giovedì 19 ottobre 2017

Il "deicidio" impossibile del popolo ebraico




Fulvio Canetti, Amare Israele, AltroMondo editore, Vicenza, Ottobre 2017



 Una nuova edizione del libro “Amare Israele”, di Fulvio Canetti, pubblicata in questi giorni da AltroMondo Editore. L’autore si batte da tempo per dimostrare che l’accusa di “deicidio” nei confronti del popolo ebraico è alla base dell’antisemitismo di sempre. Non fu il Sinedrio a condannare a morte Gesù – non si stanca di ribadire Fulvio Canetti – bensì Ponzio Pilato, e la versione evangelica di un governatore che se ne “lava le mani” per lasciare la decisione prima al Sinedrio poi alla folla è una tarda ricostruzione antiebraica volta a corroborare la tesi del deicidio commesso dal popolo ebraico. Scrive in proposito Edoardo Recanati nella prefazione del libro: “Dopo faticosi studi di alcuni testi canonici cristiani, valutate le loro discordanze e la loro cecità davanti all’evidenza, Canetti dimostra che fu il governatore Ponzio Pilato ad usare l’inflessibile diritto romano della condanna capitale per i nemici dell’impero, Gesù compreso. Leggere e commentare i Vangeli in chiave anti-ebraica è stato un grosso sbaglio commesso dai cristiani, che hanno voluto ignorare le radici ebraiche di Gesù. Tutto questo ha generato l’antisemitismo religioso del Medio Evo, l’antisemitismo legato alla razza nel XIX secolo e oggi l’antisemitismo connesso con la presenza della Nazione ebraica”.

 Che il “deicidio” sia alla base dell’antisemitismo storico non c’è dubbio, ma come in ogni guerra di religione bisogna chiedersi “chi c’è dietro”. Agitare davanti alle folle il fantasma di un popolo che si macchia del delitto di un uomo riconosciuto come Dio da milioni di credenti è un abile espediente per far breccia nella mente e nell’animo di chi, per le condizioni di ignoranza e di fanatismo in cui è tenuto, non fa uso della ragione. Perché, anche ammettendo per un momento che il Sinedrio e la folla siano i responsabili del “deicidio”, non si vede come questa colpa possa ricadere nei secoli sul popolo ebraico, con ben più valide argomentazioni sarebbe come sostenere che gli americani sono e saranno per sempre razzisti perché hanno avuto il ku klux kan o che i tedeschi, dopo Hitler, siano tutti e per sempre nazisti. Analogamente, se a macchiarsi del cosiddetto deicidio fu Ponzio Pilato, uomo malvagio e governatore di Roma, sarebbe come dire che tutti i romani ne sono i responsabili in eterno. Allora, se il motivo dell’antisemitismo delle folle è giustamente riconducibile al “deicidio”, le vere ragioni dell’odio contro gli ebrei alimentato dalle élite dominanti, quelle che fanno la Storia e non la subiscono, tanto per intenderci, va ricercato altrove. Ma ciò che a Fulvio Canetti interessa è proprio smantellare l’antisemitismo fanatico generato dal pregiudizio, ritenendo dal proprio punto di vista che, se si riesce a demolire questo tragico muro, cadranno anche i presupposti di un odio usato strumentalmente – aggiungerei io – da chi controlla le leve del potere.

 Così, l’autore di Amare Israele porta numerosi argomenti a sostegno della propria tesi: non solo il Sinedrio non era legittimato ad emettere una condanna a morte che spettava solo al governatore romano, ma al suo interno era diviso circa la condotta da adottare. Com’è noto, per esempio, Giuseppe di Arimatea influente membro del Sinedrio era dalla parte di Gesù. Inoltre, Ponzio Pilato aveva i suoi buoni motivi per fare uccidere Gesù, assai vicino – secondo una delle tante possibili ricostruzioni storiche di questo periodo – agli zeloti, tra i più accaniti nemici di Roma e sostenitori dell’indipendenza della Giudea. Scrive Canetti nell’introduzione: «Sulla vita di Gesù sono stati scritti tanti libri, ma pochi, si sono occupati del suo processo nel Tribunale romano di Gerusalemme, condotto da Ponzio Pilato. I fatti accaduti meritano di essere approfonditi, per cercare di far luce sulle circostanze storiche, che hanno prodotto questo evento tanto drammatico, conosciuto nel mondo cristiano come la Passione di Gesù.
Gesù venne condotto di fronte a Pilato, che gli chiese: “Sei tu il re dei Giudei?” “ Tu lo dici” -rispose Gesù- senza negarlo. I Vangeli (Mt 27, 11; Mc 15,2; Lc 23,3; Gv18, 37) concordano unanimi su questo punto fondamentale del processo. La dichiarazione fatta da Gesù di fronte a Pilato, era un atto cosciente di ribellione verso l’Impero. Soltanto Roma poteva nominare un Re nella provincia della Giudea e Pilato non aveva altra scelta che infliggere all’imputato la pena capitale, come previsto dal diritto romano».

 E ancora, entrando nel merito della narrazione, a proposito dei poteri del Sinedrio, Canetti annota: «Il Sinedrio, che amministrava la Giustizia sulla popolazione ebraica, non aveva nessuna facoltà giuridica per emettere una condanna capitale, essendo questa di pertinenza esclusiva del Governatore romano. “A noi (Sinedrio) non è consentito mettere a morte nessuno’’[ Gv18,31]. Lo storico Giuseppe Flavio a riguardo scrive: “Essendo stato il territorio della Giudea, ridotto a provincia di Roma, vi fu mandato un Governatore, investito da Cesare anche del potere di condannare a morte”. Le ragioni di questa scelta da parte romana erano evidenti. Impedire qualsiasi clemenza nei confronti dei ribelli zeloti nemici dell’impero, clemenza che, con un tribunale ebraico, si sarebbe potuta verificare» [p.20].

 L’analisi di Fulvio Canetti è condotta con rigore logico e indubbia oggettività. Così, per esempio, quando ammette la responsabilità della maggioranza del Sinedrio, sotto l’impulso di Caifa, nell’aver voluto consegnare Gesù ai Romani, per timore di rappresaglie imperiali: «La scelta di Caifa fu eloquente: “È meglio che un uomo solo perisca, piuttosto che tutto il popolo” [Gv 11,50]. Caifa credette in questo modo di aver risolto il problema dell’occupazione romana della Giudea, ma il nodo scorsoio si ripresentò circa 40 anni dopo, il cui risultato fu la distruzione di Gerusalemme. L’impero di Roma non faceva sconti a nessuno, come in modo errato aveva creduto l’aristocrazia ebraica del Tempio, venduta e collaborazionista» [ibid.].

 Giustamente osserva l’autore che «Autoproclamarsi Messiah non è affatto una “bestemmia’’ per la legge ebraica, come sostenuto dalla narrazione evangelica», mentre lo è di sicuro dichiararsi “Figlio di Dio”, per l’infinita distanza che nella religione ebraica deve essere mantenuta tra l’uomo e il suo Creatore. Autoproclamarsi “re dei Giudei” è invece la testimonianza della pericolosità di Gesù, amico dei zeloti, per la pax romana e l’ordine sociale accettati da quella che Canetti chiama “l’aristocrazia ebraica del Tempio”. Il sospetto è  che questa aristocrazia “venduta e collaborazionista” non abbia inteso o non abbia voluto intendere con quale spirito Gesù affermasse di essere figlio di Dio, nel senso cioè che lo è ogni essere umano. Quanto alla denominazione di “re dei Giudei” sembra piuttosto attribuzione di altri, amici o nemici che fossero di Gesù. Insomma, comunque siano andate le cose, Fulvio Canetti analizzando momento per momento il processo a Gesù, giunge ad una conclusione opposta a quella di una tradizione più accreditata e malevola verso gli Ebrei: non fu Ponzio Pilato a “lavarsene le mani”, bensì il Sinedrio, per timore dei Romani, mentre della condanna a morte di Gesù il solo responsabile fu il governatore di Roma: «Dopo questi avvenimenti, Gesù venne messo nelle mani di Pilato. La città di Gerusalemme era alla vigilia della Pasqua ebraica (Pesah). Il popolo, affaccendato nei preparativi per la festa imminente, era preso dai propri impegni e lontano dagli avvenimenti, che si stavano svolgendo in modo drammatico. Un momento ideale per celebrare un processo. La stanza del tribunale detta “Secretarium”, era un luogo vietato al pubblico. Le guardie ebraiche, non ebbero difatti il permesso di entrarvi. Un processo senza “testimoni”  […] I soldati romani, che avevano crocefisso Gesù, si divisero le sue vesti, tirando a sorte. Era una consuetudine, per la quale il vincitore prendeva per sé le vesti del condannato. Al tramonto, il facoltoso fariseo Giuseppe di Arimatea, membro del Sinedrio, si recò da Pilato a richiedere il corpo di Gesù per la sepoltura nella sua tomba di famiglia. Ora, tale circostanza, offre due spunti interessanti di riflessione sull’andamento del processo, che conferma le nostre certezze. La prima fa pensare che Gesù fosse tra gli ispiratori della rivolta contro Roma, per le sue “connivenze” con personalità ebraiche influenti, come Giuseppe di Arimatea, membro del Sinedrio. La seconda chiarisce l’andamento del processo. Gesù non ricevette la condanna capitale dal Sinedrio come sostenuto dalla narrazione evangelica»[pp.20 e 25].

 Dopo la ricostruzione del processo, Fulvio Canetti affronta nei capitoli successivi la questione delle conseguenze storico-politiche dell’accusa di “deicidio” nei confronti del popolo ebraico. Sotto questo profilo fu determinante la divisione della Chiesa di Gerusalemme tra Giacomo, fratello di Gesù, che raccomandava agli adepti cristiani l’osservanza dei precetti ebraici e Paolo di Tarso che costruì poco a poco un cristianesimo in funzione antigiudaica con tutto ciò che ne sarebbe derivato per gli ebrei: ghettizzazione, pogrom, campi di sterminio. L’auspicio dell’autore è la continuazione del dialogo ebreo-cristiano e che, pure nella diversità, si possa amare Israele.

sergio magaldi







Fulvio Canetti, Amare Israele, AltroMondo Editore, Vicenza, ottobre 2017
Prezzo:
€ 10,00
ISBN:
9788899658892
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