venerdì 20 luglio 2018

NOTE SULLA QABBALAH: parte XII, il libro dello Zohar




SEGUE DA:




NOTE SULLA QABBALAH: parte IV, l’uno e le porte della conoscenza (clicca sul titolo per leggere)

NOTE SULLA QABBALAH: parte V, l’uno e l’unificato (clicca sul titolo per leggere)







Avvertenza: per leggere le lettere ebraiche occorre il font hebrew

  IL SEPHER HA-ZOHAR

 Ho sin qui più volte citato il Sepher ha-Zohar, talora riportandone qualche passo significativo. L’apparizione di questa monumentale summa speculativa della tradizione cabbalistica risale agli ultimi decenni del XIII secolo e, dopo il Sepher Yetzirah e il Sepher ha-Bahir, lo Zohar – nome con il quale più semplicemente l’opera è nota – rappresentò certamente il testo di maggiore riferimento per gli studiosi e per la comprensione dell’evoluzione storica della Qabbalah. Anche in questo caso, non è mia intenzione entrare nel merito della vexata quaestio circa la sua origine, se antica o medievale, e neppure circa la sua composizione, se opera di uno o più autori. Al di là di puntuali analisi filologiche spesso di segno contrario e considerando piuttosto la diversità dei trattati e degli argomenti, nonché i numerosi frammenti che con il nome di “capitoli parassiti” appartengono al corpo stesso dello Zohar, mi limito a dire che appare di gran lunga più convincente la tesi di una pluralità di autori, vissuti anche in epoche differenti, rispetto a quella dell’elaborazione di un autore soltanto [Moshè de León, 1240-1305], sostenuta dallo Scholem. Maggiori perplessità conservo invece circa l’origine antica dello Zohar, rispetto a quella medievale, al netto della condivisione che i temi affrontati – che si sostanziano prevalentemente dei commenti del Pentateuco, del libro di Ruth, del Cantico dei Cantici e di poco altro – facciano parte da sempre della più antica tradizione ebraica, più spesso tramandata bocca-orecchio. Il fatto che lo Zohar si occupi ampiamente di questa tradizione [di quale altra avrebbe dovuto e potuto occuparsi?!], non significa anche che la sua elaborazione sia avvenuta contestualmente e non in epoche successive. Ciò che mi rende diffidente in proposito è la constatazione che non c’è quasi tradizione [da quelle religiose alla Massoneria e non solo] che non pretenda di rivendicare radici antichissime o addirittura mitiche al fine di avvalorare maggiormente le proprie dottrine.

 Rispetto ai testi precedenti e più importanti della Qabbalah storica [Sepher Yetzirah e Sepher ha-Bahir], lo Zohar riprende e sviluppa alcuni concetti, modificandone talora la natura e/o preparando nuovi scenari alla speculazione cabbalistica. In tale contesto, limiterò qui le mie considerazioni su alcuni aspetti tutti connessi tra di loro: le Sephiroth, il rapporto tra il maschile e il femminile, la questione del bene e del male, il Tetragramma e i quattro mondi, l’apparizione della luce e gli antecedenti zoharici dello Tzimtzum della qabbalah luriana. Giova innanzi tutto osservare come a partire dal Sepher Yetzirah si venga via via modificando l’idea stessa di che cosa siano le sephiroth e di quale sia il loro ruolo all’interno del progetto divino. Pure forme del molteplice, in tutto e per tutto simili a Dio, come Dio prive di qualsiasi determinazione, forma e figura, le sephiroth sono nello Yetzirah la misura di ogni realtà manifesta e la condizione trascendentale di ogni fenomeno. I cabbalisti provenzali e quelli sefarditi di Girona e di Castiglia finiranno con l’identificare le sephiroth con gli attributi divini che, come tali, non conoscono distinzioni gerarchiche ma solo qualità diverse in funzione di ciò che rappresentano, tant’è che si è portati a distinguere i loro nomi, traendoli dai versetti 11-13 del paragrafo 29 del primo libro delle Cronache:

11 Tua, Signore, è la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore e la maestà, perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo. Signore, tuo è il regno; tu ti innalzi sovrano su ogni cosa.12 Da te provengono la ricchezza e la gloria; tu domini tutto; nella tua mano c'è forza e potenza; dalla tua mano ogni grandezza e potere. 13 Ora, nostro Dio, ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso. [CEI]

 Chi tra i cabbalisti, come Asher Ben David, predilige la filosofia alla mistica farà delle sephiroth, nel suo Sepher haYichud, altrettante sfere intellettuali  mosse dalla sfera più alta, l’unica immobile, così come il primo motore o Dio di Aristotele e chi come Nachmanide, cercandone il significato più recondito, nel suo Commento alla Torah, farà delle Sephiroth i giorni primordiali della formazione del mondo: “ In senso più profondo, sono chiamate “giorni” le sefirot emanate dall’Altissimo, poiché ogni comando che pone in essere un’esistenza è detto “giorno”. I giorni della creazione furono sei… perché la parola “giorno” non è utilizzata per le prime tre sefirot. La spiegazione  concernente l’ordine dei versetti è sublime e occulta e noi ne abbiamo una conoscenza più piccola di una goccia nel grande mare” [Commento a Gen. I.I.; citato da Giulio Busi, Simboli del pensiero ebraico, Einaudi, Torino, 1999,pp.329-330]. Con Azrièl dei Girona, la diversità delle funzioni tra le sephiroth lascia già intravedere una gerarchia tra di loro e la decima sephirah diventa “l’attributo inferiore che si compone della forza di tutte per giudicare gli esseri terreni” [“Commento alle sephiroth”, in Simboli del pensiero ebraico, cit., p.613] e con Menachem Recanati [1250-1310] le sephiroth sono emanazioni e ombre della forma suprema:

La verità è che il Creatore, sia benedetto, è la Ca­gione delle cagioni, la Causa delle cause, né gli si può attribuire mutamento alcuno, né alcuna cosa che faccia pensare alla sua mol­teplicità. I nostri maestri, di benedetta memoria, hanno affermato che prima che il Santo, sia Egli benedetto, creasse il proprio mon­do, vi era Lui solo e il suo Nome. Ed ecco che egli concepì nel pro­prio pensiero di far uscire e di emanare dieci sefirot, la loro esisten­za e il loro assorbire, da se stesso, sia Egli sempre benedetto, detto En sof. E dalla forza della sua essenza deriva l'essenza della prima sefirah, dalla quale procede la forza di tutte le sefirot: è questo il se­greto della sua grandezza, per sapere e conoscere le entità separate ed emanate da Lui. È tuttavia proibito indagare sulla prima sefi­rah, come hanno affermato i nostri maestri, di benedetta memoria:

«Non ricercare cose troppo difficili per te», come è detto a pro­posito dell'En sof, e di questa prima sefirah, denominata «coro­na ». Il manifestarsi di queste sefirot, e le loro caratteristiche richie­derebbero una lunga spiegazione, che non intendiamo dare qui: è tuttavia necessario che tu sappia che il compimento dell'emana­zione delle dieci sefirot ha portato al compimento del mondo: tutto quanto si trova nelle creature, tanto nel mondo degli angeli quanto in quello delle sfere e nel mondo inferiore, è esemplato sul­le sefirot e deriva dalla loro forza. Attraverso le manifestazioni, le dieci sefirot si rivelano infatti in tutte le creature, come l'ombra presso la forma, secondo quanto è detto: Poiché ombra sono i nostri giorni sulla terra (Giobb. 8.9)”.[1]

[S E G U E]

sergio magaldi



[1] Cfr. Perush ‘eśer sefiroth, “Commento alle dieci sephiroth”, trad.it. G.Busi, in Mistica Ebraica, cit., p.532

mercoledì 18 luglio 2018

Recensione del romanzo L'Amore Consapevole

AZRAEL



L'Amore Consapevole di Sergio Magaldi è più di un semplice romanzo, classificarlo come letteratura erotica (come taluni hanno fatto) è una valutazione estremamente riduttiva e persino banale. Ci troviamo davanti ad un saggio travestito da romanzo, o meglio ad un romanzo a tre dimensioni perché a partire dalla copertina presenta interessanti elementi strutturali. Un insieme di grattacieli, raffigurati nella copertina, dall'aspetto freddo e opprimente, sembrano voler offuscare la vista e togliere luce e respiro, ma anche invitare il lettore ad una introspezione segreta. Tale immagine troverà in alcuni passi del libro una riproduzione fedele di questa sensazione visiva. Altro elemento che sembra avvalorare l'ipotesi di un libro a tre dimensioni è l'inizio del testo che comincia dalla pagina "7" e non dalla pagina "1" come sarebbe stato per un qualsiasi altro libro... la cosa non sembra casuale, ma forse rimanda alla mistica esoterica legata al numero 7: le 7 armature, o i 7 chakra, o i 7 pianeti coinvolti nel processo alchemico? Forse è un richiamo al concetto di Risveglio? Da notare inoltre che nel testo si parla del Vangelo di Lazzaro che se vogliamo è il "Risvegliato" dal verbo incarnato di Gesù. Un'altra cosa interessante (che avvalorerebbe l'ipotesi della struttura tridimensionale del libro) sono i riferimenti bibliografici ai vangeli che parlano del Cristo storico e che terminano proprio a pag.33 cioè agli anni in cui Gesù sarebbe morto sulla croce.

Al di là degli aspetti strutturali del testo decisamente interessanti, il vero protagonista del romanzo è l'Amore che si affaccia nel "chiaroscuro" dell'esistenza di un editore in procinto di pubblicare un libro rivoluzionario e pericoloso per alcuni, che parla del Vangelo di Lazzaro e dell'Amore consapevole. Un amore consapevole che lo stesso editore insegue senza mai riuscire a raggiungerlo, trascinandosi in congiunzioni carnali di vario tipo, passando persino per la rigorosa disciplina del Dao di cui però sembra non aver bisogno. Molto intenso è di sicuro lo scambio epistolare del protagonista della storia con una sua vecchia amante di cui aveva perso le tracce, un amore perduto, ma mai dimenticato che sembra il dialogo di un uomo con la propria anima, lacerata dal ricordo. Un'anima in bilico tra la realtà e il sogno, tra la rivelazione e il silenzio, accompagnata in questa avventura dalla presenza della Shekinah e del suo opposto Azrael, angelo della morte, che si manifesteranno entrambi nella vita del protagonista con i loro moniti e le loro intenzioni. La donna ritrovata, amore di un tempo che si chiama Virginia richiama alla mente la Vergine che domina la Luna e il Serpente. Si tratta di un libro profondo che spinge il lettore ad approfondimenti ipertestuali che di sicuro lo sorprenderanno e che lo spingeranno ad interrogarsi sul proprio modo di vivere o sognare l'Amore. Oltre ad essere un piacevole romanzo, L'Amore Consapevole contiene in se il tentativo, ben riuscito, di costringere il lettore ad una introspezione, che vale quanto una seduta psicoanalitica, su cosa sia veramente l'amore consapevole, su cosa sia il "desiderio di assoluto" che può essere un veleno mortale per l'amore stesso e sul rapporto che intercorre tra una "nota e la sua ottava superiore"... un estremo atto creativo che raggiunge l'assoluto in un abbraccio erotico.

Stefano Pica

Articolo del 9 luglio 2018 da:
https://blog.movimentoroosevelt.com/home/1780-recensione-de-l-amore-consapevole.html
ripreso da https://news.amicizie.eu/2018/07/09/recensione-de-lamore-consapevole/





https://www.amazon.it/Lamore-consapevole-Sergio-Magaldi/dp/886934391X

lunedì 9 luglio 2018

Papa Francesco nelle pagine del romanzo "L'Amore Consapevole"




 Di un documento segreto che avrebbe sconvolto la cristianità, la Curia poteva essere stata informata già da quando il ricco collezionista italoamericano, credendo prossima la fine dei suoi giorni [in realtà visse ancora a lungo], lo aveva depositato nelle mani del notaio. È dunque possibile che una ristretta cerchia di ecclesiastici abbia sempre saputo che un reperto segreto, in grado di scuotere dalle fondamenta l’intera cristianità, fosse in grado da un momento all’altro di risorgere da un sonno di duemila anni. È altrettanto possibile che “la voce” sia giunta sin da allora alle orecchie del Papa. (…)

 Benedetto XVI aveva motivato il gesto delle dimissioni - se non unico, almeno raro, nella storia della Chiesa - con l’età avanzata e il precario stato di salute, ma la stampa di tutto il mondo aveva visto nel “gran rifiuto” l’azione delle lobby degli affari e della pedofilia che avevano preso il sopravvento in Curia. Un’associazione di laici e prelati, sorta a sostegno dell’azione riformatrice del Papa, aveva tentato inutilmente di opporsi alla deriva vaticana. […] Solo dopo la morte del collezionista, si cominciò a pensare in ambienti laici che, dietro le dimissioni di Joseph Ratzinger, poteva esserci stata anche la rivelazione del Vangelo segreto di Lazzaro.

 Il nuovo Papa prese per sé il nome del “poverello d’Assisi”, sempre predicando lo spirito evangelico e rimproverando la Chiesa di aver smarrito l’umiltà delle origini e di aver dimenticato che Gesù Cristo si accompagnava con i poveri e con i lebbrosi e condivideva la mensa con le prostitute. Già prima dell’elezione, del resto, egli non aveva mai esitato nel porre l’accento sull’ipocrisia e sull’autoreferenzialità della curia romana: “Voi che vi date gloria. Che date gloria a voi stessi, gli uni agli altri”. Un Papa, insomma, che metteva al centro dell’azione pastorale “lo stupore dell’incontro con Gesù e la meraviglia della sua persona”. Un pastore che vedeva Yeshu ha Notzrì ben radicato nella tradizione ebraica, tanto da considerarlo non solo l’uomo-Dio del cristianesimo, ma il simbolo stesso della persecuzione degli ebrei, quale appare nel dipinto di Marc Chagall La crocifissione bianca, la tela in assoluto da lui preferita, come aveva dichiarato nel lontano 2010 per il libro-intervista El Jesuita Di Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin.

 Olio su tela 155 x 140, l’opera di Chagall si caratterizza per la figura di Cristo – coperto solo dal tallit, lo scialle ebraico che gli cinge i fianchi – che domina la scena centrale su una grande croce bianca investita di luce dall’alto, mentre in basso, ai piedi della croce, si diffonde la luce calda ma di breve raggio della Menorah. Tutt’attorno, creando l’effetto del vortice, si susseguono scene simboliche della Shoah, a cominciare dalle lamentazioni di figure veterotestamentarie che fluttuano nell’aria sopra la croce, per continuare, alla sinistra di chi guarda, con le bandiere rosse e il fuoco che divampa, simbolo dei pogrom sovietici, con le rovine di un villaggio ebraico, con un battello di profughi gesticolanti e le figure dell’ebreo errante. Dall’altro lato, fiamme rosso-arancio ricordano la Notte dei cristalli, con la distruzione delle sinagoghe da parte dei nazisti, con un uomo in uniforme che profana il tempio e un secondo uomo con un sacco sulle spalle che fugge mentre un fumo denso e biancastro si leva dal rotolo della Torah in fiamme. L’effetto cromatico aumenta il patos della tela, con il bianco abbagliante che predomina al centro, i mezzi toni grigi e nerastri dello sfondo e le macchie di colore, rosso, arancione, blu e verde che lo circondano e il corpo di Cristo disseminato di una luce gialla che ne ricorda le piaghe e i patimenti. 

 Papa Francesco, il solo forse capace di domare le fazioni in lotta e di “gestire” il messaggio di Cristo, venuto improvvisamente alla luce.  Anni  prima ne aveva dato inconsapevole testimonianza. “Noi non faremo come Giona, non andremo a Tarsis, che non ha bisogno di noi, per sfuggire a Ninive dove ci attendono i diseredati della Terra” era scritto nel Vangelo di Lazzaro. Non diversamente si era espresso allora il cardinale Jorge Mario Bergoglio in un’intervista: “Giona aveva tutto chiaro. Aveva idee chiare su Dio, idee molto chiare sul bene e sul male. Su quello che Dio fa e su quello che vuole, su quali erano i fedeli all'Alleanza e quali erano invece fuori dall'Alleanza. Aveva la ricetta per essere un buon profeta. Dio irrompe nella sua vita come un torrente. Lo invia a Ninive. Ninive è il simbolo di tutti i separati, i perduti, di tutte le periferie dell'umanità. Di tutti quelli che stanno fuori, lontano. Giona vide che il compito che gli si affidava era solo dire a tutti quegli uomini che le braccia di Dio erano ancora aperte, che la pazienza di Dio era lì e attendeva, per guarirli con il Suo perdono e nutrirli con la Sua tenerezza. Solo per questo Dio lo aveva inviato. Lo mandava a Ninive, ma lui invece scappa dalla parte opposta, verso Tarsis. Quello da cui fuggiva non era tanto Ninive, ma proprio l'amore senza misura di Dio per quegli uomini” (...) [L’Amore Consapevole pp.80-83]




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domenica 8 luglio 2018

NOTE SULLA QABBALAH: parte XI, il peccato di Adamo




SEGUE DA:

NOTE SULLA QABBALAH: parte I, la teurgia  (clicca sul titolo per leggere)


NOTE SULLA QABBALAH: parte IV, l’uno e le porte della conoscenza (clicca sul titolo per leggere)

NOTE SULLA QABBALAH: parte V, l’uno e l’unificato (clicca sul titolo per leggere)



(clicca sul titolo per leggere)



Avvertenza: per leggere le lettere ebraiche occorre il font hebrew



IL PECCATO DI ADAMO


In Esodo, il peccato di Adamo è nuovamente richiamato, allorché è detto (15,23-25): "Giunsero a Marah ma non poterono bere l'acqua perché era amara. Il popolo mormorò contro Mosè dicendo: 'Che berremo?'. Allora Mosè gridò al Signore e il Signore gli mostrò un legno. Mosè lo gettò nell'acqua e l'acqua divenne dolce".

 Allorché il popolo accusa Mosè è presente il demonio che viene per tenere lontano l'uomo dall'albero della vita. Egli istiga Israele a bere acqua amara, altrimenti tutti morranno, perché nel deserto non si trova altra acqua. Ma il Signore ascolta l'invocazione di Mosè e gli mostra un legno che muterà la natura della stessa acqua. Quel legno è lo stesso legno dell'albero della vita che in origine circondava le acque. Insomma, se non fosse stato per Mosè, il popolo impaziente avrebbe bevuto senza attendere la trasformazione delle acque. E fu l'impazienza – osserva Gikatila –  a causare la caduta di Adamo, il suo non aver saputo attendere che il frutto dell'albero fosse maturo, prima di cibarsene. Fu dunque l'impazienza a perdere il genere umano, precipitandolo nel regno del bene e del male, della vita e della morte. Scrive Gikatila in Cha 'aré Orah (Le Porte della Luce):

 "Il serpente primordiale...inflisse un danno alla luna (la sephirah Malkhout) per via del primo uomo, il quale...non attese che (il serpente) mangiasse la propria parte...nel qual caso l'albero sarebbe stato chiamato del bene e non del male e lui avrebbe potuto mangiarne tanto quanto ne desiderasse: ne avrebbe mangiato e avrebbe vissuto per sempre (Genesi, 3:22), secondo il segreto dell'albero della vita collegato a quello della conoscenza..." (f. 105a).

Scrive ancora Gikatila in Sod ha - Nahach (Il Segreto del Serpente):

 "... E' per questo motivo che Dio comanda al primo uomo di non toccare l'albero della conoscenza, fin quando il bene e il male fossero stati associati, sebbene l'uno fosse all'interno e l'altro all'esterno. Occorreva attendere che ne fosse staccato il prepuzio, com'è detto: tratterete i loro frutti come prepuzio (Levitico,19:23), ora è scritto: prese del suo frutto e ne mangiò (Genesi,3:6). Introdusse un idolo nel Palazzo (T.B. Ta'anit 28b) e l'impurità penetrò all'interno." (f. 276a-b). Il prepuzio è la scorza dura, assimilabile alla terra (Adamah) di cui è fatto Adamo. Solo quando la scorza fosse caduta, il frutto, ormai maturo, avrebbe potuto essere mangiato e la terra di Adamo si sarebbe mutata nell'oro dello spirito. 

 Se si guarda ora al secondo atto del mito cosmogonico, allorché il Signore nomina nuovamente l'albero della vita e si decide la sorte di Adamo ed Eva (Genesi III, 21-24), si comprende che al centro del giardino di Eden non c’è che un albero:

 "Il Signore Dio fece ad Adamo e ad Eva una tunica di pelle e li vestì, poi disse: 'Ecco Adamo è diventato come uno di noi,[1] conoscitore del bene e del male! Badiamo ora che non stenda la mano e prenda anche dell'albero della vita, per mangiare e vivere in eterno'. Quindi Dio lo cacciò via dal Gan Eden perché coltivasse la terra da cui era stato tratto. Scacciato Adamo, collocò a oriente del Gan Eden Cherubini che roteavano la spada fiammeggiante per custodire la via che portava all'albero della vita ". 

 Questi versetti starebbero proprio a dimostrare, secondo alcuni, l'esistenza di due distinti alberi. Quel che c’è di vero è invece che dell'albero della conoscenza d’ora in avanti non si parla più, perché un albero della conoscenza distinto dall'albero della vita in realtà non c'è mai stato. Dio lo ha fatto credere all'uomo per saggiarlo, per metterlo alla prova, ma nel momento in cui l'uomo si è reso colpevole di ubris, ha voluto cioè rendersi identico a Dio, anche l'illusione è scomparsa. Sin dal primo momento non c'è stato che un solo albero, come ha ben visto Tiziano nella sua tela ad olio dove l'albero, il cui frutto Eva riceve in dono dal serpente, costituisce l'asse centrale che divide la composizione, creando l'effetto che ciò che è UNO venga visto come duplice.

 Ancora una volta il Sepher Bahir c'illumina sull’intera questione (97-8 e 66-7): ci sono 32 sentieri che l'uomo deve percorrere per giungere in cima all'albero della vita, e l'albero con i suoi sentieri, è una metafora del corpo umano. Cosa è in realtà accaduto nel momento in cui l'uomo, preso da impazienza e dal desiderio di essere come Dio, ha mangiato del frutto proibito? Da quel momento egli, come si è già detto, entra nel tempo e nella condizione umana attuale, tant'è che il Signore lo riveste con una tunica di pelle ed egli non può più cibarsi, al pari di tutti gli animali, degli effluvi e dei sapori della vegetazione (Genesi, I, 29-30). Ora l'uomo è carne che desidera carne e in quanto tale non potrà più godere di immortalità. C'è ancora una possibilità, perché il germe della vita immortale è ancora dentro di lui, ma egli deve fare i conti con i cherubini armati della spada fiammeggiante per poter entrare nei sentieri e compiere l'ascesa lungo l’albero-colonna. Anche qui non sarà inutile ricorrere alle ghematrie per chiarire per chiarire meglio il concetto: Etz,                                                                                                                                                                                                                                                    


albero– come già detto – si scrive da destra a sinistra con  \ u (70+90)=160=7; Ammud, colonna con  d w m u  (70+40+6+4)=120=3. Sommando 7 con 3 si ha 10, oppure, se si preferisce, sommando 160 con 120 si ha 280, quindi per riduzione teosofica si ha ugualmente 2+8=10,  cioè le dieci sephiroth dell’albero della vita o albero delle sephiroth. L’uomo deve a questo punto iniziarsi, deve cioè percorrere il cammino all'inverso [Teshuvah] per tornare alla condizione originaria, per realizzare il Tiqqun, la restaurazione. Ma, soprattutto, non deve essere impaziente e deve accettare la morte fisica. In proposito si osserva in Zohar (I, 130b): "Al tempo in cui il Santo, benedetto egli sia, risusciterà i morti, Egli farà scendere su di loro una rugiada dal suo capo, grazie alla quale tutti si leveranno dalla terra (...) una rugiada di luce nel senso proprio del termine, composta cioè da fiamme superne, attraverso la quale Egli infonderà vita nel mondo, poiché l'albero della vita trasmette ai mondi una linfa vitale che mai non cessa".

 Del resto, l'uomo può in ogni momento tornare a compiere il peccato di Adamo, come si è visto accadere ingenuamente a Noé. Reso presuntuoso dalla conoscenza, consapevole della linfa vitale che scorre all’interno dell'albero, egli ancora una volta impaziente, avrà l’illusione di vincere la guardia dei cherubini per cibarsi dei frutti e guadagnare l’immortalità, ma ciò che otterrà, credendo di aver eluso la sorveglianza dei cherubini, sarà una ubriacatura simile a quella di Noé.

[ S E G U E ]

sergio magaldi



[1] “Noi”: in quasi tutte le versioni si sottintende “angeli”, ma c’è anche, come vedremo più avanti, chi lo attribuisce agli Elohim.

venerdì 29 giugno 2018

Dialogo tra massoni nel romanzo L'AMORE CONSAPEVOLE





Lo attende una sorpresa. Jason al bancone sorseggia un caffè. Si salutano e dal tocco inequivocabile delle dita avverte che l’investigatore gli si sta rivelando per la prima volta come massone. Evidentemente sa che anche lui fa parte della Fratellanza. Da chi ha saputo? Di sicuro da Maria Carla!  (…)    Di che hanno parlato Jason e il direttore dopo essersi riconosciuti per fratelli massoni? L’americano ha con sé una busta piena di libri e ostenta grande cordialità. Lo invita a sedersi. Che ci fa qui Jason? Non sarà lui l’angelo della morte?! C’è però la possibilità che l’americano abbia intercettato il messaggio scambiato con Azrael, e che ora si trovi lì per proteggerlo. Incerto tra gratitudine e diffidenza, il direttore se ne sta sulle sue e aspetta un segnale che non arriva. Jason parla del più e del meno.

 “Gli italiani – osserva – traendo dalla busta un libro sulla massoneria e poggiandolo sul tavolo – pensano che gli americani siano tutti massoni… anche il presidente…”.
 “Molti presidenti lo sono stati – replica il direttore – e mi risulta che i massoni negli Stati Uniti si contino a milioni…”.
 “Meno di cinque su oltre 330 milioni di abitanti… È vero che in Italia si ha timore di rivelare l’appartenenza massonica?”.
 “È vero…”.
 “Per paura? Non c’è democrazia?”.
 “Per quasi cinquant’anni c’è stata una forma particolare di democrazia: la democrazia cristiana. Nel ventennio precedente il fascismo e da sempre c’è il Vaticano…”.

 Jason ride e gli dà una pacca sulle spalle.

“Mi dicono che vi piace nascondervi… che insieme al calcio sia il vostro sport nazionale!”.
 “Uno strano paradosso… tutto italiano… c’è chi entra in Massoneria per trovare scorciatoie alla carriera e chi nasconde l’appartenenza per evitare danni…”.
 “E tu… fratello… a quale categoria appartieni?”. 
 “Non proclamo la mia appartenenza ma non la nego neppure…”.
 “Soddisfatto?”.
 “Il problema è incontrare le persone giuste…”.
 “È difficile?”.
 “Si può entrare in una loggia che si occupa di esoterismo… di storia o che si limita alla recita del rituale… ma non sai mai quello che trovi veramente...”.
 My brother! Il lavoro muratorio è un mezzo… il fine è uguale per tutti: edificare Templi alla Virtù, scavare oscure e profonde prigioni al vizio e lavorare al bene e al progresso dell’Umanità. Non ti pare?”.
 “Già… e ‘sgrossare la pietra grezza’. Il dilemma è: con quali strumenti sgrosso meglio la pietra grezza e rettifico me stesso? Con Ermete Trismegisto… Garibaldi o imparando a memoria il rituale?”.
 “Con gli strumenti muratori… non è questa o quella conoscenza che fa il massone… ma il lavoro a specchio!”.
 “Lo si ripete spesso… ma ci sono dei rischi…”.
 “Quali?”.
 “Vedere i difetti degli altri è facile… più difficile è riconoscerli in noi… La presunzione di esserne esenti ci rende spesso aggressivi e intolleranti… Il lavoro a specchio presuppone un paradosso… che lo specchio sia stato rettificato prima di guardarci dentro!”.
 “Per questo abbiamo il vetriolo… e con il vetriolo la possibilità di ritrovare la scintilla divina che è in noi”.
 “Ero certo che l’avresti detto!”.

Col vetriolo, Jason si riferiva al V.I.T.R.I.O.L. della tradizione alchemica, l’acronimo di Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem, cioè “Visita le profondità della terra e rettificando troverai la pietra nascosta”. Insomma un invito a scendere in noi stessi alla ricerca della nostra vera essenza, l’anima o, come piace dire ai massoni, la scintilla divina.

 “Ma tu… fratello… credi nel Grande Architetto dell’Universo?”.
 “Dio e l’anima immortale. Siamo certi che avergli cambiato nome: scintilla divina e Grande Architetto… sia sufficiente a parlarne in modo diverso da come  fanno i preti?”.
 “Sei ateo… fratello?”
 “Difficile dirlo… nel corso degli anni mi sono dato risposte sempre diverse…”.
 “E quella di adesso?”.
 “Negli ultimi tempi identifico sempre più il Grande Architetto con l’Essere… e la scintilla con una delle infinite forme in cui l’Essere si manifesta…”.
 “Nel pensiero massonico… ci può stare l’identificazione del Grande Architetto con l’Essere… ma la scintilla divina s’identifica con il … con la coscienza contrapposta alla caducità dell’io”.
 “La contrapposizione di io e sé è puramente di scuola e la coscienza non è altro che l’autoconsapevolezza dell’io. Quanto alla scintilla divina… confesso di avere qualche problema ad assegnarle un ruolo…”.
 “È la scintilla divina… fratello mio… che consente all’uomo di edificare un mondo altrettanto ordinato e intelligente di quello costruito dal Grande Architetto…”.
 “L’Essere non è più ordinatore di quanto non sia distruttore… e non s’identifica con nessuna delle forme che crea e distrugge. Il suo agire si caratterizza per la costante propensione allo sterminio. È un fatto che egli uccida più forme di quante ne lasci provvisoriamente vivere… la sua categoria principale è lo spreco… e la sua intelligenza ordinatrice consiste nel preordinato sciupio delle forme che lo preserva dal caos… L’Essere necessita di molta vita per conoscere se stesso… minerale vegetale animale e umana… né si preoccupa delle vittime che lascia per strada: individui viventi nella forma e per il tempo che gli sono propri… La diversità delle forme non deve trarre in inganno. L’albero sa di sé proprio come l’uomo… sa cosa gli giova e cosa lo danneggia… sa come volgersi al sole e come utilizzare la pioggia… ha consapevolezza del proprio vivere e morire… ma un privilegio è assegnato all’individuo umano… egli è simia dei… testimone e imitatore dello stesso modello di sviluppo dell’Essere per la costruzione di un mondo che diciamo razionale e lanciato verso il progresso ma che a una visione meno superficiale si rivela iniquo ingiustificato regressivo e violento… Perché questo? L’Essere ha dalla sua la giustificazione dell’eternità… ma l’uomo?…” (…) [ L’Amore Consapevole p.291 e 302-305]


domenica 24 giugno 2018

Il TAOISMO nel romanzo L'AMORE CONSAPEVOLE





 Per chi abbia voglia di approfondire il discorso sul taoismo, spesso richiamato nel romanzo L’amore consapevole, consiglio innanzi tutto la lettura del Tao Te Ching, un testo facilmente reperibile in rete, attribuito al filosofo Lao Tzu, vissuto oltre cinquecento anni prima di Cristo. Che significa Tao? Semplicemente “La Via” e per questo si applica ad ogni aspetto della realtà, così per esempio c’è il Tao del tempo, il Tao della fisica, il Tao del pensiero, ma anche il Tao dell’amicizia e il Tao dell’amore e della sessualità, di cui soprattutto si parla nel mio libro. Cos’è in realtà “La Via”? È innanzi tutto consapevolezza della dualità, come è scritto nel libro di Lao Tzu:

II
Per tutti i nati sotto questo cielo,
concepito il bello
nasce il brutto.
Fissato il bene
Prende forma il male.


La Via” si sostanzia nel “wu wei” di Lao Tzu, che non  significa “non fare, non agire” – come spesso è stato inteso –  ma piuttosto “agisci spontaneamente”. “La Via” è anche l’unico mezzo per superare la dualità, come chiarisce un altro antico testo taoista, Il Segreto del Fiore D’Oro, proprio all’inizio:

La Via è la naturalezza.
La Via non ha nome né forma;
è solo l’essenza,
solo lo spirito originale.

Come si persegue “La Via”? Risponde ancora Il Segreto del Fiore D’Oro all’inizio del III capitolo, raccomandando di “volgere interiormente la luce”:

[…] Quando la luce è rivolta verso l’interno, le energie del cielo e della terra, yin e yang si condensano. Ciò è detto “pensiero purificato”, “pura energia” o “puro pensiero” (III,1).

Nella prefazione alla Ventottesima sezione del Libro delle prescrizioni mediche, trattazione espressamente richiamata nel mio romanzo, i curatori Akira Ishihara e Howard S.Ley [Ubaldini, 1971, p.11] annotano: “Alla base del pensiero taoista c’è la convinzione che l’uomo debba vivere in armonia con la natura: alcuni pensatori ritenevano necessario venerare la donna perché è lei ad essere più vicina alle forze primordiali della natura […] Gli scritti dei taoisti – si tratti di riflessioni sul Tao (la Via suprema, il Principio Supremo), oppure di trattati sulla donna, o magari di manuali sul sesso – non mostrano di considerare il Tao del Sesso come fine a se stesso (e i testi da noi tradotti lo confermano chiaramente) ma  piuttosto come un mezzo per arricchire il corpo e illuminare lo spirito.”

sergio magaldi




sabato 16 giugno 2018

Nasce un nuovo gruppo facebook: L'AMORE CONSAPEVOLE





Da qualche giorno, il romanzo “L’Amore consapevole” di Sergio Magaldi, uscito di recente in concomitanza con l’apertura del Salone di Torino, è diventato anche un interessante Gruppo di Studio facebook per commentare e dibattere non solo i contenuti specifici del libro, ma anche allargare l’analisi a tematiche come la cristologia, la religiosità in genere, la kabbalah, la filosofia, la psicologia, la massoneria, l’alchimia, il taoismo, il tantrismo, l’eros profano ed esoterico, intesi come vie di conoscenza e realizzazione spirituale


SINOSSI DEL ROMANZO:

 La copertina del libro mostra un'architettura opprimente che sale a tagliare il cielo quasi a voler nascondere lo spazio. Chi si nasconde dietro i messaggi anonimi di amore e di morte che stravolgono la vita del protagonista? Quali vere intenzioni celano in realtà le parole di Shekinah - simbolo della presenza di Dio nel mondo - e quelle di Azrael, l'angelo della morte della tradizione abramitica?
 Un ricco collezionista italoamericano, massone e fervente cattolico, muore lasciando alla casa editrice romana da lui fondata - perché lo divulghi - un documento di duemila anni prima che egli ha custodito in segreto per quasi settant’anni e che ha a che fare con la vita di Gesù. Non si tratta del solito manoscritto probabilmente contraffatto e di rilevanza regionale, ma di un reperto in grado di modificare la visione del mondo da parte di milioni di fedeli e di cui nel tempo è stata ripetutamente comprovata l’autenticità con il metodo della spettrometria di massa e del radiocarbonio. L’originalità del documento sta soprattutto nel contenere al suo interno la fonte di scritti posteriori della tradizione ebraica che riguardano la presenza di Dio nel mondo [Shekinah] e la concezione dell’amore tra l’uomo e la donna. L’argomento, grazie all’intuizione del direttore della casa editrice fondata dall’italoamericano, diventa materia per una nuova pubblicazione di grande successo. L’arrivo di una mail da parte di una sedicente Shekinah, suggerisce all’intraprendente direttore editoriale il progetto per una serie di romanzi che abbiano per tema la formula del cosiddetto amore consapevole, concepito come una sorta di sincretismo tra le concezioni occidentali e quelle orientali sull’amore. Una sintesi che gli viene in mente grazie anche alla pratica taoista del Ling-hsiou alla quale egli si sottopone sotto la guida di una graziosa ragazza cinese. Al di là del probabile scoop editoriale, il direttore, dalla militanza politica giovanile approdato infine alla Massoneria, crede veramente che il mutamento di prospettiva nella relazione amorosa, sia in grado di produrre una rivoluzione nei rapporti umani senza precedenti, ben superiore alla rivoluzione politica vagheggiata in gioventù. Chi si nasconde dietro Shekinah? La ricerca per scoprire l’identità di chi continua a inviargli messaggi d’amore, dichiarando che gli si rivelerà soltanto quando lui si sarà reso degno di lei, si fa ossessiva da parte del direttore, senza che, tra coloro che lo circondano, egli sia in grado di identificare il misterioso personaggio che si cela dietro mail e sms.



 La crisi che attanaglia l’ordine massonico cui appartiene il direttore e che lo costringe a prendere coscienza di una sorta di “tipologia del massone” non intacca la sua fiducia nel ritenere di poter contare sull’appoggio dei fratelli americani allorché egli si reca a New York per ottenere l’approvazione dell’Assemblea degli azionisti della casa editrice al progetto dell’amore consapevole. La realtà gli rivela piuttosto l’esistenza di un complotto di cui probabilmente organizzazioni parallele alla Chiesa tirano le file, per impedire la realizzazione del piano editoriale. La questione si complica allorché il direttore si vede recapitare minacciosi avvertimenti, a firma di Azrael, l’angelo della morte della tradizione abramitica, che gli intimano di non pubblicare il romanzo di Shekinah. Mentre un investigatore americano segue la pista del complotto internazionale per smascherare chi si nasconda dietro le minacce di morte di Azrael, il direttore è sfiorato dal sospetto che l’angelo della morte e la donna che gli invia i messaggi d’amore siano in realtà la stessa persona. La confusione in lui si fa totale quando, dopo vent’anni, torna a farsi viva con una mail, Virginia, la ragazzina che aveva conosciuto nella libreria del nonno e con la quale aveva intrecciato una storia d’amore da lei bruscamente interrotta. Infine, la scoperta di tutto l’intrigo da parte dell’investigatore americano - massone anche lui, come il direttore editoriale, come il defunto collezionista - getta il direttore in una nuova condizione esistenziale, dove anche il rapporto con Virginia si fa problematico.





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