domenica 15 settembre 2019

I DUE MATTEO E LO SCAMBIO DI FAVORI

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  Dopo le elezioni di marzo 2018, alla proposta di Di Maio al PD per formare un governo,  Matteo Renzi oppose il gran rifiuto: “Senza di me…”, fece sapere intervenendo ad una popolare trasmissione televisiva. Fu allora che ripresero i contatti tra Cinquestelle e Lega sino alla formazione del governo gialloverde con Matteo Salvini vicepresidente del Consiglio e ministro degli Interni. La scarsa efficienza dei pentastellati, resa ancora più evidente dal disastroso governo di Roma e non solo, per contro l’attivismo del secondo Matteo e la buona fama acquisita dalla Lega in tante amministrazioni determinarono nelle successive elezioni europee il dimezzamento del consenso elettorale per il M5S e il raddoppio percentuale della Lega, passata dal 17% delle politiche al 34% delle europee. Tutto ciò, ancorché i fiori all’occhiello del governo fossero scarsi e comunque quelli dei pentastellati persino più evidenti di quelli dei leghisti: decreto dignità, reddito di cittadinanza e il 50% della cosiddetta “quota 100” per i primi, l’altro 50% della quota suddetta per i secondi con l’annuncio gridato dell’abolizione (parziale) della riforma Fornero. Non a sproposito, dunque, si è detto che è stata soprattutto la nuova politica sull’immigrazione inaugurata da Matteo Salvini a determinare (oltre al crollo di Forza Italia) il raddoppio dei consensi della Lega. Per il resto, infatti, il governo gialloverde si è comportato come quelli che l’avevano preceduto: blocco dell’adeguamento delle pensioni medio-basse, beffa della cosiddetta cedolare secca sull'affitto di studi e negozi, nessuna riforma delle aliquote fiscali per rilanciare consumi e occupazione (non parliamo neppure di flat tax!) pressoché nulli gli investimenti produttivi. E tuttavia “il dono” fatto dal primo Matteo (primo perché ha preceduto l’altro nel favore popolare) al secondo Matteo è innegabile, perché rifiutando ogni intesa con il M5S, Renzi ha permesso a Salvini di governare e di raddoppiare i voti della Lega.

 Così, poco più di un mese fa il Matteo leghista ha inteso ricambiare il favore al Matteo piddino, dandogli l’opportunità di essere lui l’ago della bilancia del nuovo governo giallorosa (o giallorosso, secondo i punti di vista). Renzi, infatti, con il controllo della maggior parte dei parlamentari del PD è stato ed è determinante per evitare nuove elezioni politiche. Le categorie invocate per comprendere il senso di questo scambio di favori sono state frettolosamente ricondotte all’ingenuità e al delirio di onnipotenza di Salvini da una parte, e alla scarsa coerenza degli uomini politici dall’altra: Renzi è un voltagabbana, come del resto Di Maio e tanti altri di questa e di altre epoche.

 Mutatis mutandis Renzi e Salvini sono i personaggi che nello squallore servile della politica italiana abbiano fatto più presa trasversalmente sull’opinione pubblica. È comprensibile dunque che la vulgata circa il comportamento dei due Matteo faccia comodo a molti. La si sente ripetere quasi da tutti nei talk show e, naturalmente, se per ragioni di opportunità si preferisce sorvolare sul Renzi voltagabbana, su Salvini affetto da ubris e ingenuità si insiste continuamente perché si è capito che fa presa sulla gente e toglie consensi alla Lega.

 Sulla sfiducia di Salvini al governo gialloverde ho già avuto modo in un precedente post (Matteo Salvini: tra Lega e Lega Nord, cliccando sul titolo per leggere) di chiarire il mio punto di vista che si può così riassumere: “[...] Poco interessa ai leghisti doc il governo di Roma se non porta all’autonomia finanziaria delle regioni del nord (soprattutto Veneto e Lombardia) e quanto alla flat tax il nucleo storico della Lega Nord lo vuole ma non alle condizioni estreme illustrate da Salvini: deficit di 50 miliardi, guerra con Bruxelles con tutti i rischi per le imprese del nord che questo comporta. Meglio allora avere le mani libere fuori dal governo romano e se in seguito le prospettive dovessero peggiorare, c’è sempre la possibilità di rilanciare l’idea della secessione. Non a caso Zaia, governatore del Veneto, in una intervista di ieri si è detto completamente d’accordo con Salvini che ha staccato la spina [...]”. 

 Circa il comportamento di Renzi, si suole ripetere ciò che è vero ma che non spiega tutto: non ha voluto che il Parlamento fosse sciolto per non perdere la supremazia all’interno dei gruppi parlamentari del PD. Ciò su cui non si vuole riflettere è che questa condizione esisteva anche quindici mesi fa, allorché Renzi rifiutò l’intesa di governo con i pentastellati. La verità è che le condizioni di allora sono mutate. Andare al governo col M5S dopo le elezioni politiche di marzo significava per il PD fare la ruota di scorta, andarci oggi che i pentastellati hanno dimezzato il consenso è altra cosa. Renzi aveva intuito che il governo gialloverde non sarebbe durato: vuote le casse dello Stato, ostile l’Unione Europea, insofferente lo zoccolo duro della Lega Nord, inefficiente il M5S e terrorizzati i parlamentari pentastellati di perdere il posto di lavoro. Ce n’era d’avanzo per immaginare che il governo gialloverde sarebbe presto scoppiato. E lui pronto a gettare la ciambella di salvataggio. Altro che voltagabbana! Fiuto politico: non restava che attendere il momento in cui Salvini avrebbe ricambiato il favore ricevuto.

sergio magaldi  

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