mercoledì 14 agosto 2019

LE ULTIME INTERVISTE DI SARTRE: L’Espoir maintenant





Lo scorso 8 luglio, Massimo Recalcati pubblicava su la Repubblica un interessante articolo in merito alle interviste rilasciate da Sartre a pochi giorni dalla sua scomparsa. L’occasione gli era offerta dalla traduzione in italiano del testo integrale di quelle interviste [Jean-Paul Sartre, Benny Lévy, La speranza oggi, Mimesis, maggio 2019, pp.163] curato da Maria Russo, un’attenta studiosa del geniale poligrafo francese.
Pubblicate  per la prima volta da Le Nouvel Observateur il 10, il 17 e il 24 marzo del 1980 – mentre Sartre dal 20 marzo è ricoverato all’ospedale Broussais di Parigi, dove morirà il 15 aprile – queste interviste fecero molto discutere, incontrando l’ostilità dei “sartriani” e in particolare di Simone de Beauvoir già prima della loro apparizione. Tant’è che secondo la testimonianza di Jean Daniel, direttore del giornale, fu lo stesso Sartre a contattarlo telefonicamente:
«La sua voce era perfettamente limpida, parlava con estrema autorità: “Credo di sapere che siete nei guai”, mi disse, “so che i miei amici vi hanno assediato. Sono io, Sartre, che vi chiedo di pubblicare questo testo, e di pubblicarlo integralmente. Se non desiderate farlo, lo pubblicherò altrove, ma vi sarei riconoscente se lo faceste voi. So che i miei amici vi hanno contattato, ma so anche che sbagliano, l’itinerario del mio pensiero sfugge loro, a tutti, compreso al Castoro…»[1]

Cosa c’era di tanto scandaloso nelle interviste che Sartre aveva rilasciato al suo segretario personale – l’ex maoista Pierre Victor, convertitosi all’ebraismo, sua fede di nascita, riprendendo, proprio su consiglio di Sartre, il vero nome di Benny Lévy –  e, causa la quasi totale cecità, affidato alla rilettura della figlia adottiva, l’ebreo-algerina Arlette Elkaïm? Ce lo dice Massimo Recalcati, proprio all’inizio del suo articolo:

«Come era possibile che il filosofo che aveva sostenuto che "l’inferno sono gli Altri", che aveva messo in rilievo la natura necessariamente conflittuale delle relazioni umane, che aveva irriso la morale borghese della solidarietà e dell’Uomo (basti ricordare il giudizio tagliente sul romanzo di Camus, La peste, reo di diffondere una "morale da crocerossina"), in quella intervista riabilitasse sentimenti come la speranza, la reciprocità, la fratellanza, la condivisione?»
Com’era possibile – si domanda ancora Recalcati – credere che il “vero” Sartre abbia da ultimo sostenuto che «il rapporto di fraternità è il rapporto primario tra gli esseri umani»? Eppure – conclude il giornalista di la  Repubblica – “Questa "morale della speranza" resta l’ultima parola che Sartre, prima di congedarsi dalla vita, ci lascia in eredità: è possibile che il desiderio dell’uomo non sia solo aspirato dal desiderio (impossibile) di essere Dio, di essere causa sui, ma sia impegnato nella costruzione di una comunità nuova, di una comunità ispirata alla fratellanza. Per l’ultimissimo Sartre si deve abbandonare una teleologia della totalità nel nome di una morale fondata su un nuovo desiderio di comunità. Non inseguire una totalizzazione impossibile, ma dare corpo al principio di speranza in una comunità più solidale e giusta. La tensione politica si annoda qui a quella morale: «Bisogna immaginare un corpo di persone che lottano insieme». Il fine ultimo della storia che il marxismo eredita dall’hegelismo è superato non da una prospettiva nichilistica, ma dall’introduzione di un "altro fine", una sorta di "obbligo" che ci vincola all’esistenza dell’Altro. Si tratta di una dipendenza che non esclude affatto la libertà. Piuttosto bisogna ripensare il carattere primario della fratellanza. È il passo levinassiano dell’ultimissimo Sartre. Dove, evidentemente, la fratellanza non contiene nessuna omogeneità, nessuna eguaglianza. Tuttavia, l’incontro con il volto dell’Altro non solleva più solo l’angoscia medusizzante dell’alienazione e del conflitto infernale, ma una prossimità che mi concerne e mi impegna: «Ciò che serve per una morale è ampliare l’idea di fraternità fino a che essa diventi il rapporto unico e evidente tra tutti gli uomini». È questo che sospinge Sartre verso Levinas e verso l’ebraismo messianico, ovvero l’utopia di un regno che esclude la violenza e lo sfruttamento”.
Alle stesse conclusioni giunge anche la curatrice del libro in un suo intervento ad un recente convegno di studi su Sartre: “[…] Si può andare oltre le porte chiuse dell’inferno relazionale descritto ne L’essere e il nulla e considerare l’altro come un proprio simile” [2], cioè come un fratello. Insomma, se la preistoria dell’umanità è caratterizzata dal delitto di Caino e successivamente dalla lotta di classe descritta da Marx è perché non si è riflettuto abbastanza sulla comune origine degli esseri umani e sulla necessità di ricercare un fine comune.

La risposta dei “sartriani” era stata molto semplice. Come credere che a parlare sia davvero Sartre, soprattutto quando afferma: «Non sento di essere il prodotto del caso, un granello di polvere nell'universo, ma qualcuno che era aspettato, preparato, prefigurato. In breve, un essere che solo un Creatore potrebbe mettere qui. E questa idea di una mano creatrice si riferisce a Dio.» [da Le Nouvel Observateur, marzo 1980]. Per Simone de Beauvoir, i “sartriani” e la redazione al completo di Les Temps Modernes quel “senile atto di un voltagabbana” si spiega solo con le manipolazioni di Benny Lévy. Ancora nel 2005 Gisèle Halimi, avvocato e militante femminista, vecchia amica di Sartre, dichiarerà: «Questa intervista è incontestabilmente un falso [...] Sartre non era più in possesso delle sue piene facoltà mentali»

Secondo la curatrice dell’edizione italiana, non si tratta di una senile conversione di Sartre dall’ateismo alla fede, e in particolare all’ebraismo, sulla scia del suo segretario personale, come sembra credere Simone de Beauvoir, così come non era stata un’adesione al cristianesimo l’aver scritto Bariona nel 1940 [3]. Infatti, solo se la si considera isolatamente, l’espressione di Sartre di non essere “il prodotto del caso, un granello di polvere nell'universo, ma qualcuno che era aspettato, preparato, prefigurato etc…” può essere intesa come una professione di fede. Diversamente, il suo significato è quello del Sartre di sempre, e cioè è l’idea che si trova in ogni essere umano, cresciuto nella fede che viene abbandonata non appena egli scopre l’assenza di Dio, oppure è il riconoscimento di una Legge che governa l’universo ma sulla quale nulla si può dire di più. Pure, l’autenticità della dichiarazione del filosofo francese, nel senso del superamento dell’ateismo, è considerata plausibile ancora oggi, persino nei circoli religiosi più tradizionali. Si legge in proposito su una pagina recente dei Carmelitani Scalzi del vicentino:
«Un ateismo, quello sartriano, sempre in crisi con se stesso, consapevole del proprio dramma, della propria impermanenza e contraddittorietà: “La decisiva assenza di fede è una fede incrollabile”. In questo senso non stupisce la possibilità che questa fede impossibile sia, almeno per una volta, capitolata. E’ quanto forse successe nel Natale del 1940, nel campo di prigionia dei nazisti di Treviri in cui erano rinchiusi tanto il trentacinquenne Sartre quanto alcuni sacerdoti cattolici, i quali gli proposero di scrivere un dramma natalizio: “Un medesimo rifiuto del nazismo mi legava ai preti prigionieri nel campo. La Natività mi era apparsa il soggetto capace di realizzare l’unione più larga tra cristiani e non credenti. Si era convenuto, che dicessi quello che avrei voluto. Per me, l’importante in questa esperienza era che, prigioniero, potessi rivolgermi agli altri prigionieri ed evocare i nostri problemi comuni”. Ne risultò Bariona o il Figlio del tuono, pièce teatrale scritta, diretta e anche recitata dallo stesso Sartre (nei panni di uno dei re magi). Se ne può leggere una lusinghiera presentazione fatta da Mons. Ciattini, Vescovo di Massa Marittima-Piombino e la sua citazione da parte del Card. Ravasi in occasione della presentazione del volume L'Infanzia di Gesù di papa Benedetto XVI: menzioni meritate giacché il dramma è realmente toccante e religiosamente coinvolto, e nessun spettatore o lettore penserebbe che a comporlo sia stato un ateo e miscredente […] Non ci è dato sapere se in quel momento il filosofo francese, come il suo alter-ego Bariona, avesse realmente vissuto un momento di fede: lui lo nega esplicitamente nella prefazione alla pubblicazione del dramma, avvenuta nel 1962, ma sembra un classico caso di excusatio non petita. Mentre è del tutto franca e netta questa sua affermazione in un’intervista del 1980, la cui autenticità venne ribadita dallo stesso autore poco prima di morire: “Non sento di essere il prodotto del caso, un granello di polvere nell’universo, ma qualcuno che era aspettato, preparato, prefigurato. In breve, un essere che solo un Creatore potrebbe mettere qui. E questa idea di una mano creatrice si riferisce a Dio” (da Le Nouvel Observateur, marzo 1980). Affermazione che aveva scatenato lo scandalo dei suoi fedelissimi, in primis della sua compagna Simone de Beauvoir, che lo aveva tacciato di essere un voltagabbana (en passant, menzioniamo l'articolo "Dio nel teatro di Jean-Paul Sartre", uscito sulla rivista Teresianum nel 1965 […].Tuttavia, se Sartre si sia alla fine realmente convertito, e quanto, è un problema che non possiamo sondare né storiograficamente né teologicamente: in finale rimane una questione fra lui e il Signore». [4]
 Quanto al preteso ebraismo di Sartre, osserva ancora la Russo: “Non vi è motivazione per credere che Sartre, al termine della sua vita, si sia avvicinato a una visione religiosa, nemmeno a quella cui si è convertito il suo ultimo amico. A differenza di come ha inteso Beauvoir, non c’è un Sartre ebreo contro un Sartre ateo, bensì la visione ebraica della storia e dell’esistenza contro Hegel e contro Marx” [5]. C’è tuttavia in Sartre, da un certo punto in poi, una rinnovata e particolare attenzione verso l’ebraismo, testimoniata non solo da singolari questioni personali, ma espressamente affermata nelle ultime interviste, laddove il “messianismo ebraico” si sostituisce alla “mitologia progressista” [6], nel senso di colpire al cuore la filosofia della storia di Hegel,  perché c’è una realtà della storia ebraica che il filosofo tedesco aveva ignorato, dice ora Sartre, smentendo anche se stesso, allorché aveva scritto le Riflessioni sulla questione ebraica: «Perché nel momento in cui ho detto che non c’era una storia ebraica pensavo la storia sotto una forma ben definita: la storia della Francia, la storia della Germania, la storia dell’America […]. In ogni caso la storia di una realtà politica sovrana con una terra e con rapporti  con altri Stati simili […]. Bisognava concepire la storia ebraica non soltanto come storia di una dispersione degli ebrei nel mondo, ma anche come l’unità di questa diaspora, l’unità degli ebrei dispersi» [7]

In che senso allora il messianismo ebraico si sostituisce non solo alla “mitologia progressista” ma anche alla prassi rivoluzionaria e alla concezione della Storia di Hegel e soprattutto di Marx che Sartre aveva condiviso in Critica della ragione dialettica? Innanzi tutto occorre abbandonare il concetto di “fratellanza-terrore” perché – dice Sartre – dove c’è terrorismo non ci può essere rivoluzione e poi perché Marx si è limitato a descrivere la “preistoria dell’umanità”, mentre ciò che occorre è assumere un fine morale in grado di superare la sub-umanità di cui siamo ancora i portatori: «Il rapporto più profondo tra gli uomini è quello che li unisce al di là dei rapporti di produzione […] Tutta la distinzione delle sovrastrutture di Marx è un buon lavoro, ma è interamente sbagliato, perché il rapporto primario di un uomo con un altro uomo è un’altra cosa ed è ciò che bisogna che noi scopriamo.» [8] In tale prospettiva, continua Sartre, il fine ebraico è ben diverso da quello del marxismo perché a differenza di quest’ultimo «non è un fine definito a partire dalla situazione presente e progettato nel futuro, con delle fasi che permetteranno di raggiungerlo attraverso lo sviluppo di certi fatti oggi.» [9] La finalità ebraica – a giudizio di Sartre –  fa dell’ebreo un soggetto metafisico: egli crede “più o meno coscientemente” in un mondo a venire dove gli esseri umani vivranno finalmente gli uni per gli altri e questa idea è esattamente ciò che noi intendiamo per rivoluzione: «La soppressione della società presente e la sua sostituzione con una società più giusta in cui gli uomini possono avere buoni rapporti gli uni con gli altri.» [10]

Per quanto utopistica possa apparire questa concezione dell’ultimo Sartre, non si può negare che le sue radici si ritrovino nell’esperienza maturata nel corso degli anni: individualista e anarchico all’epoca di La Nausea e de L’Essere e il Nulla, egli scopre il senso del collettivo e dei gruppi durante la guerra, la prigionia nazista e la resistenza, tenta successivamente la mediazione tra esistenzialismo e marxismo e, pur proponendosi come “compagno di strada” dei partiti comunisti, rivendica una concezione del socialismo che rivaluti il ruolo del soggetto. Voce del terzo mondo negli anni Sessanta contro il neocolonialismo, il comunismo sovietico e i partiti comunisti dell’Occidente, attivista politico dopo il Sessantotto, Sartre, infine disilluso, scopre che la rivoluzione è impossibile senza una presa di coscienza e un fine morale che si proponga una nuova umanità: un intento pedagogico di cui il messianismo ebraico offre l’esempio.
L’idea di fratellanza su cui si basano le ultime analisi di Sartre ha forse una fondazione mitologica, come sembra suggerirgli il suo intervistatore? Niente affatto, è la risposta di Sartre, perché la fratellanza poggia su una origine comune: la nascita di tutti da una stessa madre, la madre-terra, e per essere coerente ed affermare in pieno la condizione umana questa origine comune deve anche ricercare e sperare di costruire un fine comune di cui la democrazia è la prima pietra, perché la democrazia – osserva Sartre – non è soltanto «una forma politica di potere […] ma una vita, una forma di vita.» [11]
Naturalmente si tratta di una speranza che paradossalmente nasce proprio dalla disperazione di osservare il mondo così com’è, e l’uomo resta in fondo quello che è sempre stato per Sartre: una “passione inutile”, ma è proprio la forza di quella passione a mantenere viva la speranza, come nelle ultime parole pronunciate lucidamente da Sartre solo qualche giorno prima di andarsene:

«Davanti a questa terza guerra mondiale che potrebbe essere dichiarata un giorno, davanti a questo insieme miserabile che è il nostro pianeta, mi torna la tentazione di cadere nella disperazione: l’idea che non finirà mai, che non ci sia uno scopo, che non ci sono che fini particolari per i quali combattiamo. Facciamo delle piccole rivoluzioni, ma non c’è un fine umano, non c’è qualcosa che interessa l’uomo, non ci sono che disordini […] In ogni caso, il mondo sembra brutto, malvagio e senza speranza. Questa è la silenziosa disperazione di un vecchio che vi morirà dentro. Ma appunto, io resisto e so che morirò nella speranza; ma questa speranza bisogna fondarla.
Occorre tentare di spiegare perché il mondo oggi, che è orribile, non è che un momento nel lungo sviluppo storico, che la speranza è sempre stata una delle forze dominanti delle rivoluzioni e delle insurrezioni, e che sento la speranza come una concezione del futuro.» [12]


[1] Jean-Paul Sartre, Benny Lévy, La speranza oggi, Mimesis, maggio 2019, p.11. Castoro è – com’è noto – il nomignolo con cui Sartre si rivolgeva abitualmente a Simone de Beauvoir 
[2] Maria Russo, Necessità e libertà in Sartre, cfr. www.grupporicercasartriana.org
[3] Maria Russo, introduzione a La speranza oggi, cit., p.13.
[4] Cfr., F. Iacopo Iadarola ocd,  sito dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta,  01 gennaio 2016
[5] Op.Cit., p.29
[6] Così si esprime (e riporta Maria Russo) il filosofo e saggista vivente Bernard-Henri Lévy (da non confondere con Bénny Lévy, segretario personale di Sartre) in Le siècle de Sartre, trad.it., Il Saggiatore, Milano 2004,pp. 501 e 511.
[7] Op.Cit., p.126
[8] Ibid. p.102
[9] Ibid. p.130
[10]Ibid. p.131
[11]Ibid. p.98
[12]Ibid. p.135

1 commento:

  1. Splendido articolo, modernissimo Sartre. Per chi ha avuto tutta la vita il coraggio della Ricerca, non è peregrino supporre che l'ultimo dono di una vita instancabile sia proprio il più pregiato e aspramente guadagnato dono della Speranza.

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