lunedì 20 novembre 2017

PERCHE' IL PARTITO DEMOCRATICO PROGRESSISTA? A quale domanda sociale e politica intende rispondere?





 Con un precedente post: “Che cos’è il Partito Democratico Progressista, cosa vuole essere” [clicca sul titolo per leggere] ho cercato di chiarire la natura e i propositi di questo nuovo soggetto politico, a giudicare dai suoi documenti pubblici. Con questo post, intendo soffermarmi sulla domanda sociale e politica alla quale il costituendo partito sembra intenzionato a rispondere.

 L’annunciata Assemblea Costituente del Partito Democratico Progressista nasce da una iniziativa di alcuni soci del Movimento Roosevelt [fondato a Perugia circa due anni fa], che non hanno inteso sottoporsi alla complessa procedura per trasformare il Movimento da soggetto metapartitico in un vero e proprio partito politico. Recita infatti l’art.2 dello statuto del Movimento:

Per poter essere trasformato in soggetto direttamente politico-partitico, è necessario che venga presentata al Presidente dell’Associazione una mozione firmata da almeno 60 membri dell’Assemblea Generale e che tale mozione, calendarizzata per il voto entro e non oltre 30 giorni dalla sua presentazione, venga poi votata da almeno il 60% dei presenti al voto il giorno della deliberazione in sede di Assemblea Generale.
Dopo di che, entro altri 30 giorni a partire da tale votazione con la maggioranza qualificata del 60%, tale eventuale trasformazione in soggetto direttamente politico-partitico del Movimento dovrà avere una conferma referendaria a suffragio universale dei soci (sia fondatori che ordinari), con l’approvazione di almeno il 60% dei voti referendari effettivamente espressi (e NON del 60% degli aventi diritto”.

 Si è preferito piuttosto lanciare una sorta di Opa, non certo per “pigrizia burocratica”, ma per verificare se esistano le condizioni per la nascita di un soggetto politico nuovo, inteso non come un contenitore per raccogliere lo scontento che da più parti si leva dal Paese, ma come un’offerta di partecipazione diretta dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. I presupposti sono peraltro già presenti nel citato statuto del Movimento Roosevelt, allorché all’art.3,1 è detto: “Il Movimento Roosevelt ha anzitutto l’obiettivo di difendere, rigenerare e promuovere la sovranità popolare sostanziale e non solo formale (democrazia compiutamente dispiegata e funzionante, in termini sia rappresentativi che diretti) a tutti i livelli delle istituzioni pubbliche” e quando al successivo comma si dichiara che “Il Movimento Roosevelt intende difendere e promuovere l’affermazione ideale e concreta dei diritti stabiliti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata all’ONU il 10 dicembre 1948”, ciò che non riguarda solo i diritti civili e politici, ma anche il diritto ad una occupazione che garantisca una vita dignitosa a tutti i cittadini.

 In proposito e non a caso, uno dei candidati a rivestire la carica di segretario generale del MR [Patrizia Scanu], nel presentare la propria piattaforma per le elezioni che si terranno nell’Assemblea del Movimento del prossimo gennaio, ricorda un passo di Eleanor Roosevelt in Your Hands del 27 marzo 1958:

Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani sia nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità”.

 E la candidata alla segreteria generale del Movimento così annota in merito alla citazione:La figura forte e propositiva di Eleanor Roosevelt e la sua riflessione sulla consapevolezza individuale e sull’esercizio solidale dei diritti umani nella vita quotidiana costituiscono la fonte di ispirazione della mia proposta programmatica. […] Dal mio punto di vista, il MR dovrebbe darsi come obiettivo quello di risvegliare le coscienze addormentate, riportando l’attenzione delle persone all’esistenza e alle concrete modalità di rivendicazione dei propri diritti”.

 Così, analogamente, l’invito a partecipare all’Assemblea Costituente di un nuovo soggetto politico si qualifica per la sua diversità da ogni altra offerta già nelle “premesse”, come si legge sul sito del costituendo Partito Democratico Progressista:

Iscriversi all’Assemblea Costituente del PDP significa, per singoli cittadini delusi dall’inconsistenza dell’offerta politica corrente, per gli aderenti a gruppi, movimenti e partiti politici che si sentano alternativi agli ormai logori e insignificanti “centrodestra” e “centrosinistra” tradizionali, per gli stessi militanti, attivisti, dirigenti e rappresentanti istituzionali di quelle forze politiche che hanno deluso gli interessi degli italiani dal 1992 in avanti, partecipare alla costruzione di una nuova, inedita e solida Casa Comune.
Tutti i costituenti, individualmente o organizzati legittimamente in correnti (in quanto magari aderenti in blocco come membri di associazioni, movimenti o partiti pre-esistenti) avranno la stessa titolarità e sovranità nel discutere, determinare la confezione e l’approvazione dello Statuto PDP e nell’elaborare un preciso programma di governo per l’Italia e i suoi territori”.
 La novità più grande tuttavia – che qualifica l’offerta per tutti i cittadini e in particolare per quanti siano stanchi e annoiati dalla politica e delusi dalla costatazione che ogni scelta dei politici di professione continui a passare sopra le loro teste – è rappresentata dalla proposta contenuta nel 21° principio fondativo che il PDP intende sottoporre all’attenzione della futura Assemblea Costituente. Non ancora resa esplicita in modo conclusivo, per lasciarne la cura definitiva alla sovranità dell’Assemblea, tale proposta – è detto - si richiama ad “alcune innovative integrazioni costituzionali, nell’interesse del popolo sovrano e della sostanzialità dei processi democratici e della divisione dei poteri”.
 La necessaria difesa della Costituzione Repubblicana non va scambiata con l’immobilismo, e la giusta rivendicazione della sua piena attuazione deve farci consapevoli che, se in circa settanta anni di vita molti dei suoi principi non hanno trovato concreta attuazione, ciò significa che erano forse suscettibili di varia interpretazione, secondo uno spirito di parte e in base alla volontà dei governi che nel tempo si sono succeduti. Al contrario, più di una modifica in senso peggiorativo è stata introdotta sbrigativamente nel testo che i padri costituenti ci hanno consegnato nel lontano 1948. In questa ottica, nel Convegno del Movimento Roosevelt, tenutosi a Roma presso il Teatro Anfitrione lo scorso 4 novembre, sono state individuate proposte di modifica e di integrazione del dettato costituzionale che saranno portate all’attenzione della futura Assemblea Costituente del PDP.
Occorre rammentare che alcuni articoli della Costituzione sono da considerarsi immodificabili: l’art. 138 che sottopone le procedure di riforma costituzionale ad una precisa e complessa normativa, l’art.139 che istituisce la forma repubblicana, gli articoli 2, 13-26, 24 e 27, in quanto attengono al diritto di libertà e ai diritti inviolabili dell’uomo, l’art. 5 che sancisce l’unità e l’indivisibilità della Repubblica. Sarebbero inoltre immodificabili, secondo la giurisprudenza costituzionale, ma non in base ad un preciso dettato, anche tutti i primi 12 articoli, perché ritenuti i Principi Fondamentali che «appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana». Così, per esempio, l’art. 1 sarebbe intangibile in quanto sancisce che tutto l’ordinamento dello Stato si basa sul principio della sovranità popolare. Il che significa che una modifica dell’art. 1, che declini in modo più ampio e significativo il concetto di tale sovranità, debba ritenersi possibile.  
 E in effetti la riforma dell’art. 1 della Costituzione, proprio in questo senso, è contemplata nelle proposte presentate al Convegno del Teatro Anfitrione di Roma, divenendo una sorta di “cervello” di tutto il restante corpo costituzionale, con l’avvertenza che qualora la giurisprudenza, per motivi politico-giuridici più che sostanziali, valutasse l’articolo immodificabile, tutto il suo contenuto troverebbe comunque legittimamente posto in altri articoli della carta costituzionale, opportunamente modificabili in base alle procedure previste dall’art.138. Altre proposte di modifica riguardano, almeno per il momento, gli articoli  49, 56, 67, 75 e 81, la cui formulazione è di seguito riprodotta, utilizzando il neretto per ciò che viene mantenuto, il blu per ciò che si intende cancellare e il rosso per ciò che si propone di inserire. L’art.49 aggiunge un secondo e un terzo comma per meglio regolare la vita interna dei partiti e garantirne un tasso più elevato di democrazia. Con gli articoli  56 e 67 è introdotta l’innovazione di maggiore portata, al fine di rendere sostanziale un concetto di democrazia sempre più formale e di rendere il cittadino – richiesto periodicamente solo di un voto rituale che sancisca le decisioni delle segreterie dei partiti e al quale egli finisce sempre più per sottrarsi, apprezzandone l’inutilità – vero protagonista della vita politica e delle scelte che lo riguardano nel quotidiano. Con l’art. 75 si propone, per rendere meno aleatorio il concetto di sovranità popolare, una normativa semplificata del referendum. Infine, con l’art.81 si demanda allo Stato la tutela del benessere sociale dei cittadini e si cancella la norma sul pareggio di bilancio, introdotta proditoriamente e di recente da tutti i partiti politici, con la sola eccezione del Movimento Cinque Stelle, i cui rappresentanti non erano ancora presenti in Parlamento.
Art.1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata [sul lavoro] sul diritto al lavoro e sul dovere istituzionale di garantire la piena occupazione dei cittadini.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita [nelle forme e nei limiti della Costituzione]: attraverso il potere monetario dello Stato, mediante l’istituto della democrazia rappresentativa, della democrazia stocastica e nelle forme della democrazia diretta, quali il referendum abrogativo, propositivo e l’uso del digitale certificato.  

Titolo IV. Rapporti politici
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
Le linee programmatiche dei partiti devono essere decise attraverso periodiche assemblee degli iscritti e in ogni caso deve essere garantito il diritto delle minoranze.
La scelta dei candidati per il Senato è determinata dalle Primarie, indette da partiti e movimenti politici tra i propri iscritti, con modalità che possono prevedere l’utilizzo del digitale certificato. La legge stabilisce termini e tempi dei ricorsi.

PARTE SECONDA. ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA
Titolo I. Il Parlamento
Sezione I. Le Camere
[La Camera dei deputati]  L’Assemblea del Popolo è eletta [a suffragio universale e diretto] per estrazione a sorte tra tutti i cittadini italiani che ne abbiano diritto.
Il numero dei deputati è di seicentotrenta, dodici dei quali eletti nella circoscrizione Estero.
Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che [nel giorno delle elezioni hanno] abbiano compiuto i venticinque anni di età al momento di chiusura annuale delle liste comunali di elettorato passivo. Alle liste si accede a domanda e a giudizio inappellabile di commissioni di esperti, costituite su base regionale, che abbiano accertato mediante colloquio che il candidato, indipendentemente dal titolo di studio, mostri competenza in materia di storia, economia e diritto. Il cittadino escluso ha il diritto di rinnovare la richiesta negli anni successivi.
La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per seicentodiciotto e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. L’estrazione a sorte dei candidati all’Assemblea del Popolo segue la ripartizione dei seggi assegnati alle circoscrizioni.
Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero.
Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici, sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Art. 67
Ogni membro del Parlamento rappresenta [la Nazione] il Popolo [ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato]. I deputati del Popolo e i senatori della Repubblica possono essere revocati dall’incarico mediante proposta di destituzione, firmata da almeno cinquantamila cittadini e sottoposta a referendum confermativo. I senatori sono revocati automaticamente nel momento stesso in cui non facciano più parte, per loro scelta, del partito o del movimento politico in cui siano stati eletti. Nei casi di espulsione è ammesso ricorso e i senatori restano in carica sino a giudizio definitivo della magistratura. Deputati e senatori cessano dal mandato, senza possibilità di appello, dopo cinque assenze consecutive ingiustificate dai lavori delle Camere.

Sezione II. La formazione delle leggi
E' indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, nonché la destituzione di un deputato del popolo o di un senatore della Repubblica, quando lo richiedono [cinquecentomila] cinquantamila elettori [o cinque Consigli regionali].
E’ indetto referendum popolare propositivo per approvare una legge, quando lo richiedono centomila elettori e la legge da approvare non sia lesiva dei principi sanciti dalla dichiarazione universale dei diritti umani.
[Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. ]
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere [la Camera dei deputati] il Senato della Repubblica.
La proposta soggetta a referendum abrogativo è approvata [se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto,e] se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
La legge determina le modalità di attuazione del referendum.

Art. 81
Lo Stato [assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.], nella prospettiva di assicurare il benessere sociale, si fa carico di gestire e ricorrere all’indebitamento nella necessità di investimenti per rilanciare l’occupazione e per far fronte al verificarsi di eventi eccezionali, calamità naturali e recessioni economiche.
Lo Stato [Il ricorso] può ricorrere all’indebitamento [è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e,], previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti [al verificarsi di eventi eccezionali].
Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.
Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.
L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare [l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e] la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale.

 Il nome di questo nuovo soggetto politico: Partito Democratico Progressista [PDP] fa pensare quasi ad una rifondazione dell’esistente Partito Democratico, alla reintegrazione di quanto di recente s’è venuto formando dalla sua costola, richiamandosi a vaghe idee di progresso, all’inclusione persino di tutte quelle articolazioni che da tempo si agitano e si spezzettano all’infinito e senza alcun costrutto alla sua sinistra. Niente di meno vero. La connotazione di “progressista”, checché ne pensi il senso comune, non caratterizza necessariamente le formazioni della sinistra, tant’è che vi si richiamano ancora oggi nel mondo, e indifferentemente, partiti e movimenti politici liberali, di centro, di destra e di sinistra. Del resto, l’idea stessa di progresso sconta l’ambiguità contenuta nel suo proprio concetto, allorché rimanda ad un tragitto da compiere, il cui unico comune denominatore tra coloro che lo percorrono è rappresentato dal passaggio da un punto a un altro, da un prima a un dopo, da un presente a un futuro la cui natura soltanto è chiamata a qualificarne il senso. Il termine sconta anche la sua etimologia, perché il latino progredior, “vado avanti”, significa semplicemente che mi sto muovendo, non in quale direzione fisica o ideale stia andando. In altri termini, non qualifica la mia marcia, né il senso dello spostamento se non per quello che io stesso gli assegno come fine. Non a caso gli antichi non avevano l’idea di progresso o perché ritenevano che la storia rappresentasse piuttosto un “regresso” rispetto ad una mitica e felice condizione originaria o perché la loro concezione del tempo era di tipo circolare. Per quanto paradossale possa sembrare fu solo con il cristianesimo che l’idea di progresso entrò nella storia, con l’abbattimento della circolarità temporale e l’assunzione del tempo lineare visto in funzione di un progressivo avvicinamento a Dio. Solo con l’Illuminismo la concezione di progresso comincia ad essere scandita in termini propriamente umani, perché la fede in Dio è sostituita dalla fiducia nella ragione umana, mentre il Positivismo del secolo successivo coniugherà l’idea di progresso con la divinizzazione della scienza. Nessuna concezione umana, tuttavia, scompare veramente, anche se si traveste in modo tale da non essere riconosciuta: così l’idea di progresso, quando non si dia un contenuto specifico e si prefissi una meta oggettivamente perseguibile, riconduce alla sterile e mitica età dell’oro degli antichi o, peggio ancora, resta un proclama generico per attrarre gli ingenui, ma si dà anche il caso di una sua palese contraddizione, testimoniata dal ripresentarsi costantemente di vicende umane caratterizzate da crudeltà, violenza e sopraffazione.

Tutto ciò premesso, la qualifica di “progressista” che caratterizza questo costituendo soggetto politico non significa necessariamente, come si potrebbe pensare – indotti in errore dall’etichetta assunta da alcuni gruppi di recente costituzione, separatosi dal Partito Democratico –  “di sinistra”, ma attiene ad un concetto di progresso ben  più determinato e specifico su cui vale la pena di soffermarsi ulteriormente allo scopo di coglierne le differenze con l’idea generica di progresso, presente tanto nel Manifesto dei valori del Partito Democratico, al momento della sua fondazione [2008], quanto nel più recente e sedicente “campo progressista”. [SEGUE]

sergio magaldi

lunedì 13 novembre 2017

Italia alla ventura già fuori dal mondiale

Sant'Ambrogio, il santo patrono di Milano



 Questa sera l’Italia del calcio sarà ufficialmente fuori dal mondiale di Russia. Naturalmente i miracoli sono sempre possibili. Si gioca a Milano, allo stadio di San Siro e quale che sia l’identità di questo santo –  il ragazzo che, secondo il Vangelo di Giovanni (Gv. 6,8) aveva i cinque pani d’orzo e i due pesci coi quali Gesù sfamò la folla e che sarebbe rimasto tra gli apostoli sino ad annunciare la buona novella nella pianura padana, o il vescovo di Pavia vissuto nel IV secolo o ancora [e qui il miracolo si fa meno probabile per una questione di campanile] quel San Siro vescovo di Genova vissuto anche lui nel IV secolo – ci si attende da lui un intervento provvidenziale sino a spingere una spenta nazionale a segnare due goal alla Svezia senza subirne alcuno, garantendole così quel posto in paradiso dove l’attendono le nazionali di quasi tutti gli altri paesi europei. La missione è ardua anche per un santo e giocandosi la partita a Milano forse varrebbe chiamare in causa anche Sant’Ambrogio, il santo patrono della città. Cosa poi sarebbero capace di fare gli azzurri, una volta in paradiso, è un altro discorso. Non c’è un gioco, qualche raro campione è già sulla via del tramonto, qualche altro è utilizzato male o addirittura non impiegato e per il resto si tratta di figure intercambiabili.

 Scontiamo la politica di questi anni, anzi la non politica calcistica che ha prodotto soltanto l’esperimento pilota del VAR (Video Assistant Referee) che lascia comunque e sempre l’ultima parola all’arbitro, ma si continua a permettere alle squadre italiane di tutti i campionati di schierarsi in campo anche con 11 giocatori stranieri. Scontiamo la nomina, così come in altri settori nevralgici della vita nazionale, di dirigenti scelti con criteri clientelari. Nello specifico, aver affidato la nazionale ad un allenatore di lungo corso ma aduso a lottare per il centro classifica della serie A significa non aver capito la realtà del calcio italiano, soprattutto quando a scendere in campo non sono Paolo Rossi, Totti, Baggio, Pirlo o Del Piero etc., ma i loro tardi epigoni. Conte, con la sua organizzazione di gioco, con la sua capacità  di trasmettere ai giocatori una volontà ferrea, ha dimostrato con una squadra tecnicamente anche inferiore a questa, di poter giocare alla pari contro le nazionali più forti come Spagna, Germania etc.; la nazionale di Ventura, in 95 minuti di gioco, non riesce ad entrare che una sola volta nell’area svedese [colpo di testa di Belotti che fallisce di poco il bersaglio], utilizza Insigne come mediano a venti minuti dalla fine, schiera Verratti – uno dei pochi calciatori italiani oggi di fama internazionale – e tanti altri in un ruolo non loro, ignora la regola fondamentale del calcio che le partite si vincono a centrocampo, insiste con il vecchio modulo dei due centravanti che finiscono con l’ostacolarsi a vicenda. Personalmente ritengo che sarebbe bastato Balotelli per aver ragione di questa Svezia, ma com’è noto il giocatore è tabù per i dirigenti e forse anche per alcuni calciatori di questa nazionale. Resta il fatto che, dopo le dimissioni di Conte, bisognava avere il coraggio di chiamare alla guida della nazionale un altro allenatore di prestigio, pagandolo a prezzo di mercato e non lesinando su un ingaggio alla portata della Federazione.

 Quali le novità di questa sera per tentare la rimonta? Gabbiadini al posto di Belotti, Florenzi e Jorginho al posto di De Rossi e Verratti [squalificato], mentre Insigne ed El Shaarawy, gli attaccanti italiani più in forma di questo momento, continuano a restare fuori. Forse una squadra persino più debole di quella sconfitta in Svezia e alla quale si chiede, per qualificarci al mondiale, di segnare – contro una difesa fisica che praticamente non ci ha permesso di entrare nella propria area di rigore – un numero di goal pari a quelli realizzati nelle ultime cinque partite della gestione Ventura. Un compito quasi impossibile, ma è vero che questa volta si gioca in Italia, a Milano, e che si spera che a dare una mano, e magari a guidare un piede al bersaglio, siano gli autorevoli santi locali.

sergio magaldi


mercoledì 8 novembre 2017

Convegno di Roma del Movimento Roosevelt: "Costituzione. Come difenderla, mantenerla o migliorarla" (4 novembre 2017)




 L'intervento di Sergio Magaldi al Convegno di Roma, presso il teatro Anfitrione, dal titolo: "Costituzione. Come difenderla, mantenerla o migliorarla" (4 novembre 2017). Sergio Magaldi presenta sinteticamente le proposte di riforma costituzionale che, a seguire, saranno ampiamente illustrate e commentate ad una ad una sui canali mediatici ufficiali rooseveltiani. Per vedere il video, clicca di seguito:



martedì 7 novembre 2017

Sacro impero europeo della nazione germanica: neofeudalesimo e autonomie




 Da Carlo Magno [742-814] a Ottone il Grande [912-973], da Ottone il Grande, re di Germania, a Massimiliano I d’Asburgo [1459-1519], da Massimiliano I ad Angela Dorothea Kasner Merkel [1954-?], Cancelliera tedesca da 12 anni, c’è una continuità politica del continente europeo che più che guardare all’Europa dei popoli, ad una Confederazione tra le nazioni europee o ad una Federazione Europea o agli Stati Uniti d’Europa, sembra sempre più ispirarsi alla tradizione del Sacro Romano impero della nazione germanica, ufficialmente decaduto solo nel 1806 per volontà del “Cesare progressivo”, come fu chiamato da Gramsci Napoleone Buonaparte o Bonaparte, secondo il suo cognome francesizzato, [1769-1821] che poco aveva di germanico, essendo nato in Corsica da genitori italiani.

 Prima della metà del secolo scorso la restaurazione del Sacro romano impero della nazione germanica fu già tentata da Adolf Hitler [1889-1945], ma il Führer lo fece in modo sgangherato ricorrendo alle armi, con l’aiuto del capitalismo classico e col massacro di milioni di ebrei [che secondo il Museo dell'Olocausto di Washington non furono “soltanto” i sei milioni uccisi nei campi di concentramento, ma complessivamente tra i 15 e i 20 milioni se si considerano le oltre 42mila strutture create in tutta l’Europa per sterminare gli ebrei]. Con la nascita della UE [Unione Europea], la Germania ha di fatto restaurato nel continente europeo quell’impero che Napoleone aveva abbattuto due secoli prima e lo ha fatto: 1)Riunificando il proprio Paese a spese della comunità europea. 2)Grazie all’apporto del capitalismo finanziario. 3)Con l’appoggio della Francia, suo principale Vassallo. 4)Togliendo la sovranità monetaria ai paesi dell’Unione. 5)Imponendo in tutta Europa il pareggio di bilancio e una politica di austerità che rende i governi nazionali – a prescindere dalle forze politiche che ne facciano parte – meri esecutori di un impero centralizzato e globalizzato la cui anima è rappresentata dalla BCE [Banca Centrale Europea] con sede in Germania, a Francoforte sul Meno. 6)Distruggendo le economie nazionali a proprio vantaggio. 7)Strutturando il territorio europeo in tanti feudi con stati vassalli, valvassori e valvassini, senza tuttavia lasciar sopravvivere quell’economia curtense che caratterizzò positivamente l’alto Medioevo.

 È più che mai comprensibile che in questo feudalesimo di ritorno trovino spazio, all’interno degli stati nazionali europei, spinte autonomistiche e indipendentistiche con l’obiettivo di instaurare direttamente un rapporto con l’UE, vista ormai la manifesta impotenza delle nazioni a decidere sulle scelte di politica economica e sociale e che per converso si traduce in un maggiore “sfruttamento” delle risorse locali a vantaggio di una nazione sempre più impoverita dalla necessità di far quadrare i propri conti in ossequio alle ristrettezze imposte dall’impero teutonico. D’altra parte – al di là di qualche fuga in avanti rappresentata da movimenti e partiti politici che per motivi elettorali si spingono sino a chiedere l’uscita dall’euro e/o dall’Europa – le autonomie consolidate, che per antica vocazione hanno una qualche possibilità di coniugare il verbo dell’indipendenza, si guardano bene dal dichiarare di voler prescindere dalla moneta unica e dall’Europa. È il caso ultimo della Catalogna che, volendo separarsi dalla Spagna, non ha mai smesso di innalzare nei giorni scorsi, insieme alla bandiera con stella e strisce giallorosse, anche la bandiera blu dell’Europa con il cerchio a 12 stelle. E questo è un punto di forza, ma anche di debolezza delle aspirazioni indipendentistiche. Perché se da una parte tende a rassicurare l’Europa e il Mercato, dall’altra non guadagna il favore di quella parte, sempre più consistente, dell’opinione pubblica europea che non vede, come per esempio, nella dichiarazione di indipendenza della Catalogna una sfida a Eurogermania, ma semplicemente un anelito egoistico e di parte. Il rovescio della medaglia è che, almeno in questa fase storica, l’UE tedesca con stampella francese e corteo di servili vassalli europei non può permettersi di assecondare le aspirazioni all’indipendentismo di regioni controllate dagli stati che dell’Unione fanno parte, per almeno tre ordini di motivi:1)Non scontentare i propri fedeli vassalli rischiando imprevedibili colpi di testa da parte loro. 2)Garantire il più possibile, attraverso il controllo nazionale, la tenuta dell’intero sistema. 3)Evitare assolutamente che dietro le aspirazioni indipendentistiche di alcune regioni europee si nascondano e/o possano manifestarsi col tempo ben altre intenzioni, quale soprattutto la messa in questione delle attuali politiche economiche e sociali imposte a tutto il continente dall’impero europeo della nazione tedesca.

 E tutto ciò con buona pace dei soliti complottisti che hanno creduto di vedere, nei recenti avvenimenti catalani, addirittura lo zampino dell’UE per mettere in crisi la Spagna, lanciata verso una crescita del proprio prodotto nazionale lordo ben superiore a quella di tutti gli altri paesi europei. Crescita che peraltro non ha ridotto la disoccupazione [ben superiore a quella dell’Italia e di altri stati], né implementato i bassi salari e le esigue pensioni [2500-3000 euro è l’ammontare massimo delle pensioni più ricche elargite dal sistema pensionistico spagnolo], né incrementato i consumi, né ridotto l’indebitamento con le istituzioni internazionali e neppure risolto la crisi politica che si trascina da tre elezioni politiche generali con un governo neofranchista che si regge sull’astensione dei socialisti del PSOE e che spera con Rajoy in una prossima e schiacciante vittoria elettorale per il pugno duro usato contro i catalani.


sergio magaldi    

domenica 22 ottobre 2017

LA CRISI CATALANA E L'USO ELETTORALE DELLA RAGIONE

La  risposta della piazza di Barcellona alle misure repressive di Rajoy


 Applicando alla lettera il primo comma dell’articolo 155, nei giorni scorsi Rajoy aveva inviato a Puigdemont, presidente della Generalità Catalana, un “requerimiento”, cioè una richiesta per sapere se nel fatto era stata proclamata

Artículo 155


Articolo 155
1.Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.


1. Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa con l'approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie por obbligarla all'adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi.
2.Para la ejecución de las medidas previstas en el apartado anterior, el Gobierno podrá dar instrucciones a todas las autoridades de las Comunidades Autónomas.


2. Il Governo potrà dare istruzioni a tutte le Autorità delle Comunità Autonome per l'esecuzione delle misure previste nel comma precedente.

l’indipendenza della Catalogna, nel qual caso – specificava la missiva di Rajoy – il governo avrebbe deliberato e poi sottoposto all’approvazione del Senato la sospensione dell’autonomia catalana. Nella risposta, Puigdemont – che in un precedente intervento pubblico davanti all’Assemblea catalana aveva già dichiarato sospesa l’indipendenza – lamentava il silenzio di Rajoy di fronte alla sua offerta di dialogo e l’escalation della repressione con l’arresto di due esponenti indipendentisti: Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, rispettivamente presidenti di ANC [Assemblea Nacional Catalana] e Omnium Cultural. Puigdemont aggiungeva poi, implicitamente rispondendo a Rajoy, che continuando la repressione, la mancanza di dialogo e ove il governo spagnolo avesse applicato il dettato dell’art. 155, il Parlamento catalano avrebbe potuto decidere di sottoporre a votazione la dichiarazione formale di indipendenza. Dunque una repubblica di Catalogna  non c’è mai stata, per il semplice motivo che, secondo l’interpretazione dello stesso Puigdemont, la sua proclamazione spetta unicamente al Parlamento catalano. Sino all’ultimo momento, il presidente spagnolo aveva a disposizione due strade: la prima era accettare il dialogo offerto da Puigdemont, sia pure proponendolo alle sue condizioni e non a quelle del presidente della Generalità; la seconda era quella di convocare il Consiglio dei ministri in applicazione dell’art.155 che prevede in casi eccezionali la revoca delle autonomie comunitarie. Naturalmente, Rajoy ha scelto questa seconda strada e lo ha fatto sulla base di precise considerazioni, nessuna delle quali farà il bene della Spagna. Forte del fatto che numerose imprese e banche catalane hanno trasferito la sede legale dalla Catalogna a diverse località della Spagna, che può contare sull’appoggio non solo di Albert Rivera, presidente di Ciudadanos – un partito costruito ad arte dai popolari del centrodestra per rispondere a Podemos – ma anche di Pedro Sánchez, segretario generale del PSOE [Partido Socialista Ovrero Español], che Filippo VI, re di Spagna, è al suo fianco con un secondo e insulso discorso e che soprattutto l’elettorato spagnolo si attende una risposta risoluta, Mariano Rajoy ha varcato, per così dire, il Rubicone, fiducioso di trarne vantaggi nelle prossime elezioni politiche generali per il suo PP [Partito Popolare, di derivazione neofranchista], anche in considerazione che attualmente il governo monocolore del PP sopravvive con pochi voti di maggioranza. Lo stesso calcolo elettorale deve aver fatto il socialista Sánchez che a differenza di Alicia Romero del PSC [Partito Socialista Catalano, versione catalana dello stesso PSOE] – la quale ha dichiarato ufficialmente: “né il 155, né la dichiarazione di indipendenza” – ha scelto di appoggiare Rajoy nel brandire l’art.155, augurandosi ipocritamente, prima della riunione del Consiglio dei ministri, che l’intervento contro l’autonomia catalana si fosse limitato a convocare elezioni politiche anticipate in Catalogna. Altrettanto ipocritamente, l’ex ministra socialista Carmen Calvo ha dichiarato che sarebbe stato stupendo se Puigdemont avesse convocato nuove elezioni spontaneamente e prima del mese di gennaio.

 Per la verità, le misure annunciate da Rajoy al termine del Consiglio dei ministri, in applicazione dell’art. 155 e che prima di diventare esecutive dovranno essere approvate venerdì 27 ottobre dal Senato, sono persino peggiori di quanto ci si potesse attendere, tant’è che ieri a Barcellona sono subito scesi in piazza più di 450.000 cittadini e Podemos, benché contrario all’indipendenza, parla di un vero e proprio attentato alla democrazia e i socialisti che avevano parlato di “applicazione minimalista del 155” sono divisi tra di loro. Infatti, al di là dell’affermazione incredibile che non viene sospeso l’autogoverno della Catalogna, all’autonomia  sono tolte tutte le prerogative. Destituiti il presidente e la giunta,  ogni potere passa nelle mani del governo di Madrid: dalla TV al sequestro delle risorse economiche, dal comando dei mossos [polizia] alla gestione di nuove elezioni, non più previste per gennaio, come sembrava essere stato concordato con il PSOE, ma nell’arco di sei mesi.

 Non c’è dubbio che l’arma risolutiva fornita a Rajoy per fronteggiare a modo suo la crisi è stata la defezione di alcune banche e di oltre mille imprese che lasciano la sede legale catalana, e sotto questo profilo, occorre riconoscere che neppure Puigdemont e i suoi hanno fatto buon uso della ragione. Prima di gettarsi in questa avventura e arrivare al referendum indipendentista del 1:O, avrebbero dovuto assicurarsi la tenuta di banche e imprese, se non l’hanno fatto è stato per mero calcolo elettorale e oggi devono anche fare i conti con la borghesia catalana, molto sensibile alle questioni di denaro. È vero però che le misure adottate dal governo di Madrid, se soddisfano l’opinione pubblica spagnola, decisamente unionista, non solo non risolvono, ma addirittura inaspriscono il conflitto tra Spagna e Catalogna nella prospettiva di risvolti oggi  ancora impensabili. Se avesse davvero voluto venire a capo della questione, Rajoy avrebbe dovuto lasciare da parte i calcoli elettorali e magari dare ascolto a quanto suggeriva qualche giorno fa il New York Times: accettare il dialogo offerto da Puigdemont per arrivare ad una soluzione concordata che, in cambio della rinuncia alla secessione, ridava ai catalani almeno lo statuto del 2006 che, regolarmente approvato dal Parlamento spagnolo, fu poi revocato a seguito della denuncia presentata alla Corte Costituzionale da parte di alcuni deputati del Partito Popolare di Rajoy, lo stesso partito che ieri ha imposto la repressione dura.

sergio magaldi

  

giovedì 19 ottobre 2017

Il "deicidio" impossibile del popolo ebraico




Fulvio Canetti, Amare Israele, AltroMondo editore, Vicenza, Ottobre 2017



 Una nuova edizione del libro “Amare Israele”, di Fulvio Canetti, pubblicata in questi giorni da AltroMondo Editore. L’autore si batte da tempo per dimostrare che l’accusa di “deicidio” nei confronti del popolo ebraico è alla base dell’antisemitismo di sempre. Non fu il Sinedrio a condannare a morte Gesù – non si stanca di ribadire Fulvio Canetti – bensì Ponzio Pilato, e la versione evangelica di un governatore che se ne “lava le mani” per lasciare la decisione prima al Sinedrio poi alla folla è una tarda ricostruzione antiebraica volta a corroborare la tesi del deicidio commesso dal popolo ebraico. Scrive in proposito Edoardo Recanati nella prefazione del libro: “Dopo faticosi studi di alcuni testi canonici cristiani, valutate le loro discordanze e la loro cecità davanti all’evidenza, Canetti dimostra che fu il governatore Ponzio Pilato ad usare l’inflessibile diritto romano della condanna capitale per i nemici dell’impero, Gesù compreso. Leggere e commentare i Vangeli in chiave anti-ebraica è stato un grosso sbaglio commesso dai cristiani, che hanno voluto ignorare le radici ebraiche di Gesù. Tutto questo ha generato l’antisemitismo religioso del Medio Evo, l’antisemitismo legato alla razza nel XIX secolo e oggi l’antisemitismo connesso con la presenza della Nazione ebraica”.

 Che il “deicidio” sia alla base dell’antisemitismo storico non c’è dubbio, ma come in ogni guerra di religione bisogna chiedersi “chi c’è dietro”. Agitare davanti alle folle il fantasma di un popolo che si macchia del delitto di un uomo riconosciuto come Dio da milioni di credenti è un abile espediente per far breccia nella mente e nell’animo di chi, per le condizioni di ignoranza e di fanatismo in cui è tenuto, non fa uso della ragione. Perché, anche ammettendo per un momento che il Sinedrio e la folla siano i responsabili del “deicidio”, non si vede come questa colpa possa ricadere nei secoli sul popolo ebraico, con ben più valide argomentazioni sarebbe come sostenere che gli americani sono e saranno per sempre razzisti perché hanno avuto il ku klux kan o che i tedeschi, dopo Hitler, siano tutti e per sempre nazisti. Analogamente, se a macchiarsi del cosiddetto deicidio fu Ponzio Pilato, uomo malvagio e governatore di Roma, sarebbe come dire che tutti i romani ne sono i responsabili in eterno. Allora, se il motivo dell’antisemitismo delle folle è giustamente riconducibile al “deicidio”, le vere ragioni dell’odio contro gli ebrei alimentato dalle élite dominanti, quelle che fanno la Storia e non la subiscono, tanto per intenderci, va ricercato altrove. Ma ciò che a Fulvio Canetti interessa è proprio smantellare l’antisemitismo fanatico generato dal pregiudizio, ritenendo dal proprio punto di vista che, se si riesce a demolire questo tragico muro, cadranno anche i presupposti di un odio usato strumentalmente – aggiungerei io – da chi controlla le leve del potere.

 Così, l’autore di Amare Israele porta numerosi argomenti a sostegno della propria tesi: non solo il Sinedrio non era legittimato ad emettere una condanna a morte che spettava solo al governatore romano, ma al suo interno era diviso circa la condotta da adottare. Com’è noto, per esempio, Giuseppe di Arimatea influente membro del Sinedrio era dalla parte di Gesù. Inoltre, Ponzio Pilato aveva i suoi buoni motivi per fare uccidere Gesù, assai vicino – secondo una delle tante possibili ricostruzioni storiche di questo periodo – agli zeloti, tra i più accaniti nemici di Roma e sostenitori dell’indipendenza della Giudea. Scrive Canetti nell’introduzione: «Sulla vita di Gesù sono stati scritti tanti libri, ma pochi, si sono occupati del suo processo nel Tribunale romano di Gerusalemme, condotto da Ponzio Pilato. I fatti accaduti meritano di essere approfonditi, per cercare di far luce sulle circostanze storiche, che hanno prodotto questo evento tanto drammatico, conosciuto nel mondo cristiano come la Passione di Gesù.
Gesù venne condotto di fronte a Pilato, che gli chiese: “Sei tu il re dei Giudei?” “ Tu lo dici” -rispose Gesù- senza negarlo. I Vangeli (Mt 27, 11; Mc 15,2; Lc 23,3; Gv18, 37) concordano unanimi su questo punto fondamentale del processo. La dichiarazione fatta da Gesù di fronte a Pilato, era un atto cosciente di ribellione verso l’Impero. Soltanto Roma poteva nominare un Re nella provincia della Giudea e Pilato non aveva altra scelta che infliggere all’imputato la pena capitale, come previsto dal diritto romano».

 E ancora, entrando nel merito della narrazione, a proposito dei poteri del Sinedrio, Canetti annota: «Il Sinedrio, che amministrava la Giustizia sulla popolazione ebraica, non aveva nessuna facoltà giuridica per emettere una condanna capitale, essendo questa di pertinenza esclusiva del Governatore romano. “A noi (Sinedrio) non è consentito mettere a morte nessuno’’[ Gv18,31]. Lo storico Giuseppe Flavio a riguardo scrive: “Essendo stato il territorio della Giudea, ridotto a provincia di Roma, vi fu mandato un Governatore, investito da Cesare anche del potere di condannare a morte”. Le ragioni di questa scelta da parte romana erano evidenti. Impedire qualsiasi clemenza nei confronti dei ribelli zeloti nemici dell’impero, clemenza che, con un tribunale ebraico, si sarebbe potuta verificare» [p.20].

 L’analisi di Fulvio Canetti è condotta con rigore logico e indubbia oggettività. Così, per esempio, quando ammette la responsabilità della maggioranza del Sinedrio, sotto l’impulso di Caifa, nell’aver voluto consegnare Gesù ai Romani, per timore di rappresaglie imperiali: «La scelta di Caifa fu eloquente: “È meglio che un uomo solo perisca, piuttosto che tutto il popolo” [Gv 11,50]. Caifa credette in questo modo di aver risolto il problema dell’occupazione romana della Giudea, ma il nodo scorsoio si ripresentò circa 40 anni dopo, il cui risultato fu la distruzione di Gerusalemme. L’impero di Roma non faceva sconti a nessuno, come in modo errato aveva creduto l’aristocrazia ebraica del Tempio, venduta e collaborazionista» [ibid.].

 Giustamente osserva l’autore che «Autoproclamarsi Messiah non è affatto una “bestemmia’’ per la legge ebraica, come sostenuto dalla narrazione evangelica», mentre lo è di sicuro dichiararsi “Figlio di Dio”, per l’infinita distanza che nella religione ebraica deve essere mantenuta tra l’uomo e il suo Creatore. Autoproclamarsi “re dei Giudei” è invece la testimonianza della pericolosità di Gesù, amico dei zeloti, per la pax romana e l’ordine sociale accettati da quella che Canetti chiama “l’aristocrazia ebraica del Tempio”. Il sospetto è  che questa aristocrazia “venduta e collaborazionista” non abbia inteso o non abbia voluto intendere con quale spirito Gesù affermasse di essere figlio di Dio, nel senso cioè che lo è ogni essere umano. Quanto alla denominazione di “re dei Giudei” sembra piuttosto attribuzione di altri, amici o nemici che fossero di Gesù. Insomma, comunque siano andate le cose, Fulvio Canetti analizzando momento per momento il processo a Gesù, giunge ad una conclusione opposta a quella di una tradizione più accreditata e malevola verso gli Ebrei: non fu Ponzio Pilato a “lavarsene le mani”, bensì il Sinedrio, per timore dei Romani, mentre della condanna a morte di Gesù il solo responsabile fu il governatore di Roma: «Dopo questi avvenimenti, Gesù venne messo nelle mani di Pilato. La città di Gerusalemme era alla vigilia della Pasqua ebraica (Pesah). Il popolo, affaccendato nei preparativi per la festa imminente, era preso dai propri impegni e lontano dagli avvenimenti, che si stavano svolgendo in modo drammatico. Un momento ideale per celebrare un processo. La stanza del tribunale detta “Secretarium”, era un luogo vietato al pubblico. Le guardie ebraiche, non ebbero difatti il permesso di entrarvi. Un processo senza “testimoni”  […] I soldati romani, che avevano crocefisso Gesù, si divisero le sue vesti, tirando a sorte. Era una consuetudine, per la quale il vincitore prendeva per sé le vesti del condannato. Al tramonto, il facoltoso fariseo Giuseppe di Arimatea, membro del Sinedrio, si recò da Pilato a richiedere il corpo di Gesù per la sepoltura nella sua tomba di famiglia. Ora, tale circostanza, offre due spunti interessanti di riflessione sull’andamento del processo, che conferma le nostre certezze. La prima fa pensare che Gesù fosse tra gli ispiratori della rivolta contro Roma, per le sue “connivenze” con personalità ebraiche influenti, come Giuseppe di Arimatea, membro del Sinedrio. La seconda chiarisce l’andamento del processo. Gesù non ricevette la condanna capitale dal Sinedrio come sostenuto dalla narrazione evangelica»[pp.20 e 25].

 Dopo la ricostruzione del processo, Fulvio Canetti affronta nei capitoli successivi la questione delle conseguenze storico-politiche dell’accusa di “deicidio” nei confronti del popolo ebraico. Sotto questo profilo fu determinante la divisione della Chiesa di Gerusalemme tra Giacomo, fratello di Gesù, che raccomandava agli adepti cristiani l’osservanza dei precetti ebraici e Paolo di Tarso che costruì poco a poco un cristianesimo in funzione antigiudaica con tutto ciò che ne sarebbe derivato per gli ebrei: ghettizzazione, pogrom, campi di sterminio. L’auspicio dell’autore è la continuazione del dialogo ebreo-cristiano e che, pure nella diversità, si possa amare Israele.

sergio magaldi







Fulvio Canetti, Amare Israele, AltroMondo Editore, Vicenza, ottobre 2017
Prezzo:
€ 10,00
ISBN:
9788899658892
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sabato 14 ottobre 2017

Cos'è IL PARTITO DEMOCRATICO PROGRESSISTA, cosa vuole essere?






 Un nuovo soggetto politico si aggira per la rete, o meglio ciò che per ora si lascia intravedere è solo una “cosa” con molto di nuovo, ma ancora “in nuce” e sottoforma di futura Assemblea Costituente. Si tratta del Partito Democratico Progressista [PDP], www.partitodemocraticoprogressista.it [per partecipare all’Assemblea Costituente basta entrare nel sito ed iscriversi], una neoformazione che a prima vista sembra la sintesi dei due partiti attualmente esistenti di centrosinistra. Sembra, ma non è così, se appena si dà uno sguardo ai 21 punti fondativi che saranno sottoposti all’Assemblea Costituente. Vi si coglie, innanzi tutto, la necessità di un rovesciamento di prospettiva, con l’affermazione del primato della politica sull’economia: le scelte politiche non vanno subordinate alle teorie economiche neoliberiste, com’è purtroppo nello spirito e nella prassi di tutti i partiti del panorama politico italiano. Il neoliberismo, infatti, si mostra sempre più funzionale al modello di sviluppo del capitalismo finanziario e delle élite internazionali con la globalizzazione selvaggia, la delocalizzazione delle imprese, la riduzione delle tasse per i grandi monopoli e la decurtazione dei salari e delle retribuzioni, per una politica che impone ai governi l’austerità, la progressiva eliminazione del welfare e il pareggio di bilancio, con la costante emarginazione sociale e l’impoverimento di strati crescenti di popolazione e con l’arricchimento abnorme di ristrette oligarchie. 

 L’offerta politica del costituendo PDP si basa su una lettura semplice della realtà: le forze che si richiamano al centrosinistra e persino alla sinistra denunciano sempre più, con il frazionismo che le caratterizza, la sostanziale accettazione del modello di sviluppo proposto dall’egemonia del capitale finanziario, differenziandosi solo circa le misure effimere da adottare per rendere tale modello maggiormente digeribile a quello che si ritiene essere l’elettorato tradizionale di riferimento. Le forze che si richiamano al centrodestra si dividono tra quanti sostengono apertamente la logica dello sviluppo selvaggio e quanti, animati di fervore popolare, ritengono di potersene liberare semplicemente ritagliandosi uno spazio regionale e/o nazionale, con politiche neoprotezionistiche e vagheggiando l’uscita dall’euro o addirittura dall’Europa. Infine, il Movimento Cinque Stelle – al quale occorre riconoscere il merito di aver cercato di opporsi alla deriva del centrosinistra e del centrodestra – denuncia sempre più la mancanza di una classe politica all’altezza della situazione, l’isolamento e la vaghezza di un progetto politico che si limita ad alcune rivendicazioni sociali, senza tuttavia affrontare alla radice il problema del modello di sviluppo che si intende perseguire. Con in più il rischio dell’accerchiamento, come dimostra la nuova legge elettorale, per aver lasciato cadere il cosiddetto modello tedesco e prima ancora per non aver avuto la lungimiranza politica di prevedere, a suo tempo, ciò che era abbastanza prevedibile e cioè che una volta cancellato l’italicum – la legge elettorale maggioritaria che avrebbe favorito il governo del partito più votato e dunque con ogni probabilità il Movimento Cinque Stelle – le forze concorrenti di centrodestra e di centrosinistra avrebbero fatto di tutto per vedere assottigliata, nelle prossime elezioni politiche generali, la rappresentanza parlamentare del Movimento.  

 Secondo il Partito Democratico Progressista, il rovesciamento dell’attuale prospettiva politica, con la conseguente subordinazione dell’economia al modello di società che si intende realizzare, diventa possibile attraverso una triplice sfida: 1) l’introduzione di “politiche economiche di carattere fortemente espansivo” ispirate dalla grande tradizione keynesiana, opportunamente modificata dalle esigenze contemporanee, 2) la formazione di una classe politica incorruttibile, 3) la piena occupazione, con la reale applicazione del 4° Principio Fondamentale della Costituzione Italiana: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilita` e la propria scelta, una attivita` o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della societa`.

 A differenza di altre formazioni politiche, qui almeno le idee sono chiare e anche le parole con cui sono espresse. Restano tuttavia diversi interrogativi: come si può essere certi che “politiche economiche di carattere fortemente espansivo” siano in grado di dare i risultati auspicati e cioè la crescita economica e la progressiva realizzazione della piena occupazione? E ancora: dando per scontata la bontà di queste teorie, sulla base di precedenti storici e di politiche simili messe in campo nel presente e con successo da paesi a sovranità monetaria, come sarebbe possibile introdurre i principi del keynesismo, sia pure aggiornato, in un paese che fa parte di un’Europa dominata dalla moneta unica, dalla Germania e dalle teorie neoliberiste? Il rischio dell’isolamento e del boicottaggio economico sarebbe dietro l’angolo. E se anche fosse possibile esportare tale modello di sviluppo in altri paesi dell’Unione Europea, per quale motivo le élite finanziare internazionali dovrebbero stare a guardare, rinunciando ad un progetto di egemonia a lungo coltivato e realizzato con scientifica determinazione? È auspicabile che l’Assemblea Costituente del nuovo partito sciolga questi nodi, ma intanto occorre sottolineare il coraggio di una costituenda forza politica che invita i cittadini a passare all’azione per evitare che il cerchio si chiuda in una sorta di neofeudalesimo sociale.

 Un altro interrogativo è presente nell’affermazione di voler realizzare “una classe politica incorruttibile”. Anche su questo punto occorrerà fare chiarezza, indicando esplicitamente le misure che si intendono adottare per raggiungere l’obiettivo, diversamente c’è il rischio di una dichiarazione di principio non troppo dissimile dal grido “Onestà…onestà” che si sente risuonare nelle adunate del Movimento Cinque Stelle, con il quale, almeno su questo punto, varrebbe la pena di incontrarsi e di confrontare le idee.

 Lasciano infine perplessi i punti che si richiamano all’Europa, per la quale si auspicano l’unità politica, forse federativa, e una costituzione largamente condivisa “con l’obiettivo di tutelare democrazia, sovranità popolare, stato di diritto e giustizia sociale”, ma si ammette addirittura la possibilità, per così dire, di un passo indietro qualora non si realizzi l’ideale: “In alternativa, provvisorio ritorno alla sovranità nazionale per realizzare i medesimi obiettivi. Essendo inoltre la nuova “Unione Europea” - o i futuribili Stati Uniti d'Europa - non un fine, ma un mezzo per affermare i valori democratici di sovranità popolare, giustizia sociale e stato di diritto, noi del PDP riterremmo inevitabile uscire da questa confederazione di Stati qualora non fosse più possibile portare avanti i valori fondanti della società europea all’interno dell'attuale UE. Tale uscita sarà giustificata dalla necessità e dall'opportunità di realizzare i suddetti valori e principi a livello nazionale, in attesa di tempi migliori, e sarà comunque accompagnata dall’avvio di un nuovo processo federativo e costituzionale che possa garantire un progetto politico europeo comune. Un progetto di cui la sovranità popolare e monetaria dei popoli del vecchio continente sia presupposto irrinunciabile”.

 Tutti gli altri punti fondativi sembrano coerenti con l’idea di democrazia e di progresso che costituiscono la bandiera di questo nuovo partito: dalle misure concrete per valorizzare, finalmente e dopo tante inutili chiacchiere dei partiti tradizionali, “il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese, non solo a testimonianza della storia di un popolo antico e della sua inesauribile creatività, ma anche al fine di realizzare – attraverso una moderna ed efficiente gestione pubblica – la creazione di nuovi posti di lavoro”; ad una politica che metta la Scuola, l’Università e la Ricerca “al centro degli interessi strategici dello Stato”, con la rivalutazione sociale, professionale ed economica del ricercatore e del docente di ogni ordine e grado; ad un sistema sanitario nazionale finalmente efficiente; ad un sistema bancario in grado di distinguere tra banche d’affari e banche per il credito alle famiglie e alle imprese; all’effettiva applicazione delle norme costituzionali, con l’introduzione di forme sostanziali di democrazia diretta e così via.

 Nonostante una certa rigidità dei principi fondamentali di questo nuovo Manifesto Politico, occorre riconoscere la liberalità con cui si guarda alla futura Assemblea Costituente, dando mandato agli iscritti, individui e gruppi, di elaborare lo statuto e un reale programma di governo. Si legge infatti al termine dei 21 punti fondativi: “Iscriversi all’Assemblea Costituente del PDP significa – per singoli cittadini delusi dall’inconsistenza dell’offerta politica corrente, per gli aderenti a gruppi, movimenti e partiti politici che si sentano alternativi agli ormai logori e insignificanti “centrodestra” e “centrosinistra” tradizionali, per gli stessi militanti, attivisti, dirigenti e rappresentanti istituzionali di quelle forze politiche che hanno deluso gli interessi degli italiani dal 1992 in avanti – partecipare alla costruzione di una nuova, inedita e solida Casa Comune. Tutti i costituenti, individualmente o organizzati legittimamente in correnti (in quanto magari aderenti in blocco come membri di associazioni, movimenti o partiti pre-esistenti) avranno la stessa titolarità e sovranità nel discutere, determinare la confezione e l’approvazione dello Statuto PDP e nell’elaborare un preciso programma di governo per l’Italia e i suoi territori”.

 In definitiva, al di là della comprensibile diffidenza con cui è legittimo osservare la nascita di una nuova formazione politica, occorre riconoscere al costituendo Partito Democratico Progressista la capacità di mettere al centro del dibattito politico tutta una serie di questioni per dare ai cittadini nuova consapevolezza e fiducia nella gestione della cosa pubblica.

sergio magaldi