giovedì 26 marzo 2020

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS







 La teoria delle congiunzioni planetarie conobbe la sua fortuna con gli astrologi dell’Impero Sasanide (ultimo impero persiano preislamico caduto nel 651 d.C.) che se ne servivano per conoscere la sorte dei sovrani e delle dinastie regnanti, i momenti favorevoli per la fondazione di città, i grandi eventi (astrologia storica). Con l’avvento degli Abbàsidi – una dinastia araba discendente dallo zio paterno di Maometto – furono gli astrologi persiani, dal nome arabizzato, come Nawbakt al-farisi (? -777), al-Tabari (762-812) e soprattutto Mashallah (762-815) – in realtà un ebreo proveniente da Bashra e il cui nome originario pare fosse Giobbe o Gioele – a trasmettere la teoria delle congiunzioni planetarie nel mondo islamico e a rendere possibile il lavoro dei nuovi grandi astrologi del periodo abbaside, come al-Kindi, Abu Masar, al-Sijzi, al-Qabisi, al-Buruni.

Mashallah fu certamente la figura che maggiormente contribuì a diffondere le conoscenze dell’astrologia persiana nel mondo arabo. Per la sua fama fu chiamato a decidere insieme a Nawbakt al-farisi sul momento migliore per fondare la grande città di Bagdad (anno 762). Gli studiosi si dividono sul modo di intendere la teoria delle congiunzioni planetarie di Mashallah. Tutti d’accordo nell’attribuirgli la convinzione che gli eventi del mondo siano scanditi dalle congiunzioni tra i pianeti, divisi però sul genere e sulla classificazione di dette congiunzioni. Per alcuni, Mashallah si limita a distinguere la congiunzione Saturno-Giove  o congiunzione maggiore, da Saturno-Marte (o congiunzione media) e Giove-Marte (o congiunzione minore). Per altri, egli è un precursore di al-Kindi e soprattutto del grande Abu Masar, secondo i quali la congiunzione da prendere soprattutto in esame per prevedere i grandi cambiamenti è quella tra Giove e Saturno – perché nella concezione medievale si tratta dell’unione dei due pianeti più lenti dello zodiaco (non era ancora stata scoperta l’esistenza di Urano, Nettuno e Plutone) – ma dovendo tenere presente il passaggio attraverso le quattro triplicità di Fuoco, Terra, Aria e Acqua: la congiunzione minore tra Giove e Saturno avviene ogni venti anni circa, cambiando di segno ma nella stessa triplicità di elemento, la congiunzione media quando i due pianeti si incontrano mutando però di elemento, il che avviene circa ogni 240 anni e infine la congiunzione maggiore, completando il ciclo dei quattro elementi, cioè dopo circa 960 anni.

La teoria delle congiunzioni planetarie ci fa riflettere innanzi tutto sullo stretto collegamento che c’era in passato tra astrologia e astronomia e che oggi sembra venuto meno a vantaggio di interpretazioni più o meno psichiche o spiritualistiche dell’astrologia. Non è un caso che, con qualche significativa eccezione, gli addetti ai lavori si siano disinteressati delle “strane” congiunzioni con cui si annunciava l’anno bisestile.

Per la verità, la congiunzione di Terra ( nel segno del Capricorno) Saturno-Plutone esisteva già (6°-7° di distanza) sin dai primi mesi del 2019, ma con il nuovo anno diveniva più stretta (1°-2°) e ai due veniva ad affiancarsi, nel mese di febbraio, anche Giove e, dall’inizio di marzo e sino alla fine del mese anche Marte. Un caso simile ma non certo identico a quello che si verificò nell’estate del 1982 quando Plutone, Saturno e Marte si trovarono congiunti in Bilancia non troppo distanti da Giove a inizio dello Scorpione. Un allineamento in fila indiana di certo meno consistente rispetto alla quadruplice congiunzione di oggi. Fu proprio nell’estate del 1982 che Robert Gallo, direttore del laboratorio biologico cellulare dei tumori del National Cancer Institute di Bethesda, accertò l’origine del virus HIV/AIDS che sin qui ha provocato 32 milioni di morti. Da osservare che la congiunzione del 1980-81 di Saturno e Giove in Bilancia coincise anche con la diffusione della malattia prima ancora che se ne accertasse l’origine.

Se invece risaliamo più indietro nella verifica degli eventi occorsi in presenza delle congiunzioni Saturno-Plutone, c’è la prima guerra mondiale (luglio 1914-novembre 1918), quando i due pianeti si trovano congiunti nei primi gradi del Cancro tra il giugno del 1914 e l’autunno del ’15. Come dire, una volta annunciati, gli eventi procedono da soli… comprendendo anche la terribile pandemia di “spagnola” sul finire della guerra (cosiddetta, perché la censura di guerra impediva di parlarne e se ne cominciò a parlare solo in Spagna che non era in guerra), un virus influenzale che fece 50 milioni di morti, venuto a quanto pare dalla Cina, via Stati Uniti e Francia.

Quanto alle congiunzioni più antiche di Saturno e Plutone in Capricorno, cioè nello stesso segno zodiacale di oggi, ci fu quella del 689 a.C. in occasione della distruzione di Babilonia. La più recente, invece, risale al 1517, l’anno in cui Lutero affisse le 95 Tesi sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg, inaugurando la riforma protestante e il lungo periodo delle guerre di religione che ne seguirono. Infine, per pura curiosità, la peste di Milano del 1630 – di cui tanto si è parlato in questi giorni tanto da portare qualcuno a rileggere i Promessi Sposi – fu caratterizzata dalla congiunzione in Scorpione di Saturno e Nettuno, mentre Plutone era ospite del segno opposto del Toro, ancorché a distanza non di opposizione dagli altri due pianeti. 

Per venire a quanto sta accadendo in questi giorni, si può osservare, naturalmente solo da un punto di vista strettamente astronomico e astrologico, che già negli ultimi mesi del 2019 il coronavirus cova per così dire sotto le ceneri [gli astri non sono in grado di dire se trattasi di fatto naturale, incidente di laboratorio o guerra batteriologica), per manifestarsi quando Saturno e Plutone sono più vicini (gennaio), espandersi col fattore Giove (primi di febbraio), esplodere, nel senso di essere riconosciuto come pandemia ai primi di marzo, quando Marte si aggiunge alla triplice congiunzione Giove-Saturno-Plutone.

La cosa più interessante, tuttavia, è rappresentata dalla congiunzione perfetta in Capricorno di Giove e Saturno che avverrà il 17 dicembre 2020 e che di per sé è una congiunzione piccola, perché rinnova la congiunzione di circa vent’anni fa in Toro (altro segno di Terra), ma che sarà seguita tre giorni dopo dalla congiunzione di Giove e Saturno in Acquario, cioè dal passaggio dalla triplicità di Terra a quella di Aria, prodromo di quello che avverrà nel 2040 quando i due pianeti si incontreranno nuovamente in Bilancia. Il che significa che tra il 2020 e il 2040 tanti saranno i cambiamenti nell’organizzazione sociale dell’umanità. Mutamenti che stiamo già vivendo e che tuttavia non dobbiamo vedere solo in senso negativo (i morti, i contagi, la limitazione della libertà), perché possono essere l’occasione per una trasformazione di società e istituzioni dove già da tempo prevale la stagnazione e l’inconcludenza. La presenza di Giove attenua la potenzialità distruttiva di Saturno e Plutone congiunti e, inoltre, dall’incontro di Giove e Saturno nel segno dell’Acquario c’è da sperare in un maggiore senso di giustizia e di solidarietà per l’intera umanità e anche in una lenta regressione del virus con la fine dell’anno in corso, non escludendo neppure la speranza di miglioramenti già nei prossimi giorni e/o mesi, considerando che dai primi di aprile Marte lascerà Giove, Saturno e Plutone dopo aver annunciato al mondo lo scoppio della pandemia.

sergio magaldi

giovedì 19 marzo 2020

L'ITALIA E L'IMMUNITA' DI GREGGE






 Il governo italiano ha fatto ricorso alla cosiddetta “immunità di gregge o di branco” per combattere il coronavirus. E ciò è tanto più sorprendente, in quanto gran parte dei mass media, esaltando le misure antivirus adottate da Conte e dai suoi ministri, ha ironizzato sull’uscita del primo ministro inglese Boris Johnson (talora rispolverando anche un “antiangloamericanismo” vecchia maniera, del tipo “Perfida Albione” per intenderci), reo di vagheggiare l’idea di affrontare il nemico venuto dall’Asia – ora con epicentro in Europa e segnatamente in Lombardia – ricorrendo, appunto, all’immunità di gregge.

Davvero – come si sente ripetere da più parti della penisola, per un rigurgito di nazionalismo consolatorio voluto dalle classi dirigenti di questo infelice paese – tutto il mondo dovrebbe prendere esempio da noi per le misure adottate contro il coronavirus? Vediamo: 1)L’Italia ha un numero di morti superiore a quello della stessa Cina, dove l’epidemia ha avuto inizio (3405 morti italiani sino ad oggi, contro i 3237 decessi cinesi, e anche se quello asiatico dovesse essere un “numero di regime”, occorre considerare che la popolazione italiana conta sessanta milioni di abitanti a fronte di un miliardo e mezzo di cinesi); 2)Il numero dei contagi cresce in Italia di giorno in giorno, di ora in ora e si avvia a diventare primato in tutto il mondo; 3)Il sistema produttivo del Belpaese è fermo ed è ormai prossimo al collasso; 4)Lo spread ha raggiunto ieri quota 330; 5)Il deficit pubblico avanzerà in modo vertiginoso e, a bocce ferme, saremo chiamati  a ridurlo con enormi sacrifici di gran parte della collettività. Diverso sarebbe stato, in condizioni di normalità, l’aumento del deficit per incrementare lo sviluppo produttivo del paese.

Ecco ciò di cui dovremmo vantarci di fronte al mondo, secondo la voce del “nostro regime” sostenuto da mass media compiacenti. Il tutto accompagnato, per un verso, da sventolii di tricolori, da canti e balli da finestre e balconi (come per festeggiare un nuovo titolo mondiale del nostro sport nazionale), per altro verso da visioni televisive di morte e disperazione, mentre da ogni parte della penisola si leva il mantra: «Andrà tutto bene» per esorcizzare panico e responsabilità.

A questi “prestigiosi” risultati ci conducono le misure adottate: 1)Chiusura dei voli diretti dalla Cina in cambio di nessun controllo per chi dalla Cina tornava in Italia passando per altre strade; 2) Ritardi nell’allestire la procedura dei controlli e dei tamponi 3)Tardiva individuazione delle zone cosiddette “rosse” dove si sono accesi i focolai; 4)Proclamazione della cosiddetta autoquarantena fiduciaria; 5)Chiusura dell’Italia intera ma permesso accordato a decine e decine di migliaia di potenziali untori di rientrare dalle zone rosse del nord nelle proprie residenze del centrosud, con treni, pullman e taxi presi d’assalto e con la sola incombenza di promettere di doversi attenere alle misure di cui al punto 4.

La verità è che il governo italiano, se in apparenza ha fatto ricorso alle misure cinesi di “Chiusura” per reprimere il morbo, nella sostanza ha seguito le indicazioni del leader inglese che pure hanno suscitato l’ilarità di una parte della nostra stampa. Su tutti, l’articolo di Alessandro Sallusti: “British coglions” su ilGiornale.it dello scorso 15 marzo. Scrive tra l’altro Sallusti:

«Io chiamerei questa ricetta «British coglions», che l'inglese maccheronico a volte rende l'idea meglio di quello accademico e non c'è bisogno di traduzione. Se poi a questo aggiungiamo il fatto che Donald Trump, dopo averci scherzato sopra per settimane, solo nelle ultime ore a epidemia diffusa nel suo Paese è stato punto dal dubbio che in Italia non siamo pazzi e che il virus sia una cosa maledettamente seria, ecco che finalmente capisco in che senso «gli americani sono figli illegittimi degli inglesi»: tale padre, tali figli».

Com’è noto, l’immunità di gregge ha due modalità di funzionamento: con vaccinazione e senza. La vaccinazione di gran parte della popolazione  rende con molta probabilità immuni anche i soggetti non vaccinati, perché il virus non riesce più a trasmettersi con facilità da un soggetto all’altro e alla fine si indebolisce e/o scompare quasi del tutto. In mancanza di vaccinazione, e in presenza di certe caratteristiche del virus, l’immunità di gregge può realizzarsi ugualmente. Nello specifico, il coronavirus si è sin qui presentato: a) con enorme facilità di propagarsi, b) con gran numero di contagiati asintomatici, c) con discrete possibilità di guarigione per chi ne viene colpito d) con una letalità contenuta e limitata per la maggior parte a soggetti afflitti da precedenti patologie e/o comunque di età superiore ai 60 anni.

Date queste premesse, l’idea di ricorrere all’immunità di gregge per sconfiggere il coronavirus si basa – mancando la prospettiva di un vaccino a breve termine – su un processo di rapida circolazione del virus che favorisca lo sviluppo di anticorpi nella maggior parte della popolazione, una volta aumentato il numero dei cosiddetti Rimossi (fattore R in relazione ai fattori S, sani, e I, infetti), cioè i guariti e i deceduti. I punti a-c-d sembrano tutti favorevoli all’immunità di gregge applicata al coronavirus, mentre il punto b si presenta con una certa ambiguità, ma soprattutto manca la prova regina per creare le condizioni dell’immunità di gregge: non si ha certezza che la guarigione dal coronavirus renda immuni una volta per tutte dallo stesso virus. Comunque sia si tratta di una misura per combattere il virus che ha diritto di cittadinanza come quella della Chiusura, tant’è che nel nostro paese sono state utilizzate entrambe:

1)Progressiva chiusura del territorio dalle zone rosse del nord a tutte le altre regioni, 2)Chiusura altrettanto progressiva di gran parte degli esercizi pubblici e privati, di scuole, università, musei, teatri, cinema, parchi e ville, 3)Crescente limitazione al libero movimento dei cittadini all’interno di città e paesi.

Se queste che ho riassunto in tre punti sono misure di Chiusura per isolare il virus, non sono tuttavia mancate misure di Apertura per favorire l’immunità di gregge: 1)Creazione di focolai in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per effetto di mancati controlli di chi, italiano, cinese o di altra nazionalità rientrava nelle tre regioni del nord senza provenire direttamente dalla Cina, 2)Rientri di massa consentiti al centro e al sud da parte di cittadini provenienti dalle zone rosse del nord, senza prova del tampone né quarantena sorvegliata.



sergio magaldi 

domenica 15 marzo 2020

MAZAL TOV, parte VIII (L’astrologia nel Sepher Yetzirah)


SEGUE DA:









 Il Sepher Yetzirah o “Libro della Formazione” [1] è alla base dell’astrologia cabbalistica. Nel I Capitolo si parla delle 22 lettere dell’alfabeto con cui Dio ha creato il mondo. Tre di queste lettere: Shin-Alef-Mem  sono dette madri e rappresentano i tre elementi della tradizione empedoclea, rispettivamente: fuoco aria e acqua. Altre sette lettere, dette doppie, rappresentano i sette pianeti (considerando i due luminari Sole e Luna e i cinque pianeti della tradizione, cioè Saturno, Giove, Marte, Venere e Mercurio): Bet-Ghimel-Dalet-Kaph-Phe-Resh-Taw ;le restanti dodici lettere sono dette semplici e rappresentano i 12 segni zodiacali: He per il segno dell’Ariete, Waw per il Toro, Zain per i Gemelli, Chet per il Cancro, Teth per il Leone, Yud per la Vergine, Lamed per la Bilancia, Nun per lo Scorpione, Samekh per il Sagittario, ‘Ayin per il Capricorno, Tzade per l’Acquario e Qoph per i Pesci.

Inoltre, nel Sepher Yetzirah, 1:8, si fa riferimento, oltre che alle dieci Sephiroth [2], che molti cabbalisti considerano in analogia coi pianeti [3], alle Hayot o ‘creature viventi’ della visione di Ezechiele che Ibn Ezra considera in analogia coi segni zodiacali.

In S.Y., 2:4, in relazione alle 231 Porte della Conoscenza è nominata la ruota dello Zodiaco Galgal e da 4:7 a 4:14 si parla dei sette pianeti. In 5:4 sono citate le 12 costellazioni dell’universo (i cui nomi corrispondono ai 12 segni zodiacali). Unendo la lettera del segno zodiacale col proprio rispettivo elemento (Aria-Fuoco-Acqua-Terra), avremo 12 radici per ciascuno dei 12 segni zodiacali. Da queste radici e talora dalle loro ghematrie [4] è possibile raccogliere qualche indicazione sul significato del segno. Per i segni di Terra, mancando la corrispondente lettera ‘madre’, varrà l’unione di ciascuna lettera della triplicità di Terra con la lettera Mem (Acqua).

Uniamo dunque la lettera madre ’Alef  alle lettere dei tre segni di Aria: ’Alef con Zain (Gemelli) forma la radice  Az  che significa ‘allora’, con Lamed  (Bilancia) El, che è uno dei nomi di Dio, con Tzade (Acquario) Atz  che significa ‘affrettarsi’.

Proseguendo con l’unione della lettera madre Shin  alle tre lettere dei segni di Fuoco, abbiamo: Shin con He (Ariete) forma la radice Sheh che è il capo del gregge e il cui valore numerico, 305, ha significative ghematrie come  Or Tzach  ‘Luce ripulita’ e Orlah  ‘Prepuzio’. Dall’unione delle lettere corrispondenti agli altri due segni di fuoco abbiamo: Shin con Teth (Leone), la radice Shat che significa ‘ribelle’, con Samekh (Sagittario), Shas , le cui due lettere rappresentano Shishah Sidrey (‘Sei Ordini’), cioè l’abbrevazione dell’intero Talmud e la cui principale ghematria, con valore di 360, è  Sikhli ‘intellettuale’.

Ancora, unendo la terza lettera madre, la Mem,  con le lettere della triplicità di Acqua abbiamo: con la Chet (Cancro) la radice Cham che significa ‘caldo’, con la Nun (Scorpione), Min che significa ‘sesso’ o ‘specie’, con la Qoph (Pesci), Mq che indica lo ‘stare in piedi’, il ‘sostenere’, come nella parola Maqel, (da destra a sinistra: Mem-Qof-Lamed)“bastone”.

Infine, l’unione della stessa lettera madre, la Mem, con le lettere della triplicità di Terra forma con la Waw (Toro) la radice Mu cioè il suono onomatopeico dell’animale, con lo Yud (Vergine), Mi che significa ‘Chi?’ e bene indica la curiosità dei nativi di questo segno zodiacale e, ancora, con la lettera Ayin (Capricorno) Am che vuol dire ‘popolo’.

Concludendo sul Sepher Yetzirah, oltre allo zodiaco viene nominato l’asse del mondo o Teli (6:1), conosciuto anche come Drago e che in astrologia riveste particolare importanza in riferimento alla testa e alla coda cioè ai nodi lunari come più spesso vengono chiamati. Questi punti nodali rappresentano l’intersezione dell’Equatore con l’eclittica e secondo il grande cabbalista Abulafia [5] ‘la testa del Drago’ significa merito mentre la coda significa responsabilità e in tutte le tradizioni ha un significato ‘malefico’ soprattutto quando, nel cielo di nascita (il cosiddetto oroscopo) è congiunta al Sole. Analogamente gli Esseni [6], nel tracciare gli oroscopi, davano molta importanza ai nodi lunari che insieme ai 5 pianeti, al Sole e alla Luna formavano le ‘nove parti’. Il pronostico, fatto sul tema di nascita, era favorevole quando la luce prevaleva sulle tenebre, quando cioè le ‘nove parti’ erano in prevalenza nel cosiddetto emisfero di luce, individuato al di sopra dell’orizzonte. Nessun uomo, naturalmente, era interamente nella luce o interamente nelle tenebre perché il nodo lunare nord (testa del Drago) si trova di necessità sopra l’orizzonte e il nodo lunare sud (coda del Drago) sotto l’orizzonte. Il più puro o ‘illuminato’ era dunque colui che aveva ‘sette parti’ (oltre alla testa del Drago) sopra l’orizzonte, il più impuro quello che aveva le ‘sette parti’, cioè i 5 pianeti e i due luminari (oltre alla coda del Drago) al di sotto [7].

sergio magaldi

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[1] Per la bibliografia e per la data di composizione, che secondo gli studiosi, oscilla tra il II e il VI secolo d.C., si rimanda a G. G. Scholem, Le Origini della Kabbalah, Bologna, 1990, pp.32-44. Circa i contenuti si rinvia allo stesso volume nonché a G. G. Scholem, La Cabala, Roma, 1989, pp.14, 30-61, 70-72, 96, 101 e ss.

[2] Sephiroth è stato spesso tradotto con ‘emanazioni’, facendolo derivare dall’etimologia greca, con ciò stabilendo un collegamento tra Qabbalah e neoplatonismo. Più corretta è la derivazione dall’ebraico Safor che significa contare e che delle Sephiroth fa dunque i numeri primordiali della creazione, ben distinti dai misparim o numeri ordinari. Le Sephiroth sono perciò le ‘luci’ o le ‘forme pure’ del molteplice. Nella tradizione cabbalistica, le Sephiroth si dispongono sui tre pilastri dell’Albero della vita. Ad ogni Sephirah è attribuito un nome. Alla colonna centrale appartengono: 1 Kether corona, 6 Tiphereth bellezza e armonia, 9 Yesod fondamento o generazione, 10 Malchuth regno o terra. Alla colonna di destra: 2 ‘Hochmah sapienza, 4 ‘Hesed grazia 7 Netzach vittoria. Alla colonna di sinistra: 3 Binah intelligenza, 5 Gheburah forza e rigore, 8 Hod splendore.

[3] Cfr. J. Halbronn, cit., pp.304-312

[4] S’intende per ghematria il medesimo valore numerico dato dai cabbalisti a singole parole o intere preposizioni in base al principio che nell’alfabeto ebraico ogni lettera è numero e ogni numero è lettera.

[5] Abraham Abulafia (1240-1291) è il maggior rappresentante della Qabbalah estatica o mistica che si basa essenzialmente sulla contemplazione e sulla meditazione. Sulla vita, l’opera, il pensiero cfr. M. Idel, L’Esperienza mistica in Abraham Abulafia, trad.it., Jaca Book, Milano, 1992. Di rilevante interesse su Abulafia anche il IV capitolo di G.G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Il Saggiatore, Mondadori, Milano, 1965 e edit. il melangolo, Genova, 1990. Su Teli e i nodi lunari cfr. A. Kaplan, Sefer Yetzirah, commento, ediz. Spagnola, Edit., Mirach, S.L., Madrid, 1994, pp. 265-274

[6] Setta ebraica di ispirazione ascetica (II sec. A. C – I sec. d.C) che risiedeva a Qumran sulla riva occidentale del Mar Morto. La comunità essenica conosceva una rigida organizzazione sociale e si caratterizzava per gli ideali di purezza con cui cercava di vivere la fede ebraica.


[7] Cfr. J. Halbronn, cit., pp.332-333

lunedì 9 marzo 2020

CORONAVIRUS E "CASO ITALIA"




 Il coronavirus porta alla luce drammaticamente e definitivamente il “Caso Italia”: gli italiani, ultimi in Europa per crescita e sviluppo grazie all’imperizia delle classi dirigenti, primi ora nel Continente per diffusione del contagio, secondi nel mondo solo alla Cina per contagiati e numero di morti, più della Corea del Sud, più del Giappone, più di ogni altro paese asiatico e/o confinante con la Repubblica Popolare Cinese. Perché? Il primo e anche il più facile pensiero va ai nostri governanti che hanno esordito bloccando gli scali diretti dalla Cina, senza esigere il controllo di tutti quelli che dal continente asiatico (cinesi, italiani e non) hanno fatto ritorno in Italia per altre vie, diffondendo il contagio. Il secondo pensiero va ai nostri imprenditori, per nulla intenzionati a interrompere i contatti personali con i rappresentanti del colosso asiatico, pur di fare affari a rischio dell’incolumità pubblica. Il terzo pensiero infine va ai comuni cittadini, vacanzieri e non, che per leggerezza  e/o presunzione hanno sottovalutato quella che non era una “comune influenza” e che già si annunciava come una vera e propria pandemia.

In un post del 29 febbraio – otto giorni fa i contagiati nel nostro paese erano 888 rispetto ai circa 7500 di ieri – annotavo come l’atteggiamento dell’italiano medio di fronte al virus non fosse troppo dissimile da quello osservato 390 anni fa, al tempo della peste di Milano, descritta da Alessandro Manzoni nel XXXI capitolo de “I promessi Sposi” [cfr. Il Belpaese e il virus, cliccando sul titolo]. Non è inutile ora riportare anche uno scorcio del XXXVII capitolo:

« Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.
– In rerum natura, – diceva, – non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno né l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».

Com’è noto la sorte di Don Ferrante fu quella di morire di peste, dopo averla negata.

Ebbene, cosa sta succedendo oggi in Italia? Nella notte tra sabato e domenica il governo – come sempre “illuminato” da una pletora di scienziati ed esperti, gli stessi che da giorni imperversano sui media – ha varato un nuovo decreto antivirus che “chiude” la Lombardia e 14 province, precisando tuttavia (Art. 1, lettera a) che era “consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”.

L’effetto immediato del “lungimirante” DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 8 marzo 2020 è stato ed è l’assalto ai treni e ai pullman da parte degli italiani che hanno fissa dimora e parenti al centro e al sud della penisola, ma che studiano, lavorano o hanno affari nelle zone “rosse e chiuse” del nord. Viaggi che sono durati diverse ore in più del consueto per i cosiddetti controlli, cioè la presa (inutile) dei nominativi dei viaggiatori per raccomandare loro, una volta arrivati nei luoghi di origine, la quarantena fiduciaria che è un po’ il biglietto da visita di questo governo. Alcuni, poi, forse per non essere schedati (ammesso che davvero lo siano stati tutti i viaggiatori) e/o dovendo fermarsi a Roma e dunque compiere un tragitto più breve, hanno optato per il taxi che, con una spesa di 1200 euro, da Milano li ha condotti sino alla capitale.

Considerando che un esercito di potenziali “untori” è dunque ormai sparso nella penisola, cosa dobbiamo attenderci nei prossimi giorni? Ma la domanda vera e sulla quale gli addetti ai lavori dovrebbero rispondere è: "Perché siamo arrivati a questo, perché l’Italia, dopo la Cina, è il paese al mondo con più morti e più contagiati dal virus?".

sergio magaldi 

sabato 29 febbraio 2020

IL BELPAESE E IL VIRUS



 A parte l’atteggiamento del governo che contro il coronavirus propaganda sui media l’adozione di misure eccezionali, sbagliando quasi tutto, come soprattutto bloccando gli scali diretti dalla Cina, senza controllare tutti quelli che dal continente asiatico hanno fatto ritorno in Italia per altre vie, diffondendo il contagio, qual è l’atteggiamento degli italiani di fronte al virus? Si dividono in “minimalisti” che, rivendicando il diritto di libertà di movimento dentro e fuori i confini, negano di trovarci di fronte ad una vera e propria epidemia, tant’è che continuano a ripetere che fa più morti una comune influenza che il virus cinese, i “catastrofisti” che vagheggiano di milioni di morti, gli “incidentalisti” che giurano sulla fuoriuscita incidentale del virus dal laboratorio di Wuhan, i “complottisti” che si articolano in due categorie: a) la diffusione del morbo è parte di una strategia cinese, b) di un piano angloamericano. Spuntano ora anche i “normalizzatori” – per lo più tra gente di scienza, di TV e di potere – che si affannano a spiegare che i morti sono solo sessantenni, settantenni e ottantenni “per lo più soggetti già malati che se ne vanno all’aldilà con il coronavirus non per il coronavirus!”, e neppure mancano i “nazionalisti” che spiegano il primato europeo dell’Italia per numero di contagi con il maggior numero di controlli effettuati rispetto a Francia, Germania, Spagna etc… Tesi smentita dal fatto che in circa 15 paesi europei ed extraeuropei si è potuto accertare che la diffusione del morbo ha origine da “untori” italiani, in movimento in quei paesi per turismo o per affari.
Intanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) parla non più di epidemia ma di vera e propria pandemia, visto che il Sars-Cov-2  è ormai diffuso in oltre 50 paesi, mentre in Italia le cifre ufficiali parlano nell’ultima settimana di un aumento dei contagiati da circa 50 agli 888 di questa mattina.

Di seguito un breve estratto della ricostruzione che della peste del 1630 (già iniziata sul finire dell’anno precedente) fa Alessandro Manzoni nel XXXI capitolo de “I Promessi Sposi”. Mutatis mutandis, anche allora l’atteggiamento popolare fu di scetticismo e incredulità, di denuncia delle libertà conculcate dalle autorità sanitarie, poi di fronte all’evidenza dell’epidemia cominciarono a circolare panico e tesi di complotto.

 «[...]Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt'e due, "o per ignoranza o per altro, si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de mali non era Peste" (Tadino, ivi.); ma, in alcuni luoghi, effetto consueto dell'emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri, effetto de' disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace.
 Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: il Tadino suddetto, e un auditore del tribunale. Quando questi giunsero, il male s'era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte di Brianza, e la Gera d'Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all'entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi: "et ci parevano, – dice il Tadino, – tante creature seluatiche, portando in mano chi l'herba menta, chi la ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d'aceto". S'informarono del numero de' morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri, e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza. Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale della sanità, il quale, al riceverle, che fu il 30 d'ottobre, "si dispose", dice il medesimo Tadino, a prescriver le bullette, per chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da' paesi dove il contagio s'era manifestato; "et mentre si compilaua la grida", ne diede anticipatamente qualche ordine sommario a' gabellieri.
 […] Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l'ira e la mormorazione del pubblico, "della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe", dice il Tadino; persuasi, com'eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L'odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d'affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d'incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, e d'essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il Ripamonti.
Di quell'odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d'ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento.
Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all'università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre d'altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza s'aggiungeva quella della vita, e all'ammirazione la benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri […] Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici […] Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s'attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po' più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale.
[…]Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra' poveri, cominciò a toccar persone più conosciute […] Ma l'uscite, i ripieghi, le vendette, per dir così, della caparbietà convinta, sono alle volte tali da far desiderare che fosse rimasta ferma e invitta, fino all'ultimo, contro la ragione e l'evidenza: e questa fu bene una di quelle volte. Coloro i quali avevano impugnato così risolutamente, e così a lungo, che ci fosse vicino a loro, tra loro, un germe di male, che poteva, per mezzi naturali, propagarsi e fare una strage; non potendo ormai negare il propagamento di esso, e non volendo attribuirlo a que' mezzi (che sarebbe stato confessare a un tempo un grand'inganno e una gran colpa), erano tanto più disposti a trovarci qualche altra causa, a menar buona qualunque ne venisse messa in campo […] Mentre il tribunale cercava, molti nel pubblico, come accade, avevan già trovato. Coloro che credevano esser quella un'unzione velenosa, chi voleva che la fosse una vendetta di don Gonzalo Fernandez de Cordova, per gl'insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza fatica; altri, e non si sa per quali ragioni, ne volevano autore il conte di Collalto, Wallenstein, questo, quell'altro gentiluomo milanese […] C'era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. E perché, tanto nel lazzeretto, come per la città, alcuni pur ne guarivano, "si diceua" (gli ultimi argomenti d'una opinione battuta dall'evidenza son sempre curiosi a sapersi), "si diceua dalla plebe, et ancora da molti medici partiali, non essere vera peste, perché tutti sarebbero morti" […] In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l'idea s'ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s'è attaccata un'altra idea, l'idea del venefizio e del malefizio».



sergio magaldi

domenica 23 febbraio 2020

MAZAL TOV, parte VII (L'astrologia e gli autori, 2)



SEGUE DA:

MAZAL TOV, parte I   (L’astrologia nella Torah)

MAZAL TOV, parte II  (L’astrologia nella Bibbia)

MAZAL TOV, parte III (L’astrologia nella Bibbia,2)

MAZAL TOV, parte IV  (L’astrologia nel Talmud)

MAZAL TOV, parte V   (L’astrologia nel Talmud, 2)

MAZAL TOV, parte VI  (L’astrologia e gli autori)



Tra Mashallah e Abraham bar Hiyya, cronologicamente, si colloca Ibn Gabirol detto Avicebron (1020-1057), poeta e filosofo di Saragozza che nel poema Kether Malchuth (“La Corona del Regno”) esalta la bellezza degli astri senza entrare nel merito dei loro effetti benefici o malefici. Più o meno contemporaneo di Abraham bar Hiyya è invece Yehudah ben Samuel ha Lewi (1075-1141), castigliano, medico, teologo, filosofo e poeta. Scrisse in arabo il notissimo Il re dei Kùzari, tradotto in ebraico solo trent’anni più tardi. I Kùzari erano una popolazione situata nella regione compresa tra il Caucaso, il Volga e il Don. Il re dei Kùzari si convertì all’ebraismo nell’ottavo secolo e a un suo discendente riuscì di diffondere la religione ebraica tra le classi aristocratiche. Nel libro, che si articola sottoforma di un dialogo tra un re dei Kùzari e un saggio, l’autore si occupa di astrologia soprattutto esponendo il contenuto del Sepher Yetzirah, di cui parlerò più avanti. Nel dialogo che segue si delinea con sufficiente chiarezza il punto di vista di Yehudah. Egli ritiene incomprensibile per l’uomo una reale e autonoma influenza di astri e pianeti:

Re dei Kùzari: Se è così, vedo che riconosci il dominio delle ore e dei luoghi come fanno gli astrologi.

Saggio: Forse neghiamo loro che le cose superne abbiano influenza sulle cose terrestri? Noi ammettiamo che la materia della generazione e della corruzione proceda dalle sfere; però le forme sono di colui che le governa, e che stabilì come strumenti per la conservazione di tutte le cose che Egli vuole che esistano senza che noi possiamo conoscere i loro particolari, mentre l’astrologo dice che le comprende, ma noi gli neghiamo ciò, e stimiamo che una creatura di carne e di sangue non le può comprendere; e se di questa scienza si trovasse qualcosa che fosse fondata nella scienza legale divina, l’ammetteremmo; e la nostra mente è soddisfatta per ciò che riguarda le cose della scienza degli astri delle parole dei nostri savi, perché crediamo che le abbiano ricevute per virtù divina, e che perciò sono vere; e se non è così, tutte le cose (che dicono gli astrologi) sono (soltanto) considerazioni, e le sorti (tratte dall’osservazione) del cielo sono meno ancora attendibili di quelle dei geomanti” [1].

In conclusione, Yehuda ha-Lewi sembra avere una certa riluttanza nei confronti dell’astrologia e sente come un privilegio il fatto che Israele non sia soggetta all’influenza degli astri (Ein mazal le Israel).

Al contrario, Abraham ben meir Ibn Ezra (1092-1168), ritenuto il più noto astrologo ebreo e autore tra l’altro di una Enciclopedia astrologica, non considera una fortuna che Israele sia senza mazal (astro) e gli attribuisce invece il pianeta Saturno e il segno dell’Acquario [2], mentre la Palestina è per lui collegata a Marte per via dei sacrifici cruenti, il capro espiatorio, la circoncisione ecc…, tutte pratiche volte ad esorcizzare il sentimento della collera. Ezra è convinto che astri e pianeti non fanno altro che compiere la volontà divina e che, d’altra parte, la loro posizione nel cielo determini il destino materiale degli individui, non quello spirituale [3]. L’atteggiamento di Ezra mira, in definitiva, a conciliare l’astrologia con la Torah ed egli arriva addirittura a collegare i comandamenti divini (ad eccezione del primo: Io sono il Signore tuo Dio) alle orbite celesti.

Un atteggiamento anti-astrologico e talora anti-talmudico, per ciò che diversi trattati del Talmud considerano l’astrologia con una certa benevolenza, è invece quello di Maimonide [4]. Sull’astrologia, egli scrisse due Epistole. La prima, diretta alla comunità yemenita, mira a sconfiggere l’idea, allora assai diffusa in quella comunità, di un’influenza delle grandi congiunzioni planetarie negli accadimenti storici. Egli così scrive agli yemeniti: “ Noto che siete inclini a credere nell’Astrologia e all’influenza delle congiunzioni planetarie, passate e future, sugli eventi umani. Dovete scacciare tali idee dalla vostra testa (…) I veri saggi, che siano o no religiosi, rifiutano di credere nella verità di questa scienza. I suoi postulati possono essere respinti con vere prove e su base razionale…” [5].

Nell’Epistola ai rabbini di Provenza del 1194, Maimonide polemizza con l’astrologia oraria la cui pratica era diffusa nelle comunità ebraiche del Mediterraneo e rispolvera l’idea che, in fondo, l’astrologia altro non sia che astolatria [6].


sergio magaldi

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[1] Yehudah ha-Lewi, Il re dei Khàzari, Boringhieri, Torino, 1991, p.209. Di seguito si fornisce qualche dato sul contenuto del libro: Divisione dell’opera (pp.10-12)- Il re (p. 19)- I Kuzari (nota 4 pp.8-9) - Critica della concezione aristotelica dell’eternità del mondo (pp.37-38-193-212-272) - La materia prima dei filosofi aristotelici (p.246-7)- Contro Epicuro e la casualità del mondo (p.250 e cfr. Salmo 104) - L’essere ebreo(p.63)- la lingua ebraica (p.111) - prescrizioni rituali (p.132) - I Caraiti (nota 1 p.9 e tutta la parte III) - Il nome di Dio: Elohim-Tetragramma-Adonai (pp. 193-195-197-214-215-216-217) – astrologia (p.209-218-235) - Il Sepher Yezirah (pp.223 e ss.)

[2] Cfr. J. Halbronn, cit. parte I, p. 214. Sulla figura e sull’opera di Ibn Ezra cfr. ibid., p. 163 e ss.

[3] Cfr. O.Pompeo Faracovi, cit. parte I, p.178, nota 20 compresa

[4] Mosè Maimonide (1135-1168) cordovese, medico e filosofo di grande fama. La sua maggiore opera è La Guida degli smarriti, terminata di scrivere in arabo nel 1190 e tradotta in ebraico nel 1204. La sua vasta opera è in realtà l’interpretazione della legge ebraica (Halakhah) e dei fondamentali concetti biblici secondo il metodo aristotelico, anche se egli non concorda con Aristotele circa l’esistenza ab aeterno del mondo. Nella maggior parte dei casi – dice Maimonide – non c’è contraddizione tra fede e ragione, in altri casi anche se la ragione non è in grado di provare alcune verità di fede, può almeno provare l’infondatezza delle tesi opposte. “Io credo –dice Maimonide- (GuidaI, 71) che il vero metodo che elimina il dubbio consiste nello stabilire l’esistenza di Dio, la sua unità e la sua incorporeità coi procedimenti dei filosofi, procedimenti fondati sull’eternità del mondo. Ciò non perché io creda all’eternità del mondo o faccia a questo proposito qualche concessione; ma perché soltanto con questo metodo la dimostrazione diventa sicura e si ottiene certezza su tre punti: 1) che Dio esiste 2) che è uno 3) che è incorporeo, senza che importi decidere nulla rispetto al mondo cioè se esso sia eterno o creato…” Più avanti, tuttavia (Guida II, 19), Maimonide nega la necessità dell’Essere e dunque l’eternità del mondo dicendo che il mondo avrebbe potuto essere diverso da quello che è e se, dunque, è quello che è, ciò è dovuto ad una libera scelta di Dio, una scelta creatrice:“Se al di sotto della sfera celeste vi è tanta disparità di cose, nonostante la materia sia una, tu puoi dire che tale disparità è dovuta all’influenza delle sfere celesti e alle posizioni differenti che la materia assume di fronte ad esse, come ha insegnato Aristotele. Ma la diversità che esiste tra le sfere stesse, chi ha potuto determinarla, se non Dio?(…) Dio ha determinato la direzione e la rapidità del movimento di ciascuna sfera, ma noi ignoriamo il modo in cui, nella sua saggezza egli ha effettuata la cosa”.

[5] Mosé Maimonide, Epistola allo Yemen, cit. in J. Halbronn cit. parte I, p.235. La traduzione dal francese è mia.

[6] Cfr. sull’Epistola ai rabbini di Provenza, J. Halbronn, cit. parte I, pp.237 e ss.


mercoledì 12 febbraio 2020

MAZAL TOV, parte VI (L'astrologia e gli autori)




SEGUE DA: (clicca sul titolo per leggere)







 La rassegna che segue prende succintamente in esame alcuni tra gli autori e/o pensatori che si occuparono di astrologia ebraica. Inizia con Filone alessandrino e termina con Maimonide, più o meno in coincidenza col diffondersi della Qabbalah storica, alla quale dedicherò, per ciò che si riferisce all’astrologia, le successive e ultime parti di questo scritto.

Filone, vissuto tra il 13 a.C. e il 54 d.C. nell’ambiente ebraico ellenizzante di Alessandria, coglie il significato simbolico della “doppia” migrazione di Abramo: una prima volta dalla Caldea, una seconda da Haràn che significa “caverna”. L’uscita dalla Caldea con riferimento al Genesi significa l’abbandono dell’astrologia. «Infatti – scrive Filone – i Caldei, più degli altri popoli, sembrano aver praticato l’astronomia e l’arte di fare oroscopi, connettendo i fenomeni terrestri con quelli atmosferici e i fenomeni celesti con quelli che riguardano la superficie della Terra. In tal modo hanno dimostrato, attraverso rapporti musicali, la perfetta armonia del tutto, in forza del (principio della) comunanza reciproca e della simpatia delle parti […] Costoro hanno ipotizzato che il nostro mondo di fenomeni sia il solo essere che è veramente, ossia che esso è Dio, oppure che in sé include Dio (inteso) come l’anima del tutto. E (per ciò stesso), avendo divinizzato il fato e la necessità, hanno riempito la vita umana di una molteplice empietà, insegnando che al di fuori dei fenomeni non c’è nulla, che non c’è alcuna causa, ma che sono i movimenti del Sole, della Luna e di tutti gli altri astri a dispensare a ciascuno degli esseri i beni e i loro opposti» [1].

La maggiore polemica di Filone è però diretta, nel De Providentia, contro la Genetliologia (anticipazione della cosiddetta astrologia giudiziaria). Più che mai – osserva Filone – il giudizio degli astri nei confronti dei singoli non si addice al popolo ebraico: la circoncisione, l’osservanza della Legge, lo Shabbat, l’alimentazione kasher e tanto altro ancora sono la scelta comune di tutto un popolo, come ciò – egli si domanda – può interferire con i differenti destini individuali proposti dalle tecniche genetliologiche?

Un medievalista insigne come Emile Bréhier osserva, tuttavia, che Filone tratta l’astrologia con molta benevolenza tanto da sembrare di averla addirittura praticata lui stesso e un altro studioso, il Wendland, sottolinea l’interesse di Filone per l’astrologia allorché si tratta di interpretare le undici stelle del sogno di Giuseppe in analogia con altrettanti segni zodiacali e del dodicesimo (cioè il segno dei Pesci) simbolicamente rappresentato dallo stesso Giuseppe [2].

La verità è che Filone nega agli astri di essere “cause prime” ma gli riconosce il merito, in quanto opera di Dio, di fungere da segnali dotati di quel certo potere che Dio stesso gli ha concesso. E’ da escludere comunque che gli astri siano divinità e che godano di una qualche autonomia [3]. E’ abbastanza comprensibile che la concezione degli astri come segni della volontà di Dio abbia poi avuto fortuna in ambiente cristiano e talora goduto di qualche apprezzamento persino tra i maghi-filosofi del Rinascimento.

Il primo vero grande astrologo ebreo, sia pure di nome e di lingua araba, fu Mashallah vissuto nel secolo ottavo e all’inizio del nono, autore di numerosi trattati tra cui un De significatione Planetorum in Nativitatibus e un commentario del famoso Tetrabiblos di Tolomeo [4], nonché di un trattato sulle Grandi Congiunzioni planetarie che fece molto discutere. Mashallah, il cui nome ebraico pare fosse Gioele o Giobbe, fu chiamato a decidere insieme all’astrologo arabo Al–Naubacht, sul momento migliore per fondare la grande città di Bagdad (anno 762). Nel suo trattato sulle congiunzioni, egli sostiene che gli eventi del mondo sono scanditi dalle congiunzioni tra i pianeti, in particolare dalla congiunzione Saturno-Giove ( o congiunzione maggiore), Saturno-Marte (media) e Giove-Marte (minore).

In particolare, la venuta di un profeta, sarebbe annunciata da un intero ciclo di congiunzioni attraverso le quattro triplicità (cioè tre segni zodiacali per ognuno dei quattro elementi della tradizione empedoclea). Nell’ambito della congiunzione cosiddetta maggiore (Saturno-Giove) si hanno poi ulteriori distinzioni in piccole, medie e grandi congiunzioni: l’incontro di Saturno con Giove, che si verifica ogni venti anni (piccola congiunzione), produce la congiunzione media ogni 240 anni circa allorché si passa da una triplicità all’altra e la grande congiunzione ogni 953 anni, nel momento del ritorno di Saturno e di Giove sullo stesso grado dello zodiaco [5].

Sulla questione conviene ascoltare Abraham bar Hiyya, astrologo e studioso di Torah (già ricordato a proposito dell’astrologia oraria), che in Meguilat Hamegalé o Sefer Haqtzim riprende il tema delle congiunzioni planetarie di Mashallah e del suo discepolo arabo Abu Mashar: dalla congiunzione Saturno-Giove nel segno di Ariete e dal momento del suo passaggio nelle quattro triplicità: del Fuoco (Ariete, Leone, Sagittario), della Terra: (Toro, Vergine, Capricorno), dell’Aria (Gemelli, Bilancia, Acquario) e dell’Acqua (Cancro, Scorpione, Pesci), trascorrono 953 anni e il tempo di 48 congiunzioni. Dopo tale periodo, caratterizzato dunque da 953 anni e 48 congiunzioni (12 per ciascuno dei 4 elementi), la congiunzione si ripresenta nel fuoco secondo del Leone e dopo altrettanto nel fuoco terzo del Sagittario. Perché la congiunzione Saturno-Giove ‘esaurisca’ la triplicità di fuoco occorrono in tutto 2859 anni (953 x 3) e 144 congiunzioni (48 x 3).

In riferimento alla storia ebraica, con l’anno 2365 del calendario ebraico e la prima congiunzione Saturno-Giove nella triplicità d’acqua (segno zodiacale dei Pesci), si ha la nascita di Aronne e tre anni dopo quella di Mosé e tutto questo periodo dei segni d’acqua corrisponde all’esodo e ai 40 anni trascorsi nel deserto. L’entrata della congiunzione nella triplicità del fuoco corrisponde al periodo dei Giudici. La triplicità d’aria inizia nel 2841 e nel 2854 nasce David. La distruzione del I Tempio sarà opera dei babilonesi, all’epoca del ripresentarsi della congiunzione Saturno-Giove nella triplicità di acqua [6].

sergio magaldi

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[1] Filone di Alessandria, De Migrat. Abr.XXXII: pp.178 e ss., Rusconi, Milano, 1988. Circa il significato della ‘seconda’ migrazione di Abramo da Haran (caverna), che non è oggetto di questa specifica trattazione, mi limito a osservare che, secondo Filone, si tratta di uscire dalla propria interiorità sensibile per accedere, mediante l’intelletto, alla chiara visione dell’intellegibile (Ibid., da XXXIV a XXXIX, pp.397-405).

[2] Cfr., J. Halbronn, op.cit.parte I., p.266. Come si ricorderà, il sogno di Giuseppe si riferisce a Genesi 37:9. Circa l’attribuzione dei dodici segni zodiacali ai dodici figli di Giacobbe e alle dodici tribù di Israele, esiste un’abbondante letteratura in merito e le differenti attribuzioni si basano su criteri diversi e non sempre attendibili. Sulla questione cfr. J. Halbronn, cit., pp.74 e ss.

[3] Cfr.,O. Pompeo Faracovi, op.cit.parte I.,  pp.164-166

[4] Claudio Tolomeo, vissuto nel II secolo d.C., forse nativo di Alessandria, fu il più grande astronomo-astrologo dell’antichità. Le sue opere principali sono l’Almagesto, nome arabo di un trattato di astronomia chiamato Sistema matematico o Massimo sistema, e il Tetabiblos o Apotelesmatikà un’opera di astrologia che ebbe grande fortuna e che ancora oggi esercita la sua influenza tra gli studiosi del campo.

[5] Cfr. J. Halbronn, cit., pp.139 e ss.

[6] Cit. ibid., pp. 141-142