giovedì 25 febbraio 2010

LA LUNA E I SIMBOLI DELL'INCONSCIO


“Com'è difficile parlar della luna con discrezione! E' così scema, la luna. Dev'essere proprio il culo quello che ci fa sempre vedere”(Samuel Beckett, “Molloy”)





 Autorevoli studiosi attribuiscono alla Luna la rappresentazione simbolica dell’inconscio.


 Quale il significato del socratico “conosci te stesso”? Innanzi tutto vuol dire scavare nel rimosso della coscienza, essere costretti a visitare continuamente le profondità della terra, secondo il ben noto “vetriolo” della tradizione alchemica (V.I.T.R.I.O.L.: “Visita interiora terrae rectificandoque invenies occultum lapidem”)


 Senza questa lucida e angosciosa discesa agli inferi nessuna autentica trasformazione è possibile. Questa consape­volezza, d'altra parte, non ci difende dal pericolo dell'illusione.


 Questo pericolo è di tutti, ma più che mai è presente nel santo, nell'eroe, nell'ini­ziato. I quali tutti, per mestiere sono portati a rifiutare l'inconscio oppure a costruirse­ne uno di comodo cui relazionarsi con lo scopo sublime di sottometterlo o di razionalizzarlo. Queste anime belle spesso si coprono gli occhi per non vedere e si turano il naso per non sentire il fetore che viene dalla “stanza accanto” della loro coscienza illuminata. Insomma, tra Alto e Basso, bisogna trovare - come già auspicava MarsilioFicino - un luogo intermedio dove sia possibile incontrare il cosiddetto mondo interiore.

 Nell'articolo “Das Unbevust” ("L'Inconscio") del 1915, Freud dichiara che i con­tenuti dell'inconscio sono sostitutivi di pulsioni che non possono divenire oggetto di coscienza.

 Pertanto, le rappresentazioni inconsce sono organizzate in “fantasmi” (dal greco: visioni, apparizioni) o trame immaginarie alle quali le pulsioni si fissano e che pos­sono essere concepiti come "vere messe in scena del desiderio". In tale prospettiva, il contenuto dell'inconscio è assimilabile a ciò che è stato rimosso, con in più, osser­va Freud, "un nucleo originario di contenuti filogenetici".
 Per la verità gli antichi, oltre alla distinzione puramente mentale o intellettuale di ragione-sragione possedevano già il concetto di inconscio. Solo che lo chiamavano Heimarmene cioè fatalità o destino e il loro modo di cercare di com­prenderlo non era sul lettino dello psicoanalista ma di fronte al tema natale tracciato con gli strumenti dell’astrologia giudiziaria.

 Il problema che si poneva allora era se l'uomo potesse conoscere il proprio desti­no e, una volta conosciutolo, se gli fosse possibile mutarlo nei suoi aspetti più drammatici. Per altro verso è ciò che avviene dallo psicoanalista: portare alla luce il rimosso generatore di nevrosi e vedere se ciò possa servire a lenire il dolore della persona.

 Jung, al quale va il merito di aver ampliato il concetto freudiano di inconscio, sottolinea la quasi totale identificazione di inconscio e destino. In “Psicologia e Al­chimia” egli osserva che, quando parliamo del nostro destino, mettiamo in campo una volontà che non coincide con quella dell'io e, poiché tale volontà si oppone all'io, noi vi scorgiamo un potere divino o infernale, a seconda dei casi.

 La stessa cosa accade con l'inconscio. Noi cogliamo in esso una volontà non coincidente con la nostra. L'accettiamo, allora, come volere divino o combattiamo contro questa volontà che ci appare ingiusta e diabolica e quasi sempre di sesso opposto al nostro. Nessuna di queste risposte è in realtà adeguata a comprendere quello che Jung chiama "processo di individuazione" e "ampliamento di coscienza".

 Nella tragedia greca, il mito, quale archetipo universale, è la chiave che ci consente di entrare nella psiche dei personaggi e di cogliere il filo che sorregge la trama di tutte le loro azioni. La stessa guerra tra gli dei - che i miti raccontano - è finalmente intesa come la guerra che gli individui combattono con loro stessi. La cieca fatalità che spesso sembra dar corso agli eventi, secondo il principio che le colpe dei padri ricadono sui figli, si colora infine di senso. Liz Greene, la nota psicoanalista e cultrice di astrologia afferma che, per com­prendere il tema natale di un singolo, occorre tracciare la carta di nascita dei suoi genitori e che forse non basta, perché bisognerebbe anche conoscere il tema natale degli antenati. (L.Greene, The Astrology of Fate,1984, trad.it., “Astrologia e Destino”, Armenia, Milano 1995, pp.98-132). Quale il significato di tale affermazione? Lo psicoanalista-astrologo e ricercatore è convinto che il proprio paziente sia vittima, oltre che dei suoi, anche dei conflitti inconsci rimasti irrisolti nei genitori e nella famiglia d’origine.

 È interessante osservare che per secoli l'astrologia giudiziaria ha considerato pezzi privilegiati per l'ascolto dell'inconscio il luminare della Luna e Lilith, la sua zona oscura, talora erroneamente identificata con la Luna Nera. Né, d'altra parte, erano noti altri simboli spazio-temporali per descrivere l'inconscio.

 In proposito, occorre appena accennare che sulla stessa esistenza fisica della Luna Nera si continua ancora a dubitare, tanto che è stata spesso diversamente interpretata: 1. Come Luna non visibile o Luna nuova al momento della sua congiunzione col Sole (Ecate o Artemide dei Greci); 2. Come secondo satellite della Terra, scoperto nel XVII Secolodal gesuita Giovanbattista Riccioli e con un passo giornaliero di 3 gradi, ma di cui l'esistenza non è stata ancora provata; 3. Come un punto fittizio dell'orbita lunare.

 Che la Luna rappresenti la fantasia, il sogno, l'immaginazione è perfettamente accettabile; che l'inconscio possa essere identificato con ciò che solitamente definia­mo irrazionale è certamente improbabile. Dane Rudhyar ha chiaramente dimostrato che è proprio la dinamica Saturno (l'io, la forma) - Luna (l'energia) a rendere conto del nostro io cosciente. (Dane Rudhyar, “Astrologia della personalità”, trad.it., Roma, 1986, pp.205-209).

 Inoltre, la Luna è talmente veloce nello spazio che male rappresenta un contenuto psichico altamente cristallizza­to quale l'inconscio, la cui trasformazione richiede un processo lentissimo, addirittura generazionale, prima di poter avvertire un significativo mutamento.

 Bisogna riconoscere, d'altra parte, che la figura di Lilith-Ecate è presente tanto nella mitologia ebraica che in quella greco-romana con la funzione di rappresentare gli istinti più riposti della personalità, ma a parte il dubbio sul potersi giovare di un suo corrispettivo fisico nello spazio, resta, questo rappresentato da Lilith-Ecate, anche solo come concetto, un po' troppo angusto per una reale connotazione dell'incon­scio.

 L'idea di un inconscio come controparte di polarità sessuale appare infatti inade­guata ad esprimere le profondità e le complessità del rimosso. Questo ruolo di con­troparte sembra più che altro spettare all'Anima per l'uomo e all’Animus per la donna. E “anima” e “animus appartengono alla coscienza o tutt’al più al subconscio.

 Ciò premesso, la tentazione di sottomettere o redimere l’inconscio è quanto mai ardua e pericolosa.

 Che c'è, in realtà, di così difficile e inquietante nel tentare di sottomettere o redimere l'inconscio? L'ener­gia che sprigiona questa forza invisibile è talmente grande che l'esigua energia della coscienza rischia di esserne travolta. La coscienza può uscirne mutilata nel suo processo di individuazione che presuppone, appunto, il coraggio del confronto con l'inconscio non la sua sottomissione o redenzione. Il dialogo può essere spiacevole, doloroso, forse pericoloso, ma è l'unico mezzo che abbiamo per rompere le cristal­lizzazioni saturnine, allargando progressivamente le frontiere della coscienza e im­parando finalmente a conoscere, vista la sostanziale omogeneità di Inconscio ed Heimarmene, la trama del nostro destino.
 Non è un caso che all'inizio del secolo, proprio quando appare “L’interpretazione dei sogni” di Freud, l'astronomo Percival Lowel, per spiegare le perturbazioni del­l'orbita di Urano, calcoli la posizione di un invisibile pianeta, all'estremo del siste­ma solare. Neppure è un caso che Jung nel 1929 congedi il suo saggio di commento al “Segreto del fiore d'oro”, antico testo di alchimia taoista, prospettando una visione dell'inconscio che riprende e amplia la stessa concezione freudiana di inconscio e che, pochi mesi più tardi, con l'ingresso del Sole in Acquario (febbraio 1930), un astrono­mo americano riesca per la prima volta a fotografare il pianeta “invisibile”: Plutone.

 Per la verità, Rudhyar attribuisce la rappresentazione simbolica della funzione inconscia a tutti e tre i pianeti trans-saturnini: Urano (scoperto nel 1781, poco prima della Rivoluzione francese), Nettuno (scoperto nel 1846) e Plutone (scoperto esatta­mente 84 anni dopo Nettuno, ad un ciclo completo di Urano), ma egli osserva che Urano rappresenta la forza “proiettiva” dell'inconscio,Nettuno quella “dissolvente”, e Plutone quella “rigenerante” (cit., pp.209-220).

 In conclusione, dunque, il concetto più compiuto e al tempo stesso più produttivo con cui siamo oggi in grado di rappresentare, nella sua dinamica spazio-temporale, l'inconscio è Plutone. Signore di tutto ciò che è segreto e in particolare del segreto iniziatico iniziatico, Plutone governa i Misteri Eleusini ai quali, come ricorda Aristotele si andava non per apprendere, ma per provare, attraverso un'esperienza mistica vissuta attraverso il rito, una profonda emozione religiosa. Ad Eleusi gli era dedicato un Tempio e sembra, almeno a partire da una certa epoca, che in quei luoghi l'iniziato rivivesse l’esperienza del rapimento di Persefone.

 Greci e Latini conoscevano bene la storia della figlia di Demetra che, china su di un prato a cogliere fiori, è ghermita dal dio e trascinata sotto terra. Demetra si dispera, poi si vendica, impedendo alla vegetazione di crescere. Interviene Zeus e manda Ermete con un messaggio per Plutone. Il dio a malincuore rinuncia all'idea delle nozze con Persefone. Egli è pronto a restituirla, ma c'è una legge di Necessità che non può essere violata neppure dagli dei: se la fanciulla ha già gustato del cibo dei morti, non può più riprendere la vita di prima. Persefone non ha toccato cibo, può quindi risalire sulla terra, ma ecco che Ascalafo, uno dei giardinieri di Plutone, rivela di aver visto Persefone raccogliere un melograno nell'orto e assaggiarne sette chicchi. Alla fanciulla è cosi preclusa la via del ritorno e Demetra si vendica tramutando Ascalafo in barbagianni. 

 Con “ascalafo” i Greci indicavano sia il gufo che il barbagianni. Ovidio nelle “Metamorfosi” ricorda l'episodio che giustifica la cattiva fama di questo uccello.

 Questo sapere arcaico, terribile e iniziatico di Plutone per tradursi in “sapere dell'inconscio” ha avuto bisogno dei secoli, ha avuto bisogno che nei cieli qualcuno avvistasse questo nuovo pianeta del quale - si badi bene - gli astronomi sanno ancora poco e del quale, comunque, sono consapevoli che c'è da sapere molto di più.

 Il mito poetico, l'astronomia. E l’astrologia come vede Plutone? Lo collo­ca nel segno dello Scorpione, opposto alla Terra prima del Toro, lui che è il Signore del sottosuolo. Come forza rigenerante nel bene e nel male, Plutone non può che appartenere a questo segno zodiacale dove lo scorpione può evolversi sino al serpente e all'aquila solare. Il Sole è il principio di individuazione capace di assimilare i contenuti dell'inconscio. Non a caso Plutone è anche definito “Sole di mezzanotte”

 Cosa accade quando in un tema natale Plutone s'incontra con gli altri dei? Si manifesta sia la polarità di Eros e Thanatos (Amore-Morte) che in astrologia si riconnette all'aspetto Venere-Plutone, sia la dialettica di Plutone-Saturno-Marte, capace di illuminare lo psicoanalista sugli istinti autodistruttivi della persona. Da quest'ultima configurazione è facile comprendere come il dia­logo tra Plutone e Saturno sia abbastanza diffìcile. Saturno protegge l'io,  e la forma, impedendo che i contenuti rimossi, rappresentati da Plutone possano filtrare. Nel migliore dei casi il risultato è la più completa cristallizzazione dell'io, la sua sclerosi e distruzione. Se tra i due interviene anche Marte, principio dinamico dell'azione, il risultato sarà l'inutile tentativo di rompere la cristallizzazione attraverso un attivi­smo tutto esteriore e poco interiorizzato, con il risultato della frustrazione e di un'azio­ne distruttiva verso se stessi. Poco importante è poi stabilire se il riflesso di questo processo autodistruttivo sia un tumore o la morte per arma da fuoco. Di fronte ad una simile trama dell’inconscio-destino, non resta che attivare la forza di Marte o quella del Sole o di un pianeta altrettanto potente, capace di costringere Plutone e Saturno al dialogo, almeno sino a quando la tensione non si sia alleggerita in virtù di una parziale conoscenza di se stessi.

 Per quanto attiene alla polarità di Amore e Morte rappresentata dall'incontro di Venere e Plutone, una duplice e contrastante pulsione può condurre sino all'ossessione sessuale: da una parte il desiderio di emozioni e di estroversione di Venere, dall'altra l'istinto introverso e indagatore di Plutone che spinge a cercare in ogni donna la Femmina primordiale e assoluta, la Grande Madre che è insieme vita e morte. La tensione può essere attenuata con uno spostamento dell'eros dalla sessualità alla creazione artistica o all'ascesi mistica, ma perché ciò avvenga, è necessario un vero e proprio viaggio iniziatico. Ricompare qui il rapporto tra l'anima e l'incon­scio, tra Persefone e Plutone, come nel mito rivissuto dall'iniziato di Eleusi.

 Del resto, il tema della discesa agli inferi e del contatto con la zona oscura della coscienza era presente in ogni antica iniziazione. Nei Misteri di Dioniso, l'iniziato lasciava addirittura che il rimosso filtrasse alla luce del sole e nell'ebbrezza del delirio, reso più facile dalla musica e dal vino, sperimentava la totalità delle proprie energie.

 Nelle “Baccanti”, Euripide ci rappresenta il delirio dionisiaco delle origini. La tragedia è altrettanto illuminan­te nel presentare l'indomabile e divina forza dell'inconscio. Ecco come Tiresia parla di Dioniso: 

 “ […] E questo dio è anche profeta. Perché il furore bacchico e il delirio hanno virtù profetica. E quando il dio entra negli uomini a grande impeto, li dissenna e predicono il futuro” (“Il Teatro greco”, Sansoni, Firenze, 1970, p.1017). Allorché Penteo cattura Dioniso, si svolge tra i due questo interessante dialogo:

“Dioniso: L'ho visto [Zeus]faccia a faccia e mi ha trasmesso i riti e i misteri.
Penteo: Che riti sono e quale è la forma ch'essi hanno per te?
Dioniso: Sono dei riti su cui vige il silenzio: nessuno che non sia iniziato può conoscerli.
Penteo: E quale bene ne ha chi li celebra?
Dioniso: A te non si può dire, ma è un bene che un uomo deve farne esperienza”. (cit. p. 1022).

 Inutile, d'altra parte, è la pretesa di Penteo di ignorare il dio e le forze che egli rappresenta. Avrà un bell'ordinare alle guardie: "E voi andate a chiuderlo nelle stalle qui accanto, perché veda solo il buio e la tenebra!” (p.1024). L'inconscio non si può incatenare. Ben presto Dioniso si libera: "In questo io l’ho beffato, ch'egli credevad’incatenarmi ma non mi ha sfiorato, non mi ha toccato, la sua è stata un'illusione” (p. 1027).

 Al primitivo carattere orgiastico di questi 
Misteri, subentrò una ritualità mag­giormente 
simbolica dove, il fine era il raggiungimento 
dell'estasi, intesa come unificazione di 
conscio e inconscio e come medesimezza
ascetica col divino.

 Dioniso è figura centrale anche nei Misteri Orfici. Solo che la prospettiva è qui capovolta. Dioniso non è più la rappresentazione gioiosa della vita nel dispiegamento totale degli istinti e delle energie. Nella teologia orfica, egli è Zagreo, il lacerato, creatura infera nata da Zeus e da Persefone. La totalità uomo-dio si è nuovamente frantumata. Aizzati da Era, eternamente gelosa di Zeus, i Titani hanno fatto a pezzi il dio e lo hanno divorato. Dal cuore sottratto al banchetto, Zeus forma un altro Dioniso, poi fulmina i Titani. Dalla cenere dei Titani, nascono gli uomini, in cui l'elemento dionisiaco e spirituale della luce e del bene si fonde con quello titanico e materiale dell'oscurità e del male.

sergio magaldi









domenica 7 febbraio 2010

L'ASTROLOGIA NEL ROMANZO DI OLIMPIA MAIDALCHINI PAMPHILI

















Nel romanzo di seguito citato e già presentato ai lettori del Blog, circa tre pagine sono dedicate all’analisi del tema astrologico di Olimpia Maidalchini Pamphili. Riporto le pagine nonché il relativo grafico zodiacale e n.2 documenti originali che comprovano la vera data di nascita della “papessa”.








Sergio Magaldi, LA TINOZZA DI RAME, EdiGiò, Pavia 2009, pp. 272.

ISBN 978-88-6205-206-1 – Euro 18,00 – acquista su http://www.unilibro.it/


SCHEDA

In cerca d’ispirazione per scrivere la trama di un film storico, uno sceneggiatore s’imbatte in un volumetto scritto in latino, edito nel 1659 da un frate agostiniano. Si tratta proprio della storia che egli ha in mente di raccontare: eventi che ruotano attorno alle figure di Innocenzo X e di sua cognata Olimpia, la “papessa” da sempre maltrattata dalla storiografia ufficiale. Alla donna, il frate agostiniano, testimone e protagonista della vicenda, riconosce il merito d’essersi battuta con coraggio contro il dispotismo parentale e sociale, ma anche di aver esercitato il potere con non minore spregiudicatezza ed efficacia di un uomo.

La tinozza di rame è il dono di nozze del cardinale Matthäus Schiner all’avo del frate, per aver combattuto valorosamente nell’esercito svizzero che nel 1512 contribuì a cacciare i francesi dall’Italia. Emblema familiare e vero e proprio “vitello d’oro”, accompagna il frate sino alla fine.

Romanzo storico solo all’apparenza, in realtà narrazione intima di un’anima in cerca di riscatto. La cornice è quella tradizionale del XVII secolo, fatta di ombre e luci, fede e superstizione, magia e scienza.



(pp. 209-211)



Entrando nello studio dell’ebreo e osservandolo mentre maneggiava


il suo cannocchiale, Olimpia aveva domandato:


«Che vi fa vedere la macchina di Galileo… Angeli o demoni?»


«Gli uni e gli altri… illustrissima – aveva risposto l’ebreo – e vedo


mondi infiniti rincorrersi tra orbite celesti…»


«Non vengo a discutere di codeste illusioni – aveva replicato


Olimpia – e neppure a confrontare la religione cattolica con l’ebraica.


Mi preme piuttosto sapere che dicono gli astri del futuro…


Non che io presti alla cosa la benché minima fede, ma tant’è…


Consideratelo un capriccio, del quale saprò compensarvi ampiamente,


purché sappiate mantenere la segretezza che m’avete garantito».


«Vi confermo la discrezione che già vi promisi… Quanto al compenso,


non potrei accettarlo dall’illustrissima cognata del Nunzio apostolico di Napoli…»


«Ecco – lo aveva interrotto Olimpia – voi certamente capite che,


nella delicata situazione in cui mi trovo, se la cosa si dovesse risapere,


molto nocumento se n’avrebbe, non solo per me, ma per la


persona stessa del Nunzio…»


«Per quanto v’assicuri di mantenere il più assoluto riserbo, io


debbo tuttavia farvi presente che i nobili napoletani non esitano a


chiedere ciò che voi stessa domandate, senza che la cosa abbia a


sollevare scandalo alcuno. Siate ad ogni modo tranquilla… Ho esaminato


attentamente la vostra carta celeste, secondo i dati che voi


stessa mi avete fornito…


Ecco qui… Illustrissima Donna Olimpia


Maidalchini Pamphili, nata in Viterbo, l’ultima domenica di Maggio


del 1591, mezz’ora dopo Nona… Dunque… Giove coi suoi quattro


satelliti osserva il vostro oroscopo e vi rende fortunata in ogni


campo, di più la Luna dal Cancro, a Giove benigna, assicura non


solo copiosi frutti del vostro ventre, ma favorisce la nascita d’ardimentose


imprese ed eventi propizi…»


«Pare a me – aveva osservato Olimpia sorridendo – che voi esageriate


nel compiacermi…»


«Ascoltate bene, illustrissima, perché terminato il dolce, dovrò


servirvi l’amaro… Dicevo allora… Ah sì!… All’ardimento vi conduce


Marte dalla terza dimora, da lungi osservato favorevolmente


dal Sole…»


«Nulla mi dite – l’aveva ancora interrotto Olimpia – su ciò che


maggiormente mi preme: la fortuna dei Pamphili, il nobile casato


cui ora appartengo».


«Poiché non disponete d’elementi sufficienti, affinché io possa


tracciare le carte celesti di vostro marito e di vostro cognato, né


siete in grado di procurarveli senza destar sospetti, la fortuna loro


son io costretto ad esaminare tramite il vostro cielo. E per la verità,


in esso mi par di trovare un potere ch’è riverbero di quello di


famiglia: il Leone è a mezzo del cielo e riceve dal segno amico dei


Gemelli i raggi del Sole che il Leone governa e che, in armonia alla


Luna, pare voglia dire che ispirerete da vicino un papa o un sovrano…


Quanto alle ricchezze, n’avrete sempre in abbondanza, perché Giove dal

Sagittario governa la vostra seconda casa... ma ora debbo mettervi in

guardia dai molti ed occulti nemici che l’ultima


dimora vi dispensa, per quel tratto che corre in Scorpione, dai quali


tuttavia vi difenderete con successo, per essere in quel segno osservata


da Giove all’oroscopo, come già vi dicevo… Mentre con più


attenzione badate alle stelle nemiche dell’ottava casa e, più che i


mali di Venere, temete le maldicenze d’amore… Tenetevi inoltre


lontana dal contagio di pestilenze ed altre epidemie, perché Saturno


congiunto a Venere par che temi il foco opposto di Marte».










venerdì 5 febbraio 2010

L'ELEGANZA DEL RICCIO, romanzo di Muriel Barbery


A prima vista L’élégance du hérisson, “L’eleganza del riccio” si direbbe scritto da una insegnante di materie umanistiche degli anni ’70-’80, naturalmente “di sinistra”, ma poi si scopre piacevolmente che l’autrice ha solo 41 anni ed è effettivamente docente di Filosofia. La stessa grande attrazione che sui personaggi “positivi” di Muriel Barbery esercita la cultura giapponese in generale e il sushi in particolare, in luogo di avvertirci sulla vera età della scrittrice, ci confonde le idee perché ci rimanda, senza soluzione di continuità, ad uno dei tanti miti dell’Occidente in proiezione gauchista: le società multietniche, le culture cosiddette alternative e le filosofie orientali rappresentano oggi la nuova sfida contro il “sistema”, perché mettono in luce le contraddizioni del capitalismo, così come una volta faceva la classe operaia.

Il lettore si sente subito a proprio agio nell’elegante condominio parigino che pagina dopo pagina gli appare sempre più come una finestra sul mondo. Un’apertura questa, che ci permette di scorgere le contrapposizioni presenti nella realtà: storiche, esistenziali, culturali o addirittura metafisiche. Si comincia con quella tra Renée, la portinaia, e Paloma, la tredicenne figlia di un ministro. Qui, per la verità, il dualismo è solo apparente, perché si coglie abbastanza presto che le “confessioni” della portinaia e “il diario del movimento del mondo” di Paloma riflettono l’anima della scrittrice. E questo, certamente, è il compito più difficile che si assume la Barbery. Non solo e non tanto perché tutta la trama prende forma attraverso il racconto delle due donne, quanto perché l’una ha 54 anni ed è di estrazione proletaria, l’altra ha circa 13 anni e appartiene al mondo dell’alta borghesia. Dopo aver letto il libro una sola volta non sono ancora sicuro di poter dire che l’operazione sia riuscita. Spesso, infatti, mi è sembrato come di avvertire uno “slittamento di piani” e mi sono chiesto se a parlare fosse Renée piuttosto che Paloma. Senza contare che la filiale e materna corrispondenza tra l’adolescente e la donna matura sboccia quasi per incanto, non troppo suffragata dallo svolgimento della narrazione. E, a meno di voler dire che “le anime belle si riconoscono subito fra di loro”, una ragione in più per chiedersi se Renée e Paloma, pur presentate con tante differenze, non siano in realtà che una voce sola.

Una cosa tuttavia è certa: l’abilità con la quale la scrittrice (evidentemente consapevole del rischio di appiattire le due donne l’una sull’altra), anticipa ogni possibile critica del lettore, fornendo lei stessa “la prova” che Renée e Paloma, conosciute nelle loro contraddizioni, finiscono con l’essere una sola persona o quantomeno sono accomunate dal medesimo “sentire”. E infatti, Renée non è l’oscura e ignorante portinaia che a tutti i costi vuole mostrare di essere per incarnare il ruolo che da lei si richiede e Paloma – che ha solo due strade avanti a lei: imitare Colombe, la sorella, perfettamente integrata nel proprio mondo oppure dare fuoco alle cose che sono i simboli dell’ambiente cui appartiene e suicidarsi – finisce con l’intravedere una terza via: potenza della cultura, delle “anime belle” e delle “affinità elettive”, ma anche del deus ex machina che irrompe nella narrazione, sottoforma di un nuovo condomino ricco, attempato e affascinante che, manco a dirlo, è un giapponese, tale Kakuro Ozu.

Per una contrapposizione che si risolve, ricomposta nell’unità dialettica dell’anima della scrittrice, tutte le altre permangono intatte e ci inducono a riflettere, sia pure con amarezza lucida e consapevole, che di loro è tessuta la trama della realtà, ma non per questo la vita è indegna di essere vissuta, giacché, se riusciamo a vederli e sentirli, aspetti di bellezza e momenti di armonia sono presenti in questo mondo di contrasto e di lotte. Nonostante tutto, e malgrado il finale del libro ci avverta che il destino è in agguato proprio quando la felicità sembra ormai a portata di mano…

Ecco, credo, il messaggio più importante che ci consegna il romanzo di Muriel Barbery, scritto quasi sommessamente, con garbata ironia e in uno stile di cui s’era perso il segno.

martedì 2 febbraio 2010

LA PRIMA PERLA DI ZACCHERONI

Purtroppo le mie, peraltro facili previsioni, si sono rivelate giuste: lo scorso Venerdì Alberto Zaccheroni si è insediato sulla panchina della Juventus e Domenica sera il tecnico romagnolo ha debuttato contro la Lazio.

Nessuno pretendeva miracoli, tanto più che la “rosa”, falcidiata da tanti infortuni, non proponeva grandi alternative fra i calciatori da mettere in campo. E inoltre non si può negare che l’attuale Juve, appena comincia a giocare, denuncia tutti i propri limiti: mancanza di organizzazione, estraneità tra i reparti, lentezza e passaggi sbagliati, scarsa profondità congiunta ad una rara incapacità di costruire autentiche azioni offensive, una squadra insomma che sembra non essersi più allenata da mesi.

Nondimeno, il nuovo allenatore si è subito segnalato con una mossa vincente…per gli avversari. In vantaggio grazie ad un rigore inesistente, la Juve perdeva Melo, costretto ad uscire dal campo per infortunio. Quale il rimedio di Zaccheroni? Il tecnico spostava De Ceglie a centrocampo e faceva entrare Cáceres al posto di Grygera sulla fascia destra per avere maggior propulsione in avanti (quando, date le circostanze, avrebbe dovuto difendere il misero “golletto”), dirottando Grygera a sinistra. Negli ultimi tre anni, da quando fu esonerato dal Torino, Zaccheroni non ha più allenato e poco deve aver visto la Juve sul campo o in TV per non sapere che il difensore ceco, che fa del suo meglio a destra, è del tutto inadatto a ricoprire lo stesso ruolo a sinistra; tant’è che dopo qualche minuto veniva platealmente scavalcato da Mauri per il goal del pareggio della Lazio.

Per il resto, non si è apprezzata la mano del nuovo tecnico: solita Juve e solito gioco che mi è apparso persino peggiorato rispetto alle due precedenti sconfitte con Roma e Inter.

Si dice ora che Zaccheroni studi l’opportunità di schierare la difesa a 3 per la prossima trasferta di Livorno. Se difendendo a 4 la Juve occupa, insieme a Parma e Bologna, il dodicesimo posto della specifica classifica (29 reti subite in 22 partite), cosa c’è da aspettarsi con la difesa a tre?

giovedì 28 gennaio 2010

ANNA FRANK:grafici del tema zodiacale

GRAFICO DEI TRANSITI NEL CIELO DI
ANNA FRANK IL 04-08-1944 alle ore 10



GRAFICO DEL TEMA DI NASCITA DI ANNA FRANK
NATA A FRANCOFORTE IL 12-06-1929 alle ore 07.30
Dall'Introduzione del libro RACCONTI DELLA SHOA':

"Mi sia consentito, in questa pur breve introduzione, e senza che ciò possa apparire irriverente, riportare il grafico del tema zodiacale di Anna Frank, nel momento in cui, in quella terribile mattina del 4 Agosto del 1944, le SS di Karl Joseph Silberbauer fecero irruzione nell’alloggio segreto a seguito di una delazione. Diversi “addetti ai lavori” dell’astrologia si sono variamente esercitati sul tema natale di Anna Frank, e non è mia intenzione aggiungermi a loro, ma solo rappresentare l’immagine astrale di un evento tanto tragico. Non procederò dunque in una analisi interpretativa, che qui sarebbe comunque fuori posto, limitandomi a suggerire ai lettori, anche digiuni di astrologia, una presa di coscienza immediata e puramente visiva dell’evento.

Come si vede, nel grafico, la Luna in transito, cuspide al Discendente od Occaso, e che con le sue fasi bene rappresenta ‘la trama della vita sulla terra’, si trova quasi interamente da sola a fronteggiare l’ “esercito” formato dalla fitta tela degli altri “pezzi” dello zodiaco (astri e pianeti natali e di transito). Inoltre, dei due pianeti di nascita che, come la Luna di transito, si trovano ad Occidente, Urano si congiunge al Sole e Saturno è in avvicinamento a Plutone nella sua dodicesima casa, conferendo al momento e alla situazione in generale una drammaticità, come si suol dire, karmica".


IL GIORNO DELLA MEMORIA 27-01-2010

Presentato dal Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, illustrato da Georges de Canino, uno tra i maggiori artisti viventi, con una lunga introduzione di Sergio Magaldi, Racconti della Shoà raccoglie preziose testimonianze di eventi personalmente vissuti dall’autore, Fulvio Giannetti, durante l’infanzia o uditi narrare da chi vi prese parte. Di qui l’esigenza, nel racconto più lungo, di ricordare immaginando di scrivere una Lettera ad Anna Frank, la giovane ebrea che trascorse gli ultimi anni della sua breve vita nei campi di sterminio di Auschwitz prima e di Bergen-Belsen poi. Completano la raccolta: L’eccidio di Caiazzo, per la cui memoria Benedetto Croce fece incidere una lapide con le sue parole; il ritratto di Lello Perugia, combattente ebreo nelle formazioni partigiane “Liberty”, noto come il “Cesare” del romanzo La tregua di Primo Levi e del film omonimo; e infine la storia di Giovanni Palatucci, “un giusto tra le nazioni”, il cui nome – osserva Fulvio Giannetti – “è scritto nel libro di pietre della memoria e della gratitudine d’Israele affinché tutti sappiano”.


Riproduco di seguito il testo dell'Introduzione a RACCONTI DELLA SHOA' di Fulvio Giannetti
Introduzione di Sergio Magaldi:

Perché scrivere una lettera ad Anna Frank?

C’è in questi racconti di Fulvio Giannetti il tentativo di saldare insieme memoria storica e ricordi personali, fatto e creazione, testimonianza e sogno, lavoro ingrato che si riparte tra metastoria e metaletteratura.

Non starò a verificare se l’operazione sia riuscita e magari sia nato un genere nuovo, diverso persino dal racconto o dal romanzo storico. Quel che mi preme sottolineare è che Giannetti, dalla materia trattata, consapevolmente o meno, trae quattro motivi di riflessione, quattro “ragioni” nuove e diverse di porsi di fronte alla Shoah e, più in generale, di fronte alla vita.

Perché scrivere una lettera ad Anna Frank? C’è forse nell’autore il desiderio di compiacere i lettori? O è magari perché Anna “simboleggia i sei milioni di morti della Shoah”? Così come Miep Gies nega che sia, per affermare invece che “la vita e la morte di Anna sono un destino individuale”, anche se “accaduto sei milioni di volte”. (1) Nulla di tutto ciò. E allora? La realtà è che Fulvio scrive oggi le pagine di un diario che Anna scrisse allora, quando lui aveva una decina d’anni meno di lei, e non sapeva ancora né leggere né scrivere, e che il Fulvio che ricorda quelle pagine non scritte parla con la consapevolezza dell’uomo maturo, dell’uomo che può commuoversi della propria “infanzia violata”, perché è almeno in grado di ricordarla. Dall’incontro del bambino di allora con l’uomo di oggi nasce la lettera che ognuno potrebbe scrivere alla propria compagna di giochi, trovandosi a vivere la medesima esperienza. La guerra e soprattutto l’identità ebraica.

Un pretesto per raccontare di sé? In un certo senso lo è, perché il bambino Fulvio non sa nulla della Prinsengracht 263 di Amsterdam né dell’alloggio segreto, non conosce la segregazione totale protratta per oltre due anni e bruscamente interrotta un mattino dalla Gestapo, quasi alla vigilia della Liberazione, (2) né fortunatamente conosce i treni dai vagoni piombati e i tedeschi che li scortavano, non la fame, la sete e la vergogna di Westerbork, di Auschwiz e di Bergen-Belsen – campo, quest’ultimo, di cui pure ha sentito parlare dallo zio sopravvissuto – e l’uomo Fulvio potrebbe parlarne ma sarebbe lavoro di biografo. Il bambino Fulvio conosce invece la grotta-rifugio nella valle dell’Iri, dove apprende la morte del padre, della segregazione non ha che fugace esperienza anche se subisce il trauma del “sepolto vivo” e della fame conosce abbastanza da ricordarla, nel suo diario della memoria, quasi come un’ossessione. Certo, i‘suoi’ tedeschi sono diversi, non meno “orrendi”, (3) ma almeno egli li vede da spettatore. E se è vero che danno fuoco al volto di Anita che chiede pane, quando ha con loro un incontro “ravvicinato”, ne riceve in dono persino un’enorme fetta di torta!

Ecco allora il senso dello scrivere una lettera ad Anna Frank che ogni bambino ebreo e non ebreo – oggi adulto – potrebbe scrivere commisurando la propria infanzia violata a quella dell’infelice Anna. Tante virtuali candeline accese per illuminare le coscienze e aiutarle a riconoscere il demone della guerra, dell’intolleranza, della violenza e delle persecuzioni.

Perché, se è vero – come scrive Anna Frank – che in ogni uomo c’è un “pezzetto” di Dio, occorre fare in modo che quel pezzetto s’impadronisca del “resto” dell’uomo e lo trasformi, altrimenti nulla potrà davvero cambiare.

In La vita di Cady, uno dei racconti più riusciti di Anna Frank e che non fa parte del Diario, nel colloquio tra Cady e una donna inferma, vicina di letto nel sanatorio, si misurano due concezioni, entrambe presenti nell’anima di Anna, reclusa nell’alloggio segreto. Da una parte la speranza, dall’altra un pessimismo che trascende anche la sua personale sorte, di cui, pure, il suo inconscio pare avvertito quasi con rassegnazione. Cady confida a se stessa che Dio si manifesta nei suoi pensieri e nelle sue parole, giacché Egli “prima d’inviare gli uomini nel mondo dà a ciascuno di essi un pezzetto di sé. È questo pezzetto che produce nell’uomo la differenza tra bene e male e che fornisce una risposta alle sue domande. Quel pezzetto è altrettanto naturale quanto la crescita dei fiori e il canto degli uccelli”. (4) Ma la donna che giace nel letto accanto al suo è oscuramente profetica: “Io non credo – ella dice – nulla delle voci che dicono che fra qualche mese tutto sarà finito. Una guerra dura sempre più di quel che credono gli uomini”. (5) Anzi, conclude la donna, e Anna fa parlare qui l’altra metà della sua anima, la guerra è la condizione stessa del genere umano: “Dopo ogni guerra gli uomini dicono: ‘Questo non accadrà mai più, è stato così terribile, bisogna evitare a qualsiasi prezzo che si ripeta’ e sempre di nuovo gli uomini devono combattere gli uni contro gli altri, questo non cambierà mai: finché sulla terra vi saranno degli uomini saranno sempre in lotta e quando ci sarà la pace cercheranno nuovi pretesti per scontrarsi”. (6)

L’impunità degli assassini

Il racconto dell’eccidio di Caiazzo è emblematico per ciò che riguarda la questione dell’impunità degli assassini. Il caso Emden sta lì a testimoniare l’indifferenza, l’ignavia, la vigliaccheria e soprattutto le complicità che impedirono, in questo come in migliaia di altri casi, che fosse resa giustizia. Come pure, testimonia più spesso l’ipocrisia e la retorica di certi riconoscimenti tardivi e di certe celebrazioni postume.

Io credo, tuttavia, che il problema non sia più, ormai a distanza da quegli avvenimenti, chiedersi perché tanti assassini siano rimasti impuniti, quanto piuttosto interrogarsi sul perché l’opinione pubblica ha sempre ricevuto così scarsa informazione sul fenomeno dell’impunità dei criminali nazisti. Non sarebbe venuto il momento di raccogliere in un volume unico, tradotto in tutte le lingue, a disposizione delle scuole, delle università e delle biblioteche pubbliche – libro bianco della memoria e della vergogna – i “curricula” dei criminali nazisti e dei loro giudici, catalogati magari in sequenza alfabetica? Non certo per spirito di vendetta, quei fatti essendo ormai al di fuori delle possibili “intercettazioni” della giustizia ordinaria o straordinaria, e neppure per alimentare in qualche esaltato un privato desiderio di giustizia sommaria nei confronti di vecchi inermi e prossimi ormai alla resa dei conti. Per bisogno di sapere, giacché la conoscenza fu sempre per l’uomo strumento di salvezza e non di perdizione. O si crede davvero che fu la pietà a mitigare l’animo dei giudici o magari l’insufficienza delle prove? E sebbene la pietà sia sentimento nobile e divino, talora incomprensibile ad una coscienza altra e diversa da quella che l’assume, resta nondimeno necessario il tentativo di darne spiegazione per evitare che ciascuno operi a modo suo e finisca quasi legittimamente per pensare che il Piazzale Loreto di Benito Mussolini e di Claretta Petacci sia un Tribunale d’alta giustizia invece che l’ultimo anello della barbarie. Ed è vero – come insegna purtroppo la storia italiana passata e recente – che gli atti della giustizia sommaria, praticata anch’essa talora in nome e per conto del popolo sovrano, nascondono spesso i disegni di chi teme che le oscure connivenze dei vinti siano portate alla luce.

Sorprende invece, almeno che non sia ascrivibile a suprema bontà o a tacita e impalpabile “riconoscenza”, l’atteggiamento tenuto da Otto Frank, padre di Anna, nel corso del processo contro Karl Joseph Silberbauer, il capo reparto delle SS che, quel mattino del 4 Agosto del ’44, fece irruzione nell’alloggio segreto, causando la deportazione degli otto ebrei clandestini, tra cui Anna. Tornato tranquillamente a Vienna, sua città natale, nell’aprile del ’45, e in forza alla polizia viennese, Silberbauer, fu successivamente trattenuto in carcere per quattordici mesi con l’accusa di maltrattamenti compiuti durante un interrogatorio. Rientrato in polizia nel 1954, Silberbauer restò indisturbato sino all’Ottobre del 1963, anche perché mai denunciato da Otto Frank che depistò sempre la possibilità di accertarne l’identità, parlando piuttosto di un tale Silberthaler quale protagonista dell’irruzione in Prinsengracht 263. Furono le ricerche di Simon Wiesenthal (7) ad assicurare alla giustizia il poliziotto viennese. Sospeso dal servizio, Silberbauer tornò tranquillamente al suo posto due anni più tardi, soprattutto grazie alla testimonianza resa da Otto Frank che parlò di comportamento corretto durante l’arresto.

Melissa Muller, in una recente biografia di Anna Frank, ha così ricostruito il dialogo più importante che si svolse quel giorno tra Otto Frank e Silberbauer:

“Di chi è quella cassa?”, chiede Silberbauer.

“È mia”, risponde Otto, dicendo la verità. In lettere ben leggibili il coperchio con i rinforzi in ferro riporta la scritta: “Sottotenente della riserva Otto Frank”.

“Durante la prima guerra mondiale ero ufficiale”.

“Ma…”, Karl Silberbauer è visibilmente a disagio. Quella cassa non dovrebbe essere lì. Turba la sua routine. “Ma perché non si è presentato?” Secondo la gerarchia militare Otto Frank è un suo superiore. Frank, un ebreo.

“Sarebbe andato a Theresienstadt”, puntualizza, come se il lager di Theresienstadt fosse una casa di cura per convalescenti.

Inquieto, l’uomo delle SS si guarda intorno, evitando di incontrare lo sguardo di Otto Frank, che se ne sta lì tranquillo”. (8)

C’è forse un altro aspetto, in questa vicenda, che meglio chiarisce l’atteggiamento del padre di Anna Frank. Miep Gies è colei che di fatto gestisce e rende possibile il rifugio nell’alloggio segreto. Nel 1994 la Germania le conferisce la Croce federale al merito, lo Yad Vashem di Gerusalemme le consegna la “Medaglia d’onore dei giusti” e la regina Beatrice d’Olanda la nomina Cavaliere dell’ordine di Orange-Nassau. Viennese come Silberbauer, al momento dell’arresto dei clandestini, la donna si sente gridare in faccia dal suo connazionale: “Traditrice, non si vergogna ad aiutare questa gentaglia ebrea?” (9) Ma poi l’ira del capo reparto delle SS si stempera, egli non l’arresta e, al momento di andarsene le consente addirittura di restare nell’edificio. Sarà il gesto che consentirà a Miep Gies di raccogliere e nascondere il Diario e gli altri scritti di Anna.

Gli interrogativi “metafisici” del combattente Lello

Nel corso della breve intervista che Lello Perugia, il “Cesare” di Primo Levi, concede a Fulvio Giannetti emergono tre interrogativi inquietanti, ai quali, umilmente, l’intervistato non pretende di dare risposta, parendo il suo intento più un invito alla riflessione che un accertamento della verità.

“Perché i nazisti volevano far scomparire gli ebrei dalla faccia della terra?”

In risposta alla sua stessa domanda, Lello osserva che questa volontà fu davvero diabolica e che, forse, l’intera questione è di natura metafisica, ciò che nelle sue intenzioni equivale ad affermare l’impossibilità della risposta, anche se egli si limita a dire che si tratta di una domanda alla quale è difficile rispondere. E infatti, sull’argomento sono stati scritti trattati che hanno dato solo spiegazioni parziali. Né potrebbe essere diversamente, le ragioni ultime dimorando pur sempre nelle profondità dell’inconscio individuale e collettivo, difficilmente accessibili all’indagine umana. Certo, la volontà del genocidio non sembra prerogativa esclusiva dell’anima del nazista. Ma poi è certo che i nazisti avessero un’anima? O non è piuttosto l’anima, d’après James Hillman, un “da farsi”, una costruzione individuale che procede per tentativi, dubbi e tra mille difficoltà? Ad ogni buon conto, la volontà del genocidio è stata sempre presente nella storia e ha centrato talora l’obiettivo, laddove si è trattato di distruggere o asservire altri popoli, per sostituirsi ad essi nel governo di territori e quando questi popoli non seppero far valere – avrebbe detto Hegel – la necessità storica e culturale del loro stesso sussistere o, ciò che è lo stesso, quando non rientravano più nei piani della cosiddetta Ragione storica. Insomma, la storia ci mostra esempi molteplici di massacri e distruzioni di massa, ma neppure un caso assimilabile alla “soluzione finale” progettata dai nazisti contro gli ebrei, che sono popolo solo agli occhi di Dio, ma che, per tutto il resto, seppero e sanno perfettamente integrarsi con tutti gli altri cittadini nei paesi d’appartenenza. A meno che non si affermi che la moderna idea di genocidio consista proprio nella volontà di cancellare dalla storia i propri nemici finanziari, coloro che controllano e dirigono i grandi capitali. Ma anche in tal caso il progetto nazista avrebbe il crisma dell’originalità e dell’unicità. Solo che questa folle idea non ha trovato mai effettivo riscontro nella realtà, perché gli ebrei tedeschi ricchi non erano parte di un ipotetico Capitalismo Ebraico Internazionale, si sentivano bensì parte integrante del popolo tedesco e della finanza tedesca. E questo vale per gli ebrei ricchi di ogni altro paese. Che dire poi dello slogan tanto diffuso anche nell’Italia di quegli anni, e cioè che “gli ebrei sono capitalisti, ma sono anche comunisti”?

Ha ragione Lello. Possiamo continuare ad esaminare la questione all’infinito, ma è difficile rispondere esaurientemente e in modo conclusivo.

“Perché Kappler chiese alla comunità ebraica di Roma proprio cinquanta chili d’oro?”

Ecco un secondo interrogativo che Lello definisce metafisico. Lui che si è sempre considerato un laico, butta lì improvvisamente una questione che potrebbe essere affrontata solo in una prospettiva religiosa o magari nell’ambito della tradizione ebraico-cabbalistica. Egli non si sente in grado di dare una risposta, ma lascia intendere che dietro quel numero, cinquanta, può nascondersi un significato preciso e magari un mistero sui quali altri e non lui sono forse in grado indagare. Egli non sa molto di ghematrie, ma ha sentito parlare dei numeri della tradizione, sa che cinquanta sono le Porte dell’intelligenza (Binah, la terza sephirah dell’albero della vita) e che 50 è anche la cifra dell’intera manifestazione (Kol, tutto l k cioè: 20+30=50) (10) e di Adamah, la terra di Adamo ( h m d a 1+4+40+5= 50). Non sa o non dice che 50 è anche la cifra di Yam, mare ( J y 10+40), simbolo dei segreti dell’inconscio, e di Mi, chi? ( y m 40+10=50), la possibilità stessa di effettuare domande. Non dice o non sa che, al negativo, 50 è anche la cifra di Tame, impuro ( a m f 9+40+1=50 ) e di Gezabel ( l b z y a 1+10+7+2+30=50 ), la regina malvagia, adoratrice di Baal e della dea Asera, che sterminò i profeti di Dio, ma 100 di loro furono soccorsi e nascosti in due grotte, 50 e 50, e si salvarono (I Re, 18, 13). E Gezabel finì sbranata dai cani.

“Perché ci siamo lasciati massacrare senza combattere?”

Lello considera metafisico anche questo interrogativo. Solo perché ai suoi occhi appare inconcepibile essersi lasciati massacrare in sei milioni e senza neppure opporre resistenza. Lui che, prima di essere deportato ad Auschwitz, i tedeschi li ha davvero combattuti. Lui che sembra far proprie le parole di sua madre Emma, che volentieri avrebbe destinato i 50 chili d’oro, da consegnare a Kappler in cambio di una improbabile salvezza, all’acquisto di armi per combattere. E anche laddove la ribellione gli appare inutile o impossibile, per la condizione disumana alla quale i nazisti li hanno ridotti nei campi di sterminio, non trattiene un moto spontaneo dell’anima nell’attribuire alla rivolta di Auschwitz del 6 Ottobre del ’44 – che portò alla distruzione di uno dei forni crematori – il merito di aver rallentato le esecuzioni con il gas.

I giusti tra le nazioni

Dalla cronaca delle vicende di Giovanni Palatucci, Fulvio Giannetti trae spunto per invitarci ad una riflessione sul significato del Noachismo. Non tanto per esaltare il primato etico di una fede condivisibile da parte di tutte le religioni, o per discutere se si tratti di una fede soltanto rudimentale dettata da Noè all’epoca del diluvio universale o magari di una sorta di religione ebraica minore, dagli ebrei elargita generosamente a tutti i non ebrei.

Non di questo si tratta o non solo di questo. Nei sei precetti negativi (divieti di bestemmia e idolatria, divieti di natura sessuale, divieti di disporre della vita e della proprietà altrui, divieto di crudeltà nei confronti degli animali) e nell’unico precetto positivo (istituzione dei tribunali di giustizia), di cui si compone il biblico patto noachide, si intravedono, infatti, i principi del moderno giusnaturalismo, fondamento del liberalismo e della democrazia.

Dal De jure belli ac pacis di Grozio del 1625, al Contratto sociale di Jean Jacques Rousseau del 1762, passando attraverso autori come Cartesio, Locke, Hobbes, Pufendorf, Spinoza e Hume, tanto per citare i maggiori, nella cultura occidentale è tutto un fiorire di scritti che per la prima volta rompono col Diritto canonico, basato sull’identificazione della legge naturale con la legge divina, dalla quale discende che se Dio non c’è, non c’è neppure una natura umana creata su cui il diritto naturale si possa fondare. (11) È Grozio a rompere per primo l’incantesimo, il diritto naturale ha per lui ragion d’essere “anche se si ammettesse ciò che non si può ammettere senza delitto: che Dio non c’è o che non si cura degli affari umani”, come scrive nel Prologo (Prg.11) del De Jure.

Il diritto naturale ha il suo fondamento nella ragione e la ragione trova a sua volta giustificazione nell’ordine naturale del tutto, nella Legge cosmica che governa l’universo, secondo la concezione antica degli Stoici, ripresa dall’ebreo Spinoza:

“Ciascuno esiste per supremo diritto di natura, e quindi ciascuno per supremo diritto di natura fa ciò che segue dalla necessità della sua natura; e perciò per supremo diritto di natura ciascuno giudica quale cosa sia buona, quale cattiva, e provvede alla sua utilità a suo talento e si vendica, e si sforza di conservare ciò che ama e di distruggere ciò che ha in odio. Or se gli uomini vivessero sotto la guida della ragione, ciascuno possederebbe questo suo diritto senz’alcun danno per gli altri.” (12)

E quando più tardi il diritto naturale finisce col perdere il carattere di razionalità geometrica e necessaria, resta nondimeno principio indiscutibile della convivenza umana, tecnica almeno ragionevole di coesistenza pacifica.

Se si prescinde dal loro fondamento mitopoietico e teologico, e si guarda unicamente alla loro sostanza, ci si accorge che i precetti noachidi, contenuti nel Talmud, sono innanzi tutto norme di diritto naturale condivisibili da tutte le fedi religiose semplicemente perché non hanno in se stesse nulla di religioso e persino quel riferirsi al divieto di bestemmia e di idolatria, lungi dal rappresentare una qualche forma di “costrizione” teologica esprime piuttosto il principio della tolleranza religiosa e l’invito alla ragione umana di non abbassarsi ad adorare feticci.

Proprio come i principi del diritto naturale, i sette principi noachidi si caratterizzano, per così dire, per la loro elasticità e quindi per la loro capacità di evolversi e al tempo stesso restare immutabili, come già ricordava l’ebreo Benamozeg al cattolico e discepolo Pallière.

Così, per esempio, dal divieto di uccidere discende il precetto positivo di salvare una, cento, mille vite, come fecero Palatucci e gli altri, a buon diritto chiamati giusti tra le nazioni.

NOTE

(1) Cfr., Postfazione di Miep Gies, in Melissa Muller, Anne Frank. Una biografia, trad. it., Einaudi, Torino, 2004, p.348. Di Miep Gies, personaggio chiave nella vicenda di Anna Frank, si parlerà più avanti.

(2) Mi sia consentito, in questa pur breve introduzione, e senza che ciò possa apparire irriverente, riportare nella pagina che segue il grafico del tema zodiacale di Anna Frank, nel momento in cui, in quella terribile mattina del 4 Agosto del 1944, le SS di Karl Joseph Silberbauer fecero irruzione nell’alloggio segreto a seguito di una delazione. Diversi “addetti ai lavori” dell’astrologia si sono variamente esercitati sul tema natale di Anna Frank, e non è mia intenzione aggiungermi a loro, ma solo rappresentare l’immagine astrale di un evento tanto tragico. Non procederò dunque in una analisi interpretativa, che qui sarebbe comunque fuori posto, limitandomi a suggerire ai lettori, anche digiuni di astrologia, una presa di coscienza immediata e puramente visiva dell’evento.

Come si vede, nel grafico, la Luna in transito, cuspide al Discendente od Occaso, e che con le sue fasi bene rappresenta ‘la trama della vita sulla terra’, si trova quasi interamente da sola a fronteggiare l’ “esercito” formato dalla fitta tela degli altri “pezzi” dello zodiaco (astri e pianeti natali e di transito). Inoltre, dei due pianeti di nascita che, come la Luna di transito, si trovano ad Occidente, Urano si congiunge al Sole e Saturno è in avvicinamento a Plutone nella sua dodicesima casa, conferendo al momento e alla situazione in generale una drammaticità, come si suol dire, karmica.

(3) Così Anne Frank definisce i tedeschi nel suo Diario.

(4) Anne Frank, Racconti dell’alloggio segreto, trad. it., Einaudi, Torino, 1983, p.150.

(5) Ibid., p. 151.

(6) Ibid., p. 152.

(7) Ebreo polacco liberato nel maggio del ’45 nel campo di sterminio di Mauthausen. Divenuto famoso come “cacciatore dei nazisti” che si erano macchiati di stragi e delitti contro l’umanità ed erano rimasti impuniti.

(8) Melissa Muller, op.cit., p.10

(9) Ibid., p.11

(10) Com’è noto, ogni lettera dell’alfabeto ebraico ha un corrispondente valore numerico.

(11) La questione esce dal dibattito delle Accademie e dei cenacoli intellettuali per proporsi pubblicamente nell’immediato dopoguerra. La filosofia è trascinata in piazza dal cosiddetto Manifesto dell’esistenzialismo. “Se Dio non esiste tutto è permesso” ha scritto Dostoevskij e di questa frase Jean Paul Sartre dichiara nel 1946 di voler fare “il punto di partenza dell’esistenzialismo”. Paradossalmente, l’esistenzialismo ateo di Sartre rivela qui la sua nostalgia d’assoluto, il rimpianto del paradiso perduto e il risentimento per l’abbandono di Dio. “Se, d’altro canto, Dio non esiste – scrive Sartre (L’Esistenzialismo è un umanismo, trad. it., Mursia, Milano, 1963, p. 47) non troviamo davanti a noi dei valori o degli ordini che diano il segno della legittimità della nostra condotta”. Vero è che questa religione della libertà, lungi dal tradursi in anarchia o arbitrio, si trasforma ben presto in Sartre in un’etica della responsabilità della scelta e nell’impegno civile e politico al servizio della libertà.

(12) B. Spinoza, Ethica, IV, 37, scol.2, Sansoni, Firenze, 1963, p. 477, omesse le note in parentesi del testo originale.