mercoledì 13 marzo 2019

CHAMPIONS: Allegri finalmente alla guida di una Ferrari!

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Lasciata la Fiat 500 in garage, Allegri si mette alla guida della Ferrari e la Juve di Champions fa l’impresa eliminando l’Atletico Madrid con i goal di Ronaldo, qualificandosi per i quarti e proponendosi seriamente come una delle possibili candidate alla vittoria finale.

Costretta a segnare almeno tre goal per ribaltare la sconfitta di Madrid, la Juventus abbandona finalmente passaggi orizzontali e difensivismo ad oltranza, per verticalizzare e imporre  il proprio gioco dall’inizio alla fine della partita. Gli uomini, ieri notte, erano gli stessi di sempre, con qualche assente e qualche accortezza tattica in più, ma è la mentalità della squadra che è apparsa cambiata, a dimostrazione di quali siano le reali possibilità della Juve quando il suo gioco si dispiega in tutta la sua forza, dal portiere sino agli attaccanti, passando per i filtro di un centrocampo all’altezza della situazione, come ha dimostrato di essere quello visto in campo ieri a Torino.

I meriti di Allegri, questa volta, non si possono certo disconoscere, con la speranza che non torni più indietro, non si faccia prendere dalla nostalgia di tornare a guidare la 500, non si ostini nel far giocare calciatori poco in forma o addirittura feriti, come il Mandžukić di ieri notte, o che abbiano alternative credibili, come il De Sciglio disponibile nelle pause tra i ricorrenti infortuni.

sergio magaldi



martedì 12 marzo 2019

I LIBRI PIU' BELLI SULL'AMORE, parte III, Una Questione Privata




SEGUE  DA:

I  LIBRI  PIU'  BELLI  SULL'AMORE, parte I, Lettera di una sconosciuta

I  LIBRI  PIU'  BELLI  SULL'AMORE, parte II, Werther e Jacopo Ortis



 Continuando nella presentazione dei “Libri più belli sull’amore”,  secondo una lista di 20 libri presentati anni fa dal Direttore di Tuttolibri, Bruno Ventavoli, al 14° posto troviamo anche l’unico autore italiano, Beppe Fenoglio, con Una questione privata, il romanzo pubblicato postumo presso le edizioni Garzanti, nella primavera del 1963. 

La storia d’amore tra Fulvia e Milton si insinua, delicata e inquietante, nella vicenda partigiana delle Langhe narrata da Fenoglio, sino ad assumere una posizione centrale che sposta gradatamente l’attenzione del lettore dalla coralità della lotta antifascista, al dramma esistenziale del protagonista. 

Per la verità, già nei primi due capitoli del breve romanzo, il ricordo di Fulvia – nome della finzione letteraria, attribuito da Fenoglio a una compagna di liceo, alla quale aveva già dedicato il romanzo Primavera di Bellezza, pubblicato nel 1959 – occupa la mente di Milton e lo costringe a deviare dai sentieri che sta percorrendo con Ivan, un partigiano come lui.

Il desiderio di rivedere la villa di Fulvia, ormai disabitata – la ragazza è ormai rientrata a Torino e Milton conta di rivederla alla fine della guerra – , lo spinge allo scoperto, fin sulla collina che degrada sulla città di Alba. Incurante di eventuali attacchi dei fascisti, egli guarda quei luoghi, mentre il suo cuore, per l’emozione, sembra quasi aver cessato di battere:

“Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo.” [Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, Super Et, Torino, 2014, p.3]

Nel primo capitolo, il ricordo di Fulvia si caratterizza per la nostalgia dolce con la quale Milton la ricorda ascoltare il disco della canzone scritta nel 1939 per il film “Il mago di Oz”: Over the Rainbow,  il suo primo regalo di innamorato, “Somewhere over the rainbow  Way up high  And the dreams that you dreamed of…  [Da qualche parte sopra l’arcobaleno– proprio lassù– ci sono i sogni che hai fatto…]”. La rivede parlare e muoversi come due anni prima, come nella scena in cui Fulvia si arrampica sull’albero delle ciliegie:

Com’erano venute belle le ciliegie nella primavera del quarantadue. Fulvia ci si era arrampicata per coglierne per loro due […]. Ci si era arrampicata come un maschiaccio, per cogliere quelle che diceva le più gloriosamente mature, si era allargata su un ramo laterale di apparenza non troppo solida. Il cestino era già pieno e ancora non scendeva, nemmeno rientrava verso il tronco. Lui arrivò a pensare che Fulvia tardasse apposta perché lui si decidesse a farlesi un po’ più sotto e scoccarle un’occhiata da sotto in su. Invece indietreggiò di qualche passo, con le punte dei capelli gelate e le labbra che gli tremavano. «Scendi. Ora basta, scendi. Se tardi a scendere non ne mangerò nemmeno una. Scendi o rovescerò il cestino dietro la siepe. Scendi. Tu mi tieni in agonia». Fulvia rise, un po’ stridula, e un uccello scappò via dai rami alti dell’ultimo ciliegio”. [Op. cit. pp. 4-5]

Nel secondo capitolo, la nostalgia diventa ossessione, l’amore si snatura in gelosia e l’angoscia accompagnerà d’ora in avanti ogni pensiero e ogni azione di Milton. Cosa è accaduto? L’anziana custode della villa ha operato la trasformazione nel vissuto di coscienza del ragazzo. Gli ha rivelato gli incontri serali e notturni di Fulvia con Giorgio, nell’estate del ’43, quando lui era soldato. Giorgio Clerici, il ragazzo più ricco, più bello ed elegante di Alba, ora divenuto compagno di lotta partigiana.

Da quel momento, Milton non ha che un pensiero: raggiungere Giorgio per conoscere la verità, e quando viene a sapere che il suo amico, e forse rivale in amore, è stato catturato dai fascisti, cercherà con ogni mezzo di proporre uno scambio tra prigionieri.

L’ambiguità esistenziale di Milton è tutta nella scelta di salvare disperatamente la vita di Giorgio: l’amicizia? La guerra partigiana? L’amore che lo spinge a conoscere la verità sulla donna amata?

sergio magaldi





venerdì 8 marzo 2019

Champions: il difensivismo di Roma e Juve






 La Roma negli ultimi anni ha progressivamente indebolito il proprio organico per la necessità legittima di fare cassa. In tale ottica, purtroppo, è stata costretta a svendere giocatori il cui valore commerciale si è presto raddoppiato o addirittura triplicato. Il top di questa politica, tuttavia, si è raggiunto negli ultimi due anni, con l’arrivo di Eusebio Di Francesco e un mercato acquisti-cessioni che ha finito col penalizzare fortemente tanto il rendimento della squadra, quanto il bilancio societario.
Ciò premesso, è almeno fuorviante attribuire a Di Francesco la responsabilità dell’uscita della Roma dalla Champions. Il che non vuol dire che l’allenatore non ci abbia messo del suo, ma gli errori commessi, a mio giudizio, dipendono in gran parte dalle carenze dell’organico a disposizione, infortuni a parte. Solo così, d’altra parte, si spiega l’utilizzo di Florenzi come terzino destro (anche se persino il ct della nazionale lo ha schierato in quella posizione!), e soprattutto l’aver immaginato di poter uscire indenne dal Dragão con un difensivismo ad oltranza, lasciando al solo Dzeko il compito di offendere.
L’idea di passare ai quarti, fidando nello striminzito 2-1 dell’andata e contando su un ipotetico 0-0 del ritorno si è rivelata fallace soprattutto considerando che la Roma ha una pessima organizzazione difensiva, come dimostrano i 7 goal incassati in una sola partita di Coppa italia e i 3 recenti del derby, anche a causa della mancanza –  se si eccettua il solo De Rossi addirittura eroico, finché ha potuto giocare, contro il Porto –  di autentici centrocampisti.
L’arma migliore della Roma di Di Francesco è sempre stata la vocazione offensiva, sacrificarla nella trasferta di Oporto significava andare incontro ad una sicura eliminazione. Bisognava avere il coraggio di affrontare la sfida cercando di segnare due goal per bilanciare i 2-3 goal quasi sicuri del Porto. La sconfitta per 3-2 avrebbe infatti garantito ai giallorossi il passaggio del turno. Il paradosso è che questo risultato stava comunque per essere raggiunto, senza un arbitraggio casalingo che non concede il rigore per l'intervento su Scick, non vede lo sgambetto del portiere su Dzeko e si serve del VAR per punire l’inutile fallo di Florenzi. Resta il fatto che la Roma, con la sola eccezione dei tempi supplementari, ha giocato male per tutta la partita e che, purtroppo, non meritava la qualificazione.
E Martedì prossimo toccherà alla Juve, con ogni probabilità, seguire la sorte dei giallorossi. Il difensivismo ad oltranza di Allegri – che guida la Juventus come se fosse una Fiat 500 invece di una Ferrari, quale invece è per la forza e la ricchezza del suo organico – ha generato lo spettacolo penoso di Madrid, con una squadra costretta a difendersi nella propria metà campo, come una qualsiasi provinciale timorosa dei propri avversari. A questo punto, mi sembra velleitario sperare nel miracolo di Torino dove, per passare il turno, la Juve deve segnare tre goal all’Atletico senza subirne alcuno! Miracolo che ritengo impossibile per una squadra che:

1)non ha un gioco riconoscibile
2)si basa sul difensivismo ad oltranza e sull’improvvisazione dei suoi tanti campioni per vincere in campionato, con punteggi spesso striminziti
3)ha trasformato un attaccante purosangue come Dybala in un mediano mediocre
4)continua a servirsi di De Sciglio,  sempre e comunque, valutando raramente altre opportunità nel ruolo (ora, per esempio, Cáceres)
5)non può disporre di Cuadrado, infortunato, e sempre determinante in passato nel gioco raramente offensivo della Juve
6)ha svenduto Higuain, né ha mai pensato di utilizzare Kean al posto dello scartato argentino
7)quasi mai ha impiegato Benatia, costringendolo a chiedere di essere ceduto
8)pensa che Ronaldo possa fare da solo reparto in attacco
9)corre meno dei suoi avversari europei
10)ha già subito tre sconfitte in Champions.

È chiaro, d’altra parte, che se la Juve riuscisse nell’impresa di passare il turno – come non posso che augurarle – allora le probabilità di vincere la Champions sarebbero altissime!


sergio magaldi

domenica 3 marzo 2019

IL DIALOGO TRA LE FEDI












ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA 
TEL AVIV   



Scrivere è dialogare. 
Il rapporto fra le fedi in vari esempi di scrittura autobiografica ed epistolare

Interventi:
Cinzia KleinL'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.
Alcune voci sulla fede e sul dialogo fra religioni diverse. Legge Sabrina Fadlun

Fulvio Canetti: presentazione del libro Sta scritto. Le parashot settimanali in un colloquio 
interpretativo tra un ebreo e un evangelicoIntervista di Fiammetta Martegani

L'incontro si svolge in italiano
Sarà offerto un leggero rinfresco

Dott.ssa Cinzia Klein, medico psichiatra, neuropsichiatra infantile e psicoanalista, "Ambasciatrice di Memoria" dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Fulvio Avraham Canetti, medico-chirurgo, nasce a Fontana Liri da una famiglia di origine sefardita. Ha studiato in Israele nella Jeshivà Beit Hamidrash Sefardim e svolto per conto delle Comunità ebraiche italiane l'attività di Mohel. Testimone da bambino della Seconda guerra mondiale, è autore del libro ''Guerra e Shoà'' (Milano 2014) e di ''Amare Israele'' (Vicenza 2017).

Mercoledì 6 marzo, ore 19.30
Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv
Rehov Hamered 25, Tel Aviv
  
Ingresso libero con prenotazione obbligatoria all'indirizzo email: iictelaviv@esteri.it


כתיבה כדיאלוג.
קשר בין-דתי דרך מבחר דוגמאות של כתיבה אוטוביוגרפית ואפיסטולרית

בתכנית 
צ'ינציה קליין: הארכיון הלאומי של פייווה סנטו סטפנו: מגוון קולות בהקשר האמונה והשיח בין הדתות השונות.
הקראה: סברינה פדלון 

פולביו קנטי: הצגת הספר "כך כתוב. פרשות השבוע בדו-שיח בין יהודי לאוונגליסט"
מנחה: פיאמטה מרטגאני

ד"ר צ'ינציה קליין, פסיכיאטרית, נוירופסיכיאטרית ילדים ופסיכואנליטיקאית, פעילה כ"שגרירת הזיכרון" של ארכיון האומנים הלאומי בפיווה סנטו סטפנו.

פולביו אברהם קנטי, רופא מנתח, נולד בפונטנה לירי למשפחה ממוצא ספרדי. למד בישראל בישיבה של בית המדרש הספרדי ושימש כמוהל של הקהילות היהודיות באיטליה. על מלחמת העולם השנייה שהוא חווה בילדותו, פרסם את הספר Guerra e Shoà (מילאנו, 2014). כמו כן, פרסם Amare Israele (ויצ'נצה, 2017).

המפגש יערך באיטלקית
יוגש כיבוד קל

יום רביעי, 6 במרץ, בשעה 19:30
המכון האיטלקי לתרבות בתל אביב
רח' המרד 25

כניסה חופשית. נדרשת הזמנה מראש לדוא"ל: iictelaviv@esteri.it













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giovedì 28 febbraio 2019

I SENTIERI DELL'ALBERO - Parte IV (XXIX)



  

 SEGUE DA:







I sentieri dell’Albero della vita sono i rami che collegano tra loro i frutti sino alla sommità dell’albero e sono in tutto trentadue. I frutti altro non sono che le Sephiroth, dette anche ‘luci’ o ‘forme pure’ del molteplice. Sono 10 e rappresentano i numeri primordiali della creazione, perché per quanto si possa continuare a contare all’infinito non si troveranno che dieci numeri, anzi nove, essendo il 10 niente altro che la riproposizione dell’unità.

Si dispongono al centro, alla destra e alla sinistra dell’albero e ad ogni Sephirah  è attribuito un nome e un numero. Alla colonna centrale appartengono: 1 Kether  Corona o Altezza Superiore,  6 Tiphereth Armonia, Bellezza o Compassione,  9 Yesod  Fondamento, Generazione o Alleanza, 10 Malchuth  Regno o Esilio. Alla colonna di destra: 2 Chokmah  Sapienza o Principio, 4 Chesed Grazia o Misericordia, 7 Netzach  Eternità o Vittoria. Alla colonna di sinistra: 3 Binah  Intelligenza o Ritorno,  5 Gheburah  Potenza o Giudizio,  8 Hod Gloria o Splendore.

Esaminerò brevemente i sentieri che corrono tra le cinque Sephiroth cosiddette emotive. I sentieri partono dal basso e seguono idealmente le spire di un serpente che, ascendendo lungo l’Albero, poggia la coda su Malkuth, la decima Sephirah, il corpo su Yesod, Hod e Netzach e che con la lingua lambisce Tiphereth, la sesta Sephirah


Per leggere le lettere ebraiche occore scaricare il font Hebrew




VENTINOVESIMO SENTIERO




     j x n      t w k l m            
           Netzach          Malchuth      


La lettera ebraica che rappresenta il sentiero è Tzadi

Undicesima lettera semplice  Tzadi  x  ricorda nella forma i rami di un albero con radici al suolo. Ciò significa che l’albero deve estendere le proprie radici per trarre alimento e bellezza. La pianta, infatti, solo se ben radicata, produce buoni frutti e sparge generosamente tanti piccoli semi attorno a sé.

 Il “Sepher Yetzirah” della versione Gra colloca questa lettera sul sentiero che da Malchuth conduce a Netzach.  E’ il cammino  del giusto e compassionevole,    q y d x    lo zadik  che procede in silenzio, bilanciando il potere dei suoi emisferi cerebrali, un’altra immagine evocata dall’ideogramma della lettera  Tzadi  x 
L’equilibrio della bilancia, tuttavia, non è mero esercizio intellettuale, né chiama in causa solo la mente. Necessita innanzi tutto del cuore, della generosità e della compassione.                                       
La compassione non come logos filosofico o ebbrezza dei sensi, ma intesa come riconciliazione con la natura, capacità di legare, senza vincoli magici, con tutto ciò che nasce e tutto ciò che muore. Empatia dei sensi prima che della mente, democrazia dello spirito che sparte l’anima tra i quattro regni – minerale, vegetale, animale e umano – non per asservire, pervertire, reificare ma per sentire come pietra, fiore, insetto, uomo.

 Apprendere la compassione è il compito di una vita perché significa trasformare se stessi trasformando tutto attorno a noi, ma come ogni cambiamento necessita di una intuizione fondamentale che improvvisamente e inaspettatamente si faccia strada per le vie del cuore.


sergio magaldi



giovedì 31 gennaio 2019

I SENTIERI DELL'ALBERO, Parte Terza (XXX)



SEGUE DA:



I sentieri dell’Albero della vita sono i rami che collegano tra loro i frutti sino alla sommità dell’albero e sono in tutto trentadue. I frutti altro non sono che le Sephiroth, dette anche ‘luci’ o ‘forme pure’ del molteplice. Sono 10 e rappresentano i numeri primordiali della creazione, perché per quanto si possa continuare a contare all’infinito non si troveranno che dieci numeri, anzi nove, essendo il 10 niente altro che la riproposizione dell’unità.

Si dispongono al centro, alla destra e alla sinistra dell’albero e ad ogni Sephirah  è attribuito un nome e un numero. Alla colonna centrale appartengono: 1 Kether  Corona o Altezza Superiore,  6 Tiphereth Armonia, Bellezza o Compassione,  9 Yesod  Fondamento, Generazione o Alleanza, 10 Malchuth  Regno o Esilio. Alla colonna di destra: 2 Chokmah  Sapienza o Principio, 4 Chesed Grazia o Misericordia, 7 Netzach  Eternità o Vittoria. Alla colonna di sinistra: 3 Binah  Intelligenza o Ritorno,  5 Gheburah  Potenza o Giudizio,  8 Hod Gloria o Splendore.

Esaminerò brevemente i sentieri che corrono tra le cinque Sephiroth cosiddette emotive. I sentieri partono dal basso e seguono idealmente le spire di un serpente che, ascendendo lungo l’Albero, poggia la coda su Malkuth, la decima Sephirah, il corpo su Yesod, Hod e Netzach e che con la lingua lambisce Tiphereth, la sesta Sephirah


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IL TRENTESIMO SENTIERO

Il Trentesimo sentiero va da Yesod a Hod
          d w h     d w s y
La lettera del sentiero è Ain  u  
                     
Decima lettera semplice u Ain, scritta nel suo ‘riempimento’ cioè con le lettere Ain-Yud-Nun significa occhio. Anche graficamente la lettera, con i due punti in alto, rappresenta gli occhi e con le linee convergenti i nervi ottici.

In tutte le tradizioni l’occhio è simbolo di sapienza. E’ l’occhio di chi vuol vedere ciò che altri non vedono e di chi vuol salire dove altri non salgono. L’intenzione di questo desiderio ascetico è buono. Ma chi procede con egoismo e superbia finisce nel Nulla. E ‘Nulla’ è appunto il significato della lettera.

Salendo su questo sentiero, si avanza per una terra fertile e ombreggiata, tranquilla in apparenza, dove improvvisamente si aprono crateri di fuoco, cascate di acque sorgive e paludi. Si può utilizzare il fuoco per cuocere il cibo e l’acqua per lavare o dissetarsi, ma occorre fare attenzione a non affogare o bruciarsi, evitando anche il contatto con la melma che ci farebbe ammalare, costringendoci ad abbandonare di gran fretta il sentiero.

Se si usa prudenza, molto si apprende qui sopra dove gli elementi, in apparente antagonismo, si combinano nella creazione di forme che non hanno la densità di quelle che s’incontrano sul sentiero che proviene da Malkhut – dove, pure, avvicinandosi a Yesod si mutano in visioni simboliche – ma che, per il loro essere diafane, sono più facilmente plasmabili.

Si direbbe quasi che le parole e le immagini di Hod, nell’ascendere da Yesod, accentuino il loro dinamismo, trasformandosi in viventi creature. La flessibile sostanza mercuriale di Hod, nell’attingere all’inesauribile serbatoio degli archetipi di Yesod, si organizza e si struttura in sostanze eteree, animate al pari di quelle reali, ma altrettanto illusorie. E per quanto la loro fluttuante natura le assegni al sogno piuttosto che alla realtà, l’energia che vi circola è talora ben più potente di quella generata dalle forme fisiche corrispondenti. Di queste certamente più pericolose perché più subdole. Il cammino sul sentiero consiste nell’evocarle, nel riconoscerle e nel saperle padroneggiare. Ma se l’occhio si inganna e la mente si illude si viene trascinati nel vortice della follia o, se si è spinti da desiderio d’onnipotenza, si finisce col perdere tutto. E se la follia è pena a se stessa, l’Albero violato dalla ubris reclama il riequilibrio della bilancia.

sergio magaldi







martedì 29 gennaio 2019

I SENTIERI DELL'ALBERO - Parte Seconda (XXXI)






 SEGUE DA:



I sentieri dell’Albero della vita sono i rami che collegano tra loro i frutti sino alla sommità dell’albero e sono in tutto trentadue. I frutti altro non sono che le Sephiroth, dette anche ‘luci’ o ‘forme pure’ del molteplice. Sono 10 e rappresentano i numeri primordiali della creazione, perché per quanto si possa continuare a contare all’infinito non si troveranno che dieci numeri, anzi nove, essendo il 10 niente altro che la riproposizione dell’unità.

Si dispongono al centro, alla destra e alla sinistra dell’albero e ad ogni Sephirah  è attribuito un nome e un numero. Alla colonna centrale appartengono: 1 Kether  Corona o Altezza Superiore,  6 Tiphereth Armonia, Bellezza o Compassione,  9 Yesod  Fondamento, Generazione o Alleanza, 10 Malchuth  Regno o Esilio. Alla colonna di destra: 2 Chokmah  Sapienza o Principio, 4 Chesed Grazia o Misericordia, 7 Netzach  Eternità o Vittoria. Alla colonna di sinistra: 3 Binah  Intelligenza o Ritorno,  5 Gheburah  Potenza o Giudizio,  8 Hod Gloria o Splendore.

Esaminerò brevemente i sentieri che corrono tra le cinque Sephiroth cosiddette emotive. I sentieri partono dal basso e seguono idealmente le spire di un serpente che, ascendendo lungo l’Albero, poggia la coda su Malkuth, la decima Sephirah, il corpo su Yesod, Hod e Netzach e che con la lingua lambisce Tiphereth, la sesta Sephirah


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IL TRENTUNESIMO SENTIERO


Il Trentunesimo sentiero va da Malchuth a Hod
d w h     t w k l m
La lettera del sentiero è la Quf   q
Ultima delle 12 lettere semplici dell’alfabeto ebraico, la Quf  è l’unica lettera ad essere raffigurata, nella sua grafia ordinaria, con una gamba che si estende al di sotto. Bene rappresenta, dunque, l’inconscio. Il “Sepher Yetzirah” della versione Gra (Gaon Rabbi Eliahu) la colloca sul 31° sentiero dell’Albero, tra le Sephiroth Malchuth e Hod. E’ questa già una Teshuvah: chi, infatti, si immerge nelle profondità dell’inconscio è già sulla ‘Via del ritorno’.

Il rischio per chi cammina su questo sentiero è però di farsi simia dei, come ammonisce la parola Qof che significa scimmia ed è formata dal ‘riempimento’ della lettera. Il riempimento nella Qabbalah è la trascrizione delle consonanti contenute in una lettera. Ne può derivare una parola di senso. Così, la lettera Quf è trascritta, nel suo riempimento, con le consonanti: Quf-Waw-Phe che formano la parola Qof, scimmia. Il diverso suono tra la lettera (Quf) e la parola (Qof) dipende unicamente dall’uso delle vocali che, nell’alfabeto ebraico, non sono lettere.

È questo  un sentiero dal terreno infido, dove il compito che ci attende è quello di portare alla superficie le informazioni del sottosuolo. Una condizione indispensabile per continuare a ‘camminare’ sull’Albero.

Bisogna inoltre evitare che le parole e le immagini siano quelle rutilanti e patinate dei media e non piuttosto gli strumenti fondamentali della comunicazione, capaci anche di evocare conoscenze andate smarrite o sepolte. Una via pericolosa, perché la flessibilità mercuriale delle parole e delle immagini e l’intelligenza versatile di chi se ne appropria possono rivelarsi ingannevoli e, in luogo di condurre sul cammino della Sephirah Hod (Gloria), rischiano di farci precipitare tra le Qelipot, le scorze particolarmente agguerrite del sentiero. Parole e immagini, infatti, non sono solo, per così dire, la carne di cui si alimenta il pensiero e la creazione artistica. L’inganno, la superstizione e la magia nera sono qui sempre in agguato. Ma soprattutto è in agguato la superbia che ci fa usare la parola nell’illusione di poter gareggiare con Dio.


sergio magaldi