lunedì 7 febbraio 2011

ANTONIO PENNACCHI, CANALE MUSSOLINI, Mondadori, Milano 2010, pp.461








Un libro finalmente degno dello Strega (Vincitore 2010) questo Canale Mussolini di Antonio Pennacchi. Narra le vicende dei Peruzzi, una grande famiglia contadina del ferrarese, nel contesto degli eventi che caratterizzarono la storia italiana tra gli inizi del ‘900 e la metà del secolo.

Si parla di fascismo, dunque, ma – e questo è uno dei maggiori pregi del romanzo – per così dire lo si osserva dal di dentro. Il fascismo non è più o non appare soltanto come una condizione inquietante dell’anima, secondo il noto giudizio di Benedetto Croce o come un “incidente di percorso” della storia italiana, tra liberalismo e democrazia [cristiana], ma piuttosto come il prodotto naturale delle tensioni sociali che si erano andate accumulando in Italia, durante i sessant’anni successivi all’unificazione. Non “un corpo estraneo”, dunque, ma purtroppo l’unico modo in cui una società arretrata, preindustriale ed elitaria, caratterizzata dall’analfabetismo, dalla miseria, dal brigantaggio e dalla corruzione [costante di sempre, quest’ultima, nella politica e nella società civile del Belpaese], riuscì malgrado tutto ad evolversi. In questo senso e solo in questo senso, il fascismo fu “rivoluzionario”, dando così in parte ragione a Benito Mussolini, quello ormai sconfitto dalla Storia, che nell’ultima intervista concessa pare abbia detto: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”.

Non vorrei essere frainteso. Non che gli italiani fossero da sempre abitati dai “mostri” del fascismo, giacché erano i mostri della fame e dell’ignoranza a tenere il campo, e l’unico senso accettabile che ha il pensiero dell’ultimo Mussolini è quello di aver saputo interpretare il malessere sociale e l’istinto di ribellione delle masse saldandoli agli oscuri ideali di una piccola borghesia frustrata e megalomane, talora vagamente intellettuale e che, prima del fascismo, trovava spesso nella Massoneria il proprio punto di riferimento. Come si vede chiaramente non solo dalla denominazione che assunse il massimo organo di rappresentanza politica del fascismo. Quel Gran Consiglio che annoverava in prevalenza massoni ed ex-massoni, preferibilmente di Piazza del Gesù.

Un po’ quello che avverrà nel secondo dopoguerra con la Democrazia Cristiana e che oggi avviene con Berlusconi: saldare in un unico blocco gli ideali [?!] della piccola borghesia e gli interessi della borghesia media e alta, col collante dei cosiddetti valori cristiani e grazie alla forza della telecrazia, odierno ed efficace strumento di governo, capace di allineare le coscienze nell’unica direzione del conformismo, della volgarità, dell’ignoranza e del pregiudizio.

È chiaro che senza mettersi al servizio della Reazione la “rivoluzione fascista” sarebbe fallita e di questo il primo a rendersene conto fu certamente Mussolini, nato socialista e abbastanza lungimirante da comprendere la sterilità di un movimento perpetuamente scissionista ed eternamente diviso tra una base proletaria e una classe dirigente di piccoli intellettuali sempre in lotta per il potere, ora riformisti, ora rivoluzionari, ora imbelli e qualunquisti, sempre frazionisti.

E il nonno di chi racconta Canale Mussolini partecipa anche se solo marginalmente agli eventi che caratterizzano la storia italiana agli inizi del ‘900. Trentenne, divide il carcere con il socialista Rossoni, futuro sottosegretario alla presidenza del consiglio di Mussolini. A quattro dei suoi diciassette figli mette i nomi di Treves, Turati, Modigliani e Bissolati. Divide insieme alla numerosa famiglia pasta e fagioli e polenta con il giovane Mussolini. È testimone della carriera politica del duce: sindacalista rivoluzionario, direttore dell’Avanti, violento oppositore della guerra di Libia del 1911: “È chiaro che i socialisti non potevano condividere questa politica di aggressione coloniale e imperialista […] il più arrabbiato di tutti era proprio il Mussolini, che era diventato una specie di numero uno dei sindacalisti rivoluzionari in Italia ed era pure un pezzo grosso del partito socialista. ‘L’ho sempre detto’ diceva adesso mio nonno all’osteria […] ‘che come questo ce n’è pochi, questo è un uomo speciale, se si mette in testa una cosa la fa, non lo ferma nessuno’ e difatti nel giro di pochi anni se ne erano resi conto tutti, mica solo mio nonno […] pure il Treves e il Turati, che cercavano di tenerlo buono. Be’, lui per la Libia ha fatto un casino. Prima è riuscito a convincere tutti gli altri socialisti […] e poi ha guidato lo sciopero generale contro la guerra in Africa con azioni rivoluzionarie di vero e proprio sabotaggio”. [p.41]

E dopo di allora: la settimana rossa e il carcere con Pietro Nenni. Poi, improvvisa la svolta con l’interventismo nella I guerra mondiale, non al fianco della Germania, nostra tradizionale alleata di allora, ma nel campo opposto con Francia e Inghilterra. Perché questo cambiamento? Lo spiega al nonno del narratore lo stesso Mussolini, desinando con lui: “Questa guerra quindi era proprio quello che ci voleva, una mano santa che avrebbe scatenato tante di quelle tensioni – diceva il compagno Mussolini – che niente sarebbe stato più come prima. Una volta che il proletariato si fosse ritrovato tutto coinvolto sotto le armi, la guerra da mondiale non avrebbe potuto diventare che sociale. In fin dei conti era deflagrata come scontro di interessi – ‘I schèi’ – tra le borghesie capitalistiche dei singoli Paesi europei. Ma poi sul campo non poteva non sfociare in una guerra generale di classe, con il proletariato europeo contro i padroni di tutti i Paesi”. [p.57]

E la testimonianza prosegue con i racconti dello zio Pericle, soldato a Milano e il più politicizzato della famiglia: le tensioni del dopoguerra, i tanti discorsi sulla “vittoria mutilata”, la fondazione del fascio e il programma di San Sepolcro che promette suffragio universale, repubblica e terra ai contadini. Nel socialismo ormai è guerra aperta. Tra i cosiddetti interventisti, ora fascisti, e i neutralisti di sempre: “Nemici ormai – noi di qua e loro di là – perché loro erano stati contro la guerra e adesso erano contro i soldati e continuavano a fare quello che avevano sempre fatto: chiacchiere cioè, e pochi fatti, o almeno così dicevano i miei. E se loro erano rossi, noi per contrasto dovevamo essere neri, anche se non è che stessimo con la borghesia capitalistica e loro invece col proletariato. Mica stavamo con classi diverse, almeno all’inizio. Vada a vedere il programma di San Sepolcro, noi eravamo semplicemente concorrenti nella stessa classe di popolo lavoratore […]. È per questo forse che ci siamo odiati tanto, perché eravamo fratelli che si sono divisi”. [pp.69-70]

Non bisogna tuttavia pensare che il romanzo di Pennacchi si limiti a ripercorrere l’ascesa del fascismo e del suo duce in un’atmosfera rarefatta e incolore che rischia di annoiare il lettore, perché è un’intera civiltà contadina quella che prende vita pagina dopo pagina, attraverso il duro lavoro, le sofferenze, le passioni, i vizi e i valori di chi ne fa parte. Neppure l’autore difetta di ironia nel descrivere personaggi piccoli e grandi di questa storia e una particolare attenzione è dedicata alla donna, alle molte contraddizioni in cui si trova a vivere. Capo-famiglia di fatto, quando invecchia, come la nonna di chi racconta, madre di abbondante prole per avere un ruolo familiare, che è anche l’unico ruolo sociale, vittima e quasi schiava se le viene a mancare il marito con i figli ancora piccoli. E in questo universo femminile governato da ferree leggi non scritte, spesso occultamente violate, si distingue la figura di Armida che alleva le api, parla con loro e ne riceve consigli e premonizioni.

Ma il romanzo s’incentra soprattutto sull’esodo che costringe i Peruzzi, assieme ad altre famiglie emiliane, venete e friulane, a lasciare la propria terra e a recarsi nell’Agro Pontino. Perché? Perché solo tra le paludi dove da secoli e secoli regnano indisturbate zanzare e malaria, la promessa “sansepolcrista” del duce sarà mantenuta. In cambio delle bonifiche e della costruzione di un canale [Il Canale Mussolini, appunto], vasti poderi saranno assegnati ai contadini, naturalmente solo a quelli di comprovata fede fascista.

“Maledetto Zorzi Vila”, diranno i Peruzzi costretti all’esodo per colpa del conte Zorzi Vila che li ha cacciati dalle terre che coltivavano a mezzadria, e la maledizione diverrà la divisa di ciascun membro della famiglia di fronte ad ogni sciagura, da allora in poi. Ma anche Mussolini ci mise del suo nella vicenda, osserva il narratore: “Era il 1927 e come lei sa, a quei tempi, il commercio estero non avveniva sulla base del dollaro, ma dell’oro e della sterlina inglese che a settembre 1926 era arrivata a 149, quasi 150 lire per una sterlina. La bilancia dei pagamenti import-export era al tracollo. L’industria italiana in crisi […] Be’, lui – il Duce – dalla mattina alla sera ha detto: ‘Rivaluto la lira, da oggi in poi è a quota 90, mai più di 90 lire per una sterlina’. […] come deve essere stata contenta la grande industria italiana che per il carbone, il ferro, il rame ed ogni cosa che doveva andare a comprare all’estero e che fino al giorno prima la pagava, mettiamo, a 150 lire al chilo, adesso la pagava 90. Ed anche noi Peruzzi abbiamo detto lì per lì: ‘Vaca boia, come che l’è bravo il nostro Duce’. […] solo dopo ci siamo accorti che se il nostro campo continuava a produrre solo e sempre, mettiamo, i suoi dieci quintali di grano all’anno, e noi sino al 1926 vendendo quei dieci quintali al mercato avevamo preso 1500 lire, dal 1927 in poi ne avremmo prese solo 900. Veda un po’ quanto ci abbiamo rimesso e se è vero o no, che la quota 90 ha ammazzato i contadini italiani […] Noi eravamo tenuti a spartire a metà il raccolto con il padrone. […] Ed eravamo pure tenuti però a spartire le spese. E queste lui – lo Zorzi Vila maladéto – le ha conteggiate tutte in lire. Debiti segnati per anni, e noi convinti di averli già scalati anno dopo anno con una parte del quintalaggio dei nostri raccolti”. [pp.124-5].

Fu così – osserva ancora il narratore – che i Peruzzi persero tutto, e furono costretti all’esodo nell’Agro Pontino, dove gli furono assegnati due poderi grazie all’intercessione dell’amico Rossoni.
Così i fascisti, o meglio i contadini emiliani, veneti e friulani, riuscirono in quello che avevano inutilmente tentato i Romani, i Papi e Napoleone: scavare il Canale Mussolini e bonificare la palude pontina.

La storia dei membri della famiglia Peruzzi prosegue intrecciandosi con le vicende della proclamazione dell’Imperium [al canto di Sole che sorgi libero e giocondo,/sul colle nostro i tuoi cavalli doma: /tu non vedrai nessuna cosa al mondo /maggior di Roma/maggior di Roma!], con le leggi razziali e la II guerra mondiale. E qui finalmente un barlume di coscienza sembra affiorare nei Peruzzi o almeno in chi di loro racconta la storia. Sia pure attraverso Italo Balbo: “Ma siete matti? Ma che vi hanno fatto gli ebrei? In Italia sono più fascisti di noi”. [pp.338-9] e le sue profetiche parole alla vigilia dello scoppio della guerra, solo qualche mese prima di essere abbattuto in volo da ‘fuoco amico’: “Io spero che l’Italia non entri in guerra: voglio ancora avere fiducia nel senso realistico del Duce e mi auguro che non prevalga in lui il demone della megalomania da cui sembra invasato in questi ultimi tempi. Ma se così non fosse, noi saremo sconfitti, cadrà il fascismo, cadrà la monarchia, perderemo le colonie e ci potremo ritenere fortunati se si salverà l’unità d’Italia”.

Una dichiarazione almeno lucida e onesta, questa di Balbo, amico da sempre degli americani e onorato dagli inglesi al momento della morte avvenuta per tragico errore [?!], per mano di “fuoco amico”. Una dichiarazione nella quale ancora oggi si riconoscono molti italiani che fascisti non furono o che il fascismo neanche conobbero e che rimproverano al duce soltanto “la scelta finale”, senza comprendere che la tragedia veniva da lontano, perché la dittatura, buona o cattiva che fosse, prima o poi ci avrebbe condotto al baratro.

sergio magaldi

Nessun commento:

Posta un commento