mercoledì 15 maggio 2019

SOCIALISMO LIBERALE E DEMOCRAZIA, parte IV






Testo della relazione presentata al Convegno organizzato il 3 maggio 2019 dal Comune di Milano e dal Movimento Roosevelt:

“Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli e Thomas Sankara e contro la crisi della democrazia in Italia, Europa, Africa e a livello globale”


SEGUE DA:






Già un anno dopo la nomina a Presidente da parte del Consiglio Nazionale della Rivoluzione, e quando era ormai iniziata la sua febbrile azione riformatrice, Thomas Sankara aveva reso noto al mondo il suo pensiero con un discorso pronunciato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1984.

Esordì col dire di non essere lì per annunciare dottrine di verità, ma per parlare in nome del suo popolo e del “grande popolo dei diseredati” del cosiddetto Terzo mondo. Da cristiano, osservò che questo popolo, per troppo tempo, ad ogni schiaffo ricevuto aveva porto l’altra guancia; da marxista, annunciò che questo stesso popolo aveva finalmente aperto gli occhi alla lotta di classe: “Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ma il cuore del cattivo non si è ammorbidito. Hanno calpestato le verità del giustoHanno tradito la parola di Cristo e trasformato la sua croce in mazza. Si sono rivestiti della sua tunica e poi hanno fatto a pezzi i nostri corpi e le nostre anime. Hanno oscurato il suo messaggio. L’hanno occidentalizzato, mentre per noi aveva un significato di liberazione universale. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi”.

Non meno risoluto, egli si mostrò nei confronti di quelli che chiamò “ciarlatani di tutti i tipi” che, nei tanti forum e seminari, sbandieravano soluzioni miracolose per la crisi del Terzo mondo, e neppure risparmiò la piccola e istruita borghesia africana per le sue complicità: “l’istruita piccola borghesia africana – se non quella di tutto il Terzo mondo – non è pronta a lasciare i propri privilegi, per pigrizia intellettuale o semplicemente perché ha assaggiato lo stile di vita occidentale. Così, questi nostri piccolo borghesi dimenticano che ogni vera lotta politica richiede un rigoroso dibattito, e rifiutano lo sforzo intellettuale per inventare concetti nuovi che siano all’altezza degli assalti assassini che ci attendono. Consumatori passivi e patetici, essi sguazzano nella terminologia che l’Occidente ha reso un feticcio, proprio come sguazzano nel whisky e nello champagne occidentali in salotti dalle luci soffuse”.

Continuò, denunciando la cosiddetta politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale, responsabile ai suoi occhi di aver aumentato la disorganizzazione e generato di fatto la schiavitù permanente dei popoli oppressi. Annunciò a grandi linee, il suo programma politico: “Respingere l’idea di una mera sopravvivenza e alleviare le pressioni insostenibili; liberare le campagne dalla paralisi e dalla regressione feudale; democratizzare la nostra società, aprire le nostre anime ad un universo di responsabilità collettiva, per osare inventare l’avvenire. Smontare l’apparato amministrativo per ricostruire una nuova immagine di dipendente statale; fondere il nostro esercito con il popolo attraverso il lavoro produttivo avendo ben presente che senza un’educazione politica patriottica, un militare non è nient’altro che un potenziale criminale”.

Si avviò alla conclusione del suo intervento, ribadendo di non parlare solo in nome del suo paese, ma di tutti i sofferenti di sempre, e in particolare delle donne, ovunque fossero sfruttate da un sistema di potere maschilista. Da ultimo, tracciò un ponte ideale tra la rivoluzione liberale e i principi del 1789 e la rivoluzione socialista del 1917: “Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. Soffro in nome degli Indiani d’America che sono stati massacrati, schiacciati, umiliati e confinati per secoli in riserve così che non potessero aspirare ad alcun diritto e la loro cultura non potesse arricchirsi con una benefica unione con le altre, inclusa quella dell’invasore. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto […] Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta […] La libertà può essere conquistata solo con la lotta e noi chiamiamo tutte le nostre sorelle di tutte le razze a sollevarsi e a lottare per conquistare i loro diritti. Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne […] Parlo in nome degli artisti – poeti, pittori, scultori, musicisti, attori – che vedono la propria arte prostituita per le alchimie dei businessman dello spettacolo. Grido in nome dei giornalisti ridotti sia al silenzio che alla menzogna per sfuggire alla dura legge della disoccupazione. Protesto in nome degli atleti di tutto il mondo i cui muscoli sono sfruttati dai sistemi politici o dai moderni mercanti di schiavi

L’impegno riformatore di Thomas Sankara, si caratterizzò per la costruzione in soli otto mesi di una ferrovia che collegava tra loro le due maggiori città del paese, con il favorire la nascita di piccole imprese autogestite, dando impulso al commercio all’interno e all’esterno del paese, con il rilancio dell’artigianato tessile, lo sfruttamento delle risorse agricole, con piani di emancipazione per le donne e di alfabetizzazione rurale, uno speciale programma per il reinserimento nella vita sociale delle prostitute che lo desiderassero, una nuova politica sanitaria e soprattutto con la costruzione di numerose scuole in tutto il paese. Nella speciale classifica dei paesi più poveri, in qualche anno, il Burkina Faso risalì dal centoquarantatreesimo al settantottesimo posto.

Thomas Sankara fallì invece nel tentativo di convincere gli altri paesi africani a rifiutarsi di riconoscere il grande indebitamento nei confronti dell’Occidente. Nel luglio del 1987, intervenendo ad Addis Abeba alla riunione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), egli cercò invano di chiarirne le ragioni. Il risultato fu quello di provocare lo sconcerto di una parte dei delegati, evidentemente collegati a doppio filo al sistema di potere del neocolonialismo di alcuni paesi occidentali, primo tra tutti la Francia.

Si dice che la sua proposta sia stata determinante, tre mesi più tardi, nell’armare la mano dei suoi assassini, ma naturalmente per spiegare le ragioni di questo delitto politico si fecero altre ipotesi: la lotta aperta contro l’apartheid del regime sudafricano, l’ostilità manifesta delle potenze occidentali che continuavano nello sfruttamento economico e strategico del territorio africano, la rivalità dei militari che erano stati suoi compagni nell’insurrezione che l’aveva portato al potere, ed altro ancora, come sempre avviene in simili circostanze, nell’intento di diversificare le piste atte a confondere l’opinione pubblica.

Noi pensiamo che il debitoaveva detto con molta chiarezza Thomas Sankara, nel corso dell’Assemblea di Addis Abeba –  si analizza prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo […] Signor presidente, sentiamo parlare di club – club di Roma, club di Parigi, club di dappertutto. Sentiamo parlare del Gruppo dei cinque, dei sette, del Gruppo dei dieci, forse del Gruppo dei cento o che so io. E’ normale allora che anche noi creiamo il nostro club e il nostro gruppo. Facciamo in modo che a partire da oggi anche Addis Abeba diventi la sede, il centro da cui partirà il vento nuovo del Club di Addis Abeba. Abbiamo il dovere di creare oggi il fronte unito di Addis Abeba contro il debito. E’ solo così che potremo dire oggi che rifiutando di pagare non abbiamo intenzioni bellicose ma al contrario intenzioni fraterne. Del resto le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune”.

[ S E G U E ]


sergio magaldi

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