venerdì 17 settembre 2021

VACCINO OBBLIGATORIO


 

 

 Si continua a discutere, direi abbastanza impropriamente, se rendere obbligatorio il vaccino anti-covid e in particolare la sua filiazione burocratica, rappresentata dal Green Pass che, attualmente, viene rilasciato per 48 ore anche a chi, non vaccinato, si sottoponga ad un tampone con esito negativo, senza tuttavia calcolare che il tempo burocratico che intercorre tra l’effettuazione del tampone e il rilascio del Green Pass supera spesso di gran lunga il termine di validità  di due giorni, rendendo perciò vano il suddetto tampone ai fini della possibilità di partecipare a un evento, prendere un treno, recarsi al cinema, in palestra, al ristorante o ad una qualsiasi altra seduta effettuata al chiuso. D’altra parte, anche chi si vaccina è spesso costretto ad attendere giorni e giorni prima di poter mettere le mani su questo passaporto verso la libertà condizionata.

 

Ciò premesso, la questione dell’obbligo vaccinale – dicevo – è posta in modo improprio perché, per un verso, l’obbligo esiste già dal momento che solo il cittadino italiano che si limiti alla pura sopravvivenza (standosene in casa ed uscendo solo per comprare da mangiare) ne è escluso, mentre tutti gli altri, per obbligo professionale o semplicemente per vivere (prendendo un treno, andando al cinema etc…) sono costretti a vaccinarsi. La discussione sull’obbligo è impropria altresì, per altro verso, perché questo obbligo di fatto non si configura ancora, almeno formalmente, come una violazione del Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio n. 2021/953 del 14.06.2021, il quale recita al punto 36 che:


È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate. Pertanto il possesso di un certificato di vaccinazione, o di un certificato di vaccinazione che attesti l'uso di uno specifico vaccino anti COVID-19, non dovrebbe costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione o per l'utilizzo di servizi di trasporto passeggeri transfrontalieri quali linee aeree, treni, pullman, traghetti o qualsiasi altro mezzo di trasporto. Inoltre, il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati.

 

Il governo sta dunque rispettando la normativa europea e credo voglia continuare a rispettarla, anche perché c’è chi dice che se fosse introdotto l’obbligo vaccinale per tutti i cittadini, lo Stato incorrerebbe nel rischio di dover risarcire tutti coloro che, per effetto della relativa somministrazione coercitiva, ne fossero danneggiati in modo irreversibile. Aspetto, quest’ultimo, negato di recente da autorevoli fonti governative secondo cui la sentenza 118/2020 della Corte Costituzionale ha già esteso il diritto di indennizzo anche per i danneggiati da vaccino non obbligatorio ma soltanto raccomandato. Dunque, secondo le suddette fonti, dell’introduzione dell’obbligo vaccinale anti-covid, è lecito discutere e farne legge, nel pieno rispetto degli articoli 32 (diritto alla salute) e  2 (solidarietà sociale) della Costituzione, senza preoccuparsi della questione dell’indennizzo dei “danneggiati permanenti”, già garantito anche nei confronti di chi si sottoponga alla somministrazione di un vaccino anche solo raccomandato.

 

Il fatto è che le sentenze della Corte Costituzionale in passato sono state disattese dai governi soprattutto quando riguardavano questioni finanziare a vantaggio dei cittadini e dei lavoratori e così accadrebbe anche in questo caso. Infatti, la sola normativa che conta nello specifico è la legge 210/92 che riconosce l’indennizzo solo in caso di danno irreversibile derivante da vaccino obbligatorio. Per inciso, ne discende dunque che nulla spetti a chi subisca un danno irreversibile per effetto di un vaccino solo raccomandato e neppure a chi ne subisca uno non irreversibile a seguito di un vaccino obbligatorio che magari condizioni la qualità della sua vita per qualche anno, costringendolo anche a spese impreviste. E la morte? Può essere considerata una “menomazione permanente”?

 

Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati.

(G.U. Serie Generale , n. 55 del 06 marzo 1992)

                                                              
                              

 

                                              Art.1

1. Chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazione obbligatoria per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge…

 

La mia personale impressione è dunque che, più che il rispetto della normativa del Consiglio Europeo, sia proprio il timore di un contenzioso ad oltranza tra Stato e cittadini ad aver impedito, almeno per ora, l’introduzione del vaccino obbligatorio per tutti, ricorrendo invece all’obbligo indiretto per una sempre crescente platea di cittadini, attraverso il Green Pass. D’altra parte, non solo il rispetto delle libertà democratiche, richiamate anche dal Parlamento e dal Consiglio Europeo nello scorso mese di giugno, ma anche il buon senso avrebbero dovuto sconsigliare l’introduzione di uno strumento come il Green Pass, almeno nella forma burocratica e contraddittoria con cui è stato istituito. Ci stava di rendere obbligatoria la vaccinazione per gran parte delle categorie professionali, ma bastava la certificazione dell’avvenuta vaccinazione senza ricorrere ad uno strumento burocratico come il Green Pass, con la scusa che si presta meno alle falsificazioni, il che è dimostrato non essere vero! Non ci stava poi renderlo obbligatorio per i docenti ma non per gli studenti, per i treni ad alta velocità, dove è possibile il distanziamento tra i viaggiatori, e non per i treni locali dei pendolari, per la metropolitana e il trasporto cittadino dove per l’affluenza saltano tutte le misure di sicurezza. Non ci stava renderlo obbligatorio per entrare in un cinema o in un teatro, tenendo conto che in questi casi il ricorso al distanziamento e alla mascherina sarebbero stati sufficienti, così come avveniva anche quando tutto o quasi tutto era chiuso! La verità è che si è passati deliberatamente da un’impostazione conservatrice e autoritaria da Basso Medioevo, che chiudeva tutto senza preoccuparsi della crisi economica in cui precipitava il Paese, ad una in apparenza liberale di stampo neocapitalistico in cui tutto è aperto ma tutto è controllato con il pretesto di tutelare la vita dei cittadini, nei quali si favorisce il convincimento che, grazie al Green Pass, sia ormai possibile addossarsi tranquillamente gli uni agli altri senza mascherina, come avviene oggi negli stadi, nelle riunioni di condominio et similia. Una cosiddetta terza via è stata sempre possibile ma volutamente ignorata, a cominciare dall’elaborazione di un protocollo serio e diffuso per combattere il virus, per finire con l’utilizzo ragionato dell’impiego dei vaccini, nonché delle aperture e delle chiusure.

 

sergio magaldi


giovedì 16 settembre 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA' E DOGMATISMO (Parte sesta)


 

SEGUE DA:

 

LE  FORME  DEL PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte prima)

 

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte seconda)

 

LE  FORME  DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte terza)

 

LE  FORME  DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte quarta)

 

LE  FORME    DEL   PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO  (Parte quinta)

 

 Gli dei greci sono a casa tra gli uomini e non hanno bisogno di incarnarsi, come il Dio cristiano, per colmare l’insondabile lontananza. Non si incarnano, si trasformano e in forme sempre varie e sempre diverse sono continuamente accanto a noi anche se noi non ce ne accorgiamo. Sono lì ad ammonirci, a perderci o a salvarci, sono gli amici e i fratelli che ci consigliano, i nemici che ci tendono trappole, i familiari che si preoccupano per noi, le donne che ci amano o quelle che vogliono la nostra rovina. Ma, a guardar bene, chi decide la sorte è l’uomo stesso e poco importa che questa coincida con la moira, la ‘parte’, il destino che gli dei hanno stabilito per lui. Ogni violazione espone all’inevitabile contraccolpo, necessario a ricostituire l’ordine cosmico e la forza che lo mantiene in essere. Ognuno conosce il proprio dovere con o senza il messaggero alato che si rechi ad avvertirlo. Non è un caso che l’Odissea abbia inizio con la parola andra  uomo e che Ulisse, prototipo dell’uomo civilizzato, sia definito polùtropon, cioè multiforme o dal multiforme ingegno, non è un caso che Zeus ricordi la Legge al concilio degli dei, proprio ad apertura di poema:


 «Ahimè, come i mortali dàn sempre le colpe agli dei!

Dicono che da noi provengono i mali, ma invece

sono gli uomini, con le loro azioni, ad attirarseli in spregio al destino.

Guardate Egisto: sedusse la sposa del figlio d’Atreo,

violando la moira, e lo sposo sgozzò che tornava,

benché conoscesse la sorte. Perché noi l’avvertimmo,

a lui mandando Ermete occhio acuto, argheifonte,

che non uccidesse l’eroe e neppure agognasse la donna:

vendetta Oreste farebbe del padre Agamennone,

quando, cresciuto, avesse nostalgia della patria.»

(Omero, Odissea, I, 32-41)

 

Perché Ulisse impiegherà vent’anni, dalla fine delle guerra, a tornarsene in patria? Perché così hanno deciso gli dei, parrebbe la risposta, in un universo in cui la mente umana s’intreccia di continuo con quella divina e da questa appare costantemente guidata.


 Così non è: la sapienza dei Greci si serve liberamente degli dei e non sono gli dei a servirsi della libertà umana. Ulisse sa di dover tornare ad Itaca, ma c’è nel suo comportamento la volontà di attardarsi, quasi avesse bisogno di completare un ciclo. Ulisse è l’iniziato che si sottopone a prove sempre più ardue nel tentativo di superarle e di conoscere se stesso. In questo proposito non del tutto consapevole, egli è soccorso da alcuni dei e danneggiato da altri, ma questi dei sono innanzi tutto le sue stesse qualità: le sue virtù e i suoi difetti. Anche lui, come altri eroi greci è colpevole di ubris, ma si ravvede sempre e soprattutto egli è polìtropos e poikilométes, possiede cioè una mente e un cuore dalle molte e variegate fome che gli consente la pietà e l’immedesimazione autentica con gli altri e con le loro sofferenze.

 

 E quando infine raggiunge l’isola dei Feaci, Ulisse è pronto per il ritorno. L’isola appartiene al dio Posidone, il suo peggior nemico, ma chi vi governa veramente è Ermete, il dio che insieme ad Atena sembra guidare i suoi passi, il dio dal quale Ulisse discende, secondo Esiodo, per parte di Autolico il nonno materno. Non solo i Feaci prima di addormentarsi libano a Ermete ma tutto, in quest’isola – come acutamente osserva Pietro Citati – è ermetico: “il viaggio, i colori, i piaceri, il gioco, la leggerezza, la magia, la sottile comicità, i percorsi della notte, il segreto.” (P. Citati, La mente colorata, Mondadori, Milano, 2002, p.141)

 

Ulisse scopre finalmente che il mondo ostile e profano può essere superato con la sapienza ermetica. E sarà proprio questo sapere, camuffato della benevolenza di Atena, a condurlo ad Itaca per affrontare l’ultima prova. E una volta qui, comprendiamo meglio il significato della protezione di Atena: Ulisse possiede la sapienza degli alberi, insegnatagli dal padre Laerte, il re-contadino. In particolare, conosce l’ulivo, la pianta sacra alla dea e sulla cui radice Ulisse ha costruito il letto nuziale che, dunque, non può essere spostato. Da questo e da numerosi episodi del finale del poema, apprendiamo così che l’eroe greco condivide con Penelope e pochi altri anche una terza sapienza: egli conosce l’arte dei segni simbolici e segreti (Op. Cit., cap.V).

 

sergio magaldi

 

S E G U E


martedì 14 settembre 2021

IL CATENACCIO NON BASTA ALLA JUVE


 

Bianconeri alla deriva

 

 Tre partite di Campionato e la Juve si ritrova sul fondo della classifica con un solo punto realizzato. Dopo la gara persa in casa con l’Empoli, perde, infatti, anche a Napoli benché sia andata a rete per prima e nonostante un catenaccio esasperato che fortunatamente è raro ormai vedere sui campi di calcio. Szczęsny si fa ancora goal da solo e Kean decreta l’ennesima disfatta bianconera con un colpo di testa nella propria porta che diventa un assist per Koulibaly. Che ci faceva Kean davanti al portiere? Chiedere ad Allegri che lo mette in campo solo negli ultimi minuti per far riposare Morata, e non – come avrebbe dovuto – già all’inizio del secondo tempo accanto all’attaccante spagnolo, nel tentativo di vincere la partita. Si dirà che i tanti assenti giustificano sia la sconfitta sia l’impiego del catenaccio, ma a Torino contro l’Empoli – ieri sconfitto in casa dalla neopromossa Venezia – con quasi tutta la rosa a disposizione si è visto più o meno la stessa cosa: una squadra che gioca tutta nella propria metà campo cercando solo rare ripartenze e che difficilmente tira in porta. Col Napoli, goal di Morata a parte, neanche un tiro nello specchio della porta avversaria!

 

Scarsa preparazione e mancanza di organizzazione in campo

 

Cercare le cause della deriva bianconera è sin troppo facile. La squadra è a corto di preparazione e dopo un’ora di gioco sembra non averne più. Poche e stentate anche le partite disputate prima dell’inizio del Campionato. Non si vede un modulo preciso e se ne tentano diversi improbabili: Danilo terzino oppure davanti alla difesa, Mckennie una volta mediano un’altra trequartista(!), Cuadrado ora esterno basso ora esterno alto, ora tutti e due nella stessa partita, Kulusevski ora punta centrale ora sulla fascia, Dybala ora centravanti ora centrocampista e così via… La confusione sul campo regna sovrana, e questo è abbastanza comprensibile tenendo anche conto che la squadra in tre anni è passata da Allegri a Sarri, da Sarri a Pirlo e da Pirlo nuovamente ad Allegri. Aggiungi ora la partenza di Ronaldo che con i suoi goal nascondeva le tante lacune. Unica certezza la difesa (con Bonucci e Chiellini), ma anche questa schierata una volta a tre e una a quattro persino nell’ambito della stessa partita, ma quando il portiere si fa goal da solo non c’è catenaccio che tenga!

 

I sei errori della società

 

La Juve sembra anche scontare gli errori societari: 1) Aver acquistato un grande campione come Ronaldo poco preoccupandosi della qualità del centrocampo 2) Aver licenziato Sarri vincitore dello scudetto al suo primo anno di contratto 3) Aver affidato la squadra a Pirlo che non aveva mai allenato 4) Aver esonerato Pirlo che ha comunque vinto un trofeo e conquistato l’accesso alla Champions 5) Non aver ingaggiato un portiere come Donnarumma, a parametro zero e con uno stipendio inferiore a quello che la società si accinge ora ad offrire a Dybala 6) Aver richiamato Allegri con un contratto di ben quattro anni, sulla base dei risultati raggiunti in passato, in particolare quei 5 scudetti vinti quando per la Juve non c’erano praticamente avversari, soprattutto per la decadenza delle milanesi. Se si voleva rinnovare davvero, bisognava farlo cominciando dall’allenatore e non semplicemente ricorrendo al passato. E intanto questa notte si gioca la prima di Champions. La Juve di Campionato non avrebbe scampo neppure con gli svedesi del Malmö, ma si spera di vedere un’altra squadra e finalmente un segno di ripresa e di orgoglio.

 

sergio magaldi

 

 


domenica 5 settembre 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte quinta)


 

SEGUE DA:

 

LE  FORME  DEL PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte prima)

LEFORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte seconda)

LE  FORME  DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte terza)

LE  FORME   DEL  PENSIERO:  CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte quarta)

 

 La presenza del divino prescinde dunque dall’insegnamento e dagli ammonimenti che provengono dal pensiero mito-poietico dei Greci. Così è nel mito della caverna del X Libro della Repubblica di Platone, dove i prigionieri scambiano per realtà le ombre degli oggetti che si proiettano sulla parete per l’azione di un fuoco, così è nel mito del Fedro, dove Socrate e Platone, velata appena nel simbolo, espongono la dottrina tradizionale e di carattere esoterico dell’anima umana che ricade pesantemente a terra. Così è, ancora, nel mito di Prométeo e di Epiméteo che nel Protagora di Platone il grande sofista racconta a Socrate. L’uno rappresenta l’umana saggezza, l’altro, suo fratello Epiméteo, come dice il suo nome, è colui che ha ‘il senno di poi’, l’umana stoltezza che non si fa da parte, perché non si riconosce come tale e anzi pretende di decidere e s’impone e compie gesti frettolosi e inconsulti che si risolvono in dramma.

Non diversamente accade nel teatro greco. Il motivo ricorrente del peccato di ubris contro gli dei non deve trarci in inganno. Nelle tre tragedie della trilogia di Oreste, l’Agamennone, le Coefore, le Eumenidi, Eschilo svolge il tema della maledizione che si abbatte sulla stirpe degli Atridi: a cuor leggero Agamennone ha mosso guerra ai Troiani, per ingraziarsi gli dei egli ha compiuto l’empio sacrificio della figlia Ifigenia, lui stesso e i suoi soldati hanno sterminato i nemici senza pietà, hanno profanato e distrutto i templi degli dei troiani. Tornato finalmente in patria egli è ucciso per mano di sua moglie Clitennestra. E’ vendicato dal figlio Oreste che si macchia del peccato di matricidio, su di lui si abbatte la furia delle Erinni e neppure il dio Apollo può sottrarlo alla vendetta.

La soluzione della vicenda è infine affidata al verdetto di un tribunale, i cui giudici, avendo tante ragioni per assolvere quanto per condannare, accettano il principio universale che l’accusato sia assolto quando gli uomini riscontrino in lui eguali ragioni per l’assoluzione e per la condanna.

Non diversamente Sofocle, nell’Antigone, risolve il problema della sepoltura di Polinice. Contro il divieto di Creonte, re di Tebe, e contro la legge scritta della città che vieta la sepoltura dei traditori, Antigone rivendica per il fratello Polinice il diritto alla sepoltura. Per quanto la donna sembri ispirata dalla pietà e dalla coscienza religiosa, ciò che decide è la norma panellenica di giustizia che impone il seppellimento anche dei cadaveri dei nemici.

Il tema del seppellimento è ripreso da Sofocle nell’Aiace, dove l’eroe greco è punito con la follia e con la morte per il suo peccato di ubris contro gli dei. Ma è veramente così? Sono gli dei i responsabili o non è piuttosto l’uomo stesso a tessere la trama del proprio destino? Come la dea Atena dice ad Ulisse nel prologo della tragedia:

“…Tali cose vedendo, nessuna parola orgogliosa tu non dire mai contro gli dei e non aver mai superbia, se superi qualcuno per forza di braccio e per quantità di ricchezze: ché un giorno solo innalza ed abbatte tutte le cose umane; gli dei amano gli uomini moderati ed odiano gli empi” (vv. 127-133)

Ma la sorte di Aiace, prima che punizione divina, è frutto dell’umano isolamento che lo porta a ripudiare anche il figlio e la moglie, è il risultato della tracotanza che gli fa affermare: “o gloriosamente vivere o gloriosamente morire è il dovere di ogni valoroso”(vv. 479-80).

Più inquietante è la sorte di Edipo nel notissimo dramma di Edipo Re. Qui l’eroe è innocente e pio né alcun dio ha da rimproverargli qualcosa. Ma il suo destino tragico, di chi inconsapevolmente uccide il padre e si accoppia con la madre, si spiega con la stessa maledizione della stirpe che colpisce Agamennone, lui sì, consapevole. Della maledizione sono responsabili gli dei o non è piuttosto vero che la colpa chiama colpa e il sangue chiama sangue, ricadendo anche sugli innocenti?

Si accennava prima ad Ulisse, così diverso da Aiace eppure anche lui colpevole di ubris, nonostante gli ammonimenti della dea Atena. Vediamolo dunque all’opera, per un attimo, nel secondo dei poemi omerici: l’Odissea. Ci riuscirà così di comprendere meglio il rapporto tra gli uomini e gli dei nell’universo greco e di cogliere l’intreccio talora solo apparente del pensiero sapienziale e del pensiero religioso.

sergio magaldi

SEGUE