiche e politiche rinascimentali e moderne – ivi compresa la scoperta del continente americano e delle sue civiltà native – l’uomo ha edificato, creato, immaginato, distrutto e rigenerato monumentali e bellissime opere, frutto del suo ingegno materiale e dei suoi talenti intellettuali e spirituali […]. Così, quando l’umanità si è trovata alla fine del Secondo millennio e poi all’alba del Terzo, spettatrice ed erede di più di tre secoli di ininterrotte rivoluzioni politiche, culturali, economiche, scientifiche e tecnologiche che in un lasso di tempo relativamente breve hanno completamente trasformato il volto sociale e ambientale non solo dell’Occidente, ma dell’intero globo terracqueo, qualcuno pensava di aver ormai raggiunto una fase di indefinita stabilità e serenità, in grado di elargire un minimo garantito di felici condizioni esistenziali e sicurezza sociale a ogni singolo nuovo nato del pianeta Terra […]. Autorevolmente, si prefigurava una stabilizzazione senza precedenti delle dinamiche storiche.
 Ma era una prefigurazione sbagliata.” [Op.cit., pp.52-54].

 Con la società moderna, un’associazione segreta nei rituali ma non negli intenti s’impone all’attenzione dell’opinione pubblica. È la Massoneria, protagonista degli eventi rivoluzionari del XVII e XVIII Secolo, e perciò legittimata d’ora in poi ad ogni futura trattativa che riguardi gli assetti europei e mondiali. D’altra parte, quale luogo, più del milieu massonico sembra adatto a comporre i conflitti sociali e internazionali, a gettare le basi per un Nuovo Ordine? L’iniziato libero muratore si dichiara disposto ad abbracciare fraternamente anche il proprio avversario politico, sa che all’interno della loggia non valgono le discriminazioni sociali e di classe [si pensi all’importanza che assume questo aspetto soprattutto nel XVIII e nel IX Secolo] ed è perfettamente consapevole che entrando in un’officina gli sarà vietato di parlare di politica e di religione. I fratelli saranno intenti ad occuparsi di altro. Innanzi tutto a sgrossare la propria “pietra grezza”, poi a studiare la Storia, il simbolismo massonico, l’esoterismo, e quant’altro lecito, secondo la sovranità di ciascuna loggia: il luogo ideale dove il massone progressista possa fraternizzare con quello conservatore o addirittura reazionario, senza scontrarsi a causa delle diverse ideologie politiche e/o credenze religiose. Alla domanda della giornalista Laura Maragnani che gli chiede conferma circa il fatto che ai massoni non è consentito occuparsi di “cose terrene e profane come la politica e la religione”, così risponde l’autore:

 “I massoni si sono sempre occupati di cose terrene e profane come la politica e la religione. Il fine stesso della libera muratoria è non soltanto lavorare alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo, ma anche per il bene e il progresso dell’umanità” [cit., p.39].

 Per il chiarimento di tutti sarà bene osservare che il divieto di occuparsi di politica e di religione vale soltanto quando il massone si trova a lavorare in loggia con gli altri fratelli. Inoltre, per i gradi supremi di alcune Obbedienze e/o Riti massonici, tale divieto decade naturalmente, in virtù di una ritualità che lo prevede espressamente e non senza ragionevoli motivazioni.

 Dove allora i potenti della terra che siano anche espressione di popoli e/o nazioni in conflitto – vuoi per la politica, la religione, l’economia e l’ alta finanza – potrebbero meglio incontrarsi tra loro, se non in specifiche logge sovranazionali? E all’occorrenza scontrarsi tra membri di UR-LODGES di diversa ispirazione e tendenza? È questo l’argomento principe di Massoni. Società a responsabilità illimitata: informare i cittadini circa l’esistenza di Url-Lodges dove i destini del mondo sarebbero gestiti nei minimi dettagli. Cosa siano esattamente queste superlogge internazionali e in che differiscano dalle logge tradizionali lo chiarisce l’autore:

 “La massoneria ordinaria è quella rappresentata dal circuito delle Gran Logge e dei Grandi Orienti (federazioni di logge che adoperano spesso e volentieri differenti rituali ma si auto amministrano in modo unitario e centralizzato), organizzati sui base nazionale e dotati di rapporti diplomatici internazionali con altre potenze massoniche. Si tratta di in circuito che ha alimentato, combattuto e vinto le grandi sfide della modernità, ma che adesso è in grave stato di crisi e declino a causa del suo conservatorismo, della sclerotizzazione delle sue strutture, del suo dogmatismo pseudo ecclesiale, della sua tendenza a scomunicare ogni istanza eretica e critica al suo interno, del suo atteggiamento non inclusivo e accogliente verso comunioni massoniche minori, della sua colpevole inclinazione a ‘disunire ciò che è integro’ invece di ‘riunire ciò che è sparso’, tipica locuzione e tipico dovere iniziatico dei massoni autentici. Ma soprattutto, a pesare è stata la perdita di vocazione avanguardistica, sul piano ideologico e culturale, rispetto alle sfide di un mondo ipercomplesso e globalizzato come quello attuale.” [cit., p.22].

 Ed ecco infine la descrizione che egli fa delle cosiddette Url-Lodges:

 “Queste superlogge, da quando sono nate, hanno affiliato sempre e soltanto i più eminenti e ragguardevoli membri della massoneria ordinaria, che si sono trovati così nella preziosa condizione di muoversi con disinvoltura in entrambi gli ambienti e di disporre dei migliori strumenti dell’uno e dell’altro circuito per conseguire le loro finalità. Aggiungiamoci l’iniziazione ex novo di donne e uomini profani ma di particolare prestigio politico, economico-finanziario, mediatico, ecclesiale, intellettuale, artistico, eccetera, alla sola condizione che in costoro si manifestassero i segni indubitabili di un desiderio autentico di perfezionamento sapienziale ed esoterico.” [cit., pp.22-23].

 Resta da chiedersi quali siano le motivazioni che spingono l’autore a questa opera di informazione e di divulgazione di un ambiente iniziatico che per sua stessa natura ha sempre battuto sentieri lontani dalla cosiddetta profanità. Proprio questo è il punto e anche il titolo di maggior pregio del suo poderoso volume. Dal momento – egli sostiene – che da almeno tre secoli la Massoneria s’è imposta alla guida dei complessi processi che regolano la vita di società, nazioni e continenti, non c’è più ragione di occultare quanto ogni individuo cosciente ha il diritto di sapere, perché riguarda la sua vita, come la vita di tutti. Altra cosa sarebbe rivelare a chi massone non è il lavoro che l’iniziato deve compiere per rettificare se stesso o peggio ancora introdurlo alla conoscenza del patrimonio sapienziale dell’umanità di cui la Massoneria è geloso custode.

 Qualcuno ha parlato di un lavoro di “controiniziazione” e del suo autore come di un controiniziato, senza magari aver letto il libro, qualche altro di carenza delle fonti che renderebbe il discorso vano e pretestuoso, più simile ad un romanzo che a una trattazione scientifica. Della questioni delle fonti, mi occuperò in un successivo e prossimo intervento, allorché esaminerò nel dettaglio eventi storici e protagonisti citati nel libro. Quanto al fatto che ci troveremmo di fronte all’opera di un controiniziato, debbo subito osservare che Massoni. Società a responsabilità illimitata è forse l’atto d’amore più coraggioso che sia stato mai concepito nei confronti dei liberi muratori. Basti osservare le dediche riportate all’inizio del libro, per rendere onore al lavoro di centinaia di “luci” che in ogni età illuminarono i templi massonici. E l’intento dell’autore, se non ho frainteso il suo pensiero, ha una triplice valenza, nessuna delle quali mi sembra di natura controiniziatica:

1)Dare consapevolezza a massoni e non massoni del ruolo di grande responsabilità che la Massoneria si assume nel gestire la post-modernità.

2)Rilanciare tale consapevolezza al di dentro delle logge tradizionali per modo che cessino dal torpore dell’attuale funzione – che l’autore del libro ritiene ormai meramente ornamentale – per riprendere il glorioso cammino del passato, allorché lavorare sulla propria pietra grezza era non solo la condizione, ma anche la premessa per lavorare “al bene e al progresso dell’umanità”.

3)Contribuire a far ripartire il motore della Storia verso un Nuovo Ordine Mondiale, capace di riformare una società “malamente globalizzata” e di dare all’Europa un’autentica unità politica ed economica, rispettosa della sovranità popolare, sottraendola all’arbitrio di oligarchie che, in nome dell’austerità e dei propri affari, hanno fatto e continuano a fare opera di “macelleria sociale”.   [SEGUE]



sergio magaldi



lunedì 27 luglio 2015

INTEGRALISMO CATTOLICO E MASSONERIA

Annalisa Colzi, COME SATANA CORROMPE LA SOCIETA', Città Ideale, Prato, nuova ediz.aggiornata, 2011,pp.300


 Mi è capitato tra le mani un libretto che, nel suo piccolo, è una sorta di manifesto dell’integralismo cattolico. L’avrei subito cestinato, se non fosse che, sfogliandolo, vi ho trovato ampi riferimenti alla Massoneria. Ho cominciato a leggerlo dall’inizio. Trecento pagine di formato ridotto, per dire che?

 L’assunto principale, come si comprende dal titolo, è la personificazione del male nella figura di Lucifero, l’angelo ribelle e decaduto, invidioso dell’uomo, che l’autrice finisce con l’identificare con Satana. E sin qui nulla di particolare, perché la tesi è parte integrante della dottrina e dell’insegnamento cattolici. Dalla sua, la Colzi cerca l’appoggio delle Sacre Scritture, evocando Isaia [14, 12-15], ma tralasciando di dire che il profeta parla della caduta del re di Babilonia e non dell’angelo ribelle. Tant’è che nei versetti da lei riportati ci sono diverse omissioni, tra cui omessa significativamente è l’interrogazione che conclude il versetto 12:

   Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? [Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli?frase omessa con chiaro riferimento al re di Babilonia] Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. Invece sei stato precipitato negli inferi, nella profondità dell’abisso” [Is 14,12-15].[p.12].

  Non nego certo l’esistenza del male, perché male e bene si corrispondono nell’economia dell’universo: un mondo – il mondo almeno così come lo conosciamo – nel quale tutto fosse bene sarebbe altrettanto invivibile di un mondo dove tutto fosse male. E non mi riferisco solo alle scelte e alla libertà degli esseri umani. La vita, considerata un bene, contiene in se stessa il male metafisico, rappresentato dalla morte. Poco importa, dunque, sotto certi riguardi, che le religioni abbiano finito per personificare il male, un’esigenza in fondo persino necessaria per le menti più semplici. Il problema sorge quando si vede il male quasi ovunque e per di più lo si ritiene un complotto gestito per conto terzi.

 E questo purtroppo è il caso del libro della Colzi. Nulla viene tralasciato e tutta la contemporaneità è vista come ricettacolo del Maligno. Si comincia con la televisione, per continuare con internet e la musica rock. La celebre canzone dei Beatles, Lucy in the sky with diamonds, altro non sarebbe che un invito a consumare droga [Per ascoltarla, clicca sul titolo del post: Lucy ovvero: “Da dove veniamo? Chi siamo?Dove andiamo?]. La denuncia della Colzi comprende anche i cartoons [persino i Simpson e Walt Disney], i libri [con una sorta di elenco dei libri proibiti, tra i quali figurano anche Harry Potter e Inchiesta su Gesù dell’ineffabile Corrado Augias], e le stesse librerie cattoliche dove si fa commercio impunemente di opere considerate diaboliche. Il perché di queste condanne da inquisizione ce lo spiega la nostra autrice: si tratta di veicoli ideati da Satana per corrompere la società spargendo veleni come il sesso, la droga, l’alcool, l’esoterismo, l’astrologia, la magia, il satanismo e le messe nere.

 Non nego l’abilità con cui sono fornite prove e dati statistici a conforto di tali argomentazioni. E neppure che i mezzi di comunicazione e quant’altro possano contribuire a corrompere i giovani, come purtroppo talora avviene. Ma il punto non è quello di proporre crociate o di voltare la faccia dall’altra parte nel nome di un integralismo fideistico e neppure quello di consigliare la lettura delle vite dei santi, come l’autrice fa a più riprese nelle sue pagine. Il fatto è che manca una qualsiasi critica di carattere storico per spiegare la degenerazione dei valori, manca un’analisi del Potere – di cui le Chiese sono state e continuano a essere tanta parte – che aiuti a comprendere interessi e finalità di oligarchie che controllano il mondo e che traggono energia e profitti dal progressivo spegnersi delle coscienze e dalla diffusione di bisogni indotti di qualsiasi genere e natura. Manca in sostanza un benché minimo approccio culturale che serva da discrimine per distinguere e comprendere. Come in ogni fondamentalismo, si condannano le altre religioni, si ha il terrore della libertà di pensiero, e l’unica scelta possibile è quella della sottomissione a ristretti gruppi di potere che sostengono di parlare per bocca di Dio. Tutto il male è attribuito al demonio, direttamente o indirettamente, e la teocrazia è la sola forma di governo possibile.

 Le pagine più inquietanti sono comunque quelle finali, allorché la nostra autrice si dichiara in possesso di un’intuizione originale. Così come Eva per l’azione del Maligno tentò e indusse Adamo al peccato, il “principe di questo mondo” si serve della Massoneria per indurre in tentazione. Insomma, la Massoneria è “l’abile regista” dello spettacolo allestito da Satana per corrompere la società.







 Scrive in proposito l’ineffabile autrice:

 “Molte volte mi chiedo se gli avvenimenti succedutesi, nel corso degli anni, e che hanno portato alla rovina di tante anime, soprattutto giovani, fossero dovuti al caso o ad una regia vera e propria. Dopo aver a lungo pensato e letto qualche libro, mi sono fatta una opinione del tutto personale, che tale rimarrà, anche se desidero condividerla con voi che leggerete queste mie parole.
 Ho buone ragioni di credere che ai vertici del mondo mediatico, vi sia un regista abile, scaltro, pronto a tutto. Egregiamente manovrato dal principe di questo mondo, riesce ad orientare il pensiero di tante anime, anche cattoliche.
 Il suo non è un nome personale, bensì il nome di una società segreta chiamata Massoneria.” [p.270].

  A riprova degli ideali luciferini della Massoneria, l’autrice cita una nota contenuta nel libro I Papi e la massoneria [Ares, Milano, 2007, p.126, nota 196] della cosiddetta storica Angela Pellicciari. Qui si trova – scrive la Colzi – la notizia che nel 1985 sarebbe stata rinvenuta, all’interno del Palazzo Borghese di Roma, preso in affitto dal G.O.I [Grande Oriente d’Italia], una stanza chiusa a chiave, adibita a loggia e contenente un grande arazzo rosso e nero con la figura di Lucifero. La notizia, riportata dalla nostra autrice a pagina 271 dell’edizione aggiornata del suo libro contiene almeno un errore del proto[?!], come si diceva una volta. La data non è il 1985 ma il 1895, secondo quanto riferisce un sito insospettabile quale http://destatevi.org/satanismo-magia-ed-esoterismo-nella-massoneria/ :

«A conferma della presenza del Satanismo nella Massoneria, c’è anche questa notizia: Nel 1893, il palazzo Borghese, a Roma, fu dato in affitto al Grand’Oriente d’Italia. Due anni più tardi, in virtù d’una clausola inscritta nel contratto di locazione, la Frammassoneria ricevette l’intimazione di sloggiare la parte del palazzo che occupava. Il Corriere Nazionale pubblicò allora quanto segue: “L’incaricato d’affari della famiglia Borghese, essendosi presentato per visitare quegli appartamenti e porli in condizione d’essere occupati da D. Scipione Borghese e dalla duchessa de Ferrari, una sala rimaneva chiusa e non fu potuta aprire che dietro minaccia d’invocare la forza pubblica per sfondare la porta. Essa era trasformata in tempio satanico! Il giornale ne fece questa descrizione: “I muri erano coperti di damasco rosso e nero; nel fondo vi era un grande arazzo sul quale spiccava la figura di Lucifero. Lì vicino, era una specie d’altare o di rogo; qua e là dei triangoli ed altre insegne massoniche. All’intorno erano collocate delle magnifiche sedie dorate aventi ciascuna sopra la spalliera una specie di occhio trasparente e illuminato da luce elettrica. Nel mezzo di questo tempio eravi qualche cosa somigliante ad un trono” (Riportato nel libro di Enrico Delassus: Il problema dell’ora presente, Desclée e C. Tipografia-Editori, Roma, 1907, Vol. I, p. 486; citato in L’eletta del dragone http://www.chiesaviva.com/eletta.htm). »

 Non manca nel libro della Colzi il riferimento al massone Giosuè Carducci e al suo Inno a Satana. Dimenticando naturalmente di riportare il commento che il poeta fa all’amico Giuseppe Chiarini nell’inviargli il testo del componimento:

«È inutile - egli scrive - che io avverta aver compreso nel nome di Satana tutto ciò che di nobile e bello e grande hanno scomunicato gli ascetici e i preti con la formola "Vade retro Satana"; cioè la disputa dell'uomo, la resistenza all'autorità e alla forza, la materia e la forma degnamente nobilitate. È inutile che io segni al tuo giudizio le molte strofe tirate giù alla meglio per finire: nelle quali è il concetto dilavato ma non la forma. Bisogna tornarci su, su questa poesia, e con molta attenzione. Ma non ostante mi pare che pel concetto e pel movimento lirico, io possa contentarmene. Pigliala adesso com'è [...] Dopo letto ricorda che è il lavoro di una notte.»

 Satana nell’inno del Carducci è solo un simbolo per risvegliare gli uomini dal sonno della ragione, per rivendicare la libertà del pensiero di fronte all’oscurantismo di cui per secoli fu portatrice la religione cattolica, per esaltare il coraggio di Lutero nel ribellarsi a Roma, annunciando all’Occidente cristiano la religione riformata. Eccone appena qualche verso:

 A te, dell’essere /principio immenso, /materia e spirito,/ ragione e senso; [vv.1-4]
 Gittò la tonaca/ Martin Lutero:/ gitta i tuoi vincoli,/ uman pensiero, [vv.161-164]
 Salute, o Satana, /o ribellione,/o forza vindice/della ragione! [vv.193-196].

 Il complotto satanico-massonico ha origini remote ma il progetto di corrompere la società cominciò ad avere successo con la Rivoluzione Francese, con la dichiarazione dei diritti umani, con Napoleone, e per continuare, solo restando in Italia, con quelli che l’autrice del libro chiama i cosiddetti eroi del nostro Risorgimento: Cavour, Mazzini, Garibaldi, D’Azeglio, tutti massoni e dunque agenti di Satana. Sin troppo evidente il suo rimpianto del Papa-Re. La Massoneria, conclude tra l’altro la Colzi, è riuscita a infiltrare anche l’ambiente ecclesiastico.

 A nobilitare la materia trattata e le proprie risibili concezioni, l’autrice pubblica in calce al libretto un'intervista [pp. 282-298] col noto esorcista, padre Gabriele Amorth. Figura di tutto rispetto, a 18 anni entrò nei partigiani cattolici della Brigata Italia col soprannome di Alberto e si distinse per il valor militare, sino a vedersi assegnare una medaglia. Legato al gruppo politico dei La Pira, Dossetti, Fanfani e Lazzati, fu nel 1947 vice delegato nazionale del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana. Ordinato presbitero nel 1954, solo dal 1986 iniziò la sua attività di esorcista nella Diocesi di Roma per mandato dell’allora cardinal vicario Ugo Poletti.

 Dal suo punto di vista, le argomentazioni di padre Amorth hanno una certa consequenzialità e se non altro sono prive di rozzezza. Gli scarsi e ossessivi concetti contenuti nelle domande sono abilmente ampliati e/o lasciati cadere nelle risposte. Così, per esempio, alla domanda: “Il 1968 è stato un anno forte per la società, e lo è stato anche per il clero. Possiamo affermare che è stato l’anno in cui satana è uscito allo scoperto?”, padre Amorth risponde:

 “No, penso di no, perché l’azione del demonio è un’azione sempre lenta, furba, nascosta, continua, che non cessa mai. Quindi potrà avere dei momenti in cui ha maggior successo, esplode di più. Il 1968 è stato sicuramente uno di questi momenti, un’esplosione di idee anche lanciate dal demonio, ma non un anno in cui il demonio abbia avuto un’attività più forte che in altre epoche […]”. [p.287].

 In conclusione, un lavoro, quello della Colzi, che fa più male al Cattolicesimo di quanto non ne faccia a Satana. Fortunatamente, si può essere cattolici in modo diverso da quello proposto dall’autrice di questo libro.

sergio magaldi







giovedì 13 novembre 2014

CHI SONO I MASSONI NELL'IMMAGINARIO COLLETTIVO?