mercoledì 18 gennaio 2012

POTERE E DEMOCRAZIA nel film J.EDGAR di Clint Eastwood, 2011





 Il nuovo film di Clint Eastwood, dopo i successi di Gran Torino [2008] e di Invictus [2009], pone il problema inquietante dei rapporti tra Potere e Democrazia in un grande Paese come gli Stati Uniti d’America.

 Il regista porta sullo schermo la vita di John Edgar Hoover, capo del Federal Bureau of Investigation [F.B.I.] ininterrottamente per quasi cinquant’anni [1924-1972] e testimone dell’avvicendarsi di ben otto presidenti alla guida della nazione: da Calvin Coolidge, che per primo gli conferì l’incarico, a Richard Nixon che tentò inutilmente d’impossessarsi dei suoi “fascicoli” [distrutti dalla fedele segretaria Helen Gandy, interpretata da Naomi Watts], passando attraverso figure come F.D Roosevelt e J.F. Kennedy che, per motivi diversi, tanta parte hanno avuto nella storia degli U.S.A.

 Il film ha il pregio di mettere in evidenza gli aspetti positivi dell’opera di J. Edgar, con l’adozione di nuove tecnologie nell’azione investigativa [schedario delle impronte digitali, creazione di laboratori scientifici ecc…], la lotta contro il gangsterismo, il rigore e l’efficienza nel lavoro, ma anche gli aspetti negativi e francamente inquietanti soprattutto in un paese democratico: violenza, ricatti, spionaggio, dossieraggio e lotta senza quartiere nei confronti di movimenti in lotta per il riconoscimento dei diritti civili o nei confronti di personaggi anche solo sospettati di fede comunista. Il tutto nel nome di un “patriottismo” che a stento dissimula una forte ambizione personale, il disegno di sradicare sul nascere ogni forma di opposizione e la ferma volontà di garantire la sicurezza del Paese attraverso il mantenimento di privilegi consolidati.

 È vero tuttavia che il lavoro di Eastwood, nel rincorrere gli eventi di cinquant’anni, si mostri spesso “composto di una serie di situazioni slegate tra loro”, come sostiene Giuseppe D’Errico su Il GrecaleAgenzia di stampa quotidiana, ma è vero altresì che il senso del film non è tanto nella rivisitazione puntuale ed organica di una cronaca più o meno conosciuta, quanto nel cogliere la complessa personalità del protagonista, un personaggio che non esercita direttamente il potere ma ne detiene, per così dire, le chiavi per l’uso quotidiano. Si tratta insomma di capire che tipo di uomo debba essere colui che è in grado di resistere per mezzo secolo a pressioni d’ogni genere, tenendo a bada il Capo dell’Esecutivo, gli organi della rappresentanza politica e soprattutto un’opinione pubblica pilotata da un giornalismo non asservito ed efficiente, quale s’incontra spesso nei paesi di lingua e cultura anglosassone. Intanto, deve essere un uomo “rassicurante” per i poteri forti, un individuo capace di costruire senza scrupoli e tentennamenti il proprio “fortino” e al tempo stesso disposto al sacrificio della cosiddetta vita privata.

 L’identikit corrisponde in pieno a quello di J.Edgar Hoover, e l’interpretazione di Leonardo DiCaprio appare quanto mai convincente, sia nelle vesti del giovane appena assunto nel Bureau of Investigation, sia in quelle dell’anziano direttore del Federal Bureau [truccato sapientemente, per quanto a qualcuno l'attore possa apparire “goffo e imbolsito”]. 

 Il futuro direttore F.B.I. cresce con una madre autoritaria e castrante [Judy Dench] che inocula in lui la passione per la politica, intesa come scorciatoia per soddisfare le proprie ambizioni. J. Edgar l’adora, naturalmente, mentre sembra ignorare il padre costretto sulle sedia a rotelle e visibilmente relegato ad un ruolo marginale e sottomesso nell’ambito familiare. Un classico per chi voglia dimostrare che l’orientamento sessuale è un fattore acquisito, dipendente soprattutto dal rapporto che il bambino instaura con i genitori, segnatamente, per un maschio, con una madre opprimente, per un motivo o per l’altro stimolata a destituire di autorità e prestigio il ruolo paterno. Teorema di cui si avvalgono regista e sceneggiatore per spiegare la latente omosessualità del giovane J. Edgar, mai ammessa né dichiarata anche perché, per significativo paradosso, sarà proprio la madre a farla apparire al figlio come un tabù che in nessun caso può essere abbattuto. Ciò che non  impedisce, tuttavia, a J.Edgar di restare scapolo, nonostante i reiterati progetti di matrimonio, e di legarsi in amicizia sentimentale con Clyde Tolson [Armie Hammer], il vice-direttore da lui prescelto e che gli resterà accanto tutta la vita e anche dopo, dal momento che i due sono seppelliti uno accanto all’altro nel cimitero del Parlamento di Washington.

 D’altra parte, la genesi della presunta omosessualità di J. Edgar non è certo l’aspetto più interessante e qualificante del film. Eastwood, tuttavia, se ne serve per meglio far comprendere la psiche di J.Edgar e descrivere l’apparente contraddizione di un personaggio che, mentre costruisce i dossier per ricattare i potenti, utilizzando soprattutto i “vizi” inconfessabili di natura sessuale [come nel caso dell’orientamento sessuale della moglie del presidente F.D. Roosewelt], vive all’ombra di desideri ossessivi che ne disturbano, e non poco, la personalità. E questo, forse, è proprio il limite di un film che tace volutamente su altri aspetti significativi, come, per esempio, il fatto che il direttore del F.B.I. fosse stato elevato nel corso della sua carriera sino al 33° e più alto grado della Massoneria di Rito Scozzese. Silenzio che non si spiega semplicemente, con l’osservare che l’appartenenza massonica è così diffusa tra le élites degli Stati Uniti d’America da non destare particolare attenzione né curiosità. Cosa inconcepibile in  Italia, dove i media sono sempre a caccia del massone che si "annida" nelle istituzioni; del tutto naturale in un Paese  che annovera molti massoni tra i Presidenti e illustra con simboli massonici persino la banconota da un dollaro.  

 Ricostruire l’identità massonica di J.Edgar, avrebbe costretto il regista ad inseguire il filo rosso che forse conduce sino alle stanze occulte del Potere americano, quello vero, quello che consentì al direttore del F.B.I., per il bene della patria e dell’ordine stabilito, di minacciare impunemente per quasi cinquant’anni tanti Presidenti e uomini politici di primo piano e lo portò addirittura ad essere sospettato come il mandante dell’assassinio di Martin Luther King.

 Clint Eastwood non voleva o non era interessato a presentare il suo “eroe” da questa prospettiva. Più semplicemente intendeva mostrare come il comportamento di un individuo, il cui scopo è di vegliare sulla legalità e sull’ordine democratico, possa degenerare sino al punto di compromettere la fiducia stessa negli istituti della democrazia rappresentativa. Lo fa con garbo, proiettando sul personaggio luci ed ombre, col disincanto di un fanciullo – lui che ha ormai superato gli ottant’anni – che abbia appena scoperto la fragilità di un sogno.


sergio magaldi

sabato 14 gennaio 2012

LETTERA PER UN AMICO CRISTIANO recensione




Da www.informazionecorretta.com la recensione di Giorgia Greco al libro di
FULVIO GIANNETTI, Lettera per un amico cristiano, Sovera Edizioni, 2011


Una fotografia del campo di concentramento nazista di Terezin nei pressi di Praga accoglie il lettore del breve ma intenso saggio di Fulvio Giannetti; medico chirurgo proveniente da una famiglia di origini spagnole è autore di testi sull’occupazione nazista in Italia e attualmente vive a Gerusalemme.

Un’immagine quella di copertina che richiama subito l’attenzione del lettore sul concetto di martirio di cui gli ebrei sono stati vittima nel corso dei secoli: un popolo che, a differenza di altri, ancora oggi nel proprio Stato democraticamente costituito deve affrontare pregiudizi e difendersi da coloro che spargendo odio ne vorrebbero la cancellazione.

L’odio antisemita che ha invaso tutta l’Europa dall’800 in poi, non avrebbe avuto terreno tanto fertile senza l’antigiudaismo che fu propedeutico e trasformò l’odio contro gli ebrei, intesi come praticanti una religione demoniaca, in odio contro gli ebrei intesi come popolo…” così scrive la corrispondente da Israele di Informazione corretta, Debora Fait, nell’accurata prefazione al saggio di Giannetti.

Nemmeno la Shoah con il suo carico di sei milioni di innocenti sterminati ha fatto cessare questa distorsione morale, un odio camuffato da antisionismo radicale che ora è rivolto allo Stato degli ebrei, demonizzato e a rischio di sopravvivenza ogni giorno.

L’autore nella sua “lettera” a un amico cristiano analizza con rigore storico avvalendosi di dati documentali puntuali la versione riportata nei Vangeli per quanto attiene al ruolo di Ponzio Pilato. Se la narrazione dei Vangeli descrive la figura di Pilato come un uomo esitante e debole, opportunista sotto il profilo politico, Giannetti riporta invece l’immagine di un uomo spietato, responsabile della morte del fratellastro, e di numerosi crimini compiuti come governatore della Giudea.

Lo scrittore si sofferma in particolar modo sul processo subito da Gesù a Gerusalemme nel Praetorium romano, dinanzi a Pilato. Argomentando sulla base di fonti storiche accurate Giannetti invita a prendere con cautela le narrazioni evangeliche che indicano negli ebrei i principali responsabili della passione di Cristo, scagionando il governatore da qualsivoglia responsabilità: quanto sopra in virtù del fatto che non si possiede una testimonianza diretta del processo essendosi svolto a porte chiuse.

Le affermazioni poco veritiere degli evangelisti sarebbero dunque da ascriversi al timore che la loro fede venisse annientata dalla repressione del potere romano e dunque al tentativo di ingraziarsi Roma.

Nel breve saggio Giannetti affronta con accuratezza storica anche l’argomento dell’arresto di Gesù (evidenziando le contraddizioni presenti nella narrazione evangelica), della situazione socio-politica nella quale il Cristo ha vissuto e dell’influenza che gli ambienti farisaici vicini agli zelati ebbero nella sua formazione spirituale.
La lettura di questo libro offre in poche pagine un’occasione imperdibile per i cristiani di riflettere sui fatti storici narrati dagli evangelisti in modo non sempre corretto e le cui conseguenze si sono riverberate per secoli sul popolo ebraico, generando quel tessuto nel quale si è innestato un radicato antigiudaismo che è arrivato fino ai giorni nostri.

Da questa “Lettera” si può imparare molto e l’auspicio di chi scrive è che rimanga nel cuore del lettore per aiutarlo a mutare atteggiamento verso il popolo ebraico sgombrandogli la mente dai pregiudizi, dall’odio e dall’intolleranza che impediscono di guardare allo Stato di Israele con il rispetto e la considerazione dovuti a qualsiasi nazione legittimamente e democraticamente costituita.

Giorgia Greco

martedì 10 gennaio 2012

CORPORAZIONI DI TUTTA ITALIA UNITEVI!

IL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE CORPORAZIONI


"Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni è nell'economia italiana, quello che lo Stato Maggiore è negli Eserciti: il cervello pensante che prepara e coordina".
BENITO MUSSOLINI


  Attribuita ai Romani quasi come formula magica per conservare il potere, la celebre locuzione latina Divide et impera deve la sua fortuna al fatto che in ogni tempo ci sia un potere da conservare contro chi vi si opponga, siano le province di un vasto Impero, le diverse classi sociali, i partiti politici, i membri di un’associazione e persino i condomini di un fabbricato. Se si limita l’osservazione allo Stato, si nota che la democrazia rappresentativa, per quanto anacronistico e paradossale possa sembrare, si sposa con la “formula”, meglio della dittatura. Il despota non ha bisogno di dividere, gli basta opprimere ed è così cieco da non capire che prima o poi gli oppositori si uniranno contro di lui per abbatterlo.

 Il Divide et impera, tuttavia, non ha una struttura rigida e immediatamente riconoscibile, al contrario, maggiore è la sua elasticità, migliori sono le sue capacità di adattamento a situazioni diverse tra loro. Lo Stato contemporaneo ha necessità di tassare i cittadini oltre la decenza? Non lo farà con tutti e allo stesso modo, perché si troverebbe di fronte le classi sociali unite dallo stesso interesse e con loro i partiti politici che le rappresentano, sempre che questi ultimi non siano diventati l’incarnazione stessa dello Stato, degenerando la forma di governo in partitocrazia e i politici che dovrebbero rappresentare i cittadini si siano trasformati in corporazione.

 Per prima cosa lo Stato colpirà i poveri [termine che non va confuso con quello in uso nei secoli scorsi, perché si tratta di salariati al limite della sopravvivenza e comunque in grado di essere tassati alla fonte del loro modestissimo reddito], non solo e non tanto perché sono il maggior numero [il che pare, ma non lo è, addirittura un paradosso dal punto di vista della “pericolosità sociale”], quanto perché, di là di qualche lamentazione di facciata, non hanno nei media chi possa difenderli con interesse e credibilità. Se il sistema partitocratrico non è perfettamente compiuto, può darsi tuttavia che si levi qualche sterile voce in loro difesa, dentro e fuori le istituzioni parlamentari.

 Il secondo atto consisterà nel colpire il ceto medio con reddito più o meno accertabile alla fonte. Col triplice scopo di a)tacitare i poveri b)proclamare l’equità della manovra c)creare elementi di divisione dal confronto inevitabile che poveri e ceto medio faranno delle rispettive misure restrittive del proprio reddito che sono stati costretti a subire. D’altra parte, chi gestisce il potere sa per esperienza che difficilmente le due classi di cittadini si unirebbero contro lo Stato: da sempre il ceto medio coltiva l’ambizione di farsi ceto medio-alto. Ad ogni buon conto, per evitare tale eventualità, sono già pronte le soluzioni.

 Si comincerà col far finta di perseguire anche i ricchi, termine con il quale si designa oggi non solo il detentore di grandi sostanze, più o meno palesi, ma anche i grandi boiardi, i dirigenti di banche ed enti pubblici e privati, nonché i membri delle corporazioni di arti, mestieri, professioni e della politica che, come dicevo sopra, in una Democrazia degenerata in Partitocrazia, è una vera e propria corporazione. Non la definirei casta, per la demagogia che si cela dietro ogni iperbole e per il palese tentativo di fare apparire quella della politica come l’unica classe privilegiata di cittadini. 

 Insomma, si tratta di prendersela con i privilegiati e con gli evasori fiscali. Non può essere che per finta. E allora si proclamerà di voler tagliare i costi della politica, cominciando dalle retribuzioni di coloro che fanno parte degli organi della rappresentanza. La risposta sarà – statene certi – la rivendicazione della sovranità legislativa, cioè lo sbandieramento della logica corporativa che consente ai parlamentari, ai consiglieri regionali, provinciali, comunali, di tutti i partiti di stabilire essi stessi quanto devono guadagnare. A quel punto lo Stato, rispettoso della democrazia, farà marcia indietro, ma intanto si presenterà all’opinione pubblica come meritevole per aver posto il problema.

 La strategia successiva sarà quella di volgersi contro le altre corporazioni, ma qui viene il bello. Perché ogni corporazione comincerà a scalciare contro l’altra, suggerendo scambievolmente i privilegi che potrebbero essere aboliti. Lo Stato tuttavia ribadirà il fermo proposito di liberalizzare e per saggiare il terreno comincerà dalle corporazioni più deboli, per esempio quella che gestisce i taxi, e/o da una di quelle più forti, per esempio da quella dei farmacisti, per sondare la reazioni alla proposta di ridurre almeno qualcuno dei privilegi più piccoli. Si scatenerà l’inferno da parte di entrambe le corporazioni, mentre tutte le altre messe in stato di allarme si prepareranno all’offensiva, ciascuna per proprio conto. Non tutte insieme, sarebbe un errore politico. Se fossero unite nel rivendicare il proprio status privilegiato, le corporazioni diverrebbero trasparenti e al tempo stesso invise all’opinione pubblica e lo Stato con un’unica norma potrebbe abolirle tutte. Ciascuna corporazione parlerà in difesa di se stessa, rivendicando la legittimità e l’antichità dei propri statuti, la nobiltà la durezza le difficoltà della professione o del mestiere che rappresenta e troverà buoni argomenti per differenziarsi da tutte le altre.

 In base al principio del Divide et impera, lo Stato sembrerebbe aver raggiunto lo scopo. E invece non è così, c’è almeno un caso in cui il principio si volge nel suo contrario: è la divisione a rendere forti le corporazioni, praticamente imbattibili, perché ciascuna potrà contrattare con lo Stato i tempi di una falsa riforma dell’Ordine che lascerà tutto come prima o addirittura peggiorerà le cose. Lo Stato lo sa, perché è esso stesso è fondato sulle corporazioni, a cominciare da quella della politica. Cosa farà a questo punto? Fingerà di trattare e intanto, attraverso propri uomini sguinzagliati nei Talk-show, professerà la saggezza di aver saputo evitare la paralisi del Paese con la mancata circolazione dei taxi e la paralisi del traffico cittadino, con la sospensione delle cause giudiziarie, l’impossibilità di vendere e comprare beni immobili ed eseguire testamenti, con la mancanza dei farmaci per gli ammalati, con il blocco dell’informazione ecc...

 Così, non resterà allo Stato che dedicarsi a liberalizzare il mercato del lavoro, l’unica riforma “liberale” che veramente gli preme e che sostanzialmente si riduce alla possibilità di licenziare, nel pubblico come nel privato. Prima, però, farà mostra di voler colpire gli evasori fiscali inviando gli ispettori del fisco nei luoghi delle vacanze dove tradizionalmente sono soliti adunarsi i ricchi. Per fare che? Qualcuno sostiene che è per accertare chi soggiorna in alberghi di lusso e sfoggia auto da centinaia di migliaia di euro con un reddito dichiarato che spesso non raggiunge neppure i 20.000 euro annui. Qualche altro oppone che si tratta solo di uno spot, per le auto infatti basterebbe consultare il PRA [Pubblico Registro Automobilistico] e le agenzie che noleggiano auto di media e grossa cilindrata con costi mediamente pari o di poco inferiori al reddito dichiarato al fisco da chi noleggia la vettura. Una parte dell’opinione pubblica tuttavia comincia a pensare che lo Stato questa volta sia davvero intenzionato a combattere gli evasori fiscali.

 Quel che importa è che lo scopo sia ormai raggiunto: far credere che il rigore, necessario al risanamento e alla crescita del Paese, si stia applicando con criteri di giustizia e di equità nei confronti di tutti i cittadini, senza eccezione alcuna. Soltanto pochi, infatti, si accorgeranno della differenza tra tasse reali, già introdotte nei confronti delle classi più deboli, e tasse virtuali annunciate contro quelle più forti: corporazioni, ceti privilegiati, evasori fiscali, i cui interessi s’intrecciano spesso tra loro senza soluzione di continuità. Un aiuto in tal senso lo forniranno le televisioni pubbliche e private, moltiplicando ad hoc l’informazione dei telegiornali su un argomento tanto sensibile per l’opinione pubblica.  

 Lo Stato, dal canto suo, non farà che ribadire ancora una volta il concetto di equità e di giustizia sociale che accompagna la propria azione riformatrice e attraverso governanti e affini, proclamerà solennemente che d’ora in avanti si procederà con il “controllo incrociato” che non è, come si potrebbe pensare e sarebbe auspicabile, il riscontro tra le fatture rilasciate da professionisti commercianti e artigiani e le relative detrazioni fiscali dei comuni cittadini, ma semplicemente il confronto tra il reddito dichiarato e le spese effettuate da un soggetto fiscale. Insomma il “redditometro” di antica memoria, già sperimentato in passato con i risultati che tutti conoscono…

 

 Ps. Ogni riferimento, non esplicitamente dichiarato, a cose persone eventi nazionali, è puramente casuale.

  sergio magaldi

venerdì 6 gennaio 2012

NESSUNO SI SALVA DA SOLO





Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo, Mondadori, 2011




 Non c’è una trama vera e propria nell’ultimo breve romanzo di Margaret Mazzantini [l’edizione originale non supera le 160 pagine di effettiva narrazione, quella di Mondolibri addirittura le 150], se non la cronaca della dissoluzione, lenta ma inesorabile, di un rapporto di coppia. L’espediente narrativo è semplice: Delia e Gaetano [che lei probabilmente chiama Gae] sposati e non ancora quarantenni si ritrovano in un ristorante all’aperto quando tra loro è già successo di tutto.


- Perché siamo qui?

- Per parlare dell’estate dei bambini…

È arrivata la cotoletta. La cameriera la molla lì. Gaetano solleva la forchetta, la punta verso Delia.


 Tra un boccone e l’altro, si dipana la storia del loro amore e del successivo disamore. Un tentativo non sempre riuscito di dare ritmo ad una narrazione che altrimenti rischierebbe di non averne. Non sono solo le parole che i due si scambiano, accennando ai figli Cosmo e Nico o a qualche ricordo del passato, a riempire la scena sono soprattutto i pensieri reconditi dell’uno e dell’altra che s’intrecciano sin quasi a confondersi, a rappresentare una vicenda che pareva segnata sin dall’inizio:


 Bastava guardarlo attentamente, Gaetano, per capire che non era adatto a lei, che non erano adatti. Non erano all’altezza dell’impresa che intendevano compiere. Due velleitari pieni di buchi emotivi. Si erano annusati ben bene nell’arco di poche ore. Convinti di riempire ogni buco con la sola forza del pensiero. Il germe della distruzione albergava già in quella esaltazione. Due timidi asfaltati di rivalse che si palleggiavano una sola mitomania, quella della loro unione. Un micidiale esempio di coppia contemporanea.


 In realtà è la storia di sempre: la ragione dell’amore è spesso soltanto la proiezione di un mito inconsapevole, senza tempo né spazio, mentre le ragioni del disamore sono scritte in modo indelebile nell’usura del quotidiano e nell’abitudine dei gesti e dei luoghi, e ognuno dei due le riconosce perfettamente. Si può far finta di niente, ma all’improvviso arriva la classica goccia che, come si suole dire, fa traboccare il vaso, perché tutto prima o poi deve essere consumato, anche l’amore:


 Dov’è il segreto dell’amore eterno? Del viaggio che si rinnova? È davvero solo questione di ormoni, di cani che si saltano addosso?


 Il senso del romanzo in fondo è tutto qui: Delia e Gae colti in un presente squallido, alla luce di un passato che non può tornare e che tuttavia continua ad alimentarsi di rimpianti. E il merito della Mazzantini sta nel bilanciare “democraticamente” non solo i reciproci pensieri di odio e di amore ma le ragioni e i torti dell’uno e dell’altra. Anche se alla fine s’intuisce chiaramente da che parte si schieri chi racconta. Perché è stato Gae ad un certo punto a far precipitare tutto, a colmare il disamore e la reciproca mancanza di desiderio con l’avventura iniziata, proprio nel giorno della festa di compleanno di Cosmo, con una delle ragazze dell’animazione. E Delia lo viene a sapere da Nico, l’altro figlio. E Gae dichiara che era sul punto di dirglielo, mentre sua moglie replica con una frase che, pur nel linguaggio forte e nell’involontaria ironia, sa di rimpianto per l’amore perduto, come nessun’altra espressione avrebbe potuto:


-Ma non me l’hai detto. Come puoi scoparti un’altra, con lo stesso cazzo…


 È vera l’affermazione di Francesca Magni? Nessuno si salva da solo è “un’epica del privato (piccolo piccolo)” e non riesce a “volare”? Può darsi, anche se il privato di cui si parla si muove sullo sfondo della crisi sentimentale di una generazione e mi sembra emblematico della fragilità della vita e dei rapporti umani. È vero invece – come scrive la Magni nella sua pur pregevole recensione [vedila in Rete] – che Margaret Mazzantini utilizzi “un gergo di carattere che vuole mescolare alto e basso, turpiloquio e profondità”. L’operazione non è nuova e tuttavia mi sembra riuscita, come non è nuovo il periodare scarno, intessuto di frasi brevi, scolpite quasi, che molto ricorda il romanzo americano tra le due guerre. Come pure, quel “gergo tra turpiloquio e profondità”, ricorda il romanzo della condizione umana e il romanzo esistenzialista, con quella ricerca del “sublime” che non discende dall’alto ma nasce dalle putredine. Basti pensare [ Si veda in proposito su questo blog il breve saggio La fortuna di Sartre] al critico francese Emile Henriot, scandalizzato dall’episodio “orribile e sozzo” di L’age de raison [“L’età della ragione”] di Sartre, allorché una ragazza [Ivitch] vomita e Sartre osserva: “Un aspro odore di vomito emanava dalla sua bocca così pura, Mathieu respirò appassionatamente quell’odore”. E Merleau-Ponty commenta: “Orbene, senza alzare il tono e senza cercare il paradosso, si può trovare nella frase di L’age de raison che tanto urta Emile Henriot come un piccolo sublime, senza eloquenza e senza illusioni, che è, credo, un’invenzione del nostro tempo. Si parla da un pezzo dell’uomo come angelo e animale insieme, ma la maggior parte dei critici sono meno arditi di Pascal. Trovano ripugnante mescolare l’angelico e l’animale nell’uomo […]”

 Pur non raggiungendo le vette di Non ti muovere o di Venuto al mondo, la Mazzantini mostra tuttavia ancora una volta di padroneggiare la scrittura e di saper utilizzare tecniche narrative del passato, allorché queste siano capaci di conservare la loro efficacia anche nel presente. Più di tanta prosa italiana contemporanea, autoreferenziale e priva di retroterra culturale.



sergio magaldi









giovedì 29 dicembre 2011

'STORIA DELLA MIA GENTE' OVVERO LA DECADENZA ITALIANA TRA EURO E MERCATO GLOBALE


















Edoardo Nesi, Storia della mia gente,Bompiani,Milano,2010
                                                       Edizione Mondolibro




Dopo aver letto circa la metà di questo romanzo di non più di 150 pagine, mi sono chiesto in virtù di quale magia avesse vinto lo Strega 2011. Può apparire sorprendente che qualcuno si meravigli dei “criteri” che guidano pubblico [si fa per dire] e giuria nell’assegnazione dei premi letterari, eppure io riesco ancora a stupirmene! In un paese come l’Italia, con una tradizione corporativa ininterrotta che dal Medioevo giunge a noi senza soluzione di continuità. Una struttura sociale rivitalizzata dal Fascismo, religiosamente conservata nei 50 anni di Democrazia Cristiana, mantenuta intatta da tutti i partiti della cosiddetta Seconda Repubblica: uno Stato fondato sulle corporazioni, sui privilegi e sulle clientele, più che sul lavoro, sul diritto e sul merito, e dove nulla può ancora destare stupore.

Tuttavia, nella seconda metà del libro, ho trovato la risposta che cercavo. L’analisi semplice, incalzante e non priva di efficacia con la quale Edoardo Nesi “spiega” la crisi della Lanificio T.O. Nesi & Figli, nel contesto del fallimento dell’industria tessile a Prato e più in generale nella progressiva scomparsa della piccola industria italiana. Un’analisi che deve aver convinto anche la giuria dello Strega. Un’accusa garbata, ma al tempo stesso spietata e senza appello nei confronti di una classe politica che sta mandando o ha già mandato il paese in rovina.

Distrutto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dai tedeschi in fuga da Prato, il Lanificio T.O. Nesi & Figli, seppe riprendersi sino a costituire, insieme a decine e decine di altre aziende pratesi, il fiore all’occhiello dell’industria tessile nazionale. Poi arrivarono l’euro e il mercato globale:

“Erano i giorni in cui ero ancora arrabbiato, quelli a cavallo del nuovo millennio, quando il fatturato della ditta si riduceva anno dopo anno, mese dopo mese, e tornavo a casa pieno di rabbia per le aste che i clienti ormai ci costringevano a fare per gli ordini più grossi, senza più dare importanza alla qualità del tessuto, all’affidabilità del servizio, alla puntualità delle consegne, al nome dell’azienda e alla sua storia”.

Persino i tedeschi, che erano tra i migliori clienti, cominciarono a guardare al “prezzo romeno” dei tessuti prodotti in Transilvania, mentre i nostri imprenditori continuavano a comprare Mercedes e Audi, “quelle dannate, muscolari macchine tedesche”. Già, e – aggiungo io – continuano ancora oggi e non solo gli imprenditori, perché gran parte degli italiani compra macchine tedesche, ma anche francesi, giapponesi, persino sud-coreane, tutte tranne le italiane Fiat, Alfa Romeo, Lancia. Perché le auto straniere sono più competitive, si suole dire, nel prezzo e nella qualità. Ciò che non è vero, ma questa è la legge del libero mercato, di quel mercato globale che avrebbe finito col rovinare gli imprenditori tessili di Prato e non solo:

“Correvano a tuffarsi in tutte le maledette aste senza badare al prezzo a cui se le aggiudicavano, senza accorgersi che a quel punto erano bell’e pronti per consegnarsi alle grandi aziende dell’abbigliamento mondiale così adorate dai giornalisti economici, quei titanici gruppi stranieri che vendono in tutto il mondo i loro cenci senz’anima e senza fantasia, e sono i veri beneficiari della globalizzazione; ai padroni del nostro spaurito mondo globale, quelli che credono fermamente giusto che il prezzo ideale di un prodotto lo decida il mercato e solo il mercato, perché il mercato sono loro […]”.

Fu così che il Lanificio T. O. Nesi & Figli – un’azienda appartenuta alla stessa famiglia per tre generazioni – dovette vendere, prima che la rovina fosse completa, mentre Francesco Giavazzi si esercitava sul Corriere della Sera [come del resto la maggior parte della stampa] nel sostenere “l’infinita bontà della globalizzazione […] e l’incapacità di grandissima parte dell’industria italiana di adattarsi alle nuove regole di mercato”. E con lui, i politici che, nelle difficoltà oggettive in cui vennero improvvisamente a trovarsi le piccole imprese, non trovarono di meglio, per affossarle definitivamente, che introdurre con Prodi e Visco la tassa denominata IRAP:

“Un’invenzione infernale che ti costringe a pagare non in base all’eventuale utile conseguito, ma in base al fatturato che realizzi e al numero dei dipendenti che hai e agli interessi che paghi alle banche e persino alle perdite sui crediti […]”.

Ed ecco arrivare nei capannoni di Prato, lasciati liberi dalle tante aziende fallite, l’esercito dei cinesi, con capi intraprendenti e senza scrupoli alla guida di un proletariato avvezzo a lavorare dalla mattina alla sera in condizioni subumane e senza igiene. Nella consapevolezza che per ogni capannone chiuso dalle autorità, un altro se ne sarebbe subito aperto, perché in Italia “le leggi sono timide come ragazzine”, aggiungo io, mutuando l’espressione da Franz Kafka:

“Tutto è sporco, orribilmente sporco. Lerci sono il pavimento, le cucitrici, i cubicoli senza finestre e senz’aria dove sono ricavati i giacigli. Lerce le coperte, lerci i bagni. Tutto è orribilmente trascurato, come se fosse impossibile pulire ciò che comincia subito a risporcarsi, folle l’idea di considerare casa quel grandissimo casino, ridicolo il solo pensiero di abbellire ciò che non può essere abbellito”.

Questa, l’inevitabile conseguenza – osserva Nesi narratore – di quanto era accaduto nell’ultimo decennio del secolo, quando fu concesso alle merci cinesi d’invadere l’Occidente, mentre in Italia si coltivava l’illusione da parte dei soliti politici e degli economisti che “la totale liberalizzazione degli scambi commerciali” avrebbe recato enormi vantaggi al nostro paese. Non solo, infatti, la globalizzazione, spazzando via dazi e protezioni, avrebbe consentito d’importare beni di consumo, come pc, lavatrici, televisori, prodotti dell’abbigliamento ecc. a basso prezzo, ci avrebbe anche permesso di esportare in Cina il Made in Italy [tessuti, piastrelle, mobili, prodotti sanitari, scarpe, salumi ecc.], invadendo così un mercato di un miliardo e mezzo di consumatori, affascinati dai nostri prodotti e sempre più in grado di comprare.

“Queste fandonie ottimistiche – osserva ancora Edoardo Nesi – non rappresentavano che i corollari della favola bella che ogni giorno, per anni c’era stata raccontata dai giornali, dalle televisioni, dalle radio, e che voleva il mondo ormai spiegato, risolto, uno […]”.

Cosa accadde invece? Che i cinesi non comprarono il Made in Italy, ma cominciarono a produrlo e a diffonderlo in Occidente con le conseguenze che tutti abbiamo sotto gli occhi. E i politici italiani che fecero per difendere il Sistema Italia, un sistema che negli anni aveva garantito benessere per tutti? Non certo quello che hanno fatto gli altri paesi europei:

“È un gigantesco complesso d’inferiorità, quello che impedì e impedisce ancor oggi ai nostri politici di difendere gli interessi dell’industria manifatturiera e dei milioni di persone che direttamente o indirettamente ne campano? Dopotutto i politici francesi hanno difeso e difendono con i denti e contro ogni logica [globalizzante, aggiungo io] i sussidi alla loro agricoltura e ai loro contadini; i politici tedeschi fanno scudo coi corpi alla loro potentissima industria chimica; gli svedesi e i danesi non sono nemmeno entrati nell’euro per paura di veder snaturato il proprio stato sociale; gli inglesi si sono tenuti la sterlina e non hanno nemmeno firmato l’accordo di Schengen.

Cosa pensavano, invece, i nostri politici quando firmavano quei fogli per conto nostro e svendevano la nostra industria manifatturiera? Davvero credevano che si potesse trovare il modo di rivaleggiare con chi produce i nostri stessi articoli a una frazione del nostro costo?”

Cosa si poteva fare che invece non si è fatto? Si domanda ancora Nesi e la sua risposta appare quasi profetica, se si pensa che egli ha terminato il romanzo, un anno e mezzo prima che arrivasse il governo dei tecnici e il cosiddetto decreto Salva Italia:

“Bisognava lottare con le unghie e con i denti, a palmo a palmo, come hanno fatto tutte le altre nazioni. Bisognava trattare, trattare e trattare, non stancarsi di portare le nostre ragioni, e mandare a trattare quelli bravi davvero […] quelli che sentono istintivamente quando nelle trattative arriva il momento di tirare gli schiaffi e quando invece bisogna sapersi piegare come il giunco: i figli di puttana, insomma, non i professori, non quei conigli bagnati che si facevano zittire a scapaccioni ogni volta che provavano ad aprir bocca, umiliati alla sola menzione di quel colossale debito pubblico che pure avevano visto lievitare ogni anno senza riuscire a far nulla, e che a Bruxelles gli veniva continuamente sventolato davanti agli occhi come il marchio dell’infamia”.

Dove Edoardo Nesi diventa incredibilmente profetico è però nelle pagine finali, quasi avesse previsto tanto tempo prima quale sarebbe stato l’esito della crisi italiana e a chi sarebbero state affidate le chiavi del governo. Quasi ce ne dispiace per il presidente Giorgio Napolitano, che la stampa che conta ha indicato quasi all’unanimità come l’artefice provvido e lungimirante che ha insediato Monti a Palazzo Chigi. Perché salvasse l’Italia, tassando gli italiani come nessun altro in passato e gettasse il paese nella recessione più profonda:

“Questa è la mie gente, professor Monti. La mia gente che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare. Siamo milioni, e mi perdonerà se la coinvolgo in questo libro dolente, in questa disperata battaglia che le parrà di retroguardia, ma è assolutamente necessario che da ora in poi lei si ricordi di noi quando ragiona di politiche comunitarie con le persone più potenti del mondo, altrimenti ci metto poco a mandarle a Milano Tacabanda e i suoi ragazzi, a scuotere i cancelli della Bocconi”.



sergio magaldi










domenica 18 dicembre 2011

LEIELUI, romanzo di ANDREA DE CARLO























LEIELUI, romanzo di Andrea De Carlo, Bompiani, Ottobre 2010, pp.568





A circa un anno dall’uscita dell’ultimo romanzo di Andrea De Carlo, mi chiedo ancora perché la critica, soprattutto quella [femminile] che circola in rete, più letta ormai di quella delle riviste cartacee specializzate, si sia esercitata in un’analisi così distruttiva nei confronti di questo LEIELUI, tanto più che stiamo parlando di una letteratura [quella italiana] che da tempo ormai si caratterizza per la mediocrità di autori e contenuti, né le cose potrebbero andare diversamente da quanto l’editoria nazionale che conta ha inteso fare cassetta pubblicando le fantasie e i racconti di conduttori di talk show, politici, giornalisti, cantanti, attori ecc… tutti meno che scrittori, ma già noti ai circuiti mediatici e al vasto pubblico televisivo che ne comprerà i libri magari senza leggerli.


Andrea De Carlo scrittore lo è di sicuro, il suo torto forse è quello di misurarsi con una storia d’amore. “Seicento pagine di sciroppo d’amore” annunciava Gloria M.Ghioni su Criticaletteraria, nel presentare il libro, posticipando erroneamente di un anno la data di pubblicazione, e Geraldine Meyer, la più critica di tutte, responsabile della libreria “Il Trittico” di Milano, gli dedicava a distanza di qualche mese una lunga e analitica recensione del seguente tenore:


“ […] La storia, banale dall’inizio alla fine, si dipana tra stereotipi letterari e scrittura finto alta per nascondere un vuoto totale di fantasia e inventiva […] Tutti i personaggi, nessuno escluso, sono di una antipatia quasi ridicola tanto diviene caricaturale […] Tra tentennamenti, paure, incertezze si troveranno ovviamente incapaci di resistere a quella corrente sotterranea di attrazione e di ineluttabilità. Trascorreranno due giorni nella più classica coreografia provenzale: mercatini colorati, profumi, sole, colori. Gesti trattenuti a stento, tensione fisica e sessuale che finalmente si scioglie in una notte di sesso che, statene certi, non è solo sesso ma comunicazione di anime. Poi, ovviamente sensi di colpa e ore insonni passate a discettare sui massimi sistemi dell’amore, dei ruoli maschili e femminili. Sublime dialogo, sublime nella sua assoluta pochezza e artificiosità […] I registri linguistici dei personaggi sono uguali tra loro; Daniel parla come Claire che parla come le sue colleghe che parlano come Stefano che parla come sua madre […] Ciò che resta di questo tomo di più di cinquecento inutili pagine è solo freddezza e senso del ridicolo. Senso che non ha fermato la mano dello scrittore in tempo per salvarsi almeno dal grottesco…”


Il grottesco cui si riferisce la Meyer è il finale del romanzo, quella sorta di corsa agli ostacoli in cui lui cerca di raggiungere lei. Io, per la verità, non lo definirei grottesco, al più lo chiamerei improbabile, nemmeno impossibile: Sartre diceva che l’immaginario, nell’arte, nella poesia, nella letteratura, ha il compito di mostrarci la realtà quale sarebbe se avesse il suo fondamento interamente nella libertà umana. Certo, raccontare una storia d’amore è difficile, perché si rischia il déjà vu, l’ovvio, la pornografia o, come dice la Ghioni, lo sciroppo. Penso però che Andrea De Carlo non sia “scivolato” in alcuna di queste categorie, anche perché quella che racconta, più che una storia d’amore vera e propria, mi sembra piuttosto una “psicologia dell’innamoramento” e delle sue contraddizioni.


Vediamo: lei è Claire, una giovane donna italo-americana che lavora nel call center di una grande compagnia di assicurazioni. Ha lasciato l’America, dov’è nata, e per amore ha trovato rifugio in un paesino della Liguria, nella casa che era stata di suo padre. Per disamore s’è poi trasferita a Milano, sperando in un altro legame appena intrecciato e adattandosi ad un lavoro modesto. Lui è Daniel, uno scrittore milanese già avanti negli anni, pluriseparato, con due figli che raramente lo vengono a trovare, e sempre in cerca di nuove emozioni. Lei è nell’Audi di Stefano, il fidanzato prevedibile e fin troppo sicuro di sé. Lui è ubriaco per il “male di vivere” e guida una vecchia Jaguar verde che presto finirà addosso all’Audi. Lei lo soccorre. Quel che accade dopo, il lettore lo indovina facilmente. Non è scontato invece quel particolare modo che i due hanno di innamorarsi, tra piacere e incomunicabilità, tra voglia di fuggire e desiderio di rivedersi, tra gesti d’abbandono e vissuto di sofferenza, quel perenne oscillare tra le contraddizioni della realtà di cui solo un grande amore è capace:


“Lui la guarda da pochi centimetri alla luce del mattino: con gli occhi chiusi, i capelli confusi dalla notte e dalle danze, l’aspetto di donna e di ragazzina. Gli sembra che i suoi lineamenti e le sue forme corrispondano con perfetta naturalezza a qualunque sogno abbia mai coltivato, colmino qualunque vuoto abbia mai provato”.


Poi, all’improvviso, ecco insorgere tra loro lo spettro della non-comunicazione, quando si comincia con una domanda alla quale si finisce col rispondere con un'altra domanda e lui pensa che l’armonia che s’era creata tra loro se n’è andata. E il sarcasmo di lui che offende lei e la costringe a fuggire. Lei che in quel gesto crede per un attimo di aver ritrovato le certezze smarrite. L’ansia di lui che percorre su e giù un appartamento “irrimediabilmente vuoto e ingombro”, non perché lei l’abbia mai abitato ma solo perché nella mente e negli occhi di lui ormai non c’è che lei. Lei che torna a cercarlo e trova solo tracce di altre donne. Lui che la rincorre invano per la città. Lei che pensa di sentirsi meglio, tagliando un nodo che è convinta di non poter sciogliere, e che decide di andarsene per sempre, senza parlargli e senza neppure ascoltarlo. In una sequenza che sa di destino e di coincidenze e dove si delinea soprattutto l’animo femminile. Una donna che in cuor suo è convinta di amare. Un uomo innamorato mai si comporterebbe così e infatti Daniel non si rassegna e continua a cercarla sino a quel finale che la Meyer giudica grottesco e sul quale giura di non aver mai riso tanto. Punti di vista, il mio è diverso.



sergio magaldi





venerdì 16 dicembre 2011

I SI' E I NO DEL GOVERNO MONTI PER L'EUROPA






Non starò più a commentare i singoli provvedimenti del decreto Monti, quel “togli e aggiungi” su cui si sono esercitati i media per tanti giorni. Della manovra approvata dai partiti del centro, del centro-destra e del centro-sinistra [UDC – PDL –PD], con l’opposizione della Lega Nord e dell’Italia dei valori, esaminerò brevemente nelle conclusioni, lo “spirito” che ha guidato il governo, quali classi sociali siano state “chiamate” ai maggiori sacrifici, quali siano state risparmiate e perché.

Auspicavo [Cfr. in questo stesso blog: “Il governo Monti e la casta delle caste”] che il presidente Monti sottoponesse il decreto “Salva Italia” così com’era, per quanto recessivo e iniquo, alla fiducia delle Camere. Temevo ciò che poi sarebbe accaduto. In cambio di una provvisoria mancia di qualche euro per i redditi sino a circa 1000-1100 euro netti mensili [!], di qualche parziale aggiustamento per alcune tipologie di pensioni di anzianità e di un lieve innalzamento della franchigia sull’ICI solo per le famiglie con figli a carico, sono stati introdotti nuovi balzelli per la maggior parte degli italiani, tra cui una riedizione ancora peggiore del famoso prelievo di Giuliano Amato sui conti correnti. Quello era un provvedimento una tantum, questo diventa una tassa stabile. Temevo poi soprattutto che sparisse dal decreto il “rivoluzionario” taglio dei costi della politica, limitato peraltro alla riduzione dello stipendio dei parlamentari e alla soppressione delle giunte provinciali. Ciò che è puntualmente avvenuto. Queste “sparizioni” ne hanno trascinate altre con loro, dando all’insieme del decreto “Salva Italia” una connotazione ancora più classista di prima.

Eppure Monti, che è uomo d’onore, continua a sostenere che il suo decreto è equo, perché oltre ai “soliti noti” sarebbero stati colpiti, come ha detto testualmente, anche “nuovi noti” che però Monti, che è uomo d’onore, si guarda bene dal dire chi siano. E il presidente Napolitano, anche lui uomo d’onore, ritiene la misura equa perché – ha sostenuto – i sacrifici sono stati chiesti a tutti i ceti sociali. Per non parlare degli esponenti del centro-sinistra, anche loro uomini d’onore, felici in fondo, nonostante qualche lamentela di facciata, di votare la fiducia ad un governo che non solo per il momento li libera del fantasma di Berlusconi, ma che, secondo le loro stesse parole [Si veda l’intervento  dell’on. Marina Sereni a “Porta a Porta”], per la prima volta tassa anche i ricchi. Dove i “ricchi” sarebbero i possessori di una seconda casa sulla quale, com’è noto, graverà una tassa [IMU] ben più pesante della vecchia ICI, frutto sia dell’aumento dell’aliquota, sia della rivalutazione del 60% del valore dell’estimo catastale. Per la verità, non risulta che i ricchi investano molto nelle case. Come i politici, che preferiscono prendere in affitto [talora anche molto agevolato] persino la casa dove vivono abitualmente, anche i ricchi non amano vedersi intestatari di proprietà immobiliari di alcun tipo, eventualità che potrebbe ricondurre ad accertamenti di natura fiscale. D’altra parte, i ricchi proprietari di case date in affitto [seconda,terza,quarta casa ecc…] avranno più di una compensazione ai nuovi balzelli, grazie alla “cedolare secca” sulle civili abitazioni, introdotta dall’ultimo governo. Dunque, l’unico a pagare veramente sarà il ceto medio che tiene a disposizione la seconda casa per le proprie vacanze…

Ripeto ancora un concetto già espresso su questo blog e che, più che una convinzione personale, sembra sempre più un dato inequivocabile. Il partito che si vedrà maggiormente penalizzato dal proprio elettorato sarà quello Democratico [PD], sia per l’opposizione dell’Italia dei valori [IDV] alla sua sinistra, sia per la crescente disoccupazione e “cinesizzazione” dei ceti piccoli e medi. D’altra parte, lo spirito classista del governo Monti è ben visibile dai provvedimenti adottati e più ancora da quelli non adottati. Di seguito li riassumo brevemente:

-TASSE SULLA CASA E SUI REDDITI FISSI [Ex-ICI e MAGGIORE IRPEF]

-AUMENTO DELLA BENZINA

-RIDUZIONE DELLE PENSIONI [Soppressione dell’indicizzazione per quelle esistenti sopra i 1100 euro circa mensili e passaggio al metodo contributivo per quelle future]

-TASSA SUI CONTO-CORRENTI [Che inciderà soprattutto sui redditi del ceto medio]

-AUMENTO DEL TABACCO DA FIUTO[!!!]

-AUMENTO DELL'IVA SINO AL 23%

-NON PAGHERA’ L’ICI LA CHIESA E LE BANCHE PAGHERANNO IN MISURA RIDOTTA E SARANNO FAVORITE DALLA MAGGIORE CIRCOLAZIONE DI DENARO ELETTRONICO, CARTE DI CREDITO E ASSEGNI

-NON SARANNO TAGLIATI GLI STIPENDI DEI PARLAMENTARI E TUTTI I PRIVILEGI RESTERANNO, COMPRESA L’ASSISTENZA SANITARIA INTEGRALE [Dentista compreso] DEI PROPRI CONVIVENTI MORE UXORIO [Legge, sembra, voluta a suo tempo dall’on. Casini dell’U.D.C.]

-NON SARANNO LIBERALIZZATI GLI ORDINI PROFESSIONALI E NEPPURE TAXI E FARMACIE

-NON È PREVISTA L’INTRODUZIONE DEI CONTROLLI INCROCIATI DELLE FATTURE, LA SOLA MISURA EFFICACE CONTRO LA DIFFUSA EVASIONE FISCALE DI COLORO CHE NON HANNO LA TRATTENUTA DEL REDDITO ALLA FONTE

-NON SARA’ TOCCATO IL BILANCIO DELLO STATO PER TAGLIARE LE SPESE E GLI SPRECHI [Tra cui la somma di circa 30 miliardi all’anno che lo Stato versa a pioggia e senza verifiche alle IMPRESE, gli altrettanti 30 miliardi di spese all’anno per la politica e per le istituzioni ecc.]

-NON SARA’ POSTO UN TETTO SU STIPENDI PENSIONI E LIQUIDAZIONI DEI DIRIGENTI PUBBLICI E DI QUELLI DELLE AZIENDE A PARTECIPAZIONE STATALE.

-NON SARANNO MESSE ALL’ASTA LE FREQUENZE TELEVISIVE MA REGALATE AI SOLITI NOTI [RAI E MEDIASET]. ANCHE SE ALL'ULTIMO MOMENTO SEMBRA NASCERE UN RIPENSAMENTO

ECCO PIU’ O MENO LA MANOVRA “EQUA E PER NULLA RECESSIVA” DEL GOVERNO MONTI!

Resta un interrogativo. È l’Europa, anzi la Commissione Europea, che ha diretto la scure di Monti, uomo d’onore, sui redditi di sopravvivenza o di poco superiori degli italiani oppure, a cifre invariate, il presidente del consiglio avrebbe potuto liberamente volgerla sui redditi più alti, sugli evasori, sulle tante caste, tagliando contestualmente anche le spese e gli sprechi ingiustificati dello Stato? La risposta non è facile ma potrebbe essere inutile. Monti è stato portato a Palazzo Chigi dal vento neo-liberista che viene da lontano, che ispira l’Europa che conta e che ha introdotto – come un nuovo cavallo di Troia – l’euro in 17 paesi europei, facendone una moneta non sovrana e perciò destinata a scomparire, dopo aver fatto il “lavoro sporco”. Unitamente a Draghi, è uno dei pochi italiani che gode di grande fiducia da parte della Commissione Europea. Si può ipotizzare con qualche credibilità che le sue idee in materia di politica economica e di risanamento dei conti pubblici siano così diverse da quelle dei suoi sponsor? Intanto, nonostante la manovra “equa e saggia” appena approvata, la Borsa italiana chiude ancora in calo la settimana, mentre l’ormai celebre spread continua a salire. In queste condizioni, non è difficile prevedere a breve [magari subito dopo le sante feste] la seconda e non ultima puntata di questo drammatico sceneggiato in chiave neo-liberista.


sergio magaldi