sabato 16 gennaio 2021

Il punto sul campionato:dopo il derby romano e prima del derby d’Italia (N.°4)


 

 Senza storia il derby romano dove la Lazio domina dal principio alla fine mettendo in mostra un gioco che non si vedeva dall’anno scorso, almeno sino all’interruzione del Campionato per il covid-19. D’altra parte, la Roma ci ha messo molto del suo, non solo per gli errori di Ibañez che in pochi minuti hanno consentito ai biancocelesti di portarsi sul 2-0, ma soprattutto per i demeriti di Fonseca che ai tre grandi centrocampisti centrali della Lazio (Milinkovic-Savic, Leiva, Luis Alberto) inizialmente ha opposto solo Villar e Veretout, poi ha tolto prima Veretout e infine persino Villar, lasciando la zona centrale del campo nei piedi di Pellegrini e Cristante che centrocampisti non sono. L’allenatore della Roma, non ha mai capito – né prima della partita né durante – che tutto si sarebbe deciso nella sfera di centrocampo: perché non schierare anche Diawara per avere la parità numerica, oppure perché non avanzare Mancini accanto a Veretout e Villar e schierare Kumbulla in difesa? Mistero! Ma sino ad un certo punto, perché Fonseca è recidivo: più o meno lo stesso comportamento adottò nel secondo tempo di Roma-Atalanta. In più, il tecnico portoghese ha lasciato che a contrastare Lazzari sulla fascia – ieri sera in gran forma -  da un certo punto in poi ci fosse Bruno Peres chiamato incredibilmente a sostituire Spinazzola.

 Un problema di fascia si pone anche per Pirlo nel derby d’Italia di domani sera. Nella probabile formazione della Juventus, infatti, sembra che a contrastare Hachimi sia chiamato Frabotta che non salta mai l’uomo, causando spesso le ripartenze degli avversari. È vero che la Juve dovrà fare a meno di Alex Sandro (oltre a Cuadrado, de Light e Dybala), ma se il tecnico bianconero non ricorrerà a qualche espediente per fermare l’esterno interista, la mia impressione è che la Juve possa subire domani la stessa sorte toccata ieri alla Roma. Il trio Hachimi-Lukaku-Lautaro potrebbe rivelarsi micidiale con Chiellini appena rientrato e con Bonucci fuori condizione. Per non parlare di Ronaldo che da qualche settimana non sembra più lo stesso. C’è solo da sperare che l’orgoglio bianconero e l’illuminazione del “predestinato” spingano i bianconeri ad una terza grande partita dopo quelle disputate e vinte contro Milan e Barcellona.

 

sergio magaldi


venerdì 15 gennaio 2021

LA PAROLA PERDUTA: Massoneria On Air - Puntata 43 (14-01-2021) BN TV

mercoledì 6 gennaio 2021

L’ approntamento dei vaccini e la mutazione del virus


 

Se la mutazione del coronavirus si consolida, sarà come cercare di svitare un dado con una chiave quando il dado stesso si smussa

di Alberto Zei







La struttura del virus 

Nello stato di necessità e di precarietà esistenziale in cui ci troviamo tutti a salvaguardia della nostra vita e di quella degli altri, ecco che il Coronavirus sembra metterci del suo, determinando una confusione tale da non farci capire quale sia la via da percorrere per ottemperare contemporaneamente alle proprie esigenze di salute e alle disposizioni restrittive della Pubblica Amministrazione.

Sotto il profilo sanitario la disorganizzazione regna sovrana: da fonti autorevoli si afferma che la vaccinazione sarà obbligatoria anche se i cittadini vi si potranno sottrarre rinunciando però a determinati rapporti sociali. Ma la  già conclamata mutazione del virus (ancora più contagioso di quello originale di circa il 70%), individuata  in Inghilterra  e trasferitasi anche in Italia,  non assicura  attraverso il vaccino già preparato che l’immunità possa essere garantita in modo adeguato. E’ vero che questo  tipo di vaccino, grazie a nuove tecniche, potrà essere sostituito con una semplice operazione molecolare, ma tutto ciò comporterebbe nuove confezioni nei tempi necessari. A questo si aggiunge anche la attuale mutazione del coronavirus in Sudafrica di cui al momento non è ancora chiara la qualità del cambiamento.










L’ aspettativa del vaccino

In senso generale il  vaccino introduce nell’organismo alcune sequenze di RNA dei virus responsabili della malattia da combattere, già morti o di virulenza attenuata. A questo punto il sistema immunitario crea i relativi anticorpi  che, per dare un’idea,  possono essere immaginati come una sorta di stampi che si posizionano  sopra questi stessi virus sopprimendoli, senza problemi di resistenza.  Gli anticorpi si riproducono con la medesima struttura   e si moltiplicano  per aggredire altri potenziali virus.

Quando avviene il vero contagio, quando  cioè i virus di quella stessa malattia  entrano nell’ organismo, ecco che gli anticorpi già presenti e gli altri che si formeranno in seguito sono in grado di avere il sopravvento fin dall’inizio su questi virus, distruggendoli facilmente.

La funzione del sistema immunitario, sempre che sia mantenuto efficace, ha la  possibilità di creare autonomamente gli anticorpi sufficienti al primo impatto con i corpi estranei (antigeni ) come il coronavirus, senza l’ aiuto del vaccino. Ecco perché o da  solo o con il vaccino è sempre il sistema immunitario che combatte l’ infezione.

 

Quando il virus muta

Se la  mutata struttura del virus  non corrisponde più a quella originale,  allora l’ anticorpo creato dal sistema immunitario su indicazione del vaccino  produrrà  anticorpi poco efficienti,  che avranno  cioè difformità di struttura per  avvolgere efficacemente il virus  e distruggerlo. E perché?  Perché  il   virus, ormai trasformato,  è probabile  che possa  sfuggire, in parte o  in tutto,  alla morsa dello stesso anticorpo

Una tale condizione di incertezza, a fronte di queste ultime mutazioni del coronavirus individuate anche in Italia, crea un presupposto di insicurezza anche per i possibili effetti collaterali nell’ organismo. In senso analogo, il vaccino influenzale che nell’anno di somministrazione rimane efficace per quel particolare virus per il  quale è stato prodotto, non sarebbe adeguato per affrontare l’immancabile variazione del ceppo influenzale dell’ anno successivo.  Questo è il punto.

Si tratta di mutazioni significative. Per analogia è come se simbolicamente il virus fosse il dado di un bullone stretto sulla cellula, e l’anticorpo la chiave adeguata per  rimuoverlo. È chiaro che se la configurazione del bullone si smussa o cambia in  qualche modo la sua struttura, qualche problema si crea per la sua rimozione.









La popolazione allo sbando

D’altra parte, non ci sono ancora farmaci specifici preventivi o curativi in commercio per consentirci di essere tranquilli di fronte al coronavirus,  per evitarlo o  per eliminarlo. Tant’è vero se così fosse non ci sarebbe bisogno di questa corsa affannosa per la produzione del  vaccino.

La popolazione è quindi allo sbando in attesa del passaggio di questa seconda ondata di pandemia con l’unica prospettiva di prevenzione che consiste nel rimanere in casa per sottrarsi al contagio, avvalendosi di  quelle stesse accortezze che si usavano nel medioevo per evitare di incorrere nelle pesanti infezioni di massa, che affliggevano le popolazioni.

Ma con  le ultime scoperte della ingegneria   farmaceutica,  della biologia, della fisiologia e della corretta alimentazione per rendere il sistema immunitario efficiente, ricorrere ancora all’isolamento sembra  proprio la extrema ratio dell’impotenza di fronte al problema.

 

Il falso concetto di prevenzione

Ma le cose stanno veramente così? È probabile che ci siano altre questioni che durante questa pandemia interferiscano pesantemente sulle condizioni che un governo responsabile dovrebbe e potrebbe offrire alla popolazione. Resta il fatto che i cittadini siano costretti allo stato di  emergenza  in  mancanza di un possibile ragionevole rimedio, almeno per ridurre l’incidenza della malattia e le sue conseguenze.

Al di là della  disputa sulla qualità di farmaci o di vaccini ritenuti più idonei a combattere il virus, è ormai noto che vi siano delle sostanze naturali che possono essere concentrate in prodotti di sintesi in grado di irrobustire il sistema immunitario; questo al di là degli interessi industriali relativi alla scarsa capacità di profitto, rispetto a prodotti farmaceutici oggetto di profonde e costose ricerche e quindi di maggior lucro. Non è quindi un caso non trovare disposti presidi sanitari, pubblici o privati,  per ricorrere a questo tipo di sostegno, in luogo delle strutture miliardarie allestite per far fronte alla pandemia. Il risultato è che l’unica  prevenzione  praticata resta, oltre al lockdown, il ricorso al vaccino di massa con i costi e le incertezze di cui si è parlato.

martedì 5 gennaio 2021

IL PUNTO SUL CAMPIONATO ALLA VIGILIA DI MILAN-JUVE (N°3)


 

 I risultati di domenica 3 gennaio, alla ripresa del Campionato dopo la pausa natalizia, confermano il primo e forse definitivo verdetto maturato già nelle due giornate che hanno preceduto la pausa. Infatti, anche se mancano ancora 23 giornate al termine, non mi pare ci siano dubbi sul fatto che la lotta per lo scudetto sia ormai ridotta al rango di un derby milanese. E va detto subito ciò non senza merito delle due squadre. Il Milan ha messo in mostra un gioco semplice quanto efficace basato su velocità e verticalizzazioni, merito di Pioli ma anche dei suoi giocatori più giovani, di un portiere come Donnarumma e di un fuoriclasse come Ibrahimovic. l’Inter, non nuova ai “primati natalizi” (con Spalletti nel 2018 e con Conte nel 2019), questa volta sembra in grado di “resistere” sino in fondo, grazie alla tenacia di Conte, alle parate del solito Handanovic e soprattutto ai goal di Lukaku, ma anche per l’abbondanza della sua rosa e per il fatto che non sarà impegnata nelle coppe europee.

Milan e Inter sono al primo e al secondo posto della classifica, rispettivamente con 7 e 6 punti di vantaggio sulla Roma al terzo posto, ma oltre a ciò tutto sembra annunciare la volontà degli dei del calcio che il massimo trofeo dello sport nazionale, dopo dieci anni, debba lasciare Torino per riprendere la strada di Milano dove, l’ultima volta, si era fermato per sette anni, con i due titoli del Milan e i 4+1 dell’Inter (con +1 intendo lo scudetto vinto sul campo dalla Juventus e arbitrariamente assegnato alla seconda classificata). Ne sono un segno manifesto i tanti risultati recuperati negli ultimi istanti di gioco dalle squadre milanesi, gli episodi fortunati, le interpretazioni arbitrali, i 10 rigori concessi al Milan su 15 partite giocate, la sentenza della giunta del Coni dello scorso 22 dicembre che, soltanto due ore prima della disputa di Juventus-Fiorentina, rovescia le due sentenze precedenti della Lega Calcio che, in applicazione delle disposizioni anti-Covid, aveva giustamente decretato la vittoria  a tavolino della Juve contro il Napoli che non si era presentato a Torino per giocare la partita. In quel pomeriggio, la squadra bianconera perdeva di colpo sei punti: ai 3 tolti per effetto della sentenza se ne aggiungevano altri 3 non conquistati sul campo per la sconfitta ad opera della Fiorentina che non vinceva da mesi e navigava sul fondo della classifica. Difficile dire se la disfatta juventina dipenda da fragilità nervosa dovuta alla sentenza del Coni di qualche ora prima, dal dover giocare in dieci per l’espulsione di Cuadrado, dalla mancata espulsione per doppio fallo di un avversario e dal vedersi negare due rigori oppure da altro. Secondo me concorrono tutti questi elementi, laddove per “altro” intendo riferirmi a quanto già detto in un post scritto al termine della nona giornata: «I bianconeri hanno avuto sin qui forse il calendario più facile della Serie A ma non ne hanno approfittato. Ben cinque i pareggi, l’ultimo quello di Benevento di sabato pomeriggio, tre sole vittorie con Sampdoria, Spezia e Cagliari, oltre a quella a tavolino sul Napoli. Delle cosiddette grandi, i bianconeri hanno incontrato solo Roma e Lazio, pareggiando con entrambe. Un bilancio magro che non lascia ben presagire, una constatazione sin troppo facile: senza Ronaldo la squadra non vince, non bastando neppure i goal di un grande Morata, vanificati da una cattiva organizzazione di gioco. La squadra sembra assumere sempre più le caratteristiche del suo allenatore, senza grinta e determinazione, le armi tradizionali dei bianconeri. E la mano di Pirlo – grande campione come calciatore, da allenatore giudicabile purtroppo solo in base alle partite ufficiali sin qui disputate in carriera con la Juve – si vede in campo. Si ostina nell’errore che fu già di Sarri, ma non di Allegri, di far giocare Cuadrado stabilmente terzino, togliendolo dal ruolo che sino a due anni fa aveva sempre avuto di esterno alto, pronto anche ad accentrarsi per trovare le punte e i goal con i suoi assist che, nonostante tutto, continua a fare, al prezzo di un gran dispendio di energia e talora di perdita di lucidità al momento di difendere. Fa giocare Danilo centrale di difesa, sia pure con la motivazione dei tanti infortuni, schiera spesso Frabotta, giovane di belle speranze, esterno basso a sinistra che nello scendere sulla propria fascia perde facilmente la palla innestando la ripartenza degli avversari. E l’idea di difendere a quattro e di attaccare con tre difendenti si rivela spesso improduttiva e pericolosa, generando  confusione in mezzo al campo, dove i centrocampisti sono alternati senza una logica, come è accaduto contro il Benevento, con Ramsey e Rabiot – a mio parere alternativi – fatti giocare insieme…».

Precipitata la Juve a 10 punti dalla vetta della classifica, poco c’è da sperare nelle altre squadre - comunque abituate a lottare per il vertice - nel contrastare l’ascesa di Milan e Inter. Sino alla disputa del primo tempo della partita con l’Atalanta, la Roma lasciava sperare di potersi inserire nella lotta per lo scudetto. I giallorossi chiudevano i primi 45 minuti in vantaggio di un goal e dopo aver offerto una grande prestazione. Nel secondo tempo tutto precipitava: i bergamaschi facevano gli opportuni cambi mentre la Roma stava a guardare, rinunciando persino all’ingresso di Villar (un giovane e già grande centrocampista) al posto di uno spento Pellegrini. Fonseca - pur meritevole in tante occasioni - per giustificare la propria strana inerzia, ha parlato incredibilmente di “mutato atteggiamento” della sua squadra nel secondo tempo, di “scarsa attenzione” e di “mentalità da bambini”. In realtà, la stanchezza giallorossa ha determinato il disastro: padrona ormai di un centrocampo dove a contrastare restava il solo Veretout, la squadra di Gasperini dilagava, andando a segno quattro volte. D’altro canto, l’Atalanta pareggiava la successiva partita con il Bologna. Difficile che l’assalto allo strapotere delle milanesi venga dal Napoli. Dopo le due sconfitte con Inter e Lazio, la sentenza del Coni pareva rianimarla, ma nell’ultima gara prima della pausa non andava oltre il pareggio casalingo con il Torino, ultima in classifica. Ridimensionati anche il Sassuolo, dopo le sonore sconfitte con Inter e Atalanta, e una Lazio battuta negli ultimi istanti di gioco da un Milan, fortunato come sempre, ma anche dalle scelte inspiegabili del pur bravo Inzaghi: sostituzioni di Immobile e Milinkovic, ingresso di Muriqi invece di Caicedo che tante partite aveva risolto ai biancazzurri nei finali di partita.

Eppure, c’è chi si dice ancora convinto che la Juventus possa rientrare nella lotta per lo scudetto: domani incontrerà il Milan e se dovesse vincere si porterebbe a 7 punti dalla capolista con la prospettiva di portarsi a – 4 se dovesse vincere anche il recupero della partita non giocata col Napoli. Troppa grazia: i bianconeri dovrebbero poi vincere anche con Inter, Sassuolo e Bologna per chiudere degnamente il girone di andata. Personalmente resto convinto che la Juve di quest’anno dovrà faticare non poco per conquistare un posto utile della classifica per andare in Champions. Il motivo non è soltanto legato all’inesperienza dell’allenatore. Al di là delle favole interessate che si raccontano in giro è la rosa della Juventus a risultare carente e ciò soprattutto per le scelte di mercato fatte dopo il grande colpo dell’acquisto di Ronaldo: esterno basso a sinistra a sostituire Alex Sandro, prima per lungo infortunio, ora per sopraggiunto covid, c’è il solo Frabotta (!). E se si utilizza invece Danilo, allora esterno basso a destra resta il solo Cuadrado, che ha sempre dimostrato di essere un grande e decisivo giocatore per la Juve ma che non è un terzino! A centrocampo c’è abbondanza ma con molti equivoci, questi effettivamente dipesi dalle scelte di Pirlo. In attacco, infine, a Ronaldo e Morata non ci sono alternative, perché Dybala, purtroppo dai tempi di Allegri, ha smesso di fare la punta.

Naturalmente i miracoli sono sempre possibili. La vittoria per 3-0 di Barcellona ne è una prova, ma quella è stata l’unica partita veramente convincente della Juve ed è stata anche l’unica in cui Pirlo ha schierato il 4-4-2, con Cuadrado nella posizione in cui lo faceva giocare Allegri, cioè nella condizione di realizzare assist per le punte.

 sergio magaldi


mercoledì 23 dicembre 2020

LA COSTRUZIONE A VENIRE


 

 Giovane scrittore all’esordio, Ottavio Plini mostra una naturale propensione a maneggiare il romanzo gotico, un genere letterario che conosce la sua fortuna in Inghilterra verso la fine del XVIII secolo per poi diffondersi nel secolo successivo – solo per fare qualche esempio – in Germania nella variante romantica e fantastica di E.T.A. Hoffmann, in Italia con la Scapigliatura che reagisce all’eccesso di realismo della narrativa precedente, in U.S.A nei sottogeneri del poliziesco, del noir e dell’horror con Edgar Allan Poe.

Il castello che campeggia nella copertina di La Costruzione a venire [Mazzanti Libri, novembre 2020] fa subito pensare al gotico originale, alla sua ambientazione cupa e misteriosa, ma nel romanzo di Plini i luoghi sono dinamici ed evanescenti, ancorché alle segrete del castello si sostituiscano l’ospedale e la “fenditura aliena”(quasi simbolo di genitali femminili) e non manchino alcuni degli ingredienti più noti della tradizione gotica: dall’oscurità alla malattia, dallo spettro della follia alla costruzione di macchine organiche per la comprensione del cosmo, dalla minaccia degli “Alieni” alle frustrazioni dell’eros e dell’amore romantico, dal soprannaturale, inteso nel suo linguaggio simbolico ma anche come strumento di potere di sette esoteriche che si infiltrano e si combattono tra di loro, al concetto di “Unheimlich”, individuato da Sigmund Freud nel 1919 per descrivere la paura irrazionale. Il perturbante è un sentimento di vago terrore - cui nella finzione romanzesca si accompagna talora per strano paradosso il senso del grottesco e del burlesco - generato dalla percezione di oggetti inanimati che improvvisamente si animano (come nei romanzi di Hoffmann) e viceversa, da soggetti bizzarri e/o deformi al limite della possibilità fisica di sopravvivere e che pure si muovono con straordinaria vitalità, dalla presenza occulta di geni maligni che controllano ogni cosa, dalla paura di perdere la vista o di improvvisi attacchi epilettici, dalla semipermanenza in uno stato onirico in cui realtà e immaginazione si confondono, e così via.

Non a caso gli appunti di René, sia da veggente che da percettore della realtà, offrono uno spaccato della categoria del perturbante collegato ad una sorta di realismo magico:

«In un'altra stanza è un teatrino con un’inquietante bambola che canta alternativamente una nenia paradisiaca e una canzone spagnola, spegnendosi periodicamente mentre la voce prosegue. Si dice che avvicinandosi troppo alla bambola essa metta avanti delle mani che comunicano una scarica elettrica tale da indurre alla follia…» e ancora:

«Mr. Odrek J. era una sorta di piccola bestiolina dal colore mutevole che periodicamente ci si trovava nelle case senza che in genere facesse o dicesse assolutamente nulla. Oramai, in questi tempi disordinati, tormentati e festaioli, ci si era abituati alle sue visite, tanto che i bambini avevano perso anche la voglia di tentare di giocarci assieme. La sua immagine faceva pensare a uno stuzzicadenti intorno a cui si avvolgeva uno spago che poi si biforcava indurendosi in due asticelle che erano le gambe.»[1]

Il realismo magico, in tutte le sue accezioni, altro non è che una categoria del fantastico e Ottavio Plini mostra di saper utilizzare il fantastico nel giusto senso in cui lo raccomanda Sartre in “Che cos’è la letteratura?” Si tratta di dare l’impressione al lettore che ciò che in sé appare assurdo accada invece come un avvenimento normale. Solo così, conclude Sartre, ci si troverà di colpo immersi in un mondo fantastico più reale della realtà stessa. Perché il ruolo della fantasia, dopo tutto, è proprio quello di portare alla luce ciò che della realtà si nasconde sotto la densità delle illusioni e dell’apparenza. Un’operazione che riesce all’autore già alla sua prima prova letteraria.   

D’altra parte, la condizione in cui si trova René, il vero protagonista del romanzo, è proprio quella di alternare visioni oniriche – in cui si ritaglia il ruolo di veggente – alla percezione labile della realtà. “Una misteriosa infiammazione del sistema nervoso”, probabilmente di “origine aliena”, lo ha costretto ad un letto di ospedale, trasformandolo in una sorta di cavia non solo per i medici ma anche per il gruppo di esoteristi che fa della gnosi la propria ragion d’essere. Ed è ad uno di questi gruppi che uno scrittore dovrà offrire un ampio resoconto sugli aspetti “visionari” ancorché interessanti dell’infermità di Renato. Egli dovrà riordinare e dare senso compiuto agli sparsi appunti del malato per poi consegnare il tutto al vertice della sua Organizzazione, rappresentato dalle Tre Madri. E qui l’abilità di Plini, nel presentarci prima le Tre Dame come vagamente minacciose, quasi fossero davvero la Mater Suspiriorum, la Mater Tenebrarum e la Mater Lacrimarum, le tre divinità malvagie che con il loro potere manipolano gli eventi del mondo, poi nel rivelarci che le Tre Madri altro non sono che le tre luci massoniche di Sapienza, Forza e Bellezza. E in fondo proprio in questo sembra consistere il leitmotiv della narrazione: utilizzare gli strumenti del gotico per squarciare le verità apparenti della realtà quotidiana sino a raggiungere la soglia di un’altra dimensione che nel giustificare quella presente sia tale da permettere la costruzione di un mondo a venire.

 sergio magaldi



[1] Op.cit. pp.15 e 80


sabato 12 dicembre 2020

Tra timori e temerarietà di fronte al coronavirus


 

La consapevolezza di ciò che accade durante questa pandemia    la possibilità di decidere per il meglio

 

di Alberto Zei 


Atteggiamenti differenti di fronte alla pandemia

La casistica  dell’ infezione -  Escludendo le persone che non contraggono il coronavirus, che sono la maggior parte e che pertanto non possono venire contagiate, è interessante invece prendere atto delle diverse risposte alla infezione di chi si imbatte in un ambiente in cui il virus  è presente.

Esiste una differente risposta alla malattia quasi per quante sono le persone interessate, ma per rendere sintetica la casistica, si può dire che la maggior parte non contrae alcun contagio. Vi sono poi alcuni che risultano positivi al virus ma che non avvertono un particolare disagio. Altri invece risentono dell’infezione con un leggero malessere che tuttavia non comporta una conseguenza apprezzabile.

C’è gente che contrae la malattia con sintomi febbrili e con disturbi che, dopo un certo tempo, si risolvono spontaneamente; c’è chi invece si ammala in modo serio con bisogno di cure che sono però sufficienti a ristabilire, dopo un certo tempo, lo stato di salute. Altre persone, invece, contraggono la malattia in modo severo e hanno bisogno di ricovero in ospedale; tra queste c’è chi, dopo aver ricevuto le giuste cure, guarisce e c’è chi deve essere sottoposto a terapia intensiva. Soprattutto quest’ultimi divenendo soggetti ad alto rischio, incorrono nel pericolo più grande che spesso si trasforma in decesso.

Tra teoria e pratica - Anche se un solo virus è in teoria sufficiente a infettare un organismo a mezzo della replicazione virale di cellula in cellula fino all’infezione eclatante, in pratica questo non accade perché quando si tratta di infezioni causate da gruppi virali di miliardi e miliardi di unità, è la contemporanea massiva presenza che consente l’infezione.

Esistono poi anche parametri più oggettivi, relativi alla presenza dei virus che solo in certi casi possono innescare la malattia. Uno è quello riguardante il numero di microrganismi presenti nell’ambiente, giacché è la quantità che aumenta la probabilità statistica di incorrere nell’infezione.

Infatti, vi sono molti esempi di corpuscoli capaci di penetrare all’interno degli organismi di ogni genere, compreso quello umano.

Nel regno vegetale si ricorda la enorme quantità di pollini che staziona nell’ aria durante la primavera, anche se alla fine sarà soltanto uno di loro a fecondare il fiore.


Nube di polline

Anche nella riproduzione del genere umano, per un  ovulo è sufficiente un solo spermatozoo. Ma gli spermatozoi occorrenti alla fecondazione naturale, necessitano di centinaia di milioni di individui contemporaneamente presenti per consentire a uno solo, non necessariamente il primo ad arrivare, di penetrare nell’ovulo.

La forza dell’ accumulo - Un altro aspetto della possibilità di infezione che compensa il numero non sufficiente di virus presenti nell’ambiente è quello dell’’accumulo virale nell’organismo che si moltiplica per infettare nel tempo in cui si rimane nell’ambiente ostile, respirandone l’ aria.

Il tempo infatti è un parametro moltiplicativo anche in senso generale del nostro vivere quotidiano. C’è anche un detto popolare che esprime il concetto e che dice: “dai e dai, prima o poi si verifica “.

Va da sé che se si frequenta un ambiente pericoloso, il tempo di permanenza  comporta una moltiplicazione del rischio.

Merita ricordare che anche l’impostazione mentale costante di ciò che si teme crea nel pensiero un atteggiamento di paura che paradossalmente porta, attraverso l’indebolimento delle difese psichiche, verso il male che si intende evitare.

Il pericolo dell’ eccesso – Non giova avere un atteggiamento spavaldo e temerario per evitare il contagio, ritenendo di essere tra coloro che non si possono ammalare. E’ soprattutto la risposta immunitaria che determina l’esito della malattia: è lo stato in cui l’organismo si trova che permette di respingere fin dall’origine l’aggressione,  o contrastare la malattia. Questo significa che solo in pochi casi il virus trova le sue vittime perché, nella maggior parte delle circostanze le persone, come già detto, riescono a  superare più o meno autonomamente l’aggravarsi della patologia. Ciò non significa però che il coronavirus non possa avere conseguenze letali, ma non ci si può neppure sottrarre alla vita sociale e in certi casi anche a quella lavorativa per la mera eventualità di ammalarsi.

Certamente c’ è chi la malattia è come se la cercasse, rinunciando ad  ogni precauzione, anche quando sarebbe più facile essere prudenti e soprattutto quando la sicurezza, basata sul fatto che finora non è accaduto niente, diviene il motivo per osare oltre, pensando di essere divenuti più immuni e più forti degli altri.

Mettere in atto, invece, le accortezze che in termini di sacrificio in questa particolare situazione, non costano poi tanto, risponde ad un atto di  amore verso di sé e verso gli altri. 

L’alimentazione -  Senza entrare nei particolari della qualità dell’alimentazione quotidiana e delle sostanze para-farmacologiche che vengono consigliate per ottenere determinati risultati sul sistema immunitario, giova ricordare che il più grande baluardo della nostra salute è proprio il sistema immunitario. Soltanto ultimamente si parla a sufficienza di questa risorsa naturale tanto che quasi tutti ormai conoscono come agisce e come, alla luce delle nuove  conoscenze biologiche, va trattato per opporre un’efficace barriera alle malattie. 




Giova comunque ricordare che il sistema immunitario per avere ben equilibrati i due sottosistemi TH1 e TH2, a tutela dell’intero organismo, necessita di una corretta alimentazione che si compone anche di sostanze naturali integrate con quanto manca, nonché di una vita sana non sedentaria e di un atteggiamento mentale aperto e costruttivo.


martedì 8 dicembre 2020

IL BARBIERE DI SIVIGLIA AL TEMPO DEL COVID


 

 Si è aperta sabato scorso, ufficialmente, la nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma con l’allestimento de Il barbiere di Siviglia, la famosa opera buffa che Gioacchino Rossini realizzò su libretto di Cesare Sterbini tratto dalla omonima commedia scritta da Beaumarchais nel 1773. L’opera fu rappresentata per la prima volta durante il carnevale del 1816 presso l’attuale Teatro Argentina di Roma, anche se con il titolo diverso di Almaviva o sia L’inutile precauzione, pare in segno di rispetto nei confronti di Giovanni Paisiello, che aveva già musicato la pièce del drammaturgo francese, ma più probabilmente per evitare questioni legali e/o sociali, tant’è che la sera della prima fu un vero fallimento per il boicottaggio dei sostenitori di Paisiello. Tuttavia, già dalla seconda serata, il successo di pubblico fu tale da oscurare per sempre il lavoro di Paisiello a vantaggio di quello di Rossini.

La vera novità della rappresentazione di ieri consiste però nel fatto che, in tempo di covid, con la chiusura dei teatri, a torto o a ragione, Il barbiere di Siviglia sia stato trasmesso da Rai 3 per iniziativa di Rai Cultura e del Teatro dell’Opera che, per l’occasione, gli ha dedicato uno speciale allestimento, come ha dichiarato il Sovrintendente Carlo Fuortes: «Una rappresentazione dell’opera certamente unica, come il tempo nel quale stiamo vivendo. Sono certo che la Prima di Stagione con questo nuovo Barbiere di Siviglia potrà affascinare e sorprendere i molti spettatori di Rai 3 che la guarderanno. Potrà essere un’occasione straordinaria per allargare la platea del Costanzi e raggiungere un nuovo pubblico. La regia di Mario Martone sarà realizzata come per un film. Il nostro bellissimo Teatro, vuoto e senza spettatori, sarà la scena dove si ambienterà quest’opera tanto amata, con un uso del tutto innovativo degli spazi del teatro»

Piacevolmente innovativa - considerata la location a disposizione - la regia di Martone, regista teatrale e cinematografico che molti ricorderanno per il Il giovane favoloso dedicato al grande Giacomo Leopardi. Per la verità, in un post dedicato al film parlavo di occasione persa, dell’opportunità di “portare sul grande schermo un poeta sublime - in Italia forse secondo solo a Dante  Alighieri - sprecata e ridotta a poco più di una rappresentazione di cronologia biografica, dalla quale peraltro viene espunto un arco significativo di oltre dieci anni”[per leggere l’intero post clicca di seguito sul titolo: IL GIOVANE FAVOLOSO... ma dov'è GIACOMO LEOPARDI?]. Ma Roberto Saviano sull’Espresso, parlò allora di un film “ironico, appassionato e rivoluzionario” e di una rappresentazione del poeta di Recanati “finalmente lontano dai luoghi comuni sulla bruttezza e l’infelicità”.

Bene comunque Mario Martone, questa volta, nell’allestire in un teatro senza pubblico l’opera buffa di Gioachino Rossini. Non dispiace, anche se per qualche istante sconcerta, l’apertura con la corsa in moto di Figaro (Andrzej Filończyk), con casco e mascherina, per raggiungere il Teatro dell’Opera, attraverso le strade di una Roma sempre bella nonostante la sua amministrazione e neppure il reticolo di fili con cui il regista ad un certo punto ingabbia la platea e i palchetti con l’intento di rappresentare la “prigione” in cui Rosina (Vasilisa Berzhanskaya) è tenuta da Don Bartolo (Alessandro Corbelli), suo tutore, ma forse anche per dipingere con garbata ironia la condizione esistenziale in cui oggi si sentono i romani e gli italiani per non poter usufruire dei teatri e non solo.

Pregevole iniziativa questa, di utilizzare la televisione pubblica perché il lavoro degli artisti non si fermi e perché i cittadini costretti dal lockdown possano usufruirne. Ma è solo una goccia nel mare, un’idea eccellente ma ancora di nicchia. Perché il governo italiano, in luogo di distribuire mance e mancette elettorali, che comunque saranno a carico dei contribuenti, non investe per la realizzazione di iniziative generalizzate come quelle di Rai cultura e del Teatro dell’Opera di Roma? Perché la televisione italiana, pagata dai cittadini con la bolletta dell’energia elettrica, continua a distribuire compensi favolosi ai soliti noti per mandare in onda programmi insulsi, quando ha l’occasione per promuovere iniziative culturali e nello stesso tempo per alleviare le condizioni di un settore oggi a dir poco depresso, come quello dei lavoratori dello spettacolo?

sergio magaldi