giovedì 20 aprile 2017

VIDEO: Sovranità e democrazia,dalla città-stato a Jean-Jacques Rousseau









Video della relazione presentata da Sergio Magaldi al Convegno sulle Forme della Democrazia, svoltosi a Roma nei giorni 8 e 9 aprile 2017 presso la Casa Internazionale delle Donne.


https://www.youtube.com/watch?v=S4yh1PJnEYQ

martedì 11 aprile 2017

LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA

  

 La crisi della democrazia rappresentativa sembra ormai prossima a raggiungere il suo punto culminante e le ragioni sono molteplici. I cosiddetti rappresentanti del popolo sono spesso ostaggio delle segreterie di partito o, quando vengono scelti mediante le preferenze, del denaro che finanzia le loro campagne elettorali. Il potere legislativo è sempre più appannaggio del potere esecutivo, quando addirittura non finisce per essere “disciplinato” dal potere giudiziario a seguito dei numerosi casi di corruzione di chi è stato chiamato a rappresentare i cittadini. Gli eletti non hanno spesso la necessaria competenza per legiferare e non sono tenuti a rispondere del loro operato di fronte al popolo sovrano. Alcuni di loro diventano così sempre più di frequente “merce” per il maggiore offerente nel mercato ormai consolidato del trasformismo parlamentare. 
 Tutto ciò è persino naturale dal momento che l’istituto della democrazia rappresentativa, nella forma in cui lo conosciamo – rivoluzionario nella sua genesi come risposta all’ancien régime, dove la rappresentanza politica era concepita per classi o “stati”: clero, nobiltà e borghesia – è vecchio di circa due secoli e mezzo nel continente europeo e negli Stati Uniti d'America e di oltre tre secoli e mezzo in Inghilterra, basandosi senza soluzioni di continuità sui principi del liberalismo classico in base ai quali il deputato, promosso al rango di “onorevole”, diventa un rappresentante privilegiato della nazione, absolutus, sciolto cioè da ogni riferimento alla volontà politica dei suoi elettori. Si aggiunga a tutto ciò – e forse questo è l’aspetto che ha contribuito al precipitare della crisi della democrazia rappresentativa – che l’occidente europeo vive attualmente in una condizione in cui la maggior parte delle decisioni degli stati dell’Unione sono prese da una Banca Centrale [BCE] del tutto autonoma dai parlamenti nazionali e dalla volontà dei cittadini; vive cioè in una condizione feudale simile a quella in cui si trovava la Francia prima della rivoluzione del 1789, allorché la sovranità si divideva tra clero e nobiltà. Oggi, il potere si divide tra alta finanza e governance europea e neppure è assente la nuova schiavitù prodotta da una immigrazione selvaggia, generata da una globalizzazione altrettanto selvaggia e da una delocalizzazione delle imprese a caccia di una forte riduzione del costo del lavoro.
 Biagio de Giovanni in un articolo pubblicato ieri mattina su Il Messaggero, a commento del Convegno pentastellato di Ivrea, riconosce la crisi attuale della democrazia rappresentativa, ma tutto preso com’è dalla critica della democrazia diretta prospettata dal Movimento Cinque Stelle, si dimentica poi di indicare la soluzione del problema, se non attraverso un generico appello alla ‘ricostituzione di un tessuto rappresentativo’ che a guardar bene significa poco e niente. Scrive, tra l’altro, Biagio de Giovanni: “[…] la crisi della democrazia rappresentativa è la crisi dello Stato-nazione che la ha contenuta dentro di sé, ma la risposta non è lo sfasciamento delle mediazioni e l’appello al popolo. È piuttosto la ricostituzione di un tessuto rappresentativo che sappia tener conto della nuova sintesi da creare tra nazione ed Europa”. E significa poco e nulla perché continuando a leggere l’articolo non si auspica minimamente una riforma che muti la natura attuale dell’Europa da “Unione monetaria” a “Unione di popoli”, ma si mette in guardia contro lo spettro del populismo: “La crisi c’è, è evidente, i movimenti nascono da questo, si è aperto un nuovo capitolo di psicologia delle folle che può condurre ovunque”.
 La crociata contro il cosiddetto populismo cresce ogni giorno di più ed è bene intendersi. Populista fu detto anche Pericle, in un’età che pure va annoverata come quella di maggior splendore di Atene, della polis e dell’isonomia, cioè dell’eguaglianza di tutti i cittadini liberi di fronte alla legge. Insomma, se per populismo s’intende una concezione etico-totalitaria dello Stato che non ammette diversità di opinione e che addirittura persegue il dissenso, allora siamo già nel fascismo; se, viceversa, con populismo si richiama il concetto di sovranità popolare – che persino nei termini fu una conquista relativamente tarda della storia umana [il primo a parlarne fu Johannes Althusius nei primi decenni del XVII secolo] – allora si vuole semplicemente dire che a nessun altro potere è lecito l’esercizio della sovranità, perché questa appartiene al popolo per diritto di natura, un diritto umano per il cui riconoscimento nel corso dei secoli, così come per tanti altri diritti, uomini e donne hanno versato il proprio sangue.
 Come giustamente osserva Hegel nelle sue lezioni berlinesi [Lezioni sulla Storia della Filosofia, La Nuova Italia, Firenze, 1964, vol.III,2, pp. 259-262], col porsi il problema della giustificazione dello Stato,  Rousseau introduce nella Storia un elemento sino ad allora sconosciuto: il principio della libertà. Il suo merito consiste nel pretendere che il principio di libertà, che per natura appartiene ad ogni essere umano, trovi finalmente il giusto riconoscimento nello Stato, divenendo insieme l’elemento fondativo e giustificativo di ogni patto sociale.
 La rinuncia alla libertà, anche se fatta a vantaggio di un’assemblea, è di per sé un atto contro natura, perché – annota ancora Jean-Jacques Rousseau nel Contratto Sociale [libro III, cap.XV] – “La sovranità non può essere rappresentata per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta; essa è la medesima o è un’altra; non c'é una via di mezzo. I deputati del popolo, dunque, non sono né possono essere i suoi rappresentanti; essi non sono che i suoi commissari e non possono concludere nulla in via definitiva […] L'idea dei rappresentanti è moderna; proviene a noi dal governo feudale, da quell'iniquo e assurdo governo nel quale la specie umana viene degradata e il nome stesso di uomo era un disonore. Nelle antiche repubbliche e persino nelle monarchie, il popolo non ebbe mai rappresentanti: la parola stessa era ignorata […] a Roma, dove pure i tribuni erano sacri, non si è neppure immaginato che essi potessero usurpare le funzioni del popolo […]. Presso i Greci, tutto quello che il popolo doveva fare, lo faceva da sé e si adunava di continuo sulla piazza, in pubblica assemblea”.
 Rousseau non ha mai ignorato le obiezioni – non si sa se più ironiche o più spaventate – dei suoi contemporanei, circa la possibilità di rendere effettivo l’esercizio della democrazia diretta in un grande stato e non più soltanto in una città-stato dell’antichità dove, peraltro, le donne e gli schiavi non godevano dei diritti politici. Nelle Considerazioni sul governo della Polonia del 1772, egli dichiara esplicitamente che in un grande stato “il potere legislativo non può essere esercitato che mediante i deputati del popolo” [cap.VII], alla condizione tuttavia che questi siano cambiati di frequente e che siano unicamente i portavoce di decisioni prese altrove dal popolo e con la massima precisione, al fine di evitare, egli dice, “il male terribile della corruzione”.
 Gli argomenti utilizzati ancora oggi contro il pensiero politico di Rousseau riguardano non solo la mitizzazione dello stato di natura, la critica del progresso, il vincolo di mandato per i parlamentari e l’istituzione della democrazia diretta – ritenuta utopistica e/o dannosa e di cui Rousseau è considerato l’antesignano – ma anche e soprattutto la mancata distinzione dei poteri all’interno dello stato, nel nome di una sovranità popolare che si manifesta mediante quella volontà generale che sarebbe alla base dello stato etico e totalitario. Si rimprovera infine a Rousseau la critica che egli fa delle leggi costituzionali.
 L’accusa fatta a Rousseau di contrapporre alla società civile, il mito del “buon selvaggio”, in uno stato paradisiaco di natura che non è mai esistito, nonché di sostenere la tesi di come il progresso delle scienze e delle arti abbia peggiorato i costumi, in luogo di migliorarli, si basa su una lettura superficiale e destoricizzata del Discorso sulle scienze e sulle arti [1750] e del Discorso sulle origini e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini [1754. Il buon selvaggio non è altro che un paradosso da contrapporre all’uomo malvagio di cui aveva parlato Hobbes per giustificare il patto sociale e il potere, così dello Stato liberale come dello Stato assoluto. Insomma, l’uomo primitivo e virtuoso non è altro che un’astrazione utilizzata da Rousseau per valutare la condizione dell’uomo socializzato del suo tempo, come riconosce lui stesso in una lettera del 1762 all’arcivescovo di Parigi, Christophe de Beaumont:Quest'uomo non esiste, voi direte. E così sia; ma quest'uomo può esistere come ipotesi, essenziale per giudicare la condizione attuale degli individui nella società”. Quanto alla tesi che  il progresso delle scienze e delle arti abbia contribuito a peggiorare il costume umano  è abbastanza evidente che si tratti di un altro paradosso. Rousseau ha sotto gli occhi la società francese della metà del XVIII secolo, con il suo regime assolutistico e corrotto, peraltro non più tenuto insieme dal carisma del Re Sole, ma governato dall’imbelle Luigi XV [1715-1774] che affidò il potere nelle mani del suo precettore, il cardinale de Fleury, per una politica di sprechi, di corruzione e di privilegi ad esclusivo appannaggio della nobiltà e del clero. In tale contesto, scienze ed arti erano per Rousseau come “le ghirlande di fiori poste sulle catene” che imprigionavano il terzo stato e il popolo minuto. Quel che sembra, ai malevoli interpreti di Rousseau, un discorso contro il progresso, è in realtà una presa di posizione contro le sovrastrutture che servivano ad abbellire l’ancien régime.
 Continuando, il vincolo di mandato parlamentare si rivela necessario per sopperire alla mancanza di democrazia diretta, laddove questa risulti di difficile attuazione in un grande stato. La divisione dei poteri non è negata da Rousseau perché la sovranità indivisibile e inalienabile riguarda unicamente il potere legislativo del popolo, laddove le competenze esecutive, amministrative e giurisdizionali vanno ripartite tra organismi e soggetti diversi, ancorché il potere esecutivo debba sempre essere subordinato a quello legislativo, nel senso che quest’ultimo ha il compito di controllarlo ed eventualmente sostituirlo quando le leggi approvate non siano effettivamente applicate. E ancora: la cosiddetta volontà generale non si identifica per Rousseau con un potere statuale che trascenda la volontà e la libertà dei cittadini nel nome di un’astratta sacralità, fosse pure quella rappresentata dalla sovranità popolare – ciò che ne farebbe uno Stato etico e totalitario – la volontà generale va intesa piuttosto come l’espressione di una complessità democratica in cui a nessun individuo è impedito l’esercizio della sovranità. Infine, la critica fatta a Rousseau di non amare le leggi costituzionali si rivela faziosa, perché il grande ginevrino si limita a dire che lo Stato può ben darsi una Costituzione ma deve valutare la possibilità di cambiarla velocemente e semplicemente col mutare stesso di quella volontà generale che è la condizione stessa della legittimità e dell’unità dello Stato.
 Rousseau non fu amato nel suo tempo che di rado seppe comprenderlo e più spesso lo condannò come sovversivo, relegandolo in una condizione di indigenza e di solitudine e bruciando pubblicamente i suoi scritti, ancorché su di lui resti l’elogio di in grande contemporaneo come il filosofo inglese David Hume: “È simile a un uomo che si sia spogliato non solo dei suoi vestiti, ma della sua stessa pelle e che, in quelle condizioni, si sia buttato a combattere contro i violenti e tempestosi elementi che perpetuamente agitano questo basso mondo”. E soprattutto resta di lui l’apprezzamento di due colossi del pensiero occidentale come Kant ed Hegel. Male interpretato da Robespierre, egli conobbe anche gloria postuma negli anni cruenti della rivoluzione francese e per onorarlo i giacobini ne traslarono i resti dalla tenuta di Ermenonville, di proprietà del marchese René-Louis de Girardin – dove era stato ospite dal mese di aprile del 1778 al 2 luglio, giorno della morte e della provvisoria sepoltura – al Panthéon di Parigi.
 La fama di pensatore giacobino e radicale ha accompagnato Rousseau nel corso degli ultimi due secoli. I circoli accademici non lo hanno mai studiato a fondo, preferendo soffermarsi sulla sua figura di pedagogo, più spesso per sottolinearne le utopie educative. Sulla scia di Voltaire si preferì vedere in lui la contraddizione tra uomo pubblico e privato, più degno di essere studiato dalla psicanalisi che dalla filosofia e dalla politica. Marx, ignorando la lezione di Hegel, ne fa l’espressione tipica della borghesia giacobina, i politici, in particolare i politici italiani di destra, di centro e di sinistra non lo hanno mai avuto in simpatia per il suo radicalismo e la sua “pericolosità sociale” che giunge sino a delegittimare quello Stato in cui la sovranità non appartenga al popolo o vi appartenga solo formalmente.
 In tale prospettiva, grande merito va riconosciuto a Roberto Casaleggio, a Beppe Grillo e al M5S, per aver riscoperto politicamente la figura di Jean-Jacques Rousseau. Nel descrivere la natura umana, nell’individuare la fonte stessa del liberalismo, nell’intuire il fondamento della sovranità popolare e la legittimità del suo potere, non c’è dubbio che Rousseau sia un autentico precursore della modernità e della post modernità. La questione semmai è il rischio di fare del ginevrino niente di più che una bandiera e/o di ridurlo ad una “piattaforma”, valida in sé ma ancora generica e fuorviante. Louis Althusser definì l’opera di Jean-Jacques Rousseau un capolavoro complicatissimo, labirintico, apparentemente contraddittorio. Ebbene, nell’apparente contraddizione tra il vagheggiamento della polis antica, vista come mirabile connubio di esigenze individuali e sociali, e l’impossibilità di utilizzare le forme della democrazia diretta in un grande stato, Rousseau fornisce più di un elemento per superare l’apparente inconciliabilità tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. 
 Per quanto riguarda il nostro Paese non si tratta di ricorrere alla democrazia cosiddetta partecipativa, ingannevole e illusoria se non addirittura demagogica, né di ricercare forme ibride in cui il cittadino e il suo rappresentante siano entrambi solo apparentemente legislatori, come avviene oggi con il referendum, opportunamente filtrato e pilotato per esigenze di potere. L’istituto referendario va mantenuto, ma senza condizionamenti di sorta, né relativi ad un eccessivo numero di richiedenti, né subordinati ad un quorum prestabilito. Neppure si tratta soltanto della democrazia elettronica del nostro tempo, dove è possibile manifestare rapidamente la propria volontà, ma con il rischio di decisioni prese per spirito di fazione o magari senza la dovuta informazione e con scarsa riflessione, ricreando condizioni di consenso simili a quelle tradizionali. Si tratta invece di immaginare una forma nuova di espressione democratica in cui ogni cittadino, se davvero lo desidera, sia messo nella condizione di decidere della cosa pubblica.
 Nel recente Convegno sulle forme della democrazia organizzato a Roma dal Movimento Roosevelt nei giorni 8 e 9 Aprile, è emersa l’esigenza di approfondire il dibattito su soluzioni alternative a quelle dell’attuale democrazia rappresentativa, sempre più divenuta un guscio vuoto, non più in grado di rappresentare i cittadini nel nome dei quali riceve la propria legittimità. A tal fine, al termine dei lavori del convegno, l’Assemblea del movimento ha approvato la formazione di due gruppi di studio – che potranno essere unificati e in cui confluiranno anche non iscritti al Movimento Roosevelt – per giungere alla formulazione di una proposta per ottimizzare e legalizzare gli strumenti digitali di manifestazione della volontà dei cittadini, nonché per individuare forme concrete di riforma costituzionale in grado di dare nuovo vigore e nuova legittimità al potere legislativo di uno stato autenticamente democratico.

sergio magaldi




lunedì 10 aprile 2017

Arnaud Leparmentier sull'Europa, 2 anni dopo...

Maarten de Vos, Il ratto di Europa, 1590



 Ripropongo di seguito un post di due anni fa che mi sembra conservi ancora una sua attualità.

 QUALE FUTURO PER L'EUROPA?










 In un interessante articolo pubblicato alla vigilia delle elezioni amministrative francesi, Arnaud Leparmentier, politologo e noto editorialista di Le Monde, riassume in cinque postulati la crisi dell’Europa Unita. Il primo, ormai decaduto, si basava sulla sostanziale parità di Francia e Germania, gli stati fondatori, capaci di aggregare alla neonata formazione gli altri stati europei, in virtù della loro supremazia economica e politica. Venuto meno l’equilibrio di potere tra le due nazioni, con la caduta del muro di Berlino, la riunificazione tedesca e il contestuale declino francese dell’era Chirac-Jospin, la Germania si avviò ad esercitare una leadership incontrastata e a intrattenere rapporti diretti con gli altri stati membri, bypassando la Francia.
 Il secondo postulato nacque dall’idea che, con la caduta del muro di Berlino, si sarebbe più facilmente consolidato il processo di unificazione e affrettata la nascita dell’Europa politica, con i suoi valori universali e soprattutto con un unico mercato e una sola moneta. Avvenne esattamente il contrario, con il pullulare in Europa di una miriade di stati, ognuno con le proprie rivendicazioni.
 Il terzo postulato è rappresentato dal fatto che il crescente benessere europeo dell’ultimo decennio del secolo, in luogo di determinare tutta una serie di misure per favorire l’unità politica all’interno del Continente, portò soltanto all’introduzione dell’euro [ma non al mercato unico e all’unità politica!], con la conseguenza che ci fu un solo vincitore: la Germania, e tanti perdenti, tra i quali soprattutto i paesi del sud dell’Europa.
 Il quarto postulato, basato sull’idea che la libera circolazione degli europei avrebbe promosso l’integrazione dei popoli e l’unificazione politica, non ha dato grandi risultati. E il quinto postulato è sotto gli occhi di tutti: invece di favorire la nascita di uno stato federale, si continua a imporre regole che vengono sistematicamente disattese: la Grecia, l’Inghilterra, la stessa Francia, alla quale viene permesso di violare gli accordi in tutta tranquillità.



 Come si vede, le analisi di Leparmentier non sono nuove né originali, presentano tuttavia un certo interesse perché scandiscono, per così dire, le tappe della crisi europea e quelle del primato tedesco. Va inoltre detto, per la verità, che la sintesi  da me presentata è necessariamente incompleta. Si rimanda pertanto alla lettura integrale dell’articolo. Ma, anche al lettore più attento non sfuggiranno alcune osservazioni.
 Innanzi tutto, si ha l’impressione che l’autore soffra di rimpianti: il venir meno della parità sostanziale tra il suo paese e la Germania [Primo postulato], dal quale poi discendono tutti gli altri postulati. Senza rendersi conto che un vero Stato Europeo Federato poteva nascere soltanto da un patto sostanzialmente paritetico tra le sei nazioni fondatrici, che già al momento della fondazione, avessero rinunciato alla sovranità nazionale, a vantaggio di un parlamento in grado di esprimere il potere esecutivo, un mercato unico e una sola moneta. Ciò che non avrebbe impedito la progressiva aggregazione federativa di altri paesi, così come avvenne per gli Stati Uniti d’America, inizialmente formata solo dall’unione di tredici stati, rispetto agli attuali cinquanta.
 Nel presentare gli altri postulati, Leparmentier non spiega perché la Germania trasse vantaggio da quello che chiama “un pullulement de micro-Etats” [un pullulare di micro-Stati] che fece l’Europa più simile “all’ Impero austro-ungarico che all’Europa dei Sei”. O meglio, egli lo spiega come diretta conseguenza della proliferazione di tanti piccoli stati che determinò la nascita dei “populismi” in aperta ribellione a Bruxelles. A mio giudizio, la causa degenerativa del sistema comunitario e il contestuale rafforzamento del primato tedesco non fu dipeso dal cosiddetto populismo, ma dalla caduta del muro di Berlino e dalla riunificazione tedesca pagata dall’Europa a caro prezzo, con la remissione del debito tedesco. La Germania unificata si trovò così spalancate le porte di un immenso mercato divenuto “libero” dopo il crollo del comunismo nei paesi baltici e in quelli dell’est europeo. Da allora, non solo l’est, ma tutto il nord del Continente subisce l’egemonia della Germania, ma in cambio ne beneficia con la crescita produttiva e l’aumentato benessere dei cittadini. Mentre i paesi del sud dell’Europa [tra i quali Leparmentier pone non senza dispiacere la Francia] sono condannati ad arrangiarsi per fronteggiare la globalizzazione selvaggia e il rapace neocapitalismo finanziario. E come possono? Con le riforme strutturali, la svendita di risorse, il rigore, l’aumento delle tasse, la decrescita economica e la relativa disoccupazione.
 Rispetto a questa situazione, con più di un’ambiguità, l’editorialista di Le Monde pone l’accento sulla “tentation de François Hollande de créer un front des pays latin” [sulla tentazione di F.Hollande di creare un fronte dei paesi latini], ma per l’appunto si è trattato solo di “una tentazione”, perché – aggiungo io – la politica francese, con più efficacia al tempo di Sarkozy, con vari tentennamenti oggi con Hollande, ha sempre guardato alla Germania, più che al sud dell’Europa, pur di mantenere  sul resto del Continente una illusoria posizione di privilegio che, al tempo stesso, le consenta di infrangere le regole comunitarie sulla spesa e sui bilanci, senza che Merkel e soci di Bruxelles, per ovvi motivi, abbiano a lamentarsene. E nel futuro sarà anche peggio, con il probabile ritorno al potere dello stesso Sarkozy, come le recenti elezioni amministrative fanno presagire.
 Leparmentier ha però ragione nell’affermare che i cinque postulati da lui invocati conducano a una sola conclusione: “L’Europe est dominée par l’Allemagne, dans un union monétaire qui la favorise” [L’Europa è dominata dalla Germania, in un’unità monetaria che la favorisce]. Appare invece utopico e vagamente inquietante allorché afferma che Berlino dovrebbe gestire pienamente la propria egemonia che implicherebbe – egli dice – “prise de pouvoir plus forte mais aussi responsabilité et solidarité bien supérieures” [una presa del potere più forte ma al tempo stesso una responsabilità e una solidarietà ben superiori]. Ancora più utopistico è poi, per uscire dalla crisi,  l’auspicio di un salto di qualità nella creazione di un autentico Stato Federale Europeo. Prospettiva alla quale non sembra credere neppure lui, dal momento che si rimette alla speranza che il prossimo sei di Maggio, a Firenze, si realizzi un nuovo rinascimento, con la Déclaration Schuman 2.0 ! 
 “Ottimismo della volontà, pessimismo dell’intelligenza”? Forse. Ma si può davvero credere che questo grande “Leviatano” che oggi è l’Europa, possa trasformarsi in un cigno elegante per effetto di un convegno e di una dichiarazione? Sono più che mai convinto che l’occasione per creare gli Stati Uniti d’Europa è andata persa oltre mezzo secolo fa. L’attuale politica dell’Unione Europea, dettata dalla finanza internazionale e interpretata dall’egemonia tedesca, non lascia prevedere cambi di marcia a breve scadenza. La stessa realizzazione dei diritti umani universali è distorta a vantaggio di minoranze, favorite più da motivazioni economico-politiche, che da reale consapevolezza. Ci vorranno decenni e diversi mutamenti dello scenario europeo prima che siano possibili reali cambiamenti. Ma, per allora, ci sarà ancora l’Europa o sarà geneticamente divenuta altro?

sergio magaldi

martedì 4 aprile 2017

CONVEGNO SULLE FORME DELLA DEMOCRAZIA: ROMA 8 e 9 APRILE 2017






ORGANIZZATO DAL MOVIMENTO ROOSEVELT [DIPARTIMENTO CULTURA] SI SVOLGE A ROMA [CASA INTERNAZIONALE DELLA DONNA, VIA DELLA LUNGARA 19 (TRASTEVERE)], NEI GIORNI 8 e 9 APRILE, UN CONVEGNO SULLE FORME DELLA DEMOCRAZIA.

venerdì 31 marzo 2017

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA QABBALAH [Parte Ottava]




Segue da:


 Clicca su ciascun titolo per leggere. I termini in grassetto, riportati una sola volta all’interno della stessa voce, indicano altrettante voci del glossario essenziale per lo studio della Qabbalah.

Etz Da‘at
 
 Etz Da‘at o albero della conoscenza è strettamente collegato al serpente tentatore e, del resto, Rabbi Lev, il creatore del Golem, in Sepher Netivot Olam (“Il libro delle vie del mondo”) sostiene la parentela tra l'uomo e il serpente. Secondo una leggenda talmudica, alla morte di un uomo, dalla sua spina dorsale nasce un serpente. La ghematria di Nachash, che si scrive da destra a sinistra con le lettere Nun-Chet-Shin (50+8+300=358=7), stesso numero minore di Eden: Ayin-Daleth-Nun=70+4+50=124=7] è la stessa di Mashiach, messia, scritto con le lettere Mem-Shin-Yud-Nun  (8+10+300+40)=358=7 e di Choshen, pettorale: Chet-Shin-Nun (50+300+8)=358=7. Il messia può essere scudo e salvezza oppure divenire un astuto tentatore. Il serpente, come strumento di Samaele (diavolo) che lo cavalca, è in realtà un cammello assai prezioso nel deserto.  In Genesi Rabbah (XX,2) si fa notare che dopo che Adamo ed Eva ebbero mangiato, Dio discute con loro, ma non col serpente che viene immediatamente condannato (Genesi, 3, 14), perché parlare con lui è inutile, egli è astuto ed avrebbe sostenuto che così come Dio aveva dato un ordine, lui aveva suggerito un'altra scelta. Non si deve parlare con lui perché è un incantatore: di qui la tradizione cristiana che identifica i suoi incantesimi verbali con quelli del demonio: "Sì... sì... no... no, il resto è del maligno".  L'astuto serpente aveva sopraffatto Eva, è detto in Genesi Rabbah XIX, 4, facendo insinuazioni sul suo creatore e affermando: “Dio ha mangiato di quest'albero e poi ha creato il mondo, per questo vi ha detto di non cibarvene, perché non possiate creare altri mondi... e divenire come lui".

 Gli studiosi della Torah s'interrogarono a lungo su che albero fosse quello della conoscenza e dunque sul frutto che il serpente dette ad Eva ed Eva ad Adamo. Furono sempre indecisi tra quattro frutti: il grano, l’uva, il cedro e il fico.  Alcuni dissero: “è il grano”, altri risposero: “anche se la conoscenza ci viene dal grano, è scritto albero e non esiste un albero del grano”. Rabbi Jehudah b. Ilaj disse che era uva perché in Deuteronomio è scritto: “la loro uva è uva velenosa ed i grappoli sono grappoli amari”. Quell’uva, infatti, fu amara al mondo esiliato da Dio. Qualcuno si alzò e disse: “non è l’uva perché da lei viene il vino che è il simbolo della vera conoscenza della Torah e della sua dolcezza.  E la vite da cui l’uva viene è come Israele che si appoggia alla Torah”. Rabbi Abbà di Akko disse: “era un cedro, come sta scritto in Genesi: la donna vide che era buono l’albero da mangiarsi”. E spiegò: “l’unico albero che si mangia come il frutto è il cedro, non ci nutriamo forse dei suoi germogli freschi?”. “No – disse Rabbi José – è il fico”. E chiarì prima i motivi per cui non era il cedro.  “L’albero della conoscenza del bene e del male – aveva concluso Rabbi José – è dunque il fico, perché fu l’unico albero ad accogliere Adamo ed Eva dopo il peccato; cioè, l’albero di cui mangiarono il frutto che provocò la malattia, fu anche l’unico ad offrire le foglie del farmaco temporaneo”. Ma anche Rabbi José trovò i suoi oppositori e qualcuno disse che non era il fico, il frutto della caduta, perché il fico è come la Torah. L’albero del fico ha radici morbide e che, tuttavia, s’infiltrano anche nella roccia più dura, proprio come la Torah. E questo è un albero i cui frutti si raccolgono un po’ per volta, come solo un po’ alla volta è possibile studiare la Torah. E come il fico è un albero che fin tanto che lo frughi trovi frutti, così è la Torah che più si studia, più se ne traggono insegnamenti. E insomma il vero frutto dell’albero della conoscenza non fu mai trovato.

 Esaminiamo ora cosa si dice dei due alberi in Genesi, II, 8: “E il Signore Dio piantò un giardino in Eden [Gan Eden= 53+124=177=15=6; cioè Tiphereth, la sesta sephirah dell’albero delle sephiroth o colonna di mezzo] a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato, 9: E il Signore Dio fece spuntare dal suolo tutti gli alberi belli a vedersi, dai frutti soavi al gusto. Fece crescere Etz Chayyim gan betrok (l'albero della vita entro o in mezzo al giardino) e l'albero della conoscenza (del bene e del male)” [Etz Da‘at, cioè: ’Ayin-Tzade e Daleth-’Ayin-Taw = 160+474=634=13=4 con lo stesso valore numerico di Amud Hashidrah, colonna vertebrale e di Yar-din, il fiume del giudizio, il quaternario. Diverso invece il valore numerico dell’albero della vita: Etz Chayyim: 160+8+10+10+40=228=12=3. I due alberi sono dunque distinti anche nel loro minore valore numerico, ma l’unità dei due alberi [la loro somma e la loro moltiplicazione] fa scomparire nuovamente il valore dell’albero della conoscenza. La loro somma produce il 7, come Nachash, serpente, Eden, paradiso, Mashiach, messia e Choshen, pettorale, e la loro moltiplicazione nuovamente il 3 [4x3=12=3], il valore dell’albero della vita.

 Così continua Genesi II, 10: “Dall’Eden sgorgava ad irrigare il paradiso, un fiume che dal paradiso si sprigionava in 4 fiumi diversi II, 15: Il Signore Dio perciò prese l'uomo e lo pose ad abitare nel giardino di Eden affinché lo coltivasse e lo custodisse, 16: Gli diede questo comandamento: ‘mangia pure di ogni albero del giardino 17: ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno in cui ne avrai mangiato certamente morirai’, III, 1 Il serpente [...] disse alla donna: ‘Perché Dio vi ha comandato di non mangiare del frutto di tutte le piante del giardino?’ 2-3: la donna disse al serpente: ‘Dei frutti di qualunque albero del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta betrok gan, (entro o in mezzo al giardino), Dio ha detto: ‘Non ne mangiate, anzi non lo toccate altrimenti morirete’, 4-5: ma il serpente disse alla donna: ‘No, voi non morrete. Anzi, Dio sa bene che in qualunque giorno ne mangerete, si apriranno i vostri occhi e sarete come lui, conoscitori del bene e del male’. Dopo di che (III,6) la donna tocca e mangia e ne dà ad Adamo.”.

 Che si tratti di un solo albero non c’è dubbio. La stessa Eva, nel rispondere al serpente, non nomina l'albero della vita né lo distingue da quello della conoscenza, ma chiarisce al serpente che l'albero di cui è proibito toccare e mangiare i frutti è quello che si trova in mezzo o per entro il giardino. Esattamente quel che è detto con quel Etz Chayyim gan betrok… (l’albero della vita che sta in mezzo o entro…) del versetto II, 9.

 L'albero della vita distinto da quello della conoscenza si trova menzionato solo nel versetto II, 9 del racconto biblico e lo incontreremo nuovamente solo alla fine della vicenda, quando Adamo ed Eva avranno già consumato il frutto.  D'altra parte e ancora: se gli alberi fossero stati due e i frutti dell'albero della vita non fossero stati proibiti, l'uomo avrebbe potuto mangiarne e rendersi immortale prima ancora di assaggiare i frutti dell'albero della conoscenza. E se erano proibiti anche i frutti dell'albero della vita, allora gli alberi da cui era vietato mangiare sarebbero stati due e non uno soltanto come si ribadisce più volte. Si deduce da tutto ciò: in mezzo o entro l’Eden c'è un giardino irrigato (Fiume del Giudizio) in cui solo Adamo ed Eva possono entrare e che hanno il dovere di custodire. Come abbiamo già visto questo giardino è un luogo chiuso, circondato dai Palazzi divini che si trovano al centro del Gan Eden. Per entro (be-trok) il giardino in realtà si trova un solo Albero, l'albero della vita che per tutti gli uomini diviene albero della conoscenza del bene e del male, allorché Adamo ed Eva lo toccano e ne mangiano il frutto proibito. Questa stessa interpretazione si trova nel Chassidismo: "Il primo uomo peccò a causa dell'albero della conoscenza e introdusse una divisione tra tale albero e quello della vita" osserva Baal Shem Tov.   In altri termini, l'albero della conoscenza sta all'albero della vita, come l’occulta e misteriosa Daat, che peraltro non è una Sephirah, sta all'albero delle Sephiroth. E Daat non è una Sephirah perché in origine non appartiene all'Albero, analogamente la conoscenza diventa un progetto umano ma non è parte originaria del progetto divino. Del resto, “il segreto dell'albero della vita collegato a quello della conoscenza”, come in Sha 'aré Orah (“Le Porte della Luce”) afferma Joseph Gikatila, è ben noto ai cabbalisti prima ancora dei Chassidim. Già l'autore del Sepher bahir si mostra convinto che non ci sia che un solo albero. Qui è Dio a parlare in veste di agricoltore archetipico (22, 14b): "Io sono colui che ha piantato quest'albero...tutto ho fissato in esso e l'ho chiamato Totalità, giacché da esso tutto dipende e da esso tutto deriva". Cos'è quest'albero? Lo dice ancora il Sepher bahir (119 e 85): "le forze del Santo, benedetto egli sia, sono poste una dentro l'altra e assomigliano a un albero. Come l'albero dà frutti grazie all'acqua, così il Santo, benedetto egli sia, accresce le forze dell'albero per mezzo dell'acqua [...]  Grazie a cosa sgorgano le acque? Grazie [...] alla Shekinah..."


GALGAL
Galgal è la ruota celeste che designa lo zodiaco. Nel Bahir (106) è l’utero o ventre ed ‘è nell’anno come un re nella provincia’ (Sepher Yetzirah,6:3). Non definisce il tempo ma vi si trova dentro. Le 22 lettere dell’alfabeto ebraico in connessione con Galgal formano le 231 Porte della conoscenza, come è scritto nel Sepher Yetzirah (2:4): ‘22 lettere… Le collocò in circolo come un muro con 231 Porte’. Netiv, sentiero, ha valore numerico 462, sommando le 4 lettere dell’alfabeto ebraico che formano la parola (Nun 50+ Taw 400+ Yud 10+ Beth 2 =462). La metà del suo valore è 231, il numero delle porte della Conoscenza, attraverso le quali si accede a tutta la realtà. Israele le rappresenta simbolicamente: la parola Israel si scrive in ebraico con le lettere Yud-Shin-Resh-Aleph-Lamed, lettere che si possono suddividere in Iesh [Yud-Shin] - Rela [Resh-Lamed-Aleph] che significa “Sono 231”. In tal senso, Israele perde qui i suoi connotati di realtà storico-geografica ed etnica per acquisire la dimensione dell’universalità.
GAON
Titolo onorifico attribuito ad un leader spirituale. Il più noto fu il Gaon di Vilna [1720-1797], Eliyahu ben Shlomo Zalman, lituano, rabbino e maestro di Qabbalah.

sergio magaldi




giovedì 30 marzo 2017

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA QABBALAH [Parte Settima]


http://zibaldone-sergio.blogspot.it/2017/03/introduzione-allo-studio-della-qabbalah.html
Segue da:


Clicca su ciascun titolo per leggere. I termini in grassetto, riportati una sola volta all’interno della stessa voce, rappresentano altrettante voci del glossario essenziale per lo studio della Qabbalah.


EMET     

 Emet, verità, si scrive da destra a sinistra con le lettere ebraiche Alef, Mem e Taw e il suo valore numerico è 441 [Alef=1+Mem=40+Taw=400]. La sua ghematria più importante è Teva Sheni, Seconda Natura, scritta nell’ordine con le lettere Teth, Beth, Ayin, Shin, Nun, Yud, cioè: 9+2+70+300+50+10=441. Secondo lo studioso di Qabbalah, Nadav Eliahu, ciò significa che per trovare la verità bisogna uscire dall’ordine naturale in cui viviamo e salire ad un livello più alto della natura: seconda natura, appunto, o soprannaturale. In questa parola,  E m (e) t, lettera mediana, tra la Alef iniziale e la Taw finale, è la  Mem, per la tradizione ebraico-cabalistica simbolo di ogni singolo aspetto della manifestazione. Ove si dimentichi che il Tutto, rappresentato dall’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, la Taw, si collega all' Uno che è nella  Alef,  Emet si muta in Met, scritta con le lettere Mem-Taw [440], che significa morte, le cui ghematrie principali, cioè con lo stesso valore di 440, sono Tam, che significa completo e Shiqem, verbo che indica il ricostruire. Più in generale, senza la Alef o principio creativo, la realtà non è altro che vuota forma, apparenza, illusione e morte.

ETROG

 Etrog è il frutto del cedro, albero molto importante nella tradizione ebraico-cabbalistica. Innanzi tutto il soffitto del Tempio era fatto di travi e assi di cedro, i pavimenti di legno di cedro, l’altare di cedro rivestito d’oro, le colonne tutte di cedro come pure i soffitti della Sala del Giudizio (I Re). Nel II libro di Samuele, 7,7 è Dio stesso a chiamare ‘Casa di cedro’ il Tempio che gli deve essere costruito. Il cedro, inoltre, è nella Bibbia di volta in volta simbolo di FORZA (Isaia, 9,9: ‘…Le fragili travi di fico sono state abbattute ma noi useremo robuste travi di cedro…’) di BELLEZZA (Salmo 92,13-14: ‘… Bello come un cedro del Libano piantato nel cortile del Tempio’; Cantico dei cantici 5,15: ‘… Egli ha l’aspetto delle montagne del Libano, è magnifico come gli alberi di cedro’) di SAPIENZA (Siracide 24,13 ‘… Elogio della sapienza’: ‘sono cresciuta (io, la sapienza) come un cedro del Libano’). Inoltre, il cedro è simbolo di Dio nella sua veste di gloria, ed è simbolo di Abramo, del Sinedrio, dell’intero popolo ebraico e del cuore dell’uomo.

 Infine, il frutto del cedro è detto il frutto di un albero di bell’aspetto: Perì ’Etz Hadar: “Prenderete il primo giorno di Sukkoth un frutto di bell’aspetto, rami di palme e rami dell’albero di mirto e rami di salice e vi rallegrerete davanti al Signore vostro Dio” (Levitico, 33:40).  Si prende il Lulav (mazzo composto di 1 ramo di palma, 2 di salice, 3 di mirto) con la destra, il cedro con la sinistra, li si agita ai 4 punti cardinali, in alto e in basso, dopo aver detto la relativa benedizione. Così si compie la Mitzwah del Lulav durante la festa di Sukkoth o festa delle Capanne, che si celebra il 15 del mese ebraico di Tishrì (settembre-ottobre) in memoria delle capanne costruite dagli ebrei nel deserto, dopo la fuga dall’Egitto. Nella Torah è conosciuta anche col nome di Chag Ha-Asif o festa del raccolto, perché con lei terminava la stagione del raccolto. E’ una festa di gioia e di allegria, come comanda la Torah. Dura sette giorni, durante i quali l’ebreo è chiamato a vivere nella Sukkah (capanna), costruita all’aria aperta ad imitazione di quella che gli antenati edificarono nel deserto. Le Ghematrie più interessanti di Etrog [610] che si scrive da destra a sinistra con le lettere Alef-Taw-Resh-Waw-Ghimel, cioè: 1+400+200+6+3=610 sono Maaser, decima o parte dei propri guadagni da dare ai poveri e le frasi:”VEAYAH OR HALEVANAH KE OR HACHAMAH” che significa:”E la luce della Luna sarà come quella del Sole” e “BLOM LIVKHA MI LEHARHER”, cioè: “Trattieni il cuore dai pensieri ripetitivi”, secondo l’espressione formulata nel Libro della Formazione [Sepher Yetzirah] per favorire la meditazione.

ETZ CHAYYM

 Vital, il più famoso dei discepoli del noto cabbalista Itzach Luria, detto l’Ari, nel libro Etz Chayyim, l'albero della vita, assegna per entro l’unico albero delle Sephiroth, la destra all'albero della vita e la sinistra all'albero della conoscenza, Etz Da‘at. Adamo vuole mangiare il frutto proibito per rendersi immortale, ignorando che Dio ha già predisposto per lui l’immortalità, alla sola condizione che egli sappia attendere la maturazione del frutto. Lo assapora quando è ancora acerbo e ciò che ne ricava non è l’immortalità, bensì la consapevolezza del bene e del male, l’allontanamento dalla condizione edenica e l’ingresso nel tempo e nella storia. il Sepher Bahir c'illumina sull’intera questione (97-8 e 66-7): ci sono Trentadue sentieri che l'uomo deve percorrere per giungere in cima all'albero della vita, e l'albero con i suoi sentieri, è anche una metafora del corpo umano.  L’analogia di albero e uomo è presente nel Pentateuco [ “L’uomo è come l’albero del campo”, Deuter. XX,19 ] e trova nel Timeo platonico la sua elaborazione concettuale:

 “E della specie più alta dell'anima umana che abita nella sommità del nostro corpo, conviene pensare che Dio l'abbia data a ciascuno come un genio tutelare, e che essa ci sollevi da terra alla nostra parentela del cielo, come alberi non terreni ma celesti: e questo noi diciamo molto rettamente. Perché, sospendendo il capo e la radice nostra a quel luogo, donde l'anima trasse la sua prima origine, il nume erige tutto il nostro corpo. Quello dunque che s'abbandona alle passioni e alle contese e molto vi si travaglia, di necessità non concepisce se non opinioni mortali e proprio niente trascura per divenire, quanto si può, mortale, perché accresce la parte mortale: quello invece che si è applicato allo studio della scienza e alla ricerca della verità ed ha specialmente esercitato questa parte di se stesso, se raggiunge la verità allora è del tutto necessario che abbia pensieri immortali e divini [...] per quanto la natura umana possa partecipare dell'immortalità...” (Platone: Timeo, 90a-c).

 A Platone fa eco il famoso Rabbi Lev [Il Maharal di Praga, Yehudà Lev Ben Bechamel, cui fu attribuita la creazione del Golem] : “…ma è un albero capovolto, perché l’albero ha la radice in basso infissa nella terra, mentre l’uomo ha la radice in alto perché la sua radice è l’anima che è di origine celeste…”.

 Cosa è in realtà accaduto nel momento in cui l'uomo, preso da impazienza e dal desiderio di essere come Dio, ha mangiato del frutto proibito? Da quel momento egli, come si è già detto, entra nel tempo e nella condizione umana attuale, tant'è che il Signore lo riveste con una tunica di pelle ed egli non può più cibarsi, al pari di tutti gli animali, degli effluvi e dei sapori della vegetazione (Genesi, I, 29-30). Ora l'uomo è carne che desidera carne e in quanto tale non potrà più godere di immortalità. C'è ancora una possibilità, perché il germe della vita immortale è ancora dentro di lui, ma egli deve fare i conti con i cherubini armati della spada fiammeggiante per poter entrare nei sentieri e compiere l'ascesa lungo l’albero-colonna. Anche qui non sarà inutile ricorrere alle ghematrie per chiarire meglio il concetto.

 Etz albero si scrive da destra a sinistra con Ayin-Mem (70+90)=160=7; Ammud, colonna con Ayin-Mem-Waw-Daleth (70+40+6+4)=120=3. Sommando 7 con 3 si ha 10, oppure, se si preferisce, sommando 160 con 120 si ha 280, quindi per riduzione teosofica si ha ugualmente 2+8=10, cioè le dieci sephiroth dell’albero della vita o albero delle sephiroth. Se l’albero è l’uomo, la colonna è come il giusto (Sepher Bahir), tale colonna sostiene il mondo intero e il giusto è il fondamento del mondo (Prov. 10, 25).

 Joseph Giqatilla (1248-1325 circa), cabbalista castigliano e discepolo di Abulafia, ricorda che a fianco di Yesod, colonna del mondo, sono Hod e Netzach. Per Mosé de Leon [ipotetico autore dello Zohar, tra il 1280 e il 1285] la colonna è come il Sole [cioè Tiphereth, la colonna di mezzo], e rappresenta il patto santo attraverso cui l'energia di Tiphereth si diffonde in Malchuth tramite Yesod. Nel Chassidismo l'ascesa messianica cessa di essere la duplice aspettativa (regale e/o spirituale) e si identifica in Baal Scem Tov con l'ascesa di mondo in mondo lungo la colonna di mezzo [menzionata anche in Liqquté Amarìm I, 39] per acquisire nuove conoscenze e nuova consapevolezza: non si tratta più di attendere la venuta di un messia, ma della possibilità che tutti siano in grado di compiere l'ascesa lungo la colonna (o spina dorsale), attraverso gli Heikhaloth [I palazzi della tradizione ebraica, assimilabili ai Chakras della tradizione orientale]. Occorre tuttavia badare a non cadere nel peccato di idolatria divinizzando l'albero, la colonna di mezzo, quella del mondo, il serpente, il sole, la figura di un messia etc... L’uomo deve a questo punto iniziarsi, cioè percorrere il cammino all'inverso [Teshuvah] per tornare alla condizione originaria, per realizzare il Tiqqun, la restaurazione. Ma, soprattutto, non deve essere impaziente e deve accettare la morte fisica. In proposito si osserva in Zohar (I, 130b): "Al tempo in cui il Santo, benedetto egli sia, risusciterà i morti, Egli farà scendere su di loro una rugiada dal suo capo, grazie alla quale tutti si leveranno dalla terra (...) una rugiada di luce nel senso proprio del termine, composta cioè da fiamme superne, attraverso la quale Egli infonderà vita nel mondo, poiché l'albero della vita trasmette ai mondi una linfa vitale che mai non cessa".

sergio magaldi                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               


sabato 18 marzo 2017

I SORTEGGI sempre più intelligenti del CALCIO EUROPEO




 L’ennesimo sorteggio “intelligente” si è consumato ieri con la pesca delle otto palline per designare i quattro accoppiamenti dei quarti di finale della Champions League 2016-2017. La mano è stata quella di un ex calciatore famoso, la mente organizzativa quella degli organi federali del calcio europeo, lo spirito, come sempre, quello degli dei del calcio che hanno ispirato le guide dell’UEFA nella scelta della mano che avrebbe tratto dall’urna il relativo verdetto. La divina provvidenza ha così evitato, ancorché dopo gli ottavi sia sempre possibile, che le tre squadre spagnole [Atletico Madrid-Barcellona-Real Madrid], per un capriccio del sorteggio, si scontrassero tra di loro, come pure le due tedesche [Bayern Monaco e Borussia Dortmund]; ha fatto in modo di garantire, secondo una sperimentata consuetudine, che alle semifinali siano presenti una o due delle squadre meno accreditate per la vittoria finale, grazie agli scontri che nei quarti vedranno di fronte l’Atletico Madrid contro il Leicester e il Borussia Dortmund contro il Monaco e, per contro, ha messo di fronte le restanti quattro squadre: la Juventus con il Barcellona e il Bayern Monaco con il Real Madrid, considerate le favorite di quest’anno per sollevare la coppa più prestigiosa del calcio europeo e forse mondiale.

 Quante possibilità ha l’unica squadra italiana, rimasta nelle competizioni europee, di passare il turno, accedendo alle semifinali? Se si fa riferimento alla finale di Champions del 2015, poche, davvero poche. Dopo lo scampato pericolo degli ottavi di finale – dove il Barcellona nella partita di andata ha incassato quattro goal senza segnarne alcuno, ma ha compiuto il miracolo nel ritorno al Nou Camp rifilando sei goal al Paris Saint Germain, di cui tre negli ultimi minuti e quello decisivo, dopo il quinto arrivato incredibilmente su rigore, a venti secondi dalla fine dei tempi supplementari – si ha la consapevolezza di quanto sia importante il club catalano nell’economia delle già citate divinità del pallone. Si ha un bel dire che il Barcellona non è più quella di due anni fa e che la Juve si è nel frattempo rafforzata, ma i bianconeri sono davvero più forti,  con Pjanic, Cuadrado, Mandzukic, Higuain e Dybala [che ormai segna solo su rigore] e senza Pirlo, Vidal, Pogba, Morata e Tevez e con un pacchetto difensivo, per ragioni anagrafiche, meno impenetrabile di prima? Sulla carta forse sì, ed è vero che la Juventus da qualche tempo ha cominciato a giocare all’europea, ma è proprio certo che il gioco di Allegri con quattro attaccanti sia davvero più offensivo di quello con i tre centrali, con cui ha giocato sino a poco tempo fa? A giudicare da quello che si vede in campo e anche dal numero dei goal che segna mediamente si direbbe di no, anche se bisogna ammettere che almeno ne ha guadagnato lo spettacolo. Pur apprezzando lo sforzo della società per rafforzare la squadra e renderla maggiormente competitiva in Europa, continuo a pensare che ai bianconeri manchi un grande centrocampista per tentare la grande impresa  e anche un’organizzazione più razionale di gioco, in grado di mettere Higuain nelle condizioni di finalizzare a rete più spesso, così come il Napoli della scorsa stagione riusciva a fare con l’argentino. Tutto ciò premesso, nulla è impossibile, gli dei del calcio permettendo.

 Intanto e purtroppo, l’altra squadra italiana rimasta in campo nelle competizioni europee, la Roma, esce di scena, vuoi perché condannata dal solito sorteggio intelligente a scontrarsi già negli ottavi di Europa League con una delle squadre accreditate per la vittoria finale, nonostante avesse vinto il proprio girone eliminatorio e superato nei sedicesimi di finale gli spagnoli del Villarreal [un avversario non dei più facili tra le 16 squadre rimaste in campo], vuoi per la mancanza di ricambi all’altezza dei titolari, dopo il top di rendimento raggiunto con la splendida vittoria di San Sirio contro l’Inter, vuoi per un’organizzazione di gioco che non le ha permesso di difendere il vantaggio di un goal nella trasferta di Lione, incassandone addirittura tre, vuoi infine per almeno un rigore non concesso nella partita di ritorno e soprattutto per il tempo ridicolo concesso a Totti [entrato solo a cinque minuti dalla fine] quando nella recente partita dell’Olimpico serviva solo un goal [il terzo] per la qualificazione e mancavano ancora 35 minuti al fischio finale.

 In conclusione, dispiace osservare che le competizioni europee del calcio, che appassionano milioni di persone, siano quasi interamente affidate ai sorteggi intelligenti ispirati dagli dei del pallone e non lasciati laicamente al caso.


sergio magaldi