venerdì 1 luglio 2011

PENSIERO SAPIENZIALE E PENSIERO RELIGIOSO









  Le due tradizioni, la sapienziale e la religiosa sono, quanto ai contenuti, tutt’altro che irriducibili e rigidamente distinte, permane invece tra di loro una sostanziale differenza che si riflette sulla struttura stessa del pensiero, determinandone atteggiamento e modalità sicuramente divergenti. E se ad entrambe queste forme di pensiero è comune la ricerca di una chiave di comprensione della realtà, una necessità logica di ordinare e unificare ciò che è sparso e diviso, il pensiero religioso sembra incline a sviluppare e ad approfondire il proprio patrimonio sapienziale unicamente in funzione di una fede e di una verità rivelata.

 Il pensiero religioso procede per identificazioni e riconoscimenti, adeguando costantemente il proprio sapere ad una Rivelazione originaria, ad una Aletheia, una e altra dal pensiero che la pone in essere. Il pensiero sapienziale, al contrario, non si preoccupa del confronto con la Cosa, non conosce, per così dire, l’angoscia dell’adaequatio rei et intellectus, giacché il vero di cui va in cerca è suscettibile ogni volta di essere variamente interpretato in funzione della consapevolezza acquisita.

 Nei Discorsi sulla religione della fine del ‘700, il filosofo romantico Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher, rivolgendosi agli spiriti colti e illuminati del suo tempo, taccia di peccato di ubrij di tracotanza e di presuntuosa inimicizia verso gli dei, chiunque pretenda di detenere un sapere e praticare un’etica senza osservare una religione. E’ la colpa antica di Prometeo che riconosciuto di vitale importanza per l’uomo il fuoco degli dei, lo ruba anziché domandarlo con la necessaria umiltà. Ma nel pensiero di Schleiermacher c’è una fondamentale esigenza: arte e intuizione senza che le accompagni il sentimento dell’Infinito sono inadeguate ad esprimere tutta la complessa potenzialità del sapere umano. E’ questo il senso dell’appello che, proprio ad apertura di libro, egli rivolge agli uomini colti dell’epoca sua:
 “… Oggi particolarmente la vita degli uomini colti è lontana da tutto ciò che potrebbe essere sia pure semplicemente simile alla religione. Io so che voi tanto meno adorate in sacro segreto la divinità quanto più frequentate gli abbandonati templi; so che nelle vostre eleganti dimore non ci sono altri dei domestici se non i detti dei savi e i canti dei poeti; so che l’umanità e la patria, l’arte e la scienza, poiché credete di poter abbracciare interamente tutte queste cose, hanno preso sì pieno possesso del vostro animo che non vi resta nulla per l’Essere santo ed eterno, il quale, per voi, è di là dal mondo, e che non avete nessun sentimento per lui e in comune con lui. Siete riusciti a far sì ricca e sì varia la vita terrena che non sentite più alcun bisogno dell’eternità; e dopoché avete creato a voi stessi un universo, vi sentite dispensati dal pensare a colui che vi ha creato. Voi siete d’accordo, lo so, che nulla di nuovo e nulla di convincente si può più dire di questo argomento che è stato trattato abbastanza da tutti i lati, da filosofi e da profeti e, potessi soltanto non aggiungere, anche da dileggiatori e da preti. Soprattutto dai preti voi non siete minimamente disposti – ciò non può sfuggire a nessuno – ad ascoltare qualcosa su questo argomento, perché essi si sono resi, già da gran tempo indegni della vostra fiducia, in quanto dimorano più volentieri solo nelle rovine del Santuario, devastate dal tempo e dalle intemperie, e non possono vivere neanche lì senza deturparle e senza corromperle maggiormente. So tutto questo, e, tuttavia, sono spinto a parlarvi da una necessità interna ed irresistibile che mi domina divinamente…” (F.D.E. Schleiermacher, Discorsi sulla religione e monologhi, trad.it., Sansoni, Firenze, 1947, pp.5-6)

 E questa “necessità interna” è certamente per Schleiermacher quel sentimento dell’Infinito che in lui sembra inspirato da un dio e in cui, a suo giudizio, principalmente risiede il senso stesso della religione. Ma il sentimento dell’infinito, accompagnato o meno dalla consapevolezza di un divino ispiratore, bene appartiene al pensiero sapienziale come al pensiero religioso, entrambi infatti fanno parte della sfera del sacro come esperienza fondamentale e strutturale della mente umana. Giacché il sacro non è degli dei piuttosto che degli uomini, perché – come osserva Heidegger interprete di Holderlin – “è piuttosto il sacro a decidere inizialmente intorno agli uomini e agli dei, se siano, chi siano e quando siano” (M. Heidegger, Erlauterungen zu Holderlin, 1943, pp. 73-74)

 Sentimento dell’Infinito, senso del sacro: non è su questo terreno che si decide propriamente la differenza tra pensiero sapienziale e pensiero religioso. Il sapiente è come Socrate, egli sa di non sapere o di non sapere abbastanza e questa consapevolezza lo spinge con fede alla ricerca e al dialogo con gli altri. In questo percorso egli non disdegna di utilizzare la tradizione degli antichi, il patrimonio acquisito dell’umanità cui aggiunge la consapevolezza che gli deriva dal continuo confronto con gli altri, da quell’arte sottile che consiste nel domandare e rispondere nel tentativo improbabile di conoscere il ti esti il Che cos’è di cui si parla. E se con queste procedure egli si colloca sempre di là della verità, questa nondimeno gli si offre in infiniti adombramenti ed egli prende coscienza che la Verità una e indefettibile è per principio fuori portata della mente umana e che l‘ ‘unico vero’ che gli riuscirà di scoprire sarà quello che faticosamente sarà riuscito a costruire e a condividere con gli altri che, come lui, siano guidati dallo stesso intendimento e che come lui siano disposti, mutando per così dire il quadro di riferimento in cui quel ‘vero’ era nato, a riconsiderare nuovamente la questione… Ma questa, si dirà, non è altro che la verità della scienza che si trasforma col mutare del tempo, delle risorse, del metodo, delle intuizioni e in funzione delle regole dell’arte.

 C’è di più e di diverso: il pensiero sapienziale funziona alla stregua del pensiero scientifico ma se ne discosta perché il suo intento non è meramente strumentale e innovativo e il suo procedere nella ricerca di nuove verità e di nuove conoscenze non lo porta a tralasciare quanto ha già acquisito e che costituisce il patrimonio di conoscenze dell’intera umanità. Insomma, il pensiero sapienziale se non disdegna per così dire di andare avanti, non rifiuta neppure di rivisitare e di approfondire ciò che appartiene al passato, giungendo talora a considerarlo un sapere privilegiato anche rispetto alle consapevolezze della modernità e della post-modernità.

 E il pensiero religioso? La struttura che lo anima sembra piuttosto incline a un rovesciamento di prospettiva: non la fede nella ricerca ma la ricerca di una fede il cui fondamento si sostanzi di una verità rivelata. E c’è da augurarsi che in questa prospettiva si mantenga tollerante evitando guerre e persecuzioni che troppo spesso hanno caratterizzato la sua storia.

 Ma il rapporto tra queste due modalità del pensiero, così distanti tra loro eppure così convergenti, dovrà essere studiato nella concretezza storica dei loro rapporti. Limiteremo l’osservazione, per ragioni di tempo, alle radici della civiltà occidentale: la greca e l’ebraica.

 L’Eutifrone di Platone ci presenta un confronto esemplare tra pensiero sapienziale e pensiero religioso. Esaminiamo in sintesi il contenuto del dialogo.

 Eutifrone e Socrate s’incontrano davanti al tribunale della polis e subito Eutifrone esprime a Socrate la sua meraviglia nel vederlo lontano dal Liceo e dalle sue abituali conversazioni e più ancora manifesta la sua incredulità di fronte all’idea che Socrate possa essere l’accusatore di qualcuno. E infatti Socrate subito gli rivela di essere l’accusato, non l’accusatore. Di quale accusa si tratta? Si tratta di empietà, un’accusa nella quale incorreranno altri intellettuali ateniesi di questo periodo. Socrate è cioè accusato di non credere negli dei della città-stato, di volerli sostituire nel culto con altre divinità e di insegnare queste cose ai giovani, corrompendoli. Apprendiamo così che nell’Atene del 400 avanti Cristo non esiste tolleranza religiosa anche se siamo bene a conoscenza che dietro l’accusa di empietà si celano precisi motivi politici.

 Eutifrone, dal canto suo, chiarisce a Socrate di recarsi presso l’arconte-re, il sommo magistrato ateniese, in qualità di accusatore. Egli ha deciso di trascinare suo padre in giudizio e di chi lo critica per questa scelta dice che è ignorante della ‘legge divina in rapporto all’empietà e all’azione pia e santa’.

 “Ma allora, Eutifrone, – gli oppone Socrate – hai davvero la convinzione di conoscere con tanta perfezione le leggi divine? Di conoscere insomma ciò ch’è santo e pio e ciò ch’è empio?… Non hai timore di procedere contro tuo padre? Non potrebbe forse avvenire che a sua volta anche la tua fosse un’empietà?”

 Naturalmente, Eutifrone risponde subito di conoscere perfettamente le leggi divine, ciò ch’è santo e ciò che non lo è. Da questo momento il dialogo si fa serrato. Socrate dichiara di volersi fare discepolo di Eutifrone, anche per meglio difendersi in tribunale e subito propone al suo interlocutore di rivelargli in cosa consista l’empietà e la santità. Eutifrone risponde che è santo fare ciò che lui sta facendo, cioè denunciare un colpevole anche se si tratta di suo padre e a mo’ di esempio cita Zeus che, per punirlo delle sue colpe, mise in catene il padre Saturno-Crono che, a sua volta e sempre per questione di giustizia, aveva evirato il padre Urano. La citazione consente a Socrate di tornare per un attimo sull’accusa che gli era stata rivolta e di osservare che proprio questo comportamento degli dei aveva generato la sua critica e dato spunto alla denuncia contro di lui.

 Ma, insomma, chiede Socrate a Eutifrone, ammesso che sia giusto quel che stai facendo contro tuo padre, dammi una definizione di santità che possa adattarsi per infiniti altri casi. E subito Eutifrone dichiara che è santo ciò che è caro agli dei, empio ciò che non lo è. Definizione che Socrate non tarderà a smontare: gli dei per primi si accordano forse tra di loro su ciò che è giusto e ingiusto? Noi – continua Socrate – possiamo facilmente accordarci sul peso di un certo oggetto, basterà procurarci una bilancia… ma, quando si tratta del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo, del bello e del brutto non troveremo facilmente l’accordo e, sotto questo riguardo, gli dei non si comportano diversamente dagli uomini. Eutifrone ne conviene e al termine di una serie di ulteriori argomentazioni propone una nuova definizione di santità: è santo – egli dice – ciò che è gradito a tutti gli dei, empio ciò che a tutti è sgradito. Ma subito Socrate propone ad Eutifrone una nuova questione: il santo è amato dagli dei perché santo o è santo perché amato dagli dei?

 Man mano che il dialogo si dipana appare con sempre maggiore evidenza il fine di Socrate. Il suo interlocutore si dichiara in possesso della verità, ma, non potendo dire cosa santità e giustizia siano in sé, propone via via diverse definizioni, accorgendosi che nessuna di loro è la verità, e che ognuna dipende dal punto di vista di chi giudica. Così, da ultimo, ad Eutifrone non resta che rifugiarsi nella religione, troncando per ciò stesso ogni ulteriore indagine:

 “…la pietà e la santità – egli dirà – sono quella parte del giusto avente la sua esplicazione nel culto e nella cura degli dei. La parte invece rivolta agli uomini è la restante.”

 Avrà un bel daffare Socrate nello smontare – come sempre accade, col consenso del suo stesso interlocutore – anche questa definizione e quando infine gli riuscirà e proporrà di riesaminare la questione da capo, vedrà Eutifrone sfuggirgli con un pretesto.

 “Che peccato, amico mio! – ha appena il tempo di osservare Socrate con ironia – Avevo concepito una grande speranza; tu vai lontano e mi lasci deluso. Pensavo che da te avrei appreso ciò ch’è santo e ciò che non è santo. Così, mi sarei liberato dall’accusa di Meleto, poiché gli avrei mostrato che alla scuola di Eutifrone son divenuto un sapiente di problemi religiosi…” (Platone, I Dialoghi, vol.1, Rizzoli, Milano, 1953, p.598)

 Insomma, alla presunzione di sapere della mente religiosa, Socrate oppone la sapiente temperanza di chi innanzi tutto si propone di conoscere se stesso. L’argomento si ritrova in un altro dei dialoghi di Platone, il Càrmide, insieme all’affermazione che la verità non si manifesta né in virtù del semplice assenso – come vorrebbe la mente sofistica – né per mezzo di argomenti aprioristici, come sostiene la mente religiosa.

 “O Crizia – dice Socrate – ti rivolgi a me, credendo ch’io conosca gli argomenti sui quali ti rivolgo la domanda. E tu pensi che dipenda dalla mia volontà il darti l’assenso. Al contrario, la cosa non sta affatto così: io vado saggiando col tuo aiuto le varie definizioni propostemi; appunto perché comincio io stesso a non sapere. Farò dunque opportuna ricerca e poi intendo significarti se sono d’accordo o no. Aspetta dunque che finisca prima la mia indagine” (Ibid., p.222)

Pure, in questa ricerca che nulla concede al ‘sapere saputo’ si accompagna sempre un barlume di religiosità. Che si tratti del Socrate storico o dell’iniziato Platone ha poca importanza. Nulla o poco c’è dato sapere sine deo concedente, come Socrate dice a Teage nel dialogo omonimo:

 “Eccoti dunque, Teage mio caro, questa la mia scuola: qualora il mio insegnamento riesca gradito a Dio, grandi e rapidi saranno i tuoi progressi, piccoli e tardi in caso contrario…”

 Ma questo contatto tra l’umano e il divino si realizza con modalità tutt’affatto differenti da quel che avviene nel pensiero religioso. Non si tratta di sostituirsi al dio parlando per la sua bocca e spargendo ovunque il seme di una verità rivelata che dovrà essere accettata anche con la forza, il dio non si mescola con l’uomo ma può lasciar cadere in lui una scintilla di sé, una luce in grado di illuminare la sua ricerca e di guidarlo alla comprensione del Cosmo, cioè dell’Ordine imposto alla natura da un Grande Architetto.

 Del resto, Socrate – ci racconta Platone nel Simposio – è anch’esso un iniziato. Egli ha ricevuto l’iniziazione dei fedeli d’Amore da Diotima, una sacerdotessa esperta nei sacri misteri dell’eros:

 “Proverò a esporvi – dice Socrate ai convitati – il discorso su Amore che ho sentito fare una volta da una donna di Mantinea, Diotima, che era sapiente in queste e in molte altre cose (…) E’ stata appunto Diotima che m’ha iniziato alla scienza d’Amore (…) Quando parlavo con lei, io pure sostenevo, pressappoco, le stesse cose che ora diceva con me Agatone: Eros è un grande dio; Eros è amore di bellezza. E lei confutava il mio dire (…) E allora, dissi, che cosa sarebbe Eros? Un mortale?”

 “Per nulla”
“Ma che cosa allora?”
“Come i casi precedenti, rispose, qualcosa di intermedio tra il mortale e l’immortale”
“Che cosa, dunque, Diotima?”
“Un gran Daimon, Socrate, perché tutto ciò che è daimonico è intermedio tra dio e mortale”
“E che potere ha?”
“Di interpretare e trasmettere agli dei ciò che viene dagli uomini e agli uomini ciò che viene dagli dei, degli uni le preghiere e i sacrifici, degli altri invece gli ordini e le ricompense per i sacrifici: essendo in mezzo a entrambi, riempie lo spazio sicché il tutto risulta in se stesso connesso. Attraverso di lui passa tutta la divinazione e la tecnica sacerdotale concernente i sacrifici, le iniziazioni, gli incantamenti e la predizione tutta e la magia. Un dio non si mescola con l’uomo, ma per mezzo di Eros ha luogo ogni rapporto e colloquio degli dei con gli uomini, sia nella veglia che nel sonno.[…] E per natura non è né immortale né mortale […] né povero né ricco. D’altronde è anche in mezzo tra sapienza e ignoranza […].
“Chi sono allora, Diotima, quelli che filosofano, se non lo sono né i sapienti né gli ignoranti?”
“E chiaro anche ad un bambino ormai, disse, che sono quelli a metà tra questi due e che di essi fa parte anche Eros. La sapienza, infatti, fa parte delle cose più belle e Eros è amore del bello, sicché è necessario che Eros sia filosofo e, in quanto filosofo, sia in mezzo tra il sapiente e l’ignorante.”

 E’ dunque questo fuoco interiore – che in Socrate assume le sembianze di un Daimon, di uno spirito buono, il nel linguaggio della psicologia – a gettare un ponte tra pensiero sapienziale e pensiero religioso.

 Difficile, tuttavia e talora persino inutile separare rigidamente nell’universo dei Greci il pensiero sapienziale da quello religioso. E non perché non esista differenza, come abbiamo visto nel confronto tra Socrate ed Eutifrone, bensì perché nella stessa tradizione confluiscono religiosità e religione, mito e simbolismo, iniziazione misterica e norme etiche e civili. Gli uomini vivono a continuo contatto con gli dei e benché questi ultimi si rivelino, per così dire, solo ai predestinati, i loro consigli, le loro leggi s’impongono a tutti, perché appartengono alle regole non scritte del coraggio, della pietà, dell’onore e della comune convivenza, al dominio della saggia prudenza. Accostarsi ai poemi omerici, alle opere di Platone e dei grandi filosofi, all’arte, alla tragedia, come del resto alla lirica o alla commedia, significa entrare nell’immenso patrimonio sapienziale dei Greci, attingere al ricco simbolismo dei miti e delle leggende. E se è vero che nella mitologia greca, di gran lunga la più illuminante nella storia della civiltà, s’intrecciano senza soluzione di continuità le vicende degli dei, degli eroi e degli uomini, resta pur vero che il pensiero mito-poietico dei Greci può tranquillamente rinunciare alla divinità senza che il significato esoterico del mito, l’insegnamento che dietro vi si cela, vada perduto.

 Così è nel mito della caverna del X Libro della Repubblica di Platone, dove i prigionieri scambiano per realtà le ombre degli oggetti che si proiettano sulla parete per l’azione di un fuoco, così è nel mito del Fedro, dove Socrate e Platone, velata appena nel simbolo, espongono la dottrina tradizionale e di carattere esoterico dell’anima umana che ricade pesantemente a terra. Così è, ancora, nel mito di Prométeo e di Epiméteo che nel Protagora di Platone il grande sofista racconta a Socrate. L’uno rappresenta l’umana saggezza, l’altro, suo fratello Epiméteo, come dice il suo nome, è colui che ha ‘il senno di poi’, l’umana stoltezza che non si fa da parte, perché non si riconosce come tale e anzi pretende di decidere e s’impone e compie gesti frettolosi e inconsulti che si risolvono in dramma.

 Non diversamente accade nel teatro greco. Il motivo ricorrente del peccato di ubris contro gli dei non deve trarci in inganno. Nelle tre tragedie della trilogia di Oreste, l’Agamennone, le Coefore, le Eumenidi, Eschilo svolge il tema della maledizione che si abbatte sulla stirpe degli Atridi: a cuor leggero Agamennone ha mosso guerra ai Troiani, per ingraziarsi gli dei egli ha compiuto l’empio sacrificio della figlia Ifigenia, lui stesso e i suoi soldati hanno sterminato i nemici senza pietà, hanno profanato e distrutto i templi degli dei troiani. Tornato finalmente in patria egli è ucciso per mano di sua moglie Clitennestra. E’ vendicato dal figlio Oreste che si macchia del peccato di matricidio, su di lui si abbatte la furia delle Erinni e neppure il dio Apollo può sottrarlo alla vendetta.

 La soluzione della vicenda è infine affidata al verdetto di un tribunale, i cui giudici, avendo tante ragioni per assolvere quanto per condannare, accettano il principio universale che l’accusato sia assolto quando gli uomini riscontrino in lui eguali ragioni per l’assoluzione e per la condanna.

Non diversamente Sofocle, nell’Antigone, risolve il problema della sepoltura di Polinice. Contro il divieto di Creonte, re di Tebe, e contro la legge scritta della città che vieta la sepoltura dei traditori, Antigone rivendica per il fratello Polinice il diritto alla sepoltura. Per quanto la donna sembri ispirata dalla pietà e dalla coscienza religiosa, ciò che decide è la norma panellenica di giustizia che impone il seppellimento anche dei cadaveri dei nemici.

 Il tema del seppellimento è ripreso da Sofocle nell’Aiace, dove l’eroe greco è punito con la follia e con la morte per il suo peccato di ubris contro gli dei. Ma è veramente così? Sono gli dei i responsabili o non è piuttosto l’uomo stesso a tessere la trama del proprio destino? Come la dea Atena dice ad Ulisse nel prologo della tragedia:

 “…Tali cose vedendo, nessuna parola orgogliosa tu non dire mai contro gli dei e non aver mai superbia, se superi qualcuno per forza di braccio e per quantità di ricchezze: ché un giorno solo innalza ed abbatte tutte le cose umane; gli dei amano gli uomini moderati ed odiano gli empi” (vv. 127-133)

 Ma la sorte di Aiace, prima che punizione divina, è frutto dell’umano isolamento che lo porta a ripudiare finanche il figlio e la moglie, è il risultato della tracotanza che gli fa affermare: “o gloriosamente vivere o gloriosamente morire è il dovere di ogni valoroso”. (vv. 479-80).

 Più inquietante è la sorte di Edipo nel notissimo dramma di Edipo Re. Qui l’eroe è innocente e pio né alcun dio ha da rimproverargli qualcosa. Ma il suo destino tragico, di chi inconsapevolmente uccide il padre e si accoppia con la madre, si spiega con la stessa maledizione della stirpe che colpisce Agamennone, lui sì, consapevole. Della maledizione sono responsabili gli dei o non è piuttosto vero che la colpa chiama colpa e il sangue chiama sangue, ricadendo anche sugli innocenti?

 Si accennava prima ad Ulisse, così diverso da Aiace eppure anche lui colpevole di ubris, nonostante gli ammonimenti della dea Atena. Vediamolo dunque all’opera, per un attimo, nel secondo dei poemi omerici: l’Odissea. Ci riuscirà così di comprendere meglio il rapporto tra gli uomini e gli dei nell’universo greco e di cogliere l’intreccio talora solo apparente del pensiero sapienziale e del pensiero religioso.

 Gli dei greci sono a casa tra gli uomini e non hanno bisogno di incarnarsi, come il Dio cristiano, per colmare l’insondabile lontananza. Non si incarnano, si trasformano e in forme sempre varie e sempre diverse sono continuamente accanto a noi anche se noi non ce ne accorgiamo. Sono lì ad ammonirci, a perderci o a salvarci, sono gli amici e i fratelli che ci consigliano, i nemici che ci tendono trappole, i familiari che si preoccupano per noi, le donne che ci amano o quelle che vogliono la nostra rovina. Ma, a guardar bene, chi decide la sorte è l’uomo stesso e poco importa che questa coincida con la moira, la ‘parte’, che gli dei hanno stabilito per lui. Violarla significa esporsi all’inevitabile contraccolpo, necessario a ricostituire l’ordine cosmico e la forza che lo mantiene in essere. Ognuno conosce il proprio dovere con o senza il messaggero alato che si rechi ad avvertirlo. Non è un caso che l’Odissea abbia inizio con la parola àndra (andra) uomo e che Ulisse – prototipo stesso dell’uomo civilizzato – sia definito polùtropon (polutropon), multiforme o dal multiforme ingegno, non è un caso che Zeus ricordi La Legge al concilio degli dei, proprio ad apertura di poema:

 “Ahimè, come i mortali dàn sempre le colpe agli dei!
Dicono che da noi provengono i mali, ma invece
sono gli uomini, con le loro azioni, ad attirarseli in spregio al destino.
Guardate Egisto: sedusse la sposa del figlio d’Atreo,
violando la moira, e lo sposo sgozzò che tornava,
benché conoscesse la sorte. Perché noi l’avvertimmo,
a lui mandando Ermete occhio acuto, argheifonte,
che non uccidesse l’eroe e neppure agognasse la donna:
vendetta Oreste farebbe del padre Agamennone,
quando, cresciuto, avesse nostalgia della patria.”
( Omero, Odissea, I, 32-41)

 Perché Ulisse impiegherà vent’anni, dalla fine delle guerra, a tornarsene in patria? Perché così hanno deciso gli dei, parrebbe la risposta, in un universo in cui la mente umana s’intreccia di continuo con quella divina e da questa appare costantemente guidata.

 Così non è: la sapienza dei Greci si serve liberamente degli dei e non sono gli dei a servirsi della libertà umana. Ulisse sa di dover tornare ad Itaca, ma c’è nel suo comportamento la volontà di attardarsi, quasi avesse bisogno di completare un ciclo. Ulisse è l’iniziato che si sottopone a prove sempre più ardue nel tentativo di superarle e di conoscere se stesso. In questo proposito non del tutto consapevole, egli è soccorso da alcuni dei e danneggiato da altri, ma questi dei sono innanzi tutto le sue stesse qualità: le sue virtù e i suoi difetti. Anche lui, come altri eroi greci è colpevole di ubris, ma si ravvede sempre e soprattutto egli è polìtropos e poikilométes, possiede cioè una mente e un cuore dalle molte e variegate fome che gli consente la pietà e l’immedesimazione autentica con gli altri e con le loro sofferenze.

 E quando infine raggiunge l’isola dei Feaci, Ulisse è pronto per il ritorno. L’isola appartiene al dio Posidone, il suo peggior nemico, ma chi vi governa veramente è Ermete, il dio che insieme ad Atena sembra guidare i suoi passi, il dio dal quale Ulisse discende, secondo Esiodo, per parte di Autolico il nonno materno. Non solo i Feaci prima di addormentarsi libano a Ermete ma tutto, in quest’isola – come acutamente osserva Pietro Citati – è ermetico: “il viaggio, i colori, i piaceri, il gioco, la leggerezza, la magia, la sottile comicità, i percorsi della notte, il segreto.” (P. Citati, La mente colorata, Mondadori, Milano, 2002, p.141)

 Ulisse scopre finalmente che il mondo ostile e profano può essere superato con la sapienza ermetica. E sarà proprio questo sapere, camuffato della benevolenza di Atena, a condurlo ad Itaca per affrontare l’ultima prova. E una volta qui, comprendiamo meglio il significato della protezione di Atena: Ulisse possiede la sapienza degli alberi, insegnatagli dal padre Laerte, il re-contadino. In particolare, conosce l’ulivo, la pianta sacra alla dea e sulla cui radice Ulisse ha costruito il letto nuziale che, dunque, non può essere spostato. Da questo e da numerosi episodi del finale del poema, apprendiamo così che l’eroe greco condivide con Penelope e pochi altri anche una terza sapienza: egli conosce l’arte dei segni simbolici e segreti (Ibid., cap.V).

 La felice apparente commistione tra pensiero sapienziale e pensiero religioso che traspare dal genio dei Greci, non deve trarci in inganno. In realtà, abbiamo già visto, a proposito di Socrate e dei sofisti, la scarsa tolleranza religiosa della società ateniese. La città antica è “totalitaria” nel senso che non distingue tra l’obbedienza che si deve alle leggi e quella dovuta agli dei. Unica eccezione fu forse Roma, tollerante e persino rispettosa del pantheon finché una religione non pretese di imporsi su tutte e addirittura di sostituirsi allo stato.

 Tuttavia la religione dei Greci non conosce né dogma né libro sacro, risolvendosi dunque in una formale adesione agli dei della città, nei sacrifici, nei riti e nelle feste, peraltro assai frequenti, che si devono celebrare per ingraziarsi la divinità e assicurare il benessere di tutti.

 Accanto a questa religione per così dire, conformista, superstiziosa e popolare, che peraltro è il tratto caratteristico ed esteriore delle religioni di ogni età, si sviluppano in Grecia, in perfetta concordia con la religione ufficiale, le cosiddette religioni misteriche che non chiedono di sostituire una divinità con l’altra, e bensì promettono agli adepti una individuale salvezza, cosa alquanto impensabile e rara nella società antica.

 Così, per esempio, l’iniziato dei piccoli come dei grandi Misteri Eleusini possiede un sapere indicibile e segreto che non deve essere rivelato ai profani. E per quanto questo sapere sia legato al culto di Demetra e di Persefone e dunque si avvalga di un pensiero sostanzialmente religioso, nondimeno occorre riconoscere che da queste due divinità, collegate al ciclo del grano e della vegetazione, si levi una sapienza antica e custode di tradizioni più arcaiche, di certo andate perdute. A dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che la distinzione tra pensiero sapienziale e pensiero religioso non consiste tanto in quel che si sa, ma del modo in cui lo si sa e più ancora nella spiegazione che si dà del pretendere di saperlo…

 Più arduo ancora distinguere, almeno a prima vista, tra pensiero sapienziale e pensiero religioso all’interno di quella che ho definito la seconda radice della civiltà occidentale: l’ebraica. La specificità della dottrina sapienziale degli Ebrei, infatti, è di presentarsi e di svilupparsi in stretta relazione con il Dio della Rivelazione. Ma vi sono al suo interno almeno tre aspetti che possono facilitarci il compito.

 Il primo e il più importante è costituito dall’infinita ‘lontananza’ che corre tra l’uomo e Dio, sebbene il Dio del Vecchio Testamento si annunci straordinariamente talora ai sapienti d’Israele. A differenza del Dio cristiano, Egli non s’incarna, a differenza del dio pagano egli non si trasforma assumendo ogni sembianza. Pure, questo insondabile vuoto che dimora tra l’uomo e Dio deve essere colmato. E per quanto l’ebreo viva costantemente nel pensiero e nel timore di Dio, egli sa che, per ridurre la distanza incolmabile che separa l’umano e il divino, deve contare unicamente sulle proprie forze, sperando solo che la Shekinah sia su di lui.

 In tale prospettiva, si delinea anche il secondo aspetto: l’importanza che riveste per l’ebreo l’elaborazione di una dottrina sapienziale, lo studio e l’approfondimento della Legge o Torah, il ruolo carismatico della tradizione.

 Il terzo aspetto è appunto costituito dalla Qabbalah o Tradizione nella quale confluiscono speculazioni di pensiero talora estranee se non addirittura ostili alla dottrina rabbinica, e per la quale si è persino parlato di ‘pensiero laico’ e di ‘esoterismo’ degli Ebrei.

Insomma, contro quel che comunemente si pensa, l’ebreo è costretto a vivere ‘come se Dio non ci fosse’, pur sapendo in cuor suo che Egli c’è.

 Sotto questo riguardo, il più significativo tra i libri sapienziali del Vecchio Testamento, è certamente Qoeleth. 'Tutto è vanità' vi si legge all'inizio e 'tutto è vanità' si ripete quasi alla fine del libro. Nulla di nuovo sotto il sole: una generazione va e l'altra viene, il sole sorge e tramonta sempre allo stesso modo, infinito è il numero degli stolti e i malvagi mai si correggono; inutilmente ci si applica nello studio o ad acquistar ricchezze perché dove aumentano la conoscenza e il denaro si moltiplicano le inquietudini e gli affanni. In questo deserto descritto nel I Capitolo di Qoeleth, dove non c'è traccia del nome di Dio e dove tutto si ripete con regolarità sconcertante, nulla sfugge alla vanità e all'afflizione dello spirito. Il tema è ripreso con forza nei capitoli successivi e per quanto si faccia menzione di Dio, si commenta amaramente:

 "... la morte dell'uomo e delle bestie è la stessa, è uguale la condizione di ambedue: come muore l'uomo così muoiono le bestie; uguale è il soffio di vita per tutti, e l'uomo non ha nulla di più della bestia.Tutto è soggetto alla vanità." (III, 19)

 Una incolmabile lontananza dimora tra l'uomo e Dio, perché 'Dio è nel cielo e tu sei sulla terra' è detto all'inizio del V Capitolo e l'uomo, benché sapiente, non troverà nessuna spiegazione dell'operare di Dio, è detto alla fine dell'ottavo. Così, "vi sono dei giusti cui toccano i mali, come se avessero operato da empi, e vi sono degli empi, tanto tranquilli, come se avessero operato da giusti"(VIII, 14). Lo stesso concetto si ripete e si completa nel IX Capitolo(2-3):

 "Tutto è incerto nel futuro, perché tutto avviene ugualmente al giusto e all'empio, al buono e al cattivo, al puro e all'impuro (...) L'onesto e il peccatore, lo spergiuro e chi giura il vero sono trattati allo stesso modo. Questa è la cosa peggiore di quelle che avvengono sotto il sole: l'accadere a tutti le medesime cose..."

 Dunque, il tema della retribuzione, così altrimenti caro al pensiero sapienziale ebraico non preoccupa minimamente l'autore o gli autori di Qoeleth. L'intento sembra essere piuttosto quello di descrivere l'infelice condizione umana, prescindendo da Dio e dai suoi imprescutabili disegni. Il legame tra l'uomo e Dio, se proprio lo si vuole rintracciare, si sostanzia unicamente nel concetto di prova alla quale Dio chiama, chiamando alla vita. Ma, diversamente che nel libro di Giobbe, dove il rapporto uomo-Dio, tra ragione e sragione, assurdo e paradosso si colora infine di senso, qui il mistero permane rigidamente sigillato e la lontananza diviene assoluta. Tant'è che l'ultimo consiglio di Qoeleth sembra ispirarsi al Carpe diem di Orazio e dei filosofi greci:

 "Va' dunque e mangia allegramente il tuo pane, e bevi con allegria il tuo vino (...)
 In ogni tempo siano candide le tue vesti e non manchi l'unguento al tuo capo. Godi la vita con la moglie diletta, per tutto il tempo della tua vita fugace, per quei giorni che ti sono dati sotto il sole, per tutto il tempo della tua vanità; questa è la tua sorte nella vita e nelle tue fatiche che ti affannano sotto il sole. Tutto quello che puoi fare con i tuoi mezzi, fallo presto, perché né attività né pensiero, né sapienza, né scienza hanno luogo nella regione dei morti dove tu corri." (IX, 7 - 10).

 E non v'è dubbio che il pensiero sapienziale dei Greci aleggi qui e finanche la concezione dell'aldilà rammenti in modo ancora più radicale quella descritta da Omero nell'Odissea dove, almeno, le ombre dei morti hanno rimpianti…

 L'intreccio tra pensiero sapienziale e pensiero religioso, inesistente quasi in Qoeleth, problematico in Giobbe, si fa invece serrato in Sapienza e in tutti gli altri trattati della letteratura sapienziale vetero-testamentaria. Emerge, tuttavia, un'osservazione fondamentale. Per quanto nei Proverbi, lo pseudo-Salomone affermi che la sapienza si fondi sul timore di Dio, i detti, i consigli, le sentenze ricche di saggezza e di umana esperienza contenuti nel libro sono norma a se stessi e il loro valore prescinde dal riferimento alla trascendenza perché si iscrivono innanzi tutto nel libro della vita e prospettano per chiunque voglia appropriarsene un ideale di crescita, un progressivo distacco dalle passioni e dai pregiudizi, una iniziazione dello spirito nel crescente dominio di se stessi.

 Le massime morali contenute in Sapienza, nei Proverbi, in Siracide o nei Salmi prima di essere norme dettate dal timor di Dio, sono regole sapienziali e sono altresì testimonianza di una tradizione, l'unica forse, giunta ininterrotta e vivente sino a noi. Sono massime di rispetto o di pietà familiare come: "Lo stolto deride le correzioni del padre, ma chi fa tesoro delle correzioni diventerà più saggio"(Proverbi, XV,5), "Figlio, assisti la vecchiaia di tuo padre e non lo contristare nella sua vita; ed anche se diverrà debole di mente, compatiscilo, non lo disprezzare nella tua vigoria..."(Siracide, III, 14-15). Sono ammonimenti contro l'ira, nella tradizione ebraica la più funesta tra le passioni, insieme alla lussuria: "E' onorevole per l'uomo stare lontano dalle contese, ma tutti gli stolti si immischiano nei litigi"(Proverbi, XX,3) oppure: "Grave è la pietra, pesante la sabbia, ma più pesante dell'una e dell'altra è l'ira dello stolto"(XXVII,3). Sono regole di prudenza e di saggezza:"Come una città aperta e senza mura è l'uomo che non sa frenare il suo spirito nel parlare"(XXV, 28), "Quanto più sei grande, tanto più umiliati in tutte le cose" (Siracide,III,2O), "Non cercare quello che è al di sopra di te, e quello che è al di sopra delle tue forze non lo indagare"(III,22) "Come acque profonde sono i disegni nel cuore dell'uomo e solo all'uomo sapiente è dato trarli a galla"(Proverbi XX, 5-6)

 Massime tutte queste per orientare il cammino del giusto, lo zaddiq cui la tradizione ebraica assegna un ruolo fondamentale. Noè – scrive Dante Lattes – è il primo tipo dello zaddiq, del giusto che passa incontaminato fra le tristizie dei contemporanei. La figura dell’uomo giusto, che assumerà poi tanto significato etico e una così vasta funzione redentrice nell’ideologia ebraica, dalla Bibbia al Chassidismo, ha in Noè il suo primo modello (…) Noè è l’uomo; l’uomo senza alcun altro aggettivo; non misurato secondo criteri di razza, di lingua, di nazionalità, di religione (…) e quindi posto ad esempio alle generazioni, per quanto remote e diverse dal suo tempo, o, se si vuole, in modo relativo, secondo il grado di perversione del suo secolo. (Nel solco della Bibbia, Laterza, Bari, 1953, p.39).

 Noè è dunque ‘l’uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e che camminava con Dio’ com’è detto in Genesi, 6,9. Noè salvato dal diluvio perché ‘speranza del mondo’ come lo definisce il libro della Sapienza (14,16) e perché fosse il prototipo di una umanità nuova insostituzione della precedente che si era macchiata di ogni violenza. Violenza contro Dio e soprattutto violenza degli uomini tra di loro che la tradizione ebraica considera ancora più grave dell’altra giacché le colpe commesse dall’uomo contro Dio possono essere rimesse nel giorno di Kippur, mentre le colpe dell’uomo contro l’uomo possono essere rimosse solo mediante il perdono da parte dell’offeso.

 Com’è noto, Dio stringe un patto con Noè, lo benedice insieme ai suoi figli e dà loro alcuni precetti (i cosiddetti precetti noàchidi) con valore universale, rivolti cioè non solo agli Ebrei, in quanto già compresi nelle 613 Mitzvoth, ma ai giusti di tutte le nazioni. Il precetti noàchidi sono 7 di cui 1 positivo (Obbligo della giustizia e dell’istituzione di giudici e tribunali) e 6 negativi (Divieto di idolatria, bestemmia, relazioni sessuali illecite, omicidio, furto e di cibarsi di animali vivi).

 Più ancora che nei libri sapienziali del Vecchio Testamento, è nel Pirqè Avòt - "Insegnamenti dei padri" che il pensiero sapienziale degli Ebrei si identifica strettamente con il pensiero religioso. Pirqè Avòt raccoglie in sei capitoli le riflessioni di autori vissuti tra il V secolo av. C. e il II secolo d. C. e si può a buon diritto considerarlo un trattato sapienziale di morale ebraica o, ciò che è lo stesso, di morale religiosa. Osserva in proposito Yoseph Colombo:

 "E' morale religiosa, come religiose per eccellenza sono tutte le manifestazioni culturali, politiche, spirituali del popolo ebraico. Non bisogna dimenticare che il popolo ebraico è e si ritiene in possesso, fin dai suoi primordi, dell'idea monoteistica e che la tradizione ebraica ritiene di essere venuta in contatto con tale idea per rivelazione divina. Ora, un popolo che ha come cardini del proprio pensiero questi elementi, Dio e rivelazione, è un popolo che, qualunque cosa faccia, dovunque vada, qualunque destino gli sia assegnato, porterà sempre con sé per informarne ogni sua azione un carattere eminentemente religioso. Per cui, pur ammettendo (...) che ci sia stata una speculazione ebraica, anch'essa sarà stata di carattere religioso. Non già che la dottrina morale che può essere rintracciata in questi Pirqè Avòt sia religiosa nel senso che sia eteronoma; essa sostiene non tanto la provenienza divina della legge morale, quanto il carattere divino della legge morale; è religiosa perché è ebraica, e gli Ebrei, anche quando sentono ed esprimono l'autonomia del principio morale e l'universalità ed assolutezza della legge del dovere, questa esprimono in termini religiosi, inserendo la loro concezione morale nella più vasta visione religiosa del mondo e della vita." (Pirque Aboth, Morale di maestri ebrei, trad.it., introd. e commento di Y.Colombo, Carucci, Roma, 1986, pp.XVII-XVIII)

 Sorprende allora, pur nell'annunciata identificazione di pensiero sapienziale e di pensiero religioso, trovare in questa sorta di rassegna del pensiero rabbinico attraverso i secoli, accenti di una laicità sconcertante dove, per esempio, gli elementi della trascendenza divina e della sopravvivenza dell'anima dopo la morte sembrano volutamente accantonati e dove in luogo del consueto encomio dell'ignoranza, così caro alla maggior parte delle religioni positive, perché disporrebbe alla purezza di spirito, troviamo l'invito allo studio e alla frequentazione dei dotti:

 "Sia la tua casa - scrive il rabbi Jòçé figlio di Jo'èzér di Zeredà - un luogo di convegno per i dotti; impòlverati della polvere dei loro piedi; e bevi con sete le loro parole" (I,4) e il rabbi Hillel ammonisce:

 "Chi cerca fama, perde quel po' che ne ha; ma chi non accresce il proprio sapere, finisce col non saper più nulla; ché se poi uno non ha mai studiato, allora è degno di morte" (I,13) e altrove: " ...non dire che studierai quando ne avrai la possibilità, perché potresti non averla... l'uomo rozzo non si cura del peccato e l'ignorante non può essere pio..." (II, 5-6)

 Lo studio, dunque, e i maestri, ma anche il giusto atteggiamento perché, come avverte anonimo il V Capitolo del Pirqè Avòt, "...quattro tipi di persone stanno davanti ai Maestri: v'è la spugna, l'imbuto, il colatoio, lo staccio. La spugna assorbe tutto, l'imbuto da una parte si riempie e dall'altra tutto si svuota, il colatoio fa passare il vino trattenendo le feccie, lo staccio fa passare la farina trattenendo la semola." (V,16)

 D'altra parte, per appropriarsi veramente della Torah, della Legge, occorrono all'ebreo 48 requisiti (VI, 5) di cui, circa la metà riguardano lo studio e l'altra metà vanno divisi tra la comprensione del cuore, l'umiltà, il buon carattere, il rispetto dei maestri, l'amore della giustizia e di tutte le creature, l'osservanza della vita sobria. Il primo dei 48 requisiti è naturalmente lo studio e l'ultimo è sorprendentemente la corretta e necessaria citazione delle fonti. Dire una cosa, citando il nome di chi l'ha detta, riportare sempre il nome dell'autore è causa di redenzione per il mondo secondo l'insegnamento contenuto nel libro di Ester: "E disse Ester al Re, a nome di Mardocheo..." (Ester, II, 22). La frase che Ester dice al re Assuero si riferisce alla congiura ordita contro di lui e di cui la ragazza era stata informata da Mardocheo, suo padre adottivo. Aver citato fedelmente l'autore della preziosa notizia valse a Mardocheo la salvezza e fu motivo di un editto di Assuero a favore degli Ebrei.

 Va da sé, d'altra parte, che questa morale rabbinica si ispiri ai libri sapienziali del Vecchio Testamento, come appare in tutta evidenza nelle parole di rabbi Ben Zòma':

"Chi è veramente sapiente? Chi impara da ogni uomo; secondo quanto è stato detto (Salmi,114, 99): 'da tutti coloro che mi insegnarono io mi sono istruito'. Chi è veramente prode? Chi vince le sue tentazioni, secondo quanto è stato detto (Proverbi, 16, 32): "E' meglio il longanime del prode e chi domina il suo carattere di chi espugna una città". Chi è veramente ricco? Chi si contenta della sua parte, secondo quanto è stato detto: (Salmi, 128, 2): "Beato te e felice te, quando potrai mangiare della fatica delle tue mani"..."(IV,1)

 In alcuni aforismi echeggia persino la lezione di Qoeleth: "Sii molto umile davanti a chicchessia, perché, tanto, l'unica speranza umana sono i vermi", osserva rabbi Levitàç (IV, 4) e 'Aqàbjàh ben Mahalal'él risponde a suo modo alla triplice e fatidica domanda della tradizione esoterica: "Rifletti a tre cose e tu non avrai mai a commetter peccato: Sappi donde tu sei venuto, verso dove tu vada e dinanzi a Chi tu sarai per render conto completamente delle tue azioni. Donde sei venuto? Da una goccia putrida. Dove vai? Verso un luogo di polvere, vermi e lombrichi. Dinanzi a chi sarai tu per render conto delle tue azioni? Davanti al Re dei Re, il Santo, benedetto Egli sia" (III, 1)

 Pur tenendo presente l'osservazione di Yosef Colombo, circa la natura sostanzialmente religiosa di ogni manifestazione ebraica, non si può disconoscere alla Qabbalah, quale dottrina esoterica degli Ebrei, un'autonomia di indagine, un approccio concettuale e simbolico ai temi della tradizione che ne fanno una forma originale e unica di pensiero sapienziale.

 Non è mia intenzione, peraltro, entrare nel merito della questione riguardante l'origine mitica della Qabbalah, se sia cioè, per così dire, una 'rivelazione primordiale' concessa ad Adamo o magari 'la parte esoterica' della Legge che Mosè ricevette sul Sinai, come suggerisce Gershom Scholem. La Qabbalah nasce storicamente nel XII secolo, sulla sponda occidentale del Mediterraneo, tra le comunità ebraiche di Linguadoca, una terra tanto fiorente nel commercio quanto progredita nel viver civile e nella tolleranza da essere, per quei tempi, certamente esemplare. E' vero, d'altra parte, che 'la nascita medievale' della Qabbalah non esclude una nascita sua più antica, derivando i suoi contenuti dalla riflessione e dall'approfondimento della religione biblica e della tradizione rabbinica, sia attraverso la parola scritta, sia più diffusamente attraverso la comunicazione bocca-orecchio, sicuramente non esclusiva dell'esoterismo ebraico.

 Quel che è certo è che, nel suo esordio storico, sia in Provenza, sia soprattutto in Catalogna, nella celebre scuola di Girona, Isacco il cieco insegni che occorre tralasciare ogni speculazione con riguardo tanto all'Uno quanto al Nulla. Non è a caso che la ricerca dei perushim - gli studiosi di Qabbalah - si limiti per un verso all'Opera della Creazione o Ma’asè Bereshit e per altro verso all'Opera del Carro o Ma’asè Mercavah. Con la prima intendendo il libero commento del Genesi o Bereshit per il quale è noto a tutti che la lettera Beit, con cui ha inizio la narrazione, è una lettera aperta solo da un lato a significare che unicamente gli eventi accaduti dopo il Bereshit o Principio sono accessibili all’indagine umana. Con la seconda, mediante la cosiddetta discesa nella Mercavah, facendo riferimento al viaggio nella propria interiorità, alla ricerca di quei centri 'sottili' di consapevolezza detti Hekalot o Palazzi, assai simili, peraltro ai Chakras dell'induismo e ai 'soffi vitali' descritti nelle Upanisad. Sono centri 'sottili' e tuttavia hanno una corrispondenza nel corpo umano. Se si permette all’energia spirituale di scorrere e di soffermarsi su ciascuno di loro, non solo se ne trarrà motivo di benessere fisico e di purificazione ma sarà anche possibile accedere a visioni di esperienza non ordinaria.

 Tutto ha inizio con il primo Palazzo. In lui è racchiuso, secondo il Sepher ha Zohar (41a) - il libro più complesso e più famoso della letteratura cabbalistica - 'il mistero dei misteri'. Luz, con riferimento biblico è detto il suo luogo, 7 il suo valore numerico (Lamed 30 +Waw 6 +Zain 7 =43=7) ad indicare che sette sono i centri di consapevolezza; nel corpo dell' uomo corrisponde al coccige, dove la colonna vertebrale termina nel punto più lontano dalla testa o dove inizia nel punto più vicino alla terra. Livnat ha Sapir, Mattone di zaffiro, è il suo nome. Dove il mattone è appunto simbolo della materia, cioè della densità della costruzione di luce e di energia che viene dall'alto. L' opera della Merkavà o opera del Carro non può che iniziare di qui, dove la prima manifestazione di luce e il principio stesso della luce si trovano insieme racchiusi nella densità della materia. Non a caso il suo nome in sanscrito, Muladhara, significa radice. Una concentrazione su questo centro produce immediatamente calore. Un suo funzionamento squilibrato produce eccesso di cibo e di sesso, avidità, diffidenza, aggressività, paura e insicurezza, debolezza fisica e disturbi della circolazione sanguigna periferica.

 Se la scuola di Isacco il cieco prima e l'apparizione dello Zohar alla fine del XIII secolo, al di là degli antecedenti metastorici della Qabbalah, rappresentano i momenti di maggiore originalità e di più intensa affermazione del pensiero sapienziale e simbolico degli Ebrei sefarditi, occorre ricordare che fu soprattutto con Yizhaq Luria, nel XVI secolo, che la Qabbalah venne progressivamente affrancandosi dal testo biblico e dalla lezione rabbinica, reclamando sempre più un'autonoma e peculiare capacità di rielaborazione e di approfondimento. E fu principalmente merito del movimento chassidico, sviluppatosi nella prima metà del Settecento tra gli ebrei aschenaziti dell'Europa centrale e orientale, se la Qabbalah da movimento prevalentemente speculativo, magico e devozionale venne via via privilegiando la dimensione psicologica e la finalità iniziatica, nel senso cioè di rappresentare un cammino interiore di rettificazione e di progressivo perfezionamento da realizzarsi sia privatamente sia in seno alla comunità (devoti, chasidim) guidata da un giusto o zaddiq.

 Emerge tuttavia una continuità tra la Qabbalah di Isacco il cieco e quella del Chassidismo. In entrambe si direbbe quasi che il pensiero oscilli di continuo tra devozione religiosa e nihilismo, tra ricerca impossibile di giungere sino all'Uno nel tentativo almeno di cogliere il significato più autentico dell'azione divina e la consapevolezza di chi conosce in anticipo l'inutilità e la nullificazione di ogni azione umana votata in tal senso.

 L'esemplificazione di tale tragico paradosso insito nel pensiero sapienziale della Qabbalah ebraica si trova forse - come è stato messo in evidenza da Gershom Scholem, Martin Buber, Karl Grozinger e tanti altri - nell'universo letterario di Kafka. Addirittura G.Scholem soleva dire che per capire veramente la Qabbalah bisognerebbe prima aver letto i libri di Franz Kafka. Nei romanzi dello scrittore praghese si disegna infatti, contemporaneamente, la speranza teurgica propria della Qabbalah storica e la ‘rinuncia’ chassidica portata sino alle estreme conseguenze. L’impossibilità di giungere al Signore del Castello, come l’impossibilità di ottenere il giudizio nel Processo non dipendono dall’irascibile Dio del Vecchio Testamento, neppure il ‘silenzio’ di Dio dipende dalla Sua ‘morte’ e la condanna nell’apparente innocenza, così come per Giobbe, non dipende dall’esistenza di un Demiurgo malvagio che Kafka avrebbe in comune con Marcione e i marcioniti secondo il fortunato ma per me errato giudizio di Remo Cantoni. La Qabbalah nell'accennare al progetto divino del mondo, individua nella teurgia lo strumento del Tiqqun, della riparazione e della restaurazione, ma l’impresa rivela subito la sua natura prometeica e superba e deve essere punita. Persino in Abramo ‘la sincera convinzione’ di essere sulla via giusta diventa superbia e questa stessa ubris guida Josef K. nel Processo e l’agrimensore K. nel Castello; il loro fallimento è il fallimento stesso dell’azione teurgica come istanza riparatrice, né migliore fortuna arride alla variante teurgica proposta dal Chassidismo dove è il Rebbe, lo Zaddik ad intercedere per la comunità. L’aiuto nel tribunale del Processo come nel villaggio del Castello si rivela illusorio quando non addirittura fuorviante. Eppure, questo pensare l’inadeguatezza della teurgia non si colloca fuori dell’ebraismo e della Qabbalah, né è vissuto da Kafka con angoscia. 'L’angoscia intollerabile' di cui parlò André Gide s’impadronisce piuttosto dei lettori e deve servire ad allontanarli dall’agire frenetico. Il fatto è che lo scrittore ceco ci invia un messaggio preciso che non è la denuncia dell’incapacità umana di spingersi con il suo agire fin su…, bensì la lucida consapevolezza non tanto dell’inutilità del desiderio di ascesa, quanto piuttosto della pericolosità prometeica di tale desiderio. Scrive in proposito Bernhard Rang: “Nella misura in cui si può considerare il castello come sede della grazia, tutti questi vani tentativi e sforzi significano appunto -in termini teologici- che la grazia divina non si lascia ottenere e costringere dall’arbitrio e dalla volontà dell’uomo. L’inquietudine e l’impazienza non fanno che impedire e confondere la sublime quiete del divino”. (Cfr.in W.Benjamin, Angelus Novus, tr.it., Milano,1965,p.292). A sostegno di tale interpretazione basterebbero alcuni pochi aforismi di Kafka contenuti negli Otto quaderni in ottavo, a cominciare dal più breve di tutti: “Chi cerca non trova, ma chi non cerca viene trovato

 L’En Soph, il Nulla che fa disperare i discepoli di Isacco il Cieco perché a Lui si deve guardare ma senza parlarne, diventa in Kafka il Dio che quando pensa a noi è perché in lui affiorano pensieri nichilistici, pensieri di suicidio. C’è di più: chi prenderebbe le righe iniziali del piccolo racconto Il nuovo avvocato (il dottor Bucefalo) per la trasposizione romanzesca del Libro della trasmigrazione delle anime della scuola di Luria, chi crederebbe seriamente che qui si stia parlando della dottrina del ghilghul? Ecco allora la grande comicità di Kafka, messa giustamente in luce da Thomas Mann, la sua geniale capacità di fare incursione nel sacro per trarne argomento di riso. Ma Kafka non dissacra, al contrario! Ci mostra invece che il grottesco finisce per essere, fatalmente, la modalità umana, inconsapevole e sapienziale, di vivere il sacro. Ma ci sono altri esempi: la fisiognomica o arte di leggere i segni del viso e del corpo, è oggetto di specifici trattati cabbalistici (come il Sefer Chokhmat ha-Parzuf ) e costituisce una importante sezione dello Zohar. L’esito di un processo, dice il commerciante Block a Josef K., nel romanzo di Kafka, può spesso dipendere dal viso dell’accusato, specialmente dalla linea delle sue labbra. Il lettore, anche quello meno distratto, non si sognerebbe mai di pensare che si stia parlando di Qabbalah, egli è piuttosto attratto dalla garbata comicità che traspare dal colloquio e dal fondo quasi surreale della narrazione su cui si staglia prepotente e improvvisa una verità di cui il lettore è certamente a conoscenza: la lunghezza dei processi. Ma, per l’ennesimo paradosso, tale lunghezza è un bene più che un male per l’imputato, visto che nei tribunali del Processo i giudizi definitivi e favorevoli sono rari o addirittura inesistenti, a prescindere, naturalmente, dall’innocenza o dalla colpevolezza dell’imputato. Ecco un modo per sorridere di un’antica dottrina e portarla dal cielo alla terra. Persino quando si parla del ‘posto’ che la Torah riserva ad ogni ebreo non muta la modalità kafkiana di sorridere in faccia al destino. Nel breve racconto Davanti alla legge, ripreso anche nelle ultime pagine del Processo, rivive la leggenda del guardiano della soglia: “ Davanti alla Legge sta un usciere. A lui si rivolge un campagnolo e chiede di entrare nella Legge. Ma l’usciere dice che per il momento non gli può consentire l’accesso. L’uomo riflette, poi chiede se potrà entrare più tardi. ‘Forse’, dice l’usciere, ‘ma non ora’ (…) L’usciere gli offre uno sgabello e la fa sedere vicino alla porta. Lì quello siede, giorni e anni. Compie parecchi tentativi per essere ammesso nell’interno, stanca l’usciere con le sue preghiere (…) L’uomo, che per il viaggio s’era provvisto d’un gran corredo, ricorre a tutto, non importa se sono cose di valore, per corrompere l’usciere. Quello non respinge i doni, ma dice: ‘Accetto solo perché tu non creda di avere lasciato qualcosa d’intentato’. Per anni e anni, l’uomo non cessa d’osservare l’usciere (…) Infine la sua vista s’indebolisce (…) Non ha più molto da vivere. Prima della morte, tutte le vicende degli ultimi tempi, concentrate nella sua testa, si traducono in una domanda che ancora non ha rivolto all’usciere (…) ‘Se tutti aspirano alla Legge’, dice l’uomo, ‘come mai, in tanti anni, nessuno, oltre me, ha chiesto di entrare?’. Il guardiano capisce che l’uomo è agli estremi e per farsi intendere ruggisce contro il suo orecchio ormai chiuso: ‘Qui nessuno poteva entrare, la porta era destinata solo a te. Ora me ne vado e la chiudo.’ (F.Kafka, Racconti, tr.it., Feltrinelli, VI Ed., Milano, 1965, pp.137-139)

 Il cabbalista fa di tutto per attrarre la Shekinah nel mondo. Lo Zohar assegna simbolicamente alla Shekinah la figura femminile. Al contrario, la donna nella tradizione ebraica è talora vista come immagine di Lilith. La stessa ambivalenza c'è nelle donne dei romanzi di Kafka, egli, tuttavia, non può fare a meno di notare che da loro deriva spesso un grande aiuto.

 Il primo ‘aiuto’ di Leni, la segretaria dell'avvocato Huld nel Processo, è il gran fracasso con cui attira l’attenzione di Josef K. per sottrarlo alla noia dei discorsi tra lo zio, l’avvocato e il cancelliere capo del tribunale. E’ lei che lo introduce nello studio dell’avvocato ed è ancora lei a suggerirgli la giusta strategia da adottare durante il processo: ‘Non stia a domandare nomi, ma guarisca di questo suo errore, non sia più così ostinato, contro questo tribunale non si può difendersi, bisogna finire per confessare. Alla prossima occasione confessi tutto. Solo quando si è confessata la colpa si ha la possibilità di sfuggire, solo allora. Ma anche questo non è possibile senza aiuto di altri, però non deve preoccuparsi per questo aiuto, penserò io stessa ad aiutarlo.’ (Ibid., p104). Seguirà poi la scena della seduzione, quando K. è trascinato sul tappeto e Leni gli sussurra: ‘Ora sei mio’. Poco prima, tuttavia, Kafka, che non smette mai di divertirsi, non perde occasione per alludere al ghilghul e al molteplice ‘scambio’ che intercede tra vita animale e vita umana: tra i due si parla di difetti fisici e Leni dice: “ ‘io per esempio ne ho uno, guardi qua’ e stese il medio e l’indice della destra che erano congiunti fra loro da una membrana fin quasi all’ultima falange. Nel buio K. non capì subito quello che gli voleva far vedere, ed essa perciò gli guidò la mano perché sentisse la sua. ‘Che scherzo di natura!’ esclamò K., E quando ebbe esaminata tutta la mano aggiunse: ‘Che bella zampetta!’ ” (Ibid. pp.105-106)

 Anche Frida nel Castello si rivela un aiuto speciale e una presenza soccorritrice. Anche lei, come Leni, è in contatto con l’Alto e per certo tempo si propone come efficace intermediario tra l’agrimensore K. e il suo diretto superiore, l’invisibile signor Klamm. L’amore di Frida è ricambiato dall’agrimensore con riluttanza e senza abbandono e benché si avveda che in lei ‘c’è qualcosa di allegro, di libero’ egli ha come l’impressione di smarrirsi nell’abbraccio della donna e teme che le sue speranze di ascesa vadano in fumo. La verità è che nessun aiuto è efficace né per giungere sino al Signore del Castello né per mitigare la sentenza del Giudice del Tribunale. Ne sa qualcosa il cabbalista Eliya de Vidas che in Reshit Chokhmà parla di un tribunale sempre presente, che in ogni momento può intervenire nella vita umana concreta con malattie e sofferenze di ogni tipo e il cui verdetto può essere rinviato, ma può anche portare subito a morte. Ne sa qualcosa Giobbe nel gridare a Dio il suo dolore: "Signore perché dai importanza all'uomo? Perché lo controlli ogni giorno e ogni momento lo metti alla prova ? (Giobbe,7, 18)

 In conclusione, dunque, vorrei dire che il pensiero sapienziale della tradizione occidentale, pur nelle continue interferenze col pensiero religioso, appare in grado di rivendicare una propria peculiare elaborazione anche e nonostante la presenza del divino, la cui imperscrutabile lontananza, come nel monoteismo ebraico e la cui costante presenza, come nel politeismo greco, nulla possono sulla libertà umana e sull'umano sapere.


sergio magaldi


lunedì 21 febbraio 2011

IL CIGNO NERO - BLACK SWAN, regia di Darren Aronofsky, 2010









Stupenda interpretazione di Natalie Portman nelle vesti di Nina, la ballerina di questo Black Swan Cigno nero di Darren Aronofsky [Sugli schermi italiani dal 18 Febbraio 2011, ma già presentato a Venezia in Settembre], per il quale è meritatamente candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista. Non meno prezioso e avvincente il film per la regia efficace e di buon ritmo e per la sceneggiatura [Andrei Heinz e Mark Heiman] in apparenza esile, ma densa di significati.
 
A New York, il direttore artistico Thomas Leroy [Vincent Cassel], per una nuova versione del “Lago dei Cigni”, deve scegliere in una scuola di danza una ballerina capace di interpretare sia il cigno bianco sia quello nero. Nina, verginale e leggiadra, è perfetta come cigno bianco ma non si dimostra all’altezza del ruolo antagonista: manca di sensualità, di energia, di “cattiveria”. Eppure verrà scelta all’ultimo momento da Leroy. Com’è possibile?

Tre donne nella vita di Nina: la madre, un’artista mancata [Barbara Hershey] che ha cresciuto la figlia come per una rivincita personale, creandole attorno una barriera protettiva che la inibisce e sa di tabù, e che finisce inevitabilmente per attrarre “il demoniaco”, Lily [Mila Kunis], la nuova ballerina, ultima arrivata, che per sensualità e spregiudicatezza sembra la più adatta ad interpretare la parte del cigno nero e che rappresenta [non a caso il suo nome ricorda Lilith] l’aspetto libero e accattivante del “demoniaco” e infine Beth [Winona Ryder], la ballerina veterana che Leroy ha inteso sostituire, simbolo quasi di un patto col diavolo che l’ha portata a grandi successi ma che ora è costretta, per così dire, a pagare il corrispettivo al principe del male. Si aggiunga a tutto ciò la figura del direttore artistico che nella magistrale interpretazione e nella fattezze di Vincent Cassel bene rappresenta il demone positivo che si nasconde in ogni vero artista.

L’abilità del regista e degli sceneggiatori consiste nel lasciare agli spettatori il compito di decidere quale tra gli “arnesi” della psicologia e del demoniaco, abbia il sopravvento nel guidare Nina, prima ad ottenere la parte cui tanto ambisce, poi ad esibirsi davanti al pubblico in una recitazione perfetta. È la fragilità psichica coltivata da sua madre che la rende succuba di Lily e l’aiuta a portare alla luce gli istinti repressi, utili a identificarsi con il cigno nero? Oppure è l’intervento del demoniaco, prima attraverso gli oggetti sottratti a Beth, poi mediante il sesso e il sangue, la causa del successo? E ancora: anoressia e lacerazioni della pelle sono il segno di un disagio di cui Nina soffre da sempre, il suo modo di ribellarsi ad una madre ossessiva e perfezionista? O piuttosto sono il sigillo di un patto diabolico che le assicuri potere e successo?

Interrogativi destinati allo spettatore e non risolti, che assicurano al film, nonostante qualche scena inquietante, uno stile sobrio ed elegante, impreziosito dalla danza e dalla musica sublime del Lago dei Cigni. Non senza qualche ammiccamento al nodo mai sciolto dei complessi rapporti tra nevrosi e possessione demoniaca.


sergio magaldi

lunedì 7 febbraio 2011

ANTONIO PENNACCHI, CANALE MUSSOLINI, Mondadori, Milano 2010, pp.461








Un libro finalmente degno dello Strega (Vincitore 2010) questo Canale Mussolini di Antonio Pennacchi. Narra le vicende dei Peruzzi, una grande famiglia contadina del ferrarese, nel contesto degli eventi che caratterizzarono la storia italiana tra gli inizi del ‘900 e la metà del secolo.

Si parla di fascismo, dunque, ma – e questo è uno dei maggiori pregi del romanzo – per così dire lo si osserva dal di dentro. Il fascismo non è più o non appare soltanto come una condizione inquietante dell’anima, secondo il noto giudizio di Benedetto Croce o come un “incidente di percorso” della storia italiana, tra liberalismo e democrazia [cristiana], ma piuttosto come il prodotto naturale delle tensioni sociali che si erano andate accumulando in Italia, durante i sessant’anni successivi all’unificazione. Non “un corpo estraneo”, dunque, ma purtroppo l’unico modo in cui una società arretrata, preindustriale ed elitaria, caratterizzata dall’analfabetismo, dalla miseria, dal brigantaggio e dalla corruzione [costante di sempre, quest’ultima, nella politica e nella società civile del Belpaese], riuscì malgrado tutto ad evolversi. In questo senso e solo in questo senso, il fascismo fu “rivoluzionario”, dando così in parte ragione a Benito Mussolini, quello ormai sconfitto dalla Storia, che nell’ultima intervista concessa pare abbia detto: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”.

Non vorrei essere frainteso. Non che gli italiani fossero da sempre abitati dai “mostri” del fascismo, giacché erano i mostri della fame e dell’ignoranza a tenere il campo, e l’unico senso accettabile che ha il pensiero dell’ultimo Mussolini è quello di aver saputo interpretare il malessere sociale e l’istinto di ribellione delle masse saldandoli agli oscuri ideali di una piccola borghesia frustrata e megalomane, talora vagamente intellettuale e che, prima del fascismo, trovava spesso nella Massoneria il proprio punto di riferimento. Come si vede chiaramente non solo dalla denominazione che assunse il massimo organo di rappresentanza politica del fascismo. Quel Gran Consiglio che annoverava in prevalenza massoni ed ex-massoni, preferibilmente di Piazza del Gesù.

Un po’ quello che avverrà nel secondo dopoguerra con la Democrazia Cristiana e che oggi avviene con Berlusconi: saldare in un unico blocco gli ideali [?!] della piccola borghesia e gli interessi della borghesia media e alta, col collante dei cosiddetti valori cristiani e grazie alla forza della telecrazia, odierno ed efficace strumento di governo, capace di allineare le coscienze nell’unica direzione del conformismo, della volgarità, dell’ignoranza e del pregiudizio.

È chiaro che senza mettersi al servizio della Reazione la “rivoluzione fascista” sarebbe fallita e di questo il primo a rendersene conto fu certamente Mussolini, nato socialista e abbastanza lungimirante da comprendere la sterilità di un movimento perpetuamente scissionista ed eternamente diviso tra una base proletaria e una classe dirigente di piccoli intellettuali sempre in lotta per il potere, ora riformisti, ora rivoluzionari, ora imbelli e qualunquisti, sempre frazionisti.

E il nonno di chi racconta Canale Mussolini partecipa anche se solo marginalmente agli eventi che caratterizzano la storia italiana agli inizi del ‘900. Trentenne, divide il carcere con il socialista Rossoni, futuro sottosegretario alla presidenza del consiglio di Mussolini. A quattro dei suoi diciassette figli mette i nomi di Treves, Turati, Modigliani e Bissolati. Divide insieme alla numerosa famiglia pasta e fagioli e polenta con il giovane Mussolini. È testimone della carriera politica del duce: sindacalista rivoluzionario, direttore dell’Avanti, violento oppositore della guerra di Libia del 1911: “È chiaro che i socialisti non potevano condividere questa politica di aggressione coloniale e imperialista […] il più arrabbiato di tutti era proprio il Mussolini, che era diventato una specie di numero uno dei sindacalisti rivoluzionari in Italia ed era pure un pezzo grosso del partito socialista. ‘L’ho sempre detto’ diceva adesso mio nonno all’osteria […] ‘che come questo ce n’è pochi, questo è un uomo speciale, se si mette in testa una cosa la fa, non lo ferma nessuno’ e difatti nel giro di pochi anni se ne erano resi conto tutti, mica solo mio nonno […] pure il Treves e il Turati, che cercavano di tenerlo buono. Be’, lui per la Libia ha fatto un casino. Prima è riuscito a convincere tutti gli altri socialisti […] e poi ha guidato lo sciopero generale contro la guerra in Africa con azioni rivoluzionarie di vero e proprio sabotaggio”. [p.41]

E dopo di allora: la settimana rossa e il carcere con Pietro Nenni. Poi, improvvisa la svolta con l’interventismo nella I guerra mondiale, non al fianco della Germania, nostra tradizionale alleata di allora, ma nel campo opposto con Francia e Inghilterra. Perché questo cambiamento? Lo spiega al nonno del narratore lo stesso Mussolini, desinando con lui: “Questa guerra quindi era proprio quello che ci voleva, una mano santa che avrebbe scatenato tante di quelle tensioni – diceva il compagno Mussolini – che niente sarebbe stato più come prima. Una volta che il proletariato si fosse ritrovato tutto coinvolto sotto le armi, la guerra da mondiale non avrebbe potuto diventare che sociale. In fin dei conti era deflagrata come scontro di interessi – ‘I schèi’ – tra le borghesie capitalistiche dei singoli Paesi europei. Ma poi sul campo non poteva non sfociare in una guerra generale di classe, con il proletariato europeo contro i padroni di tutti i Paesi”. [p.57]

E la testimonianza prosegue con i racconti dello zio Pericle, soldato a Milano e il più politicizzato della famiglia: le tensioni del dopoguerra, i tanti discorsi sulla “vittoria mutilata”, la fondazione del fascio e il programma di San Sepolcro che promette suffragio universale, repubblica e terra ai contadini. Nel socialismo ormai è guerra aperta. Tra i cosiddetti interventisti, ora fascisti, e i neutralisti di sempre: “Nemici ormai – noi di qua e loro di là – perché loro erano stati contro la guerra e adesso erano contro i soldati e continuavano a fare quello che avevano sempre fatto: chiacchiere cioè, e pochi fatti, o almeno così dicevano i miei. E se loro erano rossi, noi per contrasto dovevamo essere neri, anche se non è che stessimo con la borghesia capitalistica e loro invece col proletariato. Mica stavamo con classi diverse, almeno all’inizio. Vada a vedere il programma di San Sepolcro, noi eravamo semplicemente concorrenti nella stessa classe di popolo lavoratore […]. È per questo forse che ci siamo odiati tanto, perché eravamo fratelli che si sono divisi”. [pp.69-70]

Non bisogna tuttavia pensare che il romanzo di Pennacchi si limiti a ripercorrere l’ascesa del fascismo e del suo duce in un’atmosfera rarefatta e incolore che rischia di annoiare il lettore, perché è un’intera civiltà contadina quella che prende vita pagina dopo pagina, attraverso il duro lavoro, le sofferenze, le passioni, i vizi e i valori di chi ne fa parte. Neppure l’autore difetta di ironia nel descrivere personaggi piccoli e grandi di questa storia e una particolare attenzione è dedicata alla donna, alle molte contraddizioni in cui si trova a vivere. Capo-famiglia di fatto, quando invecchia, come la nonna di chi racconta, madre di abbondante prole per avere un ruolo familiare, che è anche l’unico ruolo sociale, vittima e quasi schiava se le viene a mancare il marito con i figli ancora piccoli. E in questo universo femminile governato da ferree leggi non scritte, spesso occultamente violate, si distingue la figura di Armida che alleva le api, parla con loro e ne riceve consigli e premonizioni.

Ma il romanzo s’incentra soprattutto sull’esodo che costringe i Peruzzi, assieme ad altre famiglie emiliane, venete e friulane, a lasciare la propria terra e a recarsi nell’Agro Pontino. Perché? Perché solo tra le paludi dove da secoli e secoli regnano indisturbate zanzare e malaria, la promessa “sansepolcrista” del duce sarà mantenuta. In cambio delle bonifiche e della costruzione di un canale [Il Canale Mussolini, appunto], vasti poderi saranno assegnati ai contadini, naturalmente solo a quelli di comprovata fede fascista.

“Maledetto Zorzi Vila”, diranno i Peruzzi costretti all’esodo per colpa del conte Zorzi Vila che li ha cacciati dalle terre che coltivavano a mezzadria, e la maledizione diverrà la divisa di ciascun membro della famiglia di fronte ad ogni sciagura, da allora in poi. Ma anche Mussolini ci mise del suo nella vicenda, osserva il narratore: “Era il 1927 e come lei sa, a quei tempi, il commercio estero non avveniva sulla base del dollaro, ma dell’oro e della sterlina inglese che a settembre 1926 era arrivata a 149, quasi 150 lire per una sterlina. La bilancia dei pagamenti import-export era al tracollo. L’industria italiana in crisi […] Be’, lui – il Duce – dalla mattina alla sera ha detto: ‘Rivaluto la lira, da oggi in poi è a quota 90, mai più di 90 lire per una sterlina’. […] come deve essere stata contenta la grande industria italiana che per il carbone, il ferro, il rame ed ogni cosa che doveva andare a comprare all’estero e che fino al giorno prima la pagava, mettiamo, a 150 lire al chilo, adesso la pagava 90. Ed anche noi Peruzzi abbiamo detto lì per lì: ‘Vaca boia, come che l’è bravo il nostro Duce’. […] solo dopo ci siamo accorti che se il nostro campo continuava a produrre solo e sempre, mettiamo, i suoi dieci quintali di grano all’anno, e noi sino al 1926 vendendo quei dieci quintali al mercato avevamo preso 1500 lire, dal 1927 in poi ne avremmo prese solo 900. Veda un po’ quanto ci abbiamo rimesso e se è vero o no, che la quota 90 ha ammazzato i contadini italiani […] Noi eravamo tenuti a spartire a metà il raccolto con il padrone. […] Ed eravamo pure tenuti però a spartire le spese. E queste lui – lo Zorzi Vila maladéto – le ha conteggiate tutte in lire. Debiti segnati per anni, e noi convinti di averli già scalati anno dopo anno con una parte del quintalaggio dei nostri raccolti”. [pp.124-5].

Fu così – osserva ancora il narratore – che i Peruzzi persero tutto, e furono costretti all’esodo nell’Agro Pontino, dove gli furono assegnati due poderi grazie all’intercessione dell’amico Rossoni.
Così i fascisti, o meglio i contadini emiliani, veneti e friulani, riuscirono in quello che avevano inutilmente tentato i Romani, i Papi e Napoleone: scavare il Canale Mussolini e bonificare la palude pontina.

La storia dei membri della famiglia Peruzzi prosegue intrecciandosi con le vicende della proclamazione dell’Imperium [al canto di Sole che sorgi libero e giocondo,/sul colle nostro i tuoi cavalli doma: /tu non vedrai nessuna cosa al mondo /maggior di Roma/maggior di Roma!], con le leggi razziali e la II guerra mondiale. E qui finalmente un barlume di coscienza sembra affiorare nei Peruzzi o almeno in chi di loro racconta la storia. Sia pure attraverso Italo Balbo: “Ma siete matti? Ma che vi hanno fatto gli ebrei? In Italia sono più fascisti di noi”. [pp.338-9] e le sue profetiche parole alla vigilia dello scoppio della guerra, solo qualche mese prima di essere abbattuto in volo da ‘fuoco amico’: “Io spero che l’Italia non entri in guerra: voglio ancora avere fiducia nel senso realistico del Duce e mi auguro che non prevalga in lui il demone della megalomania da cui sembra invasato in questi ultimi tempi. Ma se così non fosse, noi saremo sconfitti, cadrà il fascismo, cadrà la monarchia, perderemo le colonie e ci potremo ritenere fortunati se si salverà l’unità d’Italia”.

Una dichiarazione almeno lucida e onesta, questa di Balbo, amico da sempre degli americani e onorato dagli inglesi al momento della morte avvenuta per tragico errore [?!], per mano di “fuoco amico”. Una dichiarazione nella quale ancora oggi si riconoscono molti italiani che fascisti non furono o che il fascismo neanche conobbero e che rimproverano al duce soltanto “la scelta finale”, senza comprendere che la tragedia veniva da lontano, perché la dittatura, buona o cattiva che fosse, prima o poi ci avrebbe condotto al baratro.

sergio magaldi

martedì 11 gennaio 2011

"IL CIMITERO DI PRAGA" DI UMBERTO ECO








“Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala”.

Ecco l’unico credo del capitano Simonino Simonini, il protagonista dell’ultimo romanzo di Umberto Eco [IL CIMITERO DI PRAGA, Bompiani, Milano 2010, pp.523, Euro 19,50], il solo personaggio non vero dell’intera vicenda, ma sintesi emblematica di altrettanti individui reali. E di nemici, Simonino ne ha molti: i tedeschi: “[…] il più basso livello di umanità concepibile. Un tedesco produce in media il doppio delle feci di un francese. Iperattività della funzione intestinale a scapito di quella cerebrale, che dimostra la loro inferiorità fisiologica […]. E bastasse: è tipica del tedesco la bromidrosi, ossia l’odore disgustoso del sudore, ed è provato che l’orina di un tedesco contiene il venti per cento di azoto mentre quella delle altre razze solo il quindici […]. Si riempiono la bocca del loro Geist, che vuol dire spirito, ma è lo spirito della cervogia, che istupidisce sin da giovani, e spiega perché oltre il Reno non si sia mai prodotto niente d’interessante nell’arte, salvo alcuni quadri con ceffi ributtanti e poemi di una noia mortale” [cit. pp. 12-13].

Che dire poi dei francesi? Non amano i propri simili, sono cattivi e uccidono per noia: "È l’unico popolo che ha tenuto occupati per vari anni i suoi cittadini a tagliarsi reciprocamente la testa, e fortuna che Napoleone ha deviato la loro rabbia su quelli di un’altra razza, incolonnandoli a distruggere l’Europa. Sono fieri di avere uno stato che dicono potente ma passano il tempo a cercare di farlo cadere: nessuno come il francese è bravo a far barricate […]".

I transalpini, inoltre, credono che tutto il mondo parli francese e sono divorati da spocchia nazionale. In più, loro vizio preclaro è l’avarizia che chiamano parsimonia: “L’avarizia la si vede dai loro appartamenti polverosi, dalla tappezzeria mai rifatta, dalle bagnarole che risalgono agli antenati, dalle scale a chiocciola in legni malfermo per sfruttare grettamente il poco spazio”. [cit. pp.15-17].
Per non parlare degli abitanti del Bel Paese, a cominciare dai siciliani: “mulatti […]non per errore di una madre baldracca ma per storia di generazioni, nati da incroci di levantini malfidi, arabi sudaticci e ostrogoti degenerati, che hanno preso il peggio di ciascuno dei loro ibridi antenati, dei saraceni l’indolenza, degli svevi la ferocia, dei greci l’inconcludenza e il gusto di perdersi in chiacchiere sino a spaccare un capello in quattro”.

Per continuare con gli italiani in generale e coi preti in particolare: “L’italiano è infido, bugiardo, vile, traditore, si trova più a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento […]. È che gli italiani si sono modellati sui preti, l’unico vero governo che abbiano mai avuto […]. I preti…Come li ho conosciuti? A casa del nonno, mi pare, ho il ricordo oscuro di sguardi fuggenti, dentature guaste, aliti pesanti, mani sudate che tentavano di accarezzarmi la nuca. Che schifo. Oziosi, appartengono alle classi pericolose, come i ladri e i vagabondi […]. Ti parlano con orrore del sesso ma tutti i giorni li vedi uscire da un letto incestuoso senza neppure essersi lavati le mani, e vanno a mangiare e bere il loro signore, per poi cacarlo e pisciarlo”. [cit.pp.17-18].

Sono molti i nemici di capitan Simonini, comprese le donne che odia senza essere omosessuale, il primato dell’odio spetta però ai gesuiti e ai massoni, considerati alla stregua di fratelli carnali [“I gesuiti sono massoni vestiti da donna”, cit. p.20] e soprattutto e naturalmente agli ebrei!

La matrice di questo odio robusto se non addirittura feroce [ma sempre vissuto con lucida e spietata ironia] è rintracciabile sin dall’infanzia. Simonino è vissuto con il nonno, Giovan Battista Simonini, ufficiale dell’esercito sabaudo e nostalgico dell’Ancien Régime. Personaggio vero, ricordato per una lettera all’abate Barruel, autore dei Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme… dove si sostiene che la rivoluzione francese è stato il più recente capitolo di una cospirazione universale condotta dai templari contro il trono e l’altare. Nella lettera che il nonno rilegge ossessivamente al nipote c’è però dell’altro: “ […] Oh! Quanto bene avete smascherato queste sette infami che preparano le vie dell’Anticristo […] Ve ne è una però che voi non avete toccato che leggermente […]. Voi ben capite, Signore, che io parlo della setta giudaica. Essa sembra del tutto separata e nemica delle altre sette; ma realmente non l’è. Infatti, basta che una di queste si mostri nemica del nome cristiano perché essa la favorisca, la stipendi, la protegga. E non l’abbiamo noi vista, e non la vediamo prodigare il suo oro e il suo argento per sostenere e guidare i moderni sofisti, i framassoni, i Giacobini, gl’Illuminati? Gli ebrei, dunque, con tutti gli altri settari, non formano che una sola fazione, per distruggere, se è possibile, il nome cristiano. E non crediate, Signore, che tutto questo sia una mia esagerazione. Io non espongo alcuna cosa che non mi sia stata detta dagli ebrei stessi…” [cit.pp.64-65].
A chi si riferisce il nonno di Simonino? A tale Mordechai, un ebreo conosciuto nel ghetto di Torino, dove da giovane era stato costretto a nascondersi per sfuggire ai soldati di Napoleone. E quanto costui fosse stato descritto come personaggio poco raccomandabile, lo si desume dal costante ammonimento del nonno al nipote: “Se non fai il buono e non vai a dormire subito questa notte ti visiterà l’orribile Mordechai.” [cit. p.73]

La personalità di Simonino Simonini, tuttavia, si nutre in gioventù di altre pietanze: la memoria e i libri di suo padre, carbonaro caduto per la libertà, l’esperienza di assistente-notaio e poi di notaio che lo porterà ad apprendere ed esercitare “l’arte” di falsificare i documenti. Ciò che gli varrà più tardi l’incarico da parte dei servizi segreti dello Stato sabaudo di seguire Dumas e Garibaldi durante l’impresa dei Mille, allo scopo di cavarne notizie utili contro le minacce d’indipendenza e di repubblica dei mazziniani. E Simonino scopre più che altro che la spedizione in Sicilia è voluta dai massoni: quelli al governo del Piemonte, Cavour in testa, e quelli che combattono in Sicilia al fianco di Garibaldi, per non parlare dei massoni inglesi che la sostengono con milioni di ducati! E naturalmente tra costoro molti sono gli ebrei, perché se è vero che “non tutti i massoni sono ebrei, tutti gli ebrei sono massoni” e inoltre tutti i riti massonici hanno origini cabalistiche[cit. p.154 e p.370] e tutto ciò che ha a che fare con la massoneria ha anche a che fare con l’ebraismo. Non a caso nel 1885, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia [G.O.I.], fu eletto Adriano Lemmi che unificò tra loro varie Obbedienze massoniche. Ma il Narratore ci ricorda che tale Domenico Margiotta in una sua opera ha fatto del Lemmi questo quadro edificante: “[…] raccontava che avrebbe iniziato la sua carriera facendo il ladro[…] aveva falsificato una lettera di credito[…] sottratto una borsa di perle e 300 franchi d’oro alla moglie di un medico suo amico […]. Dopo un periodo di galera era sbarcato a Costantinopoli, dove si era messo al servizio di un vecchio erbaiolo ebreo, dicendo che era pronto a rinnegare il battesimo e a farsi circoncidere. Aiutato dagli ebrei aveva poi fatto la carriera che sappiamo all’interno della massoneria” [cit. p.437].

Le informazioni del Margiotta – osserva ancora il Narratore – ebbero l’effetto di coinvolgere gran parte del mondo politico italiano. Perché in Italia tutto va bene se ci si limita a pubblicare notizie fantasiose sui riti massonici, male se ci si sofferma troppo sui rapporti tra massoneria e potere politico.

È un fatto che le varie relazioni del capitano-notaio piacciano sempre meno ai servizi segreti e che la sua stessa figura rischi di diventare compromettente per il governo sabaudo. Ecco allora Simonini lavorare a Parigi, prima per i servizi segreti di Napoleone III, poi per quelli della Repubblica. Ma l’esperienza con lo stato sabaudo gli ha insegnato una massima preziosa: non è tanto importante nel suo mestiere avere segreti reali da vendere quando dare l’impressione di averne! E Simonino Simonini si arricchisce inventando e falsificando documenti, collaborando con i cattolici a corrompere un massone [Léo Taxil] e poi con i massoni a compromettere i cattolici, incastrando l’ufficiale ebreo Dreyfus con un documento falso, partecipando a riti satanici e uccidendo, sino al colpo suo più geniale, quello che ha sempre sognato di compiere, da quando era bambino, forse per compiacere il nonno. Un documento concepito per incarico contro gli ebrei russi: nel cimitero di Praga, presso la tomba di rabbi Löw, alla mezzanotte convengono12 individui avvolti in mantelli scuri, rappresentanti delle dodici stirpi d’Israele. Un tredicesimo personaggio sbucato all’improvviso evoca lo spirito di rabbi Löw. Si salutano e fanno il punto, dopo cento anni, sul progetto di conquista del mondo da parte degli ebrei… Poco a poco, il documento del convegno del cimitero di Praga, concepito dal Simonini si arricchirà di ulteriori contenuti e falsificazioni sino ad approdare nel 1905 nel manoscritto dei Protocolli degli Anziani di Sion, il libro più tradotto al mondo, dopo la Bibbia. Denunciati come falsi nel 1921, i Protocolli sono citati nel Mein Kampf [I,11] di Hitler e diventano la giustificazione teoretica della soluzione finale: “Come l’esistenza di questo popolo poggi su una continua menzogna, appare nei famosi Protocolli dei Savi di Sion. Essi si fondano su una falsificazione, piagnucola ogni settimana la Frankfurter Zeitung: e in ciò sta la migliore prova che sono veri…Quando questo libro diventerà patrimonio comune di tutto il popolo, il pericolo ebraico potrà considerarsi eliminato” [cit.p.521].

Che dire di questo ultimo romanzo di Umberto Eco? L’intreccio è certamente complesso e di difficile lettura e l’idea di raccontarlo attraverso le figure di un Narratore, del Simonini e del suo alter ego, l’abate Dalla Piccola, non sempre si rivela la più adatta a facilitarne la comprensione. Anche se ha il pregio di sottrarre la narrazione al solito espediente del manoscritto ritrovato e anche se nella dialettica Simonini-Dalla Piccola si può osservare il conflitto del capitano-notaio-spia-falsario e terrorista con se stesso, forse con quella parte di sé che più gli ricorda il nonno e l’infanzia. Perché, se è vero che Simonino Simonini rappresenta un soggetto collettivo che opera nella storia a più riprese e che è sempre attuale, non si può non rilevare la sua sostanziale singolarità al di dentro dell’unità narrativa. Quanto ai lettori, Eco non se ne preoccupa molto. Chi lo ha letto in passato continuerà a leggerlo. Chi non lo ha mai fatto, certo non comincerà dal Cimitero di Praga. Poi c’è sempre la vasta gamma di chi acquista, ma non legge e che forse rappresenta la percentuale più alta dei cosiddetti consumatori. A me personalmente il libro è piaciuto e a tratti anche divertito. Restano tuttavia alcune considerazioni non marginali. La prima è il riferimento all’attualità. Perché i servizi segreti esistono in tutto il mondo e l’abitudine a confezionare con grande spreco di denaro pubblico documenti e dossier, veri e più spesso falsi, a scopo politico, è sempre e più che mai attuale: “Simonino Simonini è ancora tra noi”, osserva Umberto Eco. La seconda è il risentimento che il romanzo ha suscitato in Vaticano. Su L’Osservatore Romano del 30 Ottobre u.s., Lucetta Scaraffia giudica il romanzo “noioso, farraginoso, di difficilissima lettura” dove “Naturalmente i cattolici, nel ruolo di persecutori – soprattutto i gesuiti, che sarebbero adusi ad ogni bassezza – sono rappresentati come caricature mostruose”. La Scaraffia, tuttavia, ammette che Eco non ha una speciale antipatia per la Chiesa, visto che “tutti coloro che compaiono a vario titolo nel romanzo, sono orrendi, sporchi e compromessi con il male. Anche i mazziniani, i socialisti, i repubblicani, i massoni”.

Dove tuttavia la storica cattolica è certa di colpire [anche se Umberto Eco si dice convinto che “la presa di posizione” del Vaticano gli varrà almeno cinquecentomila lettori in più!] è quando osserva che ciò che preme all’autore “è fare sfoggio di una sterminata erudizione storico-letteraria e dare prova di abilità intellettuale nel mettere insieme dei pezzi di storia con episodi inventati”. O quando, facendosi paladina degli ebrei, insinua che “Non si può negare, invece, che le continue descrizioni della perfidia degli ebrei facciano nascere un sospetto di ambiguità, certo non voluta da Eco ma aleggiante in tutte le pagine del libro. A forza di leggere cose disgustose sugli ebrei, il lettore rimane come sporcato da questo vaneggiare antisemita, ed è persino possibile che qualcuno pensi che forse c’è qualcosa di vero se tutti, proprio tutti, i personaggi paiono certi di queste nefandezze”.

La tesi è senz’altro suggestiva ancorché arcinota, ma si resta perplessi conoscendo il pulpito dal quale si leva la predica. Inoltre un cattolico come Massimo Introvigne, nel suo intervento a L’infedele di Gad Lerner, dichiara esplicitamente di non condividere il rischio di “antisemitismo involontario”denunciato sull’Osservatore romano. Nella stessa prospettiva di Lucetta Scaraffia, anche se in toni diversi e problematici, si muove invece Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma. Nella Conversazione tra Umberto Eco e Riccardo Di Segni, moderata da Wlodek Goldkorn [L’espresso – Conversazione tra Umberto Eco e il rabbino Riccardo Di Segni], il rabbino capo mostra di aver letto il romanzo con attenzione, a differenza del moderatore che assegna al libro 600 pagine, quando l’autore ne utilizza 512 per narrare l’intera vicenda e 525, indice compreso, in tutto. A giudizio di Riccardo Di Segni il messaggio di Eco è pericoloso per la sua ambiguità e il lettore può finire per chiedersi se non ci sia qualcosa di vero nei delitti attribuiti agli ebrei e nel loro progetto di governare il mondo. Inoltre, osserva ancora il rabbino capo, se nei complotti orditi dai gesuiti e dai massoni emergono sempre figure poco raccomandabili, perché - può domandarsi il lettore - la stessa cosa non dovrebbe valere anche quando si parla dei cosiddetti complotti degli ebrei? Umberto Eco ammette che a tale proposito possa nascere un problema di coscienza, ma il suo lettore dovrebbe capire che nulla è vero e che si tratta solo di “dossieraggio”. Il fine del libro è proprio quello di mostrare come si costruisca in modo persuasivo un falso storico. Ciò che va bene per oggi come per ieri. C’è infatti una forma trascendentale del complotto che vale sempre e c’è una tesi che si dimostra universalmente vera: qualsiasi “verità” se ben costruita può essere data in pasto efficacemente all’opinione pubblica. Il potere si serve del complotto e del segreto. Ma i complotti, se veri, sono subito smascherati, quando non lo sono è perché sono falsi e si alimentano di segreti inesistenti e tuttavia utili a tenere desta la fantasia dei popoli contro i propri nemici. Insomma, per dirla con Armando Torno sul Corriere della Sera: “È sufficiente parlare di una cosa per farla esistere”.

Sull’ultima domanda posta dal moderatore e riguardante “l’antisemitismo oggi”, Umberto Eco e Riccardo Di Segni convergono nel ritenere che anche coloro che si dichiarano attualmente amici di Israele, unicamente per questioni di potere e di finanza, possano in realtà essere imbevuti di concetti antisemiti.

Cattolici ed Ebrei hanno detto la loro. E i Massoni? Lo fanno all’ Infedele di Gad Lerner, con l’intervento del Gran Maestro del G.O.I. Gustavo Raffi che parla giustamente di una massoneria vista nel romanzo di Eco come grande tentacolo dell’ebraismo, per scardinare, attraverso il libero pensiero, il cristianesimo dalle coscienze. Mentre Erasmo notizie, Bollettino d’informazione del Grande Oriente d’Italia, del 15 Novembre u.s., gli dedica due pagine. Nell’articolo, l’atteggiamento sul lavoro di Eco appare genericamente favorevole, anche perché molti sono i riferimenti alla massoneria, ma dietro le parole si ha come l’impressione di un rammarico per non aver lasciato parlare la “vera” massoneria: “Della Massoneria il romanzo ne parla, eccome. Solo di citazioni esplicite, cioè di parole ‘massoneria’ o ‘logge’, si contano 106 ricorrenze in 516 pagine. Ovviamente, come scriveva Giordano Bruno, ‘non basta guardare il cielo per conoscere davvero le stelle’. E così lo sguardo sulla massoneria è spesso solo fenomenologico”. [Erasmo, Anno XI, n.19, 2010, p.5]. Sorprende, tuttavia, il mancato riferimento ad Adriano Lemmi, capo storico e Gran Maestro del G.O.I. dal 1885 al 1895, laddove, nel romanzo, di lui si parla in modo certo non lusinghiero, probabilmente utilizzando fonti cattoliche e antimassoniche. Tanto più sorprende, proprio mentre il Comune di Livorno e il Comitato livornese per la promozione dei valori risorgimentali, in collaborazione con il Grande Oriente d’Italia, ha recentemente organizzato un convegno in suo onore: Adriano Lemmi fra politica, economia e fratellanza.

sergio magaldi


JUVE: LA SQUADRA DEL GATTO, DELLA VOLPE E DEGLI... AGNELLI

La squadra del gatto, della volpe e degli…Agnelli non decolla. In quattro giorni prende 7 goals, di cui 4 in casa davanti all’ultima in classifica e conclude il girone di andata con meno punti di quanti ne aveva l’anno passato la squadra allenata da Ferrara. Colpa della pausa natalizia, si sente dire e non è esatto perché il malore della Juve inizia con il pareggio contro il Chievo già prima di Natale. E in precedenza non si dimentichi l’uscita dall’Europa League senza neanche una vittoria. Continuano gli infortuni [nella media altissima degli ultimi due anni], senza che nulla si faccia per porvi riparo, dipenda dal campo, dal modo di allenarsi o da altro ancora. Continuano intanto gli acquisti a dir poco incauti con dispendio enorme di risorse [Oltre 250 milioni di euro spesi negli ultimi anni]. Sissoko, l’unico acquisto valido del passato, ignorato da Del Neri, e deciso ormai giustamente a lasciare la squadra bianconera. Quagliarella e Krasic gli acquisti “indovinati” di quest’anno: il primo fermo ormai tutto l’anno per un incidente che si è procurato da solo [il che significa pur qualcosa!], il secondo che l’allenatore si ostina a far giocare praticamente da terzino e che non è mai servito dal resto della squadra, la quale preferisce invece avanzare [si fa per dire…] centralmente dove schiera vecchi nazionali campioni del mondo del 2006 o neo-nazionali già fusi. Intanto i Criscito, i Balzaretti, i Molinaro, i Nocerino, nel tempo, sono stati sostituiti dai Grosso, i Sorensen, i Traoré, i Gryghera e il problema degli esterni bassi continua ad essere sempre lo stesso: la difesa della Juve è una delle più battute del Campionato. Si cedono i Giovinco, i Trezeguet, i Camoranesi ecc… e si investe su campioni di 34 anni come Tony. Gran parte del mondo degli “addetti ai lavori” sembra accorgersi solo ora che questa Juventus non funziona. Pure si era inneggiato alla “nuova Juve” con squilli di tromba, soprattutto per l’arrivo di due “grandi” dirigenti come il tecnico Del Neri e il direttore Marotta. La coppia “regina” che sull’onda dei grandi successi ottenuti altrove [?!] avrebbe di sicuro rilanciato la Juve. La speranza è che un giovane capace e amato dai tifosi, che bene ha operato in passato sulla scia dei padri, come Andrea Agnelli, ponga al più presto riparo ad una situazione non più sostenibile sia sotto il profilo della gestione delle risorse che della conduzione tecnica. Appena superfluo dire che avevo previsto tutto questo già prima dell’inizio del Campionato. Si veda in proposito il relativo articolo del 25 Giugno u.s.

Sergio Magaldi