lunedì 15 ottobre 2018

RIPENSARE GIUDA, parte III


 

 Pubblico in tre parti questo interessante post di Fulvio Canetti che invita un ipotetico amico cristiano a ripensare in una chiave nuova e diversa la figura di Giuda Iscariota, anche nella prospettiva di soffermarsi finalmente su Gesù ebreo.


 Da tempo, Canetti nei suoi scritti si rivolge ai cristiani nel tentativo di demolire l’accusa di cosiddetto deicidio imputata agli ebrei, accusa che, nel corso della storia, ha prodotto non pochi danni al popolo ebraico.


SEGUE DA:






Caro amico,

 I Vangeli, nonostante il loro intento apologetico, sembrano conservare il ricordo di questa ''crisi messianica'' nascente, per cui le parole di Gesù :''Il tempo si è compiuto e il regno di D-o è vicino, pentitevi'', sono tutte da rimandare al suo ritorno, secondo la visione escatologica della  primitiva Comunità di ebrei-cristiani di Gerusalemme. 

 Tale storia deve essere riletta in chiave temporale, dando al popolo ebraico quello che appartiene a questo popolo, cioè un Gesù ebreo-zelota, estraneo ai dogmi della incarnazione e della Trinità, che combatte per la libertà della sua Terra.  Ad appesantire poi il discorso, troviamo nel mondo cristiano, un Giuda, collocato nel profondo inferno dantesco insieme a Bruto e Cassio, oppure un Giuda che'' bacia'' Gesù nella cappella degli Scrovegni, nella città di Padova. A rincarare la dose, giunge nell'anno del Signore 2006, l'omelia di Papa Benedetto 16°  che definisce Giuda un bugiardo e un  doppio-giochista, per cui nessuna riabilitazione per questo individuo  è possibile. 

 Devi convenire con me, caro amico, che senza la determinazione di Giuda nel credere nella regalità messianica di Gesù, questi non sarebbe mai  entrato nella città di Gerusalemme sul dorso di un asino bianco, acclamato dal popolo Re Messiah. Sarebbe rimasto un predicatore come tanti! Gesù e Giuda sono personaggi che si muovono in campi d'azione diversi, ma hanno la stessa identità ebraica, nel voler liberare la Giudea dal giogo di Roma. ''Dare il tributo a Cesare'', era considerato un tradimento intollerabile dagli Zeloti, ragion per cui  è impensabile che sia stato detto da Gesù, che mai ha ''criticato''  la setta degli Zeloti, come invece ha fatto, anche con violenze verbali,  contro  Farisei e Sadducei.

 Inquadrare Gesù solo nel suo aspetto storico, è limitativo per questo personaggio, unico nel suo genere e in odore di essere il Re Messiah d'Israele. Bisogna pertanto gettare uno sguardo su quanto ha predicato riguardo alla Legge di Mosè (Torah). Anche in questa circostanza,   è sempre  Giuda il personaggio chiave per una ragionevole  comprensione. Nel ritrovato vangelo di Giuda, come nei Sinottici, viene riportato l'evento straordinario della sua Resurrezione. Giuda fatica a comprendere l'evento spirituale, per cui Gesù ride, dicendogli:'' La tua stella ti svia'' (Giuda 9,15). Non lascia però Giuda nell'ignoranza e  promette di aiutarlo. Giuda allora racconta il suo sogno, dove si è visto lapidato da dodici persone intenti ad eseguire sacrifici cruenti. Sono i dodici discepoli che non riescono a comprendere la dimensione spirituale della resurrezione (Giuda 11,1). Per comprenderla,  bisogna guardarla con gli occhi dell'anima, senza credere che sia un'illusione. Gesù spiega a Giuda che chiunque intraprenda un cammino spirituale e critichi le Potenze di questo mondo, sarà sempre perseguitato, ma alla fine dei tempi egli regnerà su di loro (Giuda 9,26). Giuda allora si rende conto che sarà demonizzato per aver obbedito all'ordine del Maestro di consegnarlo ai sacerdoti. Questo linciaggio morale di Giuda inizia negli stessi Vangeli dove, nell'ultima cena, Luca afferma che '' Il Satan entrò in Giuda, chiamato  Iscariota''(Lc 22,3).

 Nonostante le terribili calunnie fatte contro Giuda, risulta chiaro che questi sia stato il primo ''martire cristiano''. Giuda sa bene che nel momento in cui egli consegnerà Gesù, verrà lapidato dagli stessi discepoli, come accaduto nel sogno e come accadrà nella realtà. Giuda sa anche che verrà ucciso nel suo guscio mortale, mentre la sua anima troverà dimora tra le ali misericordiose del D-o d'Israele. Tenere ''il soffio vitale'' (ruah Eloqim), imprigionato nell'oscurità dell'odio, invece di farlo salire  alla luce dell'amore, come insegnato da Gesù, è una ''profanazione'' del Nome di D-o (Giuda 13,14). E' stato Giuda a permettere la ''Resurrezione'' dell'anima imprigionata nel corpo mortale di Gesù, che i demoni hanno poi chiamato ''tradimento''.

 Ripensare Giuda significa conoscerne l'identità ebraica nonché la  missione che egli compie nella storia del suo popolo. Giuda salva  Giuseppe dalla morte, vendendolo per 20 denari (Gn 37,27) ai carovanieri ismaeliti, che  porteranno questi in Egitto,  dove nascerà il popolo ebraico. Giuda vende Gesù per 30 denari (Mt 27,3) non per un vile atto delatorio, ma affinché questi venga riconosciuto Messiah in Israele e dalle Nazioni del mondo. Giuda è un personaggio iniziatico della Scrittura, che appare nella storia dell'uomo per dare luce e speranza alle future generazioni della terra. Chi è il figlio dell'Uomo se non lo stesso Giuda? E' stato invece presentato dalla narrazione evangelica come un vile traditore, mentre era in accordo con la Tradizione del suo Maestro osservante della Legge: '' Non pensiate che sia venuto ad abolire la Legge, ma sono venuto per darle compimento'' (Mt 5,17). Ricamare su Giuda per demonizzarlo ed estendere questa calunnia al popolo ebraico, incolpando tutti i Giudei dei mali del mondo, è stato ed è ancora diabolico. Vedere la  ''pagliuzza nell'occhio degli ebrei per non vedere la trave nel proprio occhio (cristiani)'' è stata e ancora sarà la causa dell'antisemitismo.

 Giuda Iscariota invece, riteneva Gesù un futuro Re Messiah d'Israele e l'ha consegnato  alle Autorità religiose, perché stanco di aspettare una loro dichiarazione pubblica. Voleva forzare la situazione, chiamando a raccolta il popolo per l'obiettivo politico di liberare la Giudea dal giogo romano, in accordo con la rivolta degli zeloti.

 Ora, caro amico, ti chiedo una cosa importante, anzi importantissima: il mio modesto studio su ''Ripensare Giuda'' ti ha fatto  riflettere sulla identità del personaggio biblico? Puoi trovare nei suoi confronti una giusta misura nel giudizio, oppure hai bisogno che Gesù stesso ritorni a spiegarti la verità? In attesa di un sincero riscontro, ti invio un fraterno shalom da Jerushalaym.

Fulvio Canetti



domenica 14 ottobre 2018

DA STANOTTE L’ITALIA DEL CALCIO NELLA B EUROPEA?





 Stando ai risultati degli ultimi tempi – persino peggiori di quelli che nella gestione Ventura ci hanno portato fuori dai mondiali – l’Italia del calcio rischia di scendere nella serie B della UEFA NATIONS LEAGUE. La partita di questa sera in casa della Polonia diventa decisiva in ogni senso. Con una sconfitta la nazionale azzurra sarebbe matematicamente retrocessa, con una vittoria praticamente salva, mentre il pareggio rimanderebbe tutto alle prossime partite: Italia – Portogallo e Portogallo – Polonia.

 Alla vigilia, Mancini dichiara ineffabile: “Vogliamo vincere, ma se perdiamo non è un dramma”. Premesso che la crisi del calcio italiano ha motivazioni precise, come scrivevo tra l’altro in un precedente post [“L’Italia alla ventura già fuori del mondiale” del 13 novembre 2017: “Scontiamo la politica di questi anni, anzi la non politica calcistica che ha prodotto soltanto l’esperimento pilota del VAR (Video Assistant Referee) che lascia comunque e sempre l’ultima parola all’arbitro, ma si continua a permettere alle squadre italiane di tutti i campionati di schierarsi in campo anche con 11 giocatori stranieri. Scontiamo la nomina, così come in altri settori nevralgici della vita nazionale, di dirigenti scelti con criteri clientelari”], resta vero che molto dipende anche dalle capacità del selezionatore azzurro di utilizzare al meglio quel poco che in fatto di qualità resta del calcio italiano. Scrivevo ancora nell’occasione: “Conte, con la sua organizzazione di gioco, con la sua capacità  di trasmettere ai giocatori una volontà ferrea, ha dimostrato […] di poter giocare alla pari contro le nazionali più forti come Spagna, Germania etc.”.

 Ebbene, se si guarda alla probabile formazione con cui l’Italia affronterà questa sera la Polonia, è lecito osservare che la difesa può contare su Chiellini e Bonucci, collaudati efficacemente in tante partite internazionali, il centrocampo su giocatori di successo e di esperienza  come Verratti e Jorginho e l’ attacco su Bernardeschi che ha già mostrato il proprio valore in Champions, su Insigne che, rilanciato da Ancelotti, è divenuto il miglior attaccante del Napoli e infine su Chiesa che la critica ha spesso considerato come la più grande promessa del calcio italiano. Quanto al portiere, Donnarumma non dovrebbe far rimpiangere Buffon, qualche dubbio per la sua discontinuità invece su Pellegrini, il terzo centrocampista che verrebbe affiancato ai  due giocatori del Chelsea e del Paris Saint Germain. Senza voler fare il gioco delle figurine, i calciatori che ho nominato dovrebbero bastare contro una Polonia non irresistibile. Resta – è vero – qualche perplessità: l’utilizzo insieme dei tre attaccanti, ma soprattutto Florenzi terzino. Nella Roma è spesso impiegato in questo ruolo, ma solo per mancanza di alternative, tant’è che di recente è stato sostituito da un Santon rigenerato. Strano davvero che un allenatore esperto come Mancini non lo abbia capito, allora il dubbio sul rendimento della nazionale azzurra di questa sera sembra dipendere più che altro dalla capacità del nuovo allenatore di dare un gioco e una organizzazione alla squadra. Vedremo.


sergio magaldi

martedì 9 ottobre 2018

RIPENSARE GIUDA, parte II




 Pubblico in tre parti questo interessante post di Fulvio Canetti che invita un ipotetico amico cristiano a ripensare in una chiave nuova e diversa la figura di Giuda Iscariota, anche nella prospettiva di soffermarsi finalmente su Gesù ebreo. 


Segue da:



PARTE II


Caro amico,

 Nel Vangelo di Giuda (15,3) è scritto:'' Tu (Giuda) sarai maggiore tra loro (Apostoli) perché sacrificherai l'uomo che mi riveste''. Questa descrizione rivela la missione ''escatologica'' , a cui Giuda era chiamato, che non trova riscontro nei Vangeli sinottici, dove viene persino demonizzato.  Il quarto evangelista, Giovanni, nell'episodio dell'unzione di Gesù a Bethanya, da parte di una donna,  in casa di Simone il lebbroso, definisce Giuda un ''ladro e un menzognero''.(Gv12).

 Una volta arrestato dalle guardie del Tempio, Gesù venne condotto nella casa del Gran Sacerdote. Devi convenire con me, che questo è fuori dal comune, in quanto Gesù, come ribelle, sarebbe dovuto essere arrestato dalle guardie di Pilato.  La chiave di comprensione di questa vicenda, si può trovare nel piano architettato da Giuda, che aveva rapporti con gli ambienti sacerdotali del Tempio.      

 Allora Giuda Iscariota andò dai sacerdoti e disse loro: '' Cosa volete darmi, perché ve lo consegni ?''(Mt 26,14) Giuda aveva compreso l'originalità e la novità storica di Gesù, per cui era questa, un'occasione da non perdere, affinché ricevesse da Caifa l'unzione ufficiale di Re Messiah. Diversamente dagli altri apostoli, egli viveva nella Giudea ed era in rapporto diretto con i sacerdoti del Tempio, ragion per cui era la persona giusta, nel momento giusto, per far quadrare il piano organizzato insieme al Maestro.

 Gesù, dopo l'arresto, non fu portato nella prigione di Pilato, come sarebbe stato più realistico, ma venne condotto nella casa privata del Gran Sacerdote, per essere interrogato, sui disordini scoppiati nel Tempio. L' interrogatorio, contrariamente a quanto sostiene la narrazione evangelica, fu di  carattere politico, non ''religioso''. Pertanto la scelta  dei Sacerdoti fu oculata: mettere  Gesù,  nelle mani della giustizia di Roma, accusandolo di ribellione contro l'impero, per essersi proclamato Re dei Giudei. Accusa pesante che prevedeva, per il diritto romano, la pena di morte.

 La ''cacciata dei mercanti'' dal Tempio, fu il campanello d'allarme per l'aristocrazia sacerdotale, che temeva la perdita del suo potere. Fin tanto che Gesù predicava in Galilea, faceva miracoli come guaritore ed altro, poteva essere tollerato, ma mettere le mani sul tesoro del Tempio, significava attaccare il potere dei Sacerdoti. Giuda capì allora che il suo piano era andato in frantumi e capì anche che  il prossimo a pagarne le conseguenze, sarebbe stato egli stesso. ''Ho peccato perché ho ''consegnato''  sangue innocente e pentitosi riportò i trenta denari ai Sacerdoti.'' (Mt 27,3) Il testo in questa occasione usa giustamente la parola ''consegnare'' non tradire. Cosa significa tutto questo? Se Giuda con il suo tradimento premeditato aveva raggiunto lo scopo di arricchirsi, per quale motivo restituiva il denaro, ora che Gesù si avviava verso il patibolo? I giochi erano stati fatti e poteva benissimo tenersi in tasca la somma ricevuta. Giuda in realtà era il ''traditore fedele'' del suo beneamato Maestro, che voleva far conoscere ai capi del popolo e al mondo intero come il Messiah d'Israele.

 In base a queste osservazioni si può comprendere quanto sia  stata ''lacunosa storicamente'' la narrazione evangelica, nel voler nascondere l'attiva partecipazione di Gesù al movimento di liberazione zelota e presentarlo come una Divinità universale, senza alcuna identità. Questo ''velo'' fatto scendere dalla narrazione evangelica, sui fatti accaduti, ha creato dubbi, rancori e vendette, nelle menti dei fedeli cristiani verso il popolo ebraico.

 Marco, il primo evangelista, da cui hanno attinto Luca e Matteo, viveva in Roma. Non poteva essere un testimone oculare, né del Processo né della Passione di Gesù, per cui è presumibile che egli volesse presentare, una sua interpretazione filo-romana e anti-giudaica degli eventi, per accattivarsi le simpatie e la protezione del potere imperiale.
  
 Giuda però, con assoluta certezza, viene descritto dalla narrazione, come un traditore, responsabile della morte del suo Maestro. Capisco che scrivere contro Roma, sarebbe stato per gli Evangelisti un suicidio, ragion per cui Pilato viene presentato come un giudice clemente (lavaggio delle mani!) nei confronti di un ribelle zelota. Sappiamo invece dagli storici Giuseppe Flavio e Cornelio Tacito, che appendere gli ebrei alle croci era la passione di questo crudele Governatore e Gesù di certo non fece eccezione. Sottomettersi a Cesare equivaleva, secondo gli Zeloti, a tradire il Signore, il D-o d'Israele. Gesù aveva  lo stesso programma politico: ripulire il Tempio di Gerusalemme dalla corruzione dei Sacerdoti e cacciare l'occupante romano dalla Giudea, considerata Terra del Signore, eredità del popolo ebraico. Di fronte a questo programma politico-religioso, Gesù è stato un  Messiah perdente, bruciato sulla croce. Gli stessi Apostoli, che erano già fuggiti durante il suo arresto, rimasero impotenti, come scritto:'' Noi speravamo che fosse lui (Gesù) quello che avrebbe liberato Israele''. (Lc 24,21)

 Il messianesimo predicato dagli Zeloti, difatti possedeva una identità nazionale, di cui  Gesù era ben consapevole. Due ostacoli però si presentavano alla sua realizzazione: il dominio romano e l'aristocrazia sacerdotale, per cui il loro Potere doveva essere abbattuto. Giuda progettò l'ingresso di Gesù in Gerusalemme durante la Pasqua, in modo che il popolo lo acclamasse Messiah. Fu questo un atto di sfida al Potere politico-religioso, per cui la rivolta venne repressa nel sangue dai Romani. Il tutto si risolse in un fallimento, che portò al successivo  arresto di Gesù nel Gat Shemàni e alla sua condanna a morte, per ''sedizione'' contro l'impero emessa da Pilato. 

[s e g u e ]

Fulvio Canetti

domenica 7 ottobre 2018

Un nuovo commento ebraico-cristiano della Bibbia

Fulvio Canetti a sinistra [coautore del commento con Marcello Cicchese] insieme a Gianluigi Benedetti ambasciatore italiano in Israele durante la presentazione del libro a Tel Aviv



Scrive Fulvio Canetti:

 Il tema del libro riguarda un commento alla Bibbia sia da parte ebraica che cristiana. Il presente lavoro è destinato a coloro che hanno difficoltà a leggere la Bibbia nella sua lingua originale, l’ebraico. Ecco cosa scrive il pastore Ivan Basana alla presentazione del libro a Torino in occasione del Congresso EDIPI:

 E’ una singolare opera scritta a quattro mani, paragonabile a quanto troviamo in campo musicale con le sonate per pianoforte che annoverano autori come Bach, Brahms, Mozart ed altri. Una su tutte le sonate a quattro mani mozartiane, è stato definito dai musicologi ‘’dalla delizia al capolavoro’’.

 Leggendo “Sta scritto’’ non voglio sbilanciarmi sul termine capolavoro, ma posso senz’altro affermare che ho trovato delizioso il tempo che vi ho dedicato per la revisione del testo.’’








sabato 6 ottobre 2018

DALLA FLAT TAX ALL'AUMENTO DELLE TASSE: FAKE NEWS?







  Da ieri è voce ricorrente sui media che il governo M5S – LEGA, per far fronte alle spese previste in bilancio per le riforme [reddito di cittadinanza, riforma legge Fornero, riduzione aliquote fiscali per imprese e partite IVA etc…], tra le altre misure [DEF al 2,4 – pace fiscale etc…] avrebbe in programma l’aumento dell’acconto IRPEF. Leggendo la notizia sui giornali e ascoltandola ai telegiornali, ho subito pensato all’ennesimo attacco contro il governo gialloverde, attacco che da mesi sembra diventato lo sport preferito non solo e non tanto delle opposizioni [ciò che è del tutto naturale] ma della maggior parte degli organi di informazione del nostro Paese, opportunamente affiancati dai notabili di Eurogermania.

 A dirla tutta, a me la notizia sembra incredibile. Non solo perché dalla promessa elettorale della Flat Tax o quantomeno dalla auspicabile riduzione delle aliquote fiscali si passerebbe ad un vero e proprio aumento delle medesime, quanto perché l’ultimo aumento dell’acconto IRPEF si ebbe nel 2013 con il governo delle larghe intese di Enrico Letta [28 aprile 2013-22 febbraio 2014] che comprendeva 8 ministri del PD, 4 del PDL oltre a 3 ministri  indipendenti e 1 ministro ciascuno di Scelta Civica, Popolari per l’Italia, Unione di Centro, Radicali Italiani.

 Ministro dell’Economia era allora Fabrizio Sarcomanni e con l’art. 11 DL n.76/2013, si decise di portare l’acconto IRPEF dal 99 al 100% e l’acconto IRES dal 100 al 101%. Misure ritenute utili a far scendere lo spread che allora come oggi era attorno a quota 300. Una misura dunque, l’aumento dell’acconto IRPEF, che i governi di centrosinistra e di centrodestra hanno cavalcato nel tempo, portandolo poco a poco sino a quello che si riteneva il massimo, cioè il 100%. E invece - secondo quella che auspico sia soltanto una fake news - l’acconto IRPEF continuerebbe ad aumentare, di quanto? Dal 100 al 101% o addirittura al 102%? Ricordo per tutti che l’acconto Irpef è quello che si paga sul futuro reddito tra luglio [40%] e novembre [60%]. Perciò, il contribuente con un reddito lordo annuale di 28.000 Euro [corrispondenti a 1618 Euro mensili netti x 13 mensilità] verserebbe nel giro di un anno, tra acconto e saldo per il 2018, 6960 Euro, mentre tra luglio e novembre 2019 verserebbe 7030 Euro [aumento acconto al 101%] o 7099 [aumento acconto al 102%]. Naturalmente, in forza dell’aliquota progressiva, il contribuente con reddito di 55.000 Euro [corrispondenti a 2906 Euro mensili netti x 13 mensilità] verserebbe di più: tra acconto e saldo per il 2018, 17220 Euro, e tra luglio e novembre 2019, con l’aumento dell’acconto  al 101%, 17392 Euro e, con l’aumento dell’acconto al 102%, 17564 Euro.

 D’altra parte, se “la voce” riguardasse unicamente la ripartizione dell’acconto tra luglio e novembre 2019 e cioè non più rispettivamente il 40 e il 60%, ma, per esempio il 50 e 50%, il governo otterrebbe solo un vantaggio per l'’immediato, ma incasserebbe meno a fine anno. Insomma, sarebbe una misura inutile e - si direbbe - destinata ad avere più soldi per mantenere alcune promesse elettorali, prima delle prossime elezioni europee di fine maggio 2019.  

 L’auspicio è che il governo voluto dalla maggioranza degli italiani con il voto del 4 marzo si affretti a smentire queste voci, non solo nel rispetto degli elettori, ma anche ad evitare già dai prossimi mesi una notevole contrazione dei consumi che porterebbe quasi certamente ad una decrescita del PIL.

sergio magaldi

venerdì 5 ottobre 2018

RIPENSARE GIUDA, parte I






 Pubblico in tre parti questo interessante post di Fulvio Canetti che invita un ipotetico amico cristiano a ripensare in una chiave nuova e diversa la figura di Giuda Iscariota, anche nella prospettiva di soffermarsi finalmente su Gesù ebreo.

 Da tempo, Canetti nei suoi scritti si rivolge ai cristiani nel tentativo di demolire l’accusa di cosiddetto deicidio imputata agli ebrei, accusa che, nel corso della storia, ha prodotto non pochi danni al popolo ebraico. In tale contesto, egli non risparmia le sue critiche contro gli allora sacerdoti del Tempio di Gerusalemme.

 Di seguito le copertine di alcuni libri pubblicati dall’autore.    









                                                       
  Caro amico,

 in riferimento al libro '' Amare Israele'', che tu forse hai avuto modo di leggere, voglio dirti, che un dialogo a senso unico è inutile da ambo le parti. Per questo, metto subito le mani avanti. Un ''Gesù'' legato ai dogmi  cristiani, non mi interessa, voglio dialogare con te su un Gesù ebreo, che parlava ad altri ebrei, nel predicare  il regno di D-o, promesso dalle Scritture.  

 Gesù aveva dissapori, sia con l'aristocrazia del Tempio (Sadducei) collaborazionista con Roma, sia con la setta dei Farisei, come si evince dalla narrazione evangelica. Nessuna critica invece viene rivolta alla setta degli ebrei''zeloti'', che combattevano l'occupazione romana della Giudea.  Luca, (6,16) riferisce che tra gli apostoli di Gesù vi era anche uno zelota chiamato Simone il ''cananeo'',  cosa questa, che gli altri evangelisti nascondono e ne spiegherò in seguito le ragioni. È da notare che  la predicazione di Gesù, si svolse in Galilea,  terra di rivolte contro Roma, capeggiate da Giuda il Galileo, crocefisso dai romani dopo la presa di Zippori, roccaforte dove questi si era rifugiato. Con molta probabilità, Gesù  durante la sua gioventù avrà avuto contatti con gli zeloti, fino a diventarne un simpatizzante  e forse anche un capo carismatico. I  Vangeli sinottici sono privi di notizie sulla formazione politica-religiosa di Gesù, per cui è possibile ritenere che questa sia avvenuta proprio negli ambienti dei zeloti, che avevano una profonda conoscenza della Tradizione ebraica (Torah). Il fatto che sia  i Sinottici che gli Atti, tacciano riguardo  ai  zeloti, aumenta il sospetto di voler nascondere le simpatie di Gesù per questa setta, che combatteva per  liberare il popolo ebraico dalla oppressione di Roma nella Giudea.

 Gli zeloti si rifiutavano di dare  il ''tributo a Cesare'', essendo la Terra d'Israele  proprietà del Signore, e questa loro scelta creò  anche una rottura con il clero del Tempio di Gerusalemme, che usava le decime offerte dalla popolazione per foraggiare l'occupazione romana. Su questo punto del tributo, gli zeloti erano ''irremovibili'', per cui la nota espressione attribuita a Gesù'' date a Cesare quello che è di Cesare'' è stata riportata, per presentarlo come un pacifista pro-romano, amico di Cesare. Nel  Vangelo di Matteo invece è scritto: ''Non crediate che sia venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada''. (Mt 10,34) E quando gli Apostoli gli dicono:''Signore ecco due spade'', Gesù risponde: ''Sono sufficienti'' (Lc 22,36). Un pacifista non parlerebbe in questo modo!

 Il pacifismo era sconosciuto agli zeloti, biasimati per la loro intransigenza verso Roma dallo stesso Giuseppe Flavio durante l'occupazione di Gerusalemme. Ora bisogna chiedersi:'' Per quali ragioni Gesù lasciò la Galilea per recarsi a Gerusalemme in occasione della Pasqua ebraica?'' I vangeli sinottici non danno alcuna spiegazione. Gesù sembra apparire sulla scena di questa città, come per magia, in compagnia degli Apostoli, intento a sfidare il potere di Roma e dei Sacerdoti. Può sembrare un'armata ''Brancaleone'' in movimento dalla Galilea, senza un piano preciso, ma in realtà il progetto esisteva, il cui architetto era Giuda Iscariota, che spinse Gesù ad entrare nella città santa, acclamato Re Messiah dalla popolazione ebraica.

 Il nome Giuda Iscariota potrebbe essere  la trascrizione ''aramaica'' di sicarios cioè  colui che tiene in mano un pugnale (sica), quindi uno zelota combattente. Questa piccola comunità di anime in movimento, presentava però delle diversità. Tra i dodici Apostoli reclutati in Galilea e il personaggio di Giuda originario di Kariot, sembrava mancasse omogeneità. In realtà, il legame tra di loro  esisteva e consisteva nella causa comune per cui il movimento zelota combatteva. Giuda, il tesoriere del gruppo, era l'apostolo che aveva una confidenza totale con il Maestro. La scelta di Gesù di avere due apostoli zeloti, Simone  e Giuda, che, insieme a Pietro Bar Jona, erano le colonne  di questo movimento nazionalista, non era casuale.  E' dunque nella resistenza dei zeloti, la chiave  per trovare una spiegazione storica più soddisfacente, su quanto accaduto  alla vigilia della Pasqua ebraica, ai tempi del governatore romano Ponzio Pilato. Gesù venne arrestato nel Gat Shemani, dopo il tradimento di Giuda e condotto nella casa privata del Gran Sacerdote per essere interrogato. 

 Voglio dirti, caro amico, che Giuda è stato un ''traditore fedele''. Il verbo usato nei Vangeli sinottici  riguardo al tradimento è ''paradidonai'' che ha anche il significato di ''consegnare, far conoscere, trasmettere'', in questo caso ai sacerdoti, un Gesù Re Messiah. Il presunto tradimento di Giuda, era in realtà una consegna, voluta dallo stesso Gesù, per mettere l'aristocrazia del Tempio di fronte alle sue responsabilità nella ''scelta'' tra la giustizia Divina e la loro collusione con i pagani di Roma. Difatti alla domanda di Giuda chi fosse il traditore,  Gesù risponde: ''Colui che intinge la mano nel mio piatto''.  (Mt 26,4)

 Giuda aveva il privilegio di mangiare nello stesso piatto di Gesù ed era l'unico degli Apostoli a chiamarlo Maestro (Rabbi). Se tutti sapevano  del tradimento, perché mai gli Apostoli presenti rimasero passivi? Da Luca sappiamo che erano persino armati e avrebbero potuto reagire. Doveva esserci un accordo. Giuda infatti si allontana indisturbato dall'ultima cena e ritorna nel Gat Shemàni con gli sbirri per far arrestare Gesù. Un traditore agisce nell'ombra e di certo non si sarebbe presentato alla testa di una folla, armata di spade per arrestare un '' solo'' uomo. Il presunto tradimento fu  invece un atto di obbedienza, non un vile atto delatorio, compiuto per motivi veniali (trenta denari).

[S E G U E]

Fulvio Canetti

domenica 30 settembre 2018

NOTE SULLA QABBALAH: parte XVII, onnipotenza e libertà




SEGUE DA:





NOTE SULLA QABBALAH: parte IV, l’uno e le porte della conoscenza (clicca sul titolo perleggere)

NOTE SULLA QABBALAH: parte V, l’uno e l’unificato (clicca sul titolo per leggere)














Avvertenza: per leggere le lettere ebraiche occorre il font hebrew



ONNIPOTENZA DIVINA E LIBERTA’ UMANA


 Solo con un altro filosofo, Hans Jonas [1903-1993], la questione posta dalla teodicea per rapporto alla Shoah, sembra avere un chiarimento che in un certo senso è anche la soluzione e la morte della teodicea classica. Jonas ritiene che dopo Auschwitz non sia più possibile conciliare tra loro onnipotenza, bontà e misericordia di Dio, e ad essere sacrificato è l’attributo dell’onnipotenza non quello della bontà, della misericordia e della partecipazione di Dio alla sofferenza umana. 

 L’argomento trae il suo fondamento dalla narrazione della creazione dell’uomo e del mondo del noto cabbalista  di Safed,  Yitzhak Luria [1534 – 1572], detto il leone: la creazione non consiste – come già si è accennato – in un prolungamento o in una concentrazione di Dio nel mondo, ma in uno Tzimtzum, cioè in una contrazione, in un ritrarsi di Dio da uno spazio che da quel momento diviene altro da sé, e rispetto al quale Dio è tutt’altro che indifferente ma sul quale non può intervenire, pena la fine stessa del mondo. 

 Perché tutto questo? Jonas rende esplicito in senso filosofico l’argomento di Luria: se Dio, come totalità, si fosse semplicemente steso, prolungato o concentrato nel mondo, rendendolo simile a se stesso, per l’uomo e per la vita, così come la conosciamo non ci sarebbe stato posto, ma è altrettanto vero che con lo Tzimtzum, lasciando nascere l’uomo e il mondo, Dio lasci entrare nello spazio lasciato libero, anche il male metafisico, il male fisico e morale. L’argomento di Luria e di Jonas, naturalmente, è stato giudicato eretico dalla teologia ebraica e anche dalle altre due teologie monoteistiche, ma sembra l’unica spiegazione possibile, nel linguaggio della Qabbalah e della filosofia, per conciliare tutti gli attributi divini con l’esistenza del male, con Auschwitz e con la Shoah.

 Diversamente, Emil Ludwig Fackenheim [Halle 1916-Gerusalemme 2003], che fu filosofo, ma anche rabbino e teologo, vede la questione della Shoah e dell’onnipotenza divina nel solco della tradizione teologica ebraica. Il disegno di Dio, anche nel male che colpisce i giusti, come nel caso del sacrificio di Isacco e come soprattutto nelle sventure di Giobbe, se non è immediatamente comprensibile, lo diviene più tardi col divenire della storia umana.  Fackenheim ritiene che la fine della diaspora, la voglia di sopravvivere del popolo ebraico alla follia sterminatrice di Hitler e dei suoi aguzzini, sia stata la migliore risposta alla Shoah e che sempre, al silenzio di Dio, debba corrispondere il silenzio dell’uomo e il tiqqun ha’olam, la riparazione del mondo. 

 Un concetto teologico, dunque, anche questo mutuato dalla tradizione cabalistica e che diventa persino comprensibile in una accezione puramente laica. Scrive Fackenheim [The Holocaust and the State of Israel: Their Relation, in E. Fleischner (cur.), Auschwitz: Beginning of a New Era?, KTAV (1977), pp. 209-210]:Gli storici vedono una connessione causale tra l'Olocausto e la fondazione dello Stato d'Israele. Il ragionamento è come segue: se non fosse stato per la catastrofe ebraica europea, tutti quei secoli di anelito religioso per Sion, tutti quei decenni di attività sionista secolare, insieme a tutto l'incoraggiamento dato dalla Dichiarazione Balfour, avrebbe prodotto al massimo un ghetto palestinese. Avrebbe certo potuto essere una comunità con stupendi risultati interni, ma piuttosto che una "patria" per ebrei dispersi senza tetto, sarebbe invece stata alla mercé di un qualche governo straniero di dubbia benevolenza. Solo l'Olocausto ha prodotto quella disperata determinazione dei sopravvissuti e di coloro che ci si identificavano; fece finire le incertezze dei leader sionisti... e produsse un momento di respiro dal cinismo politico della comunità internazionale, abbastanza a lungo da sancire legalmente lo Stato Ebraico”. 

 La tesi, ancorché intrigante, non sembra in grado di mettere in discussione l’estraneità di Dio al mondo, dopo il gesto primordiale dello Tzimtzum che di fatto separa l’universo dal suo creatore, e il venir meno – come sostiene Jonas sulla scia della qabbalah luriana – dell’attributo dell’onnipotenza divina relativamente a ciò che è divenuto altro da sé, ma è almeno rassicurante rispetto al dio aristotelico, spettatore impassibile e indifferente. Su ogni vicenda mondana, determinata insieme dalla libertà del’uomo e dalla necessità della natura, si proietta d’ora in poi, attraverso la Shekinah degli ebrei, la Provvidenza dei cristiani o la Misericordia [Rahma] degli islamici - solo per restare tra le cosiddette religioni del libro - la luce divina capace, prima o poi nel corso della Storia, di illuminare la coscienza degli esseri umani.

sergio magaldi