giovedì 23 febbraio 2017

AREA DI TOR DI VALLE: lasciamola così...

Da romapress.us


 Sta per andare in scena, e purtroppo ne avremo forse presto conferma, l’ennesimo spettacolo tragicomico di Roma capitale. Alla vigilia della decisione finale sulla costruzione dello stadio di calcio della A.S. Roma nell’area di Tor di Valle, cresce il fronte del NO che negli ultimi tempi si è andato organizzando con le manifestazioni di una parte dei Cinquestelle perché si giungesse alla revoca della delibera della giunta Marino che classificò il relativo progetto edilizio come “opera di pubblica utilità”, con il comunicato ineffabile della Soprintendenza che, dopo anni di silenzio, proclama ora l’esistenza di un vincolo sulla tribuna dell’ippodromo di Tor di Valle, realizzata per le Olimpiadi del 1960, quasi fosse un monumento storico e non una costruzione fatiscente, priva di norme antisismiche e con coperture di amianto, con le sentenze dei tanti soloni che discettano di ecomostro, di cementificazione, di speculazione edilizia e quant’altro, con il parere dei puri di spirito che lamentano che il progetto non si limiti alla costruzione dell’impianto sportivo, ma pretenda anche di edificare aree e centri commerciali, con il giudizio estetico degli amanti del bello, circa la deturpazione che arrecherebbe al paesaggio l’innalzamento di torri, con le pillole di saggezza dei soliti benaltristi per i quali i problemi di Roma sono ben altro che quelli della costruzione di uno stadio.


Dal sito dell'A.S. Roma



 Premesso che il progetto dello stadio è opera di un noto architetto americano il cui studio ha già realizzato, tra i tanti altri, il Los Angeles NFL Stadium e il Manchester Evening News Arena e che l’area attorno allo stadio sarà costituita da negozi e ristoranti, da un parco pubblico e da tre grattacieli progettati da Daniel Libeskind, uno degli architetti più famosi al mondo, occorre osservare quanto segue: non solo l’attuazione del progetto è interamente a carico di capitali privati, ma addirittura la A.S. Roma realizzerà a proprie spese opere pubbliche per circa mezzo miliardo di euro, quali: 1)Un parco fluviale di 63 ettari con 9000 alberi, 11 chilometri di piste ciclabili e la costruzione di un ponte pedonale sul Tevere per congiungere il parco con la stazione della Magliana. 2)Il prolungamento della metro B. 3)Il restauro della stazione di Tor di Valle. 4)Il collegamento con l’autostrada Roma-Fiumicino. 5)La riunificazione della via Ostiense alla via del Mare. 6)Il potenziamento del Fosso di Vallerano. 7)La messa in sicurezza idrogeologica dell’intera zona che comprende i quartieri di Decima e Tor di Valle. A garanzia, il contratto con il Comune prevede che l’Associazione Sportiva Roma non potrà utilizzare lo stadio se non dopo l’effettiva realizzazione di dette opere. Le previsioni dell’indotto economico generato da tutta l’impresa parlano di crescita del PIL, di riduzione della disoccupazione e di entrate fiscali, complessivamente per il Comune di Roma e per le casse dello Stato, di circa un miliardo e mezzo di euro. Infine, va detto per gli amanti del bello che l’innalzamento delle torri previste dal progetto, in una zona periferica e lontanissima dal centro storico, non costituisce un’offesa del tradizionale paesaggio romano, ma semmai reca un segno di novità e di modernità  in una realtà di massimo degrado urbano dove regnano le discariche, ogni sorta di abusivismo e la prostituzione di strada.

 Viene a questo punto da chiedersi: Cui prodest? A chi giova che tutto questo rimanga solo sulla carta? Chi ha interesse a dire NO alla costruzione dello stadio della Roma alle condizioni di cui si diceva sopra? Chi avrà da guadagnare dal fatto che l’A.S. Roma si costituirà in giudizio per chiedere il risarcimento al Comune di Roma? Può anche darsi che molti siano in buona fede, che parlino e agiscano sulla base di questioni di principio o animati solo da spirito di conservazione, ma dietro di loro non c’è da supporre che vi siano le solite oligarchie più o meno occulte che hanno precisi interessi politici e finanziari, persino sportivi o addirittura inconfessabili, per mandare tutto all’aria, come è lecito supporre che accadrà forse già dalle prossime ore?

 Per la verità, un’altra parte dei Cinquestelle, da Beppe Grillo a Virginia Raggi ai consiglieri capitolini, si era detta problematica sulla vicenda e talora era apparsa favorevole al progetto come se fiutasse nell’aria, oltre all’olezzo di polveri inquinate e di strade e quartieri maleodoranti, la sensazione che questa volta non sarà come per le Olimpiadi: allora i cittadini compresero i rischi di spreco di denaro pubblico e i pericoli di nuove corruzioni, questa volta capirebbero, nel migliore dei casi, di aver mandato al Campidoglio una pattuglia di buoni a nulla, che del resto è il messaggio che la maggior parte dei media, a torto o a ragione, lascia passare da mesi. Alcuni giorni fa Grillo aveva bacchettato quella parte dei suoi intenzionata a bocciare il progetto, è di eri la notizia che si è fatto convincere dai pericoli di esondazione e così pur dicendo di Sì allo stadio della Roma dice di No alla sua costruzione nell’area di Tor di Valle. Un colpo magistrale di teatro: si dice sì ma s’intende no, Grillo non può ignorare che ci sono voluti 5 anni per giungere a questo punto e che per trovare un’altra area edificabile ce ne vorrebbero almeno altrettanti, senza contare le ingenti spese per il nuovo progetto. Ma esiste davvero il pericolo paventato da Grillo e di cui qualcuno deve averlo messo in guardia all’ultimo momento, nell’intento di scongiurare la vittoria del Sì? L’Autorità di bacino del Tevere, l’unica legalmente competente in materia, fa sapere che rischi idrogeologici gravano da sempre sull’intera zona e non soltanto sull’area di Tor di Valle, senza che le autorità comunali, provinciali o regionali siano mai intervenute; con la realizzazione degli impianti sportivi e dell’area commerciale, l’Associazione Sportiva Roma si impegna per l’appunto a mettere in sicurezza l’intera zona.

 A questo punto, nell’interesse non  solo dei romanisti ma dei romani e di tutti gli italiani,  c’è solo la flebile speranza che prevalga il buon senso e che Grillo e i suoi del Campidoglio non si nascondano dietro oscure minacce idrogeologiche, sbandierate proprio quando l’ultima parola sulla fattibilità del progetto di costruzione dello stadio nell'area di Tor di Valle sta per essere pronunciata.

sergio magaldi




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venerdì 3 febbraio 2017

LA NORMALIZZAZIONE DI MATTEO RENZI



 Dopo aver creduto che seminando nel campo dei miracoli i suoi zecchini d’oro [circa il 24% dei voti di cui disponevano insieme il PD e il NCD, al netto dei voti negati dalla sinistra del partito democratico], questi si sarebbero più che raddoppiati [nonostante il 70% dell’elettorato fosse nelle mani di tutti gli altri partiti], consentendogli di vincere il Referendum e di continuare a governare, Matteo Renzi compiva il “bel gesto” [controproducente, rispetto alle intenzioni, lo giudica questa mattina Ferrara su Il foglio] di dimettersi da presidente del consiglio con un compromesso che consegnava il suo governo al fido Gentiloni. Da quel momento, confidando nella fatina azzurra, Renzi lavorava alacremente per andare il più presto alle urne, forte di quel 41% che la semina gli aveva comunque fatto raccogliere. Allo scopo, dimenticando il passato, chiamava a raccolta il gatto e la volpe e con loro lanciava un’opa per andare a votare in primavera. Ma la fatina azzurra non ama gli animali populisti e, un po’ con le buone, un po’ con le cattive, gli intima una volta per tutte di uscire dalla favola e Matteo Renzi sembra prenderne atto e si mostra disponibile a fare marcia indietro.

 Nell’odierna intervista a Massimo Franco sul Corriere della Sera, l’ex sindaco di Firenze lascia infatti trasparire una nuova consapevolezza: la bacchetta magica in questo infelice Paese è saldamente nelle mani del correntone democristiano del suo partito e della ex nomenklatura del partito comunista, entrambi illuminati dal vecchio e dal nuovo inquilino del Colle. Ma soprattutto una cosa sembra comprendere Renzi: se vuole sopravvivere nella politica italiana, deve dismettere quei toni e quegli atteggiamenti da “straordinaria presenza” che gli hanno permesso di scalare il vertice del PD e del governo, e rientrare il più in fretta possibile nella normalità. Solo a questa condizione gli sarà consentito di prendere parte [ma non da protagonista] alla “gestione del nulla” di questa vergognosa classe dirigente che, passo dopo passo, spingerà l’Italia nel baratro. D’altra parte, nella sua coscienza di cattolico, Renzi continua a rimproverarsi di essere stato sconfitto nel Referendum e sente di doverne pagare le conseguenze e non lo sfiora minimamente l’idea laica che a metterlo fuori gioco sia stata in realtà la semina dei suoi “zecchini” nel campo dei miracoli, sperando ingenuamente, e/o accecato da ubris, che raddoppiassero.

 Ma la nota più intrigante e al tempo stesso più comica del giorno è rappresentata dal giubilo che si leva dalle forze trasversali del NO al voto, nell’apprendere che a due mesi di distanza dal Referendum e dopo la sentenza della Consulta, bisognerà ora attendere un altro mese per conoscere le motivazioni della sentenza costituzionale, prima di mettere mano ai “ritocchi” dell’Italicum e del Consultellum, cioè delle sole due leggi attualmente valide per eleggere rispettivamente i rappresentanti del popolo alla Camera e al Senato. Una ammissione di impotenza e una manifestazione di ipocrisia che serve unicamente a: 1) Preservare, almeno per il momento, l’unità del partito democratico. 2) Tenere a bada i Cinquestelle, nell’auspicio che le vicende della Raggi, col passare delle ore sempre più complesse sotto il profilo giudiziario, facciano diminuire il consenso nei confronti del movimento fondato da Grillo e Casaleggio. 3) Consentire alla minoranza del PD di organizzarsi e di trovare nuove alleanze per modo di togliere di mezzo una volta per tutte Matteo Renzi. 4) Ridare fiato a Forza Italia perché recuperi nell’ambito del centrodestra i voti che oggi perderebbe a favore della Lega e di Fratelli d’Italia. 5) Trovare un accordo per spostare il premio di maggioranza dalle liste alle coalizioni, prefigurando così le forze di governo del dopo-voto e spegnendo di fatto ogni velleità di governi “straordinari”, formati anche accidentalmente dai cosiddetti partiti populisti. 6) Permettere agli onorevoli di prima nomina di utilizzare i contributi versati per aggiudicarsi una pensione dopo 4 anni, sei mesi e rotti di lavoro parlamentare.

 Insomma, se gli italiani si aspettavano di andare alle urne in primavera, è quasi certo che nella bella stagione – che prelude ai bagni di sole, di mare e ai viaggi e alle vacanze per quelli che possono permetterselo –troveranno una stangata fiscale per recuperare i 3,4 miliardi di sforamento di bilancio che Eurogermania ci intima di pagare e che il governo italiano, succube della propria tradizionale impotenza, pagherà volentieri, prendendo i soldi dalle nostre tasche e attribuendone la responsabilità a Matteo Renzi per aver distribuito [male e con intenzioni puerili: il Sì al voto referendario] qualche mancia alla popolazione, sottraendola comunque al tritacarne degli sprechi, della corruzione e delle prebende. Con il risultato che, quando tra un anno o poco più si andrà finalmente a votare, lo “straordinario” patrimonio renziano del 41% si sarà ampiamente polverizzato.

sergio magaldi   

venerdì 27 gennaio 2017

LA GIORNATA DELLA MEMORIA 27/01/17: TEODICEA E SHOAH



Salmen Gradowski scrisse il testo che segue nel 1944 e lo seppellì nei pressi del Crematorio IV di AuschwitzII-Birkenau. Il manoscritto fu scoperto nell’estate del 1945. Il termine sonderkommando identificò gli speciali gruppi di deportati, per la maggior parte ebrei, obbligati a collaborare con i nazisti  all'interno dei campi di sterminio.

Più d’uno dei nostri camerati osservava con disdegno e derisione quella qualche decina di ebrei che si raccoglievano, in attesa dello shabbat [il sabato, giorno festivo dell’ebraismo, n.d.r.], per recitare la preghiera della sera. Altri li guardavano con acredine, perché l’atroce realtà, le orribili tragedie che si svolgevano ogni giorno sotto i nostri occhi non potevano risvegliare un sentimento di gratitudine, né incitare a cantare le lodi del Creatore dell’universo,che aveva lasciato che un popolo di barbari assassinasse e annientasse milioni di innocenti,uomini, donne e bambini, la cui unica colpa era quella di essere nati ebrei, di avere riconosciuto l’onnipotenza di questo Dio, al quale innalzavano le proprie preghiere anche in questo luogo, di aver portato all’umanità il monoteismo. Per questi motivi subivano il massacro.
E perché mai, allora, avrebbero dovuto onorarlo? Perché? Perché mai innalzare lodidavanti a questo oceano di sangue ebreo? Implorare Colui che non vuole ascoltare i pianti e le grida dei bambini innocenti, no! E costoro si ritiravano, delusi e amareggiati, in collera con i compagni, che non la pensavano come loro.
Anche altri ebrei, un tempo religiosi, hanno preso le distanze. Già da un pezzo sono freddi nei confronti del loro Dio. Sono delusi della via intrapresa. Non riescono a comprenderecome un padre possa consegnare i propri figli nelle mani di sanguinari assassini, nelle mani di coloro che lo dileggiano e si prendono gioco di lui. Non vogliono cercare troppe risposte, per timore di perdere il loro ultimo sostegno, se dovesse svanire il loro estremoconforto. Se ne stanno in disparte, senza interpellare Dio, né rendergli conto. Vorrebberoancora pregare, aprire i loro cuori, ma non possono. Non vogliono essere falsi, né versoDio né verso se stessi.Malgrado tutto ciò, nonostante questo stato d’animo diffuso, c’è un gruppo ostinato dipraticanti, che si dà da fare per respingere lo sconforto, per far tacere le proteste che ogni giorno colpiscono il loro cuore e il loro spirito, che vorrebbero il rendiconto, che chiedono il perché. No! Contro l’evidenza delle cose, persistono nel restare legati ai lacci della fede piingenua. Senza domandare ragioni, né cercare ragioni. Credono, sono tuttora convinti, e lo dimostrano ogni giorno, che tutto quanto è fatto e commesso contro di noi è voluto da un potere superiore, il cui disegno ci rimane impenetrabile. Che noi, con la nostra povera ragione umana, non possiamo comprendere. Si aggrappano con tutte le loro forze al loro Dio. Sono impregnati di una fede profonda, anche se vedono, avvertono, hanno il presentimento che stanno affogando nell’oceano della loro credenza. E forse, forse, nel più profondo del cuore il dubbio li tormenta, ma essi si tengono saldi, non vogliono perdere il loro ultimo conforto, non vogliono perdere il loro ultimo sostegno.
Così, in seno a questa famiglia di cinquecento anime [il Sonderkommando, n.d.r.], credenti, non credenti, amareggiati o indifferenti, si è creato dall’inizio un piccolo gruppo di uomini sempre più numeroso con il passar del tempo, che recita tutte le preghiere giornaliere in minyan [gruppo di 10 maschi adulti, numero minimo per la preghiera comunitaria, n.d.r.].
Capitava sovente che un camerata non praticante fosse trascinato da questi canti e da queste preghiere. Un suono, il motivo di un canto tradizionale del venerdì sera giungeva sino a lui e lo strappava alla tragica atroce realtà. Le agitate onde dei ricordi lo riportavano al mondo di un tempo. Tornava indietro, nuotava verso gli anni passati. Si rivedeva a casa sua. […] Io rimpiango i miei fratelli, perché sono miei fratelli, e li rimpiango perché tutta una parte di questa mia esistenza nell’inferno è legata a loro. Giro lo sguardo verso l’angolo dove se ne stavano raccolti in preghiera. Un torpore di morte proviene di lì. Nessuno, non c’è più nessuno.
Scomparse le vite, spenti i canti. Un rimpianto in più, un altro dolore ancora si aggiungealla mia profonda infelicità. Noi rimpiangiamo i nostri fratelli, perché sono nostri fratelli. Noi li rimpiangiamo, perché c’è venuta a mancare, ci manca la luce, ci manca il calore, ci manca la fede, ci manca la speranza che proveniva dalla loro presenza. Con la loro scomparsa, se ne è andata l’ultima consolazione.
S. GRADOWSKI, Sonderkommando. Diario da un crematorio di Auschwitz, 1944, Marsilio, Venezia 2002, pp. 195-201, trad. it. A. SCHAUMANNWOLKOWICZ



Nel quadro degli scellerati crimini che una parte dell’umanità ha commesso e continua a commettere nei confronti di un’altra parte di umanità, non c’è dubbio che il massacro nazista degli ebrei assuma una sua peculiarità e unicità come tentativo di eliminare una volta per sempre dalla faccia della terra il popolo eletto del Dio biblico, lo stesso Dio dei cristiani e dei musulmani. Si aggiunga a questo che la “soluzione finale” della questione ebraica è stata affrontata con una ferocia e un’organizzazione propagandistica burocratica e industriale che non ha precedenti nella storia del mondo. Certo, la Shoah ha ben noti precedenti, dei quali ricorderò soltanto: i numerosi pogrom contro gli ebrei, ritenuti responsabili persino delle sciagure naturali, a cagione della loro diversità spirituale, culturale, linguistica e di costume e, purtroppo e soprattutto, l’accanimento del diritto canonico nel ghettizzare gli ebrei [già il Sinodo di Elvira del 306 vieta matrimoni e contatti sessuali tra ebrei e cristiani], come si evince dal grafico di seguito riprodotto [pp. 268-9 del volume Das Judentum di Hans Küng, trad.it., Saggi Bur, Miano, 1999]. Tutto ciò, ancorché Vaticano, Papa ed ecclesiastici cattolici e cristiani abbiano contribuito a nascondere e a sottrarre alla barbarie antisemita numerose famiglie di ebrei durante la seconda guerra mondiale.




 In tale contesto, sorprende ancora gli storici che il dibattito teologico sulla Shoah sia iniziato con più di venti anni di ritardo rispetto agli eventi accaduti a  Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen, Chelmo etc.; annichilimento e silenzio di fronte ad una tragedia di tale portata? Può darsi, ma è più probabile che la causa sia dovuta al timore di confrontarsi con quello che, non solo per gli ebrei, ma per tutti i credenti è ritenuto uno degli argomenti fondamentali del discorso teologico: la teodicea. Questo termine nasce con il Saggio sulla bontà di Dio, la libertà dell’uomo e l’origine del male [1710] di Leibniz [1646-1716], rivelando subito la sua natura più propriamente filosofica che teologica in quanto tale. Non a caso, nel saggio, Leibniz rispondeva  alle considerazioni contenute nel Dizionario [1697] di Bayle che a sua volta riprendeva l’antica polemica dei seguaci di Epicuro contro gli Stoici: “Dio o non vuol togliere i mali e non può, o può e non vuole, o non vuole né può o vuole e può. Se vuole e non può, è impotente: il che non può essere in Dio. Se può  e non vuole è invidioso, il che del pari è contrario a Dio. Se non vuole né può è invidioso e impotente perciò non è Dio. Se vuole e può, il che solo conviene a Dio, da che cosa deriva l’esistenza dei mali e perché non li toglie?” [Fr.,374, Usener]

 Solo con un altro filosofo, Hans Jonas [1903-1993], la questione posta dalla teodicea per rapporto alla Shoah, sembra avere un chiarimento che in un certo senso è anche la soluzione e la morte della teodicea classica. Jonas ritiene che dopo Auschwitz non sia più possibile conciliare tra loro onnipotenza, bontà e misericordia di Dio, e ad essere sacrificato è l’attributo dell’onnipotenza non quello della bontà, della misericordia e della partecipazione di Dio alla sofferenza umana. L’argomento trae il suo fondamento dalla narrazione della creazione dell’uomo e del mondo del noto cabbalista  di Safed  Yitzhak Luria [1534 – 1572], detto il leone: la creazione non consiste in un prolungamento o in una concentrazione di Dio nel mondo, ma in uno Tzimtzùm, cioè in una contrazione, in un ritrarsi di Dio da uno spazio che da quel momento diviene altro da sé, e rispetto al quale Dio è tutt’altro che indifferente ma sul quale non può intervenire, pena la fine stessa del mondo. Perché tutto questo? Jonas rende esplicito in senso filosofico l’argomento di Luria: se Dio, come totalità, si fosse semplicemente steso, prolungato o concentrato nel mondo, rendendolo simile a se stesso, per l’uomo e per la vita, così come la conosciamo non ci sarebbe stato posto, ma è altrettanto vero che con lo Tzimtzùm, lasciando nascere l’uomo e il mondo, Dio lasci entrare nello spazio lasciato libero, anche il male metafisico [la morte], il male fisico e morale. L’argomento di Luria e di Jonas, naturalmente, è stato giudicato eretico dalla teologia ebraica e anche dalle altre due teologie monoteistiche, ma sembra l’unica spiegazione possibile, nel linguaggio della Qabbalah e della filosofia, per preservare tutti gli attributi divini con l’esistenza del male, con Auschwitz e con la Shoah.

Diversamente, Emil Ludwig Fackenheim (Halle 1916 – Gerusalemme 2003) che, oltre che filosofo, fu anche rabbino e teologo vede la questione della Shoah e dell’onnipotenza divina nel solco della tradizione teologica ebraica. Il disegno di Dio, anche nel male che colpisce i giusti, come nel caso del sacrificio di Isacco e come soprattutto nelle sventure di Giobbe, se non è immediatamente comprensibile, lo diviene più tardi col divenire della storia umana. Fackenheim ritiene che la fine della diaspora, la voglia di sopravvivere del popolo ebraico alla follia sterminatrice di Hitler e dei suoi aguzzini, sia stata la migliore risposta alla Shoah e che sempre, al silenzio di Dio, debba corrispondere il silenzio dell’uomo e il tiqqun ha’olam, la riparazione del mondo. Un concetto teologico, peraltro anche questo mutuato dalla tradizione cabbalistica e che diventa persino comprensibile in una accezione puramente laica. Scrive Fackenheim [The Holocaust and the State of Israel: Their Relation, in E. Fleischner (cur.), Auschwitz: Beginning of a New Era?, KTAV (1977), pp. 209-210]: "Gli storici vedono una connessione causale tra l'Olocausto e la fondazione dello Stato d'Israele. Il ragionamento è come segue: se non fosse stato per la catastrofe ebraica europea, tutti quei secoli di anelito religioso per Sion, tutti quei decenni di attività sionista secolare, insieme a tutto l'incoraggiamento dato dalla Dichiarazione di Balfour avrebbe prodotto al massimo un ghetto palestinese. Avrebbe certo potuto essere una comunità con stupendi risultati interni, ma piuttosto che una "patria" per ebrei dispersi senza tetto, sarebbe invece stata alla mercé di un qualche governo straniero di dubbia benevolenza. Solo l'Olocausto ha prodotto quella disperata determinazione dei sopravvissuti e di coloro che ci si identificavano; fece finire le incertezze dei leader sionisti... e produsse un momento di respiro dal cinismo politico della comunità internazionale, abbastanza a lungo da sancire legalmente lo Stato Ebraico".

sergio magaldi

giovedì 26 gennaio 2017

LA CONSULTA HA PARLATO...



 La Consulta ha parlato e ha detto: “Proporzionale”, tagliando la testa all’Italicum, che era una legge elettorale, proporzionale al primo turno e maggioritaria al secondo. Decapitato del ballottaggio, il corpo dell’Italicum resta sostanzialmente intatto, se si esclude un folcloristico richiamo alla democrazia ateniese per quel che riguarda l’adozione del sorteggio per i capilista chiamati a scegliere quale collegio prediligere tra quelli [massimo dieci] in cui sono stati eletti. Misura che fa sorridere, ma che rischia di introdurre elementi di conflittualità, con appendici giudiziarie interminabili, di fronte all’eventualità dei cosiddetti “sorteggi intelligenti”, già noti nell’agone sportivo. Restano il voto di lista e non di coalizione, la soglia minima del 3% richiesta ad ogni lista per eleggere i propri rappresentanti e soprattutto il premio di maggioranza, nella misura prevista dall’Italicum, per la lista che abbia ottenuto almeno il 40% dei voti: uno strumento quest’ultimo che teoricamente “corregge” il proporzionale ma che si rivela praticamente inutile in una realtà in cui almeno tre o quattro partiti si dividono la maggior parte dei voti.

 Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, perché da mesi non si fa che ripetere da parte di tutte le forze politiche [compresi i Cinquestelle!] che il ballottaggio è un istituto poco democratico, perché consente di fatto alla lista che abbia ottenuto il 25% dei voti di governare da sola. Tanto per restare ad Atene, a me questo ragionamento è apparso sempre nello stile dei Sofisti contro i quali disputava Socrate, perché tutto dipende dal punto di vista sotto il quale lo si considera. L’ipotetico partito di maggioranza relativa del 25% – che va al ballottaggio contro un altro ipotetico partito di una percentuale leggermente inferiore, ma superiore a quella di tutti gli altri – per vincere deve comunque convincere gli elettori che al primo turno non lo hanno votato. In altri termini, passerà due volte di fronte al giudizio dei cittadini e poco importa se la partecipazione al voto, al primo come al secondo turno, non sarà stata ottimale: rinunciare al diritto di voto in un’epoca che, come mai in passato, ha tanti canali di informazione, è già una scelta abbastanza precisa. Inoltre, c’è meno democrazia in un Paese dove chi ha preso un voto in più degli altri è chiamato a governare per un tempo determinato dalla legge [come di regola avviene nelle democrazie anglosassoni] o in un Paese dove il voto degli elettori non è determinante perché sono i partiti a decidere quali coalizioni formare e per quanto tempo, nell’arco della stessa legislatura, e dove il trasformismo parlamentare è la regola? Non è più probabile che in questo secondo caso proprio il cittadino più responsabile si astenga dal votare, vista l’inutilità e/o la probabile manipolazione del suo voto?

 La sentenza della Consulta pone altri quesiti. Il premio di maggioranza, nella misura rilevante in cui è stato mantenuto, ancorché di difficile attribuzione, è “più costituzionale” del ballottaggio? L’elezione dei sindaci in Italia è dunque incostituzionale o si danno eccezioni? E la Francia, che come l’Italia  è parte dell’Unione Europea, e che da tempo utilizza il ballottaggio e le relative primarie dei partiti, è dunque un Paese non democratico?

 Va da sé inoltre che, ove si andasse a votare con l’Italicum decapitato, le primarie dei partiti italiani per decidere il candidato premier sarebbero inutili, cioè non ci sarebbero proprio e gran parte dei candidati oltre all’eventuale Presidente del Consiglio sarebbero scelti dai segretari di partito: insomma una bella vittoria per la partitocrazia a scapito della democrazia sostanziale. Naturalmente, la Corte Costituzionale non obbliga certo a votare con questa legge. Nelle righe finali del comunicato – in attesa del dispositivo della sentenza per il quale occorrerà attendere almeno un mese – si limita unicamente a porre la legittimità costituzionale e quindi l’immediata eventuale applicabilità dell’Italicum riformato. In altri termini, se i partiti volessero, potrebbero approvare un’altra legge elettorale, ciò che si sono ben guardati dal fare nei circa due mesi di tempo trascorsi dalla celebrazione del Referendum costituzionale. Ma i partiti sembrano tutti soddisfatti e a parole – come già era successo subito dopo il voto referendario – pronti per andare a votare al più presto [se si esclude Forza Italia che teme di vedersi scavalcare nei consensi dalla Lega di Salvini]: Grillo, che fa finta di non capire che la soppressione del ballottaggio gli toglie ogni possibilità di vittoria, lancia la campagna per il raggiungimento del 40% e per governare da solo [percentuale al momento irraggiungibile neppure se la sindaca Raggi avesse fatto rifiorire Roma]. Renzi pensa ai numeri con cui ha perso il Referendum, vagheggia una sorta di riedizione dell’Ulivo e, nel peggiore dei casi, si accontenta di Forza Italia per tornare a governare, tanto più che lo ha già fatto con Alfano e Verdini. E ancora: Salvini e Meloni che non vogliono perdere l’occasione di togliere seggi a Berlusconi, e via via tutti gli altri: i capipartito dello zero virgola o poco più che cercheranno di entrare nelle liste dei partiti maggiori e i capipartito di una “nuova” sinistra fiduciosi di superare lo sbarramento del 3%.

 Resta il problema di quando si andrà a votare davvero: in realtà non c’è solo Forza Italia a non volere le elezioni subito, ci sono i parlamentari di tutti gli schieramenti che com’è noto attendono di “scavallare” la data fatidica del 17 Settembre per avere diritto al vitalizio e che temono di non essere confermati nelle candidature dalle grandi manovre delle segreterie di partito, c’è il governo in carica che deve essere sfiduciato e c’è il Quirinale che giustamente vorrebbe armonizzare tra loro il Consultellum per il Senato e l’Italicum decapitato per la Camera, tanto più che entrambe le leggi elettorali sono parto della Consulta e non dei rappresentanti eletti dal popolo, e c’è il correntone democristiano del PD che, nello stile inconfondibile appreso in cinquant’anni di governo, strizza l’occhio alle cosiddette sinistre del partito e allo stesso Berlusconi che Referendum costituzionale e sentenza della Consulta hanno di fatto rimesso in gioco. Amen.


sergio magaldi

martedì 17 gennaio 2017

L'amore nel tempo di guerra in ALLIED di ROBERT ZEMECKIS

ALLIED- UN'OMBRA NASCOSTA, di Robert Zemeckis, USA, 2016, 124 minuti


 Il nuovo film del regista di Chi ha incastrato Roger Rabbit e di Forrest Gump non ottiene il giudizio favorevole della critica ma in compenso riscuote il consenso del pubblico e non solo in Italia. Le critiche della stampa americana per lo più si ripetono: nel ritenerlo un film inattuale, un omaggio tardivo al cinema classico e in particolare a Casablanca, nel valutare negativamente la sceneggiatura di Steven Knight, definita “flaccida” o alla maniera di Hitchcock, nella prevedibilità dei dialoghi, nel considerare elementari e scarsi gli effetti speciali, nel constatare quanta poca alchimia legata all’eros ci sia sullo schermo tra il rigido Max Vatan [Brad Pitt], il tenente colonnello dell’intelligence canadese e Marianne Beausejour [Marion Cotillard], l’incantevole e allegra militante della resistenza francese. E in effetti, qualcosa del genere si nota già al primo incontro tra i due, dove si tratta per così dire di fingere una finzione: far credere agli ospiti di un locale pubblico, tra i quali ci sono, seduti ai tavoli, nazisti tedeschi e francesi collaborazionisti di Vichy, che Marianne e Max che si vedono per la prima volta – opportunamente addestrati dai rispettivi servizi segreti per portare a termine una missione in Marocco, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale (siamo nel 1942) – siano moglie e marito. E, dove la Cotillard è naturale e al tempo stesso seducente e spigliata nel salutare e abbracciare davanti a tutti il falso marito, nelle sembianze di un uomo che non ha mai visto, Brad Pitt appare come distante e impacciato. E in fondo David  Rooney non ha tutti i torti nello scrivere su Hollywood Reporter che tra i due può scattare al massimo la tenerezza e non la passione travolgente, come sarebbe opportuno per un film romantico del tempo di guerra. In effetti, le scene di eros tra i due non sono mai coinvolgenti, nonostante l’atmosfera speciale in cui si svolgono o forse proprio per questo: la tempesta di sabbia nel deserto marocchino mentre fanno l’amore nell’abitacolo di un’automobile o lo scorrere delle lancette di un orologio, nell’attesa angosciosa per Max di ricevere una telefonata, quando sono già sul letto in procinto di amarsi. Annota in proposito Peter Travers che colloca Allied al quarto posto tra i peggiori film del 2016 – Rolling Stone (USA): “Che bel contenitore vuoto che è Allied. Nonostante la potenza della coppia di stelle formata  da Brad Pitt e Marion Cotillard, le loro scene insieme finiscono col non accendere il benché minimo barlume di una scintilla”. Non tutta la critica, tuttavia, si sofferma sulla cattiva performance di Brad Pitt e sul film di Robert Zemeckis ci sono anche giudizi positivi. Scrive Kelly Vance – Este Nay Express (USA): “Allied esplora i temi della guerra, della dipendenza e della natura umana in generale più di quanto riesca a fare qualunque altro film nelle sale in questo periodo”.
 Le recensioni italiane si dividono tra lo scimmiottare la stampa americana nel giudicare negativamente il film; il sottolineare i risvolti scandalistici di un reale flirt tra Brad e Marion [il recente divorzio tra Brad Pitt e Angelina Jolie, smentita decisamente dall’attrice francese ogni relazione con Brad, e con Angelina che ha motivato la richiesta di divorzio con gli scatti d’ira del marito e il suo consumo eccessivo di alcool e marijuana]; il riconoscere il valore e la creatività del regista senza approfondire il giudizio sul film; l’assumere una posizione intermedia e strategicamente ambivalente, come fa Andrea Pirruccio su www.cinema.it, allorché così conclude la sua recensione:“Testo stratificato e perciò godibile (o, a scelta, rifiutabile) a più livelli, Allied è cerebrale senza escludere la commozione e prevedibile pur se spesso spiazzante. Probabilmente, uno straordinario film sbagliato”. E, infine, tra i giudizi sicuramente positivi, quello di Davide Turrini su www.ilfattoquotidiano.it che innanzi tutto si toglie il capriccio di demistificare le critiche negative del film: “Casablanca non c’entra niente. I sabotatori dell’ennesimo capolavoro di Robert Zemeckis l’hanno fatta grossa. Abbiamo letto e sentito dappertutto che Allied rifà, richiama, ripete, ri-qualcos’altro il celebre film di Michael Curtiz con Humphrey Bogart e Ingmar Bergman, ma vorremmo sapere dov’è nata questa fandonia cinefila. Un depistaggio in piena regola”. Quanto al valore del film in sé così conclude Turrini: “Non si può dire di più se non sottolineare l’elegante confezione formale, l’inappuntabile ricostruzione d’epoca, il taglio verticale da brividi di ogni inquadratura (l’opposto dell’orizzontalità larga alla Tarantino o alla Inarritu) che rasenta la perfezione. Allied lo consigliamo non solo perché la materia dell’intrattenimento sposa la creatività di una personale idea di cinema, ma anche perché Pitt e Cotillard sono invitati finalmente a recitare da persone adulte. Lei c’era riuscita da tempo, riconosciuta perfino con l’Oscar nel 2008 nella Piaf de La Vie en rose, ma poi si era persa in evanescenti prove da Sunset Boulevard; Brad invece ha gigioneggiato parecchio tra registri grotteschi più o meno riusciti cercando di abbattere l’icona del manzo da copertina tutto mascella, occhio chiaro e petto infuori”.
 Giudizio, quest’ultimo, in gran parte condivisibile, perché se è vera una certa rigidità espressiva in Brad Pitt, questa è ampiamente compensata dalla straordinaria performance di Marion Cotillard; e se vero che l’eros non arriva a coinvolgere lo spettatore, è vero altresì che quella che David Rooney chiama “velata tenerezza” riesce da sola a imbastire una storia d’amore nel bel mezzo della guerra, dove i sentimenti sono custoditi tra inganni e segreti ma non per questo sono meno veri. Un lavoro esteticamente pregevole e che, non alla maniera ma come i film di Hitchcock, mantiene per tutto il tempo gli spettatori in un clima straordinario di suspense e che senza essere un film per intellettuali, come non lo sono tutti i film di Zemeckis, forse con la sola eccezione di The Walk, lancia un messaggio semplice e chiaro: le potenzialità della natura umana vanno oltre l’odio e le convenzioni.

sergio magaldi



lunedì 16 gennaio 2017

IL TRADIMENTO delle élite, secondo Rampini




 Nel suo libro più recente [Il Tradimento. Globalizzazione e Immigrazione. Le menzogne delle élite, Mondadori, Strade Blu, Novembre 2016, pp.198], Federico Rampini entra nel merito delle questioni più “calde” dell’attualità politica ed economica. “Nulla di nuovo sotto il sole”, per la verità, neppure nella tesi di fondo che sorregge la narrazione e dà il titolo al libro, perché il cosiddetto tradimento delle élite, ancorché ingigantito dai potenti riflettori di cui dispone la nostra epoca, non è fatto né nuovo né originale e dunque, a mio giudizio, non soltanto e non espressamente riconducibile al fenomeno della globalizzazione e dell’immigrazione di massa. Pure, le pagine introduttive del libro hanno il pregio di ricapitolare in sintesi rapida e brillante quanto è avvenuto e continua ad avvenire sotto i nostri occhi. Insomma, laddove Rampini fa il punto sull’ultimo e forse più grave [in ordine di tempo] “tradimento” delle élite, appare convincente:

“II mondo sembra impazzito. Stagnazione economi­ca. Guerre civili e conflitti religiosi. Terrorismo. E, in­sieme, la spettacolare impotenza dell'Occidente a go­vernare questi shock, o anche soltanto a proteggersi.
 Senza una guida, abbandonate dai loro leader sem­pre più insignificanti e irrilevanti, le opinioni pubbli­che occidentali cercano rifugio in soluzioni estreme. La vittoria di Brexit nel referendum in Gran Bretagna che ha sancito l'uscita dall'Unione europea. I messag­gi radicali di Donald Trump e Bernie Sanders che nel corso della campagna elettorale americana del 2016 hanno avuto un seguito inatteso, insperato, imprevi­sto fino a un anno prima. Le derive autoritarie in Po­lonia e Ungheria. Che si tratti di fenomeni durevoli o transitori, passeggeri o irreversibili, tutti hanno un ele­mento in comune: alla paura si risponde con la fuga in­dietro, verso il recupero di identità nazionali. Si cerca di alzare il ponte levatoio. Di isolarsi da tutto il male che viene da «là fuori».
 È una reazione comprensibile.
 È normale cercare di proteggersi dall'inaudita violen­za di attentati terroristici di matrice islamista sul suolo europeo: un'escalation che dopo «Charlie Hebdo» ha colpito ancora Parigi nel novembre 2015, Bruxelles nel marzo 2016, Nizza nel luglio 2016. L'America non è immune.
 Ed è normale cercare una via d'uscita dalla stagna­zione economica ultradecennale, che ha reso i figli più poveri dei genitori.
 Immigrazione e globalizzazione, sono i due feno­meni sotto accusa.
 Il grande tradimento delle élite spinge alla ricer­ca di soluzioni nuove... oppure antichissime. Quel tradimento è reale. Per élite intendo un ceto privile­giato che estrae risorse dal resto della società, per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici nella sfera di governo; capitali­sti, banchieri, top manager nella sfera dell'economia. Più coloro che hanno un potere indiretto attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l'egemonia culturale: intellettuali, pensa­tori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono den­tro anch'io.
 Il tradimento delle élite è avvenuto quando abbiamo creduto al mantra della globalizzazione, abbiamo teo­rizzato e propagandato i benefici delle frontiere aper­te: e questi per la maggior parte non si sono realizzati. Quando abbiamo continuato a recitare un'astratta re­torica europeista mentre per milioni di persone l'euro e l'austerity erano sinonimi di un grande fallimento.
 Il tradimento delle élite si è consumato quando ab­biamo difeso a oltranza ogni forma di immigrazione, senza vedere l'enorme minaccia che stava maturan­do dentro il mondo islamico, un'ostilità implacabile ai nostri sistemi di valori.”

 Con il consueto e impeccabile stile giornalistico, tra aneddoti del vissuto personale, osservazioni più o meno condivisibili e una certa ostentata soddisfazione per la recente acquisizione della cittadinanza americana [tanto maggiore per chi come lui cominciò la sua attività giornalistica su “La Città Futura”, settimanale della Federazione Giovanile Comunista],



Rampini si muove tra Italia e Usa, neppure dimenticando la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. Se “L’America non è il paradiso terrestre”, l’Italia sembra più vicina all’inferno: negli USA, “pur tra tanti squilibri, la ricchezza ha ripreso a circolare, l’economia si è rimessa in movimento”, in Italia è allarmante la disoccupazione giovanile, il sistema pensionistico è a rischio, perché “gli assegni ai pensionati vengono pagati via via che dai lavoratori attivi si prelevano i contributi. È un flusso di cassa, da chi lavora a chi sta in pensione. Se si ferma il flusso, lo Stato deve metterci del suo: e ha già debiti  oltre il 120 per cento del Pil. Come si può pensare che questo sistema regga, e che continui a pagare i pensionati prossimi venturi, se il mondo del lavoro sarà fatto di giovani che guadagnano fra gli 800 e i 1500 euro al mese?” [pp.88-89]. Le ragioni della crisi italiana sono molteplici, ma tutte riconducibili ad una classe dirigente imbelle e cialtrona che continua a incoraggiare e  proteggere il corporativismo: dall’eccessiva tolleranza nei confronti del comportamento dei dipendenti pubblici al nepotismo imprenditoriale, giornalistico e universitario, dalla mancanza di politiche sociali per ridurre le disuguaglianze alla corruzione, alle raccomandazioni e ai tanti favoritismi [pp.90-93].
 L’analisi di Rampini, talora ineccepibile, perché racconta ciò che è sotto gli occhi di tutti, non esclude tuttavia qualche elemento di incorerenza. A cominciare dalla globalizzazione – da lui ritenuta lo strumento principale del tradimento delle élite – che sarebbe agli sgoccioli [Globalizzazione addio, si intitola il V capitolo del suo libro], non solo per via di una crescente autocritica, un po’ ovunque nel mondo, delle stesse élite, e  per l’affermarsi della glocalizzazione – così il sociologo Zygmunt Bauman chiama il fenomeno dell’adattamento del globalismo economico alle realtà locali – ma soprattutto per le prese di posizione di Trump contro l’immigrazione di massa e la delocalizzazione delle imprese. A seguire con l’affermazione che la Cina non ha alcun interesse a interrompere un fenomeno che l’ha portata ad essere la più grande potenza economica del mondo e che le nuove regole del mercato per fronteggiare lo strapotere cinese, in gran parte determinato dalla globalizzazione, stentano a decollare. Il Tpp [Trans Pacific Partnership] o accordo di libero scambio siglato lo scorso ottobre dagli Usa con 11 paesi dell’area del Pacifico, non sembra infatti sufficiente a interrompere e neppure a limitare lo sviluppo cinese, in mancanza dell’approvazione del Ttip [Transatlantic Trade and Investment Partnership] tra USA e Unione Europea [UE], di cui si parla ormai da oltre tre anni. Ma il Ttip – mi chiedo – tra paesi che rappresentano la metà del Pil mondiale, è davvero in grado di modificare le attuali storture del mercato globale o non si rivelerebbe addirittura dannoso, come più di uno studio dimostra, per i diritti dei produttori e dei consumatori, soprattutto europei e in particolare italiani, considerata la produzione ancora eccellente del “made in Italy”? Senza neppure considerare le ripercussioni sul piano politico e in ultima analisi sul ruolo della democrazia. Perché se è vero, come sostiene Rampini, che la democrazia è in crisi ovunque nel mondo occidentale per la crescente proletarizzazione della classe media, che senso ha lanciare un appello, alla fine del libro, per “Salvare la democrazia”, in un mondo che ha liquidato la classe di riferimento delle istituzioni democratiche, e i cui valori sono determinati unicamente dalla guerra dei Pil, gestite dalle élite, con scarsa attenzione al benessere sociale della collettività e alla volontà dei cittadini?


sergio magaldi   

mercoledì 14 dicembre 2016

REFERENDUM: VINCE IL POPOLO SOVRANO O LA PARTITOCRAZIA?




 Il voto referendario è stato esaminato sotto ogni possibile aspetto e significato: i giovani, le regioni meridionali, le periferie, i poveri hanno votato in netta maggioranza per il No; gli anziani, le regioni del nord, i centri storici, i ricchi hanno votato mediamente e in prevalenza per il . Il dato incontestabile, ancorché di vago sapore manicheo, offre diverse riflessioni. La prima, da più parti messa in evidenza, è che non si è votato sulla riforma costituzionale ma sulla condizione sociale in cui versa questo Paese ormai da circa vent’anni, con una oligarchia stabile della ricchezza e del potere, la falcidia premeditata dei redditi medi e bassi in conseguenza dell’avvento dell’euro, la proletarizzazione della classe media, la cinesizzazione del lavoro, la crescente disoccupazione giovanile, la corruzione dilagante, il flusso migratorio inarrestabile e così via.

 Ogni partito politico non rappresentato sui banchi di governo aveva la sua fetta di buone ragioni per invitare i propri elettori a dire un No chiaro e tondo: l’unico modo pacifico per manifestare il dissenso politico e credere di contare ancora qualcosa in questa democrazia malata che non riesce neppure a varare una legge elettorale. Chi si è offerto alla bisogna come capro espiatorio? Diamine! Non poteva che essere  Matteo Renzi, l’ex sindaco di Firenze che da anni, nel bene e nel male [vedi in proposito il post del 22 Giugno 2016: “Gli errori di Matteo Renzi” e clicca sul titolo per leggere], si agita nel tentativo impossibile di muovere le acque chete e torbide di una società ormai alla deriva. Solo un uomo come lui, dotato di grande presunzione e di altrettanta leggerezza, poteva offrirsi per questo rito di espiazione invocato da un’intera classe politica, vera responsabile dell’abisso in cui è precipitato il Paese.

 La cerimonia è perfettamente riuscita e ogni partito politico, compreso il 20% del Pd guidato da Renzi, può rivendicare per sé un qualche merito nell’intestarsi la vittoria del popolo sovrano. In realtà, gli italiani hanno fatto quello che gli stessi partiti – alternatisi al governo negli ultimi vent’anni con i risultati che abbiamo sotto gli occhi [con l’eccezione del M5S, in campo solo da tre anni] – gli hanno chiesto di fare. Ed ecco la riflessione più semplice e meno considerata: più che una vittoria di popolo, come si sente ripetere da destra e da sinistra, è stata una festa della partitocrazia, non solo perché sono popolo sia gli oltre 19 milioni di voti del No che gli oltre 13 milioni di voti del Sì, quanto perché il voto, pur con le motivazioni sociali che lo giustificano, riflette le percentuali attribuite ai singoli partiti dagli ultimi sondaggi elettorali e che, al di là del trasformismo che, in mancanza del vincolo di mandato per gli onorevoli, ha frazionato il Parlamento in 23 gruppi parlamentari, rispecchia mediamente – con l’eccezione del centrodestra dove la Lega ha rovesciato a proprio vantaggio il rapporto con Forza Italia – i risultati elettorali delle ultime elezioni politiche del 2013. I sondaggi del TG di la 7 del 28 Novembre e del 4 Dicembre [non diversamente da altre fonti] attribuiscono ai partiti del No una percentuale oscillante tra il 68,2 e il 68,7 [M5S-Lega Nord-Forza Italia-Fratelli d’Italia-Sinistra Italiana-Pd minoranza] e ai partiti del Sì una percentuale tra il 28,5 e il 28,6 [Pd maggioranza-Ncd-Udc]. Il risultato referendario modifica soltanto in parte le potenzialità elettorali degli schieramenti in campo: circa 9 punti in meno per il fronte del No [59,11%] e circa 12 punti in più per il fronte del [40,89%].

 Nella sostanza, dunque, il popolo italiano, com’è nella sua storia,  si conforma alle indicazioni dei partiti. La riflessione, banale quanto si vuole e per questo poco esercitata dagli addetti ai lavori, non è senza conseguenze. La prima è che il popolo sovrano non ottiene alcun vantaggio da questa “straordinaria” vittoria. La seconda è che neppure un mago avrebbe potuto quasi raddoppiare la percentuale di base di cui disponeva il fronte del Sì e averlo creduto possibile da parte di Renzi non è stato solo un peccato di ubris e di temerarietà, che in fin dei conti riguarda solo il suo destino personale, ma è prima di tutto ciò che ne fa un uomo politico di una ingenuità sconcertante che ha finito col vendere illusioni ai suoi stessi elettori e a quanti avevano creduto di vedere in lui il volto finalmente nuovo della politica italiana. Nulla è per sempre e può darsi benissimo che per il futuro egli faccia tesoro della lezione. La terza è che si parli di grande sorpresa per il risultato da parte di chi [e sono in tanti] non era accecato dal cupio dissolvi del premier. Quando Forza Italia, come sempre inaffidabile per la natura stessa di chi la guida e di chi ne fa parte, lo ha lasciato col cerino in mano – dopo aver fatto parte della maggioranza parlamentare che aveva approvato la riforma costituzionale – saggezza avrebbe voluto che il Referendum fosse “spacchettato” – come avevano proposto i radicali – in tre o quattro quesiti: 1)Superamento del bicameralismo perfetto, togliendo al Senato rimasto elettivo solo l’approvazione delle leggi ordinarie, 2)Soppressione del CNEL, 3)Riforma del titolo V, parte II, della Costituzione, 4)Riforma sui referendum costituzionali e le leggi di iniziativa popolare.

 Con molta probabilità su tre dei quattro quesiti avrebbe prevalso il Sì, mentre il No avrebbe bocciato la riforma del titolo V perché contraria agli interessi di campanile. Comunque sia, sarebbe stato un voto molto più referendario che politico e il governo non ne sarebbe stato toccato. Ma Renzi ha preferito “tutto o niente” e al sistema partitocratico, giocando la facile partita del “tutti contro uno”, non è parso vero invitare i propri elettori a rispondere “niente”.


sergio magaldi