sabato 21 marzo 2026

Dalla Fenomenologia a Federico Faggin - La natura della coscienza [2.a parte]




La fenomenologia riconosce alla coscienza una funzione privilegiata. Utilizzando il concetto di intenzionalità che lo psicologo Franz Brentano (1838-1917) aveva mediato dalla scolastica, Edmund Husserl (1859-1938) assegna alla coscienza la funzione di “intenzionare” i soli dati di realtà che ci è dato cogliere – i fenomeni – una volta operata l’EPOCHE’, cioè la messa in parentesi delle cose del mondo (oggetti) che noi crediamo di vedere solo grazie alla matematizzazione della realtà e ai dati di fatto della natura. La riduzione fenomenologica riguarda anche il corpo e l’io psicologico: restano solo la coscienza, sempre come “coscienza di qualche cosa” (un fenomeno alla volta) e l’io trascendentale come centro unificante della coscienza stessa. Io trascendentale che verrà cancellato dalle successive concezioni della fenomenologia (in particolare Sartre e Heidegger). La fenomenologia, o scienza dei fenomeni basata sull’esperienza, realizza così una priorità ontologica per la coscienza: non può essere il cervello a causare la coscienza, perché il cervello appare alla coscienza come un fenomeno.

Analogamente, diverse teorie contemporanee, da una prospettiva diversa e con esiti divergenti, assegnano alla coscienza completa autonomia dalla materia o addirittura un primato su di essa. È il caso del Panpsichismo Quantistico di Federico Faggin, secondo il quale la coscienza è dotata di libero arbitrio ed è irriducibile, cioè non deriva da proprietà più semplici ma esiste in natura come la massa e la carica elettrica e persino spazio-tempo e materia-energia sono spiegabili solo grazie alla coscienza e al libero arbitrio.

Resta il fatto che per la Fenomenologia – almeno per quella originale di Husserl –  come per la teoria QIP (Quantum Information-based Panpsychism) di Federico Faggin e del fisico Giacomo Mauro D’Ariano, c’è il rischio di aver creato una nuova metafisica.


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