martedì 13 dicembre 2011

ROMA-JUVENTUS: LA PARTITA DEGLI ERRORI



































ROMA - JUVENTUS






In quella che è ormai diventata una sfida classica del nostro campionato, gli errori sono iniziati ancor prima che le squadre scendessero in campo. Cominciava Conti, vecchia bandiera juventina e oggi ottimo allenatore dei bianconeri, ripetendo una scelta che non ha mai dato buoni frutti, quella del solo Matri in attacco. Dopo pochi minuti, era la volta del centrocampista Vidal a ciccare il rinvio di una innocua palla davanti ad uno stupito Buffon. Dov’erano i difensori? Tanto più che non si è trattato di un tiro improvviso ma di un calcio d’angolo, battuto magistralmente da Totti, con la palla finita sui piedi di un De Rossi lasciato completamente incustodito. Persino inutile aggiungere che il duplice errore ha portato i giallorossi in vantaggio.



La sagra degli errori è continuata per tutto il primo tempo, soprattutto da parte della Juve: Pepe, che ormai deve sentirsi un grande campione, giocava a tutto campo, tornante, centrocampista, centravanti, con tanta confusione e mai passando una palla a Matri, vero finalizzatore della squadra bianconera, al quale neppure dagli altri compagni è arrivato un passaggio degno di questo nome. Nel secondo tempo, persino il goal del pareggio juventino è nato da un errore di un Estigarribia, a volte pregevole ma talora imbarazzante [da Conte schierato titolare al posto di una punta che avrebbe messo Matri in condizione di giocare come sa fare], che “ciabattava” una palla per il colpo di testa vincente di Chiellini. Gli errori si susseguivano poi con i tanti passaggi sbagliati, dall’una e dall’altra parte, e raggiungevano l’apice con il rigore tirato dal capitano giallorosso tra le braccia di Buffon, un grande campione, ma certamente non avvezzo a parare i rigori, tant’è che l’ultima volta che aveva respinto un tiro dal dischetto risale al 2002.



La partita è stata interessante per non più di un quarto d’ora, proprio dopo il rigore sbagliato dalla Roma, quando le due squadre sul punteggio di parità sembravano a tutti i costi cercare la vittoria. E, per la verità, se c’era una squadra che ieri sera meritava la vittoria, questa era la Roma. Come sempre inconcludente in attacco, con un Borriello entrato negli ultimi cinque minuti e solo perché Bojan era squalificato, ma apparsa per la prima volta ben registrata in difesa, non si sa se per merito di un grande De Rossi, schierato nel ruolo inedito di centrale di difesa, o per la quasi inesistenza dell’attacco juventino, fattasi totale allorché Conte ha sostituito Matri con uno spento Quagliarella che, per ritrovare la forma, ha forse bisogno di giocare di più e che dunque va girato in prestito a Gennaio. Convincente la Roma anche nei contrasti di centrocampo, forse per la cattiva serata in cui sono incorsi Pirlo, talora stucchevole e lento, Vidal con la sua peggiore partita in maglia bianconera e persino Marchisio che, dopo i tanti goal e le eccellenti prestazioni, ieri sera è parso evanescente.



Quali conclusioni si possono trarre da questa classica del campionato italiano? Luis Enrique merita di continuare e la sfida della settimana prossima in casa del Napoli sarà un ottimo banco di prova per lui e per la squadra. Alla Juve va detto che, se davvero quest’anno vuol puntare allo scudetto, deve almeno acquistare al più presto, non tanto un centrale difensivo come si dice da più parti, quanto un terzino sinistro capace di difendere e di offendere, riportando Chiellini al suo ruolo naturale. Per la verità, questa Juve avrebbe bisogno anche di un grande attaccante, da affiancare a Matri [liberandosi delle tante punte che tiene inutilmente in tribuna] e forse di un centrocampista centrale in grado all’occorrenza di non far rimpiangere i tre titolari. A Conte, che ha già fatto molto con una squadra che per 8/11 è quella dello scorso anno, va detto soltanto di non intestardirsi su certe scelte: quella per esempio non del tutto comprensibile di “tagliare” un giocatore come Krasic, migliore in campo nello scorso campionato, benché Del Neri gli facesse fare il terzino, e quella di escludere sistematicamente un campione come Del Piero. L’impressione è che la Juve, nonostante la forza fisica mostrata anche ieri sera, stia lentamente esaurendo lucidità e fantasia, e quando questo accade [se ne avvertono i sintomi già da qualche partita] si rivede purtroppo la squadra sin troppo “operaia” degli ultimi campionati. Sarebbe un peccato, perché mai come quest’anno, per i meriti dei suoi dirigenti e soprattutto del suo nuovo allenatore, la Juve ha la possibilità di tornare tra le grandi del calcio europeo.



Sergio Magaldi

domenica 11 dicembre 2011

IL GOVERNO MONTI E LA CASTA DELLE CASTE



Il colubro, l'innocuo serpente del caduceo di Esculapio,

il suo occhio indaga e rivela le cose nascoste.


Dopo aver individuato l’estrema debolezza del recente decreto governativo “Salva Italia”, nella spirale recessiva che si scatenerà nel paese e nella rivolta sociale che probabilmente ne deriverà - una manovra che piace all’Europa che conta, meno ai mercati, che non gradiscono investire in titoli pubblici di paesi in recessione - occorre fare qualche ulteriore riflessione.

Il presidente Monti “ha preso” lì dove era facile prendere, senza soluzione di continuità rispetto ai governi che lo hanno preceduto, sia di centro-destra, sia di centro-sinistra. Perché? L’uomo non ha “fantasia”? Condivide la logica classista di coloro che lo hanno preceduto? Era nell’impossibilità di fare altro, prigioniero com’è della “grande coalizione”? La risposta è forse impossibile. E porsi simili interrogativi é addirittura inutile, dal momento che il governo Monti ha mantenuto saldamente la consueta tendenza di far pagare i poveri per salvare i ricchi, senza intervenire sull’aliquota Irpef dei redditi più alti per alleggerire quella dei redditi medio-bassi. Conti alla mano, facendo addirittura il contrario.

Sembra perfino anacronistico, in questo discorso, usare categorie ottocentesche, come “poveri” e “ricchi”. Ma tant’è, se è vero che nel nostro Paese il 10% della popolazione controlla oltre la metà della ricchezza nazionale e se quella che un tempo le tante “vestali” della sinistra già lamentavano come una “forbice salariale” sin troppo larga, negli ultimi anni si è andata ulteriormente allargando come in nessun altro paese d’Europa.

Un inciso: di recente è stato istruttivo “scoprire” cosa lo stato italiano, che spende oltre 30 miliardi di euro all’anno solo per la politica e centinaia di milioni per le liquidazioni dei propri “boiardi”, intenda per reddito medio-basso. A giudicare dalle accalorate dispute di oggi sulla indicizzazione delle pensioni, si può scommettere che un reddito basso è quello sotto i 936 euro al mese e uno medio quello sotto i 1400 [lordi!!!]. Sembra incredibile ma è così e persino partiti e sindacati legittimano queste cifre. In quale paese vivono le classi dirigenti? Non si sono accorti che gli italiani, soprattutto a reddito fisso, che sono la maggior parte, ricevono ancora le “vecchie lire”, ma sono costretti a pagare in euro?

Immaginiamo, tuttavia, per un attimo che il governo Monti avesse preso misure per ridistribuire il reddito, diminuendo l’aliquota Irpef per i redditi medio-bassi e alzandola per quelli più alti. Nessuno pretende che il presidente Monti abbia la vocazione di un Robin Hood, né gli si chiede di “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, ma certo, mai come questa volta, c’era l’opportunità per inaugurare in Italia una politica di maggiore giustizia sociale. Quando i politici torneranno a gestire il potere in prima persona, niente sarà più possibile. Sento a questo punto levarsi la madre di tutte le obiezioni: la fascia dei redditi più alti, così incredibilmente ristretta in percentuale, non è in grado di assicurare, attraverso le tasse, un gettito per le casse dello stato, pari a quello fornito dalle fasce di reddito inferiore. Perfetto. A giudicare dal prelievo fiscale ciò è abbastanza vero. Come è vero che, stando ai redditi dichiarati, gli italiani siano un popolo di poveracci! Eppure, c’è chi a buon diritto, per essere il beneficiario di larghe fette di consumo, sostiene il contrario: “Gli italiani, nella media, sono benestanti e semmai è lo stato ad essere povero”. A parte il fatto che desta sorpresa che a fare tali dichiarazioni siano politici che hanno governato il Paese e che avrebbero dovuto avvertire l’esigenza di porre riparo alla contraddizione, resta da chiedersi come mai sia potuto accadere che lo stato sia sempre più povero e una parte dei cittadini sempre più ricca. Di sicuro, c’entrano gli sprechi, facilmente misurabili al confronto con gli altri paesi europei. E non solo, perché il ceto politico più illuminato scopre all’improvviso che il fenomeno dipende anche dall’evasione fiscale, solo nel Sud d’Italia condivisa dal 65% della popolazione [Dato ufficiale. Resta il mistero di come una volta accertata l’entità dell’evasione, non sia possibile combatterla efficacemente]. Eppure, ogni governo italiano ha sempre dichiarato il fermo proposito di combattere l’evasione, ma come osservava acutamente qualche giorno fa, in un talk-show, il sindaco di Verona, non viene adottata l’unica misura in grado di combatterla davvero, come per esempio negli Stati Uniti e in Germania: se ogni cittadino potesse dedurre la maggior parte delle spese, l’evasione parziale, più grave forse di quella totale, finirebbe con l’emergere, grazie ai facili “controlli incrociati”. Perché questo è un Paese dove l’evasione fiscale è capillare, un vero e proprio sport nazionale in cui si cimentano, in gran parte, i professionisti delle arti e dei mestieri e non solo.

Tutto ciò premesso, lo scenario di un Monti che alza le aliquote dei redditi più alti per diminuire quelle dei redditi più bassi e accompagna la misura con controlli realistici, e non con quelli cervellotici e scarsamente interessati che si appresterebbero a fare le banche, sarebbe oggettivamente possibile? Credo proprio di no e questo senza entrare nel merito delle inclinazioni e della volontà dell’uomo Monti, come dicevo prima. Proposte simili non avrebbero la fiducia di questo parlamento, formato in buona parte, oltre che da funzionari di partito e poco altro, dalla casta delle cosiddette libere professioni che mai accetterebbe di vedere controllate le proprie finanze, tant’è che per lo più, una volta eletti in parlamento, i suoi membri non chiudono gli “Studi”, ma vi lasciano fedeli sostituti che, per la nuova posizione assunta dal titolare temporaneamente assente, avranno il merito di moltiplicare le entrate.

Ne volete una prova? Nel decreto, il Presidente Monti aveva timidamente introdotto un comma che fissava al 31 Dicembre, dopo le opportune valutazioni, la data per adeguare la retribuzione dei parlamentari italiani a quello medio dei sei paesi europei con gli stipendi più alti per i cosiddetti rappresentanti del popolo. Di una riduzione, dunque si tratta, giacché attualmente l’Italia non è solo il paese europeo con il maggior numero di parlamentari, ma anche quello che li paga di più. Quale è stata la reazione della casta delle caste, quella sempre più ineffabile della politica, quando ha scoperto che nel decreto del governo Monti, sotto un piccolo comma si annidava l’occhio lungimirante della serpe? Tutti i parlamentari e i partiti di cui fanno parte, pare con l’eccezione dell’Italia dei valori [IDV], hanno gridato allo scandalo, ritenendo che ogni misura che riguardi i parlamentari, secondo una logica corporativa impossibile da sconfiggere nel nostro Paese, debba essere di competenza esclusiva del parlamento. Con ciò, il presidente Monti è avvertito di togliere al più presto la “serpe” dal decreto “Salva Italia”. Quasi mi verrebbe voglia di auspicare, nonostante la convinzione che si tratti di un provvedimento recessivo e poco equo, che Monti abbia il coraggio e l’autorevolezza di chiedere in parlamento la fiducia sul decreto così com’è.


sergio magaldi

mercoledì 7 dicembre 2011

DOPO LA STANGATA: RECESSIONE E...SECESSIONE?




LA MONETA UNICA E LE VECCHIE MONETE





Tutto è andato come avevo anticipato Domenica su questo blog [cfr. Aspettanto la stangata]. Anzi peggio. Nel decreto del governo Monti, già controfirmato dal Presidente della Repubblica, non c’è traccia del taglio dei costi della politica. Perché - si dice - questo dipende dalla Politica! [si badi bene: per antica consuetudine non per legge].

Non c’è la proposta di un serio accertamento per far pagare le tasse, non tanto a coloro che risultano sconosciuti al Fisco e che tali resteranno forse per sempre, ma agli appartenenti alle corporazioni che da sempre in Italia occultano almeno i 2/3 dei propri guadagni: professionisti ai quali spesso ci rivolgiamo e che ci lasciano scegliere se volere la fattura o farne a meno in cambio di qualche euro di sconto; negozianti e affini con i quali abbiamo a che fare ogni giorno, e quanti vengono talora in casa a riparare l’impianto idraulico, quello elettrico o la TV, a tinteggiare pareti o a costruire un armadio a muro: questi ultimi non ci chiedono neppure se la vogliamo la fattura, e se gliela domandiamo, quando avremo ancora bisogno di loro, state pur certi che non si faranno più vedere. E dire che l’on. Enrico Letta, autorevole esponente del Partito Democratico, nelle sue frequenti incursioni a “Porta a Porta” e non solo, aveva lasciato intendere che il governo Monti, nella sua sete di equità, avrebbe inaugurato la politica degli “incroci”, consentendo ai cittadini di dedurre dalle spese tutte le fatture o quasi tutte, così da far emergere i guadagni in nero della casta delle professioni e dei mestieri. L’on. Letta deve aver dimenticato di parlare con Monti, e forse col suo stesso partito, di quella che evidentemente era solo una sua, peraltro pregevole, idea.


Nel decreto “Salva Italia” non è previsto un tetto massimo per le pensioni e neppure per le liquidazioni in milioni di euro di tanti dirigenti. Non sono previste tassazioni sui patrimoni complessivi superiori al milione e mezzo o ai due milioni e, contrariamente a quello si mormorava, non c’è neppure l’aumento delle aliquote Irpef per i redditi superiori ai 75.000 Euro, misura che per quanto poco gradevole, avrebbe potuto consentire l’abbattimento di almeno un punto sull’aliquota dei redditi più bassi o quantomeno consentire l’indicizzazione delle pensioni almeno sino a 3000 Euro mensili [Di questi tempi, non certo pensioni d’oro, come persino Eugenio Scalfari ha osservato lo scorso Lunedì, intervenendo all’Infedele di Gad Lerner]. E di questo mancato intervento sull’Irpef il presidente Monti si è fatto un vanto ieri sera, nel salotto buono di Bruno Vespa, di fronte a milioni di telespettatori. Questa vicenda me ne ha ricordata una simile svoltasi la scorsa estate. Ricordate quando si parlava di aumentare le aliquote Irpef dei redditi sopra i 100.000 Euro? Poi con un ripensamento solo quelli dai 200.000 in su? Ricordate come poi non se ne facesse più niente? A distanza di pochi mesi si è verificata la stessa cosa: prima s’è parlato di aumenti per le aliquote dei redditi superiori ai 55.000 Euro l’anno, poi solo per quelli oltre i 75.000. Infine, tutto è rimasto come prima.


Dove, allora “SuperMario” [da non confondere con il calciatore Mario Balotelli] ha trovato i mezzi per “salvare” il “treno Italia dal sicuro deragliamento”, secondo le sue stesse parole? Naturalmente dalle pensioni, con la scure che si abbatte così pesantemente tanto da far piangere in diretta TV il nuovo ministro del Lavoro, la garbata e sinceramente commossa prof.ssa Elsa Fornero. Devo essere serio, la misura per quanto appaia impopolare e dettata da eccessivo rigore, ci può anche stare, con l’introduzione per tutti del metodo contributivo, lo slittamento delle pensioni di anzianità, l’età pensionabile delle donne protratta sin d’ora a 62 anni per raggiungere gradualmente, nel 2018, i 67 anni, come per gli uomini. Ci può stare dicevo, anche se è una misura dolorosa e all’apparenza iniqua, perché fa pagare a chi è già in procinto di lasciare il lavoro colpe non proprie. Serve tuttavia per allinearci agli altri paesi europei, ridurre la spesa degli enti previdenziali, riparare gli errori del passato. Ma la cosa che suscita scandalo e vergogna, tanto da provocare le lacrime del neoministro, è che è stata tolta l’indicizzazione delle pensioni dai 936 Euro mensili in su, con l’aggiunta che l’adeguamento parziale all’aumento del costo della vita per le pensioni sino a 935 Euro è reso possibile grazie al prelievo aggiuntivo di un punto e mezzo sui cosiddetti capitali scudati, quei capitali che erano stati fatti rientrare in Italia nell’anonimato e senza penale, versando il 5% del loro ammontare. Prelievo aggiuntivo che non sarà facile esigere, perché fioccheranno i ricorsi di chi si sente forte per aver già firmato un patto con lo stato. Sulla questione dell’indicizzazione e interrompendo il gelido e catastrofico monologo del presidente Monti, l’ineffabile Bruno Vespa ha intrattenuto le platee televisive, raccontando di un amico tedesco che gli ricordava come in Germania non fossero previsti adeguamenti automatici delle pensioni, ma solo un aumento direttamente proporzionale alla crescita del Paese. Benissimo, perché l’inossidabile partner di ogni governo italiano non ha ricordato che le pensioni minime in Germania sono almeno il doppio o il triplo di quelle italiane?


Dove, oltre alle pensioni dei poveri, s’è esercitata maggiormente la fantasia di SuperMario, per “salvare” l’Italia? Naturalmente sulla casa. Con tasse a raffica che sembrano quasi passare inosservate ai partiti, ai sindacati, ai tanti giornalisti che intervengono nei talk-show e di cui gli inermi telespettatori si accorgeranno solo in futuro. Viene introdotta di nuovo l’aliquota sulla prima casa, e questo lo si sapeva, ma questa d'ora in avanti inciderà sull’estimo catastale rivalutato, udite, udite, non già del 30%, come si pensava, bensì del doppio: il 60%. C'è solo da augurarsi che, per quanto riguarda l'Irpef, continui almeno la deducibiltà della rendita catastale sulla prima casa, altrimenti la nuova tassa andrebbe ad aggiungersi al reddito di lavoro, componendo un assai più oneroso imponibile sul quale calcolare l’Irpef. Non parliamo poi della seconda casa. L’aumento sale dello 07,60 ma i comuni possono aumentarla ancora di 3 punti. Vale la pena di aggiungere, anche perché non l'ha detto ancora nessuno, che in questo caso la misura [quasi il doppio dell’ICI che si pagava sino ad ora] graverà pesantemente anche sull'Irpef e, naturalmente, in misura doppia [anno in corso e anticipo del 95% per l’anno successivo]. Le aliquote ICI inoltre salgono ancora in misura progressiva per ogni ulteriore casa che si possieda e sempre incidendo sul calcolo dell'Irpef. Ecco la vera manovra! E come già dicevo Domenica scorsa, molti italiani saranno costretti a svendere le proprie case a chi può vantare ingenti profitti in nero o lauti stipendi a carico dello stato e/o delle sue molteplici e costosissime diramazioni [Aziende pubbliche e/o semi-pubbliche, RAI, ecc…]. Al danno forse irreparabile, il governo Monti aggiunge anche la beffa: la polvere gettata negli occhi dei cittadini, con quel ridicolo prelievo che non vale più di 400 milioni [a fronte dei 30 miliardi di Euro estorti ai poveri e alla piccola e media borghesia] sulle barche, le auto di grossa cilindrata, gli aerei [!] con cui finge di voler colpire i ricchi. E intanto già da domani, come primo regalo di Natale, il governo Monti aumenterà la benzina per tutti.


Chi, oltre allo stato, beneficerà di questa manovra lacrime e sangue [ma non per tutti!]? Di sicuro le banche [esonerate dagli aumenti dell’ICI e con i vantaggi che derivano dalla quasi soppressione del contante, dalla conseguente moltiplicazione delle carte di credito e dai risparmi ricavati dalla circolazione elettronica del denaro] e parzialmente le imprese, che dovrebbero essere incentivate a nuovi investimenti e nuove assunzioni: le cosiddette misure per la crescita. Ma ammesso, e assolutamente non concesso, che queste siano misure adeguate allo sviluppo, a che servirà crescere se diminuirà il numero dei consumatori con una recessione di proporzioni incalcolabili, anche per effetto di ulteriori due punti di aumento dell'IVA a metà del 2012, e quale effetto benefico potranno avere sull'occupazione tali manovre se l’aumento dell’età pensionabile “congelerà” tanti posti di lavoro?


Dicevo Domenica che l’unica equità che il governo Monti avrebbe adottato sarebbe stata quella di dare un colpo al cerchio e uno alla botte [PD e PDL] . Mi sbagliavo, perché il Partito Democratico esce con le ossa rotte dal decreto “salva Italia”. Encomiabile persino il comportamento del centro-sinistra se davvero con questo decreto si riuscisse a “salvare” l’Italia. Encomiabile davvero l’entusiasmo con cui i militanti del PD guardano il governo Monti, come si evince dai sondaggi che circolavano ieri, di gente che non ha ancora compreso l’entità della manovra che finirà per schiacciarli. O forse ha compreso, ma è disposta a sopportare tutto, paga di essere riuscita finalmente a scacciare l’odiato Berlusconi. Per uno strano paradosso, minore è l’entusiasmo del tradizionale elettorato di centro-destra per SuperMario, forse perché s’è già fatto un po’ di conti. Eppure il PDL esce bene, nel complesso, dalla manovra e si dice che otterrà ancora una volta [unitamente alla Rai] il regalo delle frequenze televisive per Mediaset, per un valore commerciale stimato in 16 miliardi, ciòè più del 50% del valore dell’intera manovra governativa. E inoltre i dirigenti del PDL già intravedono all’orizzonte l’ennesima sconfitta del Partito Democratico alle prossime elezioni politiche, magari alleandosi con l’UDC, e fidando nel malcontento che inevitabilmente si riverserà sul Partito Democratico quando gran parte del suo elettorato si accorgerà della vera portata di queste misure di “salvezza” approntate dal governo Monti.


Non per fare “catastrofismo”, ma ognuno vede che con queste manovre l’Italia non sarà “salvata” ma condotta alla più nera recessione e c’è persino da temere che la secessione minacciata dalla Lega Nord non sia più soltanto una trovata folcloristica e propagandistica. Eppure c’è già chi si consola, osservando come lo spread sui BPT decennali sia sceso ieri sino a 368 punti per merito delle misure adottate dal governo Monti. Non si è accorto che nelle stesse ore si sono ridotti gli spread di tutti gli altri paesi, quello della Spagna a 286 da oltre i 400 dei giorni scorsi, quello della Francia passato da 150 a 91. Si è trattato dunque di una particolare e fortuita congiuntura, tant’è che lo spread sui BPT biennali è cresciuto già ieri sino a 535 punti, che oggi l’indice di Borsa ha perso un punto e mezzo e che anche lo spread sui BPT decennali è tornato a salire. La verità è che il Mercato non si fida di tante tasse e dei pochi tagli apportati alla spesa corrente, sicuri indici di recessione e di possibilità di crescita del tutto inesistenti.


sergio magaldi































































FULVIO GIANNETTI, LETTERA PER UN AMICO CRISTIANO, Sovera Edizioni, Roma 2011









Con la prefazione di Deborah Fait, corrispondente da Israele, e l’introduzione di Salvatore Merra, esce questa Lettera per un amico cristiano di Fulvio Giannetti, nella quale l’autore si rivolge ad un ipotetico amico cristiano, immaginando che, a prescindere dalla propria fede, egli si riconosca, come ogni ebreo, cristiano, musulmano o di qualsiasi altra religione, nel comune valore delle “sette leggi universali”.

Nei sei precetti negativi [1. Non rubare. 2. Non uccidere. 3. Non commettere incesti né accoppiamenti bestiali. 4. Non smembrare un animale vivo. 5. Non commettere atti di idolatria. 6. Non bestemmiare] e nell’unico precetto positivo [7.Dovere di istituire tribunali di giustizia], di cui si compone il biblico patto noachide, si intravedono, infatti, i principi del moderno giusnaturalismo, fondamento del liberalismo e della democrazia. Se si prescinde dal loro riferimento mitopoietico e teologico, e si guarda unicamente alla sostanza, ci si accorge che i precetti noachidi, contenuti nel Talmud, sono innanzi tutto norme di diritto naturale condivisibili da tutte le fedi religiose semplicemente perché non hanno in se stesse nulla di religioso e persino quel riferirsi al divieto di bestemmia e di idolatria, lungi dal rappresentare una qualche forma di “costrizione” teologica esprimono piuttosto il principio della tolleranza religiosa e l’invito alla ragione umana di non abbassarsi ad adorare feticci.

Proprio come i principi del diritto naturale, i sette principi noachidi si caratterizzano, per così dire, per la loro elasticità e quindi per la loro capacità di evolversi e al tempo stesso restare immutabili, come già ricordava l’ebreo Benamozeg al cattolico e discepolo Pallière. Così, per esempio, dal divieto di uccidere discende il precetto positivo di salvare una, cento, mille vite, come fecero coloro che, a buon diritto, nel triste e funesto tempo dell’olocausto, furono detti giusti tra le nazioni.

L’intento della Lettera si può riassumere in tre motivazioni. Per un verso Fulvio Giannetti cerca di abbattere un pregiudizio che da oltre duemila anni si annida nelle coscienze dei cristiani: la convinzione che gli ebrei siano stati i principali, se non gli unici responsabili della passione e della morte di Gesù Cristo. Per altro verso egli cerca di dimostrare, in ciò confortato dalle vicende storiche che precedettero lo sterminio nazista, che fu proprio l’ingiustificata accusa di deicidio a provocare l’odio antisemita che nei secoli si diffuse nell’Europa cristiana e conobbe il suo apice con il massacro di sei milioni di ebrei. Infine, l’autore si dice convinto che proprio da quell’antico pregiudizio – più difficile da rompere di quanto non lo sia un atomo, secondo una citazione di Einstein – discenda l’attuale antisionismo con cui si cerca oggi di abbattere lo stato di Israele.

Quali argomenti utilizza Giannetti per dimostrare l’infondatezza dell’accusa di deicidio? Innanzi tutto -egli dice- la narrazione evangelica si dimostra lacunosa e si basa su testimonianze di seconda e terza mano. Ma, non voglio togliere al lettore il piacere di una “scoperta” che lo porterà, passo dopo passo, a comprendere le ragioni che condussero il crudele Ponzio Pilato e non il Sinedrio a commettere il delitto [Lui era ebreo, uno di noi! Osserva ripetutamente Giannetti] e i motivi per i quali si diffuse nelle nascenti comunità cristiane la leggenda dell’uccisione di Cristo da parte degli ebrei.

sergio magaldi


Fulvio Giannetti, Lettera per un amico cristiano, Sovera Edizioni, Roma 2011, Euro 7.50

I libro si può ordinare su http://www.ibs.it/ A Roma è possibile acquistarlo, tra l'altro, presso "la Feltrinelli" di Via Appia Nuova 167 o presso "la Feltrinelli" di Viale Libia 186.

martedì 6 dicembre 2011

MIDNIGHT IN PARIS, film di WOODY ALLEN, 2011

















MIDNIGHT IN PARIS, Woody Allen, 2011, 94 minuti





Woody Allen non si discute. I suoi film sono sempre piacevoli e quando hai trascorso un’ora e mezza in compagnia dei suoi personaggi [l’unità di misura temporale delle sue opere, tranne qualche rara eccezione, come Match Point che dura 124 minuti], vorresti continuare ad intrattenerti con loro. Tuttavia, dopo questo Midnight in Paris si ha sempre più l’impressione che il grande regista si muova più a suo agio nella Manhattan di sempre e più in generale nell’habitat anglo- americano di cui conosce pregi e difetti, piuttosto che nella complessa e articolata realtà del continente europeo di lingua e cultura latina. Non è un caso infatti che egli realizzi quattro film in Inghilterra, tra cui Match Point, il suo miglior film degli ultimi anni, mentre dedichi per così dire un’opera soltanto alla Spagna, con Vichy Cristina Barcellona [2008], una alla Francia con questo Midnight in Paris [2011], una all’Italia, in programmazione nel 2012.



Già il Woody Allen “spagnolo” dava l’impressione di voler mettere da parte se stesso, in parte rinunciando alle sue più recenti e intriganti incursioni sui temi del fato, dell’amore, della fortuna e del caso, e alle tante perle di saggezza disseminate nei dialoghi della sceneggiatura, per dare piuttosto spazio e voce agli stereotipi che un vasto pubblico è in grado di riconoscere immediatamente e di apprezzare, pagando volentieri il proprio tributo di denaro e di stima a un grande maestro del cinema. Cosa ci si aspetta di vedere della Spagna, nella coscienza collettiva? Il fascino del macho, la passione fatale che sa di amore e di sangue e poi, naturalmente, l’arte e la poesia. Ingredienti che da soli non fanno un film ma che, affidati alle mani e alle possibilità di un regista di fama planetaria, con attori che non potrebbero essere più bravi e adatti al ruolo che rappresentano, certamente ne determinano il successo.



Più o meno la stessa cosa accade con Midnight in Paris. Si comincia con alcuni minuti di reverente ossequio alla bellezza di Parigi: con “cartoline” di strade, piazze e monumenti della città che lo spettatore ha sempre il piacere di “rivedere”. Un dialogo improvviso ci sospinge nella trama [con uno stile che ricorda altri film di Allen]: una coppia di giovani americani arriva a Parigi insieme agli inquietanti e ultra-conservatori genitori di lei. I due sono in procinto di sposarsi e molto ricordano i fidanzati americani che si ritrovano a Barcellona. Lì, era lei a perdere la bussola, a lasciarsi andare per ascoltare il richiamo del desiderio e del cuore, mettendo temporaneamente da parte le regole dei “benpensanti”. Qui, accade esattamente il contrario. Gil [Owen Wilson] è uno sceneggiatore di successo di Hollywood che anela diventare un vero scrittore. Dove potrebbe se non a Parigi? Parla e si muove proprio come il giovane Woody Allen protagonista dei propri film. Bravura sia del regista che dell’attore? Inez [Rachel McAdams] è quella che oggi si direbbe una donna pratica e concreta: lo lascia fare ritenendo che il fidanzato sia in cerca solo di fugaci evasioni. E d’altronde, lei non disdegna le proprie: turismo erudito, divertimento a base di cene e festini convenzionali, un’avventura banale, tutto nello spirito di una giovane americana di buona famiglia in viaggio di piacere nella “capitale” del vecchio continente. Non cessa tuttavia di mostrare una certa insofferenza nei confronti del fidanzato, cui si concede raramente, e del quale non è in grado di comprendere né la natura romantica né il bisogno d’assoluto. Per strana e paradossale coincidenza [ma è davvero tale o non si tratta piuttosto di genialità del regista?] questa Rachel McAdams, nel fisico, nei movimenti e nello sguardo ricorda insieme, appena un po’ più superficiali, Cristina e Vichy, cioè Scarlet Johansson e Rebecca Hall, le protagoniste del film spagnolo.



Il sogno di Gil non è solo quello di diventare un grande scrittore. La trama del romanzo che sta portando a termine rivela la grande ammirazione che egli nutre per la Parigi degli anni Venti. Non poteva che essere così: è la realtà parigina che Woody Allen conosce meglio, quando una folla di intellettuali americani, con Ernest Hemingway, Scott e Zelda Fitzgerald e tanti altri, si stabilirono più o meno temporaneamente nella città francese, subito dopo la prima guerra mondiale, dandosi convegno insieme ad artisti europei, come Pablo Ricasso, nel salotto di Rue de Fleurus numero 27 di Gertrude Stein, un’altra famosa americana che si era trasferita a Parigi sin dal 1902. Ed è proprio in questo passato esaltante che Gil incontra l’amore, quello vero, non quello “finto”, sgarbato e insofferente che gli offre la fidanzata americana. La donna del sogno è Adriana [Marion Cotillard], già amante di Pablo Picasso e di Ernest Hemingway, sul cui volto “francese” si coglie tanta spiritualità [merito ancora una volta delle scelte del regista] ma che, proprio come Gil, coltiva una passione per il passato: la Parigi di fine Ottocento, quella della Belle époque, quando carrozze e cavalli si aggiravano per le strade e nei teatri si ballava al suono del French Cancan, un quadretto che gli internauti troveranno in un raro filmato che gira on line!



La reiterata nostalgia del passato consente di annunciare l’ovvia filosofia del film: “Che nessuno è felice dove si trova” [la battuta che lo scrittore Antoine de Saint Exupery fa dire ad uno dei suoi personaggi], ma che dobbiamo sforzarci di trovare la felicità lì dove siamo, e la “chiave” di questa ricerca è l’amore. Proprio come accadrà a Gil nel finale del film allorché incontra la giovanissima Gabrielle [Léa Seydoux] - un altro volto “francese” che nel fisico ricorda insieme sia Adriana che Inez - e sotto la pioggia s’incammina con lei mano nella mano lungo i ponti di Parigi, consapevole di una considerazione meno ovvia e cioè che “solo l’amore può far scordare la paura della morte”. Scena che più romantica non si può e che insieme a tutto il resto [compresa la presenza di Carla Bruni, moglie del presidente francese, nel ruolo di guida del museo] e alle note finali del Can-Can completano il “medaglione” con cui il famosissimo regista ebreo-americano ha inteso rendere omaggio a Parigi e alla Francia.



Gli stereotipi non mancano, come pure i luoghi comuni. Ma Woody Allen sa bene cosa il grosso pubblico - quello che decreta il successo economico di un film - vuole. In un linguaggio semplice, con ammiccamenti e satira sottile, con raffinatezza e genialità egli ci conduce per mano a vedere quello che vogliamo vedere perché lo conosciamo e non ci spaventa.


Sergio Magaldi







domenica 4 dicembre 2011

ASPETTANDO LA STANGATA DEL GOVERNO MONTI






Alla vigilia della stangata annunciata, credo sia doveroso fare alcune riflessioni, anche perché da giorni i media non fanno che anticipare le misure che saranno adottate e proposte al parlamento dal governo Monti. Nelle ultime ore con buona credibilità, perché nel frattempo sono intervenute le consultazioni con partiti e sindacati o meglio le “parti sociali” hanno avuto modo di ascoltare sulla questione il presidente del consiglio dei ministri. Si parla di ripristino dell’ICI sulla prima casa, aumento dell’ICI sulla seconda casa, aumento del 30% delle rendite catastali, aumento di un paio di punti sull’IRPEF dei redditi superiori ai 75.000 Euro lordi, aumento dell’IVA di uno o due punti, tassa sulle imbarcazioni e i generi di lusso, riforma delle pensioni con il metodo contributivo per tutti, l’anticipo dell’abolizione delle pensioni di anzianità, il posticipo dell’età pensionabile per le donne, il blocco dell’adeguamento al costo della vita anche delle pensioni più basse, nuove norme per modificare l’allegro vitalizio dei parlamentari, diminuzione delle tasse sulle imprese per favorire la cosiddetta crescita. E forse altro ancora, come il tetto massimo dei pagamenti in contanti. Se di tutto questo si tratta, si comprende bene lo stupore persino della Merkel. Quel che meno si comprende è se queste misure siano state declinate all’insegna del rigore e dell’equità come era stato precipitosamente annunciato.

A me pare si tratti di misure per la maggior parte recessive che colpiscono innanzi tutto la piccola e media borghesia, riducendone di colpo i consumi e che nel fatto finiscono per vanificare anche l’eventuale e improbabile “crescita”. Provvedimenti nella sostanza contraddittori dunque, e che di equo hanno soltanto l’obiettivo di non dispiacere molto al PD: si abbattono con violenza sul patrimonio immobiliare degli italiani, molti dei quali saranno costretti per pagare le nuove tasse a svendere le proprie case [provate a sommare gli aumenti dell’ICI al contemporaneo aumento di un terzo delle attuali rendite catastali!], aumentano l’IRPEF per i redditi più alti, senza diminuirlo per i più bassi. Tassare la Casa e aumentare l’IRPEF: le misure da sempre adottate dalle sinistre in epoca di crisi vera o presunta, manca solo il prelievo sui conti correnti su cui in passato si esercitò con maestria il ministro Amato. Nello stesso tempo, tuttavia, al PDL si offrono alcuni contentini: non ci sono patrimoniali sui beni superiori al milione e mezzo [come si ventilava] e si attaccano le pensioni [questa volta dispiacendo al PD e al sindacato] secondo un’ottica che il precedente governo di centro-destra [con l’eccezione della Lega] avrebbe volentieri portato avanti se ne avesse avuto la possibilità e la forza. Non s’introduce però un tetto massimo sulle pensioni e qui di nuovo a non dispiacersi troppo è il PDL. Con un colpo al cerchio e uno alla botte, chiamato equità, il governo Monti spera così di portare a casa l’intero pacchetto di provvedimenti, dando per scontate le reciproche lamentele d’ufficio dei due maggiori partiti italiani.

Mi auguro che le cose stiano diversamente e che i provvedimenti, quando li conosceremo domani, siano altri, ma temo che non sia così. Eppure, continuo ancora a sperare nella saggezza di Monti e del suo governo, specialmente del ministro Passera che sa bene cosa sia la recessione che con questi provvedimenti diverrebbe inesorabilmente stabile. Si dirà, ma quali altre misure si potevano prendere per evitare il fallimento del Paese?

Sulle pensioni, era inevitabile adeguarsi ai maggiori paesi europei, altrimenti ha ragione la Germania quando osserva che è inconcepibile che i cittadini tedeschi vadano in pensione a 67 anni, mentre quelli italiani anche molto prima dei 60. E si poteva introdurre il tetto sulle pensioni massime, già esistente in Europa. Quale equità è quella che stabilisce il blocco delle pensioni più basse e consente pensioni di decine e decine di migliaia di euro, con liquidazioni [come è accaduto in questi giorni] di ben cinque milioni e mezzo a dirigenti a dir poco chiacchierati per il loro comportamento in attività di servizio? Si poteva dimezzare il costo della politica. Si è detto che l’intervento sulla politica è più una misura esemplare che un mezzo realmente efficace di ridurre le spese dello stato. Chi lo dice è in malafede o non conosce la matematica: l’insieme della politica [rimborsi ai partiti, stipendi dei parlamentari, dei consiglieri regionali, provinciali, comunali, dei portaborse, delle istituzioni varie, con l’aggiunta dei vari incredibili privilegi, comprese anche le spese sanitarie totali per i conviventi more uxorio dei parlamentari, misura incredibile fatta approvare a suo tempo dall’onorevole Casini] costa allo Stato circa 30 miliardi di euro all’anno. Quanti lo sanno? Dimezzando la cifra si potrebbe subito contare su una manovra di ben 15 miliardi! E la lotta agli evasori? Si crede davvero che misura in tal senso sia evitare i pagamenti in contanti oltre i cinquecento o i mille euro, che nel migliore dei casi potrebbe solo servire a rallentare il flusso inarrestabile della corruzione? E non si tratta solo di scovare i soggetti sconosciuti al fisco che, con qualche rara eccezione, resteranno sconosciuti. Si tratta piuttosto di colpire coloro che denunciano redditi ridicoli rispetto al loro tenore di vita. Mi riferisco ai membri delle numerose corporazioni presenti in Italia. Non c’è solo la casta della politica. Ci sono le caste dei cosiddetti professionisti: medici, avvocati, notai, commercialisti ma anche gli idraulici, i tecnici specializzati, i negozianti ecc… che denunciano redditi ridicoli perché almeno i 2/3 dei loro guadagni sono in nero. E infine, perché non privatizzare tutte le aziende pubbliche che di continuo necessitano di soldi dello Stato e che tuttavia sono in deficit, pur continuando a pagare stipendi altissimi ai propri dirigenti e laute prebende a consulenti fantasmi?

Solo alcuni esempi che da soli basterebbero a ricavare molto di più delle risorse individuate con la manovra annunciata e che servirebbero anche ad abbassare sia le tasse delle imprese produttive, sia quelle dei lavoratori a più basso reddito, dando alle prime la possibilità di nuovi investimenti, ai secondi di consumare maggiormente evitando così la recessione, il vero spettro che si aggirerà nel nostro paese se davvero saranno quelle di cui si parla le misure adottate dal governo Monti.




Sergio Magaldi

venerdì 25 novembre 2011

ANONYMUS film di ROLAND EMMERICH, 2011











ANONYMUS film di Roland Emmerich, Gran Bretagna- Germania, 2011, 130 minuti









 
Juliet: Wilt thou be gone? it is not yet near day:
It was the nightingale, and not the lark,
That pierced the fearful hollow of thine ear;
Nightly she sings on yon pomegranate-tree:
Believe me, love, it was the nightingale.

Romeo: It was the lark, the herald of the morn,
No nightingale: look, love, what envious streaks
Do lace the severing clouds in yonder east:

Night'scandles are burnt out, and jocund day
Stands tiptoe on the misty mountain tops.
I must be gone and live, or stay and die.
* * *
Giulietta: Già te ne vuoi andare? Il giorno è lontano:
Era dell’usignolo e non dell’allodola,
Il canto risuonato al tuo trepido orecchio;
Canta tutte le notti sopra quell’albero di melograno:
Credimi, amore, era l’usignolo.

Romeo: Era l’allodola, messaggero del mattino,
non l’usignolo: guarda, amore, come invidiose strisce di luce
cingono le nubi che si vanno disperdendo laggiù ad oriente;
I lumi della notte si sono spenti poco a poco, e il dì giocondo
S’affaccia in punta di piedi sulle cime nebbiose dei monti.
Devo andare e vivere, o restare e morire.

Giulietta e Romeo, Atto III - Scena V

 L’autore di questo celebre e altissimo dialogo d’amore come pure del famoso monologo di Amleto, nonché di 37 Opere teatrali [oltre a 154 sonetti] altrettanto note e rappresentate da secoli su tutti i palcoscenici del pianeta non si chiamava Shakespeare [1564-1616]. È la tesi che il regista Roland Emmerich, “maestro” del genere “catastrofico”[Indipendence Day, The Day After Tomorrow ecc.] affronta in Anonymus, riprendendo la “Teoria di Oxford”, sorta attorno al 1920, secondo la quale dietro Shakespeare si sarebbe nascosto in realtà Edward de Vere, 17° conte di Oxford [ nel film interpretato sapientemente da Rhys Ifans], colto nobiluomo della corte della regina Elisabetta [una sempre brava Vanessa Redgrave] e suo probabile amante. La tesi sarà ripresa nel 1937 anche da Freud, che se ne dirà convinto, parlando di Amleto e del complesso edipico[ In proposito, si veda on line la Breve Antologia Dei Testi di S.FREUD SULL’AMLETO DI W. SHAKESPEARE – A cura di Alessandro Alemanni].

 Per la verità, il conte di Oxford non è il solo “indiziato” ad essere il “vero Shakespeare”. Nella storia della critica questo ruolo è stato di volta in volta assegnato al filosofo Francesco Bacone [1561-1626], al grande drammaturgo Christopher Marlowe, che non sarebbe morto nel 1593 ma molto più tardi, essendo sparito di scena per svolgere attività di spionaggio in favore della corona. Tesi alquanto bizzarra e poco credibile. Per continuare con William Stanley e soprattutto con Mary Sidney, sorella di Philip Sidney [l’amico carissimo di Giordano Bruno], scrittrice e poetessa inglese nonché dama di compagnia della regina Elisabetta. E si potrebbe continuare con le “attribuzioni”, se non fosse che la critica più recente sembra orientata nel tornare a considerare Shakespeare come il vero autore delle opere di… Shakespeare. Da che derivarono tante perplessità della critica?

 John Shakespeare, padre di William, era un conciatore di pelli e un guantaio e sebbene raggiungesse il titolo di balivo [sindaco] di Stratford-upon-Avon e per un certo tempo godesse di una discreta condizione economica, non fu in grado di assicurare al figlio che una modesta istruzione nella King’s New School. Dopo nozze “riparatrici” con la contadina Anne Hathaway e il fallimento economico di suo padre, William andò a cercar fortuna a Londra e lavorò come attore in varie compagnie teatrali tra cui quella di Ben Jonson [1572-1637], noto drammaturgo e poeta, figura di primo piano nel teatro elisabettiano.

 Sulla vita di Shakespeare non si possiedono notizie dettagliate, ma ciò che fece riflettere fu la considerazione che, a scrivere 37 opere teatrali di quello spessore, non poteva che essere stato un uomo colto e non un attore girovago di modesta cultura e mezzi ancor più modesti. Come avrebbe reperito altrimenti le tante fonti rintracciabili nella sua opera? E come sarebbe stato in grado di padroneggiarle per scrivere commedie e tragedie di così grande valore? Oltre alle fonti inglesi come Chaucer, Robert Greene, Philip Sidney ecc., si nota la preponderanza dei classici, in specie Plauto, Plutarco e Seneca, e soprattutto degli italiani: Boccaccio, Ariosto, Torquato Tasso, Matteo Bandello, Baldassarre Castiglione Giambattista Giraldi e tanti altri ancora. A tali considerazioni si può opporre come la scuola frequentata dal giovane Shakespeare prevedesse lo studio del latino e dei classici con orari di impegno che andavano dalle 6 della mattina alle 11 e dalle 13 alle 18. E in una mente geniale questo potrebbe anche essere stato sufficiente. Senza contare che alcuni aspetti della sua vita troverebbero spazio nella trasfigurazione scenica: la morte di Ofelia in Amleto somiglia alla morte della giovinetta Katherine Hamlett, annegata accidentalmente nel fiume Avon, e di cui William quindicenne fu addolorato spettatore. E ancora il nome di Hamnet [equivalente di Amleto], dato da Shakespeare al figlio morto prematuramente. E si potrebbe continuare con “prove” a carico e discarico circa l’attribuzione dei suoi scritti. Non è questa la mia intenzione, anche perché per secoli la critica s’è cimentata in proposito, pervenendo a risultati soltanto plausibili.

 Certo, il conte di Oxford, uomo coltissimo ed amante del teatro, appartenente ad una famiglia puritana e d’antica nobiltà, genero di William Cecil, grande consigliere di Elisabetta, che si nasconde prima dietro Ben Jonson [Sebastian Armesto], poi dietro William Shakespeare [Rafe Spall], per veder rappresentate le proprie opere che altrimenti non gli sarebbe possibile, vuoi per il proprio rango, vuoi per la critica sferzante della società di cui fa parte, è tesi affascinante ed è per questo che Roland Emmerich ha deciso di portarla sullo schermo. Romanzata, di sicuro, questa storia, tant’è che Shakespeare viene presentato come un indegno ricattatore, per giunta semi-analfabeta. Ma lo scopo è raggiunto con il fine evidente di partecipare al grosso pubblico un’emozione inquietante insieme ad una tesi abbastanza plausibile.

 Resta ancora da osservare che Edward de Vere muore nel 1604 mentre Shakespeare smette di scrivere nel 1613, tre anni prima della morte, e che negli anni 1604-1613 porta a compimento circa 12 opere, tra cui Otello, Re Lear, Macbeth, La Tempesta ed Enrico VIII. Lasciti del conte di Oxford? È possibile anche se non del tutto convincente.

 Qualcuno ha parlato di “film ingessato”, pesante e con poco ritmo. Non sono di questa idea. I centotrenta minuti in cui si dipana la narrazione scorrono velocemente e più che di una vera e propria ingessatura parlerei al massimo di una sottile imbastitura. La sceneggiatura di John Orloff è pregevole, l’ambientazione e la fotografia all’altezza di altri film del genere, la musica piacevole soprattutto nel finale. Certo, mancano la “leggerezza” e l’amore [qui solo torbide e accennate passioni] che erano stati il pregio di un film come Shakespeare in love, ma nel complesso il lavoro del regista tedesco, merita di essere visto da un pubblico non superficiale.

sergio magaldi