YAD VASHEM
Vagone originale delle ferrovie tedesche
con cui venivano deportati gli ebrei.
S Si riporta di seguito – Da Holocaust di Gérald Green [Olocausto, sperling & kupfer, 1979, trad.it. di Katya Gordini –
il dialogo tra l’immaginario Erik Dorf, maggiore delle SS e il tristemente noto e reale Adolf Eichmann, ufficiale della Gestapo.
Dopo aver visitato il campo di sterminio di Auschwitz, Eichmann racconta a Dorf che Himmler e Rudolf Hoess stanno coordinando l’orario dei treni per Auschvitz. Alla domanda del maggiore delle SS: Perché Auschwitz? La risposta ineffabile di Eichmann è la seguente:
“Oh,
è dotato di un bell’impianto ferroviario. Spazio a volontà che assicura
l’isolamento e un sacco di ebrei attorno al posto.La Polonia è il nostro vero
problema.Tutti questi nuovi posti, Chelmno, Belżec, Sobibór, saranno tutti in
Polonia […]Il Führer non vuole che il sacro suolo della Germania sia
contaminato da sangue ebraico”.
Dalla mia introduzione a Racconti della Shoà
di Fulvio
Giannetti [Roma,2004] con prefazione di Riccardo Di Segni e illustrazioni di
Georges de Canino, ripropongo:
Perché scrivere una
lettera ad Anna Frank?
[…]
C’è in questi racconti di Fulvio Giannetti
il tentativo di saldare insieme memoria storica e ricordi personali, fatto e
creazione, testimonianza e sogno, lavoro ingrato che si riparte tra metastoria
e metaletteratura.
Non starò a verificare se l’operazione sia riuscita e magari sia
nato un genere nuovo, diverso persino dal racconto o dal romanzo storico. Quel
che mi preme sottolineare è che Giannetti, dalla materia trattata,
consapevolmente o meno, trae quattro motivi di riflessione, quattro “ragioni”
nuove e diverse di porsi di fronte alla Shoah e, più in generale, di fronte
alla vita.
C’è forse nell’autore il desiderio di
compiacere i lettori? O è magari perché Anna “simboleggia i sei milioni di
morti della Shoah”? Così come Miep Gies nega che sia, per affermare invece che
“la vita e la morte di Anna sono un destino individuale”, anche se “accaduto
sei milioni di volte” [1].
Nulla di tutto ciò. E allora? La realtà è che Fulvio scrive oggi le pagine di
un diario che Anna scrisse allora, quando lui aveva una decina d’anni meno di
lei, e non sapeva ancora né leggere né scrivere, e che il Fulvio che ricorda
quelle pagine non scritte parla con la consapevolezza dell’uomo maturo,
dell’uomo che può commuoversi della
propria “infanzia violata”, perché è almeno in grado di ricordarla.
Dall’incontro del bambino di allora con l’uomo di oggi nasce la lettera che
ognuno potrebbe scrivere alla propria compagna di giochi, trovandosi a vivere
la medesima esperienza. La guerra e soprattutto l’identità ebraica.
Un pretesto per raccontare di sé? In un certo
senso lo è, perché il bambino Fulvio non sa nulla della Prinsengracht 263 di
Amsterdam né dell’alloggio segreto, non conosce la segregazione totale
protratta per oltre due anni e bruscamente interrotta un mattino dalla Gestapo,
quasi alla vigilia della Liberazione, né fortunatamente conosce i treni dai vagoni piombati e i tedeschi che li
scortavano, non la fame, la sete e la vergogna di Westerbork, di Auschwitz e di
Bergen-Belsen – campo, quest’ultimo, di cui pure ha sentito parlare dallo zio
sopravvissuto – e l’uomo Fulvio potrebbe parlarne ma sarebbe lavoro di
biografo. Il bambino Fulvio conosce invece la grotta-rifugio nella valle
dell’Iri, dove apprende la morte del padre, della segregazione non ha che
fugace esperienza anche se subisce il trauma del “sepolto vivo” e della fame
conosce abbastanza da ricordarla, nel suo diario della memoria, quasi come
un’ossessione. Certo, i‘suoi’ tedeschi sono diversi, non meno “orrendi”, ma
almeno egli li vede da spettatore. E se è vero che danno fuoco al volto di
Anita che chiede pane, quando ha con loro un incontro “ravvicinato”, ne riceve
in dono persino un’enorme fetta di torta!
Ecco allora il senso dello scrivere una
lettera ad Anna Frank che ogni bambino ebreo e non ebreo – oggi adulto –
potrebbe scrivere commisurando la propria infanzia violata a quella
dell’infelice Anna. Tante virtuali candeline accese per illuminare le coscienze
e aiutarle a riconoscere il demone della guerra, dell’intolleranza, della
violenza e delle persecuzioni.
Perché, se è vero – come scrive Anna Frank – che in ogni uomo c’è
un “pezzetto” di Dio, occorre fare in modo che quel pezzetto s’impadronisca del
“resto” dell’uomo e lo trasformi, altrimenti nulla potrà davvero cambiare.
In La
vita di Cady, uno dei racconti più riusciti di Anna Frank e che non fa
parte del Diario, nel colloquio tra
Cady e una donna inferma, vicina di letto nel sanatorio, si misurano due
concezioni, entrambe presenti nell’anima di Anna, reclusa nell’alloggio
segreto. Da una parte la speranza, dall’altra un pessimismo che trascende anche
la sua personale sorte, di cui, pure, il suo inconscio pare avvertito quasi con
rassegnazione. Cady confida a se stessa che Dio si manifesta nei suoi pensieri
e nelle sue parole, giacché Egli “prima d’inviare gli uomini nel mondo dà a
ciascuno di essi un pezzetto di sé. È questo pezzetto che produce nell’uomo la
differenza tra bene e male e che fornisce una risposta alle sue domande. Quel
pezzetto è altrettanto naturale quanto la crescita dei fiori e il canto degli
uccelli” [2].
Ma la donna che giace nel letto accanto al suo è oscuramente profetica: “Io non
credo – ella dice – nulla delle voci che dicono che fra qualche mese tutto sarà
finito. Una guerra dura sempre più di quel che credono gli uomini” [3].
Anzi, conclude la donna, e Anna fa parlare qui l’altra metà della sua anima, la
guerra è la condizione stessa del genere umano: “Dopo ogni guerra gli uomini
dicono: ‘Questo non accadrà mai più, è stato così terribile, bisogna evitare a
qualsiasi prezzo che si ripeta’ e sempre di nuovo gli uomini devono combattere
gli uni contro gli altri, questo non cambierà mai: finché sulla terra vi
saranno degli uomini saranno sempre in lotta e quando ci sarà la pace
cercheranno nuovi pretesti per scontrarsi” [4].
Sergio Magaldi
[1]
Cfr.,
Postfazione di Miep Gies, in Melissa
Muller, Anne Frank. Una biografia,
trad. it., Einaudi, Torino, 2004, p.348. Miep Gies gestisce e rende possibile
il rifugio della famiglia Frank nell’alloggio segreto. Sarà lei a ritrovare più
tardi il diario di Anna. Nel 1994 la Germania le conferisce la Croce federale
al merito, lo Yad Vashem di Gerusalemme le consegna la “Medaglia d’onore dei
giusti”, mentre la regina Beatrice d’Olanda la nomina Cavaliere dell’ordine di
Orange-Nassau.
Sergio Magaldi
[1]
Cfr.,
Postfazione di Miep Gies, in Melissa
Muller, Anne Frank. Una biografia,
trad. it., Einaudi, Torino, 2004, p.348. Miep Gies gestisce e rende possibile
il rifugio della famiglia Frank nell’alloggio segreto. Sarà lei a ritrovare più
tardi il diario di Anna. Nel 1994 la Germania le conferisce la Croce federale
al merito, lo Yad Vashem di Gerusalemme le consegna la “Medaglia d’onore dei
giusti”, mentre la regina Beatrice d’Olanda la nomina Cavaliere dell’ordine di
Orange-Nassau.
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