sabato 23 luglio 2022

DRAGHI E LA DEMOCRAZIA

 




 IL GOVERNO DELLE “LARGHE INTESE” DI MARIO DRAGHI CADE NELLA TRAPPOLA COSTRUITA CON LE SUE STESSE MANI

 

  La caduta del governo Draghi era prevedibile sin dallo scorso 29 gennaio, quando alla Presidenza della Repubblica fu rieletto Sergio Mattarella. In un post di tre giorni prima avevo scritto tra l’altro:

 «[…]per il Presidente del Consiglio si configura sempre di più “la missione” di restare a Palazzo Chigi – come si sente ripetere da più parti – “per il bene del Paese”. Una maniera ipocrita per farlo fuori da tutto, restituendo la sovranità ad una classe politica che sembra avere il complesso del nano di fronte al gigante. Draghi al Quirinale è il solo italiano in grado di offrire sette anni di garanzia all’Europa e al mondo, Draghi a Palazzo Chigi, a capo di un governo che al massimo può avere otto mesi di vita è poco più di una presa in giro. Perché otto mesi? Perché dopo il 24 settembre di quest’anno verranno meno le ragioni che oggi impediscono lo scioglimento anticipato delle Camere: i parlamentari al primo mandato (e sono tanti in questo Parlamento!) avranno infatti (con quattro anni, sei mesi e un giorno) maturato il diritto alla pensione. A quel punto, la maggioranza si scioglierà come neve al sole e i partiti si dedicheranno alla campagna elettorale per le elezioni politiche del 2023» (post del 26 gennaio 2022: “Quirinal Show:la guerra delle due rose”).

Ciò che dimenticai di precisare allora fu che la durata del governo poteva esaurirsi ben prima del 24 settembre. Infatti, i parlamentari restano in carica sino all’insediamento del nuovo Parlamento per il quale occorrono come minimo 80 giorni dal giorno dello scioglimento anticipato delle Camere. Dunque, alla data del 14 luglio (prime dimissioni di Draghi) gli onorevoli di primo mandato erano praticamente certi, già da circa una settimana, di raggiungere i 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio, “scavallando” la fatidica data del 24 settembre.

Ciò premesso, ogni altro motivo che si voglia aggiungere per spiegare la caduta del governo deve collocarsi nell’ambito della ragione principale determinatasi  il 29 gennaio con l’elezione del Presidente della Repubblica: era impensabile che i partiti della cosiddetta unità nazionale rinunciassero alla propria autonomia sino alla scadenza naturale della legislatura, mentre Fratelli d’Italia, unico partito di opposizione, continuava ad “ingrossarsi” nei sondaggi.

 

Il partito di Conte e quello di Di Maio

 Il Movimento Cinque Stelle, secondo i calcoli di Conte, non aveva altro modo per fermare l’emorragia di voti e di parlamentari: andare alle elezioni prima possibile per impedire che Di Maio abbia il tempo di organizzare una forza politica in grado di competere sul piano elettorale ai danni di quello che resta del Movimento. Tutto ciò anche nella speranza di riguadagnare consensi in quella parte dell’opinione pubblica scontenta (da sinistra?!) della politica di Draghi, sia per quanto riguarda la guerra in Ucraina, sia per la critica delle misure che il M5S rivendica come fiore all’occhiello: il Reddito di cittadinanza e il Superbonus.

 

La “stanchezza” di Draghi

Già deluso dal Parlamento per la mancata elezione al Colle, Draghi ha dovuto, con il trascorrere dei giorni, sopportare i continui bisticci tra i partiti e rispondere alle persistenti critiche che gli venivano rivolte da esponenti della sua stessa maggioranza. A tale proposito, del tutto inascoltata la sua precisazione in ordine alla cattiva gestione dei due provvedimenti sopra menzionati di cui pure ha ribadito la validità. È un fatto che il reddito di cittadinanza sia andato a persone che non ne avevano diritto e che, allo stato, finisca anche col pregiudicare i cosiddetti lavori stagionali. Ed è altrettanto vero che il superbonus, così come è stato concepito, abbia causato frodi a non finire, con il risultato che le banche hanno ormai chiuso i rubinetti del credito, minacciando di gettare sul lastrico imprese e privati cittadini. Ci può stare, dunque, una certa stanchezza del premier nel continuare a gestire “il caso Italia”, come pure una eventuale sollecitazione a riservare le proprie energie in vista di un nuovo incarico di prestigio internazionale.

 

Le “determinazioni” di Draghi

Ciò che si comprende meno del Presidente del Consiglio è il comportamento tenuto dal suo governo che ha voluto collegare l’approvazione del Decreto Aiuti al voto di fiducia ben sapendo che il M5S non avrebbe approvato un decreto nel quale si contemplava un inceneritore per Roma. Perché poi inserire la drammatica questione dei rifiuti all’interno di un decreto “altro” e sul quale per giunta si poneva la fiducia al governo? Nonostante tutto, i Cinquestelle non hanno votato contro, limitandosi ad uscire dall’aula al momento del voto.

Più di una perplessità suscitano anche le motivazioni addotte da Draghi per giustificare le sue “prime” dimissioni, quelle presentate in gran fretta al Capo dello Stato dopo l’esito del voto del 14 luglio al Senato sul Decreto Aiuti, dove pure aveva ottenuto una fiducia quasi “bulgara” con 172 sì e 39 no. Il Presidente del Consiglio si è richiamato a questioni di correttezza istituzionale e di democrazia. Non essendo un Capo di Governo eletto, il suo incarico a Palazzo Chigi si giustificava solo come Capo di un Governo del Presidente della Repubblica e con una maggioranza di unità nazionale (non tutti, però, mancando Fratelli d’Italia).

Per la verità, Draghi è il settimo Presidente del Consiglio non eletto, dopo Ciampi, Dini, Amato, Monti, Renzi e Conte, i quali peraltro non sempre hanno governato con maggioranze di unità nazionale e addirittura l’ultimo (Conte), prima di Draghi, ha guidato senza soluzione di continuità governi con maggioranze alternative: prima quella gialloverde (M5S e Lega) e subito dopo quella giallorossa (M5S e PD).

Un governo di unità nazionale è un governo che non  ha opposizioni e dunque Draghi dirigeva un esecutivo non già di unità nazionale ma di “larghe intese”, una denominazione peraltro ricorrente nel panorama politico italiano. Ora, considerando che il M5S alla data del 14 luglio non era più lo stesso che aveva votato la fiducia a Draghi, per la scissione di Di Maio e la fuoriuscita di circa sessanta parlamentari e che lo stesso M5S il 14 luglio non ha votato la sfiducia ma si è limitato ad uscire dall’aula, non si comprendono le ragioni di Draghi se non facendo delle ipotesi: a) Draghi era davvero “stanco” delle continue diatribe tra i partiti della sua maggioranza. Anche se ciò resta difficile da capire in un personaggio di statura internazionale che si è trovato a gestire e risolvere ben altri contrasti, b) Draghi ha un concetto della democrazia molto particolare: se per un verso si richiama al fatto di non essere stato eletto dal popolo sovrano – smentendo la stessa tradizione italiana che in condizioni di particolare criticità per la Repubblica ha fatto ricorso, come si ricordava sopra, a presidenti del consiglio non eletti ma di particolare prestigio (con l’eccezione di Conte, designato dal partito di maggioranza relativa delle ultime elezioni politiche) con l’allargamento semmai del concetto di democrazia parlamentare – dall’altro sembra infastidito dalla dialettica politica, inevitabilmente sempre più vivace in prossimità di nuove elezioni, c) Draghi non ha valutato politicamente che la scissione all’interno del M5S gli offriva l’opportunità di continuare a governare il Paese più o meno con la stessa maggioranza di prima e in virtù forse di una certa aristocratica permalosità ha preferito gettare la spugna, anche considerando che tra alcuni mesi avrebbe dovuto comunque lasciare per la fine naturale della legislatura. Così, preferisce andarsene prima sulla scia di una malintesa (?) purezza istituzionale. Le tre ipotesi formulate, naturalmente, non ne escludono altre.

 sergio magaldi


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