Il precipitare degli eventi, con la crisi di governo,
mostra chiaramente che la classe politica italiana non è soltanto vergognosa
[vedi il recente post Il Belpaese dismesso], ma anche ottusa e autoreferenziale e
che le sue scelte sono fatte a sommo dispetto dei cittadini, trattati con un
disprezzo che sarebbe persino eccessivo nei confronti di sudditi privi di
qualsiasi diritto costituzionale. La questione si può riassumere nei seguenti
punti:
1) Il governo delle cosiddette
larghe intese, tra PD e PDL, è stato voluto fortemente dal presidente
Napolitano che, rifiutandosi di mandare Bersani o chiunque altro in Parlamento
alla ricerca di una maggioranza alternativa, ha ritenuto persino giustamente
che l’unico governo stabile potesse essere rappresentato dall’alleanza tra
forze in apparenza antagoniste,
come centro-sinistra e centro-destra, così come avvenuto in casi simili in altre
democrazie del Continente.
2) Ciò di cui il presidente Napolitano non ha
tenuto conto è che la probabile condanna di Berlusconi, leader indiscusso del
centro-destra, avrebbe inevitabilmente generato una crisi di governo. Non
potendo di necessità, e com’è giusto in uno stato di diritto, interferire con i
processi della Giustizia, il capo dello Stato avrebbe dovuto almeno pretendere,
così come aveva fatto al momento della rielezione, minacciando le dimissioni,
che il governo varasse prima ancora dell’estate una nuova legge elettorale,
nell’eventualità di una crisi al buio all’indomani della condanna definitiva di
Berlusconi. Il paradosso è che ciò che non aveva consentito subito dopo il voto
di Febbraio, debba concederlo ora, rinviando Letta alle Camere in cerca di una
maggioranza alternativa che comprenda, almeno al Senato, i cosiddetti
responsabili, cioè i transfughi di PDL e Movimento Cinque Stelle, in aggiunta a
SEL e ai quattro senatori a vita, tutti opportunamente pescati di recente
nell’area del centro-sinistra.
3) Il Partito Democratico ha cercato già dal
momento della formazione del governo – non si sa se per ingenuità o per mancanza di lungimiranza politica – di
distinguere tra il centro-destra e il suo leader, sino al punto, dopo la
definitiva condanna di Berlusconi in Cassazione, di fare di tutto pur di
accelerare l’estromissione del leader del centro-destra dal Parlamento e dalla
vita politica. Insomma, invece di prendere atto che per l’odiato nemico
politico si profilava ormai l’arresto domiciliare o il confino ai servizi
sociali e con la nuova pronuncia della Cassazione del prossimo 19 Ottobre,
l’interdizione dai pubblici uffici, prima in grado di appello, poi
definitivamente al massimo entro la fine dell’anno, ha inteso anticipare con
cecità politica e scarso senso dello Stato la caduta dell’alleato-avversario.
In altri termini, se la Commissione inquirente del Senato avesse accolto le
perplessità di diversi giuristi circa la legittimità della retroattività della
legge Severino e avesse fatto richiesta alla Corte Costituzionale di
pronunciarsi in merito, la mela sarebbe ugualmente caduta dall’albero e senza
sporcarsi le mani, con ciò togliendo ogni alibi al centro-destra.
4) Il PDL, dal canto suo, non ha mostrato
minore tracotanza e superficialità del PD. Prima votando compatto la legge
Severino, senza preoccuparsi che di lì a pochi mesi potesse volgersi contro il
suo leader, poi nemmeno pretendendo che la norma fosse accompagnata da una
dichiarazione di non retroattività, secondo il disposto dell’art.25 della
Costituzione [Ciò che dà la misura dell’infinita supponenza di Berlusconi e
della scarsa sagacia dei suoi consiglieri, falchi o colombe che siano]. Infine
minacciando nei giorni scorsi le dimissioni di tutti i parlamentari, qualora la
suddetta Commissione avesse dichiarato a maggioranza dei suoi membri [PD-Scelta
Civica-Sel-Cinque Stelle] la decadenza dal Senato del suo leader. Decadenza, è
bene sottolinearlo, che non sarebbe stata effettiva sino all’eventuale
approvazione della maggioranza dei senatori convocati in assemblea straordinaria.
5) La reazione di sdegno di tutte le vestali
della democrazia di fronte alla minaccia di dimissioni dei parlamentari PDL non
è stata improntata al buon senso né al senso dello Stato e al rispetto per i
cittadini-sudditi. In luogo di considerarla per quello che era, una misura più
facile da dichiarare che da realizzare, si è ritenuto di poterla utilizzare per
imprimere una svolta alla crisi. In particolare, il capo del governo ha subito dichiarato
che le conseguenze inevitabili sarebbero state [Ma per chi? Naturalmente per
gli italiani…] l’annullamento del decreto per far slittare l’aumento dell’IVA, il
ripristino della rata di Dicembre dell’IMU, e con molta probabilità addirittura
di quella di Giugno, già perché Governo e Parlamento in 8 mesi non hanno
trovato il tempo di approvare definitivamente un solo decreto significativo. E
a differenza dei parlamentari del PDL che le dimissioni le avevano presentate
solo nelle mani dei capi-gruppo di partito, Letta ha mostrato di fare sul
serio, annullando immediatamente il decreto di slittamento dell’aumento
dell’IVA a poco più di 48 ore dalla sua entrata in vigore e annunciando la
richiesta del voto di fiducia. Così stando le cose, e venendo meno il decreto sull’IVA
che era tra i punti programmatici degli accordi di governo, era inevitabile che
i ministri PDL si sarebbero dimessi.
6) La risposta stizzita di Letta alla
ventilata minaccia di dimissioni dei parlamentari del PDL, mostra la sua
statura di governante: i provvedimenti sull’IVA e sull’IMU sono sempre stati
per lui e per l’intero PD solo una speciale concessione fatta al centro-destra
e non una misura per alleggerire il peso delle tante tasse pagate dagli
italiani, aumentando nel contempo i consumi e diminuendo la recessione. Una
concessione peraltro concordata tra PD e PDL per gabbare ancora una volta gli
italiani, perché trasferire una tassa [IMU prima casa] all’interno di un
contenitore più grande, la cosiddetta tassa sui servizi [Service tax], non è esattamente abolirla e far slittare l’aumento
dell’IVA, non mediante un taglio sugli sprechi della spesa pubblica, ma con
l’aumento dei carburanti ed elevando sino al 103% l’anticipo fiscale delle
aziende, non è poi un provvedimento tanto popolare… Può però anche darsi che il
presidente del consiglio abbia colto al volo l’occasione di una probabile
spaccatura all’interno del PDL o in alternativa l’opportunità di staccare la
spina del governo per tornare ad occuparsi del partito e di Renzi.
7) PD e PDL hanno attinto a piene
mani alla politica del “tanto peggio, tanto meglio”. Il PDL perché, se
realmente avesse avuto a cuore l’interesse dei cittadini, avrebbe dovuto
attendere almeno l’approvazione del decreto sull’IVA prima di minacciare le
dimissioni dei propri parlamentari, come gesto di solidarietà nei confronti di Berlusconi,
la cui sorte, almeno per il momento, è comunque segnata. Il PD perché, nella
persona del capo del governo, non ha capito che l’idea di far pagare l’aumento
dell’ IVA e l’IMU sulla prima casa agli italiani, come gesto di ritorsione alla
minaccia del PDL, finirà per ricadere sul centro-sinistra, non a torto visto
come il PARTITO DELLE TASSE, imposte non per risollevare le sorti del Paese, ma
per affossarlo definitivamente, perché nel vocabolario degli epigoni di DC e
PCI il denaro pubblico serve unicamente a finanziare la politica, a
rifinanziare le banche svuotate dall’ingordigia di tanti manager pubblici,
nonché a perpetuare i privilegi di caste e corporazioni di stato.
In conclusione, ora nel PD si grida “al lupo,
al lupo” e si paventa il bastone che si abbatterà sulla schiena, purtroppo già
curva, della Repubblica, da parte del padrone tedesco. E c’è già chi, con
grande irresponsabilità, agita lo spettro dello spread che potrebbe tornare a salire di 200 o 300 punti per colpa
del solito noto… a meno che non si
trovi in Senato la fiducia di una maggioranza alternativa a quella delle larghe
intese. Nel PDL, invece, i lavori sono in corso, con i distinguo di tante
colombe, soprattutto di quelle ormai abituate a svolazzare nei ministeri, che prendono sempre più le distanze dall’ira funesta di un leader ritenuto al capolinea, e che non sarebbero insensibili ai tanti parassiti della
politica, sempre pronti a rilanciare l’idea del Grande Centro, cioè ad evocare
lo spettro di un’altra Democrazia Cristiana oltre a quella che ormai ha
egemonizzato il PD.
sergio magaldi
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