martedì 16 ottobre 2012

LE FONTI TRADIZIONALI DELLA LEGGENDA DI HIRAM





 “Hiram” è nome che si sente ripetere spesso in Massoneria e che rappresenta la parabola ricorrente e fondante la stessa maestria massonica.  Com’è noto, Hiram è parola ebraica formata di quattro lettere e due radici: la Chet  e lo Yud  di cui alla radice Chi che si riferisce alla “vita” e una seconda radice, Ram , formata dalle lettere Resh  e Mem  che rimanda a particolari stati di elevazione.

  “Vita elevata” significa dunque Hiram, cioè vita dello spirito e, addirittura, rovesciando i termini, spirito di vita. Ciò premesso, vale forse la pena ricordare che il nome di Hiram è citato, forse per la prima volta, circa a metà del Quattrocento, nel Manoscritto di Cooke, un codice di comportamento ad uso delle Logge della Massoneria operativa [1]. Relativamente tarda è invece la sua apparizione nei documenti ufficiali della Massoneria speculativa, tanto da non apparire neppure all’atto di fondazione, il 24 Giugno 1717, nelle Costituzioni di Anderson. Appare invece nove anni più tardi nel Manoscritto di Graham, cosiddetto dal nome del maestro della Loggia della quale faceva parte il compilatore.

  Nel documento si fa, tra l’altro, riferimento a Sem, Cam e Japhet , i tre figli di Noè, che “andarono alla tomba di Noè loro padre per cercare di trovare qualcosa che li conducesse al segreto della virtù che questo famoso patriarca possedeva, perché spero – continua il compilatore del Manoscrittoche tutti concederanno che tutto ciò che poteva essere utile nel nuovo mondo stava nell’arca con Noè[2]

 Non trovando il segreto, i tre figli di Noè sollevarono il cadavere del padre già decomposto nella maniera corretta. [3]

  Di quale segreto è depositario Noè? La rilettura di alcuni passi del Bereshit o “Genesi” può forse aiutarci.
 
  Quando il Signore – narra la Bibbia – vide la malvagità dell’uomo, si pentì di averlo creato e decise di distruggerlo insieme a tutti gli altri esseri che popolavano la terra. Ma “Noè trovò grazia ai suoi occhi”. Allora il Signore invitò Noè a costruirsi, per scampare al diluvio, un’arca di legno di gofer, parola la cui radice, in ebraico, è la stessa della parola gofrit che significa zolfo[4].

  Noè ospiterà nell’arca, oltre ai figli e alla moglie, il maschio e la femmina di ogni specie animale. Egli uscirà con i suoi dall’Arca dopo circa 12 mesi, una volta che il corvo si sia accertato del calo delle acque e la colomba abbia recato nel becco la prova della nuova viridescenza della Terra[5].

  Il Manoscritto di Graham ci dice che il segreto era nell’arca, ma che i figli di Noè non lo trovarono. Il racconto biblico, invece, prosegue prima con la descrizione dell’arcobaleno o ‘arco dell’alleanza’ tra Dio e Noè, poi con la maledizione di Noè contro suo figlio Cam e i discendenti cananiti, forse proprio per aver scoperto il segreto [6].

 Tutto il segreto di Noè, del resto, sembra riassumersi in tre versetti, Genesi 9:20-22, in cui è detto che Noè, uomo di terra, piantò una vigna e che bevuto del vino si ubriacò e si scoprì all’interno della sua tenda mentre Cam, suo figlio e padre di Canaan, vide la sua nudità.

 Su questo episodio mi sembra assai illuminante l’interpretazione proposta nel Sepher-ha Zohar o ‘Libro dello Splendore’[7] che, com’è noto, è uno dei testi più autorevoli e completi della Qabbalah. Qui, si comincia col discutere tra due personaggi, Rabbi Juda e Rabbi Yossi, circa l’origine di questa vigna. Rabbi Juda sostiene che la vigna facesse parte, una volta, del giardino dell’Eden e che da questo ne fosse stata scacciata, mentre Rabbi Yossi sostiene che la vigna si trovasse sulla terra prima del diluvio e che Noè l’avesse sradicata per poi ripiantarla.

 Ora, è abbastanza evidente che nella tesi di Rabbi Juda si parli della vigna come se si parlasse di Adamo ed Eva, altrimenti come si potrebbe scacciare una vigna? Quanto alla tesi di Rabbi Yossi, se è vero che è possibile sradicare le viti di una vigna per ripiantarle, appare ben difficile poterlo fare quando sia trascorso un anno cioè più o meno il tempo in cui Noè rimase nell’arca. Allora qui cominciamo a sospettare che si tratti di una vigna speciale.

 C’è di più: nel giardino dell’Eden, da cui la vigna proverrebbe, secondo rabbi Juda, sappiamo esserci un fiume che serve ad abbeverare il giardino (Genesi 2,10), ed è grazie a questo fiume che ogni cosa nasce. Nel significato cabbalistico dello Zohar, il giardino è la sephirah Malchuth, che significa Regno o Terra, mentre il fiume è la sephirah Yesod che significa Fondamento [8]

 Il sospetto che non di una comune vigna si tratti ci viene anche dall’osservazione che il versetto 9,20 del Genesi, in cui si dice che ‘Noè iniziò a piantare una vigna’, prosegua col versetto 9,21 in cui si dichiara che Noè bevve il vino. Sembrerebbe che Noè non abbia quasi da aspettare tra il piantare e il bere, ma la cosa più interessante è il commento di Rabbi Simeone al già citato passo dello Zohar:

 “In questo versetto (Genesi 9,21) si trova uno dei segreti relativi alla Saggezza. Quando Noè si propose di indagare sull’errore del primo uomo, non certo nell’intenzione di ripetere lo stesso errore, ma, al contrario, al fine di liberarne il mondo, egli non ci riuscì subito, allora schiacciò i chicchi d’uva per proseguire la sua ricerca sulla vigna. Ma, non appena raggiunto questo scopo, si ritrovò nudo e ubriaco” [9]

 Insomma, apprendiamo che Noè piantò la vigna per indagare sull’errore di Adamo. E semmai ci siano ancora dubbi che si stia parlando di una vigna e di un vino speciali, conviene ascoltare ancora Rabbi Simeone:

 “Accadde qui come per i figli di Aronne che, noi lo sappiamo, bevvero vino sul monte Sinai. Chi offrì loro del vino in un tal luogo perché ne bevessero? Se ti passa per la mente che essi ebbero voglia di ubriacarsi di vino in un luogo simile, disingannati! Per la verità fu del vino di Noè che essi si ubriacarono[10]

 Tornando al Manoscritto di Graham, dopo Noè e i suoi figli, si allude ad un tale Betsaleel, personaggio la cui etimologia del nome ce lo indica assai vicino a Dio. Il ‘santo’ segreto posseduto da Betsaleel e che è il segreto stesso della Massoneria  – si dice nel Manoscritto – si mantenne senza perdersi pur nelle tenebre dell’ignoranza finché, 480 anni dopo che gli Ebrei erano usciti dall’Egitto, nel quarto anno del suo regno, Salomone ‘cominciò a costruire la Casa del Signore’. In tale opera – continua il Manoscritto – gli fu a fianco Hiram di Tiro, il figlio di una vedova della tribù di Neftali e uomo colmo di sapienza e di intelligenza.

 Sin qui il Manoscritto che – come abbiamo visto – parlando di Hiram si riferisce solo all’artigiano e non anche all’altro Hiram di Tiro, il re che concluse con Salomone un trattato commerciale inviando operai e fornendo oro e legno di cedro per la costruzione del Tempio [11].

 Dalla comparsa del Manoscritto di Graham, occorrono sei anni perché la leggenda di Hiram appaia nel rituale del terzo grado delle Logge londinesi e ancora altri cinque anni perché trovi posto nella ristampa delle Costituzioni di Anderson. Siamo nel 1738 e Anderson, sulla scia del Manoscritto di Graham, sottolinea la perfezione raggiunta dalla Massoneria grazie all’intervento di Dio nella costruzione dell’Arca dell’Alleanza e del Tempio di Salomone. Infatti, Noè prima, come poi Salomone, Hiram e le maestranze del Tempio, furono solo gli strumenti nelle mani del Grande Architetto dell’Universo.

 Esistono naturalmente molte versioni della leggenda di Hiram[12], senza che ciò determini sostanziali variazioni di significato. Mi limiterò perciò a considerare quelle riportate nel Manoscritto e nelle Costituzioni, cercando, ove possibile, di armonizzarle tra loro sinteticamente.

 Narra, dunque, la leggenda che Hiram ogni giorno, dopo la pausa del pranzo, solesse ispezionare i lavori. Il Tempio era prossimo ad essere ultimato, ma era intanto scoppiata una controversia fra i manovali e i muratori per la differenza del salario percepito. Per tacitare la lite, Salomone e Hiram promisero che tutti sarebbero stati pagati allo stesso modo, ma poi diedero ai muratori un segno che i manovali non conoscevano e che significava maggior salario, ritenendo che fosse più giusto che ognuno fosse retribuito secondo il merito e non secondo un astratto principio di uguaglianza. Fu così che tre manovali si nascosero nel Tempio per aggredire Hiram ed estorcergli la parola segreta, con cui si poteva chiedere e ottenere un salario più alto. Ma Hiram si rifiuto di rivelare la parola segreta e tentò di fuggire. Inseguito sino alla terza porta del Tempio, dopo essere stato colpito anche presso le altre due, egli fu infine ucciso. Gli assassini nascosero provvisoriamente il maestro morto sotto i calcinacci. A mezzanotte lo recuperarono, per dargli sepoltura su una collina poco distante. Salomone, impensierito per l’assenza del suo architetto, incaricò quindici ‘buoni Fratelli’ di cercarlo. Quando infine – continua la leggenda – il corpo di Hiram fu ritrovato, a chi l’aveva afferrato per sollevarlo dalla fossa, come già era avvenuto per Noè, restò in mano la carne che ormai si veniva staccando da quel corpo in decomposizione, finché un altro fratello pensò bene, di sollevare Hiram nella maniera corretta e iniziatica.

 Così stando la leggenda, pur con tutte le sue varianti, appare comprensibile rintracciarne la fonte direttamente nel racconto biblico, magari unificando le due figure di Hiram nell’unica figura di Hiram architetto di re Salomone o, più semplicemente, come nel Manoscritto di Graham, finendo per privilegiare l’artigiano e figlio di una vedova della tribù di Neftali, cioè di un discendente di Giacobbe e di Bila sua schiava, così come fa il Vaillant, che in proposito scrive:

 “La tradizione massonica che si ricava dai rituali adottati da tutti i riti al terzo grado è ebraica (…) Nel secondo libro dei Paralipomeni, il re di Tiro fa dire a Salomone che Hiram è un uomo intelligente, abilissimo; che ha servito suo padre, che sa lavorare l’oro, l’argento, il bronzo, il ferro, le pietre, il legno e perfino la porpora, il giacinto, il fine lino e lo scarlatto; egli sa ancora incidere tutte le immagini e inventare quello che occorre per ogni lavoro. Ecco, senza dubbio, ciò che gli è valsa la denominazione di architetto nelle tradizioni ebraiche e tra i Liberi Muratori, malgrado le asserzioni rispettabilissime che non vogliono vedere in lui che un fonditore di metalli.” [13]

 Sarebbe dunque inutile cercare al di fuori ciò che è già ampiamente contenuto nel racconto biblico. E quanto all’episodio del tradimento degli operai, anche questo si troverebbe nella Bibbia, essendo niente altro che la trasfigurazione dell’episodio della ribellione dei tre levìti, durante il passaggio degli ebrei nel deserto, dopo la fuga dall’Egitto.L’episodio della ribellione di Core, Dathan e Abiron si sostanzia, infatti, delle parole che, nella Torah, Mosè rivolge ai ribelli:

 “Non vi basta il fatto che il Signore, il Dio d’Israele, ha scelto voi fra tutti gli altri israeliti? Vi concede di avvicinarvi a Lui, per prestare servizio nella sua Abitazione e per celebrare il culto in nome di tutta la comunità d’Israele. Il Signore ha permesso a te, Core, e a tutti i fratelli levìti di avvicinarvi a lui e voi ora pretendete anche il sacerdozio?”.[14]

 Analogamente, i tre operai della leggenda massonica che, pure, hanno il privilegio di lavorare alla costruzione del Tempio, pretendono la maestria senza averne diritto e la loro avidità e superbia li spinge al delitto.

 Restando nell’ambito di una interpretazione che vede nell’Hiram biblico la fonte principale della leggenda, di un certo interesse è la posizione assunta dal Goons, membro della Philalethes Society, che, dopo aver dichiarato che la storia della costruzione del Tempio di Salomone fu allargata, a partire dal racconto biblico, in modo libero e fantasioso sino a diventare un’allegoria, finisce con l’azzardare l’ipotesi, recando numerose prove, che Hiram re di Tiro sia stato membro operativo della potente gilda dei muratori fenici i quali, com’è noto, parteciparono in modo rilevante alla costruzione del Tempio di Salomone[15]. Conforta in tal senso – secondo il Goons – sia l’ambizioso programma di costruzioni che, secondo storici come Menandro, Giuseppe Flavio ed Erodoto, avrebbe contraddistinto il regno di Hiram, sia la concreta realizzazione a Tiro e nello stesso periodo, di molte opere, secondo ne scrive il Dizionario di lingua inglese per l’interpretazione della Bibbia:

 “Fu Hiram, contemporaneo di David, che portò Tiro alla fama. L’antica Tiro sulla terraferma, egli la fortificò fortemente con mura sviluppanti quindici miglia di circonferenza. Ora Hiram costruisce la nuova Tiro includendo le isole sparse per un mezzo miglio sul mare fino a comprendere un’area di due miglia e mezzo di circonferenza. All’estremità nord due moli di pietra di circa cento piedi a parte, si estendevano a est e a ovest per settecento piedi. Questi con la linea costiera abbracciavano un’area (il porto di Sidone) di 70.000 yarde [16] quadrate. A sud un porto simile (l’Egiziano) di 80.000 yarde quadrate era racchiuso da un vasto lungo 200 yarde e da un frangiflutti largo 35 piedi e lungo quasi 2 miglia. I due porti erano uniti da un canale che attraversava l’isola. La città crebbe in file di case, giardini, frutteti e vigne e fu abbellita dal nuovo e splendido tempio di Melkarth [17], dal palazzo reale e da una grande piazza per le assemblee nazionali…[18]

 In base ad altre fonti, peraltro meno documentate – osserva il Goons – in questo stesso periodo sarebbero state costruite, oltre ad elevate fortificazioni, case di abitazione ancora più alte di quelle dei Romani e per giunta dotate di riscaldamento a vapore, e ancora: depositi d’acqua, fognature, e un tempio della dea Astarte [19] che servì di modello alla costruzione del Tempio di Gerusalemme. Inoltre, secondo il Goons, ancora oggi sarebbe visibile uno dei grandiosi moli del porto costruito da Hiram.

 Da tutte queste premesse il Goons trae la convinzione che Hiram potesse far parte della gilda dei costruttori e che magari suo padre, il re Abibaal, lo avesse messo a mestiere nella corporazione dei muratori, il solo luogo dove avrebbe potuto ricevere un’educazione degna di questo nome. Infatti, in questa età della storia, solo la gilda dei costruttori deteneva conoscenze di matematica, di geometria, di meccanica e di topografia. Del resto, egli osserva:

“[…] contrariamente a ciò che credono alcuni scrittori di storia, nessun faraone egiziano o satrapo persiano, ancor meno il capo di una piccola città-stato, poteva arbitrariamente ordinare od obbligare a dei lavori una gilda potente… si deve supporre perciò che (Hiram) il principe coronato fosse un capo tra i costruttori, un maestro progettatore?… ”  [20]

 A giudizio del Goons la risposta alla domanda non può che essere affermativa, altrimenti Hiram, divenuto re di Tiro, non avrebbe potuto mandare prima a David poi a Salomone operai specializzati per la costruzione del Tempio, ciò che invece avrebbe potuto come maestro della corporazione di Tiro. A dir la verità, la tesi del Goons mi convince poco, vuoi per la sua spregiudicatezza, vuoi per l’impostazione illuministica che la sorregge.

  In tutt’altra prospettiva, che non sia quella di rintracciare le fonti della leggenda di Hiram nel racconto biblico, si colloca Flavio Barbiero, archeologo e autore, tra l’altro, di La Bibbia senza segreti edito da Rusconi. Premessa di tale diversa interpretazione sono le ricerche archeologiche da lui effettuate sulla montagna di Har Karkom:

 “Har Karkom è una montagna sacra situata tra il deserto del Negev e il deserto Paran nel Sinai israeliano. Migliaia di strutture abitative, innumerevoli luoghi di culto, 40.000 incisioni rupestri ed altre strutture sacre e profane, per un totale di oltre 1200 siti archeologici, testimoniano oltre ogni possibile dubbio che questo monte era un luogo sacro nell'’età del bronzo, quella dell’Esodo biblico. (…) Nei circoli scientifici ed esegetici, nonostante comprensibili resistenze (…) si sta facendo ormai strada la convinzione che si tratti proprio del biblico monte Sinai (…) Le ricerche ad Har Karkom si effettuano con in mano la Bibbia e stimolano di rimando ricerche sul significato della Bibbia stessa, se sia cioè un’opera storica o un’opera essenzialmente allegorica, come vorrebbe l’esegesi moderna (…) Inizialmente tale analisi era intesa ad approfondire le vicende del popolo ebraico maturate all’ombra del monte sacro. Ma ben presto si è focalizzata sulle vicende di una famiglia che di questo monte si riteneva la legittima proprietaria e che non cessò mai di frequentarlo in segreto, impedendone l’accesso a chiunque altro: la famiglia sacerdotale di Gerusalemme.[21]

 Forte di questa prima scoperta, il Barbiero se ne concede subito un’altra riguardante le origini stesse della Massoneria e della leggenda di Hiram. A suo parere, la tesi, più accreditata in ambito scientifico, circa l’origine della Massoneria da corporazioni di scalpellini e muratori non ha né fondamento razionale né base storica. [22] Tutti i rituali massonici – egli osserva – da quelli della Massoneria azzurra a quelli del Rito scozzese, cominciando dalla leggenda di Hiram, non trovano riscontro nelle vicende bibliche, né appare verosimile che tali rituali siano la libera invenzione, in epoca moderna, di fatti reali descritti nella Bibbia. Pure, egli ammette, in tutti questi rituali si trova sempre qualcosa che con la Bibbia sembra avere autentica familiarità. La spiegazione è semplice: la storia della Massoneria altro non è per lui che la storia della famiglia sacerdotale di Gerusalemme:

 “La Bibbia racconta la storia del popolo ebraico. I rituali massonici si riferiscono a tutt’altra storia. Essi riportano soltanto avvenimenti che avevano rilevanza per la famiglia sacerdotale di Gerusalemme e la cui descrizione in nessun modo poteva essere ricavata dalla Bibbia stessa. Si tratta di episodi che si inseriscono in maniera appropriata nella storia biblica e che spesso vi sono citati espressamente, ma nei rituali sono narrati con una quantità di informazioni che non sono presenti nella Bibbia e soprattutto con un’ottica strettamente unilaterale, interna alla famiglia sacerdotale (…) Questa convinzione è rafforzata dal fatto che ci sono molti paralleli tra le tradizioni massoniche e i testi apocrifi del Vecchio Testamento, libri di autori ignoti, ma certamente appartenenti alla classe sacerdotale della Gerusalemme dal terzo al primo secolo a.C.[23]

 Al momento della distruzione del secondo Tempio, la famiglia sacerdotale di Gerusalemme era al culmine del suo splendore. Dal canto suo, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, anche lui appartenente alla classe sacerdotale, elenca diversi membri di famiglie di sommi sacerdoti cui Tito risparmiò vita e averi. Accusata di tradimento dalla comunità ebraica e anche di aver consegnato ai Romani il tesoro del Tempio, la classe sacerdotale, dopo di allora, entrò nella clandestinità. Così, la storia della famiglia sacerdotale di Gerusalemme continuerebbe da allora attraverso i rituali massonici.

 Tutta la tesi porta l’autore a concludere che, così riguardata, la Massoneria ha svolto un ruolo di primo piano nel mondo, influenzando profondamente il pensiero moderno e la struttura stessa delle democrazie occidentali. Ma, per quanto suggestiva sia l’idea di una Massoneria che, dagli antichi sacerdoti di Gerusalemme, si dispieghi nello spazio e nel tempo sino ai nostri giorni, appare poco verosimile sostenerla con qualche credibilità in base alla documentazione di cui è dato disporre, soprattutto se, come spesso traspare dalle argomentazioni dell’autore, lo si fa per scongiurare l’origine più modesta, ma scientificamente più attendibile e altrettanto nobile, della derivazione della Massoneria dalle corporazioni di muratori e di scalpellini.                                                       

 L’intento di ritrovare le fonti della leggenda di Hiram mi ha portato, quasi inevitabilmente, ad interrogarmi sulle fonti stesse dell’istituzione massonica. Ciò dimostra quanto sia importante approfondire lo studio della leggenda, anche se bisogna convenire che finché la ricerca si muove in ambito storico, pochi sono i progressi che potranno compiersi, vuoi per mancanza di documentazione, vuoi per il consolidarsi di tradizioni ormai diffusamente accettate.

 Per altro aspetto, non del tutto convincente appare il tentativo di rintracciare le fonti della leggenda di Hiram fuori dell’ambito biblico, riconducendo gli episodi della vita e della morte di Hiram a generici miti solari di morte e di resurrezione. Troppo semplice, e in tal caso Hiram sarebbe estraneo al ciclo di Salomone, cui invece sembra indissolubilmente legato.

 E’ sin troppo facile, in tal senso, avvicinare il mito di Hiram al mito egizio di Osiride. D’altra parte, la preferenza, accordata dalla maggior parte degli autori a questo mito piuttosto che al racconto biblico, si spiega soprattutto con la necessità di sottolineare il momento topico della morte e della resurrezione, così importante in una tradizione iniziatica. Scrive in proposito il Porciatti:

 “La drammatica leggenda non può dirsi ispirata dalla Bibbia; infatti biblicamente Hiram è ricordato quale geniale artista, fonditore delle due colonne del Tempio e dei loro capitelli, del ‘mare di bronzo’ e di altre cose ancora, ma mai quale architetto preposto alla costruzione del Tempio e capo di una immensa schiera di operai che avrebbe ripartito in Apprendisti, Compagni e Maestri. Essa è piuttosto inspirata dalla iniziazione Osirica, da quel terzo grado della iniziazione Egizia che si chiamava ‘Porta della Morte’, anzi la riproduce: la bara di Osiride, di cui l’assassinio era supposto recente, portava ancora le tracce del sangue ed era posta al centro della sala dei Morti, ove avveniva una parte della cerimonia; si chiedeva all’Iniziando se aveva preso parte all’assassinio di Osiride, e dopo altre prove malgrado i suoi dinieghi era colpito, o gli si imponeva la sensazione di essere colpito con un colpo di ascia alla testa; esso era rovesciato, avvolto in bende come le mummie; si gemeva attorno a lui; balenavano lampi; l’Iniziando, il supposto morto, era avvolto di fuoco, poi reso alla vita.[24]

 Ciò che sorprende di questa analisi è l’aver ridotto l’intera leggenda di Hiram ad una generica rappresentazione del mito solare e ad una brutta copia del mito di Iside e Osiride, dove le analogie si possono riassumere nella morte di Osiride per mano del fratello di sangue Seth, nella ricerca disperata che Iside, la vedova di Osiride, fa dello sposo perduto e infine nell’attribuzione ai massoni del titolo di figli della vedova.

 Giustamente Osiride è stato detto Signore della morte e della resurrezione [25], ma egli è solo una tra le tante divinità nella folta schiera dei morti e risorti in cui troviamo Orfeo, Dioniso, Mithra, Adone, Cristo, Krishna e molti altri, tutti peraltro riconducibili al ciclo cosmico e vegetativo, al mito del Sole che scompare e ogni volta rinasce, mentre la Luna, inconsolabile vedova, lo va cercando nella notte stellata.

 La maggiore fortuna di Osiride, tra i morti e i risorti, si spiega forse con la sua immediata identificazione col Sole. Egli “è un dio fecondo e benefico, la cui vita, morte e resurrezione hanno seguito, fin dalle origini mitiche, il ritmo di tutta la vita egiziana particolarmente nei due cicli entro i quali essa si aggira: il ciclo agrario e il ciclo funerario.[26]

 La funzione normalizzatrice e rassicurante dell’iniziazione osirica riguarda ogni aspetto del viver civile e della morte stessa, perché Osiride è insieme il Nilo e il deserto, il sole che ogni giorno appare all’orizzonte, tramonta e ogni volta risorge, il seme fecondo e il corpo smembrato, la certezza della morte e la fede nella resurrezione. E non importa se queste sono soltanto le forme di conoscenza dell’apparenza, come dimostra la cura che gli Egizi dedicano alla conservazione dei cadaveri e al mantenimento della loro integrità, perché le forme dell’apparire sono simboli della realtà e la realtà si rivela nella formula della ricorrenza e dell’eterno ritorno.

 E’ dunque abbastanza comprensibile, anche se alquanto generico, riferire a Osiride quella parte della leggenda massonica di Hiram, che parla di morte e di resurrezione, perché l’iniziazione non può che essere un’avventura della coscienza individuale e perché, a quanto pare, fu nella valle del Nilo che venne elaborato per la prima volta il processo psicologico dell’iniziazione [27] attraverso un viaggio rituale che, come testimonia il Papiro T 32 di Leida, contemplava per il postulante l’arrivo e l’accettazione, quindi la proclamazione di giustificato, cioè di destinato alla resurrezione, quindi il bagno rituale, l’illuminazione con stati di coscienza fuori dell’ordinario (non si sa sino a che punto indotti artificialmente) e che, infine, si concludeva col ‘sonno nel tempio’.

 Come si vede, nulla forse che ricordi i rituali massonici, ma certamente la comune convinzione che il rituale di iniziazione sia almeno capace di operare una prima trasformazione della coscienza. E certo Hiram ci fa venire in mente il mito egizio di Osiride e, attraverso questo, i miti solari e della ciclicità naturale, il mito della morte e della resurrezione e soprattutto il mito del Caos sempre risorgente e in grado di minacciare l’Ordine raggiunto. Anche il mondo più organizzato, infatti, conserva traccia del Caos che può distruggerlo, anche nella coscienza più illuminata può annidarsi il germe della distruzione che trasforma in assassino. Osiride esorcizza bene nella cosmologia egizia tutto ciò che nasce, muore e deve rinascere in eterno ciclo, egli è l’espressione mitica della ricorrenza: il sole, la luna, la vegetazione. A cominciare dalle terre lussureggianti che il Nilo faceva affiorare e puntualmente faceva scomparire. Come Osiride è ucciso dal fratello Seth, Hiram è ucciso da forza fraterna e tuttavia antagonista, come Osiride, Hiram è destinato a cadere mille volte e mille volte a risorgere.

 Se, dunque, si guarda Hiram alla luce del mito della morte e della resurrezione, non c’è dubbio che la fonte primaria della sua leggenda possa essere ricondotta al mito egizio di Osiride e di Iside, come sostiene la maggior parte degli studiosi. Ma, giova ripeterlo, sotto questo riguardo, non è meno vero che la leggenda, da un punto di vista più generale, possa appartenere ad uno qualsiasi dei tanti miti di dei ed eroi morti e risorti. Gesù, per esempio, come pure altri autori sostengono. Qui, gli apostoli-iniziati vanno cercando le spoglie del dio ucciso per farlo risorgere. In tale prospettiva, comunque, la vicenda di Hiram, altro non sarebbe che una tarda rappresentazione dei miti solari e/o della rinascita e dunque della consolazione e della speranza.

 Cosa c’è, al contrario, di unico e peculiare nella leggenda massonica di Hiram? La costruzione del Tempio, nel senso e con la prospettiva nota a tutti i massoni e per la quale ogni fratello sa di dover portare la propria pietra sgrossata.

 C’è di più: sostenere che l’iniziazione in quanto tale sia opera di edificazione, è errore determinato dall’identificazione del momento spazio-temporale dell’iniziazione con il rituale che la conferisce, ignorando una verità semplice e fondamentale e cioè che tempo e spazio della coscienza non corrispondono al tempo e allo spazio della realtà. La coscienza converte, per così dire, il tempo e lo spazio della realtà, nel proprio ‘vissuto’ o Erlebnis e può scoprire di essersi davvero modificata solo al termine di un lungo e faticoso processo di cui gli istanti spazio-temporali della realtà sono solo isolati dati d’esperienza sebbene talora dotati di forte carica emozionale. Si aggiunga che ogni drammatizzazione simbolica, se ha il potere di fissare l’attenzione dell’attore e di tenerla desta, non ha anche la creatività sufficiente, per il suo carattere essenzialmente ludico, per generare una coscienza ‘nuova’. L’iniziato sa, per quanto grande sia la sua emozione durante il rito, di recitare una parte e che questa parte simula ma non è la propria morte e rinascita. Al di là del gesto liturgico, egli sa bene che ciò che potrà trasformare e, per così dire, ampliare davvero la sua coscienza è la progressiva e costante consapevolezza di essere davvero ‘morto’ e ‘rinato’. Può così accadere, per quanto paradossale possa sembrare, che egli rimanga un iniziato soltanto virtuale anche dopo reiterate e più elevate iniziazioni.

 Alla luce di quanto sopra, mi sono chiesto se non sia possibile conseguire maggiori risultati mutando di prospettiva e cioè collocando la leggenda di Hiram all’interno del ciclo di Salomone, in uno spazio e in un tempo meramente simbolici, dove sia tuttavia possibile spiegare la leggenda per se stessa senza farla dipendere da generici miti di morte e rinascita. Sarà forse così anche più facile comprendere perché, nei documenti e nei rituali della Massoneria speculativa del XVIII secolo, il ritrovamento della tomba di Hiram si confonda o s’intrecci spesso con quello del disseppellimento di Noè ad opera dei suoi tre figli.

 A tale proposito conviene ricordare l’etimologia di Hiram e il significato che gli è stato dato. Spirito si è detto o qualcosa di simile. Ebbene, dove s’incontra, nella Bibbia, per la prima volta la parola ‘spirito’ ? Proprio all’inizio, al secondo versetto di  Bereshit o “Genesi”, dov’è scritto che ‘lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque’. Qui, ‘spirito’ in ebraico è Ruach   ed è proprio spirito nel significato più vicino ad Hiram, cioè di spirito di vita. L’intera espressione del “Genesi” è Ruach Elohim, ‘spirito divino’ e come tale è riportata sull’architrave della Porta Ermetica di piazza Vittorio.

 Ricordando che nell’alfabeto ebraico ogni lettera è numero e ogni numero è lettera, il valore numerico di Ruach Elohim è 300,  cioè lo stesso valore della Shin  lettera simbolica del Fuoco e che è anche una delle tre lettere madri dell’alfabeto ebraico [28]

 Dello spirito con questo stesso significato parla l’Asclepius ermetico: ‘spiritus implet omnia…’ e ancora: ‘ spiritus vero agitantur sive gubernantur omnes in mundo species’ cioè: ‘ dallo spirito sono mosse e governate tutte le specie del mondo’. Di questo spirito parla Marsilio Ficino nel De Vita: ‘ipse vero est corpus tenuissimum, quasi non corpus…’, e nei Commentaria all’Ars brevis di Raimondo Lullo, Agrippa lo dice ‘spiritus domini’ che ‘replevit orbem terrarum’, ma la definizione più completa mi sembra quella che ne dà Galileo, nella famosa lettera del 23 Marzo 1615 a Monsignor Pietro Dini, in difesa del sistema copernicano:

 “Direi parermi che nella natura si ritrovi una substanza spiritosissima, tenuissima e velocissima, la quale diffondendosi per l'universo, penetra per tutto senza contrasto, riscalda, vivifica e rende feconde tutte le viventi creature; di questo spirito par che 'l senso stesso ci dimostri il corpo del Sole esserne ricetto principalissimo, dal quale espandendosi un'immensa luce per l'universo, accompagnata da tale spirito calorifico e penetrante per tutti i corpi vegetabili, gli rende vividi e fecondi.

 Tornando alle Costituzioni di Anderson ci stupisce vedere la Massoneria definita come Arte reale, una definizione in genere attribuita all’Arte ermetica. Salomone conosceva forse il valore della pietra filosofale? Parrebbe proprio di sì, almeno a quanto ne riferisce Yochanan Alemanno, un ebreo italiano vissuto nel Quattrocento. Nel suo Sepher ha-liqqutim egli racconta che la regina di Saba decise di andare a Gerusalemme per conoscere la saggezza di Salomone:

 “Andò così da lui in gran pompa – egli scrive - con molto oro, argento e pietre preziose da portare in dono al re, come testimonia la Scrittura. Si trova anche scritto nel Libro delle Cronache dei re di Saba che ella portò con sé quella preziosa pietra filosofale (…) per mettere alla prova con essa Salomone, verificare se egli conoscesse l’occulto segreto (…) Il re rispose a tutte le sue domande, le disse il segreto della pietra, la sua natura, il suo modo di agire, e anche altri misteri, che non è necessario riferire. La pietra rimase così nelle mani del re…[29]

 La stretta associazione tra Salomone e la pietra filosofale sarebbe anche attestata, a giudizio di Raphael Patai, ‘dal fatto che la materia prima della pietra era talvolta rappresentata con i due triangoli intrecciati del sigillo di Salomone, che sopravvive ancor oggi nell’emblema nazionale ebraico noto come Maghen David o Stella di Davide’ [30]

 Rispetto poi alla collocazione di Hiram per entro il ciclo di Salomone e della costruzione del Tempio, c’è da osservare che Michael Maier, il noto autore dell’Atalanta Fugiens, pubblicò nel 1620 a Francoforte la Septimana Philosophica, un libro - egli dice - in cui ‘gli aurei segreti di tutti i tipi di natura, del più saggio di tutti i re degli israeliti, Salomone, e della regina di Saba, nonché di Hiram, principe di Tiro, sono presentati e spiegati a turno alla maniera di una conversazione[31]

 Se, a tutto ciò, si aggiunge che l’altro Hiram, l’artigiano figlio di una vedova, è detto essere un valente fonditore di metalli, forse il migliore dell’epoca sua, si comprende che deve esserci un nesso, per entro il ciclo di Salomone, tra costruzione del Tempio, fonditura dei metalli e possesso della pietra filosofale.

 Come mai, inoltre, la figura di Hiram s’intreccia spesso con quella di Noè? E perché lo stesso Anderson dichiara, nelle Costituzioni, che la Massoneria o Arte reale aveva potuto raggiungere la perfezione ‘per l’intervento di Dio nella costruzione dell’Arca dell’Alleanza e del Tempio di Salomone’? Perché, in fondo, Hiram e Noè esprimono lo stesso concetto, travestono la medesima allegoria.

 Tutto l’episodio biblico di Noè, come ho già sottolineato, parla il linguaggio ermetico. A cominciare dall’Arca che troppo ricorda l’Atanòr, per continuare con i primi animali che Noè fa uscire dall’Arca: il corvo, seguito dalla colomba, secondo la massima ermetica, anch’essa scolpita sulla Porta Ermetica di Piazza Vittorio sotto il simbolo di Saturno: Quando in tua domo nigri corvi parturient albas columbas tunc vocaberis sapiens, cioè: ‘Quando nella tua casa negri corvi partoriranno bianche colombe allora sarai chiamato saggio’.

 E ancora: col ramoscello d’ulivo simbolo della prima viridescenza, poi con l’arcobaleno che, nella varietà dei suoi colori è l’annuncio della bontà dell’Opera e perciò dell’alleanza con Dio e della trasformazione, per finire con la vigna di Noè e il suo vino.

 Ove ci siano ancora dubbi sulla circolarità che accomuna Salomone, la leggenda di Hiram, la pietra filosofale e il Tempio, conviene guardare al Genesi che al versetto 28:22 dice: e questa pietra, che io ho eretta come stele, sarà la casa di Dio. E di questa pietra, ancora nello Zohar, Rabbi Juda ci dice che ‘è la pietra fondamentale’, ‘il radicamento del mondo’, ‘la pietra sulla quale il Tempio è stato costruito’ [32]

 Naturalmente, anche la ‘via ermetica’ è solo una delle tante strade di ricerca per far luce sulle fonti e sul significato della leggenda di Hiram…


sergio magaldi


[1] Cfr. Il Manoscritto di Cooke in E. Bonvicini, Massoneria antica,Atanor, Roma,1989, pp.154 e ss.
[2] Cfr. Il Manoscritto di Graham in Zenit-Documenti,  www.zen-it.com/Graham.htm, p.4
[3] Ibid., p.5
[4] Si veda in proposito il commento di Rashi a Genesi 6:14 in Commento al Genesi,Marietti, 1985, p.49,  nota 49.
[5] Cfr. Genesi 6:5-8, 6:10-22, 8:3-19
[6] Ibid., 9:11-25
[7] Il Sepher-ha-Zohar o ‘Libro dello Splendore’ è un vero e proprio corpo completo di letteratura cabbalistica e si compone di 24 sezioni oltre ad alcuni trattati.


[8] Nella tradizione cabbalistica le sephiroth sono ‘le forme pure’ del molteplice che, simbolicamente, si dispongono sui tre pilastri dell’Albero della vita. 
[9] Cfr. Sepher-ha Zohar, 73a-b.
[10] Ibid.
 
[11] Cfr. S.Magaldi, ‘Qabbalah e simbolismo massonico’, in Le radici esoteriche della Massoneria, Atanòr, Roma, 2001, p.146
[12] Cfr. i testi della leggenda di Hiram, citati in G. Abramo, Appunti sulle origini (pp.111-120), in Hiram, n.5, Maggio 1992, Erasmo Edit., pp.116-117

[13] Cfr. A.Vaillant, I  tre gradi della Libera Muratoria, Bastogi, Foggia, 1994, rist. anast., Milano, 1959, pp.163 e 169. Sulla questione della ‘matrice egizia’ comune sia alla Massoneria che alla tradizione ebraica, cfr. Ibid., l’intero cap. V, pp.163-186.
[14] Cfr. Numeri, 16,  9-10
[15] Cfr. C.W. Goons, ‘Re e uomo dell’arte?’ in Rivista massonica, vol. LXV, n.10, Erasmo, Roma, dicembre 1974
[16] Yard: unità di misura inglese pari a 0,9144 m.
[17] Melkarth o Melqart o Milqart significa ‘Re della città’. Questa divinità fenicia è anche chiamata Baal Shor, cioè ‘Signore di Tiro’. Nel  mondo greco Melkarth era spesso identificato con Eracle o Ercole. Il suo nome compare per la prima volta in una iscrizione aramaica del IX secolo. Un tempio in suo onore, secondo gli storici, sarebbe stato innalzato a Tiro dal re Hiram nel X  Secolo. 
[18] Cfr. C.W.Goons, cit.
[19] Astarte o Ashtart dea fenicia e semitica della fecondità, dell’amore e anche della guerra. Nella Bibbia è definita ‘dea del popolo di Sidone’. Finirà con l’essere assimilata alla dea greca Afrodite.
[20] Cfr. C.W. Goons, cit.
[21] Cfr. F. Barberio, Il significato dei riti. Storia o simbolismo? in www.dipmat.unipg.it, pp.1-2
[22] Ibid., p.2
[23] Ibid., p.4
[24] Cfr. U.G. Porciatti, op.cit., p.169
[25] Cfr. J. Campbell, Le figure del mito, trad.it., Mondadori, Milano 1991, pp.15-31
[26] Cfr. N.Turchi, Le religioni misteriosofiche del mondo antico, I Dioscuri, Genova, 1987, p.101
[27] Cfr. Max Guilmot, Iniziati e Riti iniziatici nell’antico Egitto, trad. it., Mediterranee, Roma 1999, pp.92 e ss.
[28] Ruach Elohim in base al valore numerico di ciascuna lettera ebraica, cominciando da destra a sinistra è il seguente: 200+6+8+1+30+5+10+40 = 300. Ruach Elohim è dunque la ghematria della lettera Shin.
[29] Cfr. in R. Patai, Alchimisti ebrei. Storia e testi, ECIG, Genova, 1997, p.123
[30] Ibid., p.55
[31] Ibid., p.53
[32] Cfr. Sepher ha-Zohar, 72a

venerdì 5 ottobre 2012

AESH MEZAREPH o Fuoco che purifica...



  Nel mio ultimo post, sul romanzo di Marcello Simoni, Il mercante di libri maledetti [Newton Compton Editori, Roma, 2012], vincitore del Premio Bancarella 2012, ho fatto riferimento ai quadrati magici.

  Il libro che costituisce una delle fonti più antiche e preziose per lo studio dei quadrati magici in chiave alchemica è Aesh mezareph di anonimo autore. Dell’edizione [Pericle Tangerine, Roma, 2004] da me tradotta, riporto di seguito la Prefazione.

Aesh mezareph, prefazione, traduzione e note di Sergio Magaldi, in appendice un saggio sui quadrati magici di Federico Pignatelli, Roma, 2004
 


Aesh mezareph


                                    Prefazione
                                     di Sergio Magaldi


 Per l’anonimo autore di Aesh mezareph l’uomo è una pietra grezza che deve essere sgrossata; più ancora, collegando il corpo umano con le Sephiroth dell’Albero della vita, l’uomo deve  apprendere a purificare i metalli impuri che si trovano in lui. Se riuscirà nell’impresa, non otterrà ricchezze materiali ma acquisterà in cambio longevità e saggezza.

 S’intravede già dalle prime righe del testo il collegamento tra Qabbalah e Alchimia, nel senso tuttavia che senza la conoscenza della prima non sarà neppure possibile accostarsi alla seconda, almeno di non voler fare come « gli studenti volgari della natura » che male intrepretando e per di più facendosi vanto di possedere la chiave di ogni segreto, finiscono per ottenere, in luogo di longevità e saggezza, malattie e disprezzo.

Il discorso cabbalistico in Aesh mezareph si avvale, com’è nella tradizione della Qabbalah, del continuo riferimento ai versetti biblici, dell’uso talora anche eccessivo delle ghematrie e del costante rapporto tra le Sephiroth e i metalli, con analogie a prima vista sorprendenti solo perché hanno la possibilità di essere comprese all’interno di una prospettiva alchemica. Sorprenderà così, per esempio, che la materia prima dell’Opera venga attribuita a Chokmah [Sapienza] – Piombo, la medicina dei metalli a Malkuth [Regno e Luna degli alchimisti] e l’oro a Gheburah [Potenza], e dove ci saremmo aspettati di trovare l’oro nella Sephirah più alta, vi troviamo invece il metallo più vile e dove la lebbra o la corruzione dei metalli, troviamo al contrario la medicina per purificarli. Quanto all’oro di Gheburah, apprendiamo subito dal testo che il fondamento dell’oro è nel ferro misto al fango e che esistono ben dieci qualità di oro. Spetta dunque a questa Sephirah esprimere le diverse e potenziali trasformazioni dell’oro, giacché in fondo un po’ d’oro si nasconde in ogni Sephirah e in ciascun metallo e tutto può essere purificato per l’azione di quella – per usare il linguaggio caro agli Orfici – « scintilla di luce » che si trova nei corpi.
 
 Si comprende così anche il ruolo delle Sephiroth Chokmah e Malkuth. La prima e l’ultima, perché Kether, la Corona dell’Albero sephirotico,  è  la radice stessa dei metalli. Solo il saggio perviene alla comprensione della vera materia prima dell’Opera e solo lui conosce il potere della Luna per sbiancare i metalli impuri.

 Al linguaggio alchemico-cabbalistico, fatto di continui riferimenti alle Sephiroth, alle ghematrie, ai passi biblici, alle varie fasi dell’Opera per la purificazione dei metalli, l’anonimo autore aggiunge l’uso dei quadrati magici. Così, seguendo l’ordine che ne dà egli stesso, il quadrato del Sole, sulla cui struttura mi soffermerò in nota al testo, si trova in analogia con il Leone alchemico, con l’oro e con la potenza di Gheburah. Il quadrato della Luna si associa con l’argento, con Chesed e con le cinquanta Porte di Binah; il quadrato di Marte col ferro, con Tiphereth e con il cuore dell’uomo, giacché Tiphereth è un guerriero ed è chiamato a rettificare tanto la natura maschile che quella femminile.
 
 Seguono ai precedenti: il quadrato di Giove in analogia con Netzach e con Binah e collegato allo stagno, un metallo, per la verità, di scarso valore; il quadrato di Venere associato con Hod, con il bronzo e con il verbo Tzaphah (osservare); il quadrato di Saturno legato al piombo e a Chokmah, al nome di Dio nella Sephirah e al Sabato.
Per ultimo il quadrato di Mercurio, in relazione con Yesod, con l’argento vivo e con l’acqua aurea.

 Nel congedare la traduzione, utilizzo il titolo della traduzione latina, Aesh mezareph, in luogo di quello della corretta trascrizione ebraica che sarebbe Esh Metzaref. La ragione è molto semplice. Ciò che sembra restare di questo trattato non è altro, infatti, che il compendio che ne dà Christian Knorr von Rosenroth nella sua Kabbala Denudata, scritta in latino e pubblicata a Sulzbach tra il 1677 e il 1684. Inutilmente, tuttavia, si cercherebbe nell’opera del Rosenroth il Compendium  in forma unitaria, perché vi si trova piuttosto disperso in vari frammenti. Il vero problema è allora quello di risolvere la questione del carattere e dell’autenticità di questi frammenti. 

 Scrive in proposito Gerschom Scholem: « Il modo di esprimersi e il contenuto in queste citazioni mostrano con chiarezza che Knorr von Rosenroth aveva sotto gli occhi effettivamente un manoscritto ebraico che recava questo titolo, e non un qualche libro scritto in latino o in un’altra lingua. Dal modo letterale, anche se certo non sempre corretto, di tradurre di Knorr traspare a ogni piè sospinto l’ebraico […] L’autore conosceva il Talmud  e comprendeva il latino […] Ancora più chiaramente testimonia del carattere di questo testo il suo stesso contenuto. Il primo capitolo comprendeva visibilmente un’introduzione, di cui è citato il brano principale ; i capitoli dal secondo all’ottavo lasciano ancora vedere chiaramente la sequenza in cui erano disposti. Il testo era ordinato – nei capitoli che abbiamo; non è chiaro se ve ne fossero altri – secondo i metalli, e più esattamente nella sequenza: oro, argento, ferro, stagno, rame, piombo, mercurio e zolfo. Tre tipi di contenuto lo compongono: un contenuto puramente cabalistico, che riguarda il simbolismo mistico dei metalli nella loro connessione alle sefirot e cita, si noti, lo Zohar non più di una sola volta; un contenuto puramente chimico, che in sostanza descrive singole operazioni e processi, senza alcun rapporto con le altre parti del testo; e infine, come a concludere ogni capitolo, una parte astrologica che descrive gli amuleti planetari corrispondenti ai vari metalli, e fornisce materiale rilevante per l’indagine sulle origini di tale scritto. »  
 
 Circa la data presunta di composizione di Aesh mezareph, sempre lo Scholem propone che la stessa debba essere posta tra il 1620 e il 1660 e che comunque l’opera non possa essere stata scritta prima del 1560, dal momento che i passi citati dello Zohar si riferiscono all’edizione stampata a Cremona nel 1560. 

 Ho tradotto il titolo in italiano Fuoco purificatore per rendere meglio la funzione specifica di questo fuoco che in qualche misura pare ispirarsi al fuoco di Malachia, 3, 1-2 : « Questo vi risponde il Signore dell’universo : ‘ Io mando il mio messaggero a preparare la strada davanti a me. Il Signore che voi desiderate entrerà subito nel suo tempio. Attendete dunque il messaggero che proclamerà la mia alleanza con voi. Eccolo, sta per arrivare. Chi potrà sopravvivere al giorno in cui egli giungerà ? Chi potrà restare in piedi, quando apparirà ? Egli sarà come il fuoco che raffina i metalli, come il sapone che lava le vesti’. »

 La divisione dei vari passi del Compendium in capitoli è dello stesso Christian Knorr von Rosenroth.
















         

domenica 30 settembre 2012

E' POSSIBILE PARLARE CON GLI ANGELI? La risposta nel romanzo "Il mercante di libri maledetti"...

Marcello Simoni, Il mercante di libri maledetti, Newton Compton Editori, Roma, 2012, pp.351



 Quasi al termine del secondo decennio del 1200, un mercante di reliquie, tale Ignazio da Toledo, con il fido e valoroso Willalme de Béziers e Uberto, un giovane converso del Monastero di Santa Maria del Mare, si mettono alla ricerca, tra Italia, Francia e Spagna, di un prezioso manoscritto che consente di evocare gli angeli e divenire partecipi della loro sapienza: è l’ Uter Ventorum. Il monaco Vivïen de Narbonne, grande amico di Ignazio da Toledo, l’ha diviso in quattro parti e l’ha nascosto in altrettanti luoghi – sembra, poco prima di essere assassinato –  perché non cada in possesso dei Veggenti della Saint-Vehme che lo userebbero a fini malefici e per accrescere il loro potere.

 Inizia così una specie di caccia al tesoro da parte di Ignazio, Willalme e Uberto per recuperare le quattro parti divise del manoscritto e cogliere infine il segreto per evocare gli angeli. Come nella realtà, gli amici diventano presto nemici e, come in ogni caccia al tesoro che si rispetti, il nascondiglio è protetto da una serie di indovinelli, e c’è da giurare che, essendo nel Medioevo, questi siano di natura esoterica. In ciascuno dei “quattro viaggi” le avventure si ripetono con incredibile puntualità, persino nei dettagli, con la lotta tra coloro che vorrebbero impossessarsi dell’Uter Ventorum a fini di potere e i nostri tre eroi che cercano di scongiurare tale eventualità.

 La trama di Il mercante di libri maledetti, il romanzo con cui Marcello Simoni ha vinto la sessantesima edizione  [2012] del “Bancarella”, è più o meno tutta qui. Com’è noto il Bancarella è il premio che librai e bancarellai italiani, con votazione a maggioranza, assegnano ogni anno al libro considerato ogni anno il più meritevole, perché è anche il più venduto nel periodo preso in esame. È dunque un riconoscimento che si basa sul “passaparola” e sugli acquisti da parte dei lettori.

 Il romanzo di esordio di Marcello Simoni, per la verità, non è uscito per la prima volta in Italia, ma in Spagna, nel 2010, con il titolo di El secreto de los cuatro ángeles, “Il segreto dei quattro angeli”. Non perché si svolga prevalentemente in Spagna, ma per i motivi che spiega lo stesso autore: “Dall’Italia non arrivavano risposte, così spedii una serie di email a case editrici spagnole. In fondo il mio protagonista si chiama Ignazio da Toledo”.  Solo l’anno successivo, il romanzo è pubblicato in Italia da Newton Compton Editori.

 Il libro è scritto in un linguaggio semplice e corretto, dove anche le regole della sintassi sono rispettate… Qualche perplessità desta invece, a mio giudizio, il tessuto della trama che, tra prologo, epilogo e ottantotto brevi capitoli, si rivela alquanto esile e  male imbastito, cucendo alla meglio tra loro frammenti di stoffa ordinaria… spacciata per pregiatissima seta. Un po’ come nel cinema italiano degli ultimi anni, dove le storie raccontate sullo schermo sono spesso brevi “scene” malamente assemblate… e non per colpa del montaggio.

 Sorprende altresì la superficialità con cui l’autore si accosta all’esoterismo, laddove, per esempio, sembra esaltarsi nel riportare un quadrato magico e nell’assegnargli la rivelazione di un “grande” segreto. Senza neppure dire che si tratta del quadrato magico di Saturno, sottolineando soltanto l’illuminazione con cui Ignazio da Toledo scopre che le lettere ebraiche del “quadrato” nascondono i numeri arabi, per via della ghematria, ridotta schematicamente ad “un sistema di sostituzione alfabetica secondo cui a ogni lettera ebraica corrisponde un numero”:


“‘Un quadrato diviso in nove caselle’, osservò Uberto. ‘Ma cosa rappresentano i caratteri al suo interno?’
 ‘Sono lettere ebraiche’, rispose il mercante.
 ‘Lettere ebraiche?’, intervenne Willalme.    
 ‘Ma non stavamo cercando un codice persiano?’
 ‘Forse l’Uter Ventorum è stato trascritto in parte da un giudeo’, ipotizzò Ignazio. ‘O più semplicemente, l’ebraico è stato ritenuto idoneo allo scopo. Dopotutto, questo idioma viene considerato la lingua della creazione, parlata da Dio, dagli angeli e dai primi uomini’.
 Uberto fece cenno d’aver compreso. ‘E nel nostro caso, questi nove caratteri quali significati avrebbero?’
 ‘Conosco poco la lingua ebraica, ma me ne intendo abbastanza da sospettare che questi caratteri non compongano parole’.
 ‘Da cosa lo deduci?’
 ‘Per il momento si tratta solo di un’intuizione. Ma il fatto che siano contenuti dentro una figura geometrica, un quadrato,e che ciascuno di essi compaia una volta soltanto, mi dà l’impressione che alludano a una formula matematica’.
 ‘La matematica si fa con i numeri’, obiettò Uberto, ‘non certo con le lettere’.
 A tali parole Ignazio ebbe un’illuminazione. Aggrottò la fronte e inseguì un pensiero che andava formandosi nella mente, restando immobile come un felino che scruta la preda. D’un tratto batté una mano sul tavolo. ‘Ma certo!’, esclamò, facendo sobbalzare i compagni. ‘La ghimatriah!’.
 Uberto e Willalme lo guardarono allibiti.
 ‘La ghimatriah dev’essere la soluzione’, ribadì l’uomo, esultante. ‘È un sistema di sostituzione alfabetica secondo cui a ogni lettera ebraica corrisponde un numero!’
 ‘Ne sei sicuro?’, volle accertarsi Uberto.
 ‘Ignazio annuì con fermezza. ‘Ne sono venuto a conoscenza anni fa. Me ne parlò uno studioso della Cabala’. E detto ciò , incise a fianco del quadrato un altro uguale, sostituendo alle lettere ebraiche i corrispondenti numeri arabi”.

                                4    9    2
                       3    5    7
              8        1        6
  [pp.248-249]


 L’autore, bibliotecario di professione, conosce certamente il quadrato magico di Saturno, se non altro per averlo trascritto da qualche libro. I quadrati magici, nel loro simbolismo esoterico, sono descritti nel De occulta philosophia di Heinrich Cornelius Agrippa [1486-1535]. In particolare il quadrato magico di Saturno, sopra riportato, inciso su una lastra di piombo [metallo di Saturno], nell’ora e nel giorno di Saturno, procura, a chi lo indossa e ci crede, protezione e saggezza, nonché una certa pazienza nel sopportare gli inevitabili dispiaceri che purtroppo capitano, anche quando ci si sente protetti…  Naturalmente, può servire, sempre a chi ci crede, per invocare angeli e demoni.


H.C.Agrippa, De occulta philosophia [La filosofia occulta], Edizioni Mediterranee, 2 vol., pp-322+358, Roma, Dicembre 2004



                                   



De occulta philosophia, quadrati magici di Saturno e di Giove, loro glifi di "intelligenze" e "spiriti"


                     

 Di quadrati magici in chiave alchemica, si parla invece  nel famoso trattato d’anonimo autore, Aesh Mezareph. Qui, i quadrati dei sette pianeti della tradizione stanno a rappresentare i sette metalli e le loro trasformazioni.












  
Aesh mezareph, Introd.,trad.,e note di Sergio Magaldi, Roma, 2004. A cura di S.Magaldi e F. Pignatelli

 Dunque, perché l’autore non menziona il “suo”  come il quadrato magico di Saturno? La spiegazione è semplice. Adottando una numerazione che assegna ai pianeti un numero progressivo in funzione della distanza dalla Terra, cui viene assegnato il numero 1, l’ineffabile Ignazio da Toledo scopre che il 5 è assegnato al Sole.  Lo stesso numero 5 che si trova al centro del quadrato magico di Saturno. All’autore serve per il gran finale [p.341], allorché invoca l’angelo del Sole, servendosi del quadrato di Saturno! Senza contare che il numero 5, nella tradizione orientale e occidentale dei quadrati magici rappresenta l’uomo e la Terra, piuttosto che il Sole. Una mistura e una confusione da far inorridire i cosiddetti esoteristi di mestiere.

 Pure, il libro è piaciuto, non solo al pubblico, evidentemente pago di un vago e superficiale accenno al mistero e sempre a caccia di delitti e di intrighi di sapore conventuale, ma anche alla critica. “Vanity Fair” riscontra nel romanzo di Marcello Simoni la stessa atmosfera di  Il nome della rosa  [Io, del famoso e splendido libro di Umberto Eco, non ho sentito neppure l’odore...]. “Il Messagero” parla di “un mix ben dosato tra fantasia, documentazione storica, ricerca delle fonti e scelta iconografica”. “Il Corriere della Sera” di “un rigoroso intrigo medievale”. “Il mercante di libri maledetti” – assicura ancora “Il Riformista” – è talmente perfetto nell’utilizzare elementi propri del thriller medievale, giocando fra un’azione concitata e una credibile ricostruzione storica, da apparire proprio come un successo annunciato”.

 Bene, ecco il caso di un romanzo rifiutato dagli editori italiani e che non vale granché, pubblicato in Spagna con discreto successo e quindi finalmente in Italia, dove in breve si porta in testa alla classifica delle vendite, vince il Premio Bancarella ed ottiene come corollario anche il riconoscimento della cosiddetta stampa libera. E poi c’è chi sostiene che l’editoria italiana, col suo gran fiuto, pubblica solo opere con le quali è sicura di fare cassa…


sergio magaldi 

lunedì 24 settembre 2012

AMORE PER SEMPRE E SHOAH in "The Sweetness of Forgetting" di Kristin Harmel

Kristin Harmel, Finché le stelle saranno in cielo,["The Sweetness of Forgetting"], Garzanti, Milano, Agosto 2012,pp.363







 Hope è una donna americana di trentasei anni. Vive nella baia di Cape Cod, penisola dello stato del Massachusetts, a circa 80 chilometri da Boston. Conduce una pasticceria di famiglia, con dolci fatti dalle sue mani e utilizzando le ricette di sua nonna Rose Durand, malata di Alzheimer e che settant’anni prima era emigrata da Parigi, sposando un militare americano. Dopo circa un decennio di permanenza negli Stati Uniti, Rose e suo nonno s’erano trasferiti a Cape Cod, aprendo la North Star Bakery pasticceria.

  Hope non crede nell’amore per sempre: ha appena divorziato da suo marito Rob, sposato soprattutto per dare un padre a sua figlia Annie, ora adolescente, e che in realtà non ha mai amato veramente. Del resto, in nessun altro periodo della sua vita Hope s’è sentita più fragile: la morte recente della madre per un cancro, l’inquietudine della figlia che soffre la separazione dei genitori, la malattia che ha colpito l’amatissima nonna, gli affari della pasticceria che non vanno come dovrebbero, con la minaccia costante che la banca la costringa a chiudere l’attività.

  In una bella sera d’estate madre e figlia conducono Mamie – come Hope è solita chiamare la nonna – sulla spiaggia. Rose sembra vivere un giorno di straordinaria lucidità e gode del tramonto che dipinge il cielo di tante sfumature di colori per lasciare infine apparire il tenue brillare di Venere, il primo pianeta della sera visibile dalla Terra: 

  “ ‘Eccola’, mormora Mamie e indica un punto appena sopra l’orizzonte, dove una stella brilla fiocamente nel crepuscolo che sbiadisce. ‘La stella della sera’.
 All’improvviso mi tornano in mente [È Hope a parlare in prima persona, pp. 66-67, come in tutto il romanzo] le fiabe che mi raccontava su un principe e una principessa in una terra remota, quelle in cui il principe doveva combattere contro i cavalieri cattivi e prometteva alla principessa che un giorno sarebbe tornata a cercarla, perché il loro amore non sarebbe mai finito. Quindi rimango stupita quando è Annie a mormorare:’Finché le stelle saranno in cielo io ti amerò. È questo che diceva sempre il principe nelle tue storie’.
 Quando Mamie la guarda, ha le lacrime agli occhi. ‘Esatto’,dice”.

  Ecco da dove prende il titolo l’edizione italiana del romanzo di Kristin Harmel: Finché le stelle saranno in cielo, mentre la semplice traduzione dall’inglese di The Sweetness of Forgetting è: “La dolcezza dell’oblio”.

  E Mamie quella sera speciale consegna alla nipote una lista di sette persone che vivevano in Francia quando lei aveva diciassette anni e stava per emigrare negli Stati Uniti. Le sette persone di età diversa hanno tutte lo stesso cognome: Picard. La nonna la prega di recarsi a Parigi per avere notizie sulla loro sorte. Si tratta evidentemente dei membri di una stessa famiglia.

  Dopo molte perplessità, una settimana più tardi, spinta da Annie – molto affezionata a Mamie – e da Gavin Keyes, un giovane di origini ebraiche, il solo che sembra preoccuparsi di lei e che le fornisce indicazioni preziose per la ricerca delle persone della lista, Hope decide finalmente di volare in Europa.

  E qui la narrazione di Kristin Harmel si fa particolarmente avvincente e quasi il lettore vorrebbe saltare le pagine per saperne di più. Cosa scopre innanzi tutto Hope a Parigi? Che il vero cognome di Mamie non è Durand, ma Picard e che le persone da ricercare sono i familiari della nonna. E mentre dando le spalle al Louvre, attraversa la Senna sul Pont des Arts, e ammira sulla sua destra, in lontananza, la punta aguzza della Torre Eiffel e sulla sinistra un’isola collegata a due ponti, l’uno con sette arcate, l’altro con cinque, l’emozione la travolge nel ricordo di una favola che Mamie le raccontava quando era bambina e che con ogni probabilità non era una vera favola ma la realtà vissuta dalla nonna durante la  giovinezza.





 Ogni giorno il principe attraversava il ponte di legno dell’amore [Sulle griglie del Pont des Arts gli innamorati, proprio come a Roma su Ponte Milvio, appendono i loro “lucchetti dell’amore”. È qui evidente una certa forzatura della scrittrice, perché quella tradizione non sembra esistesse all’epoca dell’adolescenza e della giovinezza di Rose, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta dello scorso secolo] per vedere la sua principessa. L’enorme palazzo si trovava alle sue spalle [il museo del Louvre] e davanti a lui c’era il castello a cupola del regno della principessa [l’Institut de France].Doveva attraversare un gigantesco fossato [la Senna] per raggiungere il suo vero unico amore: c’erano due ponti che portavano nel cuore della città, uno con sette arcate e l’altro con cinque. Alla sua destra una gigantesca spada fendeva il cielo [la Torre Eiffel], avvisandolo del pericolo che lo attendeva. Eppure lui ogni giorno sfidava la sorte perché amava la principessa. Diceva che nemmeno tutti i pericoli del mondo sarebbero riusciti a tenerlo lontano da lei. La principessa sedeva alla finestra e aspettava di udire i suoi passi, perché sapeva che lui non l’avrebbe mai delusa. Il principe l’amava e quando le prometteva di andare da lei manteneva sempre la parola.” [pp.129-130].


 Quando la nonna raccontava quella fiaba – si chiede Hope – a quale “principe” si riferiva, forse al grande amore della sua vita? E un’altra cosa scopre presto Hope: l’identità ebraica di sua nonna e della sua famiglia e la storia di quel drammatico 16 luglio del 1942 quando gli ebrei di Parigi furono arrestati e ammassati nel Velodromo d’Inverno per essere deportati successivamente ad Auschwitz. Ben sei delle sette persone della lista che la nonna aveva consegnato a Hope risultano tra i deportati nel campo di sterminio nazista: suo padre, sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle, molti dei quali ancora bambini. Dov’è finito il settimo della lista, Alain, il fratellino di circa dieci anni che Rose amava più di ogni altro? 





 Del rastrellamento degli ebrei di Parigi, della loro concentrazione al Velodromo d’Inverno e della deportazione ad Auschwitz e in altri campi di sterminio si è parlato per lo più solo nella letteratura e nel cinema. François Hollande, il presidente francese, il 22 Luglio di quest’anno, – appena un mese prima dell’uscita dell’edizione italiana del romanzo di cui sto parlando, – ha commemorato il settantesimo anniversario del tragico evento, sottolineando che  «La verità, dura, crudele, è che neanche un soldato tedesco, neppure uno, partecipò a questa operazione. La verità è che il crimine fu commesso in Francia, dalla Francia». Discorso quasi ignorato dalla stampa italiana e coraggioso il suo, perché sia De Gaulle che Mitterand avevano attribuito la responsabilità del crimine unicamente ai nazisti. Solo il presidente Chirac, nel 1995, aveva ammesso una mezza verità, parlando di corresponsabilità francese.

 Molti i libri e i film usciti quest’anno per non dimenticare. Ricordo soltanto di Karen Taieb, ABBIATE PIETA’ DI  MIO FIGLIO. Le lettere ritrovate dei deportati ebrei al Velodromo d’Inverno e la quarta edizione pubblicata da Mondadori del romanzo La chiave di Sara, da cui è stato tratto il film uscito agli inizi di quest’anno.


Karen Taieb, Abbiate pietà di mio figlio, Sperling&Kupfer, 2012,pp.209






















Tatiana De Rosnay, La chiave di Sara, Mondadori, 4.ed.,2012, pp321

                             
                           




















  Non sto "raccontando" il libro, perché sin qui siamo soltanto ad 1/3 delle pagine del romanzo. La storia narrata da Kristen Harmel riserva ancora diverse sorprese: il salvataggio di molti ebrei di Parigi ad opera di musulmani e cattolici e soprattutto l’amore che, quando è vero, è più forte della morte: esisteva davvero il “principe della favola”? E se esisteva quale era stata la sua sorte?

 Un romanzo intrigante, ottimo, senza dubbio, sicuramente da leggere, ma non per questo esente da difetti. Si avverte talora troppo “zucchero americano” nella narrazione, lo stesso zucchero che Hope usa in abbondanza nel preparare torte e biscotti della tradizione ebraica ed islamica della sua pasticceria. Dolci importanti per Kristin Harmel, tanto da introdurre ogni capitolo del libro con una ricetta…
 
 Alcune situazioni sembrano create più con l’intento di compiacere i lettori che per reale convincimento. In altre, si avverte una certa forzatura e qualche iperbole, dettate forse dalla necessità di sorreggere la trama. Una certa ingenuità di fondo [voluta?] accompagna l’idea che i contrasti tra cattolici ebrei e musulmani siano dovuti a motivi religiosi, come si lascia volentieri credere alle masse dei fedeli. 

 E l’amore per sempre, che presuppone negli amanti un identico modo di sentire e di agire, e che costituisce il leitmotiv della narrazione – tanto da ispirare il titolo dell’edizione italiana – è vissuto diversamente da Rose e dal suo “principe”, così da far pensare che, quando ama davvero, l’uomo abbia molta più fede e costanza della donna. Infine, certi eventi appaiono al limite dell’inverosimile, ma è anche vero – come osserva la scrittrice – che le favole sono sempre possibili nella realtà!

sergio magaldi
                 

sabato 15 settembre 2012

ALEPH E... TANTO NARCISO nel romanzo di Paulo Coelho

Paulo Coelho, Aleph, Bompiani, Milano, Settembre 2011



  Mi ero ripromesso di non comprare né leggere più i romanzi di Paulo Coelho, poi qualcuno mi ha regalato Aleph e dopo diversi mesi ho deciso di mancare la promessa. Cosa speravo di trovarci? Forse m’incuriosiva sapere come il tanto celebrato scrittore - forse  il più incredibile fenomeno letterario mai prodotto dal circuito [o circo?] editoriale e mediatico - aveva ripreso un tema caro a Jorge Luis Borges [1899-1986], il grande scrittore argentino che, all’inizio degli anni Cinquanta, raccoglieva 17 racconti brevi sotto il titolo di El Aleph, “L’Alef”, che era anche il titolo dell’ultimo dei suoi racconti.


J.L.Borges, L'Aleph, U.E. Feltrinelli, Sedicesima ed.,Milano,1989, pp.179


 Pure, sapevo già che non avrei trovato nel libro di Coelho più di quello che avevo trovato in Lo Zahir [ben poco!], un precedente romanzo dell’autore brasiliano che prende anch’esso il nome da uno dei racconti, l’undicesimo per l’esattezza, di El Aleph di Borges [pp.101-113, ediz. citata]. Annota in proposito lo scrittore argentino:

 "La credenza relativa allo Zahir è islamica […] è uno dei novantanove nomi di Dio; la gente, in terra musulmana, lo usa per ‘gli esseri e le cose che hanno la terribile virtù  d’essere indimenticabili e la cui immagine finisce per rendere folli gli uomini.’" [p.109].

 Lo Zahir di Coelho riprende il tema di qualcuno o di qualcosa che scompare all’improvviso senza motivo e senza lasciare tracce, ma il cui ricordo o immagine continua a danzare nella nostra mente, creando un’ossessione dalla quale è impossibile liberarsi. Il romanzo narra la storia di un famoso scrittore abbandonato senza ragioni apparenti dalla moglie, scomparsa senza neanche dire una parola. Un nuovo amore e il successo letterario non bastano a liberarlo  da un’assenza e da un silenzio che continuano a tormentarlo.


Edizione Bompiani 2005



  Cos’è L’Aleph  per Borges? Che intende rappresentare lo scrittore con la prima lettera dell’alfabeto ebraico che, com’è noto, è il simbolo dell’unità nella totalità della manifestazione cosmica? Cosa vede, chiuso nella cantina del suo amico Carlos Argentino, che solo un attimo prima ha giudicato “folle”? 

  “Quel che videro i miei occhi fu simultaneo: ciò che trascriverò, successivo, perché tale è il linguaggio. Qualcosa, tuttavia, annoterò.
 Nella parte inferiore della scala, sulla destra, vidi una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Dapprima credetti ruotasse; poi compresi che quel movimento era un’illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva. Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse. Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad esempio) era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell’universo. Vidi il popoloso mare, vidi l’alba e la sera, vidi le moltitudini d’America, vidi un’argentea ragnatela al centro d’una nera piramide, vidi un labirinto spezzato (era Londra), vidi infiniti occhi vicini che si fissavano in me come in uno specchio, vidi tutti gli specchi del pianeta […] vidi la circolazione del mio oscuro sangue, vidi il meccanismo dell’amore e la modificazione della morte, vidi l’Aleph, da tutti i punti, vidi nell’Aleph la terra e nella terra di nuovo l’Aleph e nell’Aleph la terra, vidi il mio volto e le mie viscere, vidi il tuo volto, e provai vertigine e piansi, perché i miei occhi avevano visto l’oggetto segreto e supposto, il cui nome usurpano gli uomini, ma che nessun uomo ha contemplato: l’inconcepibile universo”.
[pp.165-167]

  Cos’è l’Aleph per Paulo Coelho? Per quanto inspiegabile, l’Aleph si distingue addirittura in “Piccolo” e “Grande”, come l’autore chiarisce a Hilal, la giovane violinista che è con lui sul treno della Transiberiana e il cui nome in turco significa “Luna nuova”:

  “Come avrai capito, l’Aleph è pressoché inspiegabile. Comunque, nella Tradizione magica viene raffigurato in due modi ben distinti. Vale a dire come un punto nell’Universo che contiene tutti gli altri punti, presenti e passati, piccoli e grandi. La sua scoperta avviene per lo più in maniera casuale, com’è accaduto in treno. Perché ciò accada, la persona – o le persone – devono trovarsi nel luogo fisico in cui esso si trova. Gli adepti lo chiamano il ‘piccolo Aleph’. […] Come prima sensazione, provi una voglia incontenibile di piangere – non si tratta di un pianto di tristezza o di gioia, bensì di emozione. Sai che stai comprendendo qualcosa, sebbene non riesca a spiegarlo neppure a te stessa. […] Il secondo modo riguarda ‘il grande Aleph’.[…] Il grande Aleph è percepibile quando due persone con affinità molto rilevanti s’incontrano per caso nel piccolo Aleph […] equivalgono al polo positivo e a quello negativo di una qualsiasi batteria – e l’energia che ne deriva fa accendere la lampadina. Si trasformano nella medesima luce. Come i pianeti che si attraggono e finiscono per scontrarsi. E gli amanti che s’incontrano dopo tanto, tanto tempo. Dunque anche il grande Aleph si origina in maniera casuale, allorché due persone che il Destino ha scelto per una precisa missione s’incontrano nel luogo giusto.” [P. Coelho, Aleph, cit., pp.106-108].

 E il grande Aleph, naturalmente, è quello che a Coelho interessa di più: lui e Hilal s’erano conosciuti oltre cinque secoli prima, in una precedente incarnazione, e si amavano, o meglio era soprattutto lei ad amare lui, proprio come adesso: quando lei dice di amarlo, lui le risponde che la ama a modo suo, ma che non la desidera, la ama “come un fiume” [?!]. Perché si sono nuovamente incontrati in questa incarnazione? Lui deve chiederle il perdono per ciò che avvenne tanto tempo fa, quando nella Cordova di fine Quattrocento faceva parte del Tribunale dell’Inquisizione e, pur potendo salvarla, la lasciò morire sul rogo come strega.

 Il lettore non si aspetti molto altro dalla lettura di questo ennesimo romanzo di Paulo Coelho, praticamente senza trama e condito al solito di narcisismo: il viaggio promozionale, tra autografi e interviste, in compagnia degli editori, che culmina in Russia, interamente attraversata sul treno della Transiberiana, sino all’accennata udienza con Putin. E poi la solita “paccottiglia” New Age con “brevetto” incorporato per accedere alla conoscenza delle nostre precedenti incarnazioni, mediante il cosiddetto anello di fuoco, al quale dedica un intero capitolo [pp.149-156], senza tuttavia dire granché, ma sulla cui pratica – e sono le parole finali del libro – intende mettere in guardia i suoi lettori perché, osserva, “qualsiasi ritorno al passato senza un’esatta conoscenza del processo può determinare conseguenze drammatiche e disastrose”.


 Più che mai, dopo la lettura di Aleph, resto convinto che Paulo Coelho abbia scritto un solo bel libro, L’Alchimista, che poi è anche il romanzo che gli ha dato fama internazionale e successo. In sole 180 pagine, nella seconda metà degli anni Ottanta, gli riuscì di raccontare in forma poetica una storia simbolica che in quel tempo era nelle aspettative di molti giovani, proprio come Paulo Coelho, delusi dall’impegno politico. Dopo di allora, qualche bella pagina in romanzi per lo più noiosi. Oggi, con i soliti temi, racconta solo se stesso.



Edizione Bompiani, 1995



sergio magaldi

domenica 9 settembre 2012

Una storia d'amore tra le righe in 84 CHARING CROSS ROAD, il film riproposto Venerdì scorso in TV da Cinema Premium



  Charing Cross Road è una lunga arteria londinese che, dai pressi di Oxford Street, lasciandosi alle spalle Leicester Square, attraversa il centro della città sino a lambire Trafalgar Square. Al numero 84, c’era una volta… “Marks & Co.”, libreria antiquaria  di libri usati e di edizioni rare e fuori catalogo. Nel 1970, la scrittrice ebreo-americana Helene Hanff pubblicò un romanzo epistolare autobiografico contenente le lettere scambiate per vent’anni [1949-1969] con Frank Doel, commesso e poi socio della citata libreria. 

Edizione inglese del romanzo epistolare autobiografico di Helene Hanff, pubblicato da Virago Press, London 2002, con l'immagine della libreria "Marks & Co." di 84 Charing Cross Road
  
  Nel 1986 il regista David Hugh Jones portò la vicenda sullo schermo, con l’attore inglese Anthony Hopkins  nel ruolo di Frank Doel e l’attrice americana Anne Bancroft in quello di Helene Hanff. L’operazione non era certo delle più facili. Se è arduo scrivere un romanzo in forma epistolare, l’idea di portare sullo schermo uno scambio di corrispondenza appare addirittura impossibile. Eppure il film ebbe gran successo e ad Anne Brancoft fu assegnato, dalla British Accademy of Film and Television Arts, il premio per la migliore attrice protagonista. Non c’è dubbio che il merito spetti al regista e a tutto il cast, e soprattutto alla presenza nel film di due grandi attori, anzi di tre, considerando che il ruolo di Nora, la moglie di Frank, fu affidato ad un’attrice di valore come Judi Dench.

 Ma, al di là della bravura degli interpreti,  a che si deve il successo del film? Quella tra Helene e Frank fu forse una storia d’amore, vibrante di passione, al punto tale da coinvolgere emotivamente l’animo degli spettatori? Niente affatto. In un certo senso, lo scambio epistolare tra i due fu di natura commerciale: lei sempre a caccia di libri introvabili nei circuiti ordinari, lui premuroso nel reperirli e nel soddisfare le richieste di lei. Condivisione di un amore speciale: quello per i libri, che trascende addirittura in senso metafisico, quando lei leggerà, o meglio immaginerà di ascoltare Frank che recita un brano dei Sermoni di John Donne - teologo inglese vissuto tra XVI e XVII – che il libraio le ha appena spedito:
 
 "Tutta l'umanità è un solo volume. Quando un uomo muore, il suo capitolo non viene strappato via dal libro, ma tradotto in una lingua più bella, e ogni capitolo deve essere tradotto in questo modo. Dio si avvale di diversi traduttori: alcuni brani vengono tradotti dall'età, altri dalla malattia, alcuni dalla guerra, altri dalla giustizia, ma la mano di Dio raccoglierà di nuovo in volume i nostri fogli sparsi, per la biblioteca in cui ogni libro resterà aperto, l'uno per l'altro".
 
 Nel film, le voci che rimbalzano tra Londra e New York si alternano creando una preziosa melodia in cui la parola è sempre essenziale, mai superflua, e dove le immagini di Helene e Frank si avvicendano più eloquenti di qualsiasi discorso. Così, poco a poco, tra i due si crea una complicità e una garbata tenerezza che sa di reciproca comprensione. Lei, più esuberante, gli confida l’emozione provata nello sfogliare le pagine di un libro appena arrivato:
 
 “Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso […]”.
 
  E quando sembra rimproverarlo, perché l’edizione scovata e ricevuta non risponde ai suoi desideri, il libraio le risponde con una delicatezza che va ben oltre il proprio interesse di venditore.

  Siamo agli inizi degli anni Cinquanta, la seconda drammatica guerra mondiale è appena terminata e a Londra i generi di prima necessità sono razionati, così Helene spedisce alla “Marks & Co.” di 84 Charing Cross Road  piccoli regali sottoforma di carne in scatola, uova in polvere e anche calze di nylon per la gioia delle commesse della libreria. E Frank ricambia spedendole in regalo edizioni preziose che fanno la felicità della scrittrice e le danno modo di esprimere, in contrasto con il flemmatico Frank Doel/Anthony Hopkins, l’innata vivacità e la velata malizia:

   “A tutti gli amici dell'84, Charing Cross Road,
   grazie per il magnifico libro. Non ne avevo mai posseduto uno con le pagine tutte bordate in oro prima d'ora. Ci credereste che è arrivato per il mio compleanno?
 Avrei desiderato che non foste stati così supercortesi da mandarmi la dedica su un bigliettino a parte invece che scriverla direttamente sul libro. È l'animo del libraio che spunta fuori in tutti voi, eravate preoccupati che sminuisse il valore del libro. E invece per l'attuale proprietaria lo avrebbe accresciuto. (E probabilmente anche per i futuri proprietari. Amo le dediche sulla prima pagina e le note a margine, mi piace il sentimento fraterno che si prova sfogliando pagine che qualcun altro ha già sfogliato. Leggendo passaggi che qualcun altro, magari da tempo scomparso, ha voluto segnalare alla mia attenzione.)
 E perché non avete firmato con i vostri nomi? Immagino che non ve lo avrà permesso Frank, probabilmente non vuole che io scriva lettere d'amore ad altri che a lui.
 Vi invio i saluti dall'America - perfida amica qual è, che versa milioni di dollari per la ricostruzione del Giappone e della Germania mentre lascia che l'Inghilterra muoia di fame. Un giorno o l'altro, a Dio piacendo, verrò lì, e mi scuserò personalmente per le colpe del mio paese (che, a sua volta, per quando ritornerò a casa dovrà certamente scusarsi per le mie di colpe).
 Grazie ancora per il libro stupendo, farò di tutto per non rovesciarci sopra del gin e non farci cadere la cenere, è veramente troppo delicato per tipi come me.
Vostra
Helene Hanff

  Poco a poco le lettere si fanno più personali. Naturalmente è lei a rompere il ghiaccio, cominciando con un “Caro Frank…” e lui timidamente a risponderle con “Cara Miss Hanff…”, finché annoterà semplicemente:

“Cara Helene,
           sono effettivamente d’accordo che è tempo di lasciar cadere il Miss quando le scrivo. In realtà non sono così riservato come lei avrà potuto credere, ma, dal momento che le copie delle lettere che le scrivo vanno negli archivi della ditta, mi pareva più opportuno rivolgermi a lei in maniera formale. Tuttavia, dato che questa lettera non ha nulla a che vedere con i libri, non ne farò alcuna copia […]”

  È appena superfluo osservare che il successo di 84 Charing Cross Road si spiega anche con la nostalgia di un mondo che, appena venticinque anni fa, quando il film uscì, era in procinto di scomparire: parole tracciate sulla carta, con sobrietà e stile, in confronto ai messaggi sbrigativi che siamo soliti ormai scambiarci elettronicamente, dove grammatica e sintassi sono spesso latitanti e dove un “cmq” vale un “comunque”, una “x” sostituisce un “per” e una piccola croce “+” un più…

 Ricordo ai “pescatori di perle” e non solo, che il DVD del film si può acquistare in rete [su IBS e altrove] e che, con lo stesso mezzo, si può avere anche l’edizione italiana del piccolo romanzo epistolare.

Edizione Archinto, Le Vele, 2003, pp.128


  La storia di Helene e Frank è una storia d’amore tra le righe, anche se i due, per una serie di circostanze intervenute all’ultimo momento, non riusciranno mai ad incontrarsi di persona. In quel confessare di Helene a Frank che lui è “l’unica creatura al mondo che la capisce” o nel chiedergli in un giorno di primavera “un’ottima edizione di poesie d’amore”, c’è molto di più di un semplice “ti amo”. E nel volto di Frank - che le ha appena spedito il libro richiesto - mentre Helene ascolta i versi d’amore di Yeats, c’è molto di più del compiacimento di un libraio per aver accontentato un cliente esigente:
  

He Wishes for the Cloths of Heaven
   "Had I the heaven's embroidered cloths
Enwrought with golden and silver light
The blue and the dim and the dark cloths
Of night and light and the half-light,
I would spread the cloths under your feet:
But I, being poor, have only my dreams;
I have spread my dreams under your feet;
Tread softly because you tread on my dreams".
   
Egli desidera i drappi del cielo
 “Se avessi i drappi ricamati dal cielo/Intessuti di luce d’oro e d’argento/I drappi blu, e vaghi e oscuri/Della notte, del chiarore e della penombra,/Li stenderei sotto i tuoi piedi./Ma sono povero, ho solo i miei sogni./E i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi./Cammina leggera perché cammini sui miei sogni”.




sergio magaldi