domenica 11 novembre 2018

CIVIS ROMANUS SUM e vado a votare…




 Oggi, domenica 11 novembre, dalle 8 alle 20, i cittadini romani possono finalmente recarsi alle urne per esprimere il proprio parere sulla gestione del trasporto urbano: se questo debba continuare in regime di monopolio, oppure se non sia il caso di indire una regolare gara d’appalto per decidere a chi affidare la gestione di questo delicato servizio pubblico. Insomma, si tratta di continuare con Atac oppure no. Per quanto sia vero che il referendum abbia solo valore consultivo, a giudicare dal clima degli ultimi giorni, la consultazione sembra avere la sua importanza. D’altra parte, la presenza del quorum del 33,3% lascia poco sperare su un risultato tangibile, qualunque esso sia; c’è inoltre da considerare, circa l’esito del voto, la solita propaganda che contrappone il servizio pubblico al privato, lasciando credere che, con il trasporto urbano gestito da privati, i primi a rimetterci sarebbero i cittadini, perché inevitabilmente molte corse “improduttive” sarebbero tagliate e il costo del biglietto aumenterebbe.

 La verità è che, volutamente, si continua a fare confusione tra liberalizzare e privatizzare. La gestione dei mezzi di trasporto di necessità deve rimanere pubblica, ma un conto è darne la gestione ad una municipalizzata, con il risultato che in tal caso l’ente da controllare (ATAC) non si distingue dal suo controllore (COMUNE), un’altra è stabilire le regole del servizio pubblico e poi affidarne, mediante gara d’appalto, la gestione all’ente autonomo, pubblico o privato, che risulti vincitore.

  Interessante la posizione assunta dai partiti sul voto referendario. A schierarsi per il Sì - radicali a parte che sono anche i promotori del Referendum - i principali partiti di opposizione al governo pentastellato del comune di Roma, gli stessi che, sino a poco più di due anni fa, hanno alternativamente gestito il trasporto pubblico in regime di monopolio, incrementando di oltre un miliardo e mezzo il debito pubblico dei romani, mentre a schierarsi per il No (lasciando  tutto com’è, cioè l’Atac e i suoi numerosi problemi) è soprattutto  il Movimento Cinque Stelle, ora che è il suo turno di governare la Città. Come sempre, dunque, è il potere a decidere, non la razionalità delle scelte e il benessere dei cittadini. Quanto alla Lega, a parte le voci che la dicono schierata a fianco del M5S, bisogna prendere atto che non ha dato precise indicazioni, per bocca di Salvini limitandosi ad invitare i cittadini a recarsi alle urne, per evitare l’inutilità della consultazione.

sergio magaldi

sabato 10 novembre 2018

I CITTADINI ROMANI ALLE URNE (si spera anche gli automobilisti...)





 Domani, finalmente, i cittadini romani potranno recarsi alle urne e dare il proprio parere - grazie al referendum voluto dai Radicali Italiani e ritardato il più possibile dalla sindaca Raggi – circa la questione del trasporto urbano: se questo debba continuare in regime di monopolio oppure se non sia il caso di indire una regolare gara d’appalto per decidere a chi affidare la gestione di questo delicato servizio pubblico. Insomma, si tratta di continuare con Atac (autobus che si rompono in pieno traffico e/o che prendono fuoco, manutenzione inesistente, viaggiatori che non pagano il biglietto, circolazione di biglietti falsi, tempi d’attesa che raggiungono facilmente i 40-50 minuti, indebitamento per circa un miliardo e mezzo di euro etc…) oppure no. 

 È vero che il referendum ha soltanto valore consultivo, ma a giudicare dagli ultimi giorni, la consultazione sembra avere la sua importanza. Infatti, cos’è accaduto di nuovo all’inizio di questa settimana? Che i mezzi pubblici, quasi miracolosamente, abbiano ripreso a funzionare e che i tempi di attesa alle fermate degli autobus si siano più che dimezzati. D'altra parte, la presenza del quorum del 33,3% lascia poche spazio al successo dell’iniziativa radicale, inoltre c’è da considerare, circa l’esito del voto, la solita propaganda che contrappone il servizio pubblico al privato, lasciando credere che, con il trasporto urbano gestito da privati, i primi a rimetterci sarebbero i cittadini, perché inevitabilmente molte corse “improduttive” sarebbero tagliate e il prezzo del biglietto potrebbe aumentare.

 La verità è che, volutamente, si continua a fare confusione tra liberalizzare e privatizzare. La gestione dei mezzi di trasporto di necessità deve rimanere pubblica, ma un conto è darne la gestione ad una municipalizzata, appendice del comune - con il risultato che l’ente da controllare (ATAC) non si distingue dal suo controllore (COMUNE) - un’altra è stabilire le regole del servizio pubblico e poi affidarne, mediante gara d’appalto, la gestione all’ente autonomo, pubblico o privato, che risulti vincitore.

 C’è qualcosa di divertente nella propaganda di queste ore di vigilia elettorale (si potrà votare domani 11 Novembre dalla mattina alle 8 e sino alle 20 della sera negli stessi seggi dove i cittadini si recano abitualmente a votare), perché a schierarsi per il Sì, radicali a parte, sono strumentalmente i partiti di opposizione al governo gialloverde, i quali sino a poco più di 2 anni fa hanno alternativamente gestito il trasporto pubblico in regime di monopolio, creando, oltre al disservizio, l’ennesimo buco di bilancio del comune di Roma, mentre a schierarsi per il No (lasciando  tutto com’è e cioè l’Atac, il debito gigantesco e la disfunzione del servizio) è soprattutto (oltre agli estremisti di destra e di sinistra) il Movimento Cinque Stelle, ora che è il suo turno di governare la Città. Come sempre, dunque, è il potere a decidere, non la razionalità delle scelte e il benessere dei cittadini. Quanto alla Lega, a parte le voci interessate che la vedrebbero schierata a fianco del M5S, bisogna prendere atto che non ha dato indicazioni, per bocca di Salvini limitandosi ad invitare i cittadini a recarsi alle urne, per evitare l’inutilità della consultazione.

sergio magaldi

giovedì 8 novembre 2018

JUVE: come non vincere la CHAMPIONS…






 Mancano meno di dieci minuti al termine della partita, la Juve è in vantaggio sul Manchester United di Mourinho grazie ad un goal eccelso di Ronaldo e, dunque, è vicina alla qualificazione matematica agli ottavi di Champions, al primo posto del suo girone. Che succede ad un tratto? Che il geniale tecnico portoghese decide di giocare il tutto per tutto, facendo entrare in campo due attaccanti. Con questa mossa, Mourinho sa di spaventare Allegri, il quale, forte del minimo vantaggio, arretra il baricentro della squadra (misura in passato altrettanto infausta per la Juve di Champions) che, per palleggio e controllo del campo, sino a quel momento aveva dominato e, a suggello della contromossa, fa due sostituzioni che si rivelano (casualmente) fatali: dagli errori dei nuovi entrati, infatti, nascono le due palle inattive che rovesciano il risultato a vantaggio del Manchester, da 1-0 a 1-2.

 La critica della stampa sportiva di questa mattina, parla di errori nelle sostituzioni operate da Allegri, del goal del 2-0 mancato da Cuadrado e, più in generale, delle troppe occasioni sprecate dalla Juve. Come al solito si guarda agli effetti, ma si continua ad ignorare le cause. Più o meno le stesse sostituzioni, fatte altre volte, non hanno avuto l’esito negativo della notte scorsa, semmai il problema – come dicevo – è stato l’eccessivo arretramento della squadra, come spesso avviene anche in Campionato, con l’apparente paradosso che, anche vincendo,  la squadra subisce più goal di un anno fa e ne fa di meno: da quanto tempo la Juve non vince con 4 o 5 goal di scarto, come la settimana scorsa è capitato a Inter e Napoli? Prendersela con Cuadrado, poi, è una vera e propria bestemmia: il colombiano è l’unico, in questo periodo, capace di dare avvio e profondità alle manovre della Juve ed è anche uno dei pochi, insieme a Bonucci, che si preoccupi di servire Ronaldo. Quanto alle troppe occasioni sprecate, occorre dire che effettivamente la Juve segna poco rispetto a quanto in apparenza produce. In apparenza, appunto, perché, se è vero che i bianconeri tengono molto la palla [e per fortuna da quando è arrivato Ronaldo la trattengano meno tra difesa e centrocampo], l’impressione che nel complesso si ha nel vedere il gioco della Juve è quello di trovarsi di fronte ad esibizioni accademiche per nulla finalizzate alla realizzazione del goal. Un passo avanti, dal punto di vista dello spettacolo, rispetto ad un passato non troppo lontano - non  c’è dubbio - e che dà l’illusione che la squadra sia molto più forte di prima. In realtà, nulla è veramente cambiato, se si esclude l’effetto psicologico della presenza di Ronaldo che guarda sempre verso la porta avversaria e che dà coraggio ai compagni; oltre naturalmente ai goal del fuoriclasse portoghese, che però stanno al posto di quelli di Higuain che ormai non ci sono più.

 Così, i fattori che con molta probabilità impediranno ancora una volta alla Juve di vincere la Champions [naturalmente mi auguro di sbagliare!] non sono soltanto il “difensivismo” all’italiana, opportunamente mascherato dallo schierare in campo anche sino a quattro attaccanti, né l’organizzazione di gioco che da anni costringe Dybala a fare il mediano e Mandžukić il terzino aggiunto, e neppure la scarsa presenza nell’area di rigore avversaria o l’esasperato individualismo di più di un giocatore, ma è anche e soprattutto l’aver ceduto Higuain per un piatto di lenticchie, per di più rinunciando ad utilizzare al suo posto una vera punta centrale. E non si dica che di necessità si è dovuto cedere l’argentino per far posto al portoghese, vuoi per questioni di incompatibilità tra i due, vuoi per questioni di denaro. Il Real Madrid non ha mai realizzato tanti goal come nel periodo in cui Ronaldo e Higuain giocavano insieme e, quanto al denaro, la Juve non otterrà tra un anno neppure la metà di quanto aveva sborsato circa un anno e mezzo fa per strappare Higuain al Napoli (con una minusvalenza di bilancio incredibilmente negativa), accontentandosi per ora di darlo in prestito ad una società, evidentemente molto amica.

 Prima ancora dell’arrivo di Ronaldo, d’altra parte, giravano varie possibili transazioni per cedere l’argentino, un personaggio forse scomodo per qualcuno o ritenuto non determinante per vincere la Champions, dimenticando il ruolo decisivo avuto da Higuain nell’ultimo scudetto (i goal della rimonta contro l’Inter) e nel passaggio ai quarti di finale della Champions dello scorso anno. Higuain + 50 milioni di euro per Icardi, Higuain + x milioni di euro per Griezmann erano voci di mercato molto diffuse. Insomma che Higuain dovesse andarsene era già stato deciso prima ancora di “mettere le mani” su Ronaldo.

 Resta da chiedersi perché rinunciare a questa coppia, potenzialmente da 50 goal e più, quando e se si decide davvero di dare l’assalto alla Champions.

sergio magaldi

mercoledì 24 ottobre 2018

I LIBRI PIU’ BELLI SULL’AMORE, parte I, “Lettera di una sconosciuta”






 Qualche anno fa il direttore responsabile di Tuttolibri, Bruno Ventavoli, pubblicò la lista dei “venti libri d’amore più importanti della storia”, dimenticando forse di precisare: 1) che intendeva riferirsi alla cultura occidentale, 2) in quale senso quei venti libri fossero da ritenere i “più importanti”, 3) se la numerazione da 1 a 20 implicasse anche la maggiore o minore “importanza”. Ecco di seguito l’elenco di quei libri, ai quali aggiungo accanto la data di prima pubblicazione:

1)    Lettera di una sconosciuta, di Stefan Zweig,  1922
2)    Breve storia dell’amore eterno, Szilard Rubin,  1963
3)    Madame Bovary, di Gustave Flaubert,  1856
4) Effi Briest di Theodore Fontane, 1895 
     5) L’età dell’innocenza, di Edith Wharton, 1920
6) Histoire d’O, di Pauline Réage, 1954
7) Il dottor Zivago, di Boris Pasternak,1957
8) Colazione da Tiffany, di Truman Capote, 1958
9) L’amore ai tempi del colera, di Gabriel García Márquez, 1985
10) Gente del Wyoming, di E. Annie Proulx, 1997
11) Romeo e Giulietta, di William Shakespeare, 1597
12) Le notti bianche, di Fedor Dostoevskij 1848
13) L’eredità di Eszter, di Sándor Márai, 1939
14) Una questione privata, di Beppe Fenoglio, 1963, postumo
15) Tenera è la notte, di Francis Scott Fitzgerald, 1934
16) Via col vento, di Margaret Mitchell, 1936
17) Anna Karenina, di Lev Tolstoj, 1877
18) Cyrano, di Edmond Rostand,  1897
19) Orgoglio e pregiudizio, di  Jane Austen, 1813
20) L’amante di Lady Chatterly, di David H. Lawrence, 1928

 Naturalmente la cosiddetta “importanza” di un libro, e in particolare di un libro sull’amore, dipende da molti fattori, due su tutti: la bellezza e la fama. Gran parte dei libri citati sopra trova posto in altre classifiche che girano in rete come “i libri più belli” o come “i migliori libri consigliati” sull’amore. Dunque, il criterio che ha ispirato il direttore responsabile di Tuttolibri è stato probabilmente quello della bellezza della storia d’amore raccontata. In tale ottica, resta non del tutto comprensibile se la numerazione indica anche il posto attribuito a ciascuno dei venti libri nella speciale classifica. Così, per esempio, Tuttolibri attribuisce l’undicesimo posto a Romeo e Giulietta,  mentre Libri News del 2016  lo colloca al primo posto tra i trenta migliori libri d’amore da leggere, seguito subito dopo da Orgoglio e pregiudizio. La classifica di Libri News comprende anche romanzi non citati nell’elenco di Tuttolibri, come Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, Ritratto di signora di Henry James, Il paziente inglese di Michael Ondaatje, L’amante di Marguerite Duras e via dicendo. Altre classifiche del genere includono, oltre a Tenera è la notte, anche un altro romanzo di Francis Scott Fitzgerald come Il grande Gatsby o classici come Ultime lettere di Jacopo Ortis  del Foscolo e I dolori del giovane Werther del Goethe. Insomma, pur nella sua oggettività, il giudizio resta sempre relativo perché, oltre a fattori immediatamente riconoscibili e condivisibili, ciò che giudichiamo “bello” rimanda poi anche al gusto personale che non può che essere soggettivo. Ma, nello stilare la sua classifica, il direttore responsabile di Tuttolibri ha forse tenuto presente anche altro: 1) la presenza di scrittrici, anche se limitata al 25% rispetto agli scrittori 2) la rappresentanza nazionale, con un romanzo [Una questione privata] anche di uno scrittore italiano, Beppe Fenoglio, peraltro pubblicato postumo, 3) l’inclusione di opere di teatro, come Cyrano di Edmond Rostand e il già citato Romeo e Giulietta di William Shakespeare, 4) l’inserimento di un classico dell’erotismo come Histoire d’O, 5) lo spazio dedicato all’amore omosessuale, in particolare con la vicenda narrata da E. Annie Proulx, la cui trasposizione cinematografica, I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee ha goduto di molta fortuna ed è stata premiata con quattro Golden Globe Awards, tre Oscar e con il Leone d'Oro al Festival di Venezia del 2005. Gente del Wyoming, a puro titolo di cronaca, della classifica dei “Venti libri d’amore più importanti della storia” di Tuttolibri, occupa esattamente il centro: collocato al decimo posto è anche il libro d’amore cronologicamente più vicino a noi. Insomma, l’ultima più bella vicenda d’amore narrata in un libro è, per il direttore di Tuttolibri, la storia del rapporto sentimentale fra due cowboy, il racconto che Annie Proulx pubblicò per la prima volta  su  The New Yorker nel 1997 e che un anno dopo fu incluso nella raccolta di racconti brevi, Distanza ravvicinata.
 In questo e in successivi post sull’argomento, mi soffermerò su alcuni dei titoli sin qui citati, iniziando proprio con Lettera di una sconosciuta che lo scrittore viennese Stefan Zweig pubblicò all’età di 41 anni e che il direttore responsabile di Tuttolibri, forse non a torto, pone al vertice della sua classifica dei “Venti”. Perché questa lettera, per stile e intensità, nonostante sia stata concepita quasi un secolo fa, potrebbe benissimo appartenere ad una donna del nostro tempo che non abbia smesso di credere nella forza dell’amore. Si tratta, infatti, di una sorta di “manifesto dell’amore assoluto” in cui la purezza dei sentimenti si mescola con l’abnegazione totale verso la persona amata. Condizione rara e tuttavia sempre possibile.
 Nella lunga lettera, dalla quale è possibile ricostruire l’intera vicenda, una giovane donna narra la sua “impossibile” storia d’amore, iniziata all’età di tredici anni e proseguita nel tempo. Forse la più bella lettera d’amore che sia stata mai scritta da una donna innamorata e la coincidenza dei 41 anni dell’autore con il  quarantunesimo compleanno di uno scrittore, al quale la lettera è indirizzata con l’intestazione “A te, che mai mi hai riconosciuta”, fa sospettare che proprio una donna reale l’abbia in gran parte concepita. L’intestazione della lettera, più che il suo titolo originale Brief einer Unbekannten [letteralmente “Lettera di una sconosciuta”], meglio rappresenta la realtà della storia narrata, perché la donna, con l’intervallo di anni, per ben tre volte ha avuto rapporti ravvicinati - e per due persino intimi - con l’uomo che ama, ma ogni volta senza essere riconosciuta come quella della volta precedente! Ma il titolo sottintende forse un’altra verità: lui non l’ha mai riconosciuta, perché mai è stato in grado di conoscerla veramente!
 Voglio raccontarti – dice la Letteral’intera mia vita, questa vita che cominciò davvero soltanto il giorno in cui ti conobbi. Prima c’era solo qualcosa di opaco e confuso, in cui la mia memoria non si sarebbe più immersa, una specie di cantina piena di oggetti e individui coperti di polvere, ragnatele e muffa, dei quali il mio cuore non ricorda più nulla. Quando tu sei arrivato, io avevo tredici anni e abitavo nella stessa casa in cui tu adesso stai tenendo in mano questa lettera…” (Cit., P.B. Adelphi, 2009, p.13). Ed ecco descritto il momento preciso dell’innamoramento: “Mi ricordo ancora esattamente, amore mio, il giorno e l’ora in cui mi persi in te, del tutto e per sempre. Avevo fatto una passeggiata con una compagna di scuola, stavamo chiacchierando davanti al portone. In quel momento arrivò un’automobile, si fermò, e tu […] saltasti giù dal predellino e ti dirigesti verso casa. Non so quale impulso mi spinse ad aprirti la porta, ma così ti intralciai il passo al punto che quasi ci scontrammo. Mi avvolgesti nel tuo sguardo caldo e morbido, che sembrava una carezza e, sorridendomi […] mi dicesti a voce molto bassa e in tono quasi confidenziale: «Mille grazie, signorina». Questo fu tutto, amore mio; ma da quell’istante, da quando avvertii su di me quello sguardo morbido e affettuoso, io fui interamente tua” (ibid.,pp.22-23).
 Sin troppo facile “spiegare” un amore assoluto con la condizione esistenziale: una ragazzina orfana di padre e con una madre “oppressa da un’eterna cupezza” (Ibid.,p.25) che s’innamora di un uomo più grande di lei e che ai suoi occhi possiede il fascino di scrivere libri e di considerare la vita come un’avventura. È riduttivo, fornisce forse una spiegazione plausibile dell’attrazione, ma non è in grado di dire perché la scelta è caduta proprio su quella persona e non su un’altra dalle caratteristiche simili, e si sottrae alle ragioni dell’innamoramento protratto per così lungo tempo e nel segno dell’abnegazione totale: “Dai tredici ai sedici anni – continua la Letteraho vissuto ogni mia ora per te” (Ibid.,p.27). E ricordando di quando lo rivede due anni più tardi e si concede a lui che non la riconosce per la ragazzina di cinque anni prima, così annota: “Quella volta rimasi tutta la notte da te. Tu non hai intuito che mai prima di allora, un uomo mi aveva toccata, né aveva accarezzato o visto il mio corpo. Ma come avresti potuto intuirlo, amore mio, dal momento che io non opposi alcuna resistenza e repressi ogni pudica titubanza, solo per impedirti di indovinare il segreto di quel mio amore per te, che di certo ti avrebbe spaventato – perché tu ami solo ciò che è leggero, giocoso, senza peso, perché hai paura di lasciarti coinvolgere in un destino. Dissipare te stesso in ogni incontro, nel mondo intero, è ciò che vuoi, e senza sacrifici. Se adesso ti dico, amore mio, che ero vergine quando mi sono data a te, non fraintendermi, ti supplico! Non ti sto accusando, tu non mi hai  adescata, ingannata, sedotta – sono stata io a non concederti tregua, io a gettarmi fra le tue braccia e nel mio destino”(Ibid.,pp.50-51).
 La bellezza di questo amore non corrisposto ha il potere di soffocare persino la tristezza e la drammaticità che si leva dalle pagine di Lettera di una sconosciuta. Ma già sappiamo che la quasi totalità dei grandi amori raccontati nei libri hanno in comune il destino dell’infelicità. Pare, dunque, che un amore, per essere davvero grande, debba essere “impossibile”.
[ s e g u e ]
sergio magaldi

lunedì 15 ottobre 2018

RIPENSARE GIUDA, parte III


 

 Pubblico in tre parti questo interessante post di Fulvio Canetti che invita un ipotetico amico cristiano a ripensare in una chiave nuova e diversa la figura di Giuda Iscariota, anche nella prospettiva di soffermarsi finalmente su Gesù ebreo.


 Da tempo, Canetti nei suoi scritti si rivolge ai cristiani nel tentativo di demolire l’accusa di cosiddetto deicidio imputata agli ebrei, accusa che, nel corso della storia, ha prodotto non pochi danni al popolo ebraico.


SEGUE DA:






Caro amico,

 I Vangeli, nonostante il loro intento apologetico, sembrano conservare il ricordo di questa ''crisi messianica'' nascente, per cui le parole di Gesù :''Il tempo si è compiuto e il regno di D-o è vicino, pentitevi'', sono tutte da rimandare al suo ritorno, secondo la visione escatologica della  primitiva Comunità di ebrei-cristiani di Gerusalemme. 

 Tale storia deve essere riletta in chiave temporale, dando al popolo ebraico quello che appartiene a questo popolo, cioè un Gesù ebreo-zelota, estraneo ai dogmi della incarnazione e della Trinità, che combatte per la libertà della sua Terra.  Ad appesantire poi il discorso, troviamo nel mondo cristiano, un Giuda, collocato nel profondo inferno dantesco insieme a Bruto e Cassio, oppure un Giuda che'' bacia'' Gesù nella cappella degli Scrovegni, nella città di Padova. A rincarare la dose, giunge nell'anno del Signore 2006, l'omelia di Papa Benedetto 16°  che definisce Giuda un bugiardo e un  doppio-giochista, per cui nessuna riabilitazione per questo individuo  è possibile. 

 Devi convenire con me, caro amico, che senza la determinazione di Giuda nel credere nella regalità messianica di Gesù, questi non sarebbe mai  entrato nella città di Gerusalemme sul dorso di un asino bianco, acclamato dal popolo Re Messiah. Sarebbe rimasto un predicatore come tanti! Gesù e Giuda sono personaggi che si muovono in campi d'azione diversi, ma hanno la stessa identità ebraica, nel voler liberare la Giudea dal giogo di Roma. ''Dare il tributo a Cesare'', era considerato un tradimento intollerabile dagli Zeloti, ragion per cui  è impensabile che sia stato detto da Gesù, che mai ha ''criticato''  la setta degli Zeloti, come invece ha fatto, anche con violenze verbali,  contro  Farisei e Sadducei.

 Inquadrare Gesù solo nel suo aspetto storico, è limitativo per questo personaggio, unico nel suo genere e in odore di essere il Re Messiah d'Israele. Bisogna pertanto gettare uno sguardo su quanto ha predicato riguardo alla Legge di Mosè (Torah). Anche in questa circostanza,   è sempre  Giuda il personaggio chiave per una ragionevole  comprensione. Nel ritrovato vangelo di Giuda, come nei Sinottici, viene riportato l'evento straordinario della sua Resurrezione. Giuda fatica a comprendere l'evento spirituale, per cui Gesù ride, dicendogli:'' La tua stella ti svia'' (Giuda 9,15). Non lascia però Giuda nell'ignoranza e  promette di aiutarlo. Giuda allora racconta il suo sogno, dove si è visto lapidato da dodici persone intenti ad eseguire sacrifici cruenti. Sono i dodici discepoli che non riescono a comprendere la dimensione spirituale della resurrezione (Giuda 11,1). Per comprenderla,  bisogna guardarla con gli occhi dell'anima, senza credere che sia un'illusione. Gesù spiega a Giuda che chiunque intraprenda un cammino spirituale e critichi le Potenze di questo mondo, sarà sempre perseguitato, ma alla fine dei tempi egli regnerà su di loro (Giuda 9,26). Giuda allora si rende conto che sarà demonizzato per aver obbedito all'ordine del Maestro di consegnarlo ai sacerdoti. Questo linciaggio morale di Giuda inizia negli stessi Vangeli dove, nell'ultima cena, Luca afferma che '' Il Satan entrò in Giuda, chiamato  Iscariota''(Lc 22,3).

 Nonostante le terribili calunnie fatte contro Giuda, risulta chiaro che questi sia stato il primo ''martire cristiano''. Giuda sa bene che nel momento in cui egli consegnerà Gesù, verrà lapidato dagli stessi discepoli, come accaduto nel sogno e come accadrà nella realtà. Giuda sa anche che verrà ucciso nel suo guscio mortale, mentre la sua anima troverà dimora tra le ali misericordiose del D-o d'Israele. Tenere ''il soffio vitale'' (ruah Eloqim), imprigionato nell'oscurità dell'odio, invece di farlo salire  alla luce dell'amore, come insegnato da Gesù, è una ''profanazione'' del Nome di D-o (Giuda 13,14). E' stato Giuda a permettere la ''Resurrezione'' dell'anima imprigionata nel corpo mortale di Gesù, che i demoni hanno poi chiamato ''tradimento''.

 Ripensare Giuda significa conoscerne l'identità ebraica nonché la  missione che egli compie nella storia del suo popolo. Giuda salva  Giuseppe dalla morte, vendendolo per 20 denari (Gn 37,27) ai carovanieri ismaeliti, che  porteranno questi in Egitto,  dove nascerà il popolo ebraico. Giuda vende Gesù per 30 denari (Mt 27,3) non per un vile atto delatorio, ma affinché questi venga riconosciuto Messiah in Israele e dalle Nazioni del mondo. Giuda è un personaggio iniziatico della Scrittura, che appare nella storia dell'uomo per dare luce e speranza alle future generazioni della terra. Chi è il figlio dell'Uomo se non lo stesso Giuda? E' stato invece presentato dalla narrazione evangelica come un vile traditore, mentre era in accordo con la Tradizione del suo Maestro osservante della Legge: '' Non pensiate che sia venuto ad abolire la Legge, ma sono venuto per darle compimento'' (Mt 5,17). Ricamare su Giuda per demonizzarlo ed estendere questa calunnia al popolo ebraico, incolpando tutti i Giudei dei mali del mondo, è stato ed è ancora diabolico. Vedere la  ''pagliuzza nell'occhio degli ebrei per non vedere la trave nel proprio occhio (cristiani)'' è stata e ancora sarà la causa dell'antisemitismo.

 Giuda Iscariota invece, riteneva Gesù un futuro Re Messiah d'Israele e l'ha consegnato  alle Autorità religiose, perché stanco di aspettare una loro dichiarazione pubblica. Voleva forzare la situazione, chiamando a raccolta il popolo per l'obiettivo politico di liberare la Giudea dal giogo romano, in accordo con la rivolta degli zeloti.

 Ora, caro amico, ti chiedo una cosa importante, anzi importantissima: il mio modesto studio su ''Ripensare Giuda'' ti ha fatto  riflettere sulla identità del personaggio biblico? Puoi trovare nei suoi confronti una giusta misura nel giudizio, oppure hai bisogno che Gesù stesso ritorni a spiegarti la verità? In attesa di un sincero riscontro, ti invio un fraterno shalom da Jerushalaym.

Fulvio Canetti



domenica 14 ottobre 2018

DA STANOTTE L’ITALIA DEL CALCIO NELLA B EUROPEA?





 Stando ai risultati degli ultimi tempi – persino peggiori di quelli che nella gestione Ventura ci hanno portato fuori dai mondiali – l’Italia del calcio rischia di scendere nella serie B della UEFA NATIONS LEAGUE. La partita di questa sera in casa della Polonia diventa decisiva in ogni senso. Con una sconfitta la nazionale azzurra sarebbe matematicamente retrocessa, con una vittoria praticamente salva, mentre il pareggio rimanderebbe tutto alle prossime partite: Italia – Portogallo e Portogallo – Polonia.

 Alla vigilia, Mancini dichiara ineffabile: “Vogliamo vincere, ma se perdiamo non è un dramma”. Premesso che la crisi del calcio italiano ha motivazioni precise, come scrivevo tra l’altro in un precedente post [“L’Italia alla ventura già fuori del mondiale” del 13 novembre 2017: “Scontiamo la politica di questi anni, anzi la non politica calcistica che ha prodotto soltanto l’esperimento pilota del VAR (Video Assistant Referee) che lascia comunque e sempre l’ultima parola all’arbitro, ma si continua a permettere alle squadre italiane di tutti i campionati di schierarsi in campo anche con 11 giocatori stranieri. Scontiamo la nomina, così come in altri settori nevralgici della vita nazionale, di dirigenti scelti con criteri clientelari”], resta vero che molto dipende anche dalle capacità del selezionatore azzurro di utilizzare al meglio quel poco che in fatto di qualità resta del calcio italiano. Scrivevo ancora nell’occasione: “Conte, con la sua organizzazione di gioco, con la sua capacità  di trasmettere ai giocatori una volontà ferrea, ha dimostrato […] di poter giocare alla pari contro le nazionali più forti come Spagna, Germania etc.”.

 Ebbene, se si guarda alla probabile formazione con cui l’Italia affronterà questa sera la Polonia, è lecito osservare che la difesa può contare su Chiellini e Bonucci, collaudati efficacemente in tante partite internazionali, il centrocampo su giocatori di successo e di esperienza  come Verratti e Jorginho e l’ attacco su Bernardeschi che ha già mostrato il proprio valore in Champions, su Insigne che, rilanciato da Ancelotti, è divenuto il miglior attaccante del Napoli e infine su Chiesa che la critica ha spesso considerato come la più grande promessa del calcio italiano. Quanto al portiere, Donnarumma non dovrebbe far rimpiangere Buffon, qualche dubbio per la sua discontinuità invece su Pellegrini, il terzo centrocampista che verrebbe affiancato ai  due giocatori del Chelsea e del Paris Saint Germain. Senza voler fare il gioco delle figurine, i calciatori che ho nominato dovrebbero bastare contro una Polonia non irresistibile. Resta – è vero – qualche perplessità: l’utilizzo insieme dei tre attaccanti, ma soprattutto Florenzi terzino. Nella Roma è spesso impiegato in questo ruolo, ma solo per mancanza di alternative, tant’è che di recente è stato sostituito da un Santon rigenerato. Strano davvero che un allenatore esperto come Mancini non lo abbia capito, allora il dubbio sul rendimento della nazionale azzurra di questa sera sembra dipendere più che altro dalla capacità del nuovo allenatore di dare un gioco e una organizzazione alla squadra. Vedremo.


sergio magaldi

martedì 9 ottobre 2018

RIPENSARE GIUDA, parte II




 Pubblico in tre parti questo interessante post di Fulvio Canetti che invita un ipotetico amico cristiano a ripensare in una chiave nuova e diversa la figura di Giuda Iscariota, anche nella prospettiva di soffermarsi finalmente su Gesù ebreo. 


Segue da:



PARTE II


Caro amico,

 Nel Vangelo di Giuda (15,3) è scritto:'' Tu (Giuda) sarai maggiore tra loro (Apostoli) perché sacrificherai l'uomo che mi riveste''. Questa descrizione rivela la missione ''escatologica'' , a cui Giuda era chiamato, che non trova riscontro nei Vangeli sinottici, dove viene persino demonizzato.  Il quarto evangelista, Giovanni, nell'episodio dell'unzione di Gesù a Bethanya, da parte di una donna,  in casa di Simone il lebbroso, definisce Giuda un ''ladro e un menzognero''.(Gv12).

 Una volta arrestato dalle guardie del Tempio, Gesù venne condotto nella casa del Gran Sacerdote. Devi convenire con me, che questo è fuori dal comune, in quanto Gesù, come ribelle, sarebbe dovuto essere arrestato dalle guardie di Pilato.  La chiave di comprensione di questa vicenda, si può trovare nel piano architettato da Giuda, che aveva rapporti con gli ambienti sacerdotali del Tempio.      

 Allora Giuda Iscariota andò dai sacerdoti e disse loro: '' Cosa volete darmi, perché ve lo consegni ?''(Mt 26,14) Giuda aveva compreso l'originalità e la novità storica di Gesù, per cui era questa, un'occasione da non perdere, affinché ricevesse da Caifa l'unzione ufficiale di Re Messiah. Diversamente dagli altri apostoli, egli viveva nella Giudea ed era in rapporto diretto con i sacerdoti del Tempio, ragion per cui era la persona giusta, nel momento giusto, per far quadrare il piano organizzato insieme al Maestro.

 Gesù, dopo l'arresto, non fu portato nella prigione di Pilato, come sarebbe stato più realistico, ma venne condotto nella casa privata del Gran Sacerdote, per essere interrogato, sui disordini scoppiati nel Tempio. L' interrogatorio, contrariamente a quanto sostiene la narrazione evangelica, fu di  carattere politico, non ''religioso''. Pertanto la scelta  dei Sacerdoti fu oculata: mettere  Gesù,  nelle mani della giustizia di Roma, accusandolo di ribellione contro l'impero, per essersi proclamato Re dei Giudei. Accusa pesante che prevedeva, per il diritto romano, la pena di morte.

 La ''cacciata dei mercanti'' dal Tempio, fu il campanello d'allarme per l'aristocrazia sacerdotale, che temeva la perdita del suo potere. Fin tanto che Gesù predicava in Galilea, faceva miracoli come guaritore ed altro, poteva essere tollerato, ma mettere le mani sul tesoro del Tempio, significava attaccare il potere dei Sacerdoti. Giuda capì allora che il suo piano era andato in frantumi e capì anche che  il prossimo a pagarne le conseguenze, sarebbe stato egli stesso. ''Ho peccato perché ho ''consegnato''  sangue innocente e pentitosi riportò i trenta denari ai Sacerdoti.'' (Mt 27,3) Il testo in questa occasione usa giustamente la parola ''consegnare'' non tradire. Cosa significa tutto questo? Se Giuda con il suo tradimento premeditato aveva raggiunto lo scopo di arricchirsi, per quale motivo restituiva il denaro, ora che Gesù si avviava verso il patibolo? I giochi erano stati fatti e poteva benissimo tenersi in tasca la somma ricevuta. Giuda in realtà era il ''traditore fedele'' del suo beneamato Maestro, che voleva far conoscere ai capi del popolo e al mondo intero come il Messiah d'Israele.

 In base a queste osservazioni si può comprendere quanto sia  stata ''lacunosa storicamente'' la narrazione evangelica, nel voler nascondere l'attiva partecipazione di Gesù al movimento di liberazione zelota e presentarlo come una Divinità universale, senza alcuna identità. Questo ''velo'' fatto scendere dalla narrazione evangelica, sui fatti accaduti, ha creato dubbi, rancori e vendette, nelle menti dei fedeli cristiani verso il popolo ebraico.

 Marco, il primo evangelista, da cui hanno attinto Luca e Matteo, viveva in Roma. Non poteva essere un testimone oculare, né del Processo né della Passione di Gesù, per cui è presumibile che egli volesse presentare, una sua interpretazione filo-romana e anti-giudaica degli eventi, per accattivarsi le simpatie e la protezione del potere imperiale.
  
 Giuda però, con assoluta certezza, viene descritto dalla narrazione, come un traditore, responsabile della morte del suo Maestro. Capisco che scrivere contro Roma, sarebbe stato per gli Evangelisti un suicidio, ragion per cui Pilato viene presentato come un giudice clemente (lavaggio delle mani!) nei confronti di un ribelle zelota. Sappiamo invece dagli storici Giuseppe Flavio e Cornelio Tacito, che appendere gli ebrei alle croci era la passione di questo crudele Governatore e Gesù di certo non fece eccezione. Sottomettersi a Cesare equivaleva, secondo gli Zeloti, a tradire il Signore, il D-o d'Israele. Gesù aveva  lo stesso programma politico: ripulire il Tempio di Gerusalemme dalla corruzione dei Sacerdoti e cacciare l'occupante romano dalla Giudea, considerata Terra del Signore, eredità del popolo ebraico. Di fronte a questo programma politico-religioso, Gesù è stato un  Messiah perdente, bruciato sulla croce. Gli stessi Apostoli, che erano già fuggiti durante il suo arresto, rimasero impotenti, come scritto:'' Noi speravamo che fosse lui (Gesù) quello che avrebbe liberato Israele''. (Lc 24,21)

 Il messianesimo predicato dagli Zeloti, difatti possedeva una identità nazionale, di cui  Gesù era ben consapevole. Due ostacoli però si presentavano alla sua realizzazione: il dominio romano e l'aristocrazia sacerdotale, per cui il loro Potere doveva essere abbattuto. Giuda progettò l'ingresso di Gesù in Gerusalemme durante la Pasqua, in modo che il popolo lo acclamasse Messiah. Fu questo un atto di sfida al Potere politico-religioso, per cui la rivolta venne repressa nel sangue dai Romani. Il tutto si risolse in un fallimento, che portò al successivo  arresto di Gesù nel Gat Shemàni e alla sua condanna a morte, per ''sedizione'' contro l'impero emessa da Pilato. 

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Fulvio Canetti