lunedì 15 agosto 2016

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA QABBALAH [Parte Quarta]





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I termini in grassetto rappresentano altrettante voci del glossario essenziale per lo studio della Qabbalah.
                                                            
Abraham ben David

Abraham ben David (1125-1198) di Posquières (Narbonne), padre del più famoso Isacco il Cieco, fu autore di scritti in polemica con Maimonide e di commenti sul Talmud. Fondò un’accademia talmudica, dove ben presto si praticò la Kavvanah (concentrazione), lo studio della Torah e la lettura del Sepher Bahir.  Di qui si formarono diversi circoli di asceti o Perushim. Il più noto fu, in un primo tempo, il gruppo di Jacob Hanazyr dedito in particolare alla meditazione sulle Sephiroth. I perushim provenzali studiavano quasi senza interruzione, praticando digiuni e astenendosi dalla carne e dall’alcool. Si reclutavano tra i primogeniti e preferibilmente tra i discendenti della tribù di Levi. Huqe ha-Torah, un documento provenzale, descrive la vita che si svolgeva in questi centri per lo studio della filosofia e dell’esoterismo: devozione al maestro, piccoli gruppi di studio, diversificazione dei livelli di apprendimento, massima stimolazione per facilitare la libera espressione e il dibattito tra i discepoli.

Ba‘al Shem Tov

“Signore del Buon Nome”, così fu chiamato Isra’el Ben Eli‘ezer (1700 ca - 1760), fondatore del movimento chassidico dell’Europa orientale.

Bene [e Male]

Che significa il versetto: E avvenne che, quando Mosè teneva la sua mano alzata, Israele era più forte, ma quando egli faceva riposare la sua mano, Amalec era più forte (Es.17.11)? Ci insegna che il mondo esiste grazie all’elevazione delle mani. Per quella forza che è stata data a Giacobbe nostro padre, il cui nome è Israele. Ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe furono date forze, una a ciascuno di essi, in base all’attributo secondo il quale ognuno regolava la propria condotta. Abramo era caritatevole verso il mondo… (Sepher Bahir, 135) Quando Mosé chiese di conoscere il Nome glorioso e terribile, sia benedetto… domandò perché a un giusto tocchi in sorte il bene e a un altro il male, e parimenti, a un malvagio tocchi in sorte il bene e a un altro il male. Ma non gli fu dato di saperlo (194) Perché a un giusto tocca in sorte il bene e a un altro il male? Giacché quel giusto, a cui tocca il male, era stato in precedenza un malvagio, e ora incorre nella punizione. E’ possibile che lo si punisca per quanto compiuto durante la giovinezza?… Gli rispose: Non parlo di questa vita, ma di quanto è già accaduto nel passato… A che cosa si può paragonare? A un uomo che piantò una vigna nel proprio giardino, con la speranza di produrre buona uva, ma non ne ottenne che di scadente. Quando vide che non aveva avuto successo, la piantò, la recintò, la rafforzò, ripulì i grappoli buoni dai cattivi, e poi la ripiantò una seconda volta, ma vide che non era riuscito; la piantò ancora e la recintò, dopo averla ripulita; ancora non riuscì: sradicò e piantò nuovamente. Per quante volte? Per mille generazioni(195) Se non vi fossero le vostre colpe non vi sarebbe differenza tra voi e lui... L'uomo avrebbe un’anima superiore se non fosse per le colpe. L’hai fatto poco meno di un Dio (Sal.8.6) Cosa significa poco meno? Che egli ha colpe, ma il Santo, sia Egli benedetto, non ne ha, che Egli sia benedetto e benedetto il suo Nome in eterno. Egli non ha colpe e tuttavia la cattiva inclinazione proviene da lui! (196)

Bereshìt

Genesi [“In principio”]: il primo dei cinque libri che compongono la Torah. Rappresenta l’inizio della manifestazione e dunque del tempo storico.

Bet

Seconda lettera dell’alfabeto ebraico, con cui inizia  il Bereshit,  la Torah e il tempo. La grafia che la chiude da un lato indica che nulla è conoscibile prima della manifestazione.

Betzalel

Betzalel, [Bet-tzadè-lamed-alef-lamed], il nome dell’artista prescelto dal Signore per la costruzione della Menorah e di parte del Tabernacolo, ha valore numerico 153 (leggendo le lettere da destra a sinistra: 2+90+30+1+30 = 153), ossia il triangolo di 17.   “Il 17 - osserva Nadav Eliahu -  è un numero importantissimo in Qabbalah poiché è il numero indicante il bene (Tov). Non a caso è la Ghematria di due dei 72 Nomi di Dio, il 1° e il 49°. Anche questi numeri non sono casuali, in quanto si riferiscono alle Cinquanta Porte dell’Intelligenza, le più importanti delle quali sono la prima dall’alto e la quarantanovesima dal basso. Ed ecco che 17 è anche il valore di EGOZ (noce), un frutto esoterico, studiando il quale il re Salomone ricavò importanti considerazioni sulla struttura degli universi paralleli (vedi il Cantico dei Cantici, al versetto ‘Sono sceso al giardino delle noci’)”.  Il 17, inoltre, è anche il valore della parola Hagadah e osserva ancora Nadav Eliahu, (Misparei Ha-Sod. I numeri del segreto, Milano, 1990, pp. 29-30): “Il nome Hagadah (leggenda) si riferisce a tutta quella parte della tradizione orale dell’Ebraismo che contiene racconti e descrizioni basate soprattutto sul funzionamento tipico dell’emisfero cerebrale destro. Il valore 17 allude all’intrinseca bontà di questa parte, a volte ingiustamente trascurata o minimizzata dagli ebrei razionalisti.”

Binah

Binah-Intelligenza è la terza Sephira dell’albero della vita. Comprende Cinquanta Porte, di cui solo 49 furono accessibili a Mosé.

Birur Niztotzot

Termine utilizzato nella Qabbalah lurianica [Ari-Arizal] per indicare la selezione delle scintille di luce cadute in basso, dopo la rottura dei Vasi.

Bittul

Rappresenta l’auto-annullamento dell'Io, il potere dell’Anima che nel suo più alto livello trasforma l‘Ani - Io in Ayn – Nulla, e prepara alla contemplazione del  Divino.

[Tohu]-Bohu

[Caos e informità]: La terra era caos e informità. Significa che era già caos. Era Tohu e tornò ad essere Bohu (Sepher Bahir, 2) I concetti di materia e forma si collegano a quelli di luce e tenebra. La riconoscibilità del bene attraverso il male, come la luce attraverso la tenebra. La terra era caos perché prodotta dalla condensazione della luce originaria che si era ridotta per poter essere vista, nella parte mancante della luce originaria subentra la tenebra, la luce condensata o materia caotica. Dio ha fatto una cosa contrapposta all’altra(Eccl.7.14) Creò l’informità(bohu) e la collocò nella pace. Creò il caos(tohu) e lo collocò nel male, creò l’informità e la collocò nella pace, nel bene (11). Da dove si deduce che il caos è nel male? Dal versetto: Colui che opera il bene e crea il male-(Is.45.7). La forma o informità viene dunque creata per limitare o circoscrivere il male. E’ la luce rimasta dopo la riduzione della luce originaria e che serve a rimettere ordine nel caos della materia (12) E’ il tohu dal quale proviene il male che stupisce gli uomini (135) ‘…compi il tuo lavoro nella tua dimora… In tal modo, non potranno vederti né nuocerti, giacché essi… si tengono lontani da ogni condotta buona e scelgono il cattivo comportamento. Quando vedono che un uomo s’avvia lungo una strada onesta, e la percorre, lo prendono in odio. Che cos’è? E’ Satana. Questo ci insegna che il Santo, sia Egli benedetto, ha un attributo il cui nome è male (162) E tohu significa male che frastorna il mondo affinché pecchi. Ogni cattiva inclinazione dell’uomo proviene di là…Perché l’istinto del cuore umano è inclinato al male fin dalla sua adolescenza(Gen.8.21) e il compito dell’uomo è nel vincere le cattive inclinazioni, nel mettere ordine nel caos dei desideri, nel dare forma alla sua vita nella materia (167)

Briah

Briah [Creazione]: il secondo dei quattro universi paralleli dopo Atzilut. Rappresenta l’apparire di qualcosa dal nulla, la creazione ex-nihilo. Si tratta, tuttavia, di una realtà ancora del tutto spirituale, la matrice di tutte le forme particolari della manifestazione. Scientificamente corrisponde al “campo unificato” spazio-temporale da cui originano le particelle atomiche. [SEGUE]

sergio magaldi


domenica 7 agosto 2016

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA QABBALAH [Parte Terza]




SEGUE DA:
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Prosegue il glossario essenziale su termini, concetti e nomi noti nello studio della Qabbalah. Le parole in grassetto costituiscono altrettante voci del glossario.



ANIMA

Cinque sono i livelli dell’anima nella concezione ebraico-cabbalistica. Il livello più basso, anche se indispensabile all’incarnazione e alla vita sulla terra, è rappresentato da NEPHESH. Comune agli esseri umani e agli animali, questo livello dell’anima presiede alla vita istintuale, è assimilato al sangue che scorre nei corpi, e ha la sua fonte nel fegato. Presente nel corpo al momento della formazione dell’embrione, lo abbandona dopo la morte, ma solo quando è avvenuta la completa putrefazione della carne e dopo che il terzo e il quarto livello dell’anima sono già usciti dal corpo.
Il quarto livello è rappresentato da RUACH, il soffio vitale. Anche questo livello dell’anima è comune tanto agli esseri umani che agli animali. È lo spirito di vita che entra nei corpi al momento della nascita e che fuoriesce con l’ultimo respiro della morte. La sua fonte è nel cuore e nei polmoni. È questo il livello dell’anima che abbandona il corpo prima di NEPHESH e subito dopo NESHAMAH.
Il terzo livello dell’anima è appunto rappresentato da NESHAMAH ed è ciò che caratterizza lo spirito di una persona, la sua razionalità, la sua sensibilità, il suo equilibrio e le sue conoscenze. Questo livello appartiene esclusivamente agli esseri umani ed ha la sua fonte nel cervello. Entra nel corpo in età puberale ma il tempo preciso del suo ingresso varia da individuo a individuo. Abbandona il corpo sempre prima di RUACH e NESHAMAH.
Diverso il discorso per i due restanti livelli: il secondo, CHAYA, manifesta l’intuizione e la comprensione della trascendenza; il primo, YECHIDAH, la completa identificazione con l’unità e con il divino. Entrambi questi livelli dell’anima non sono accessibili a tutti. Da parte di alcuni cabalisti i cinque livelli dell’anima sono visti come altrettanti corpi di luce che riempiono i quattro mondi [OLAM].

ASSIAH

La Qabbalah individua quattro universi paralleli nella manifestazione. L’ultimo e il più basso è Assiah, dove domina la materia e l’azione e dove il male metafisico e morale tende a prevalere.

ATZILUT

È il primo e il più elevato dei quattro mondi, Olam Atzilut o mondo dell’Emanazione. In lui è contenuto tutto il progetto divino,  quale si viene realizzando negli altri tre universi.

ARI 

Ari “Leone”, soprannome reverenziale nonché acronimo di Ashkenazi Rabbi Yitzhak, il maestro cabbalista askenazita Isacco Luria vissuto nel XVI secolo tra Gerusalemme e Safed. Con lui si chiude la Qabbalah classica e medievale e inizia la speculazione cabalistica moderna e contemporanea. In suo onore, ma talora anche per sottolineare le differenze con il passato, si parlerà di Qabbalah lurianica. Haym Vital,  suo discepolo della cerchia di Safed, ebbe un ruolo determinante nel divulgare il pensiero del maestro.

ARIZAL

Altro soprannome di Isacco Luria, formato da due acronimi: ARI e ZAL. Per il primo [ARI] si veda la voce precedente. ZAL, il secondo acronimo è formato da Zikhrono Livrakha [“Benedetta la sua memoria”], con l’aggiunta di una vocale [com’è noto le vocali non fanno parte dell’alfabeto ebraico] per unire le due consonanti.

AUR [OR]

Aur [Or, Luce]: Il punto di luce, adombrato dalla luce infinita e per noi oscura, è il primo dei dieci “Dio disse” del Genesi ed è anche il primo istante della creazione. Facendosi altro da sé, l’Infinito si determina ad essere il finito illimitato. E’ davvero così? L’invisibile puntino da cui lo yud - la più piccola lettera dell’alfabeto ebraico - è tracciato è davvero altro? Osserviamo intanto che quel puntino di luce è per noi invisibile  proprio come la luce oscura e, dunque, partecipa della stessa natura di questa. Da che riconoscere allora la luce che si diffonde da quel primo punto? La risposta è nel successivo versetto del Genesi: “Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre.” (Genesi 1:4). La separazione consentì all’uomo - vista l’impossibilità di percepire il puntino luminoso o primo istante della creazione - di vedere finalmente la luce attraverso le cose. Ciò che significa vedere la luce nel contrasto con le tenebre. Naturalmente questa oscurità non ha nulla a che vedere con l’Oscurità originaria, da cui scaturì il primo punto di luce.
Gli uomini non sopportano la vista della luce troppo fulgida (bahir), il buio è per te come la luce ( Sepher Bahir, 1) Solo della luce c’è sostanza, non così della tenebra che, pure, è creata da Dio (13) La luce precedette il mondo (16) Nessuna creatura può guardare la prima luce (147). Qual è il nascondiglio della potenza di Dio? E’ la luce che ha celato e nascosto e che tiene in serbo per i giusti del ‘olam ha-ba o mondo a venire, quella che rimane è per coloro che confidano in Dio, osservano la Torah, compiono i suoi precetti, santificano il suo Nome e ne proclamano l’unità in segreto e in pubblico (148) La Torah è una luce (149) Fu così creata una grande luce, che nessuna creatura avrebbe potuto sopportare. Il Santo, sia Egli benedetto, vide che nessuno poteva tollerarla: ne prese allora la settima parte, e la sostituì, per essi all’intero. Il resto lo ripose per i giusti a venire (160)E’ scritto: E Dio disse: Sia la luce, e la luce fu. In verità, questo ci insegna che la luce era assai grande, né alcuna creatura poteva fissarla (190).

AVAYA

Nome formato dalle quattro lettere del Tetragramma. Indica l’esistenza e la manifestazione.

AVRAHAM ABULAFIA

Avraham Abulafia [Saragozza 1240 – località della Sicilia, data probabile il 1291] cabbalista itinerante, fu in Grecia dove forse subì l’influenza dell’Esicasmo cristiano, in Israele, in Italia, a Capua dove gli fu maestro Rabbi Hillel di Verona, in Catalogna, in Castiglia dove ebbe numerosi e importanti discepoli e, infine, in Sicilia dove, con molta probabilità terminò la sua vita. Famoso il suo tentativo di incontrare il Papa Niccolo III nel 1280 presso il castello Orsini di Soriano nel Cimino, nonostante le minacce papali di rogo. Il Papa che si era rifiutato d’incontrarlo e che lo aveva minacciato di morte, morì all'improvviso.
Abulafia conobbe l’ostilità tanto dell’ambiente ebraico–cabbalistico quanto di quello cristiano. L’ossessione, per così dire, che egli manifesta per l’Uno e per l’Unità (Ichud) lo porta a polemizzare aspramente col concetto cristiano di Trinità, mentre, sul versante cabbalistico, lo induce al conflitto con la cosiddetta Qabbalah delle Sephiroth, di fronte alla quale, sulla scia di Isacco il Cieco, ripropone con forza la Qabbalah del nome di Dio e delle ventidue lettere dell’alfabeto con cui Dio creò il mondo.
Abulafia è ritenuto, l’iniziatore di una Qabbalah estatica o profetica. Ma, a parte la considerazione che molti dei temi da lui trattati erano stati già affrontati da Isacco il Cieco e dalla sua scuola, la stessa pratica della concentrazione e della meditazione non era mai venuta meno nella tradizione ebraica. Già la preghiera era sempre stata uno strumento di meditazione (soprattutto L’ Amidà e lo Shemà Israel), come pure l'uso di prendere un versetto della Bibbia come oggetto di meditazione (gherushin), la concentrazione per la conoscenza del sé o Hitbonenuth (già utilizzata da Maimonide) che può prendere a riferimento una pietra, una foglia, un fiore, un'idea ecc...ma che ha lo scopo la comprensione di se stessi alla luce degli altri oggetti della creazione. Noto era anche l’uso del mantra (Ribbonò shel Olàm, ‘Padrone dell'Universo’, il più importante) per il mantenimento della concentrazione.
L’originalità di Abulafia, tuttavia, consiste nell’aver saputo distinguere tra contemplazione semplice e concentrazione capace di condurre sino alla visualizzazione. L’esperienza mistica della visione dei colori ( per esempio, i cinque colori che si sprigionano dal lume di una candela o da una lampada ad olio: biancogiallorosso neroazzurro) è da lui considerata la più semplice tra quelle consentite dalla Qabbalah, ma è di grande importanza perché rappresenta lo stadio iniziale di ogni ulteriore e più complessa visualizzazione. Il valore numerico di Machazeh visione è 60, con lo stesso valore: Kli  recipiente (uno dei 72 nomi di Dio), Ganaz nascondere, Hineh  ecco! Halakhah  regola di vita, Gaon  sapiente. In Abulafia è anche frequente la Ghematria ha Machazeh (65) la visione, con Adonai (65), terzo dei nomi di Dio, dopo il Tetragramma ed Elohim.
La meditazione vera e propria è tuttavia, per Abulafia, quella che si esercita attraverso la contemplazione delle lettere dell’alfabeto, a cominciare dalle tre lettere madri: Alef  Mem  Shin e dal nome di Dio di quattro lettere (Tetragramma), anche ricorrendo alla tecnica della permutazione o Temurah. La meditazione sul Tetragramma può cominciare dalla consapevolezza di uno dei suoi significati: la prima lettera, la Yud è la moneta  o la vita, la seconda, la He  è la mano divina che dona la vita, la terza lettera o Waw è il braccio che si tende per donare, la quarta lettera, infine, o seconda He, è la mano di chi riceve.
Un’altra meditazione raccomandata da Abulafia è quella su Ayn, nulla, alla quale si può accedere fingendo di contemplare ciò che si vede dietro la nostra testa, oppure mettendo in relazione Ayn, nulla con Anì, io. [SEGUE]

sergio magaldi





martedì 2 agosto 2016

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA QABBALAH [Parte Seconda]




SEGUE DA: INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA QABBALAH [Parte Prima]. Clicca sul titolo per leggere.

Continua di seguito il glossario essenziale di termini e concetti per accostarsi allo studio della Qabbalah. Le parole in grassetto costituiscono altrettante voci del glossario.


Adam Qadmon

La Qabbalah ritiene che l’Adam Qadmon sia l’archetipo dell’uomo, l’Uomo Universale. Prima configurazione della Luce divina e della forma più alta con la quale la stessa si manifesta dopo lo Tzimtzum. L’Adam Kadmon e l’Albero delle Sephiroth [Albero della vita] sono entrambi espressione del principio della manifestazione.
L’Adam Qadmon non è in alcun modo da confondersi con un ipotetico uomo cosmico di natura bisessuale e neppure con la sua larvata presenza asessuata e tuttavia spiritualmente comprensiva tanto del principio femminile che di quello maschile.

Aesh Mezareph [Esh M’zaref]

Titolo di opera di anonimo autore. Il trattato non è altro che il compendio che ne dà Christian Knorr von Rosenroth nella sua Kabbala Denudata, scritta in latino e pubblicata a Sulzbach tra il 1677 e il 1684.
Per l’anonimo autore, l’uomo è una pietra grezza che deve essere sgrossata; più ancora, collegando il corpo umano con le Sephiroth dell’Albero della vita, l’uomo deve  apprendere a purificare i metalli impuri che si trovano in lui. Se riuscirà nell’impresa, non otterrà ricchezze materiali, ma acquisterà in cambio longevità e saggezza. Aesh mezareph è il ‘Fuoco Purificatore’ e in qualche misura pare ispirarsi al fuoco di Malachia,3, 1-2 : « Questo vi risponde il Signore dell’universo : ‘ Io mando il mio messaggero a preparare la strada davanti a me. Il Signore che voi desiderate entrerà subito nel suo tempio. Attendete dunque il messaggero che proclamerà la mia alleanza con voi. Eccolo, sta per arrivare. Chi potrà sopravvivere al giorno in cui egli giungerà ? Chi potrà restare in piedi, quando apparirà ? Egli sarà come il fuoco che raffina i metalli, come il sapone che lava le vesti ’. »
S’intravede già dalle prime righe del testo il collegamento tra Qabbalah e Alchimia, nel senso tuttavia che senza la conoscenza della prima non sarà neppure possibile accostarsi alla seconda, almeno di non voler fare come « gli studenti volgari della natura » che male interpretando e per di più facendosi vanto di possedere la chiave di ogni segreto, finiscono per ottenere, in luogo di longevità e saggezza, malattie e disprezzo.
Il discorso cabbalistico in Aesh mezareph si avvale, com’è nella tradizione della Qabbalah, del continuo riferimento ai versetti biblici, dell’uso talora anche eccessivo della Ghematria e del costante rapporto tra le Sephiroth e i metalli, con analogie a prima vista sorprendenti ma che hanno la possibilità di essere comprese all’interno di una prospettiva alchemica. Sorprenderà così, per esempio, che la materia prima dell’Opera venga attribuita a Chokmah [Sapienza] – Piombo, la medicina dei metalli a Malkuth [Regno e Luna degli alchimisti] e l’oro a Gheburah [Potenza], e dove ci saremmo aspettati di trovare l’oro nella Sephirah più alta, vi troviamo invece il metallo più vile e dove la lebbra o la corruzione dei metalli, troviamo al contrario la medicina per purificarli. Quanto all’oro di Gheburah, apprendiamo subito dal testo che il fondamento dell’oro è nel ferro misto al fango e che esistono ben dieci qualità di oro. Spetta dunque a questa Sephirah esprimere le diverse e potenziali trasformazioni dell’oro, giacché in fondo un po’ d’oro si nasconde in ogni Sephirah e in ciascun metallo e tutto può essere purificato per l’azione di quella – per usare il linguaggio caro agli Orfici – « scintilla di luce » che si trova nei corpi.
Si comprende così anche il ruolo delle Sephiroth Chokmah e Malkuth. La prima e l’ultima, perché Kether, la Corona dell’Albero sephirotico,  è  la radice stessa dei metalli. Solo il saggio perviene alla comprensione della vera materia prima dell’Opera e solo lui conosce il potere della Luna per sbiancare i metalli impuri.
Al linguaggio alchemico-cabbalistico, fatto di continui riferimenti alle Sephiroth, alle ghematrie, ai passi biblici, alle varie fasi dell’Opera per la purificazione dei metalli, l’anonimo autore aggiunge l’uso dei quadrati magici. Così, seguendo l’ordine che ne dà egli stesso, il quadrato del Sole è in analogia con il Leone alchemico, con l’oro e con la potenza di Gheburah. Il quadrato della Luna si associa con l’argento, con Chesed e con le cinquanta Porte di Binah; il quadrato di Marte col ferro, con Tiphereth e con il cuore dell’uomo, giacché Tiphereth è un guerriero ed è chiamato a rettificare tanto la natura maschile che quella femminile.
Seguono ai precedenti: il quadrato di Giove in analogia con Netzach e con Binah e collegato allo stagno, un metallo, per la verità, di scarso valore; il quadrato di Venere associato con Hod, con il bronzo e con il verbo Tzaphah (osservare); il quadrato di Saturno legato al piombo e a Chokmah, al nome di Dio nella Sephirah e al sabato.
Per ultimo il quadrato di Mercurio, in relazione con Yesod, con l’argento vivo e con l’acqua aurea.
Inutilmente si cercherebbe nell’opera del Rosenroth il Compendium  in forma unitaria, perché vi si trova piuttosto disperso in vari frammenti. Il vero problema è allora quello di risolvere la questione del carattere e dell’autenticità di questi frammenti. Scrive in proposito Gerschom Scholem: « Il modo di esprimersi e il contenuto in queste citazioni mostrano con chiarezza che Knorr von Rosenroth aveva sotto gli occhi effettivamente un manoscritto ebraico che recava questo titolo, e non un qualche libro scritto in latino o in un’altra lingua. Dal modo letterale, anche se certo non sempre corretto, di tradurre di Knorr traspare a ogni piè sospinto l’ebraico […] L’autore conosceva il Talmud  e comprendeva il latino […] Ancora più chiaramente testimonia del carattere di questo testo il suo stesso contenuto. Il primo capitolo comprendeva visibilmente un’introduzione, di cui è citato il brano principale ; i capitoli dal secondo all’ottavo lasciano ancora vedere chiaramente la sequenza in cui erano disposti. Il testo era ordinato – nei capitoli che abbiamo; non è chiaro se ve ne fossero altri – secondo i metalli, e più esattamente nella sequenza: oro, argento, ferro, stagno, rame, piombo, mercurio e zolfo. Tre tipi di contenuto lo compongono: un contenuto puramente cabalistico, che riguarda il simbolismo mistico dei metalli nella loro connessione alle sefirot e cita, si noti, lo Zohar non più di una sola volta; un contenuto puramente chimico, che in sostanza descrive singole operazioni e processi, senza alcun rapporto con le altre parti del testo; e infine, come a concludere ogni capitolo, una parte astrologica che descrive gli amuleti planetari corrispondenti ai vari metalli, e fornisce materiale rilevante per l’indagine sulle origini di tale scritto. »
Circa la data presunta di composizione di Aesh mezareph, sempre lo Scholem propone che la stessa debba essere posta tra il 1620 e il 1660 e che comunque l’opera non possa essere stata scritta prima del 1560, dal momento che i passi citati dello Zohar si riferiscono all’edizione stampata a Cremona nel 1560.

Ayn [Ain]

Abulafia raccomandava la meditazione su Ayn, sedicesima lettera dell’Alfabeto ebraico, alla quale si accede fingendo di contemplare ciò che si vede dietro la nostra testa, oppure mettendo in relazione Ayn, nulla con Anì, io. Per la forma grafica, simboleggia gli occhi, ma anche i due canali escretori. È il segno della realtà materiale e l’immagine del vuoto e del nulla.

Ayn Soph  


Ayn Soph  ‘Infinito’ è stato spesso confuso con Apeìron ‘Senza limite’ di Anassimandro. In realtà, l’Apeìron del filosofo ionico, dall’alfa privativo greco che indica la negazione, esprime solo il caos originario della materia, la mescolanza primigenia di tutte le cose. L’Ayn Soph dei cabbalisti, invece, non è privativo di qualità ma di luogo e indica l’impossibilità di cogliere l’origine e il fine e ha solo la funzione di far desistere il pensiero dalla pretesa prometeica di voler essere ovunque e tutto risolvere in se stesso. Come è scritto, in più di un testo della Qabbalah, in Ayn Soph, infinito, non c’è alcuna apertura, su di lui ogni interrogativo è vano, come su ogni idea che attenga alle possibilità del pensiero. Quando, nelle prime scuole medievali di Qabbalah si nomina Ayn Soph è più che altro per sottolineare l’impossibilità di conoscere l’infinito. Si osservi, infine, che Ayn Soph si scrive in ebraico con le lettere Alef (valore 1), Yud (10), Nun (50), Samek (60), Waw (6), Phe (80) e che, per Ghematria, vale 207 come Raz segreto e Aur [Or] luce. [SEGUE]

sergio magaldi

martedì 26 luglio 2016

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA QABBALAH [Parte Prima]





 Introduco di seguito un glossario essenziale, per lo più alfabetico, utile per orientarsi tra termini e concetti nei quali lo studente si imbatterà quasi subito nell’accostarsi alla Qabbalah. Talora, come nel caso delle due prime voci in elenco e non solo, l’informazione è redatta attingendo direttamente dai testi della Qabbalah; in tal caso viene riportato in parentesi il paragrafo di riferimento dell’opera citata. La versione italiana è tratta in gran parte da Mistica Ebraica, Einaudi, Torino, 1995. La grafia originale delle lettere che compongono le parole ebraiche è stata omessa e sostituita dalla traslitterazione italiana, perché il relativo font ebraico non è sempre presente nel pc dei lettori.

Acqua e Fuoco
Gli elementi della tradizione empedoclea si trovano spesso citati insieme. Così in particolare per Acqua e Fuoco: “…Il Signore, benedetto Egli sia…A che cosa si può paragonare? A un re che desiderava costruire il proprio palazzo su rocce dure: tagliò i massi e fendette le pietre finché sgorgò davanti a lui una grande sorgente di acque vive. Egli disse allora: poiché dispongo di acqua sorgiva, pianterò un giardino, per trarne diletto insieme al mondo intero” (Sepher Bahir, 5). “Che cosa significa la benedizione? E’ simile a un re che piantò alberi nel proprio giardino: benché cadesse la pioggia e venisse assorbita, e il terreno ne fosse sempre umido e impregnato, nondimeno egli dovette attingere a una fonte…” (6). “Il vero significato di Hiriq è Harak, il bruciare, poiché è un fuoco che brucia tutti i fuochi, com’è scritto: Allora cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la polvere e prosciugò l’acqua che era nel canale(I Re 18.38)” (44). “La voce del Signore intaglia lingue di fuoco(Sal.29.7): quando mette pace tra l’acqua e il fuoco, sprizza la forza del fuoco e le impedisce di annientare l’acqua, mentre impedisce a questa di spegnere il fuoco” (45). “Non vi furono forse le acque, e da esse uscì il fuoco? Gli risposero: è quanto tutti dicono. Se è così, le acque racchiudono il fuoco”(188). Si confrontino 45 e 188 con la massima ermetica: “Qui scit comburere aqua et lavare igne facit de terra caelum et de caelo terram preziosa”: ‘Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco fa della terra il cielo e del cielo la terra preziosa’).
“Dal cielo ti fece ascoltare la sua voce per ammonirti e sulla terra ti mostrò il suo grande fuoco, e tu ascoltasti le sue parole di mezzo al fuoco(Deut.4. 36). Che cos’è questo grande fuoco…? “(46). “Ci hai insegnato, o nostro maestro, che Egli prese le acque e le divise: ne pose metà nel firmamento e metà nel mare oceano; questo è il significato di quanto è scritto: il ruscello di Dio è pieno d’acqua. Per mezzo di questa l’uomo apprende la Torah… com’è scritto: Orsù, voi tutti assetati, venite all’acqua! Anche chi non ha argento…”(51). “Che cosa significa shamayim, ‘cielo’? Ci insegna che il Santo, sia Egli benedetto, impastò fuoco ed acqua, e li stese l’uno nell’altro, e con essi fece il principio della propria parola, com’è scritto: Il principio della tua parola è verità (Sal.119.160). Ecco infatti che è scritto shamayim, ovvero sham-mayim: ‘là è acqua’; esh e mayim, fuoco e acqua” (59). “E cosa significa Mem? Non leggere Mem ma mayim, acqua. Come l’acqua è umida così il ventre è sempre umido. E perché la mem aperta è composta dal maschio e dalla femmina, mentre quella chiusa consta solo del maschio? Per insegnarti che il fondamento della mem è il maschio, mentre la sua apertura è stata aggiunta a significare la femmina. Come il maschio non può generare senza l’apertura, così la mem chiusa non può generare se non con la mem aperta. Come la femmina genera attraverso la propria apertura, così avviene per la mem aperta e chiusa” (85). Seconda lettera madre dell’alfabeto ebraico, la Mem è scritta nel suo ‘riempimento’ con la consonante che si ripete due volte: una Mem aperta iniziale e una Mem chiusa finale. Rabbi Aqiva (Alfabeto di Rabbi Aqiva) dice che Dio, quando siede sul Trono di Gloria, si pone ai lati le due lettere e le riconcilia esclamando che il suo Regno è chiamato per mezzo loro, allora l’intero firmamento si inginocchia al cospetto del Signore. Mayim [Mem-yud-mem] significa acqua e si scrive con le due lettere separate da una Yud, simbolo dello Spirito divino che le prende per mano e le riconcilia. Acqua di sorgente che scorre o fontana sigillata, la Mem aperta allude alla manifestazione di Dio mentre quella chiusa rimanda al mistero che è in Lui..
 Che cos’è la quinta? la quinta è il grande fuoco del Santo, sia Egli benedetto… E’ la sinistra del Santo… (145). Ci si riferisce qui alla quinta Sephirah dell’Albero, Gevourah (rigore). E’ detto infatti che Dio governa il mondo con Benevolenza (Chesed, la quarta Sephirah) e con Rigore

Albero e Giardino
 In proposito vedi i già citati (5 e 6) paragrafi del Sepher Bahir e inoltre: “Io sono colui che ha piantato questo albero, affinché tutto il mondo ne tragga diletto; ho fissato tutto in esso, e l’ho chiamato tutto, giacché da esso tutto dipende e da esso tutto deriva. Tutti ne hanno bisogno, lo scrutano e lo attendono: da esso si propagano le anime superiori in letizia” (22). “Da quanto affermi apprendiamo che il Santo, sia Egli benedetto, creò quanto era necessario a questo mondo prima di creare il cielo? Sì, gli rispose. A che cosa si può paragonare? A un re, che voleva piantare un albero nel proprio giardino. Ispezionò tutto il giardino per sapere se vi fosse una fonte d’acqua sorgiva, che potesse sostentarlo. Non la trovò, e disse: Scaverò fino a trovare l’acqua e farò scaturire una fonte, affinché l’albero possa sopravvivere. Scavò e fece scaturire una fonte abbondante d’acqua viva: piantò quindi l’albero, che attecchì e fece frutto, giacché le sue radici lo ristorarono sempre con l’acqua della fonte” (23). “Come in shoresh , radice, la Shin è simile alla radice dell’albero, e la Resh indica che ogni albero è ritorto. Qual è la funzione della seconda Shin ? Ti insegna che se prendi un ramo e lo pianti mette radice a sua volta” (81). “E perché sono in numero di 32? A che cosa si può paragonare? A un re che aveva un bel giardino, con 32 sentieri. Mise un guardiano a custodire quei sentieri, e a lui solo li svelò. Gli disse: Custodiscili, e percorrili ogni giorno: ogni volta che li percorrerai, la pace sarà con te. Cosa fece quel guardiano? Mise altri guardiani a custodirli, giacché si disse: Se sarò solo in quei sentieri, mi sarà forse possibile, unico custode, mantenerli tutti? Inoltre la gente dirà: quel re è un avaro! Per tale motivo questo custode pose altri custodi a guardia di ogni sentiero: questi sono i 32 sentieri” (92). “Il guardiano disse: Che questi custodi non dicano che il giardino è mio!…Al re appartiene il giardino. Egli ha stabilito questi sentieri… A che si può paragonare? A un re e alla sua figliola che avevano alcuni servitori: questi volevano recarsi lontano, ma temevano l’ira del re. Il re diede loro il proprio segno: ebbero allora timore della figliola, finché anch’essa diede loro il proprio segno. Questi si dissero: adesso con questi 2 segni, il Signore ti guarderà da ogni male, guarderà la tua anima (Sal.121.7)” (93).36 in tutto…Tutti e 36 si trovano nel primo, il drago. Il Santo, sia Egli benedetto, possiede un albero che racchiude le frontiere delle 12 diagonali… che s’ampliano e procedono all’infinito: sono le braccia del mondo (Deuter.33.27)e al loro interno vi è l’albero. A tutti questi raggi corrispondono i preposti, in numero di 12. Anche all’interno della ruota celeste vi sono 12 preposti: sono in tutto 36 preposti…Sono dunque 12, 12 e 12, i preposti nel drago (Teli), nella ruota celeste (Galgal) e nel cuore (Lev)” (95).

Aleph
 Aleph  – dice il Sepher Bahir (48) – determina piuttosto l’esistenza di tutte le lettere, a somiglianza del cervello. Come per la alef, alla cui menzione apri la bocca, così avviene per il pensiero, quando pensi a ciò che non ha fine né limite. Dalla aleph escono tutte le lettere. Non vedi forse che essa è posta al loro inizio?  Di qui l’analogia che i cabbalisti fanno tra  Alef  ed En Soph.

Alfabeto
 Tre delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico [si ricordi che ogni lettera ha il valore numerico che viene riportato in parentesi]: Aleph [1]Mem [40]  [ in fine parola con diversa grafia come le lettere kaf-nun-phe e tzadè] Shin [300] sono dette madri e rappresentano gli elementi della tradizione empedoclea: aria - acqua - fuoco (la terra o quarto elemento è considerata una condensazione dell’acqua), altre sette di queste lettere sono dette doppie e rappresentano i sette pianeti (considerando i due luminari e i cinque pianeti della tradizione): Bet  (2)– Dalet (4) – Ghimel (3) – Kaf (20)– Phe  (80) – Resh  (200) – Taw  (400) mentre le restanti dodici lettere, dette semplici,  rappresentano i 12 segni zodiacali: He  (5) – Waw  (6) – Zain (7) – Chet (8)– Teth (9)– Yud  (10) – Lamed (30)– Nun  (50) – Samech  (60) – Ayin  (70)– Tzadè  (80) – Qoph (100)

Atbas
Metodo di permutazione delle lettere dell’alfabeto ebraico. L'alfabeto è piegato nel mezzo e una metà è sovrapposta all'altra, allora è possibile lo scambio tra la prima e l’ultima lettera, tra la seconda e la penultima, tra la terza e la terz’ultima e così via. Oltre a ciò, vi sono significati nascosti nella forma delle lettere dell'alfabeto ebraico ed è possibile scomporre ciascuna consonante per scoprire altre lettere alle quali rinvia e, ancora, la forma di una lettera in fine di parola può talora differire dalla forma che solitamente assume quando è lettera finale o, al contrario, la forma di una lettera scritta nel corpo di una parola, si presenta con la forma propria di una lettera finale, oppure una  lettera scritta in una dimensione più piccola o più grande di quelle del restante manoscritto. [SEGUE]


sergio magaldi

martedì 19 luglio 2016

IL GRANDE ANDROGINO [Parte Quarta]







 In De la causa, principio e uno, Giordano Bruno pur chiamando Dio 'principio primo soprannaturale', finisce poi col distinguerlo dall'universo grazie soltanto agli aristotelici concetti di potenza ed atto, prospettando così una soluzione assai vicina a quella degli stoici: "Or contempla il primo ed ottimo principio, il quale è tutto quel che può essere, e lui medesimo non sarebe tutto se non potesse essere tutto: in lui dunque l'atto e la potenza son la medesima cosa. Non è cossì nelle altre cose..." (Op. cit., Mursia, Milano, 1985, p. 157). Augusto Guzzo, curatore del volume, osserva che potenza ed atto non coincidono "né nelle singole cose dell'universo, né nell'universo preso complessivamente...perché esso è tutto quel che può essere, ma in ciascun momento e luogo è solo quel che è, e non le molte cose che anche potrebbe essere." (cfr., nota 191, p. 157). Per lo stoicismo antico, Dio non ha forma umana: "Omitto de figura dei dicere, quia Stoici negant habere ullam formam deum (Preferisco non parlare dell'aspetto di dio, perché gli Stoici escludono del tutto che dio abbia forma)", scrive Lattanzio (Stoici antichi, cit., fr. (B.f)1057, p. 899) e Clemente Alessandrino annota: "Dio per ascoltare non ha bisogno di avere forma umana, né gli servono i sensi, come dicevano gli Stoici, in specie quello della vista e dell'udito..." (Ibid., fr. (B.f)1058, p.901). Del pari si osservi che ancora Giordano Bruno, in De la causa, principio e uno, esclude che a Dio appartenga  forma umana, vuoi che questo significhi - come sostiene Augusto Guzzo (op.cit., nota 3, p. 210) - un comune sentire con l'eleatismo e il pitagorismo, vuoi piuttosto con l'ermetismo di cui parla la Yates, per ciò che lo stesso Guzzo ritiene sotteso (Ibid., nota 1, p. 210) quel 'primo principio sopranaturale'  che invece a me pari manchi intenzionalmente nel brano di seguito citato e che, ove anche fosse presente in 'spirito', rimanderebbe a un Dio - Cosmo, uno e totalizzante. Ciò che, a mio giudizio, rende di nuovo il Nolano concettualmente più vicino allo stocismo che all'ermetismo:

 "TEOF. E' dunque l'universo uno, infinito,immobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l'atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il  massimo ed ottimo; il quale non deve poter essere compreso; e però infinibile ed indeterminabile, e per tanto infinito e indeterminato, e per conseguenza inmobile. Questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto. Non si genera; perché non è altro essere che lui possa desiderare o aspettare, atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non può sminuire o crescere, atteso che è infinito; a cui come non si può aggiongere, cossì è da cui non si può suttrarre, per ciò che lo infinito non ha parte proporzionabili. Non è alterabile in altra disposizione, perché non ha esterno da cui patisca e per cui venga in qualche affezione. Oltre che, per comprender tutte contrarieta di nell'essere suo in unità e convenienza, e nessuna inclinazione posser avere ad altro e novo essere o pur ad altro ed altro modo di essere, non può esser soggetto di mutazione secondo qualità alcuna, né può aver contrario o diverso che lo alteri, perché in lui è ogni cosa concorde. Non è materia, perché non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è forma, perché non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo. Non è misurabile né misura. Non si comprende, perché non è maggiore di sé. Non si è compreso, perché non è minore di sé. Non si agguaglia, perché non è altro ed altro, ma uno e medesimo. Essendo medesimo e uno, non ha essere ed essere; e perché non ha essere ed essere, non ha parte e parte; e per ciò che non ha parte e parte, non è composto. Questo è termine di sorte che non è termine; è talmente forma che non è forma; è talmente materia che non è materia; è talmente anima che non è anima: perché è il tutto indifferentemente,e però è uno, l'universo è uno." (Giordano Bruno, op.cit., pp. 210 - 212).

 Il brano, di grandiosa e poetica bellezza estetica e concettuale, non lascia adito al dubbio: nell'universo così descritto non c'è spazio per la trascendenza, almeno nel senso della visione ermetica proposta nel Discorso del nous (intelletto). Dio, d’altra parte, è presente in tutte le forme e si trova tanto nel corpo del maschio che in quello della femmina e quando maschio e femmina si congiungono nell'amplesso, ricostituendo l'unità del cosmo, sono a lui più vicini. Lo stesso concetto, pur se diversamente formulato, si trova nella tradizione ebraico-cabbalistica del Cantico dei Cantici e dello Zohar. Anche qui, tuttavia, occorre intenderci. Se ‘l'unione degli opposti’, così poeticamente espressa nel Cantico, si propone a modello del Grande Androgino creatore, siamo alle solite, con una visione antropomorfica e materialistica della divinità. Se, viceversa, leggiamo il Cantico nell'ottica in cui Moshe Idel indica, più in generale, debba intendersi l'unione sessuale del maschio e della femmina, allora comprendiamo meglio, nella molteplicità dei fenomeni e nella dialettica degli opposti, la sostanziale unità del Tutto. Giuseppe Abramo, nell'introduzione del suo pregevole studio sul Cantico, dopo aver ricordato che nel Talmud è detto che 'Tutto ciò che Dio ha creato in questo mondo, l'ha creato maschio e femmina', osserva: "Questo correlarsi di parti, questa affermazione che la polarità essenziale di tutta l'esistenza è quella maschile-femminile, in Cabala è contenuta nelle parole, peraltro prese a prestito dal Talmud, 'Due che è quattro'. Ci troviamo di fronte ad un sistema nel quale: “l'Uno diventa due, che in realtà è quattro, che si unisce diventando due, il cui scopo è di rivelare l'Uno” (G.Abramo - Nadav Eliahu Crivelli, Il Cantico dei Cantici e la tradizione cabalistica, trascendenza e immanenza nell'unione fra maschile e femminile, Bastogi, Foggia, 1999, p. 19). Se con 'Uno' s'intende il cosmo creato uno da Dio, da cui si genera, nella sua opposta polarità, l'essere umano ed ogni altro aspetto della realtà, allora siamo nella stessa prospettiva di Moshé Idel.


 Androgino è dunque il cosmo, non l'uomo, nel senso che ogni aspetto del reale necessità dell'azione congiunta della femmina e del maschio, e benché si dica che il cosmo è creato a immagine di Dio, la sua somiglianza, poiché Dio è privo di forma, si estrinseca nell'unicità e nell'immortalità, ma già differisce nel principio stesso della sua esistenza, armonico in sé ma suscettibile di contrasto e separazione nell'individuazione delle forme del divenire. Tant'è che gli ermetici lo dicono bello, ma non buono ad indicare che è soggetto a passione e corruzione, non in sé, ma nel tempo e nello spazio. Cosa, d'altra parte, ci fa persuasi che il cosmo è uno, visto che la realtà si manifesta sempre nella forma della polarità e della contrapposizione (maschio - femmina, male - bene, odio - amore, luce - tenebre, giorno - notte, vita - morte...)? Non potendo creare un altro se stesso, se non riproponendo - come già si è detto- l'identità di sé, Dio scelse di creare, sì un dio, perché, a propria immagine e somiglianza, lo fece uno e immortale, ma un dio visibile e sensibile, non tanto perché costui percepisse ma perché potesse essere percepito[1]: nacque così l'androgino ermetico, primo mattone della costruzione del cosmo, mirabile pietra grezza in cui la trinità converge nell'unità ancora indistinta e caotica, unico e vero figlio di Dio, logos divino in cui Dio si è fatto carne. Questi e solo questi è l' Adam Qadmon, l'androgino primordiale, il caos primigenio che contiene indifferenziati il principio maschile e il principio femminile, e per mezzo del quale nasce l'ordine (cosmo) e si conoscono le forme transeunti e molteplici del reale. A Roma, sull'architrave della Porta Ermetica di piazza Vittorio, è inciso il sigillo di Salomone sormontato da una croce. Ai piedi della croce, un cerchio che al centro ne contiene uno più piccolo. Sigillo e cerchi sono chiusi da un cerchio più grande dove tutto intorno è scritto in latino: "Tre sono le meraviglie: Dio e l'uomo, la madre e la vergine, il trino e l'uno". Ecco 'il miracolo della cosa una' di cui si parla nella Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto. Ecco infine rivelato il mistero (o dogma) della santissima trinità.


 Sotto questo profilo, l'intera storia, non solo dell'umanità, ma di tutte le forme esistenti e di quelle di là da venire, altro non è che la grande epopea dell'Ermete Trismegisto, il mercurio tre volte grande, non perché - come è stato detto - egli sia figura umana dotata di straordinaria saggezza e signore nei tre regni, bensì, perché è l'anima di tutte le fasi della Grande Opera. Dove il mercurio è tre volte grande? Nell'essere materia prima dell'Opera, nel morire e nel saper rinascere. Egli è ad un tempo la pietra grezza, la pietra lavorata e la pietra filosofale. Non a caso il suo nome greco, Ermes, significa pilastro di pietra e in tale forma veniva spesso rappresentato. Nella mitologia greca, egli è padre di Ermafrodito (l'androgino, la pietra grezza), generatogli da Afrodite nata dalla spuma del mare, fecondata dai genitali recisi di Urano.

 Cosa fa l'alchimista con arte spagirica? Egli separa l'unità indistinta e caotica degli elementi (sale, zolfo e mercurio) che formano la pietra che non è una pietra e li ricompone nell'unità mirabile e aurea della pietra filosofale. Come pure, nella tradizione ebraica, il sigillo o esagramma di Salomone contiene, racchiusi in un cerchio (sale - terra), due triangoli contrapposti e incrociati, simboli del fuoco (zolfo) e dell'acqua (mercurio). L'esortazione contenuta nella Tavola di Smeraldo può essere compiuta: 'lavare col fuoco e bruciare con l'acqua'. E lo Zohar, in un passo che ha per tema la dialettica luce - oscurità, ripropone il significato della creazione umana fatta a immagine e somiglianza di Dio:

   "‘A nostra immagine' corrisponde alla luce (principio maschile). 'A nostra somiglianza' corrisponde all'oscurità (principio femminile), che è una veste per la luce ". [2]

 Nell'androgino ermetico, il maschio (la luce, il fuoco, il sole) è oscurato (velato) dalla femmina (la veste bianca della luna). Ma la tradizione cristiana si spinge anche oltre. Nella Lettera agli Efesini, Paolo di Tarso chiama Cristo pietra principale. Con Cristo (poco importa, sotto questo riguardo, se egli sia davvero esistito), la chiesa di Pietro ha finalmente realizzato il 'sogno divino' di Adamo di trasformare la terra nell'oro dello spirito. Cristo, come Adamo, non nasce di donna, egli è figlio unigenito di Dio. A differenza di Adamo, egli ubbidisce al padre: accetta la morte, ma per avere vita eterna. Il suo calvario addita la via da seguire per trasformare il piombo in oro, la pietra grezza in pietra filosofale. Risorge, infine, dalla tomba per essere lievito di vita. Egli è sì 'la via, la verità e la vita' ma solo come metafora dello spirito immortale presente nel primo mattone con cui Dio ha fatto il cosmo. 
  
sergio magaldi


[1]Cfr.,Asclepio,8,in Discorsi, cit., p. 183

[2]Cfr.,Zohar,I,22a-b

lunedì 11 luglio 2016

CONTE DEI MIRACOLI e... dei rimpianti

theguardian.com


 Con la Spagna campione d’Europa uscente, l’Italia calcistica fa l’impresa grazie al miracolo di Conte, da me auspicato alla vigilia, anche alla luce del pesante intervento degli dei del calcio nel condizionare gli accoppiamenti degli scontri ad eliminazione diretta [vedi il post GLI DEI DEL CALCIO AGLI EUROPEI 2016 e clicca sul titolo per leggere]. Per la verità, l’intervento soprannaturale l’avevo invocato non solo in virtù del gioco scadente, ancorché spesso redditizio, messo in mostra dagli azzurri nei due anni della gestione Conte, ma soprattutto in considerazione del fatto che, dopo la convincente vittoria sul Belgio, seconda nel ranking mondiale, l’Italia aveva deluso nelle due successive partite, l’una vinta con la Scozia, l’altra persa con l’Irlanda. Una prova quella contro la Spagna che addirittura supera la prestazione fornita contro il Belgio, trasformando calciatori considerati mediamente modesti [se si escludono i 4 del pacchetto arretrato] in altrettanti campioni. Poteva Conte ripetere il miracolo contro la Germania, campione del mondo in carica? Poteva, e l’Italia è stata ad un passo dalla prestigiosa qualificazione alle semifinali. Ha tenuto testa ai tedeschi per 120 minuti ed ha finito col cedere quando aveva già in mano (o meglio, sui piedi) la vittoria. Come si fa – si chiede al termine della partita un Buffon in lacrime – a perdere una partita ai rigori quando l’avversario sbaglia per ben tre volte? Il fatto è che gli azzurri di rigori ne hanno sbagliati quattro, ma più clamoroso ancora è che, al penultimo dei cinque tiri dal dischetto, l’Italia era in vantaggio, nonostante l’errore di Zaza che, prima di calciare alle stelle, si era esibito in un inguardabile e prolungato zampettio per ingannare Neuer. Cosa fa Pellé al quarto tiro? Ignorando il presagio lanciato dal collega di reparto, pensa di uccellare uno dei migliori portieri al mondo con il gesto dello scavetto e calcia fuori la palla. Si sa che i rigori si possono sbagliare, è successo anche a Baggio e a Messi, ma qui ci sono almeno tre aspetti sui quali vale la pena riflettere. Il primo è che abbiamo perso la semifinale e forse la finale europea grazie agli errori delle due uniche punte azzurre. Il secondo è che i due attaccanti italiani all’errore hanno aggiunto il ridicolo, soprattutto considerando la statura calcistica del portiere tedesco a fronte della loro scarsa fama: Zaza è riserva nella Juve e Pellé lo è nel Southampton. Il terzo aspetto chiama in causa Conte che ha portato a Parigi solo due punte centrali, per l’appunto Zaza e Pellé [se si esclude Immobile, a volte inguardabile], lasciando a casa Pavoletti, Gabbiadini, Belotti, Lapadula e anche Berardi che, se non è un centravanti vero e proprio, è comunque un attaccante di valore. In epoca non sospetta, quando Conte allenava la Juventus, scrivevo[ post del 26 febbraio 2012]: “L’ideale di Conte, in fondo, è di avere in squadra 10 terzini che sappiano anche fare goal! Per dirla più elegantemente, egli vuole tutti giocatori di movimento che all’occorrenza sappiano difendere e attaccare”. Ottima idea in teoria, ma in pratica la sua quasi perfetta organizzazione di gioco finisce spesso per sfiancare le punte e snaturare la funzione terminale del gioco d’attacco.

 Tutto ciò premesso, non si può non riconoscere a Conte il grande merito del lavoro compiuto, che non solo ha parzialmente coperto le responsabilità degli organi calcistici nazionali, ma che ad un certo punto ha finito per far sognare gli italiani, inizialmente scettici nella resa europea di questa Italia del pallone. Conte aveva detto alla vigilia di Euro 2016 che, quale fosse stato il risultato raggiunto, l’importante sarebbe stato non avere rimpianti. Ebbene, i rimpianti ci sono anche se insieme ai miracoli: non solo per gli incredibili errori dal dischetto, ma anche perché alla finalissima europea è andato il Portogallo, terza squadra ripescata del proprio girone, dopo i pareggi con Austria, Ungheria e Islanda, e vincitrice agli ottavi e ai quarti, tra calci di rigore e tempi supplementari, contro Croazia e Polonia e approdata alla finale con l’unica vittoria nell’arco dei novanta minuti contro il Galles. Per non parlare dell’altra squadra finalista, la Francia che, dopo aver vinto con Romania e Albania, pareggiato con la Svizzera e superato Irlanda e Islanda, si è trovata di fronte la Germania – unico scontro di grande livello – superata in semifinale, grazie ad un rigore, ispirato dai già menzionati dei del calcio, che gli ha spianato la strada verso il successo. Alla fine però vince il Portogallo, nonostante l’infortunio di Cristiano Ronaldo [per una volta meno antipatico di sempre in veste di vice-allenatore] e in virtù della tattica suicida degli afrofrancesi che hanno tenuto mister 100 milioni [Pogba] al centro del campo a fare piccoli e insignificanti passaggi, in luogo di affiancarlo a Sissoko [peraltro sostituito proprio nei momenti decisivi] nell’attaccare la porta dei lusitani, ben protetta da un ottimo Rui Patrício.

 In conclusione, una tra le poche note liete di questi europei è stata che nessuna delle quattro squadre privilegiate dagli dei del calcio [Francia, Germania, Spagna e Inghilterra] sia riuscita a vincere, mentre a sollevare la coppa è il Portogallo, uno dei quattro outsider [Belgio, Portogallo, Italia e Croazia] che, secondo la sapiente e divina regia, si sarebbero dovuti eliminare tra di loro. Infatti, se tutto fosse andato secondo previsioni, il Portogallo, prima del girone F, avrebbe incontrato l’Italia [presumibile 2.a del girone E], e il Belgio [presumibile 1.a del girone E] avrebbe incrociato la Croazia [presumibile 2.a del girone D, dopo la Spagna]. Insomma e per fortuna: non è solo il diavolo a fare le pentole senza i coperchi, qualche volta ci riescono anche gli dei…

sergio magaldi

sabato 9 luglio 2016

IL GRANDE ANDROGINO [Parte Terza]



SEGUE da IL GRANDE ANDROGINO[Parte Prima] e da IL GRANDE ANDROGINO[Parte Seconda]. Clicca su ciascun titolo per leggere.


Alcuni trattati ermetici sostengono che è il mondo ad essere creato a immagine e somiglianza di Dio, non l'uomo, e se il creatore è eterno e ingenerato (aidios), la realtà (mondo, cosmo) che è generata, è soltanto immortale (atanatos). L'uomo, invece, non è né eterno né immortale, perché generato dal mondo, sebbene egli partecipi dell'immortalità mediante l'intelletto (nous). Cosa debba intendersi per nous nella letteratura ermetica è argomento assai complesso. Si può tuttavia provare a riassumerne i diversi significati, con le parole stesse del Pimandro, secondo il quale l’intelletto proviene da Dio, così come la luce si dispiega dal Sole. Se pure partecipa dell’intelletto divino, l’essere umano è soltanto terzo nella gerarchia:

  "Primo di tutti gli esseri, in realtà è Dio, eterno, ingenerato, creatore dell'universo; secondo è colui che è stato creato da Dio a sua immagine e che da Dio è tenuto in vita, nutrito e dotato di immortalità...Il Padre dunque, generandosi da sé, è eterno, il mondo invece, essendo generato dal Padre, è generato ed è immortale. E quanta materia era soggetta alla sua volontà, tutta questa il Padre la foggiò in forma di corpo e, avendole dato un volume, la rese sferica...Dio circondò il tutto di immortalità, affinché, anche se la materia volesse separarsi dalla composizione di questo corpo, non potesse dissolversi tornando al disordine che le è proprio...I corpi degli esseri celesti possiedono un unico ordine, quello che hanno ricevuto dal Padre fin dalla loro origine; e quest'ordine è conservato immutabile dal ritornare periodico di ciascuno di essi al suo posto primitivo (il ritorno periodico degli astri a un punto fissato della loro traiettoria, indica quindi l'immobilità dell'ordine celeste)...Il terzo essere vivente è l'uomo, creato a immagine del mondo, e che, a differenza degli altri esseri terrestri, possiede l'intelletto per volontà del Padre; non solo è unito per affinità al secondo dio, ma può conoscere il primo dio con la facoltà intellettiva." [1]

Il medesimo concetto, dell'uomo creato a immagine del mondo, è ripreso nel IX  Discorso: "Dio è dunque il padre del mondo, il mondo il padre di tutti gli esseri che si trovano in esso; il mondo a sua volta è figlio di Dio, e gli esseri che sono nel mondo sono figli del mondo. E giustamente il mondo è stato definito kosmos (ordine), perché ordina tutti gli esseri per mezzo delle varie qualità delle generazioni, per mezzo della continuità della vita, della sua instancabile attività, del rapido movimento imposto dal destino, della combinazione degli elementi, e della disposizione ordinata di tutti gli esseri che nascono." [2]

E di nuovo è ripreso nel X Discorso per sostenere che il mondo è bello ma non buono perché soggetto a passioni:  "Chi è dunque il dio materiale di cui parli?",chiede Asceplio ad Ermete ed Ermete risponde: "Il mondo, che è bello, ma non buono; è costituito infatti di materia, è soggetto a passioni ed è il primo di tutti gli esseri passibili; è il secondo nella serie degli esseri, ed è incompleto in sé stesso, ha avuto anch'esso un principio della sua esistenza, ma esiste sempre, perché esiste nel divenire..."[3]

È riproposto  anche  per ribadire la gerarchia degli esseri: Dio, il cosmo e l'uomo: "...Vi sono dunque questi tre esseri: Dio che è il padre e il bene al tempo stesso, il cosmo e l'uomo. Dio contiene il cosmo; il cosmo l'uomo; il cosmo nasce come figlio di Dio, l'uomo del cosmo, quindi come nipote di Dio."  [4]. In proposito, B.M. Todini Portogalli osserva: "La concezione di un profondo legame tra i tre esseri divini: Dio, il mondo, l'uomo è il tema centrale dell'ermetismo, e deriva evidentemente dal tema stoico della sumpateia (simpatia), principio di accordo e di unità del cosmo." [5]  

Il tema dell’essere umano creato a immagine e somiglianza del mondo è ancora contenuto nel discorso che l'intelletto o nous rivolge a Ermete per meglio fissare, in rapporto a Dio, i concetti di eternità, cosmo o mondo, tempo e divenire: "...Dio crea l'eternità, l'eternità il mondo, il mondo il tempo, il tempo il divenire. L'essenza di Dio è per così dire la saggezza; dell'eternità l'identità; del mondo l'ordine; del tempo il mutare, del divenire la vita e la morte...Così dunque l'eternità è in Dio, il mondo nell'eternità, il tempo nel mondo, il divenire nel tempo. E mentre l'eternità sta immobile intorno a Dio, il mondo è in movimento nell'eternità, il tempo si compie nel mondo, il divenire diviene nel tempo."  [6]

Ribadito di nuovo lo stesso concetto per definire, in rapporto al cosmo, i reali significati di morte, trasformazione, visibile, invisibile, rotazione e sparizione:  L'eternità è dunque immagine di Dio, il mondo immagine dell'eternità, il sole del mondo, l'uomo del sole. Il cambiamento è definito come morte, per il fatto che il corpo si disgrega e la vita si dissolve nell'invisibile. Gli esseri che si disgregano in tal modo, mio caro Ermete, e anche il mondo, io dico che si trasformano, per il fatto che ogni giorno una parte del mondo va nell'invisibile, ma non si dissolvono. Queste sono le perturbazioni che subisce il mondo: la rotazione e la sparizione. La rotazione è rivoluzione, la sparizione é rinnovamento."[7].

Per quanto la concezione ermetica ricordi il Timeo platonico nel fare del cosmo l'immagine stessa di Dio e dell'eternità, passaggio dal caos all'ordine, topos generato e immortale, per quanto i trattati ermetici parlino del cosmo come di un secondo dio, non bisogna dimenticare il carattere sostanzialmente monoteistico della teologia ermetica: ei kai monos, uno e solo, è il fondamento stesso della divinità e il nous così parla ad Ermete:

  "Che esista dunque un creatore di queste cose, è chiaro; che sia anche unico, è ancora più evidente; una è l'anima, infatti, una la materia, una la vita. Chi è dunque questo creatore? Chi altro se non Dio, che è unico? A chi altro infatti si converrebbe creare esseri animati, se non a Dio solo? Dio dunque è unico. Sarebbe una cosa del tutto ridicola: hai ammesso con me che il mondo è sempre uno, uno il sole, una la luna, una l'attività divina, e vorresti che Dio proprio lui, fosse membro di una serie?"[8]

Dio-Uno è davvero il Grande Androgino descritto nel primo capitolo del Genesi, in alcuni trattati ermetici e nel pantheon delle diverse religioni? In contrasto con quanto si afferma sia nel Pimandro che nell'Asclepio, nel già menzionato discorso del nous ad Ermete, la soluzione prospettata, nonostante l'apparente dualismo, è decisamente in armonia col pensiero complessivo dell'ermetismo. Per un verso Dio, come principio trascendente, è incorporeo e dunque privo di forma, per altro verso Dio, creatore del cosmo, presenta tutte le forme:

   "Il mondo è multiforme, non perché contiene in sé stesso le forme, ma perché muta in se stesso. Poiché dunque il mondo è stato creato multiforme, come può essere colui che lo ha creato? Non potrebbe essere privo di forma. D'altra parte, se egli è multiforme, risulta che è uguale al mondo. Ma se possiede una sola forma? In questo sarà inferiore al mondo. Come possiamo dunque dire che è, per non lasciare il discorso senza una conclusione certa? Niente vi è infatti di dubbio per noi nella conoscenza di Dio. Dio quindi ha una sola forma che sia propria di Dio, la quale non sia però oggetto degli organi della vista, e cioè incorporea; Dio presenta tutte le forme attraverso i corpi." [9]

Poiché, dunque, c'è forma solo per rapporto alla materia, Dio non ha forma, né può improntare di sé una qualsiasi forma da trasmettere all'uomo.  Non diversamente, gli stoici (Zenone, Cleante e Crisippo, IV - III sec. a. C.), secondo le testimonianze degli antichi, considerano il cosmo uno, generato e immortale [10] C'è tuttavia da osservare che, nella concezione stoica, Dio stesso è identificato con l'intero cosmo:"Per loro dio non è altro che l'intero cosmo con tutte le sue parti. E affermano che questo è uno solo, finito, vivente, eterno e divino. Nel cosmo sono compresi tutti i corpi, né v'è traccia di vuoto. Danno il nome di Dio alla qualità derivata da tutta la sostanza, e non a ciò che possiede una tale disposizione in conformità con l'ordine universale. Pertanto, in coerenza con la prima definizione sostengono che il cosmo è eterno, mentre con riferimento al suo ordinamento dicono che è generato, soggetto a un infinito cambiamento ciclicamente ripetuto nel passato e nel futuro. Ma per quanto riguarda la qualità che proviene da tutta la sua sostanza il cosmo è eterno e divino." [11]

Mi sembra interessante osservare come Giordano Bruno in De la causa, principio e uno pervenga in gran parte a risultati analoghi nel considerare il rapporto Dio - cosmo. Soluzione più stoica, dunque, che ermetica, quella del grande Nolano, anche valutando con tutto il rispetto le acute analisi della Yates sull'ermetismo di Bruno (Frances A. Yates, Giordano Bruno and the Hermetic Tradition, Londra, 1964; trad. it. Laterza, Bari, 3.a ed., 1992 ). [SEGUE]

[1] Cfr., Discorsi di Ermete Trismegisto, cit., VIII, pp. 80 - 82. Il corsivo in parentesi è contenuto in una nota di B. M. Todini Portogalli,curatrice del volume, in calce al testo.
[2]Discorsi,cit.,IX,8,pp.87-88
[3] Ibid., X,10, p. 96.
[4] Ibid., X, 14, p. 98.
[5] Ibid., p. 102, nota 26
[6] Ibid., XI, 2, pp. 106 - 107
[7]  Ibid., XI, 5, p. 114.
[8] Cfr., Discorsi, cit., XI, 11, p. 112.
[9] Ibid., XI, 16, pp. 114 - 115.
[10]cfr., Stoici antichi. Tutti i frammenti, raccolti da Hans von Arnim, trad. it. di R. Radice, testo greco e latino a fronte, Rusconi, Milano, 2.a ed., 1999,  frr. (B. f)528 - 533, pp. 615 - 617.
[11] Ibid., (B.f)528, p. 615.