giovedì 18 luglio 2019

ARTE, emozione e intuizione




Dalla pittura alla musica attraverso       
   l’ intuizione

Sulle ali delle emozioni si aprono nuove prospettive di approfondimento dei significati artistici

di Alberto Zei







I tratti pittorici

Come una lezione di vita, sono molte le causalità che ricollegano i concetti che prima apparivano senza importanza ma che, per un evento imprevisto, riportano la stessa  questione sotto una luce diversa.
Riferendosi alle arti figurative, la rappresentazione di un dipinto contiene nel linguaggio dei segni e dei tratti pittorici  tutto ciò che i visitatori o gli osservatori riescono a leggere nel dipinto stesso. Questa sorta di lettura avviene quando la sensibilità artistica di chi osserva riesce a cogliere l’ architettura della forma e dei contenuti  dell'immagine intuendo quel significato che per lo stesso osservatore quel quadro rappresenta. L’arte di cogliere attraverso i segni, ossia dalle forme dei tratti pittorici, questi aspetti spesso nascosti  rientra nella semiotica che è, appunto, la scienza che interpreta il significato che emerge dall’interno di un'opera pittorica
Un quadro, a prima vista,  esprime soltanto delle immagini, ma ad una attenta osservazione le medesime  immagini – sempre che abbiano un senso – sono accompagnate da altre informazioni, sia come valore  della loro  espressione pittorica, sia come motivazione  che ha spinto l’autore a dipingere quel quadro.
Questa rappresentazione complessa che per un critico d’arte è professionale, per i visitatori di una mostra è una qualità, talvolta anche inaspettata, che di fronte ad un particolare quadro fa vibrare come per risonanza la nostra emotività. Ciò avviene  se la carica emozionale è sintonizzata sul significato che ciascuno, pur in  modo  differente,  attribuisce a quel quadro.






Ancora di più
 Se poi oltre il voluto dell’autore del quadro, l’osservatore supera l’interpretazione della volontà cosciente dello stesso, si aprono altre prospettive di lettura, involontariamente introdotte dal pittore nel dipinto.
Infatti, i grandi capolavori della pittura vengono interpretati attraverso un’analisi che si spinge  al di là del  significato del dipinto, offrendo ulteriori dettagli sulle motivazioni e sullo stato emozionale dell’autore.
Ma come spesso avviene, quando un evento sembra arrivato alla sua massima evoluzione, superato questo limite, si aprono altre condizioni che ad una prima osservazione sembravano imprevedibili ma se viste come effetto domino della sintonia emotiva, allora il paradosso è consequenziale.



La sindrome di Stendhal
  L’esempio più classico è quello della condizione reattiva che viene chiamata “La sindrome di Stendhal”. Questa infatti, si manifesta con uno stato emozionale così alto di fronte ad un’opera d’arte da provocare uno stupore progressivo fino alla perdita dei  sensi.
Certamente si tratta di un caso estremo, ma non così raro, quando osservando un quadro si sovrappongono i vari aspetti del nostro pensiero che, secondo i diversi punti di vista, attribuiscono alle immagini osservate la luce del significato nascosto.
Deve anche mettersi nel giusto rilievo che superata la soglia della mediocrità, quando un’opera d’arte emerge  di fronte al giudizio generale della maggior parte degli osservatori nel concetto della bellezza artistica, che è un po’ la base di giudizio per tutti, questa esprime il punto di partenza del salto di sensibilità di ciascuno.
Ciò non significa che qualcuno sia soltanto più sensibile di altri, ma che altri con le loro emotività non riescono a sintonizzarsi su quella stessa frequenza emotiva.

 I nostri sensi
 Un esempio pratico che può rendere l’idea di questa sorta di sintonia della percezione  si verifica  anche nel settore della sensibilità  gustativa.
Se un sommelier, professionalmente qualificato quanto si vuole, dovesse affermare che una qualità di vino sia in assoluto la migliore, quella sarebbe soltanto una valutazione soggettiva anche se condivisa da altri ma non dalla maggioranza della gente, in quanto la sensibilità gustativa individuale si differenzia proprio per natura da quella di ciascuno.
 Ritornando al concetto dell’opera d’arte a cui come tale si conferisce una base di oggettivo valore, la valutazione emotiva che l’osservazione è capace di esprimere è una facoltà personale la quale dipende dal particolare settore reattivo che un’opera d’arte riesce a stimolare. Anche  la musica si presta ad una valutazione del genere; vi sono infatti, delle composizioni musicali nei loro campi di appartenenza che si prestano ad entrare in sintonia con il filo sottile della nostra preferenza culturale, ma alcuni brani eseguiti da una valida orchestra riescono molto spesso a sintonizzarsi sulla sensibilità musicale di ciascuno e talvolta anche a trascinarlo con le ali del pensiero verso le sensazioni di progressivo coinvolgimento emozionale.





L’ intuizione
 Quando gli impegni culturali creativi della nostra quotidianità si fanno più sottili e più esigenti nella pretesa, allora i risultati si ottengono più con l’intuizione che con la ragione. In tali casi, anche i mezzi strumentali del nostro intelletto devono essere forgiati nelle varie scuole di pensiero (ne esistono anche in  Italia) che rendono l’intuizione una scorciatoia del processo cognitivo; sempre poi che di volta in volta l’intuizione sia riconosciuta valida attraverso il ragionamento razionale.
Per arrivare a questo, il processo è lungo, ma esistono persone eccezionali che nascono già con talenti particolari: chi per la matematica, che per la musica e così via. Per tutte le altre persone, a cui non è preclusa nessuna via, l’approfondimento della pittura, ad esempio, potrebbe rivelarsi  un valido test individuale per capire di essere portato o meno  ad aumentare le proprie capacità sensoriali, fino a riuscire a percepire le verità del mondo con gli  occhi della coscienza, intuendo gli eventi non ancora rivelati e la loro natura.
Questo non è poco.  Ma  molti sottostimano le loro capacità. Perché non provare?




lunedì 8 luglio 2019

I SENTIERI DELL'ALBERO, Parte VIII (XXV)






   SEGUE DA:









I sentieri dell’Albero della vita sono i rami che collegano tra loro i frutti sino alla sommità dell’albero e sono in tutto trentadue. I frutti altro non sono che le Sephiroth, dette anche ‘luci’ o ‘forme pure’ del molteplice. Sono 10 e rappresentano i numeri primordiali della creazione, perché per quanto si possa continuare a contare all’infinito non si troveranno che dieci numeri, anzi nove, essendo il 10 niente altro che la riproposizione dell’unità.

Si dispongono al centro, alla destra e alla sinistra dell’albero e ad ogni Sephirah  è attribuito un nome e un numero. Alla colonna centrale appartengono: 1 Kether  Corona o Altezza Superiore,  6 Tiphereth Armonia, Bellezza o Compassione,  9 Yesod  Fondamento, Generazione o Alleanza, 10 Malchuth  Regno o Esilio. Alla colonna di destra: 2 Chokmah  Sapienza o Principio, 4 Chesed Grazia o Misericordia, 7 Netzach  Eternità o Vittoria. Alla colonna di sinistra: 3 Binah  Intelligenza o Ritorno,  5 Gheburah  Potenza o Giudizio,  8 Hod Gloria o Splendore.

Esaminerò brevemente i sentieri che corrono tra le cinque Sephiroth cosiddette emotive. I sentieri partono dal basso e seguono idealmente le spire di un serpente che, ascendendo lungo l’Albero, poggia la coda su Malkuth, la decima Sephirah, il corpo su Yesod, Hod e Netzach e che con la lingua lambisce Tiphereth, la sesta Sephirah


Per leggere le lettere ebraiche occore scaricare il font Hebrew






    Venticinquesimo
  Sentiero


  Il Santo che benedetto sia disse alla lingua: tutte le membra del corpo umano sono rette, e tu sei orizzontale; sono tutte esterne al corpo, e tu sei interna. Inoltre, ti ho circondato di due mura, una d’osso e l’altra di carne.

Mishnah Kodashim, Arachin, 15 b



    t r a p t      d w s y

             Yesod            Tiphereth
       La lettera del sentiero è la Peh     p =80
              


   Quinta doppia, la lettera del sentiero nel suo ideogramma rappresenta una bocca aperta con la lingua nel mezzo. Nel ‘riempimento’ invece si scrive Peh  h p  con le lettere Peh ed  He (80+5), bocca ed ha lo stesso valore numerico (85) di Milah  h l y m : circoncisione. La lettera in quanto tale vale invece 80, come Yesod, nona sephirah dell’Albero e fondamento di ogni manifestazione.

   Con la parola Dio ha creato il mondo e con la parola l’uomo costruisce la propria realtà. Dalla bocca esala il primo e l’ultimo respiro dell’uomo. La bocca deve essere capace di allontanare da sé la chiacchiera, il pettegolezzo e la maldicenza e divenire la bocca  di colui che dice solo parole buone (bene-dice) o che tace. Occorre perciò ‘circoncidere’ la parola che esce di bocca proprio come nella tradizione ebraica si circoncide l’organo della riproduzione.

                                                                      *   *   *

   Sentiero centrale dei tre che dalle Sephiroth cosiddette emotive salgono a Tiphereth, questa è anche l’ascesa più ardua e cruciale perché nasconde insidie in ogni tratto. Ed è impossibile raggiungere la meta se non ci accompagna la Shekinah.

Già lasciando alle spalle Yesod, una luce abbagliante e multicolore si manifesta dietro di noi. E’ la luce di Qeshet, l’arco (baleno), ma non bisogna girarsi a guardarla per non cadere nella  pericolosa illusione che la Shekinah sia con noi.  E nella forza dell’arco che colpisce senza toccare, nel fulmine che si accende improvviso si rivela la cifra del sentiero: ‘La loro lingua è un freccia micidiale’ (Geremia, 9.8) e ‘La sua freccia partirà come il fulmine’ (Zaccaria, 9.14). La Sephirah del fondamento, Yesod è qui come la freccia che raggiunge il bersaglio, il seme che in un lampo feconda.

Il pericolo più grande di tutti s’incontra a circa tre quarti del cammino, allorché si incrocia il sentiero di Marte. Superare indenni la Mem, il nodo della croce formato dall’incontro di questo sentiero verticale con quello orizzontale di Hod – Netzach,  è la miglior prova che la Shekinah è con noi.
(S E G U E)

sergio magaldi


mercoledì 26 giugno 2019

I SENTIERI DELL'ALBERO, Parte VII (XXVI)




   SEGUE DA:










I sentieri dell’Albero della vita sono i rami che collegano tra loro i frutti sino alla sommità dell’albero e sono in tutto trentadue. I frutti altro non sono che le Sephiroth, dette anche ‘luci’ o ‘forme pure’ del molteplice. Sono 10 e rappresentano i numeri primordiali della creazione, perché per quanto si possa continuare a contare all’infinito non si troveranno che dieci numeri, anzi nove, essendo il 10 niente altro che la riproposizione dell’unità.

Si dispongono al centro, alla destra e alla sinistra dell’albero e ad ogni Sephirah  è attribuito un nome e un numero. Alla colonna centrale appartengono: 1 Kether  Corona o Altezza Superiore,  6 Tiphereth Armonia, Bellezza o Compassione,  9 Yesod  Fondamento, Generazione o Alleanza, 10 Malchuth  Regno o Esilio. Alla colonna di destra: 2 Chokmah  Sapienza o Principio, 4 Chesed Grazia o Misericordia, 7 Netzach  Eternità o Vittoria. Alla colonna di sinistra: 3 Binah  Intelligenza o Ritorno,  5 Gheburah  Potenza o Giudizio,  8 Hod Gloria o Splendore.

Esaminerò brevemente i sentieri che corrono tra le cinque Sephiroth cosiddette emotive. I sentieri partono dal basso e seguono idealmente le spire di un serpente che, ascendendo lungo l’Albero, poggia la coda su Malkuth, la decima Sephirah, il corpo su Yesod, Hod e Netzach e che con la lingua lambisce Tiphereth, la sesta Sephirah


Per leggere le lettere ebraiche occore scaricare il font Hebrew

 

                       Ventiseiesimo    Sentiero

                                         

    
                                               t r a p t    d w h
                      Hod           Tiphereth


  Ottava  lettera semplice, la Nun  n  è la lettera del sentiero. Nella sua forma grafica ci appare come una Yud che si prolunga in una linea verticale discendente per condensarsi in basso in un quadrato. È  simbolo di Nefilah ‘caduta’, ma anche di sottile luce di  Nor  r n  candela’ che tende verso l’alto. Il duplice ripiegamento della forma indica che senza umiltà, sia in alto che in basso, non sarà possibile la risalita.

  Il valore numerico della lettera è 50, il numero delle Porte della conoscenza (Sharey Binah). Per poterle aprire è necessario ma non sufficiente il sapere scientifico. Occorre lo studio della Legge, e indagare sulle forze inconsce che ispirano le nostre azioni, come mostra la lettera che, in finale di parola, assume la forma diritta e allungata } quasi una lunga chiave, simbolo della necessità di scandagliare i segreti della psiche:
   ‘Lanterna del Signore è l’anima che penetra sin nelle stanze del ventre’ (“Proverbi”20, 27).

                                                           *   *   *

 Per camminare su questo sentiero occorre comprendere che la parola di Hod, da semplice ‘flatus vocis’, deve farsi ‘sapere’ e ‘consapevolezza’. E’ questo il terreno più aspro per quanti, sedicenti iniziati, vi si avventurano. Forti del pezzo di carta che gli conferisce l’iniziazione di questa o quella comunità, ritengono la propria lingua magicamente ispirata e disprezzano ogni studio e presa di coscienza. Ben presto finiscono col cadere nei ‘gusci vuoti’ del sentiero, le Kellippot.

 Inoltre, a differenza di quanto accade sul Trentunesimo sentiero, dove, pure, sono le forze inconsce a manifestarsi, quel che qui si rivela è l’inconscio della propria opposta polarità. Il riferimento alle 50 Porte della Sephirah Binah, intelligente matrice cosmica dell’Albero della vita, ci fa comprendere che, se si avanza rettamente sul sentiero Hod – Tiphereth, è possibile realizzare il massimo sviluppo possibile di coscienza del femminile.

sergio magaldi



mercoledì 19 giugno 2019

LA LUNGA MARCIA DELLE ÉLITE

Libera 45. wordpress.com




 La terza mossa del sistema è ancora in atto. Scrivevo all’indomani del voto italiano per l’Europa: «Da qualche giorno gli addetti ai lavori dell’opposizione e le vestali della comunicazione, da sempre asservite alle élite e costantemente attive sui grandi giornali e nei talk show, non fanno che dare per certa e più o meno imminente la crisi di governo. In caso contrario – si dice – per una nuova pressione interessata nei confronti del M5S, i pentastellati diverrebbero lo “zerbino dei leghisti”, e Di Maio il “maggiordomo” di Salvini» [vedi il post LA TERZA MOSSA DEL SISTEMA, cliccando sul titolo per leggere].

Cambia però la fiducia smisurata e interessata in una rapida crisi di governo. Si dice perché i pentastellati temono come la peste nuove elezioni che avrebbero l’effetto di dimezzare la pattuglia parlamentare, oltre a sancire la perdita della poltrona per molti di loro, già al secondo mandato e dunque, secondo statuto, impossibilitati a ricandidarsi. Quale, allora, il nuovo “gioco” di coloro che sono pagati per vendere opinioni? Non ci si occupa più dei Cinquestelle, ma si guarda ora soltanto alla Lega: come pensano i leghisti di far passare flat tax, tav e investimenti produttivi? Gli alleati di governo non metteranno i bastoni tra le ruote, almeno rallentando l’approvazione di provvedimenti che Salvini e i suoi giudicano determinanti per rilanciare l’economia?

Quel che non si dice, invece, è che la flat tax, nella formula proposta, prevede un tetto massimo di 50.000-60.000 euro con lo scopo di rilanciare i consumi dei ceti medi (con il conseguente aumento degli investimenti e dell’occupazione) e nello stesso tempo – misura che piace ai Cinquestelle e che dovrebbe piacere anche alla sinistra, se ce ne fosse ancora una – di ridurre la forbice reddituale, anche considerando che, secondo il rapporto OXFAM ITALIA, alla fine del primo semestre del 2017 la distribuzione della ricchezza nazionale netta  vede il 20% più ricco degli italiani detenere oltre il 66% della ricchezza nazionale.

 E, ancora, che senso ha per la Lega subire i ricatti di un Movimento uscito dimezzato dal voto e invece non passare all’incasso – andando subito alle urne –  di quella percentuale di consensi ottenuta nelle elezioni europee? A tal fine si diffonde la narrazione che la volontà di rompere avrebbe già conquistato la maggioranza dei leghisti e che Salvini sarebbe ormai quasi completamente isolato nel voler continuare a sostenere il governo gialloverde.

Dietro la carota, si nasconde il bastone. Ci si chiede dove il governo gialloverde troverà le risorse per introdurre la flat tax, il cui costo è stato calcolato in circa 20 miliardi (ma le cifre ballano, come sempre) e si tralascia di dire che almeno la metà di questa somma è già reperibile abolendo i famosi 80 euro di Renzi, che non avrebbero più senso ove il prelievo fiscale fosse del 15% sui redditi sino a 50-60 mila euro annui. Si lascia intravedere alla Lega la possibilità di governare da sola, o al più con l’apporto di Fratelli d’Italia e magari anche con quello che resta di Forza Italia, e al tempo stesso si sottolinea – giochetto fatto anche con Renzi, quando il PD aveva raggiunto il 40% dei consensi – che i leghisti non rappresentano la maggioranza degli italiani ma all’incirca solo un 17% dell’intero corpo elettorale, se si considera che il 35% dei voti ottenuti dalla Lega nelle europee è relativo a poco più del 50% dei votanti. Come non si sapesse che il fenomeno è comune a tutte le democrazie rappresentative. Chi non vota – sia che questo significhi sfiducia nell’intero sistema o indifferenza o semplicemente pigrizia – manifesta di fatto una volontà di delega, quando piuttosto non rappresenti una improbabile forma di resistenza organizzata contro il potere, alla maniera di Saramago [vedi il post VOTARE SCHEDA BIANCA IN DEMOCRAZIA È REATO?..., e clicca sul titolo per leggere].

Non basta. Si lascia intravedere che se non si andrà al voto al più presto, ci troveremo a fare i conti con l’Europa e l’Italia andrà a sbattere. Si ridicolizzano i minibot che, certo non sono la panacea, ma non sono nemmeno un progetto di uscita dall’euro né un debito, come si vuole far credere. Perché il loro scopo è proprio quello di sanare i debiti contratti dalle amministrazioni pubbliche con le aziende creditrici, che potranno utilizzarli per l’acquisto di beni da altre ditte operanti sul territorio nazionale e per pagare le tasse. Il che significa maggiore liquidità e maggiori investimenti. Dal canto suo, lo Stato avrà nell’immediato il vantaggio di cancellare il debito con le aziende e di predisporsi in tempo per far fronte successivamente ai minori crediti (tasse riscosse in minibot invece che in euro), approfittando dall’aumentata circolazione di beni e di denaro.

Il progetto è chiarissimo: tornare il più presto alle urne rinverdendo il bipolarismo tra il centrodestra (o destracentro) e una coalizione di centrosinistra che finirebbe per raccogliere tutti gli altri. È proprio la trappola in cui, almeno al momento, Salvini ha capito di non dover cadere. Egli sa che l’alleanza con Fratelli d’Italia e con i resti e/o i fuoriusciti di Forza Italia metterebbe in discussione lo straordinario risultato che in 14 mesi gli ha permesso di raddoppiare il  consenso elettorale. Sa che perderebbe un cospicuo numero di elettori che da sinistra hanno dato il voto alla Lega nella speranza del cambiamento e incoraggiati dall’alleanza con i Cinquestelle che tiene fuori dal governo del Paese la sedicente sinistra, la destra nostalgica, e gli opportunisti e cosiddetti moderati di Berlusconi.

Le forze dispiegate perché nulla cambi davvero in Italia sono tante e hanno sponde possenti e inquietanti e non sarà facile arrestare la lunga marcia delle élite verso la restaurazione e la completa sottomissione a Eurogermania.

sergio magaldi  

venerdì 7 giugno 2019

CONVEGNO SU OLOF PALME, CARLO ROSSELLI E THOMAS SANKARA




CONVEGNO ORGANIZZATO DAL COMUNE DI MILANO E DAL MOVIMENTO ROOSEVELT


3.05.2019

Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli, Thomas Sankara e contro la crisi globale della democrazia 

SINTESI DELLA RELAZIONE: SOCIALISMO LIBERALE E DEMOCRAZIA

https://www.radioradicale.it/soggetti/234575/sergio-magaldi


15:17
Durata: 0:22:57

giovedì 30 maggio 2019

LA TERZA MOSSA DEL SISTEMA





Fallita la prima mossa – che il sistema di potere esistente in Italia e gradito a Eurogermania aveva tentato con una legge elettorale in stile democristiano, varata appositamente per le elezioni del 4 marzo dell’anno scorso, e che nelle intenzioni avrebbe creato le premesse di una alleanza stabile tra Partito Democratico e Forza Italia – la seconda mossa, consistente nello scatenare i gialli contro i verdi a poco più di un mese dalle elezioni europee di qualche giorno fa, si può dire solo parzialmente riuscita.

Come era facile prevedere, infatti,  [vedi il post LE ELEZIONI EUROPEE E IL VOTO ITALIANO], a beneficiare della polemica aspra dei pentastellati contro la Lega, sempre più demonizzata agli occhi dell’opinione pubblica (e forse proprio per questo Salvini in più di una occasione ha avuto il cattivo gusto di invocare la madonna e sbandierare il rosario), non è stato il Movimento Cinquestelle, bensì il Partito Democratico che è passato dal 18% dei consensi delle ultime elezioni politiche a circa il 23% , realizzando il sorpasso dei grillini, crollati  dal 32 al 17% . Anche se c’è chi ha capito tutto e proclama candidamente che proprio in forza di questa ritrovata fermezza di Di Maio e soci, si sarebbe evitato un crollo maggiore. Resta da chiedersi se chi fa queste affermazioni sia davvero in buona fede o sia semplicemente guidato da un antico disegno: creare le premesse di una nuova maggioranza, formata da M5S e PD, numericamente possibile in Parlamento, sebbene divenuta politicamente impraticabile… almeno per il momento.

Questa seconda mossa fallisce tuttavia nel tentativo di favorire il recupero del voto cosiddetto moderato da parte di Forza Italia ai danni di una Lega che fino a qualche mese fa tutti i sondaggi davano con una percentuale di voti superiore al 30% e che nelle ultime settimane – anche approfittando della confusione creata nei cittadini dal solito vergognoso divieto di diffondere l’esito dei sondaggi –  si dava in vistoso calo, naturalmente non rispetto alle politiche, ma a quel fatidico 30% dei sondaggi “legali”. Si diceva che la Lega si sarebbe fermata al 25-26%, e che di conseguenza la maggioranza di governo non avrebbe raggiunto il 50% dei consensi di cui disponeva dopo le elezioni politiche dello scorso marzo. E, invece, è accaduto il contrario, perché oggi, pur nel ribaltamento dei rapporti di forza tra le due compagini di governo, il gradimento elettorale dell’esecutivo è salito a circa il 52%.

L’analisi del voto italiano a 14 mesi dalle elezioni politiche mostra una verità sin troppo evidente. Il 4 marzo l’elettorato manifestava a maggioranza la volontà di affidarsi ai Cinquestelle, nella speranza che da questa nuova forza politica potesse venire il cambiamento. Era premiata anche la Lega, ma solo con un modesto  travaso di voti da Forza Italia, non più in grado di rappresentare il ceto medio, ma sempre al servizio di un moderatismo non bene identificato (difesa dei privilegi?), in una contingenza economica che a tutto può spingere, tranne che a soluzioni “moderate”.

Nasceva così il nuovo governo Cinquestelle – Lega, dopo il rifiuto del Partito Democratico, ancora intestato a Renzi, di farne parte. Quel che è accaduto dopo fa parte dell’attualità, ancorché malamente intesa. Perché in pochi mesi si è rovesciato il rapporto di forza tra Lega e Cinquestelle? Non certo per i motivi che la solita narrazione interessata vorrebbe far credere. Non è questione della maggiore personalità di Salvini rispetto a Di Maio, né del fatto che i pentastellati sarebbero stati remissivi nei confronti dei leghisti e che il capo della Lega l’avrebbe fatta da padrone. La maggior parte dei provvedimenti  sin qui approvati fa parte del programma dei pentastellati, mentre la Lega del suo programma elettorale ha realizzato solo tre obiettivi. Proprio questo è il punto: la nuova politica per l’immigrazione, la quota 100 (che peraltro era un progetto comune ad entrambi i partiti di governo) e il decreto sicurezza hanno risposto, nel bene e nel male, alle richieste prevalenti dei cittadini, mentre i tanti provvedimenti del Movimento Cinquestelle hanno avuto scarsa presa per come sono stati realizzati (tra tutti il reddito di cittadinanza), non erano forse ai primi posti nelle esigenze dei cittadini o, infine, non sono stati sufficientemente propagandati, sempre che abbiano apportato reali vantaggi. Se si aggiunge l’eccessiva prudenza nell’ambito degli investimenti produttivi, mostrata dai pentastellati che controllano i ministeri del lavoro, la Presidenza del Consiglio e 13 ministeri su 18, nonché la ormai triennale conduzione del governo di Roma, con l’eco di una deriva che dalla capitale si diffonde in tutta Italia e non solo, si comprende bene come l’elettorato abbia inteso premiare la componente del governo mostratasi più intraprendente e determinata.

Ed ecco pronta la terza mossa del sistema. Da qualche giorno gli addetti ai lavori dell’opposizione e le vestali della comunicazione, da sempre asservite alle élite e costantemente attive sui grandi giornali e nei talk show, non fanno che dare per certa e più o meno imminente la crisi di governo. In caso contrario – si dice – per una nuova pressione interessata nei confronti del M5S, i pentastellati diverrebbero lo “zerbino dei leghisti”, e Di Maio il “maggiordomo” di Salvini. Il capo politico del Movimento viene ridicolizzato e quello della Lega rappresentato come il leader dell’estrema destra che si avvierebbe a dominare il Paese. Il tutto corroborato dal solito catastrofismo, al quale stanno dando una mano i soliti noti del sistema Europa, con l’aumento dello spread, al grido di “Sono i mercati che lo vogliono!”, e inviando in tutta fretta una lettera ultimatum al governo italiano perché nel giro di 48 ore dia una risposta esauriente su come abbassare il debito pubblico (nello specifico il deficit creato dal governo Gentiloni), pena la minaccia di una procedura di inflazione e di una multa di 3,5 miliardi di euro (!).

Bene ha fatto Beppe Grillo a prendere alla sua maniera le difese di Luigi Di Maio. Intanto perché il giovane leader campano non può essere ritenuto il solo responsabile di una sconfitta che appartiene ad un collettivo di cui Di Maio è solo il portavoce, poi perché il M5S – che non dispone di un’organizzazione territoriale con proprie sedi – è un movimento di opinione che soffre le elezioni amministrative, regionali ed europee (dove molto contano le clientele e le alleanze locali), e che ha sempre ottenuto i migliori risultati nelle elezioni politiche generali. Il monito di Grillo dovrebbe servire a rilanciare l’azione dei pentastellati e non a staccare la spina come si chiede da più parti. Certo, a questo scopo, il Movimento deve rivedere il proprio atteggiamento. Non lasci solo alla Lega il merito di realizzare ciò che vogliono gli italiani, giocando in difesa, ma passi all’attacco e faccia finalmente proprio un programma che, oltre alla tutela degli emarginati, si proponga la ripresa dei ceti medi e la crescita del lavoro e dei consumi.

Dal canto suo, Salvini è atteso da un compito arduo. Chiamato a rappresentare dagli italiani, dopo Renzi e dopo i Cinquestelle, la speranza di un reale cambiamento della politica, dovrà dimostrare di esserne capace. Molto dipenderà da come saprà giocare la partita con la governance europea che il voto recente ha solo scalfito ma non colpito. Il sistema lo aspetta al varco e disegna un progetto che, oltre alla crisi di governo, prevede anche il suo fallimento di fronte all’incalzare dell’esercito al soldo del capitalismo finanziario che già Marx definì come una specie dell’accumulazione capitalistica in epoca di crisi, allorché si riduce la produzione industriale per effetto della sovrapproduzione dei beni e, contestualmente, cresce l’emissione dei titoli del debito pubblico. Quanto al fatto di essere rappresentato come il leader dell’estrema destra, occorre osservare che il capo della Lega non si è mai proclamato tale, anche se a un certo punto deve essersi reso conto che l’immagine finiva col giovargli sul piano elettorale. Vent’anni fa Salvini scelse per sé l’etichetta di “comunista padano”, oggi dichiara apertamente che la distinzione tra destra e sinistra non ha più ragione di essere e che ci sono solo problemi da risolvere per il lavoro, l’occupazione e la sicurezza dei cittadini. Di certo una verità parziale, perché non si possono dimenticare i lager nazifascisti né le responsabilità storiche della destra, ma almeno una verità attuale se si guarda alle politiche messe in atto negli ultimi decenni dalla cosiddetta sinistra.

sergio magaldi


venerdì 24 maggio 2019

LE ELEZIONI EUROPEE E IL VOTO ITALIANO





A quarantotto ore dall’apertura delle urne per il voto europeo, ci si può chiedere se il bisticcio prolungato tra Cinquestelle e Lega avrà implicazioni significative sul piano del risultato elettorale.

L’assurdo divieto di far circolare liberamente l’esito degli ultimi sondaggi – mentre élite e gran parte degli addetti ai lavori ne sono a conoscenza – segna il punto più basso della vita democratica, sottolineando ancora una volta il consueto disprezzo nei confronti dei cittadini, trattati alla stregua di fanciulli ignoranti di cui si teme l’influenzamento degli uni con gli altri. Ma ignoranza e pathos hanno lo scopo di tenere alta la tensione e al tempo stesso alimentano proprio il contrario di ciò che a parole ci si propone di evitare: la circolazione di voci incontrollate per cui sarebbero in atto, dall’ultimo sondaggio consentito, veri e propri ribaltamenti della volontà popolare. Così, la narrazione più accreditata di queste ore è la risalita dei grillini, per aver virato a sinistra e costretto la Lega – anche in virtù di recenti provvedimenti giudiziari abilmente sfruttati a livello propagandistico – a occupare l’estrema destra dello schieramento politico.


La ferita inferta al sistema con le elezioni del 4 marzo dello scorso anno deve essere risanata. Paventando il pericolo, già prima delle elezioni si era intervenuti con una legge elettorale assurda che avrebbe garantito la conservazione grazie all’alleanza tra Partito Democratico e Forza Italia, respingendo gli attacchi dei cosiddetti populisti e sovranisti. I calcoli si mostrarono sbagliati perché i cittadini finalmente chiamati alle urne negarono la possibilità di una simile maggioranza. Il rifiuto di Renzi di condividere in posizione subordinata il governo con i Cinquestelle – divenuto il primo partito politico italiano con oltre il 32% dei consensi – determinò la nascita del nuovo esecutivo gialloverde. Da allora, il sistema di potere dominante nulla ha lasciato di intentato pur di mettere in evidenza inefficienza, velleitarismo, indebitamento crescente e rischi di fallimento da parte dei nuovi soggetti politici, e non si può negare che i sottoscrittori del contratto per governare ci abbiano messo del loro per accreditare quelle voci.

Intanto, però, la maggiore determinazione nei confronti dell’Unione Europea, la mutata politica nei confronti dei migranti, la promessa del reddito di cittadinanza, della quota cento per il pensionamento, della flat tax e di altre misure annunciate, faceva salire il consenso per i gialloverdi, ma in una prospettiva rovesciata che, almeno nei sondaggi, invertiva i rapporti di forza tra Lega e Pentastellati, assegnando alla prima una percentuale tra il 30 e il 35% dei votanti, dal 17,37% delle elezioni politiche, e ai secondi  una percentuale di circa il 22%, rispetto al precedente 32%. L’elettorato, almeno nelle intenzioni, manifestava il proposito  di premiare la compagine  mostratasi più intraprendente e determinata, e di ridimensionare un movimento più incline a parlare che a fare.

Dall’allarme dei sondaggi ha inizio la strategia dei Cinquestelle per colmare la distanza ipotetica dal suo alleato e il fatto nuovo della politica italiana è rappresentato dal progressivo avvicinamento di una delle componenti dell’autoproclamatosi “governo del cambiamento” al sistema di potere che con la complicità dei media ha guidato negli ultimi decenni il processo di sottomissione a Eurogermania e il relativo depauperamento del nostro Paese.

L’opposizione al governo gialloverde – di cui i partiti politici rappresentano solo la minima parte – non chiedeva di meglio: usare la componente pentastellata del governo come un cavallo di Troia per abbattere l’altra parte, additata da mesi all’opinione pubblica come il demonio, nonostante i goffi tentativi di Salvini di chiamare in soccorso la madonna. Con il rischio per i Cinquestelle di svegliarsi il mattino del 27 maggio con la sorpresa di vedere, non una loro rimonta, ma quella del nuovo Partito Democratico di Zingaretti e, sia pure in misura minore, di Forza Italia del neocandidato europeo Silvio Berlusconi, pronto a recuperare da una posizione di centrodestra moderato molti dei voti volatilizzatisi dopo le elezioni del marzo dello scorso anno.

Se l’operazione dovesse riuscire, con la conseguente riduzione virtuale della maggioranza parlamentare, dall’attuale 50% ad una percentuale apprezzabilmente inferiore, il significato politico sarebbe inequivocabile e, anche al di là della reale volontà dei contraenti dell’attuale patto di governo, le premesse di una crisi sarebbero inevitabili. Con o senza nuove elezioni politiche, una nuova coalizione di governo su basi paritetiche, tra PD e M5S, diverrebbe probabile o, in alternativa, anche in considerazione del difficile cammino che attende l’esecutivo nei prossimi mesi, si farebbe strada la solita alternativa, cara a Bruxelles, di un governo tecnico per “salvare” il Paese.

Pure, occorre riconoscere che il governo gialloverde – nonostante le “grida” e gli allarmismi di un sistema di potere minimamente scalfito dall’azione dei nuovi governanti – non ha operato peggio rispetto agli esecutivi che l’hanno preceduto negli ultimi decenni. Forse addirittura meglio, se si considera che bene o male (forse più male che bene) alcune promesse elettorali sono state mantenute. Anche se l’inutile e puerile contrapposizione degli ultimi mesi tra Lega e Cinquestelle a fini elettorali, con il relativo immobilismo politico, la continuità con le politiche dei precedenti governi nel varare misure impopolari, come la decurtazione delle pensioni medio-basse dal prossimo mese di giugno, la farsa della cedolare secca estesa dagli affitti delle abitazioni anche a quelli di negozi e studi commerciali, ma solo futuri, la cosiddetta flat tax  limitata alle partite IVA, hanno generato più di una disillusione nei cittadini che avevano sperato in un reale cambiamento nella gestione della “cosa pubblica”.

sergio magaldi