sabato 11 maggio 2019

SOCIALISMO LIBERALE E DEMOCRAZIA, parte III






Testo della relazione presentata al Convegno organizzato il 3 maggio 2019 dal Comune di Milano e dal Movimento Roosevelt:

“Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli e Thomas Sankara e contro la crisi della democrazia in Italia, Europa, Africa e a livello globale”


SEGUE DA:





Già all’esordio come primo ministro, Olof Palme intervenne con efficacia nello sciopero dei cinquemila minatori della regione del Norbotten, che, oltre agli aumenti salariali, chiedevano soprattutto un miglioramento delle condizioni di sicurezza. La soluzione del neo primo ministro svedese fu nel fare approvare un programma di riforme che modificava sensibilmente, a vantaggio dei lavoratori, le norme sul diritto del lavoro. Un anno più tardi, dopo le nuove elezioni che videro una diminuzione dei consensi per la SAP, determinato dall’elettorato di destra del partito, non esitò ad associare nella maggioranza di governo i 17 deputati del partito comunista. Nel 1971 varò una legge a tutela dei lavoratori più anziani e, tra il ’72 e il ’76, nuove leggi furono approvate dal Parlamento su richiesta del suo governo: la rappresentanza dei dipendenti nel consiglio di amministrazione delle aziende, la revisione della normativa sulla sicurezza nel posto di lavoro, la legge contro i licenziamenti arbitrari e sul diritto dei lavoratori al congedo per motivi di studio, la legge sui delegati sindacali e quella che affiancava i lavoratori agli imprenditori nell’organizzazione aziendale.

Contestualmente, in questi stessi anni, Olof Palme indirizzò la sua politica all’ampliamento del welfare, con misure in favore dei pensionati, della salute pubblica e della famiglia, e chiamò a raccolta il partito nella battaglia per la parità dei sessi, che soprattutto andava resa evidente con l’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna, sul mercato del lavoro. La mobilitazione in favore dei diritti delle donne, fu chiaramente da lui sostenuta in un intervento al congresso della Sap del 2 ottobre del 1972:

[…]L’aspirazione all’uguaglianza tra i sessi deve fondarsi sul mondo del lavoro. Dobbiamo rivendicare il diritto delle donne all’occupazione. La società deve essere organizzata sulla base di una divisione del lavoro rispettosa dell’uguaglianza fra uomini e donne. Ciò richiede il potenziamento dell’assistenza all’infanzia, servizi sociali e un maggior peso dello spirito comunitario nell’organizzazione della società. Oggi la società è caratterizzata da valori che sotto molti aspetti discriminano le donne, le ostacolano nel loro processo di liberazione […]”[1]

Nell’ambito della politica internazionale, Olof Palme non si fece scrupolo nel condannare la guerra degli Stati Uniti contro il Vietnam, in particolare dopo il bombardamento americano di Hanoi che egli definì alla radio svedese - attirandosi l’ira del presidente Nixon - come una delle maggiori atrocità della storia. Così come, con altrettanta energia, si sarebbe pronunciato più tardi contro l’apartheid del regime razzista sudafricano di Pieter Botha.

Nel 1982, nel corso di un dibattito televisivo – riprendendo l’azione di capo del governo, interrotta nel 1976, e che concluderà circa quattro anni dopo, nel giorno del suo assassinio – Olof Palme si diceva orgoglioso di essere un socialista democratico: “È con orgoglio e con gioia che sono un socialista democratico […] Lo sono con orgoglio per ciò che questo socialismo democratico ha realizzato nel nostro paese, lo sono con gioia perché so che abbiamo davanti a noi compiti importanti, dopo gli anni di malgoverno borghese”.[2]

Eppure, nonostante questa fiducia nel futuro, in un’intervista di anni prima, egli non aveva mancato di sottolineare, con sorprendente lungimiranza, i pericoli per la democrazia, rappresentati dalla crisi del capitalismo: “Sono dell’opinioneaveva dettoche il capitalismo stia attraversando una sorta di crisi di lunga durata. Se guardiamo a come vanno le cose nei paesi capitalistici, la situazione non appare proprio tanto promettente […] Sono ottimista per quanto riguarda il futuro del socialismo, perché esso si rivelerà necessario. Il rischio tuttavia e che il capitalismo, trovandosi sulla difensiva, diventi duro, brutale e repressivo, finendo così per diventare pericoloso”.[3]

Olof Palme aveva lottato per la completa affermazione dei tre capisaldi della libertà e del socialismo: la democrazia politica  inaugurata in Svezia nel 1918 con il suffragio universale, e da lui ampliata favorendo una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni e nei quadri dirigenziali del partito e del sindacato –, la democrazia sociale – con l’estensione del welfare in ogni campo della vita civile – e la democrazia economica – con le conquiste progressive del movimento operaio sul mercato del lavoro.


Thomas Sankara: le riforme sociali e la lotta contro il neocolonialismo

Nel continente africano, Thomas Sankara non è da meno di Olof Palme e  di Carlo Rosselli, tanto che anche la sua sorte, alla fine, è identica a quella degli altri due. Profondamente diverse erano state però le condizioni di partenza, non solo quelle personali, ma anche e soprattutto quelle territoriali: la nascita in un paese tra i più poveri dell’Africa, l’Alto Volta, colonia francese, indipendente dal 1960, a nord dell’omonimo fiume e ai confini del deserto. Eppure, Sankara, si considerò sempre un privilegiato, prima sopravvivendo alla diffusissima mortalità infantile, poi potendo studiare nelle missioni religiose, infine intraprendendo una carriera militare che lo affrancò dalla miseria e gli consentì di recarsi in Europa per essere addestrato.

Più tardi, come Olof Palme, Sankara si trovò a guidare la politica del suo paese, al quale cambiò il nome in Burkina Faso (Terra degli intrepidi), per meglio segnarne la distanza dal passato coloniale. Il suo mandato di Presidente durò all’incirca quattro anni, come il secondo incarico di governo del primo ministro svedese e, in entrambi i casi, fu l’assassinio politico a causarne la fine: il 28 febbraio del 1986 per Olof Palme e nemmeno un anno dopo, il 15 ottobre del 1987, per Thomas Sankara.

Per comprensibili ragioni ambientali e sociali legate al sottosviluppo, alle malattie endemiche, all’analfabetismo pressoché totale della popolazione, alla presenza di sei milioni di contadini poveri su sette milioni di abitanti e all’indebitamento di epoca coloniale, le riforme del leader africano non rientravano negli schemi classici del socialismo democratico europeo. Nello spirito, si rifacevano a Marx, e alla lotta di classe – nella fattispecie identificata nel conflitto tra sfruttatori e sfruttati – e alle figure leggendarie di combattenti comunisti come Che Guevara; nella sostanza, furono introdotte nel Burkina Faso, nel pieno rispetto della libertà individuali, solo indulgendo al licenziamento di circa diecimila quadri dirigenziali compromessi con il passato regime coloniale.

[S E G U E]

sergio magaldi


[1] Tra utopia e realtà: Olof Palme e il socialismo democratico, antologia di scritti e discorsi a cura di Monica Quirico, Editori Riuniti, University press, novembre 2009, p.115
[2] Op.cit., pp.157-158
[3] Ibid., p.90

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