mercoledì 15 luglio 2020

“ATTENTI A QUEI DUE” e il progressivo indebitamento italiano




Quando i creditori internazionali del nostro Paese d’accordo tra loro, richiederanno simultaneamente dai mercati la restituzione del credito pubblico italiano, dove reperirà il governo i capitali che non possiede?

di  Alberto Zei

Ancora nel caos decisionale sull’accettazione o meno, del contributo europeo di ripresa, ossia del MES. Le decisioni conclusive del sì o del no stanno attualmente dividendo gli ottimisti del “momento fuggente” dai profeti delle conseguenze negative di fronte all’inevitabile sindacato di controllo della Banca europea sulla destinazione di uso e sulla garanzia di restituzione del prestito.
Il reale pericolo di una recrudescenza del coronavirus non dovrà però,  sorprenderci in una condizione di inadempienza circa la restituzione dei crediti ricevuti. Né d’altra parte, sarebbe logico fasciarsi la testa prima di romperla. E allora il rimedio? “Ubi malum, ibi remedium” dicevano a Roma. Vediamo prima come stanno attualmente le cose.

C’era una volta
L’Italia fa continuamente fronte alle risorse finanziarie che non possiede, attingendo mediante apposite aste soprattutto dall’estero, il capitale per pagare gli interessi del debito pubblico. Dal momento però che le modalità della aggiudicazione d’asta sono castiganti per gli interessi a cui si è volontariamente sottoposta, il primo rimedio è quello di interrompere la spirale perversa del dispositivo che incrementa con questi stessi interessi, il debito complessivo.
C’era una volta un film  che si intitolava: “ Attenti a quei due “; titolo questo che a prescindere dalle idee politiche di ciascuno, richiama la disinvolta gestione dei due partiti attualmente al governo, troppo diversi per riuscire insieme ad operare in modo non contraddittorio.
Il danno che si profila all’orizzonte dell’Italia  non è di carattere ideologico ma di reale pesante natura finanziaria. Tenuto conto però, che lo Stato siamo tutti noi, il capitale di cui il governo intende disporre soprattutto per impieghi senza ritorno, riguarderà alla fine le disponibilità economiche degli italiani.

La sfida del governo
Il progressivo indebitamento pubblico verso l’estero che in specie in questo periodo viene accumulato dal governo quasi in senso di sfida verso chi la pensa  al contrario, senza farci soverchie  illusioni, dovrà essere restituito con i relativi interessi.
Dunque, messa da parte la pericolosa speranza di fare affidamento su elargizioni europee a fondo perduto, nella realtà dei fatti il Governo  continuerà  a ricorrere  a pericolosi prestiti internazionali che aumenteranno sempre più  anche  la mole degli interessi da corrispondere periodicamente.
In queste condizioni la faticosa economia di valuta che i cittadini italiani per loro indole di risparmiatori hanno affidato alle casse delle banche, rischia sempre più di essere impegnata e impiegata per situazioni che,  come la Grecia insegna, potrebbero all’improvviso esplodere a fronte di una simultanea richiesta di restituzione da parte dei creditori esteri.

Il tempo critico
Il problema della potenziale insolvenza si verificherà quando alcuni Stati  acquirenti presenteranno congiuntamente sul mercato i titoli italiani, facendo aumentare in modo critico il famigerato spread, così come è avvenuto allorquando Francia e Germania nel 2015, decisero di mettere in serissima crisi il governo italiano imponendogli di fatto, come poi avvenne, una diversa guida politica.
Si potrebbe continuare senza necessità di alcuna immaginazione ad elencare le possibili conseguenze per il nostro Paese se continuerà a indebitarsi ulteriormente per pagare i debiti esteri, vantando poi paradossalmente di aver saputo superare le resistenze dell’Europa, mentre il passivo nazionale sta avviandosi  allegramente  al superamento dei  2500  miliardi di euro.
Allo stato delle cose il debito pubblico è arrivato alle stelle e sempre più sarà difficile liberarsene se il sistema di indebitamento rimarrà il medesimo.
Ma qual è il sistema? Quello di ricorrere alle sovvenzioni internazionali attraverso un metodo aberrante.

Le aste internazionali
Entrando nel merito dell’indebitamento, vediamo come questo avviene.
Lo Stato non potendo onorare la restituzione ai creditori di quanto loro è  dovuto, chiede ulteriori prestiti agli istituti finanziari, soprattutto esteri mediante aste per pagare almeno gli utili finora maturati.
Si tratta di circa 65 miliardi di euro  di soli interessi che l’Italia corrisponde ogni anno ai creditori. Consideriamo però che quasi la metà di questa cifra è destinata all’estero. Vediamo ora come avviene la distribuzione dei titoli in asta che, come detto, vengono offerti soprattutto per onorare il versamento degli interessi alle varie scadenze.
Supponiamo di vendere una certa quantità di titoli per una quindicina di miliardi. Anziché offrire agli acquirenti la base degli interessi che saranno corrisposti, accade il contrario. Infatti, è l’Italia che chiede ai creditori di fissare loro questo valore per i vari lotti in cui viene suddivisa la cifra complessiva.
Supponiamo ora che il primo lotto di qualche miliardo di euro venga aggiudicato al tasso dell’1,5% e il secondo al 2,5% e così via fino all’ultimo acquistato al tasso del 4%.
L’Italia non paga a ognuno il suo, ma a tutti il valore di asta dell’ultimo che è anche il più alto, incrementando a vantaggio anche degli acquirenti già soddisfatti, il debito pubblico nazionale.

La doppia speculazione
Trattando la questione dal punto di vista teorico, per venirne fuori viene ipotizzato da più parti che la prima cosa da considerare sarebbe quella di impedire questa sorta di doppia  speculazione di  coloro che  si avvantaggiano ulteriormente per merito altrui.
La seconda sarebbe quella di rivolgersi agli stessi italiani che non amano investimenti rischiosi e che si fanno erodere dalle banche i propri risparmi a fronte di rendimenti inesistenti o addirittura negativi. Pertanto, in  linea  con questa tradizionale propensione al risparmio,  come avveniva nel passato con i CTT e soprattutto con i BOT, sarebbero gli stessi italiani  per il  mantenimento del valore dei risparmi a sottoscrivere anche per un interesse minimo quelle stesse offerte di decine di miliardi che come  detto prima, incrementano il baratro del nostro indebitamento, oltre alla potenzialità dirompente della simultanea richiesta  di restituzione da parte dei creditori internazionali.

Il valore critico
Almeno in quota parte,  i titoli  che comportano a favore dei creditori esteri   ogni anno 30 miliardi di euro di interessi e che sottraggono valuta dalle disponibilità del nostro Paese,  rimarrebbero in ambito nazionale.
Le ragioni per le quali chi potrebbe non interviene per bloccare questa politica dell’indebitamento ad oltranza, ognuno può immaginarle secondo i propri convincimenti.
Una cosa però è certa e che tutti noi dobbiamo convenire che quando l’indebitamento avrà raggiunto il valore critico, la contemporanea emissione sul mercato dei titoli acquistati dai nostri creditori internazionali metterà lo Stato in una posizione di insolvenza. In questo caso l’unica possibilità per il governo del momento che rimarrà con il cerino acceso in mano, sarà quello di attingere dai risparmi bancari  dei cittadini  ciò che serve, così come fece il governo Amato nell’81, oppure dichiarare il fallimento dello Stato con conseguenze ancora peggiori. Certo però che per quanto riguarda la  tutela dei risparmi degli italiani, talvolta di una intera vita,  la strada  così  mantenuta dal governo è proprio quella sbagliata.

domenica 12 luglio 2020

JUVE: il pareggio della volontà





 Nel tardo pomeriggio cade la Lazio all’Olimpico e con il pareggio di ieri notte, raggiunto negli ultimi minuti della partita contro l’Atalanta, la Juve vede più da vicino lo scudetto: 8 punti di vantaggio sulla Lazio, 9 (8+1) sull’Inter, solo se si dà per scontata la vittoria dei nerazzurri contro il Torino, 10 (9+1) sull’Atalanta, considerando come per l’Inter il vantaggio negli scontri diretti (a Bergamo la Juve aveva vinto per 3-1), dovrebbero bastare ai bianconeri per festeggiare a fine mese il nono scudetto consecutivo.

Il crollo contro il Milan sembra non aver lasciato tracce in casa bianconera. La Juve è stata a un passo dal perdere, ma sul punteggio di 1-1 ha rischiato addirittura di vincere se Ronaldo, solo davanti al portiere, non avesse sprecato una clamorosa occasione. Il fatto è che il grande campione lusitano pur avendo segnato sin qui 28 goal (secondo solo ad Immobile, capocannoniere con 29), non sembra ancora aver ritrovato la sua forma migliore. Non c’è dubbio, però, che proprio questo Ronaldo sia il vero trascinatore dei bianconeri verso lo scudetto.

Di sicuro, l’Atalanta avrebbe meritato di vincere, non tanto perché il pareggio della Juve è il frutto di due rigori (un gomito e un mani in area, come il rigore fischiato contro la Juve e dal quale era partita la rimonta del Milan), quanto per mole di gioco, freschezza fisica e superiorità tattica. A tratti, tuttavia, soprattutto nel secondo tempo, i bianconeri hanno tenuto bene il campo, ma nel complesso non si può negare la superiorità dei bergamaschi, in parte compensata dalla grande volontà messa in mostra dalla squadra di Sarri. Al quale, per la verità, questa volta non si può rimproverare nulla. I limiti della sopravvalutata rosa bianconera si sono visti quando l’Atalanta ha fatto i suoi cambi. Occorre invece sottolineare che Sarri dopo aver rivalutato Dybala ha saputo anche rilanciare Rabiot, convincente anche ieri notte dopo la bella prestazione di San Siro.

Naturalmente, nulla è definitivo. Mancano ancora sei partite al termine del Campionato e le difficoltà maggiori per la Juve sembrano proprio le prossime due: contro il Sassuolo che è alla sua quarta vittoria consecutiva, e contro la Lazio che nel corso dell’anno è stata la sua “bestia nera”. Se dovesse passare indenne anche questi due ostacoli, allora la Juve sarebbe lanciata davvero verso la conquista dello scudetto, anche se questo scorcio di campionato post coronavirus sembra un torneo a se stante e pieno di sorprese: giocare ogni tre giorni con questo caldo diventa micidiale se non si dispone di cambi affidabili e/o se si ha la tendenza ad insistere sempre con lo stesso schieramento.

sergio magaldi     

venerdì 10 luglio 2020

JUVENTUS: blackout inspiegabile…oppure?





 Che martedì notte la Juve sia andata in blackout è indubbio. A mezz’ora dal termine della partita col Milan i bianconeri vincevano con due goal di scarto e avevano praticamente messo le mani sul trentaseiesimo scudetto (ufficiale) della loro storia, il nono consecutivo: 10 punti di vantaggio sulla Lazio, 15 sull’Inter (14 +1 per aver vinto entrambe le sfide con i nerazzurri) e 15 sull’Atalanta, ancorché la squadre di Conte e quella di Gasperini avessero una partita in più da giocare. È tutta colpa di un rigore inesistente? Quando il generoso Var induce l’arbitro a punire con la massima punizione una palla finita sul gomito di Bonucci, dopo essere rimbalzata sul petto e sull’avambraccio di un giocatore del Milan che gli stava attaccato? 

Certo, il 2-1 ha dato nuove speranze ai rossoneri, ma prendere altri tre goal nello spazio di poco più di un quarto d’ora si spiega solo con un blackout. Non si tratta però di un blackout “inspiegabile” come ha detto Sarri, ma di un crollo spiegabilissimo, frutto di errori individuali e di tutto il collettivo: il pari nasce dal “salto”, uno dopo l’altro, dei quattro difensori, il 3-2 è una papera del portiere che prende goal sul proprio palo e il 4-2 è la conseguenza di un enorme errore di Alex Sandro che rinvia corto su un avversario appostato ai limiti dell’area juventina: un tocco appena per Rebic che da pochi metri  batte a rete, praticamente un calcio di rigore in movimento. Se tre delle reti della sconfitta hanno nome e cognome (l’arbitro, nonché portiere e terzino sinistro della Juve), assumendo le sembianze di errori individuali, è la squadra nel suo complesso, prima di tutto con il suo centrocampo, a crollare permettendo la rimonta del Milan. 

Del resto, anche le reti juventine erano nate da imprese individuali: Rabiot che percorre tutto il campo driblando gli avversari e batte a rete, Ronaldo che pescato da un lancio sulla trequarti rossonera, infila con la consueta maestria la porta di Donnarumma. Il fatto non è nuovo: la Juve va in goal per le giocate individuali dei suoi tanti campioni, non come conseguenza del suo gioco lento e manovrato, per lo più sterile. Sarebbe tuttavia sbagliato attribuire a Sarri la colpa di non essere riuscito a dare ai bianconeri il gioco scintillante che aveva saputo dare al Napoli. A Torino ha trovato una squadra già strutturata, da cinque anni educata al credo calcistico di Allegri, credo vincente ma per nulla spettacolare. In circa sette mesi (considerando la pausa del coronavirus), forse nessuno avrebbe potuto fare di più e se non altro egli è riuscito a spostare in avanti il baricentro della Juve e soprattutto a riconvertire Dybala in un vero attaccante, dopo che per anni l’asso argentino è stato sacrificato in un ruolo non suo. Restano alcuni errori: uno su tutti quello di pretendere da Cuadrato di portare la croce: costringendolo a correre in su e in giù per tutto il campo per difendere e contemporaneamente rilanciare la manovra offensiva. Forse perché, nonostante la cosiddetta ampia rosa, nel ruolo di esterno basso (a destra come a sinistra), la Juve non ha alternative affidabili. E resta l’errore di Martedì notte. Giunti a mezz’ora dal termine della settima partita (le due di Coppa Italia e le cinque di Campionato), tutte e sette giocate nello spazio di 20 giorni più o meno con gli stessi giocatori, stai vincendo per 2-0, hai quasi lo scudetto in tasca e non fai ancora i cambi necessari a far rifiatare la squadra e a dare nuovo slancio e freschezza per portare a termine la partita? In più, senza tener conto dei molti cambi degli avversari, con giovani forse ancora poco conosciuti ma veloci come il vento? I cambi ci saranno ma solo troppo tardi e anche sbagliati. Così, dopo le assenze per infortunio, il rientro affrettato in campo di Alex Sandro sancirà la sconfitta definitiva. Così, dovendo cercare il goal, tenere in campo Bernardeschi e fare uscire Higuain che, oltretutto, per rientrare in forma ha bisogno di giocare. Insomma, la Juve di martedì notte è crollata fisicamente, ancorché gli errori individuali ne abbiano causato la sconfitta. Altro che blackout inspiegabile! Adesso, molto del nono scudetto consecutivo della Juve dipende dalla sfida di domani sera contro l’Atalanta, sin qui sempre vincente dalla ripresa del Campionato. Non sarà facile.

sergio magaldi  

lunedì 6 luglio 2020

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte X (Giove e Saturno)





SEGUE DA (clicca sui titoli per leggere):










I significati di Giove

 Il mito più noto di Zeus-Giove si collega allo scampato pericolo da parte del futuro “Signore degli uomini e degli dei” (secondo l’espressione usata da Omero) di finire divorato dal padre Krono-Saturno, come tutti i suoi fratelli, e allo stratagemma di sua madre, la titanide Rea che lo sottrae al marito, sostituendolo con una pietra. Portato a Creta e nascosto in una grotta, il piccolo Zeus trova la protezione di Adrastea, (dopo Rea, un altro simbolo della Grande Madre e del potere femminile) che lo pone in una cesta d’oro e lo fa allevare dalla capra Amaltea. Ancora adolescente, il dio arricchisce il simbolismo di cui è portatore: rompe per gioco un corno della capra e ne fa la Cornucopia o corno dell’abbondanza, colmo di cibi e bevande. Adulto, sacrifica Amaltea e dalla sua pelle ricava l’egida, lo scudo o l’armatura con cui proteggersi, mentre fa della capra-nutrice una stella e la pone nella costellazione dell’Auriga. Ormai forte e sicuro di sé Zeus, grazie all’effetto di una droga, costringe suo padre Saturno a rigettare i fratelli che aveva ingurgitato, quindi gli muove guerra, lo sconfigge, lo spodesta e lo fa prigioniero nel Tartaro, guardato a vista dal fratello Hades-Plutone, al quale ha concesso il regno sotterraneo, mentre a Poseidone-Nettuno, un altro dei fratelli liberati, ha assegnato il dominio dei mari.

Luciano di Samosata, prolifico autore  siriano di lingua greca, vissuto tra il 120 e il 200, nel dialogo di apertura dei Saturnalia, tra Kronosolone (sacerdote di Saturno e addetto alla legislazione della festa) e Saturno, punta sull’ironia per screditare il mito della presa del potere da parte di Giove. Lo stile ricorda i dialoghi di Platone e il contenuto riecheggia Aristofane, allorché attribuisce a Giove la stessa cecità nel distribuire le ricchezze che il grande commediografo greco rimprovera a Plutone [vedi il post GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte II (astrologia e mitologia) e clicca sopra per leggere]. Tra il serio e il faceto, Luciano di Samosata, quasi un laudator temporis acti, lancia un messaggio ai contemporanei: del clima di decadenza e di corruzione che stanno vivendo, il primo responsabile è Giove che non ha fatto del mondo un regno di pace e di giustizia, ma al contrario con la sua astuzia e i suoi intrighi ha contribuito a diffondere la malvagità tra gli esseri umani.

Dai Saturnalia di Luciano di Samosata:

«Il Sacerdote. O Saturno, che oggi sembri essere tu il Signore, ed a te si fanno sacrifici e preghiere, nei giorni della tua festa che cosa potrei domandare ed avere da te?
Saturno. Pensa a ciò che più desideri e dimmelo; se pure credi che io, in possesso di signoria e profezia, non conosca già ciò che più ti piace. Chiedimi, e se posso, non ti dirò di no.
Il Sacerdote. Ci ho pensato tanto! Ti dirò le cose che tutti desiderano e che a te è facile dare: ricchezze ed oro assai, comandare a molti uomini, possedere molti servi, vesti finemente ricamate, argento, avorio e altre cose preziose. Deh, dammene qualcuna di queste, o possente Saturno, affinché anch’io goda un po’ della tua signoria: io solo non dovrò mai avere un briciolo di bene per tutta la vita?
Saturno. Vedi? Mi domandi ciò che non è in mio potere, giacché non distribuisco io queste cose: però non ti crucciare se non le avrai: chiedile a Giove quando tra non molto egli tornerà il Signore di tutti. Io prendo questa signoria a certe condizioni, io! Non più che per sette giorni, dopo i quali ritorno subito privato cittadino. E in questi sette giorni io non debbo impicciarmi di faccende gravi o pubbliche, ma solo pensare a chi beve, si ubriaca, grida, scherza, gioca a dadi[…] questo mi è permesso di fare: quelle cose grandi, come le ricchezze e l’oro, le dà Giove a chi più gli piace.
Il Sacerdote. Ma Giove, o mio Saturno, non è né facile né alla mano. Io mi sono stancato di pregarlo, sprecando tanto fiato. Fa sempre il sordo, e squassando l’egida, brandendo la folgore e volgendo il cipiglio egli mette paura a chi vorrebbe chiedere. E se talvolta si piega a qualcuno e l’arricchisce, lo fa senza giudizio, e quasi a dispetto, perché spesso lascia secchi gli uomini dabbene e gli assennati, e piove ricchezze sui ribaldi, gli stolti, i crapuloni, la gente da forca e altra canaglia […] O il più buono dei Titani[…]chiariscimi una cosa che da tempo desidero sapere. Se me la dirai, mi avrai ben compensato dei sacrifici che faccio per te, e ti assolverò da ogni altro debito.
Saturno. Di’ pure: ti risponderò, se è cosa che conosco.
Il Sacerdote. Innanzi tutto, è vero ciò che dicono di te? Che divoravi i figli avuti da Rea, e che ella, dopo averti sottratto Giove e messa una pietra al suo posto, te la diede da mangiare, e che Giove cresciuto in età ti tolse il potere, ed avendoti vinto in battaglia, ti cacciò nel Tartaro, dove ti incatenò insieme a tutti quelli che erano dalla tua parte?
Saturno. Ehi tu! Se oggi non fosse festa, e lecito ubriacarsi e ingiuriare impunemente i padroni, sapresti che posso ancora non farmela passare la mosca sotto il naso! Farmi questa sorte di domande, senza aver rispetto per un dio così canuto e vecchio!
Il Sacerdote. Questo, o Saturno, non lo dico io, ma Esiodo ed Omero; e mi rincresce dirti che quasi tutti gli uomini lo tengono per vero.
Saturno. E credi tu che quel pecoraio chiacchierone sapesse il vero dei fatti miei? Pensaci un po’. Ci può esser mai un uomo (non dico un Dio) che voglia mangiarsi i figli, se pur non sia un Tieste, che li mangi per inganno dell’empio fratello? Ma sia pure: come non sentir sotto i denti che è pietra e non carne? Non c’è stata guerra! Mai Giove mi ha tolto il regno per forza, ma gliel’ho ceduto io volontariamente e mi sono ritirato. Quali catene, qual Tartaro? Io son qui e tu mi vedi, se non sei cieco come Omero.
Il Sacerdote. E per quale motivo, o Saturno, lasciasti il regno?
Saturno. Ti dirò. Innanzi tutto, essendo vecchio e sofferente di podagra (e questo muovermi a fatica ha fatto credere al volgo che io fossi incatenato), non riuscivo a contenere la grande malvagità che oggi c’è tra la gente: quel dover sempre correre su e giù, e brandire il fulmine, e sfolgorare gli spergiuri, i sacrileghi e i violenti, era una fatica grande e da persona giovane, per cui la lasciai volentieri a Giove. Inoltre, mi parve bene dividere il regno tra i miei figli, ed io godermela zitto e quieto, senza rischiare l’osso del collo per colpa di chi prega e spesso domanda cose contraddittorie. Senza essere costretto a mandare tuoni, lampi, e talora i rovesci di grandine. E così da vecchio meno una vita tranquilla, fo buona cera, bevo del nettare più schietto, e chiacchiero un po’ con Giapeto e con gli altri dell’età mia, e Giove si tiene il regno e i mille affanni. Nondimeno, ho voluto riservare questi pochi giorni, alle condizioni che t’ho dette, e ripiglio il regno per ricordare agli uomini la vita che menavano al tempo mio, quando senza seminare e senza arare,la terra produceva ogni bene, non vi erano spighe ma pane bello e fatto, e carni già cotte, e il vino scorreva a fiumi, e vi erano fontane di miele e di latte. Tutti erano buoni, tutti uomini d’oro. Questa è la ragione della breve durata del mio regno. È perciò che da ogni parte si levano schiamazzi, suoni e canti e si vede la gente giocare, e c’è parità di diritti per tutti, liberi e servi: al tempo mio, infatti, nessuno era schiavo!»

[S E G U E]

sergio magaldi

domenica 28 giugno 2020

MAZAL TOV, parte X (L'astrologia nello Zohar)




 SEGUE DA: (clicca sui titoli per leggere)











 Concludendo, in diversi passi dello Zohar [1] è ripresa la problematica talmudica sull’astrologia, in particolare per ciò che riguarda la discendenza di Abramo. Nel trattato Lekh Lekha 78a la questione è risolta al modo di Filone di Alessandria [2] e in Pinhas (Numeri)216b è detto chiaramente che il destino di Abramo fu modificato dall’aver egli cambiato di residenza (le ‘migrazioni’ di cui parla Filone) e dall’aver aggiunto la lettera He  al suo nome, perché tale lettera simboleggia i 5 libri del Pentateuco e della Torah. Analogamente, se, in passato, il numero dei figli, la durata della vita e la ricchezza erano determinati dagli astri, da quando Israele ha ricevuto la Legge tutto ciò è stato modificato.

Nel trattato Vayéshev 180b è detto che i nati nel giorno della Luna nuova, quando il luminare scompare dal cielo e Ghevurah[3] il Rigore si afferma nell’universo, dovranno sopportare povertà e ogni genere di sofferenza e ciò prescindendo dal fatto che siano giusti o empi. Tuttavia, la preghiera potrà migliorare la loro sorte. Al contrario, chi nasce di Luna piena godrà di ogni bene, di figli e di buona salute. Il rapporto angeli-astri è invece contenuto in un altro trattato zoharico (Teroumah, 171b-172b) col dire che ogni stella, pianeta o costellazione ha il suo angelo in grado di governare gli eventi e il destino.

Infine, in Jethro, 76a-b è detto che gli astri lasciano sul viso e sul corpo dell’uomo i segni del destino [4] così come li lasciano nel firmamento: “Così come nel firmamento sono incisi gli astri e altri segni leggibili ai saggi, sulla pelle che ricopre ogni uomo sono incise rughe e linee che non hanno segreti per i saggi, soprattutto rughe e linee del viso…” [5]


sergio magaldi

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[1] Il Sepher-ha Zohar o ‘Libro dello Splendore’ è un vero e proprio corpo completo di letteratura cabbalistica e si compone di 24 sezioni oltre ad alcuni trattati. Sugli argomenti, la data di composizione, l’autore: cfr. G.G. Scholem, La Cabala, trad.it., Roma 1989, pp.215-244 e G.Busi, La Qabbalah, Laterza, Bari, 1998, pp. 70-75. Per un maggiore approfondimento cfr. i capitoli V e VI di Le grandi correnti della mistica ebraica, cit., di G.G. Scholem. L’edizione dello Zohar attualmente in commercio è quella della versione francese a cura di C. Mopsik pubblicata dalla casa editrice Verdier.

[2] Supra

[3] Ghevurah o Din o Pachad (Potenza e Rigore, Giudizio e Terrore) sono gli attributi della quinta sephirah dell’Albero della vita. Sull’Albero della vita nel pensiero ebraico-cabbalistico, cfr. G. Busi, Simboli del pensiero ebraico, Einaudi, Torino, 1999, soprattutto le pp. 53-58.

[4] La Fisiognomica o arte di individuare le caratteristiche psichiche e morali delle persone dal loro aspetto fisico, è oggetto di una specifica trattazione nello Zohar

[5] La traduzione del passo, dall’edizione francese, è mia. Sull’astrologia nello Zohar, cfr. J. Halbronn, cit., pp. 321 e ss.



https://zibaldone-sergio.blogspot.com/2020/04/mazal-tov-parte-ix-lastrologia-nella.html

giovedì 18 giugno 2020

AL NAPOLI IL PRIMO TITOLO POST CORONAVIRUS

Da calciomercato.com Ansa 18/06/2020 h.00:01

 

 Dopo la finale di Supercoppa persa contro la Lazio, i bianconeri falliscono anche la finale di Coppa Italia, vinta dal Napoli ai calci di rigore ma con pieno merito. 

Tutta l’atmosfera di ieri notte è stata comunque surreale e grottesca, degna di chi gestisce il potere in questo infelice Paese: dal canto con inceppo e senza musica dell’inno nazionale, alla premiazione self service, cui hanno cercato di ovviare i presidenti delle due squadre, agli abbracci e baci di giocatori e dirigenti in uno stadio deserto ma con qualche mascherina degli addetti ai lavori per ricordare il pericolo del contagio.

 

Dei quattro obiettivi annuali restano ora alla Juve i due più importanti (Scudetto e Champions) ma anche i più difficili da conseguire, soprattutto per una squadra apparsa, nelle due uscite post sosta per il coronavirus, carente di gioco e di energia e che non riesce ad andare a rete nei 190 minuti regolamentari, neppure con i rigori [Ronaldo che in semifinale sbaglia il rigore, ancorché non decisivo, contro il Milan, Dybala e Danilo(fargli tirare il rigore come secondo, dopo l’errore di Dybala è stata una grossa ingenuità) che falliscono i primi due dei cinque calci di rigore della finale contro il Napoli]. Eppure, l’ultima partita di Campionato, giocata a porte chiuse e vinta lo scorso 8 marzo contro l’Inter, aveva lasciato sperare che la Juventus di Sarri potesse infine decollare. In realtà, la squadra vista ieri sera è sembrata la stessa di sempre, ma senza le consuete prodezze di Ronaldo, i rari guizzi di Dybala, la presenza talora decisiva di Higuain. Non a caso, scrivevo dopo la ventitreesima giornata di Campionato:  

 

«Si diceva (e si sperava da parte dei tifosi) che la maestria di Sarri, anche se lentamente assimilata, avrebbe portato la Juventus prima o poi a fare il salto di qualità nel gioco e, invece, stanno persino mancando le striminzite e talora fortunose vittorie del girone d’andata […] Nove punti (63 contro 54) in meno rispetto all’anno passato, 20 vittorie e 3 pareggi contro le 17 vittorie, i 3 pareggi e le 3 sconfitte di quest’anno, 49 goal fatti e 15 subiti contro i 44 goal fatti e i 23 subiti del campionato in corso sono le cifre che narrano di una Juve che continua a giocare male come la squadra di Allegri ma che di quella non ottiene gli stessi risultati».

 

E qualche mese prima annotavo: «La verità è che la Juventus non è così forte come si vuole far credere e la “famosa” ricchezza della rosa è un’altra favola. Sbagliati completamente gli ultimi due mercati. Quello dell’anno passato, quando arriva Ronaldo al suono di trombe e centinaia di milioni, ma viene cacciato Higuain che con l’asso portoghese avrebbe ricomposto il tandem vincente del Real Madrid. E il mercato di quest’anno, che ha visto il ritorno di Higuain – peraltro osteggiato sino all’ultimo, con l’umiliazione del giocatore, privato del numero 9 sulla maglia – ma anche la messa in vendita praticamente di gran parte dei suoi campioni, fortunatamente respinta dagli interessanti e dal mercato stesso. Se ne vanno però Spinazzola, un’alternativa ad Alex Sandro, Cancelo è scambiato con il modesto Danilo, Moise Kean, più che una giovane promessa, è venduto all’Everton senza neppure la clausola della ricompra, Mario Mandžukić è inspiegabilmente accantonato. Per contro ci si bea dei “grandi” centrocampisti, presi a parametro zero ma che non giocano o sono una delusione. E Sarri ci mette del suo: indebolisce la tradizionale organizzazione della difesa juventina nonostante l’arrivo di Matthijs de Ligt – il giovane centrale difensivo della nazionale olandese che con L’Aiax fu determinante nell’uscita della Juve dalla Champions dello scorso anno – e che se anche può giustamente appellarsi all’infortunio che tiene fuori Chiellini, si ostina a far giocare terzino Cuadrado. Il quale se la cava abbastanza bene […] ma è costretto ad un lavoro massacrante che gli fa perdere di lucidità e toglie alla squadra la possibilità che questo straordinario e sottovalutato esterno alto, nel contrattacco e nei cross sia determinante, come per il passato, per le punte juventine […] Sarri non ha modificato in meglio il gioco della Juve, brutta ma vincente con Allegri, ha però il merito di aver spostato in avanti di una decina di metri il baricentro della squadra e di aver riportato in attacco e rivalutato Dybala, costretto da Allegri per anni a fare il mediano, ma i difensori continuano con i troppi passaggi orizzontali, gli attaccanti segnano poco e tirano ancor meno nella porta avversaria […] Douglas Costa è un fantasma bellissimo e, ciliegina sulla torta, Sarri ha creato Bernardeschi – sempre fischiato a Torino – trequartista del nulla […] Probabilmente quest’anno la Juve non vincerà né Scudetto né Champions e forse neppure altro, speriamo almeno che i mesi che restano sino al termine della stagione calcistica servano a Sarri per rivedere alcune idee e ai dirigenti per non sbagliare ancora il mercato. Amen.»

 

sergio magaldi

sabato 13 giugno 2020

GRANDI CONGIUNZIONI PLANETARIE E CORONAVIRUS, parte IX (ambivalenza di Saturno)

Giorgio Vasari, Cristofano Gherardi, Primizie della terra offerte a Saturno, 1556


SEGUE DA (clicca sui titoli per leggere):










I significati di Saturno

 Come si è già visto, è proprio la fusione del mito di Saturnus con quello di Kronos  che consente di mettere in luce le caratteristiche spesso ambivalenti del Saturno astrologico.
Padre dei tre re del mondo (Zeus, Poseidone e Hades) come lo definisce Omero, Saturno è simbolo di un potere basato sul sistema patriarcale, in cui il figlio deve lottare contro il padre per affermarsi. Regalità, mancanza di scrupoli e autoritarismo sono innanzi tutto le sue caratteristiche, alle quali fanno riscontro i complessi del “figlio rifiutato” e/o “mancante di padre”, complessi che, a sua volta, potrà vedere rispecchiati nella progenie.

Privato del potere, Saturno è imprigionato sottoterra e nella solitudine del carcere sviluppa “tortuosi pensieri” e sentimenti di astio, di malinconia e di tristezza. Non a caso, nella celebre incisione di Albrecht Dürer (1471-1528), “Melencholia”, i motivi della tradizione figurativa di Saturno sono associati a quelli classici della rappresentazione malinconica. Il volto scuro e lo sguardo triste come a fissare il vuoto, la gota appoggiata al pugno chiuso, le chiavi e la borsa, simboli di potere e prudenza, di ricchezza e avarizia, la ghirlanda che circonda la fronte, simbolo del fine intelletto del malinconico saturnino e ancora la clessidra che misura il tempo, il pipistrello animale di Saturno per eccellenza e il cane e il campanello simboli di solitudine. E ancora, come non ricordare le opere di Lucas Cranach e di tanti altri in cui Saturno e la melanconia si associano al diavolo, alla magia, alle tele di ragno, ai pipistrelli e alle civette? Neppure mancano, nell’incisione di Dürer, gli antidoti che i filosofi-maghi del Rinascimento usavano contro la melanconia saturnina: la pietra cubica che presuppone l’avvenuto sgrossamento della pietra grezza e l’illuminazione per un nuovo inizio (come nella tradizione della libera muratorìa), le erbe medicinali di cui è fatta la ghirlanda e il quadrato magico di Giove.

Liberato infine da Giove in virtù di un patto con Hades-Plutone che ne fa l’emissario che con la falce recide la vita, Saturno si trasforma nel viandante solitario che deve apprendere a costruire o ricostruire se stesso (la croce e la mezzaluna del glifo del pianeta): ciò che lo rende prudente, avaro e conservatore, costretto ad adattarsi anche ai mestieri più umili e talora invisi dalla gente, finché giunto nella terra di Giano trova accoglienza e un nascondiglio per sfuggire all’occhio vigile e sempre sospettoso dei figli. Luogo che da lui sarà detto Lazio (Dicta quoque est Latium terra latente Deo), dove Saturno da conservatore si fa rivoluzionario: mostra lo spessore delle sue conoscenze, insegnando l’agricoltura ai nativi, rivela saggezza e grandi capacità politiche, riportando la terra che lo ospita alla felice età dell’oro. Signore del Tempo, il dio trasforma il piombo in oro secondo un’antica credenza che imputa allo scorrere del tempo la trasformazione dei metalli. Saturno deve ora gestire l’eccesso di virtuosismo morale che nella psicoanalisi ne fa il simbolo del Super-Io: moralista, all’occasione egli è anche uno sfrenato libertino come mostra sapientemente la celebrazione dei Saturnali.
  
L’ambivalenza del Saturno mitologico è una costante interpretativa, anche se il Rinascimento ne rivaluterà la figura in modo significativo. Interessante, sotto questo aspetto, la disputa tra il noto filosofo Marsilio Ficino (1433-1499) e il poeta fiorentino Giovanni Cavalcanti (1444-1509). In un mio vecchio romanzo costruivo un dialogo virtuale tra loro a proposito di Saturno, traendolo fedelmente dall’Epistolario e dal De vita del Ficino:

   « […] "Credo... caro Giovanni... che in questa “stella” ci sia qualcosa di malefico che non riesco a spiegare..."
   "Perché dici questo... Marsilio?"
   "In questi giorni... il mio Saturno è retrogrado nel Leone e... a dirti la verità... mi sento così infelice da non sapere neanche io il perché... Forse... grazie al tuo bel Giove nei Pesci... puoi sapere quello che io ignoro..."
   "Tu... dici a me queste cose? Tu che oltre che filosofo di Platone... sei anche... buon cristiano? Come puoi pensare che Dio si serva degli astri per danneggiarci?"
   "Non a Dio imputo il male... ma a quell' astro..."
   "Ah si?! Non sai... mio Marsilio... che gli astri volteggiano in cielo... secondo la volontà del padre celeste?"
   "Certo... Non lo ignoro e... tuttavia... queste stelle dispensano ora il bene ora il male secondo la loro propria natura..."
   "Tu dimentichi la lezione di Plotino e dei neoplatonici. L' astro che accusi... il vecchio Saturno... è il più vicino a Dio... lui... più di ogni altro... possiede ed elargisce il dono dell' intelletto. Perciò... caro Marsilio... non attribuirgli la colpa dei tuoi mali... né devi chiamarlo in causa per le piccole cose... Ringraziarlo devi... perché ti diede in sorte molti e grandi benefici."
   Ficino sorrise all' amico.
   "Farò così... se ti piace... caro Giovanni... nondimeno sono convinto che questo Saturno... insieme a Marte... suo degno compare... sia capace di infliggere grandi sofferenze..."
   "Rispondimi... di grazia... di dove ti viene... Marsilio... l'ammirabile ingegno col quale comprendi la natura di Saturno... il suo corso e gli effetti che produce in terra... secondo la sua collocazione celeste? Di dove ti viene quel forte e valido corpo con cui per remoti e inaccessibili luoghi hai percorso tutta la Grecia e sei penetrato fino in Egitto... per riportare a noi la saggezza di quel popolo antico?"
   "Devo risponderti?..." chiese Ficino, affatto turbato dall'affettuosa retorica dell' amico.
   "Aspetta... Dimmi ancora: di dove ti viene quella memoria capace di ritenere tante cose e così tenace che in ogni momento ha presente tutto ciò che in qualche occasione ha visto e sentito... e che non solo ritiene le cose... ma anche in quali tempi e luoghi sono avvenute?... Non prendertela dunque con Saturno che ha voluto che tu di tanto fossi superiore agli altri uomini di quanto egli supera gli altri pianeti..."
   "Poco manca... o mio Giovanni... che tu mi chieda di cantare una palinodia in onore di Saturno... In realtà... io... invero... sono troppo preoccupato dai malanni... del che talvolta tu mi rimproveri. Accuso inoltre una certa complessione melanconica... cosa... a me pare... amarissima... se col frequente uso del liuto in qualche modo non si alleviasse e addolcisse. Mi sembra che me l' abbia inculcata sin dalla nascita Saturno... collocato nel mio ascendente nel bel mezzo dell' Acquario... Come se non bastasse... poi... gli è congiunto Marte ed entrambi ricevono la quadratura del Sole e di Mercurio. La mia Luna... inoltre... si trova in Capricorno che... come sai... con l' Acquario è il luogo stesso di Saturno... Per fortuna che Venere in Bilancia e Giove nel Cancro tentano di resistere contro la natura melanconica...
   Ma... basta... basta... dove sono finito? Vedo già che più che mai mi costringerai alla palinodia ... Che fare... dunque? Troverò una scappatoia e dirò che la natura melanconica non viene da Saturno oppure converrò con Aristotele che afferma che anch' essa è dono divino?"
   "Lascia perdere la palinodia... caro Marsilio... e piuttosto rifletti sulla natura dell' astro... Ripensa alle conclusioni di Plotino e di Porfirio... senza dimenticarti di Aristotele... né di Platone... Scoprirai allora che la stella che accusi è proprio quella che più ti avvicina a Dio..."[…]» [1]

Anni dopo, tuttavia, Marsilio Ficino aveva mutato opinione sul pianeta della melanconia. Erano stati i discorsi dell'amico Giovanni Cavalcanti o l'amore per Plotino o magari un evento che aveva modificato profondamente la sua vita? Per la verità, il filosofo continuava ancora a mettere in guardia i propri lettori dagli inconvenienti dell'umor melanconico e dalla duplicità di Saturno, ma ora egli mostrava al saturnino come sfuggire alle cattive influenze del temperamento, godendo degli effetti benefici del pianeta. Il fatto è - così poteva riassumersi il pensiero del Ficino - che Saturno solo allo studio e alla contemplazione è propizio. Come il Sole è ostile agli animali notturni, ma amico a quelli attivi alla luce del giorno, così Saturno è nemico a chi conduca una vita qualunque e a chi, anche fuggendo la compagnia della gente volgare, non dismetta i pensieri volgari. Saturno, infatti, ha lasciato la vita comune e mondana a Giove, ma ha tenuto per sé quella appartata e divina. Coloro la cui mente è veramente lontana dal mondo sono in certa misura a lui affini e in lui trovano un amico. Perché, per parlare in termini platonici, Saturno è un Giove per quelle anime che abitano le sfere sublimi, allo stesso modo che Giove è un padre provvidenziale per coloro che conducono una vita comune.
Attenzione, però! - ammoniva il filosofo - Saturno più che a ogni altro è nemico a coloro la cui vita contemplativa è semplice posa, non realtà. Egli non li riconosce come suoi, né Giove li protegge.
  
[S E G U E ]

sergio magaldi



[1] Sergio Magaldi, Tiphereth , Roma, 2004, pp.272 e ss.