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giovedì 30 novembre 2023

IL SOSIA DI MUSSOLINI

 Mussolini, la morte del duce, una delle pregevoli “giornate particolari” di Aldo Cazzullo, andata in onda su La 7 circa un mese fa mi ha richiamato alla mente Numero Zero, l’ultimo romanzo di Umberto Eco che risale a otto anni fa. Semplicemente perché Cazzullo cita sorridente dal teleschermo il grande scrittore a proposito della leggenda che a Piazzale Loreto non c’era il cadavere di Mussolini ma quello del suo sosia.

Numero Zero raccoglie i ricordi di un giornalista che lavora tra quotidiani di provincia, correzione di bozze, letture di manoscritti che non saranno mai pubblicati e che le case editrici non hanno voglia di leggere, tentativi falliti di scrittura in proprio. Sempre alla ricerca di una collocazione ufficiale, egli è infine avvicinato dal dottor Simei, un oscuro personaggio che, per conto terzi, gli offre per un anno ottanta milioni di lire esentasse [siamo nella Milano del 1992] per scrivere al suo posto un libro di cui poi si approprierà. Sarà il memoriale del direttore di un giornale, circa il lavoro di redazione di un quotidiano che non verrà mai alla luce e di cui saranno stampati, in pochissime copie, 12 numeri zero. Serviranno a chi paga – tale commendator Vimercate – per entrare nel salotto buono del potere. Si tratta di “un nuovo quotidiano disposto a dire la verità su tutto”. S’intitola Domani e avrà lo scopo di gettare nel panico il mondo della politica e della finanza. Non uscirà mai – ma questo per il momento deve restare segreto –  perché sarà solo lo strumento per una sorta di ricatto politico.

Per inciso: un quotidiano dall’omonimo titolo, “Domani”, sarà fondato cinque anni più tardi e chissà che ne avrebbe pensato Umberto Eco se fosse stato ancora vivo. Ma, naturalmente, il quotidiano mai nato del romanzo nulla ha a che vedere con il quotidiano della realtà in uscita il 15 settembre del 2020!

Tra i redattori del fantomatico quotidiano c’è tale Romano Braggadocio (l’inglesismo del cognome non a caso significa “spaccone”, “fanfarone”), che sembra specializzato in scoop soprattutto storici. Braggadocio rivela confidenzialmente (anche se poi finisce per parlarne col direttore di Domani e nella “data fatidica” del 25 aprile si incontrerà con qualcuno che su quei giorni del ’45 la sapeva lunga) al giornalista incaricato di scrivere il memoriale che gli sarà scippato di avere uno scoop “da far vendere centomila copie a Domani, se fosse già in vendita”. Si tratta della chiave di volta per comprendere tutti complotti della Prima Repubblica, tra i quali si annovera il golpe di Junio Valerio Borghese del ‘70 e la vicenda di Gladio. “È dinamite e riguarda Mussolini”, rivela Braggadocio al suo interlocutore, per poi continuare col racconto della “vulgata comune” sugli ultimi giorni di Benito Mussolini (pp. 103-123 di Numero Zero).

“Vulgata comune” ma per la verità assai poco diffusa, direi, visto che i libri di storia per le scuole medie e superiori vi accennano appena e l’iniziativa lodevole di Aldo Cazzullo la propone ma solo parzialmente per la TV soltanto oggi. Più generiche ancora le ricostruzioni televisive del passato. Naturalmente non mancano le monografie sull’argomento, anche con documenti d’archivio dei servizi segreti americani, ma si tratta di lavori destinati alle élite.

Ma ecco lo scoop di Braggadocio: il Mussolini  arrestato a Dongo dai partigiani Bill e Pedro (rispettivamente Urbano Lazzaro vice-commissario dei partigiani della 52a Brigata Garibaldi e il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle, comandante della 52a Brigata Clerici, facente parte della I Divisione Garibaldi), mentre travestito da soldato dell’esercito tedesco in ritirata tenta di lasciare l’Italia, non è il vero Mussolini, così come non lo è quello ucciso a colpi di mitra in un vialetto di Giulino di Mezzegra. Non è lui ma il suo sosia. Le prove? Braggadocio dice di avere molte frecce al suo arco e in particolare: 1)La testimonianza del giornalista repubblichino Gaetano Cabella al quale Mussolini concede l’ultima intervista qualche giorno prima della cattura e quella successiva del partigiano Pedro:

«Cabella annota nelle sue memorie: “Subito osservai che Mussolini stava benissimo in salute, contrariamente alle voci che correvano. Stava infinitamente meglio dell’ultima volta che l’avevo visto… andiamo a leggere le memorie di Pedro… È  seduto a destra della porta, vicino a una grande tavola. Non sapessi che è lui, non lo riconoscerei, forse. È vecchio, emaciato, impaurito… Ti pare che un uomo possa dimagrire così in sette giorni? Dunque l’uomo che parlava con Cabella e quello che parlava con Pedro non erano la stessa persona” (pp.116-117) »

2)”… l’ipotesi del sosia è l’unica che spieghi perché lo pseudo-Mussolini abbia evitato di farsi vedere dalla famiglia a Como. Non si poteva permettere che il segreto della sostituzione si allargasse all’intera cerchia famigliare.”

A questo punto l’obiezione del suo ascoltatore. E Claretta Petacci, che lo raggiunge quando già non è più a Como, perché si sarebbe fatta ammazzare con lui, se era il sosia di Mussolini? Chi lo aveva arrestato e lo stesso colonnello Valerio (alias Walter Audisio deputato dal ’48 al ’62 e senatore dal ’63 al ’68)  che gli aveva sparato non lo avevano mai visto di persona, ma lei non poteva essersi ingannata!

Replica Braggadocio: “È la storia più patetica: lei lo raggiunge pensando di ritrovare lui, quello vero, e subito viene istruita da qualcuno, deve far finta di prendere il sosia per il vero Mussolini, per rendere ancor più credibile la storia…”

“Ma tutta la scena finale – replica il suo interlocutore – , con lei che gli si aggrappa e vuole morire con lui?”(pp.119-120)

E Braggadocio osserva che questo è solo quello che il colonnello Valerio ci ha raccontato.

3)La perizia medica sul cadavere di Mussolini dopo l’esposizione a piazzale Loreto: “…E se continui a leggere vedrai che nello stomaco non è stata rinvenuta traccia di ulcera, e però tutti sappiamo che Mussolini ne soffriva, né si parla di tracce di sifilide, eppure era voce corrente che il defunto fosse sifilitico a uno stato avanzato. Nota inoltre che Georg Zachariae, il medico tedesco che aveva curato il Duce a Salò, avrebbe poco dopo testimoniato che il suo paziente aveva la pressione bassa, anemia, fegato ingrossato, crampi allo stomaco, intestini rattrappiti e stitichezza acuta. E invece, secondo l’autopsia, tutto era a posto, fegato di volume e di aspetto regolare sia in superficie che al taglio, vie biliari sane, reni e surreni indenni, vie urinarie e genitali normali.” (p.144)

Secondo Braggadocio, Mussolini era stato salvato dal Vaticano, per tramite del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano dal ’29 al ’54 dello secolo scorso e che l’ormai santo Giovanni Paolo II aveva proclamato “beato” il 12 maggio del ’96. Lo stesso cardinale  che pochi giorni prima della cattura aveva fatto incontrare il Duce con una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale, nel vano tentativo si salvargli la vita. E nel Vaticano era stato nascosto o più probabilmente fatto emigrare in Argentina come tanti criminali nazisti e fascisti.

A questo punto della narrazione entra in gioco il collegamento con le drammatiche vicende della Prima Repubblica: Gladio tenta di conquistare il potere in Italia e si serve di Junio Valerio Borghese che tra il 7 e l’8 dicembre del ’70 ha preparato il colpo di stato che riporterà al governo Mussolini, fatto tornare in gran fretta dall’Argentina o già presente in Italia. Ma quando tutto è pronto, e i congiurati hanno già occupato posizioni strategiche, il golpe è annullato e Borghese si rifugia in Spagna. Che è successo? Il vecchio Duce, che ormai ha 87 anni, è improvvisamente scomparso, questa volta definitivamente. E così conclude Braggadocio la sua narrazione:

“Mancando la figura del Duce, nessuna Gladio poteva più sperare di conquistare il potere… Gladio si unisce a tutte quelle forze occulte che tentano di destabilizzare l’Italia per rendere insopportabile l’ascesa delle sinistre e preparare le condizioni per nuove forme di repressione, fatte con tutti i crismi della legalità.” (p.181)

I fatti narrati in Numero Zero si svolgono tra il lunedì 6 aprile 1992 e l’11 giugno dello stesso anno. I giornali di domenica 7 giugno 1992 recano in cronaca la notizia dell’omicidio di Romano Braggadocio. L’ipotesi è che indagando sul circuito della prostituzione sia stato punito da qualche “magnaccia”.

In conclusione, direi che il paradosso del sosia di Mussolini serva ad Umberto Eco per siglare, sottoforma di romanzo fantastico, venato di ironia ma anche di garbata amarezza, il suo testamento politico: nessuno dei tanti misteri della Prima Repubblica è stato o sarà mai svelato, l’unica verità è che ognuno di questi misteri è costellato di cadaveri più o meno eccellenti che hanno spento un poco alla volta, per così dire, la volontà di sapere.

 sergio magaldi

 

 

 

 

 

 

 



 

giovedì 5 agosto 2021

NEL RICORDO DI ANTONIO PENNACCHI...


 

 Ripropongo di seguito la recensione di Canale Mussolini, il romanzo con cui Antonio Pennacchi, improvvisamente scomparso, vinse meritatamente lo Strega, il più prestigioso tra i premi letterari italiani.

 

Un libro finalmente degno dello Strega (Vincitore 2010) questo Canale Mussolini di Antonio Pennacchi. Narra le vicende dei Peruzzi, una grande famiglia contadina del ferrarese, nel contesto degli eventi che caratterizzarono la storia italiana tra gli inizi del ‘900 e la metà del secolo.

 

Si parla di fascismo, dunque, ma – e questo è uno dei maggiori pregi del romanzo – per così dire lo si osserva dal di dentro. Il fascismo non è più o non appare soltanto come una condizione inquietante dell’anima, secondo il noto giudizio di Benedetto Croce o come un “incidente di percorso” della storia italiana, tra liberalismo e democrazia [cristiana], ma piuttosto come il prodotto naturale delle tensioni sociali che si erano andate accumulando in Italia, durante i sessant’anni successivi all’unificazione. Non “un corpo estraneo”, dunque, ma purtroppo l’unico modo in cui una società arretrata, preindustriale ed elitaria, caratterizzata dall’analfabetismo, dalla miseria, dal brigantaggio e dalla corruzione [costante di sempre, quest’ultima, nella politica e nella società civile del Belpaese], riuscì malgrado tutto ad evolversi. In questo senso e solo in questo senso, il fascismo fu “rivoluzionario”, dando così in parte ragione a Benito Mussolini, quello ormai sconfitto dalla Storia, che nell’ultima intervista concessa pare abbia detto: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”.

 

Non vorrei essere frainteso. Non che gli italiani fossero da sempre abitati dai “mostri” del fascismo, giacché erano i mostri della fame e dell’ignoranza a tenere il campo, e l’unico senso accettabile che ha il pensiero dell’ultimo Mussolini è quello di aver saputo interpretare il malessere sociale e l’istinto di ribellione delle masse saldandoli agli oscuri ideali di una piccola borghesia frustrata e megalomane, talora vagamente intellettuale e che, prima del fascismo, trovava spesso nella Massoneria il proprio punto di riferimento. Come si vede chiaramente non solo dalla denominazione che assunse il massimo organo di rappresentanza politica del fascismo. Quel Gran Consiglio che annoverava in prevalenza massoni ed ex-massoni, preferibilmente di Piazza del Gesù.

 

Un po’ quello che avverrà nel secondo dopoguerra con la Democrazia Cristiana e che oggi avviene con Berlusconi: saldare in un unico blocco gli ideali [?!] della piccola borghesia e gli interessi della borghesia media e alta, col collante dei cosiddetti valori cristiani e grazie alla forza della telecrazia, odierno ed efficace strumento di governo, capace di allineare le coscienze nell’unica direzione del conformismo, della volgarità, dell’ignoranza e del pregiudizio [ciò lo scrivevo, naturalmente più di dieci anni fa...]

 

È chiaro che senza mettersi al servizio della Reazione la “rivoluzione fascista” sarebbe fallita e di questo il primo a rendersene conto fu certamente Mussolini, nato socialista e abbastanza lungimirante da comprendere la sterilità di un movimento perpetuamente scissionista ed eternamente diviso tra una base proletaria e una classe dirigente di piccoli intellettuali sempre in lotta per il potere, ora riformisti, ora rivoluzionari, ora imbelli e qualunquisti, sempre frazionisti.

 

E il nonno di chi racconta Canale Mussolini partecipa anche se solo marginalmente agli eventi che caratterizzano la storia italiana agli inizi del ‘900. Trentenne, divide il carcere con il socialista Rossoni, futuro sottosegretario alla presidenza del consiglio di Mussolini. A quattro dei suoi diciassette figli mette i nomi di Treves, Turati, Modigliani e Bissolati. Divide insieme alla numerosa famiglia pasta e fagioli e polenta con il giovane Mussolini. È testimone della carriera politica del duce: sindacalista rivoluzionario, direttore dell’Avanti, violento oppositore della guerra di Libia del 1911: “È chiaro che i socialisti non potevano condividere questa politica di aggressione coloniale e imperialista […] il più arrabbiato di tutti era proprio il Mussolini, che era diventato una specie di numero uno dei sindacalisti rivoluzionari in Italia ed era pure un pezzo grosso del partito socialista. ‘L’ho sempre detto’ diceva adesso mio nonno all’osteria […] ‘che come questo ce n’è pochi, questo è un uomo speciale, se si mette in testa una cosa la fa, non lo ferma nessuno’ e difatti nel giro di pochi anni se ne erano resi conto tutti, mica solo mio nonno […] pure il Treves e il Turati, che cercavano di tenerlo buono. Be’, lui per la Libia ha fatto un casino. Prima è riuscito a convincere tutti gli altri socialisti […] e poi ha guidato lo sciopero generale contro la guerra in Africa con azioni rivoluzionarie di vero e proprio sabotaggio”. [p.41]

 

E dopo di allora: la settimana rossa e il carcere con Pietro Nenni. Poi, improvvisa la svolta con l’interventismo nella I guerra mondiale, non al fianco della Germania, nostra tradizionale alleata di allora, ma nel campo opposto con Francia e Inghilterra. Perché questo cambiamento? Lo spiega al nonno del narratore lo stesso Mussolini, desinando con lui: “Questa guerra quindi era proprio quello che ci voleva, una mano santa che avrebbe scatenato tante di quelle tensioni – diceva il compagno Mussolini – che niente sarebbe stato più come prima. Una volta che il proletariato si fosse ritrovato tutto coinvolto sotto le armi, la guerra da mondiale non avrebbe potuto diventare che sociale. In fin dei conti era deflagrata come scontro di interessi – ‘I schèi’ – tra le borghesie capitalistiche dei singoli Paesi europei. Ma poi sul campo non poteva non sfociare in una guerra generale di classe, con il proletariato europeo contro i padroni di tutti i Paesi”. [p.57]

 

E la testimonianza prosegue con i racconti dello zio Pericle, soldato a Milano e il più politicizzato della famiglia: le tensioni del dopoguerra, i tanti discorsi sulla “vittoria mutilata”, la fondazione del fascio e il programma di San Sepolcro che promette suffragio universale, repubblica e terra ai contadini. Nel socialismo ormai è guerra aperta. Tra i cosiddetti interventisti, ora fascisti, e i neutralisti di sempre: “Nemici ormai – noi di qua e loro di là – perché loro erano stati contro la guerra e adesso erano contro i soldati e continuavano a fare quello che avevano sempre fatto: chiacchiere cioè, e pochi fatti, o almeno così dicevano i miei. E se loro erano rossi, noi per contrasto dovevamo essere neri, anche se non è che stessimo con la borghesia capitalistica e loro invece col proletariato. Mica stavamo con classi diverse, almeno all’inizio. Vada a vedere il programma di San Sepolcro, noi eravamo semplicemente concorrenti nella stessa classe di popolo lavoratore […]. È per questo forse che ci siamo odiati tanto, perché eravamo fratelli che si sono divisi”. [pp.69-70]

 

Non bisogna tuttavia pensare che il romanzo di Pennacchi si limiti a ripercorrere l’ascesa del fascismo e del suo duce in un’atmosfera rarefatta e incolore che rischia di annoiare il lettore, perché è un’intera civiltà contadina quella che prende vita pagina dopo pagina, attraverso il duro lavoro, le sofferenze, le passioni, i vizi e i valori di chi ne fa parte. Neppure l’autore difetta di ironia nel descrivere personaggi piccoli e grandi di questa storia e una particolare attenzione è dedicata alla donna, alle molte contraddizioni in cui si trova a vivere. Capo-famiglia di fatto, quando invecchia, come la nonna di chi racconta, madre di abbondante prole per avere un ruolo familiare, che è anche l’unico ruolo sociale, vittima e quasi schiava se le viene a mancare il marito con i figli ancora piccoli. E in questo universo femminile governato da ferree leggi non scritte, spesso occultamente violate, si distingue la figura di Armida che alleva le api, parla con loro e ne riceve consigli e premonizioni.

 

Ma il romanzo s’incentra soprattutto sull’esodo che costringe i Peruzzi, assieme ad altre famiglie emiliane, venete e friulane, a lasciare la propria terra e a recarsi nell’Agro Pontino. Perché? Perché solo tra le paludi dove da secoli e secoli regnano indisturbate zanzare e malaria, la promessa “sansepolcrista” del duce sarà mantenuta. In cambio delle bonifiche e della costruzione di un canale [Il Canale Mussolini, appunto], vasti poderi saranno assegnati ai contadini, naturalmente solo a quelli di comprovata fede fascista.

 

“Maledetto Zorzi Vila”, diranno i Peruzzi costretti all’esodo per colpa del conte Zorzi Vila che li ha cacciati dalle terre che coltivavano a mezzadria, e la maledizione diverrà la divisa di ciascun membro della famiglia di fronte ad ogni sciagura, da allora in poi. Ma anche Mussolini ci mise del suo nella vicenda, osserva il narratore: “Era il 1927 e come lei sa, a quei tempi, il commercio estero non avveniva sulla base del dollaro, ma dell’oro e della sterlina inglese che a settembre 1926 era arrivata a 149, quasi 150 lire per una sterlina. La bilancia dei pagamenti import-export era al tracollo. L’industria italiana in crisi […] Be’, lui – il Duce – dalla mattina alla sera ha detto: ‘Rivaluto la lira, da oggi in poi è a quota 90, mai più di 90 lire per una sterlina’. […] come deve essere stata contenta la grande industria italiana che per il carbone, il ferro, il rame ed ogni cosa che doveva andare a comprare all’estero e che fino al giorno prima la pagava, mettiamo, a 150 lire al chilo, adesso la pagava 90. Ed anche noi Peruzzi abbiamo detto lì per lì: ‘Vaca boia, come che l’è bravo il nostro Duce’. […] solo dopo ci siamo accorti che se il nostro campo continuava a produrre solo e sempre, mettiamo, i suoi dieci quintali di grano all’anno, e noi sino al 1926 vendendo quei dieci quintali al mercato avevamo preso 1500 lire, dal 1927 in poi ne avremmo prese solo 900. Veda un po’ quanto ci abbiamo rimesso e se è vero o no, che la quota 90 ha ammazzato i contadini italiani […] Noi eravamo tenuti a spartire a metà il raccolto con il padrone. […] Ed eravamo pure tenuti però a spartire le spese. E queste lui – lo Zorzi Vila maladéto – le ha conteggiate tutte in lire. Debiti segnati per anni, e noi convinti di averli già scalati anno dopo anno con una parte del quintalaggio dei nostri raccolti”. [pp.124-5].

 

Fu così – osserva ancora il narratore – che i Peruzzi persero tutto, e furono costretti all’esodo nell’Agro Pontino, dove gli furono assegnati due poderi grazie all’intercessione dell’amico Rossoni.

Così i fascisti, o meglio i contadini emiliani, veneti e friulani, riuscirono in quello che avevano inutilmente tentato i Romani, i Papi e Napoleone: scavare il Canale Mussolini e bonificare la palude pontina.

 

La storia dei membri della famiglia Peruzzi prosegue intrecciandosi con le vicende della proclamazione dell’Imperium [al canto di Sole che sorgi libero e giocondo,/sul colle nostro i tuoi cavalli doma: /tu non vedrai nessuna cosa al mondo /maggior di Roma/maggior di Roma!], con le leggi razziali e la II guerra mondiale. E qui finalmente un barlume di coscienza sembra affiorare nei Peruzzi o almeno in chi di loro racconta la storia. Sia pure attraverso Italo Balbo: “Ma siete matti? Ma che vi hanno fatto gli ebrei? In Italia sono più fascisti di noi”. [pp.338-9] e le sue profetiche parole alla vigilia dello scoppio della guerra, solo qualche mese prima di essere abbattuto in volo da ‘fuoco amico’: “Io spero che l’Italia non entri in guerra: voglio ancora avere fiducia nel senso realistico del Duce e mi auguro che non prevalga in lui il demone della megalomania da cui sembra invasato in questi ultimi tempi. Ma se così non fosse, noi saremo sconfitti, cadrà il fascismo, cadrà la monarchia, perderemo le colonie e ci potremo ritenere fortunati se si salverà l’unità d’Italia”.

 

Una dichiarazione almeno lucida e onesta, questa di Balbo, amico da sempre degli americani e onorato dagli inglesi al momento della morte avvenuta per tragico errore [?!], per mano di “fuoco amico”. Una dichiarazione nella quale ancora oggi si riconoscono molti italiani che fascisti non furono o che il fascismo neanche conobbero e che rimproverano al duce soltanto “la scelta finale”, senza comprendere che la tragedia veniva da lontano, perché la dittatura, buona o cattiva che fosse, prima o poi ci avrebbe condotto al baratro.

 

sergio magaldi

 


domenica 6 giugno 2021

RECENSIONE: LA REGIONE SCONOSCIUTA


 

La Regione Sconosciuta di Sergio Magaldi: il senso misterioso dell’esistenza

di Francesca Rombola

 

SCIENZA & DINTORNI

Blog di divulgazione storica e scientifica

 http://nataleseremia.com/2021/06/04/la-regione-sconosciuta/

 

E’ il sequel di un altro romanzo dal titolo “L’Amore Consapevole”, è lo stesso io narrante che parla in prima persona, si tratta dell’ultima fatica letteraria di Sergio Magaldi il cui titolo, “La Regione Sconosciuta“, è forse tutto un programma.

Il protagonista, il direttore editoriale della casa editrice Chiaroscuro, compie un viaggio strano e per molti versi incredibile; lo accompagna una donna bellissima, e forse non del tutto umana, di nome Florence (che è anche il nome della città di Firenze in inglese). Egli lascerà la terra, o meglio, la dimensione spazio – temporale di questo pianeta e, insieme a Florence, vivrà situazioni paradossali, difficili, gioiose e dolorose allo stesso tempo, incontrerà esseri di dimensioni altre e attraverserà dimensioni altre, sorta di non – luoghi, o super – luoghi, abitati da presenze, entità, talvolta soltanto da voci di trapassati con i quali parlerà e ai quali domanderà del passato e del futuro, della vita e della morte: gli interrogativi e i dubbi che assillano, in fondo, gli uomini fin dalle più remote civiltà. 

Perché questo viaggio, quasi in un Aldilà dei nostri tempi? A che scopo e a qual fine? E’ difficile rispondere a queste domande, difficile in quanto è un pò come chiedere all’autore della Divina Commedia, quel Dante Alighieri di Firenze che tutto il mondo ha conosciuto, conosce, apprezza, ama, o anche disprezza, comprende e forse ci invidia, perché ha immaginato di compiere un viaggio nei regni ultraterreni che attendono l’uomo dopo la morte insieme ad una guida come il poeta latino Virgilio.

In un dato momento della propria esistenza lo scrittore, il poeta, il pensatore, l’uomo di ingegno, il sapiente “deve” compiere questo viaggio (astrale, immaginario e immaginifico, materiale o meno) per se stesso, in primis, per dare coronamento, e completezza, o il “battesimo del fuoco“, se si preferisce, alla sua iniziazione alla vita e alla morte unite e poi per donare agli altri (in teoria a tutti, in pratica a chi voglia seguire, con coraggio e abnegazione, i suoi insegnamenti e le sue idee) lo scrigno prezioso che contiene la Conoscenza, indicando la via che la sublima.

Forse con “La Regione Sconosciuta” Sergio Magaldi vuole dirci che ancora oggi, in questo ventunesimo secolo così caotico, confuso, avulso alla cultura, alla creatività, al senso del mistero e del divino, è possibile per l’uomo compiere il viaggio iniziatico di sempre che lo porterà alla meta finale dove si acquieta ogni soffrire e si azzera ogni faustiano cercare e ricercare.

L’io narrante, alla fine del romanzo, giungerà esattamente nella Regione Sconosciuta, cioè ha superato bene tutte le prove che il cammino gli ha parato dinnanzi. Scritto in uno stile superbo e insuperabile, profondo e tuttavia semplice e lineare, “La Regione Sconosciuta” di Sergio Magaldi è un libro denso eppure di una levità sorprendente, che si legge tutto d’un fiato.

Si compone di tanti capitoletti, ciascuno con un titolo emblematico e pertinente, ha una bellissima e impeccabile veste grafica e una copertina piuttosto simbolica che parla da sé con i suoi molti sottintesi. L’ultimo capitoletto del libro ha come titolo “Zero”, che è poi il nome – metafora della capitale della Regione Sconosciuta – del luogo che il protagonista e nuovo iniziato raggiungerà, insieme a Florence, precisamente nelle ultimissime battute del romanzo: “Florence si distese davanti all’apertura del cono e l’arcobaleno si fermò sul suo corpo di luce. << Vieni – sussurrò languida – non hai ancora capito che qui a Zero ogni legge si annulla? Presto sarai di ritorno a casa e scoprirai che il tuo lungo viaggio ha avuto in realtà la durata di una sola notte umana! >>”.

Allora, forse, dopotutto e alla fine di tutto, proprio queste parole riescono a rispondere alle domande che ci si è posti inizialmente: al di là del tempo e dello spazio, al di là dell’Assoluto, del Tutto, al di là del Principio e della Fine là il senso misterico del vero esistere.



 


 



lunedì 8 marzo 2021

Il MUSSOLINI di ANTONIO SCURATI, parte I (IL FIGLIO DEL SECOLO)


 

  Nel settembre del 2018, all’uscita del primo corposo romanzo edito da Bompiani (841 pagine): M IL FIGLIO DEL SECOLO dell’annunciata trilogia su Benito Mussolini (nel settembre del 2020 è uscito il secondo volume di cui parlerò in un prossimo post), Antonio Scurati dichiarava di aver raccontato il suo personaggio in un romanzo documentario, in cui – aveva specificato – fatti e personaggi non sono frutto della fantasia dell’autore.

 Non volendo ammettere di scrivere un romanzo storico che, data la fama del protagonista, avrebbe avuto scarso appeal, l’autore è ricorso a un ibrido che non ne fa un romanzo nel senso da lui auspicato, e nemmeno un saggio in virtù di pochi spunti dichiarati “verosimili”, della scarsità di documenti (nonostante la “mole” annunciata) e per la mancanza di un autentico approfondimento critico.

 Così, la questione non è tanto di bocciare il libro insieme al suo autore, per gli errori e gli anacronismi, come ha fatto Ernesto Galli della Loggia, quanto di prendere atto che quel volume, che per la sua mole si fatica a tenere in mano, non è un romanzo vero e proprio, né un saggio, ma appunto – come peraltro dichiara il suo autore – un romanzo documentario. Insomma, una categoria del romanzo storico. E in questa prospettiva il libro di Scurati ha il suo pregio, se non altro nella sua funzione didascalica di tratteggiare in un linguaggio semplice e accessibile a tutti eventi della storia del nostro Paese che non sembrano mai perdere di attualità.

 In definitiva, questo libro magari crea un genere nuovo, ma poco ha a che fare con la grande letteratura e al tempo stesso presenta scarsa dimestichezza con una saggistica di rilievo. Ma tant’è, il Mussolini di Scurati ha avuto la sua fortuna di vendite e nel luglio del 2019 ha vinto lo Strega, davanti a Il rumore del mondo di Benedetta Ciborio (Mondadori) e a La straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo).

 E proprio questo, da ultimo, sembrava lamentare Galli della Loggia nel suo articolo:

“Voglio sperare – annotava sul Corriere della Sera – che ancora oggi se a un esame di licenza liceale uno studente attribuisse a Carducci l’espressione «la grande proletaria» (invece che a Giovanni Pascoli, che la coniò per l’Italia che si accingeva a occupare la Libia), e definisse Benedetto Croce un «professore» (lui che per tutta la vita gratificò di tutto il disprezzo immaginabile l’Università e i suoi professori, che fu l’antiaccademismo vivente), voglio sperare, dicevo, che lo sciagurato correrebbe seri rischi di essere bocciato.

Non si tratta di due errori qualunque, infatti. Sommati significano in pratica non essere in grado di orientarsi nella storia culturale italiana della prima metà del Novecento. Non possedere alcuni punti di riferimento essenziali. Se poi il medesimo studente avesse pure sbagliato la data di Caporetto, avesse detto che Antonio Salandra, presidente del Consiglio che decise l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, «porta sulla coscienza sei milioni di morti» (un antesignano pugliese di Hitler insomma), avesse poi definito Antonio Gramsci «un politologo», avesse scritto che alla Scala nel 1846 lavoravano degli «elettricisti» e che nel 1922 al Viminale ticchettavano «le telescriventi», e poi ancora, come se non bastasse, a commento della marcia su Roma avesse riportato alcune righe attribuendole a «Monsignor Borgongini Duca, ambasciatore inglese presso la Santa Sede» (!!), e a commento della seduta della Camera sulla fiducia al governo Mussolini avesse citato una lettera di Francesco De Sanctis datandola 17 novembre 1922 (quando l’autore avrebbe avuto 105 anni!), beh: spero proprio che a questo punto il suddetto studente sarebbe sicuro di prendersi una solenne bocciatura. O forse no, chissà. Infatti tutti gli svarioni citati (ce ne sarebbero altri minori, ma non mi sembra il caso di pignoleggiare) fanno bella mostra di sé nell’acclamatissimo libro di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani editore, da settimane in testa alle classifiche delle vendite […].

 Il libro di Scurati si articola in sei capitoli, ciascuno dei quali, a cominciare dal 1919 – segnatamente dalla Fondazione dei Fasci di combattimento – ripercorre gli eventi di ogni anno successivo sino a tutto il 1924, per poi concludersi con la ricostruzione della seduta parlamentare del 3 gennaio del 1925. Ciascun capitolo è preceduto da una parte documentale che comprende articoli di giornale, lettere e telegrammi, discorsi ufficiali, programmi di partito, diari e rapporti informativi della polizia e di altre autorità di pubblica sicurezza. Ma si tratta per lo più di frammenti, tali comunque da giustificare il filo della narrazione che ogni volta riprende da dove si era interrotta per far posto agli scarsi inserti. Troppo poco, tuttavia, per formulare giudizi esaustivi circa “le verità” annunciate dall’autore. Sufficiente però per farne un romanzo storico (etichetta rifiutata risolutamente da Scurati), corredato di scarne notizie tratte dall’attualità di quegli anni e poco più. 

 L’autore, nelle sue numerose interviste, ha rivendicato il merito di essere stato il primo a scrivere un romanzo sul fascismo e sul suo capo, senza accorgersi che il suo non è un romanzo stricto sensu, e dimenticando che dieci anni prima un libro del genere da lui auspicato aveva già vinto lo Strega.

Pur raccontando le vicende di una famiglia del ferrarese, vissuta durante la prima metà del Novecento, infatti, Antonio Pennacchi nel suo romanzo, Canale Mussolini, aveva parlato a lungo del fascismo, per così dire, osservandolo dal di dentro.

C’è comunque una profonda differenza tra i due autori. Scurati vede nel fascismo un’accozzaglia di agitatori di professione, di irregolari e di delinquenti abituali (che pure ci furono) in una Italia fiaccata dalla guerra e dalla miseria che il grande fiuto di Mussolini seppe mettere insieme, perché più di ogni altro egli fu capace di interpretare il proprio secolo: un giudizio che fa del duce un eroe al negativo, ma pur sempre assimilato all’individuo cosmico-storico di hegeliana memoria che incarna in sé lo spirito del tempo.

Il fascismo, nella narrazione di Pennacchi, non appare come un “incidente di percorso” della storia italiana, tra liberalismo e democrazia, di cui Mussolini si fa interprete, né soprattutto è soltanto una condizione inquietante dell’anima, secondo il noto giudizio di Benedetto Croce – l’intellettuale che ancora dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti continuava a sostenere il Presidente del Consiglio e che intervenendo in Senato in suo favore aveva parlato del voto “prudente e patriottico” che aveva salvato il governo – ma piuttosto come lo sbocco naturale delle tensioni sociali che si erano andate accumulando in Italia, durante i sessant’anni successivi all’unificazione. Non “un corpo estraneo”, dunque, ma purtroppo l’unico modo in cui una società arretrata, preindustriale ed elitaria, caratterizzata dall’analfabetismo, dalla miseria, dal brigantaggio e dalla corruzione, era riuscita malgrado tutto ad evolversi. In questo senso e solo in questo senso, il fascismo era stato “rivoluzionario”, dando così in parte ragione al suo capo, quello ormai sconfitto dalla Storia, che nell’ultima intervista, modificando alla sua maniera il concetto espresso da Benedetto Croce, pare avesse detto: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”.

Non che gli italiani fossero da sempre abitati dai “mostri” del fascismo, giacché erano i mostri della fame e dell’ignoranza piuttosto a tenere il campo. L’unico senso accettabile di quella espressione era di aver saputo interpretare il malessere sociale e l’istinto di ribellione delle masse, saldandoli al disagio dei reduci della prima guerra mondiale per la cosiddetta “vittoria mutilata”. Il tutto condito dei confusi ideali di una piccola borghesia nazionalistica, frustrata e megalomane, talora vagamente intellettuale che, prima del fascismo, trovava spesso nella Massoneria il proprio punto di riferimento. Come si intuisce dal nome che assunse il massimo organo di rappresentanza politica del fascismo. Quel Gran Consiglio che annoverava in prevalenza massoni ed ex-massoni, segnatamente di Piazza del Gesù.

Primo fra tutti, Amerigo Dumini, maestro della Gran Loggia nazionale di piazza del Gesù e che lavorava alle dirette dipendenze del capo della polizia Emilio De Bono. Fu lui ad essere riconosciuto, insieme ad altri sicari, come l’esecutore materiale del delitto Matteotti. De Bono, dal canto suo – come ricorda lo stesso Scurati –  era un gerarca piemontese, legato alla massoneria inglese e fedelissimo di casa Savoia. Del resto, anche Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni, Giovanni Marinelli, al vertice del Partito Nazionale Fascista e Cesare Rossi, capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, erano fascisti e massoni in collegamento con la massoneria britannica.

 È chiaro che senza mettersi al servizio della reazione, la cosiddetta “rivoluzione fascista” sarebbe fallita e di questo il primo a rendersene conto fu certamente il suo capo, nato socialista e abbastanza lungimirante da comprendere la sterilità di un movimento perpetuamente scissionista ed eternamente diviso tra una base proletaria e una classe dirigente di piccoli intellettuali sempre in lotta per il potere, ora riformisti, ora rivoluzionari, ora imbelli e opportunisti, sempre frazionisti.

 

sergio magaldi

 P.S. Il post riprende in parte il contenuto del capitolo «“M” come Mussolini» (pp. 94-98) che, insieme all’altro capitolo «A colloquio con il Duce» (pp. 99-118), fa parte del romanzo La Regione Sconosciuta.

 

 

mercoledì 23 dicembre 2020

LA COSTRUZIONE A VENIRE


 

 Giovane scrittore all’esordio, Ottavio Plini mostra una naturale propensione a maneggiare il romanzo gotico, un genere letterario che conosce la sua fortuna in Inghilterra verso la fine del XVIII secolo per poi diffondersi nel secolo successivo – solo per fare qualche esempio – in Germania nella variante romantica e fantastica di E.T.A. Hoffmann, in Italia con la Scapigliatura che reagisce all’eccesso di realismo della narrativa precedente, in U.S.A nei sottogeneri del poliziesco, del noir e dell’horror con Edgar Allan Poe.

Il castello che campeggia nella copertina di La Costruzione a venire [Mazzanti Libri, novembre 2020] fa subito pensare al gotico originale, alla sua ambientazione cupa e misteriosa, ma nel romanzo di Plini i luoghi sono dinamici ed evanescenti, ancorché alle segrete del castello si sostituiscano l’ospedale e la “fenditura aliena”(quasi simbolo di genitali femminili) e non manchino alcuni degli ingredienti più noti della tradizione gotica: dall’oscurità alla malattia, dallo spettro della follia alla costruzione di macchine organiche per la comprensione del cosmo, dalla minaccia degli “Alieni” alle frustrazioni dell’eros e dell’amore romantico, dal soprannaturale, inteso nel suo linguaggio simbolico ma anche come strumento di potere di sette esoteriche che si infiltrano e si combattono tra di loro, al concetto di “Unheimlich”, individuato da Sigmund Freud nel 1919 per descrivere la paura irrazionale. Il perturbante è un sentimento di vago terrore - cui nella finzione romanzesca si accompagna talora per strano paradosso il senso del grottesco e del burlesco - generato dalla percezione di oggetti inanimati che improvvisamente si animano (come nei romanzi di Hoffmann) e viceversa, da soggetti bizzarri e/o deformi al limite della possibilità fisica di sopravvivere e che pure si muovono con straordinaria vitalità, dalla presenza occulta di geni maligni che controllano ogni cosa, dalla paura di perdere la vista o di improvvisi attacchi epilettici, dalla semipermanenza in uno stato onirico in cui realtà e immaginazione si confondono, e così via.

Non a caso gli appunti di René, sia da veggente che da percettore della realtà, offrono uno spaccato della categoria del perturbante collegato ad una sorta di realismo magico:

«In un'altra stanza è un teatrino con un’inquietante bambola che canta alternativamente una nenia paradisiaca e una canzone spagnola, spegnendosi periodicamente mentre la voce prosegue. Si dice che avvicinandosi troppo alla bambola essa metta avanti delle mani che comunicano una scarica elettrica tale da indurre alla follia…» e ancora:

«Mr. Odrek J. era una sorta di piccola bestiolina dal colore mutevole che periodicamente ci si trovava nelle case senza che in genere facesse o dicesse assolutamente nulla. Oramai, in questi tempi disordinati, tormentati e festaioli, ci si era abituati alle sue visite, tanto che i bambini avevano perso anche la voglia di tentare di giocarci assieme. La sua immagine faceva pensare a uno stuzzicadenti intorno a cui si avvolgeva uno spago che poi si biforcava indurendosi in due asticelle che erano le gambe.»[1]

Il realismo magico, in tutte le sue accezioni, altro non è che una categoria del fantastico e Ottavio Plini mostra di saper utilizzare il fantastico nel giusto senso in cui lo raccomanda Sartre in “Che cos’è la letteratura?” Si tratta di dare l’impressione al lettore che ciò che in sé appare assurdo accada invece come un avvenimento normale. Solo così, conclude Sartre, ci si troverà di colpo immersi in un mondo fantastico più reale della realtà stessa. Perché il ruolo della fantasia, dopo tutto, è proprio quello di portare alla luce ciò che della realtà si nasconde sotto la densità delle illusioni e dell’apparenza. Un’operazione che riesce all’autore già alla sua prima prova letteraria.   

D’altra parte, la condizione in cui si trova René, il vero protagonista del romanzo, è proprio quella di alternare visioni oniriche – in cui si ritaglia il ruolo di veggente – alla percezione labile della realtà. “Una misteriosa infiammazione del sistema nervoso”, probabilmente di “origine aliena”, lo ha costretto ad un letto di ospedale, trasformandolo in una sorta di cavia non solo per i medici ma anche per il gruppo di esoteristi che fa della gnosi la propria ragion d’essere. Ed è ad uno di questi gruppi che uno scrittore dovrà offrire un ampio resoconto sugli aspetti “visionari” ancorché interessanti dell’infermità di Renato. Egli dovrà riordinare e dare senso compiuto agli sparsi appunti del malato per poi consegnare il tutto al vertice della sua Organizzazione, rappresentato dalle Tre Madri. E qui l’abilità di Plini, nel presentarci prima le Tre Dame come vagamente minacciose, quasi fossero davvero la Mater Suspiriorum, la Mater Tenebrarum e la Mater Lacrimarum, le tre divinità malvagie che con il loro potere manipolano gli eventi del mondo, poi nel rivelarci che le Tre Madri altro non sono che le tre luci massoniche di Sapienza, Forza e Bellezza. E in fondo proprio in questo sembra consistere il leitmotiv della narrazione: utilizzare gli strumenti del gotico per squarciare le verità apparenti della realtà quotidiana sino a raggiungere la soglia di un’altra dimensione che nel giustificare quella presente sia tale da permettere la costruzione di un mondo a venire.

 sergio magaldi



[1] Op.cit. pp.15 e 80


mercoledì 16 settembre 2020

GLENN COOPER E LA PANDEMIA



 

In epoca di coronavirus è abbastanza scontato tornare alla letteratura classica sulle epidemie: “Il Decamerone” di Boccaccio, “I Promessi Sposi” di Manzoni, “La Peste” di Camus, “Cecità” di Saramago, “Contagion” di Steven Soderbergh, solo per citare alcuni dei romanzi più noti, hanno conosciuto una nuova primavera, proprio mentre, non ancora usciti dall’inverno, siamo stati costretti dal lockdown a restarcene a casa per gran parte della bella stagione. Non stupisce, dunque, che si vada diffondendo, oltre che una ricca saggistica, anche una narrativa che faccia del covid-19 lo scenario di riferimento o che prendendo spunto dalla pandemia tuttora in corso finisca con l’alimentare le nostre paure, senza neppure più il filtro della fantasia ma con fondate ipotesi di realtà. Così, Glenn Cooper nel suo nuovo romanzo CLEAN Tabula rasa ci racconta come possa nascere e diffondersi un virus con conseguenze drammatiche per l’intera umanità. Nell’edizione italiana, il libro è dedicato al dottor Roberto Stella di Busto Arsizio che ha perso la vita combattendo contro il coronavirus.

Il professor Roger Steadman, uno dei cosiddetti baroni del Baltimore Medical Center, sperimenta una terapia genica a base di un composto terapeutico e un vettore virale, su un’anziana donna giapponese malata di Alzheimer. Mentre è sottoposta al trattamento, la paziente è isolata, ma un’infermiera incauta lascia entrare il nipote nella stanza dove la donna è ricoverata in isolamento:

“Lui si chinò su di lei e la baciò sulla fronte: quando lo fece, tossì di nuovo. «Scusa.» Si rimise la mascherina.

Le goccioline di saliva fuoriuscite dalla bocca di Ken si muovevano a una velocità di quindici metri al secondo, una nebbiolina lievissima che coprì le palpebre della donna. Le particelle del virus che lui aveva portato con sé dal Giappone si posarono sulla congiuntiva, rosa e scintillante. E prima che lui avesse lasciato la stanza, erano già entrate nel flusso sanguigno.

La mattina dopo, il virus del nipote aveva sopraffatto le difese immunitarie della donna, superando la barriera emato-encefalica. All’interno del suo cervello, milioni di particelle virali infettarono milioni di neuroni, e alcuni di loro entrarono in contatto col virus iniettato per la terapia genica. Quando s’incontrarono, i due virus si avvinghiarono l’uno all’altro, come fossero incollati. E fusero le loro membrane. Subito, il loro materiale genetico iniziò a combinarsi

Dal loro incontro nacque un nuovo virus, ancora senza nome”. [op.cit., pp.15-16]

Chi è infettato dal nuovo virus – e presto i contagiati si contano a milioni in tutto il mondo – è privato completamente della memoria del passato e il suo comportamento è dettato unicamente dagli istinti basici: fame, sete, sesso e aggressività. Il malato non ha un codice etico e cadrà presto vittima della morale di chi, rimasto sano, se ne servirà per operazioni di dominio e di potere. Così, mentre il dottor Jamie Abbott, specialista in Biologia Molecolare e Neuroscienze Cognitive, percorre l’America da Boston a Indianapolis nel tentativo di mettere a punto un vaccino per fermare la pandemia che sta per fare della civiltà una tabula rasa, ovunque nel Paese domina l’anarchia: ammalati e decaduti il Presidente e il Vicepresidente, sospeso a tempo indeterminato il Congresso, venuto meno un sistema giudiziario funzionante, chiusi i negozi, cessati del tutto i servizi sociali, non resta che la lotta per sopravvivere. Una sorta di inferno, simile a quello descritto da Cooper nel primo volume della trilogia dei Dannati [leggi il post DANNATI. Il male non muore mai… di Glenn Cooper, cliccando sul titolo].

In questo clima di violenza e di sopraffazione Jamie fa purtroppo la conoscenza di due personaggi emblematici: l’uno, Edison che ha costituito un esercito di infetti pronti al suo comando a uccidere e derubare, l’altro, Holland che insieme alla moglie vagheggia una nuova società: «Il punto – sostiene Holland – è che esiste una filosofia morale basata sugli insegnamenti giudaico-cristiani, e noi ci siamo resi conto che potevamo usarla come nuovo programma di studi, un nuovo software per riprogrammare la tabula rasa che sono le loro menti. Avremmo insegnato le nozioni di bene e di male, di giusto e sbagliato, di peccato e salvezza.» [pp.484-485]

Nella finzione romanzesca, Glenn Cooper è andato ben al di là dei pur giustificati timori che sembrano scuotere almeno una parte dell’opinione pubblica mondiale ancora alla prese con il coronavirus e di cui Robert Kennedy Junior s’è fatto portavoce nel recente discorso di Berlino:  «I governi amano le pandemie per lo stesso motivo per cui amano la guerra, perché permettono loro di imporre un controllo della popolazione che in altre circostanze non sarebbero mai permesse […] importati persone come Bill Gates ed Anthony Fauci hanno pianificato questa pandemia da decenni […] ». Vero o non vero l’assunto è nel romanzo di Cooper paradossalmente rovesciato: la pandemia ha distrutto ogni forma di potere legale e senza un rimedio, cioè senza un vaccino efficace, della civiltà non resterà che tabula rasa e l’avvento dell’homo homini lupus presto sarà realtà. Due facce della stessa medaglia, in fondo, perché entrambe ci invitano a riflettere sulla natura del potere e sulle modalità di controllo delle coscienze.

 sergio magaldi


sabato 25 aprile 2020

UN ROMANZO SULLA RESISTENZA





Di “Una questione privata”, il libro che ho scelto per ricordare il 25 Aprile del 2020, Italo Calvino parlò come di uno dei migliori romanzi sulla Resistenza, come del “romanzo che la nostra generazione voleva fare”, di una storia che è stata capace di dipingere con realismo la Resistenza, senza quasi mai parlarne direttamente.

La storia d’amore tra Fulvia e Milton, partigiano di Badoglio, si insinua, delicata e inquietante, nella vicenda partigiana delle Langhe narrata da Beppe Fenoglio [lui stesso all'inizio del ‘44 partigiano di un raggruppamento comunista della Brigata Garibadi e successivamente delle Formazioni Autonome Militari], sino ad assumere una posizione centrale che sposta gradatamente l’attenzione del lettore dalla coralità della lotta antifascista, al dramma esistenziale del protagonista; da quando l’anziana custode della villa dove abitava Fulvia ha operato la trasformazione nel vissuto di coscienza del ragazzo. Gli ha rivelato gli incontri serali e notturni di Fulvia con Giorgio, nell’estate del ’43, quando lui era soldato. Giorgio Clerici, il ragazzo più ricco, più bello ed elegante di Alba, divenuto compagno di lotta partigiana.




Da quel momento, Milton non ha che un pensiero: raggiungere Giorgio per conoscere la verità, e quando viene a sapere che il suo amico, e forse rivale in amore, è stato catturato dai fascisti, cerca con ogni mezzo di proporre uno scambio tra prigionieri. L’ambiguità esistenziale di Milton è tutta nella scelta di salvare disperatamente la vita di Giorgio, senza sapere se il suo non è che un tentativo egoistico di placare la propria gelosia o piuttosto il gesto eroico di chi vuole salvare un compagno di lotta.

sergio magaldi







sabato 21 dicembre 2019

La Regione Sconosciuta: l’albero della vita e la tunica di pelle





“La veste di pelle” – che un’aggadah definiva liscia e aderente come un’unghia – con cui Dio aveva ricoperto il primo uomo e la prima donna per punirli della trasgressione, non differiva molto dal concetto che ne aveva dato Florence, alludendo ad esseri umani zavorrati di carne! Glielo dissi e le raccontai di essermi occupato della “veste di pelle” dei noti versetti del Genesi, durante una lectio magistralis tenuta diverso tempo prima, parlando dell’albero della vita e dell’albero della conoscenza del bene e del male.
Allora, avevo cercato di dimostrare che gli alberi sembrano due, ma che in realtà c’è soltanto un albero! Avevo citato Genesi III, 21-24, a proposito del mito cosmogonico più famoso dell’Occidente:

 "Il Signore fece ad Adamo e ad Eva una tunica di pelle e li vestì, poi disse: 'Ecco Adamo è diventato come uno di noi (angeli), conoscitore del bene e del male! Badiamo ora che non stenda la mano e prenda anche dell'albero della vita, per mangiare e vivere in eterno'. Quindi Dio lo cacciò via dal Gan Eden perché coltivasse la terra da cui era stato tratto. Scacciato Adamo, collocò a oriente del Gan Eden Cherubini che roteavano la spada fiammeggiante per custodire la via che portava all'albero della vita, ". 

Questi versetti – era stato il mio commento –  starebbero proprio a dimostrare, secondo alcuni, l'esistenza di due distinti alberi. È vero invece che dell'albero della conoscenza,  nella Scrittura, d’ora in avanti non si parla più. Perché Dio se ne disinteressa? Perché l'uomo è ormai carne, e dunque è già nel regno della conoscenza del bene e del male? Certo, ma più semplicemente perché un albero della conoscenza distinto dall'albero della vita non c'è mai stato. Dio lo ha fatto credere all'uomo per saggiarlo, per metterlo alla prova, ma nel momento in cui l'uomo ha peccato di ubris, ha voluto rendersi come Dio, anche l'illusione è scomparsa. Sin dal primo momento non c'è stato che un solo albero, come ha ben visto Tiziano nella sua tela ad olio dove l'albero, il cui frutto Eva riceve in dono dal serpente, costituisce l'asse centrale che divide la composizione, creando l'effetto che ciò che è UNO venga visto come DUE.

Il Sepher Bahir – avevo precisato – ci illumina sull’intera questione. Ci sono 32 sentieri da percorrere per giungere in cima all'albero della vita, l'albero che con i suoi rami è una metafora del corpo umano.
Che è accaduto nel momento in cui l’essere umano, preso da impazienza e dal desiderio di essere come Dio, ha mangiato del frutto proibito? Da quel momento  è entrato nel tempo, nella condizione umana attuale, tant'è che il Signore lo riveste con una tunica di pelle ed egli non può più cibarsi, al pari di tutti gli animali, degli effluvi e dei sapori della vegetazione (Genesi, I, 29-30). Ora  è carne che cerca carne e non potrà più godere di immortalità.

C'è ancora una possibilità, perché il germe della vita immortale è sempre dentro di lui, ma egli deve fare i conti con i cherubini armati della spada fiammeggiante per poter entrare lungo i sentieri e compiere l'ascesa lungo l’albero. A questo punto, egli deve iniziarsi, percorrere cioè il cammino all'inverso per risalire sino alla condizione originaria, compiere il Tiqqun, la restaurazione. Ma, soprattutto, non deve essere impaziente e deve accettare la morte fisica. In proposito è scritto in Zohar (I, 130b): "Al tempo in cui il Santo, benedetto egli sia, risusciterà i morti, Egli farà scendere su di loro una rugiada dal suo capo, grazie alla quale tutti si leveranno dalla terra (...) una rugiada di luce nel senso proprio del termine, composta cioè da fiamme superne, attraverso la quale Egli infonderà vita nel mondo, poiché l'albero della vita trasmette ai mondi una linfa vitale che mai non cessa".

 [Dal romanzo La Regione Sconosciuta – il sequel de L’Amore Consapevole – pp. 74-75]

s.m.

mercoledì 18 dicembre 2019

L'Amore consapevole e La Lettera sulla santità





 Nel romanzo L’Amore Consapevole, un ricco collezionista muore in tarda età, lasciando alla casa editrice da lui fondata un reperto, rivelatosi autentico, che risale a circa duemila anni prima. Il reperto appare agli studiosi come la fonte di scritti posteriori della tradizione ebraica, che riguardano la presenza di Dio nel mondo [Shekinah] e la concezione dell’amore tra l’uomo e la donna:

[...] Stolto è l’uomo che non vede la Shekinah quando si unisce alla sua donna! Anche se il seme gli genera figli, la sua goccia sarà stata sparsa per niente, egli sarà più lontano dal regno dei cieli  e noi con lui! [Lettera sulla Santità, cap.II]. Ma per colui che la guarda in viso [la Shekinah], e per noi tutti, sarà come se Terra e Cielo si unissero e l’uomo e la donna saranno santi perché il Padre è Santo [Levitico, 20,26; Lettera sulla Santità, cap.I ].
 Prima ancora che si avveri la profezia di Daniele, avvicinatevi dunque alla vostra donna, sobri e ricordando che il giusto mangia a sazietà ma che il ventre dei malvagi è avido [Proverbi,13,25; Lettera sulla Santità, cap. III – IV.]. Rivolgetele sempre parole gentili e piene di passione perché in lei si accenda il desiderio, sorridete ma non siate volgari e nel congiungervi a lei rispettate la sua volontà e non usatele violenza [Lettera sulla Santità, cap. VI.]. Fate in modo che l’intenzione d’amore sia la stessa tra lei e voi e datevi pena del suo piacere prima che del vostro [Lettera sulla Santità, cap.V-VI. ]. Ricordate tutti, fratelli e sorelle e quanti siete invitati alle nozze, che la congiunzione carnale tra l’uomo e la donna, quando avviene con desiderio, amore e passione, è il segreto e la conoscenza per la costruzione del mondo e vi avvicina all’Eterno, che Egli sia benedetto, nell’opera della creazione [Lettera sulla Santità,cap.II e ss.], e benedetta sia la Torah che l’Eterno ci ha dato per governare il mondo [...]

[Da L’Amore Consapevole pp.32-33]

s.m.