venerdì 25 settembre 2015

IL FUTURO ISLAMICO DELLA FRANCIA

Michel Houellebecq, Sottomissione, Bompiani, 2015, Ediz. Mondolibri, pp.252
 
   Un futuro islamico per la Francia è vagheggiato da Michel Houellebecq in Soumission [Sottomissione], il suo ultimo romanzo. Scritto con la consueta eleganza, che si coglie anche nella traduzione italiana di Vincenzo Vega, il libro ipotizza la vittoria di Mohammed Ben Abbes della Fratellanza Musulmana, alleato con i partiti del centro e della sinistra, nel ballottaggio contro la candidata del Fronte Nazionale che al primo turno aveva ottenuto la maggioranza relativa dei voti. Un futuro non molto lontano: il 2022, dopo che nelle elezioni presidenziali di cinque anni prima, era stato rieletto Hollande e “La stampa internazionale, basita, aveva potuto assistere allo spettacolo vergognoso, ma aritmeticamente ineluttabile, della rielezione di un presidente di sinistra in un paese sempre più dichiaratamente a destra” [cit.,p.46].

 Scarna ma essenziale la trama del romanzo: a parlare in prima persona è François, un professore associato alla cattedra di letteratura dell’università di Parigi III, che ha ottenuto la nomina dopo aver discusso con successo, davanti alla commissione dell’università Parigi IV-Sorbona, in un pomeriggio del giugno di quindici anni prima [2007], la propria tesi di dottorato dal titolo: Joris-Karl Huysmans, o l’uscita dal tunnel.




Joris-Karl Huysmans 


  La scelta del giovane docente di dedicare quasi completamente il suo impegno intellettuale e accademico a uno scrittore come Huysmans [1848-1907] non è casuale nell’economia del romanzo. Di madre francese e padre olandese, artista di miniature, Charles-Marie-Georges Huysmans, mutò il suo nome in Joris-Karl, in omaggio al padre, scomparso quando lui aveva solo otto anni. Costretto ad impiegarsi precocemente presso il Ministero degli interni, nell’ufficio che chiamerà “maledetto” e dove lavorerà tutta la vita, egli coltiverà inizialmente la sua passione per l’arte, per poi approdare al romanzo naturalista, dopo la conoscenza di Zola. Se ne distaccherà ben presto per una visione decadente, estetizzante e magica, cui seguirà la conversione al cattolicesimo. Huysmans è considerato tuttora uno dei massimi esponenti del decadentismo francese.

 Il romanzo di Houellebecq non è solo la storia di una decadenza personale e sociale, è bensì l’accettazione di un mutamento di vita nell’impossibilità di continuare a sentirsi giustificato di esistere. François è una sorta di Roquentin del XXI secolo [Antoine Roquentin, il protagonista del romanzo La Nausea [1] di Jean Paul Sartre]. Egli s’interroga su di sé e di riflesso su ciò che lo circonda, senza tuttavia l’angoscia metafisica del personaggio di Sartre - che mutuava le suggestioni di Dostoevskij, Kafka e Kierkegaard - ma con la consapevolezza tutta individuale ed edonistica di non poter dare più significato alla propria vita, in un contesto sociale decadente e ormai svuotato di senso. L’economia francese continua a sprofondare, nella noia di un sistema politico in cui centrosinistra e centrodestra si alternano in una sorta di “spartizione del potere tra due gang rivali”, talora anche  pretendendo di esportare questa sorta di democrazia con la guerra [p.46], fisco e burocrazia tormentano il cittadino, si annunciano cruenti scontri etnici, è senza stimoli intellettuali e per giunta Myriam, la sua giovane amante, è fuggita in Israele con la famiglia, nel timore di ciò che a breve potrebbe accadere agli ebrei:

 “Doveva essere stata una stupenda piccola gotica, negli anni non così lontani della sua adolescenza, prima di diventare una ragazza abbastanza di classe con i capelli neri tagliati a carré, la pelle bianchissima, gli occhi scuri; di classe ma sobriamente sexy; e soprattutto, le promesse del suo erotismo discreto erano più che mantenute. Per l’uomo, l’amore non è altro che gratitudine per il piacere dato, e nessuno mi aveva mai dato tanto piacere quanto Myriam. Era in grado di contrarre la fica a volontà (sia dolcemente, con lente pressioni irresistibili, sia con piccole scosse vivaci e malandrine); scuoteva il culetto con una grazia infinita prima di offrirmelo. Quanto ai pompini, non avevo mai provato niente di simile, affrontava ogni pompino come se fosse il primo della sua vita e fosse destinato a essere l’ultimo. Ogni suo pompino avrebbe potuto giustificare in sé la vita di un uomo […] Dopo la partenza di Myriam, rimasi solo per più di una settimana; per la prima volta da quando ero stato nominato professore, mi sentii incapace perfino di tenere le mie lezioni del mercoledì. I picchi intellettuali della mia vita erano stati la redazione della mia tesi e la pubblicazione del mio libro: tutto questo risaliva già a più di dieci anni prima. Picchi intellettuali? Picchi e basta? All’epoca, comunque, mi sentivo giustificato […]. I miei articoli erano chiari, incisivi, brillanti; ottenevano un certo apprezzamento, anche perché non ritardavo mai sulle date di consegna. Ma questo bastava a giustificare una vita? E in virtù di che cosa una vita ha bisogno di essere giustificata? La totalità degli animali e la schiacciante maggioranza degli uomini vivono senza mai provare il minimo bisogno di giustificazione. Vivono perché vivono, tutto qua, è così che ragionano; poi immagino che muoiano perché muoiono, e che questo, ai loro occhi, concluda l’analisi.” [cit. pp.33-34 e 43].  

 Fervono le trattative tra Partito socialista e Fratellanza musulmana per un accordo che permetta di sconfiggere la candidata del Fronte Nazionale. Marine Le Pen intanto, sempre più “convinta che, per accedere alla carica suprema, una donna dovesse necessariamente assomigliare ad Angela Merkel”, faceva di tutto per “emulare la rispettabilità arcigna della cancelliera tedesca arrivando persino a copiare il taglio dei suoi tailleur” [cit.,p.96]. Mohammed Ben Abbes è disponibile a concedere la metà dei ministeri alla sinistra, ma uno scoglio per l’accordo è rappresentato dalla scuola, come riferisce a François una collega il cui marito lavora per i servizi segreti:

 Dunque,secondo la Fratellanza musulmana ogni bambino francese deve avere la possibilità di beneficiare, dall’inizio alla fine dell’età scolare, di un insegnamento islamico[…]. Per prima cosa, non può assolutamente essere misto; e solo alcuni indirizzi saranno aperti alle donne. In fondo, quello che vogliono è che le donne, dopo la scuola primaria, vengano in gran parte avviate verso scuole di educazione domestica, e che si sposino prima possibile – con una piccola minoranza cui consentire, prima di sposarsi, di seguire studi letterari e artistici; questo sarebbe il loro modello di società ideale. Tra l’altro, tutti i docenti, senza eccezione, dovranno essere musulmani[…]”. [cit. pp.73-74].

 La collega si dice certa che un accordo sarà trovato, ricorrendo a un doppio regime, simile a quello già concordato per il matrimonio:

“Il matrimonio repubblicano resterà immutato, ossia un’unione tra due persone indipendentemente dal genere. Il matrimonio musulmano, eventualmente poligamico, non avrà alcuna conseguenza in termini di stato civile ma verrà ritenuto valido, e garantirà diritti nell’ambito della previdenza sociale e del trattamento fiscale.” [p.74]

  Una volta eletto, Mohammed Ben Abbes si mostra un leader saggio ed equilibrato, abile e scaltro come Mitterand, ma con più visione della storia. Il suo progetto di politica estera è di spostare il centro di gravità dell’Europa verso il Sud, aggregando all’Unione paesi come Turchia, Marocco, Tunisia, Algeria ed Egitto. Il disegno di una nuova grande civiltà che si estenda lungo tutto il bacino del Mediterraneo e che fiorisca in pace nello spirito di alleanza tra Islam e Cristianesimo e sul modello di quello che fu l’impero romano di Augusto. In politica interna, le cose migliorano subito: cresce il PIL come non avveniva da anni, cessano gli scontri di piazza, diminuisce la delinquenza e ancor più la disoccupazione, per l’uscita in massa delle donne dal mercato del lavoro, compensata da una forte rivalutazione degli assegni familiari, grazie al denaro ricavato dalla “drastica riduzione” degli stanziamenti scolastici, resa possibile dall’accorciamento della scuola dell’obbligo, dalla rivalutazione dell’artigianato e dai molti petrodollari che corrono a finanziare l’istruzione secondaria e quella superiore, ormai interamente privatizzate. Massima tolleranza per tutte le religioni del Libro. Ai grandi stanziamenti delle petromonarchie per le moschee, farà riscontro un incremento di fondi per la manutenzione degli edifici religiosi cristiani, quanto agli ebrei, verranno mantenuti buoni rapporti con il gran rabbino di Francia, nella segreta speranza che gli ebrei si “decidano spontaneamente” a lasciare la Francia per emigrare in Israele. E, in economia, l’illuminato Mohammed Ben Abbes è pronto a introdurre il distributivismo, con la soppressione della separazione tra capitale e lavoro e il rilancio dell’impresa familiare, suscettibile all’occorrenza di allargarsi, ma con i lavoratori azionisti e corresponsabili della gestione dell’impresa. Quanto al commercio dell’abbigliamento femminile, non ci sarebbe stato di che preoccuparsi per le modifiche di costume che inevitabilmente avrebbe prodotto l’instaurazione di un regime islamico. Se Jennyfer, la catena di abbigliamento femminile per le giovani, era destinata a chiudere non proponendo nulla di adatto per un’adolescente islamica, in compenso Secret stories del centro commerciale Italie 2 di Parigi, che vendeva biancheria di marca, e negozi analoghi di altri centri commerciali sparsi in tutta la Francia avrebbero addirittura raddoppiato le vendite:

 “Vestite durante il giorno con impenetrabili burqa neri, di sera le ricche saudite si trasformavano in uccelli del paradiso, si agghindavano con guêpière, reggiseni trasparenti, perizomi ornati di pizzi policromi e gemme; esattamente al contrario delle occidentali che raffinate e sexy durante il giorno perché era in gioco il loro status sociale, tornando a casa la sera si afflosciavano, abdicavano stremate a qualsiasi prospettiva di seduzione indossando tenute comode e informi.”[p.81].

 Proposto per la pensione dall’università con un importo generoso, pari a quello che avrebbe conseguito solo a fine carriera, François si reca in facoltà per sbrigare la semplice formalità di compilare un modulo. L’unico cambiamento che nota all’esterno sono una stella e una mezzaluna dorate, aggiunte accanto alla scritta “Università Sorbona Nuova-Parigi III”. All’interno degli edifici amministrativi la trasformazione è invece evidente:

 “Nell’anticamera si era accolti da una fotografia di pellegrini impegnati nella deambulazione intorno alla Kaaba, e gli uffici erano ornati da cartelli con versetti del Corano calligrafati; le segretarie erano cambiate, non ne riconoscevo più neanche una, ed erano tutte velate” [p.154].

 Giunto al limite della depressione e ormai sull’orlo del suicidio per un’esistenza che avverte inutile e ingiustificata, François emulando Huysmans e Bloy [Il primo si convertirà al cattolicesimo dopo un periodo di preghiera nell'abbazia di Igny, il secondo da violento anticlericale si muterà, dopo un lungo ritiro in monastero, in fervente religioso], cercherà anche lui il suo monastero e il suo frate. Ma per lui non si ripete il “miracolo” della conversione, come era accaduto ai due scrittori e nonostante la simpatia che nutre per frate Joël, da vent’anni nel monastero e che giudica probabilmente felice, si chiede sgomento il senso della sua presenza in quel luogo. Sarà solo più tardi, dopo i colloqui con Rediger, il rettore dell’università di Parigi – un ex appartenente ai movimenti identitari [gruppi a sostegno degli indigeni europei, contro ogni forma di colonizzazione] poi convertitosi all’Islam, che maturerà il germe di una sua possibile conversione e di una sua personale “uscita dal tunnel”. Cosa riuscirà a convincerlo? Il tornare in cattedra con lo stipendio triplicato e nella prospettiva di mogli ubbidienti e giovanissime? O c’è qualcosa di più che lo tenta, come l’analisi impietosa del rettore sul “suicidio dell’Europa” e la percezione che una conversione per essere autentica deve essere integrale, cioè una vera e propria sottomissione?

 “È la sottomissione, disse piano Rediger. L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta […]. Vede, proseguì, l’islam accetta il mondo, e lo accetta nella sua integrità […]. Per il buddhismo il mondo è dukkha – inadeguatezza, sofferenza. Il cristianesimo stesso manifesta serie riserve – Satana non viene definito ‘principe di questo mondo’? Per l’islam, invece, la creazione divina è perfetta, è un capolavoro assoluto. Cos’è in fondo il Corano, se non un immenso poema mistico di lode? Di lode al Creatore e di sottomissione alla sue leggi.”[pp.220-21]

 A distanza di diversi mesi dall’uscita del romanzo di Houellebecq – in quello stesso tragico giorno di gennaio dell’attentato a Charlie Hebdo – le polemiche dovrebbero ormai essersi sopite, né si tratta di dividersi come tifosi, pubblico e critica, tra detrattori ed estimatori. È indubbio, com’è stato detto, che in François ci sia molto di Michel e, al di là dell’edonismo e della garbata ironia che talora traspare dalle pagine del romanzo, è altrettanto vero che ci sia un anelito di verità: “Uno dei motivi che mi hanno fatto scrivere il libro – dichiarò lo scrittore al Corriere della Sera – è che essere ateo mi è diventato insopportabile”. Quello che da più parti non gli si perdona è che si definisca politicamente un conservatore [“Non ho una visione giusta della società, in realtà me ne frego. Non sono pessimista. Non sono reazionario. Sono conservatore”], e che abbia mutato di atteggiamento verso l’Islam, ora prospettato positivamente in una dimensione politica, sociale ed economica che, nella sua complessità, nulla ha da invidiare alle società europee ormai in declino. Sorprende il moralismo di certa critica. Solo per restare in Italia, si veda l’articolo dedicato al romanzo dal Manifesto che parla di un autore-merce con Inter­vi­ste cen­tel­li­nate, bozze del libro in uscita sapien­te­mente dif­fuse a pochis­simi, crea­zione di un’attesa nella quale si sus­se­guono invece le appa­ri­zioni dello scrit­tore nei media – voce pastosa, dizione lenta eppure capace di acce­le­ra­zioni improv­vise, occhio torvo ma iro­nico”, come se chi fa queste affermazioni non conoscesse le strategie di mercato, ben peggiori di quelle citate, cui siamo ormai tutti abituati, e non solo in Occidente. E ancora, citando a memoria e a sproposito frammenti di un libro, forse neppure letto per intero, talora forzandone l’interpretazione per meglio “demolirne” l’autore, e dove François-Michel è “accusato” di “essere senza gioia, né passioni, privo di vita vera” e di aver bisogno del sesso per sentirsi esistere. In proposito, mi viene in mente quanto padre Roger Troisfontaines scriveva su Sartre giovane:





 Jean Paul Sartre 



 «Cos'è un uomo che non ha ancora 40 anni e che frequenta il caffè? Guardatelo, finito su uno sgabello di tela incerata in un posto qualsiasi. Se vive abitualmente in questo luogo pubblico è perché non ha una casa propria, un focolare attorno al quale la sua famiglia potrebbe raccogliersi, dove potrebbe ricevere i suoi cari. Quelli che chiama amici sono dei vaghi compagni e l'amore lo fa con donne di passaggio. Di politica, ah! Egli discute sin troppo ma senza impegnarsi veramente se non per criticare o complottare: impegno sociale, vita civile, mestiere, tutto ciò che sarebbe valido, costruttivo finisce col morire su quella porta a vetri. Non parliamo poi di vita religiosa... né d'amore per la natura... Cosa ne resta in questo am­biente artificiale dove gli stessi prodotti della terra si consumano in piccoli bicchieri in uno stato di fermentazione avanzata? L'uomo al caffè, tolti tutti gli ormeggi, tagliato fuori da ogni rapporto organico col mondo, gli altri uomini e Dio, il fiume della vita l'ha respinto sulla sponda in solitudine»
[ R. Troisfontaines, Le Choix de Sartre, Aubier-Montaigne, Paris, 1945, pp. 51-52].

 Non che mi venga in mente di paragonare Houellebecq a Sartre, quel che mi preme sottolineare è che lo scrittore si colloca con pieno diritto nel filone della narrativa francese e che François, nel quale come spesso avviene in letteratura confluiscono tratti autobiografici dell’autore, esprime il disagio post- esistenzialista di un intellettuale che si trova a vivere in una società che ha profondamente mutato i propri valori, quando non li ha addirittura cancellati, per lasciare spazio a un edonismo tradizionale e pre-marcusiano che propone invano la felicità personale. L’alternativa, allora, può essere una conversione, l’approdo verso un assoluto di cui magari si continua a dubitare, ma di fronte al quale non si ha “nulla da rimpiangere”, secondo le parole con cui si chiude il romanzo.

sergio magaldi


[1] Ritengo utile delineare brevemente di seguito lo sviluppo della narrativa francese, naturalmente dopo Huysmans, Zola[1840-1902] e Léon Bloy [1846-1917] che sono tra gli autori più citati nei colloqui sulla letteratura francese tra il protagonista di Sottomissione e i suoi colleghi. Aggiungo solo che in diverse interviste Michel Thomas, alias Houellebecq [cognome della nonna che l’ha cresciuto], ha dichiarato che i suoi “grandi riferimenti in letteratura sono Dostoevskij e Conrad”. Non è dunque un caso che François somigli a un Roquentin più edonista e meno metafisico. La Nausée di Sartre è in un certo senso l'atto di nascita del romanzo esistenzialista anche se precedenti nella tematica e nello stile della narrativa dell'esistenzialismo sono ben visibili in Joyce, Dostoevskij, Conrad, Meredith, Galsworthy, Kafka, nel romanzo francese della condizione umana e nel romanzo americano del XX secolo. Nella narrativa francese il romanzo esistenzialista fa epoca abbracciando gli anni dell'anteguerra, il periodo bellico e il dopoguerra sino alla metà degli anni Cinquanta. Con Les Mandarins del 1954 di S. De Beauvoir l'epoca del romanzo esistenzialista può dirsi conclusa: già nel 1953 con Les Gommes di Alain Robbe-Grillet si viene affermando le « nouveau roman » di cui, d'altra parte, si era cominciato a parlare nel 1950 con Le Hussard bleu di Roger Nimier e con l'offensiva scatenata contro il romanzo esistenzialista come letteratura della disperazione e dell'assurdo, o addirittura nel 1947 con Portrait d'un inconnu di Nathalie Sarraute, presentato al pub­blico dallo stesso Sartre come un anti-romanzo, come un romanzo che si contesta da solo, che cerca di distruggersi nello stesso mo­mento in cui sembra doversi realizzare, che narra la storia del suo stesso fallimento come romanzo. Si tratta, proprio come nelle opere divenute ormai classiche del « nouveau roman », di esprimere la malafede del romanziere attra­verso l'impossibilità stessa del raccontare e la gratuità della finzione letteraria in un universo trasbordante di realtà. Il « nouveau roman » diviene così sempre più rifiuto del genere romanzesco: lo scrittore non ci offre una storia ma solo delle briciole che il lettore può tentare di mettere insieme come in un « puzzle ». Così, nonostante tutto, il « nouveau roman » non rappresenta la soluzione di continuità della narrativa francese, perché nella sua struttura permane un’interrogazione esistenziale di tipo collettivo circa un genere culturale prodotto dall'uomo e, perciò, in definitiva sull'uomo stesso. D'altra parte, neppure il romanzo esistenzialista s’impone con brusca rottura del passato, il romanzo della condizione umana che lo precede si caratterizza come opera di testimonianza e di denuncia proprio come il romanzo esistenzialista. Il gusto per l'autobiografia romanzata, la descrizione di eventi d'importanza internazionale ai quali partecipa lo stesso autore, la scelta di personaggi tratti dall’esperienza vissuta, l'esaltazione quasi eroica dell'individuale, la cri­tica e il sarcasmo della società borghese e dei suoi valori sono temi che si ritrovano, con diversa accentuazione, tanto nel romanzo della condizione umana che nel romanzo esistenzialista. Naturalmente, non sempre valgono lo stesso significato e lo stile è spesso diverso. All'eroe positivo dei romanzi di Montherlant, Saint-Exupéry, Mairaux Aragon, Giono ecc., si con­trappone spesso l'eroe negativo del romanzo esistenzialista: Roquentin, Mathieu, Mersault ecc.. Alla vita come intrapresa eroica si contrappone spesso la vita come disperazione del romanzo esisten­zialista, all'esaltazione romantica dell'avventura e dell'amore, l'im­potenza e lo squallore dell'esistenza umana. Va detto, tuttavia che dietro l'angoscia dei personaggi del romanzo esistenzialista si na­sconde spesso il rimpianto per la « caduta » originaria, la nostalgia per il paradiso perduto. Lo stile è certamente diverso: sotto l'influenza del romanzo americano, il romanzo esistenzialista oppone alla prosa fluente della narrativa precedente, un linguaggio scarno ed essenziale volto ad eliminare l'infinita mediazione tra le parole e le cose. Anche la tecnica romanzesca muta: si ricorre al simultaneismo che consente di descrivere contemporaneamente ma su piani diversi e secondo distinti punti di vista i medesimi avvenimenti. La fortuna del romanzo esistenzialista si lega alla fortuna stessa di Sartre che ne è l'autorevole rappresentante, né appare credibile la tesi dell'esistenzialismo come di una moda viziata sin dalla nascita dalla tabe del dopoguerra: il romanzo esistenzialista si colloca con piena legittimità nel filone della narrativa francese [“Nella storia del romanzo francese, La Nausée è come l’ultima vetta di una vasta catena: Balzac, Flaubert, Proust, Sartre”, scrive Marcel Raymond (Le Roman depuis la révolution - Ub. A. Colin, 1971 p. 211)], presentando per un verso notevoli punti di contatto almeno con il romanzo della condizione umana e con il romanzo naturalista [La critica ha messo in evidenza l'ispirazione comune di Mort à crédit (1936) di L. F. Céline e di La Nausée di Sartre. Marcel Raymond (op. cit., p. 207) rilevando i punti di contatto esistenti tra romanzo naturalista e romanzo esistenzialista (gli spettacoli sordidi, la tristezza della vita quoti­diana, ecc.), parla di La Mort dans l’âme di Sartre e di La Débâcle di Zola come di due testimonianze (in epoche diverse) sulla disfatta di un paese e il crollo d'un regime. Osserva tuttavia Sartre: «In Zola tutto obbedisce al più rigoroso deter­minismo. I libri di Zola sono scritti al passato, mentre i miei personaggi hanno un avvenire».(Qu'est-ce que l'existentialisme? Bilan d'une offensive, in “Les lettres françaises”,24 novembre 1945)], per altro verso fornendo notevoli spunti per la messa in crisi del genere romanzesco e la nascita del « nouveau roman» Scrive ancora il Raymond (op. cit., pp. 209 e 210): «Si sarebbe tentati di dire che si assiste con La Nausée alla morte del romanzesco » e: « Con Roquentin si sottolinea il contrasto tra il "romanesque" e il"vécu"». 


giovedì 24 settembre 2015

CAMPIONATO FINITO ?




 Sembra incredibile doversi porre l’interrogativo se il campionato di calcio sia già finito dopo la quinta delle trentotto giornate in calendario. Eppure le cifre sono di per sé eloquenti: l’Inter è sola al comando con dieci punti di vantaggio sui campioni d’Italia e vicecampioni d’Europa della Juve, con nove sul Napoli, sette sulla Roma, sei sul Milan e sulla Lazio. Solo la Fiorentina, tra le grandi o aspiranti tali, mantiene il distacco in tre punti e domenica prossima andrà a San Siro a far visita all’Inter. Riuscirà a fermarla? Francamente pare improbabile, ancorché auspicabile per le sorti del campionato e nell’interesse dello spettacolo.

  È vero che l’Internazionale, con un solo italiano in squadra [Davide Santon], ha sin qui beneficiato di un calendario favorevole [con quella di domenica prossima avrà giocato quattro partite in casa e due fuori], e, se si eccettua il Milan, ha per di più incontrato avversari sulla carta considerati modesti, inanellando una serie di 1-0, tranne nella partita col neopromosso Carpi, dove ha vinto per 2-1, grazie a un calcio di rigore a dir poco dubbio, mentre al Carpi è stato negato un rigore molto più evidente. È vero altresì che tra le inseguitrici più accreditate per la vittoria finale, la Roma ha qualche difficoltà a ottenere calci dal dischetto: due rigori solari le sono stati negati nelle ultime due partite, quella di ieri persa con la Sampdoria e quella di domenica scorsa pareggiata col Sassuolo.

 Quel che certamente non si può dire, tuttavia, è che l’Inter di Mancini non meriti l’attuale primato. La Juventus di Allegri sembra tornata a prima di Conte: infortuni a non finire, mancanza di organizzazione di gioco, confusione tattica con continui cambiamenti di modulo nel corso della stessa partita, formazioni in campo a dir poco incomprensibili, come quella schierata ieri e che ha prodotto il ridicolo pareggio casalingo col Frosinone e dove Zaza e Dybala si pestavano i piedi tra di loro. Né valgono le giustificazioni dell’allenatore: le partenze di Pirlo, Vidal e Tevez [perché disfarsi anche di Llorente a parametro zero per darlo ai prossimi avversari di Champions?] e la scarsa esperienza di tanti nuovi giocatori, perché la dirigenza ha fatto acquisti importanti per sostituire i partenti. La verità sembra un’altra, perché in realtà sono “i vecchi” a soffrire di più: Barzagli è fuori forma, Bonucci non è quello dello scorso anno, Pogba fa rimpiangere i 95 milioni non ricavati dalla società per la sua vendita, Sturaro, in un centrocampo senza Pirlo, Marchisio e Vidal denuncia tutti i suoi limiti. Insomma, come ho già detto dopo la prima di campionato [vedi il post: Juve e Roma steccano la prima, cliccando sul titolo per leggere], tutta la squadra risente di una carente condizione fisica e atletica, frutto di una evidente preparazione approssimativa. Del resto, Allegri non è nuovo alle partenze “lente”, come già avveniva quando allenava il Milan. Diversamente, al via dello scorso campionato egli si giovò dell’eredità di Conte e di un modulo a lungo sperimentato che aveva portato alla conquista di tre scudetti consecutivi.

 Della Roma, ho già detto quasi tutto nel post sopra citato: gli errori dell’allenatore bilanciano quelli dei dirigenti. Dopo l’eroica difesa di Fort Apache che ha consentito ai giallorossi di pareggiare in casa contro i campioni d’Europa del Barcellona, la squadra, continuamente rimaneggiata in difesa anche per carenze di organico, incassa quattro goal nelle due successive partite di campionato. La Roma sconta le campagne di acquisto e vendite degli ultimi tre anni, con giocatori che vanno e vengono, collezionando tante mezze punte, pagate care e senza il “vizio” del goal, e ritenendo di avere quest’anno il fenomeno che avrebbe risolto tutti i suoi problemi in attacco [illusione condivisa dai tifosi dopo il goal di Dzeko a una Juve già sconfitta in casa da una Udinese che a sua volta avrebbe perso le successive quattro partite!]. Ma il bosniaco è solo un buon giocatore, niente di più, e per giunta viene servito male, proprio come accadeva con Destro. La squadra sconta anche la precoce emarginazione di Totti e Gervinho, e ogni volta, guardando i suoi prolungati e sterili assalti alle difese avversarie, si ha come l’impressione che il goal non arriverà e che, se dovesse arrivare, sarebbe una specie di miracolo. Si aggiunga il fatto, come ho già segnalato, che la Roma attualmente non dispone di un vero centrocampo, perché Nainggolan, dopo un buon esordio, appare falloso e fuori condizione, De Rossi arretra, Pjanic avanza e Keita, pur dotato di grande esperienza e senso della posizione in campo, è troppo lento.

 Il Napoli, a mio parere, non dispone di un organico capace di lottare per lo scudetto, ma è squadra in grado di migliorare notevolmente, sia per l’impegno del suo allenatore, sia perché, al netto del pareggio di ieri con il Carpi, ha segnato ben dieci goal nelle due precedenti partite, di cui una in Europa League. Mutatis mutandis, si può dire la stessa cosa per la Fiorentina che, sconfitta in Europa, ha però vinto quattro volte su cinque in campionato, e per la Lazio, che ha un punto in più della Roma. Entrambe non sembrano dotate di un organico competitivo per le prime piazze, ma naturalmente tutto può sempre accadere.

 Tra le squadre accreditate alla vigilia di poter lottare per lo scudetto o almeno per un posto in Champions, resta il Milan di Mihajlovic che, se riuscirà a migliorare l’organizzazione difensiva, coi suoi campioni in attacco [ai quali dovrebbe aggiungersi presto anche Menez] e con un sorprendente e ritrovato  Montolivo a centrocampo, potrebbe ingaggiare una lotta con i cugini interisti, rinnovando l’egemonia milanese sul campionato, come tanti anni fa. 
                                                                  
  Se la mia analisi è anche solo parzialmente corretta, allora non può destare meraviglia l’attuale primato dell’Inter, guidata dall’allenatore con più esperienza internazionale e forse con più carisma del campionato italiano. Mancini, è stato con ogni probabilità l’unico mister che ha avuto carta bianca nell’acquisto dei giocatori e, contrariamente a ciò che crede Allegri, ha dimostrato che nuovi giocatori possono inserirsi efficacemente e rapidamente in una squadra, solo che gli acquisti siano indovinati e che la preparazione atletica sia tempestiva e adeguata. Si continua a ripetere tra gli addetti ai lavori che l’Inter, anche se a punteggio pieno, non ha ancora dimostrato di avere un gran gioco. È vero, ma si dimentica di sottolineare che i nerazzurri corrono e s’impegnano tanto per tutti i 90 minuti, dove i calciatori di altre squadre spesso camminano e s'impegnano solo a tratti.

sergio magaldi  

martedì 15 settembre 2015

FRANCESCO L'IMPERSCRUTABILE

A.Ivereigh, Tempo di misericordia, Mondadori, 2014,
Ediz. Mondolibri, Aprile 2015, pp.493


 Imperscrutabile, papa Francesco è stato definito dai suoi fratelli gesuiti e anche campione di scacchi. Puntualizza in proposito padre Marcó: “È uno scacchista silenzioso, che muove i pezzi e vede molte mosse in anticipo. Sa quando fermarsi e quando fare la sua mossa. Non si conosceranno mai le sue regole, perché non le dice a nessuno”. E il rabbino Skorka, suo amico, dice di lui in senso positivo che è come un bulldozer: “Quando decide una cosa, la antepone a tutto: apre una strada e, pam!, procede con determinazione, gettando di lato i sassi mentre va avanti”.

 Queste affermazioni sono contenute [pp.382-383, ed. Mondolibri] nella “Vita di Jorge Mario Bergoglio”, sottotitolo del libro Tempo di Misericordia [Titolo originale, The Great Reformer. Francis and the Making of a Radical Pope] del giornalista inglese Austen Ivereigh, esperto vaticanista. Una biografia che prende spunto dall’incontro del giornalista con papa Francesco, in piazza San Pietro, nel Giugno del 2013, e che ha il merito di non essere agiografica, ancorché appaia poco circostanziata in merito alle accuse  di collusione con la dittatura argentina [1976-1983] che i gesuiti Don Orlando Yorio e Don Françisco Jalics, Emilio Mignone, fondatore del Cels [Centro de Estudios Legales Sociales, Centro Studi Legali e Sociali per la difesa dei diritti umani], il giornalista Horacio Verbitsky, nonché l’associazione Abuelas de Plaza de Mayo [le nonne dei desaparecidos] hanno sempre rivolto, sia pure con varie e diverse accentuazioni, nei confronti di Jorge Mario Bergoglio.

 Intendiamoci, l’autore non tace le accuse, ma le presenta in modo superficiale, evitando di riportare le prove citate dai detrattori dell’attuale pontefice, e soffermandosi piuttosto su testimonianze e dichiarazioni che tenderebbero a scagionarlo, finendo per ribaltarne le responsabilità: fu l’estremismo politico dei due gesuiti [Yorio e Jalics], la loro presenza nelle baraccopoli accanto ai poveri e nella probabile connivenza con i guerriglieri che ne determinò l’arresto e non certo la presunta denuncia dell’allora provinciale dei gesuiti, il quale al contrario si prodigò per farli liberare, così come infatti avvenne più tardi, secondo la testimonianza di Alicia Oliveira, un’amica personale di Bergoglio, nonché avvocata del Cels. L’autore omette però di annotare quanto sostenuto dal fratello di Don Yorio e cioè che furono in realtà il nunzio apostolico Pio Laghi [in ottimi rapporti con il generale Videla] nonché il cardinale Novak direttamente dal Vaticano, a rendere possibile la liberazione dei due sacerdoti, dopo mesi di torture e sevizie.




Il Nunzio Apostolico Pio Laghi con il generale Videla


  Quanto alla collusione con la dittatura o almeno alla tepidezza mostrata dal provinciale dei gesuiti nei confronti di un regime sanguinario, Austen Ivereigh si limita a dire che fu proprio grazie alla sua prudenza e ai suoi incontri con Massera e Videla, capi della giunta militare, che Bergoglio ottenne la liberazione di molti prigionieri. E  circa la dichiarazione che l’ormai cardinale rese al processo, in cui fu chiamato a deporre, di non aver saputo nulla di ciò che accadeva realmente nel paese sino al 1990 – peraltro avvalendosi della facoltà concessa dall’art. 250 del Codice processuale penale, che riconosce agli alti dignitari della Chiesa la possibilità di non intervenire, ma di limitarsi a testimoniare per iscritto –, l’autore non riporta nel libro il contraddittorio delle “Nonne di piazza di Mayo”, secondo cui Bergoglio non avrebbe potuto non sapere, visto che già nel 1979, su richiesta del Superiore Generale dei Gesuiti, padre Arrupe, era intervenuto in favore di un desaparecido e che due anni prima era stato richiesto il suo aiuto, senza che lui potesse far nulla, dai genitori di una ragazza sequestrata.

 Cosa in realtà sostennero Don Yorio e Don Jalics? La ricostruzione del loro arresto, solo vagamente accennata dall’autore, parte dal presupposto [menzionato dallo stesso Bergoglio], che già un mese prima del colpo di stato, fiutando il pericolo, il Superiore Provinciale avesse chiesto ai due gesuiti sottoposti alle sue dipendenze, di astenersi dalla frequentazione dei poveri delle baracche, alla periferia di Buenos Aires. Non essendo stato ascoltato, Bergoglio escluse dalla Compagnia di Gesù i due sacerdoti e fece togliere loro l’autorizzazione a dire messa. Di fatto significò privarli della protezione della Chiesa. Tant’è che appena scoppiato il golpe, i due furono rapiti e imprigionati. L’intera questione, tuttavia, è di difficile comprensione, se non si tiene conto della situazione politica allora esistente in Argentina e delle diverse correnti di pensiero presenti all’interno dei gesuiti latinoamericani. E su questo aspetto le analisi di Austen Ivereigh sono più che esaustive, peccato solo che, nell’intento di non appiattire la biografia in senso cronologico, egli finisca per costringere il lettore ad andare avanti, tornare indietro e così via di continuo, nel tentativo di non perdere il filo logico e storico della narrazione.

 Durante questo “andirivieni”, apprendiamo non solo l’origine tutta italiana dei nonni e di entrambi i genitori, ma soprattutto la nascita in un barrio popolare di Buenos Aires, la forte devozione cattolica dell’ambiente familiare e sociale in cui crebbe, la frequentazione della scuola dei salesiani, la conoscenza di qualche ragazza [una in particolare, di cui peraltro si dice pochissimo], la sua timidezza, il carattere introverso, l’amore per il calcio e per il tango nonché, naturalmente, l’arrivo della “chiamata” che lo raggiunse all’età di 17 anni, all’interno della basilica di San José, di Avenida Rivadavia [op.cit., p.50]. Siamo nel 1953 e tre anni dopo Jorge Mario entrerà in seminario, subito dopo aver conseguito il diploma di perito chimico.

 La “carriera” ecclesiastica del giovane Bergoglio fu in continua ascesa. Dopo la laurea in filosofia, il cui studio per ammissione dell’interessato si limitò a un tomismo in versione antiquata, quella in teologia [senza tuttavia mai raggiungere il dottorato] e il noviziato, a 33 anni fu ordinato sacerdote e subito dopo Maestro dei novizi, quindi Superiore Provinciale e più tardi Rettore del prestigioso Colegio Máximo, in cui era stato studente. L’esercizio di questi incarichi, unitamente alle vicende della dittatura militare di cui si è accennato sopra, gli valsero la critica di una parte non irrilevante dei propri confratelli. Le parole di un gesuita divenuto più tardi Superiore Provinciale sono esplicative al riguardo. Si riferiscono al periodo in cui Bergoglio fu rettore del Máximo. Così le riporta l’autore:

 Era un regime rigidamente chiuso. Si stenta a crederlo, ma introdusse i gesuiti argentini alla religiosità popolare. Li portò tutti nei barrios, e trasformò il Máximo in una parrocchia, per quanto già ci fosse una parrocchia nelle vicinanze. Come rettore del Máximo agì da accademico ma riuscì anche a essere un prete da parrocchia. Fondò un grande numero di cappelle, e promosse un certo tipo di religiosità popolare tra gli studenti, che iniziarono a recarsi di notte in cappella e a toccare le immagini divine! Era qualcosa che facevano i poveri, la gente del pueblo, e che i membri della Compagnia di Gesù, in qualsiasi parte del mondo, semplicemente non facevano. Intendo, toccare le immagini… Che significa? E i più anziani, che recitavano insieme il Rosario in giardino. Ecco, non sono contro tutto questo, ma nemmeno a favore. Semplicemente, non è una nostra caratteristica. Ma a quel tempo divenne normale.” [p.225].

 La realtà dei gesuiti argentini di quegli anni era molto complessa. C’era chi sosteneva la Teologia della Liberazione, non nascondendo le proprie simpatie per il marxismo e chi, come Bergoglio, si richiamava alla Teologia del Popolo [Il santo pueblo fiel de Dios] e al documento di Medellin che, sulla scia del Concilio Vaticano II, ampliò l’idea cristiana di liberazione e sottolineò la necessità di accogliere e soccorrere i poveri, mettendo tuttavia in guardia sia nei confronti del marxismo che del liberalismo. I sostenitori di queste concezioni simpatizzavano tutti per il peronismo, ma quando lo scontro sociale e l’instabilità politica si fece più forte, i peronisti [e di riflesso coloro che li appoggiavano] si divisero in una sinistra estrema, formata dai Montoneros e da altri gruppi di guerriglieri di ispirazione trotzkista, da un centro chiamato Guardia de hierro [Guardia di ferro] che ebbe il sostegno di Bergoglio, e da una estrema destra che anticipò le nefandezze di cui più tardi si rese colpevole la Giunta Militare. Lo stesso autore racconta che, dopo il crollo della dittatura e il ritorno alla democrazia parlamentare, Bergoglio fu isolato da una parte preponderante dei gesuiti del suo Paese che lo considerava un populista di destra [uno strano paradosso per un uomo che oggi in Italia piace ai radicali e alla sinistra e molto meno alla destra!]. Trascorse ritirato un paio di anni a Cordoba, privato di ogni potere, finché il Vaticano si ricordò di lui con la nomina a vescovo, poi ad ausiliario dell’arcivescovo di Buenos Aires, quindi ad arcivescovo della stessa città, e infine a cardinale nel 2001, per volontà di Giovanni Paolo II. Nel Conclave del 2005 fu secondo dopo Ratzinger, e papa nell’ultimo Conclave, dopo le dimissioni di Benedetto XVI.

  Quale il ritratto di Jorge Mario Bergoglio che esce da questo libro? Un uomo forte, carismatico, animato dalla fede in Dio e dall’amore per il popolo, intenzionato a portare Gesù tra la gente, poco incline alle dispute dottrinali e alle disquisizioni teologiche, molto più propenso a cambiare la prassi sacerdotale per far fronte ai bisogni del popolo fedele di Dio e in particolare dei poveri e degli emarginati, nell’immutato spirito evangelico e tuttavia sempre  in armonia con il proprio tempo. Certo, Austen Ivereigh non condividerebbe mai il giudizio che di lui dette il fratello del gesuita Orlando Yorio: Bergoglio è un angelo e un demone al tempo stesso. Sarebbe capace di vegliare un infermo per notti intere o di tramare nell’ombra per eliminare un concorrente scomodo”. Né tantomeno quello del giornalista ed ex-guerrigliero Horacio Verbitsky: Quando il nuovo papa dirà la prima messa in una strada di Trastevere o alla stazione Termini di Roma e parlerà delle persone sfruttate e costrette alla prostituzione dai potenti insensibili che chiudono il loro cuore a Cristo; quando i giornalisti amici racconteranno che ha viaggiato nella metro o sugli autobus; quando i fedeli ascolteranno le sue omelie recitate con le movenze di un attore nelle quali le parabole della Bibbia coesistono con le parole semplici del popolo; ci sarà chi andrà in delirio per il rinnovamento ecclesiastico. Nei tre lustri che ha trascorso alla guida dell’Arcidiocesi porteña ha fatto questo e molto di più”.

 Personalmente, ritengo che il titolo di “imperscrutabile”, datogli a suo tempo dai confratelli della Compagnia di Gesù, si addica bene alla persona di papa Francesco, ma non nel senso che comunemente si intende, né con riferimento al suo pensiero e alle sue azioni. Bensì in un significato più alto. Imperscrutabile è il mistero stesso della fede e neppure l’uomo chiamato a rappresentare, più o meno degnamente, il magistero di Cristo, può sottrarsi a questa verità. In questo senso e con questa consapevolezza che traspare sempre nelle sue parole e nel suo comportamento mi sembra che papa Francesco stia cercando di governare la Chiesa.


sergio magaldi

domenica 30 agosto 2015

UN ROMANZO SPAGNOLO SULLA LIBERTA'...



Julia Navarro, Dime quién soy, Octava edicion DEBOLS!LLO, Barcelona, enero 2015, pp.1096



 Pubblicato cinque anni fa con gran successo di pubblico, il romanzo di Julia Navarro, Dime quién soy, appare quest’anno per l’ottava edizione DEBOLS!LLO. Ben 1096 pagine per una storia che conquistò non soltanto i lettori spagnoli, ma quelli di tutto il mondo. Anche le edizioni italiane, pubblicate da Mondadori nel 2011, prima nella collana Omnibus, poi negli Oscar [Dimmi chi sono] hanno fatto ottimi incassi.








  Di recente ho riletto il romanzo nell’originale castigliano dell’ultima edizione e mi sono reso conto del perché di questo successo. Scritto in uno stile semplice, che poi è quello da sempre congeniale all’autrice, giornalista di professione, il romanzo della Navarro si basa su un espediente narrativo di sicuro effetto ancorché di maniera; sul coinvolgimento emotivo, soprattutto del pubblico femminile, nei confronti di Amelia Garayoa, l’intrepida protagonista della vicenda; nonché sulla storia del mondo di oltre mezzo secolo – dalla guerra civile spagnola del 36’-39’ alla caduta del muro di Berlino del 1989 – rivissuta a grandi tratti, nelle forme essenziali e indelebili conservate nella memoria collettiva, e però sempre in relazione agli eventi di cui i singoli personaggi sono diretti testimoni.

 L’espediente narrativo consiste nell’incarico che il giovane Guillermo – che si accontenta di scrivere, scarsamente retribuito, per un giornale online, vuoi per il rifiuto di sottomettersi alla logica partitica, vuoi per la crisi economica che si è abbattuta in Europa [2009-2010] e che ancora è sotto gli occhi di tutti – riceve dalla zia Marta. Si tratta di investigare sulla figura della bisnonna, nonna della zia e di sua madre, su cui la famiglia ha sempre taciuto, considerando scandaloso per gli equilibri familiari, persino pronunciare il suo nome. La zia pagherà le spese della ricerca, e in più gli offrirà un discreta somma per i pochi mesi che durerà l’indagine. Al termine, Guillermo s’impegna a scrivere la storia della bisnonna che la zia ha intenzione di regalare a tutti i membri della famiglia per il prossimo Natale.

 Il primo impatto del giovane ricercatore sarà scoprire che nel barrio di Salamanca, la zona ricca di Madrid, abitano ancora dei Garayoa, che presto si riveleranno come la famiglia stessa della bisnonna. Da quel momento, Guillermo ricostruirà passo dopo passo la vita movimentata di Amelia, viaggiando per la Spagna, poi per l’ Europa intera e persino in Argentina, in Israele e negli Stati Uniti, sulle orme di chi la conobbe di persona o comunque ne sentì parlare. La zia Marta, ricca ma poco disponibile ad affrontare le spese di un’indagine costosa e che rischia di andare per le lunghe, si farà ben presto da parte rinunciando a finanziare ulteriormente il progetto da lei stessa concepito. Sul punto di lasciare, ormai a malincuore, perché la figura della bisnonna gli si rivela sempre più intrigante, Guillermo accetterà l’offerta della famiglia Garayoa che si offre di sostituire la zia Marta nel finanziare la ricerca.

 Chi fu in realtà questa donna di cui la famiglia di Guillermo possiede, oltre il tabù che la riguarda, solo una foto ingiallita che la ritrae bella, giovanissima e sorridente, vestita da sposa e con un ramo di fiori in mano? Di ottima famiglia borghese, di origine basca per parte di padre e catalana per parte di madre, Amelia nasce a Madrid nel 1917. Di lei Guillermo ricostruisce l’adolescenza grazie all’esistenza di un diario e ne coglie tutta la determinazione giovanile, grazie ai racconti di Edurne, la sua vecchia “tata”: il precoce matrimonio, sconsigliato dai genitori per la giovane età, la nascita del figlio a soli diciotto anni, la conoscenza di Lola, militante socialista, l’ingresso nella sua vita di Pierre, il  giovane comunista, franco-russo, di cui si innamorerà sino a fuggire con lui, abbandonando il marito e Javier, il figlioletto di quattro mesi, che poi risulta essere il nonno di Guillermo.

 Già in questa scelta di abbandonare il tetto coniugale, con la motivazione di voler lottare per l’affermazione degli ideali comunisti, c’è in nuce tutta la figura della futura Amelia. Una donna sensibile e generosa ma al tempo stesso egoista, facilmente influenzabile soprattutto in questa fase della sua esistenza, e che non conosce “gli ostacoli” della ragione. Una creatura all’apparenza dolce e delicata, ma in realtà forte e implacabile nel perseguire uno scopo, quale che esso sia, senza preoccuparsi della conseguenza delle proprie azioni, salvo a pentirsene più tardi quando è impossibile tornare indietro. Sarà così ogni volta: il matrimonio, di cui si pentirà quasi subito, la fuga con l’amante e l’adesione agli ideali comunisti, quando si accorgerà che Pierre, agente sovietico con la copertura di libraio, si è servito di lei e che il comunismo di Stalin è solo l’altra faccia del terrore con cui la Germania di Hitler minaccia la pace del mondo. Inutile sarà a quel punto pentirsi e cercare la via del ritorno: il marito tradito non le permetterà più di accostarsi a suo figlio, “ciò che ha di più caro al mondo”, continuerà a ripetere Amelia, senza tuttavia lottare – come pure saprà fare in seguito anche in situazioni disperate e a rischio della vita – perché il suo diritto di madre sia riconosciuto dalla legge. Una lotta impossibile, sembra giustificarla l’autrice. La Spagna repubblicana e libertaria, caduta nelle mani dei fascisti del generalissimo Françisco Franco, si è ormai trasformata in una dittatura dove classismo e maschilismo la fanno da padroni. Neppure un giudice avrebbe stigmatizzato il comportamento di Santiago, il marito di Amelia, vendicativo al punto di utilizzare il figlio da lei concepito per punirla, neanche a un giudice sarebbe venuto in mente di indagare sul comportamento di quest’uomo prima e durante il matrimonio,  su un’abitudine che aveva già prima del fidanzamento: scomparire anche per più di una settimana per viaggi di affari e senza avvertire nessuno. L’atteggiamento più egoista e crudele che si possa immaginare nei confronti delle persone amate. Il dialogo tra la madre di Amelia e quella di Santiago [pp.76-77] è molto eloquente in proposito:

 “La madre de Santiago informò a la madre de Amelia que su hijo no estaba, que no había acudido a almorzar ni había telefoneado, y no sabía si aparecería a la hora de la cena. A doña Teresa le sorprendío que la madre de Santiago no se mostrara alarmada, pero ésta le explicó que su hijo tenia por costumbre desaparecer sin decir adónde iba.
    No es que vaya a ningún lugar que no deba, todo lo contrario, siempre es por trabajo; ya sabe que mi marido le ha encargado que se haga cargo de las compras para la empresa, y es Santiago quien viaja a Francia, Alemania, Barcelona … en fin, donde tenga que ir. Santiago siempre se va sin decirnos nada; al principio me asustaba, pero ahora sé que no le pasa nada – explicaba doña Blanca
       Pero usted se dará cuenta de que se va porque saldrá de casa con maleta – respondío un tanto escandalizata doña Teresa.
       Es que mi hijo nunca lleva maleta.
       ¿Pero como? Esos viajes tan largos… de tantos días… – exclamó doña Teresa.
    Santiago dice que él lleva el equipaje en la cartera.
        ¿ Cómo dice?
       Sí, que él se sube al tren y cuando llega a su destino compra lo que necesita; siempre lo ha hecho así. Ya le digo que al principio me preocupaba, e incluso su padre le reconvenía, pero nos hemos acostumbrado.Tranquilice a Amelia, Santiago llegará a tiempo para la boda.¡Está tan enamorado!”.

   [“La madre di Santiago informò la madre di Amelia che suo figlio non c’era, che non c’era stato per pranzo né aveva telefonato, e che non sapeva se sarebbe apparso per l’ora di cena. Donna Teresa fu sorpresa che la madre di Santiago non fosse preoccupata, però questa le spiegò che suo figlio aveva per abitudine di sparire senza dire dove andasse.
       Non che vada in qualche luogo dove non debba andare, al contrario, è sempre per lavoro; lei già sa che mio marito lo ha incaricato di fare acquisti per la nostra impresa, ed è Santiago che viaggia in Francia, Germania, a Barcellona… insomma dove deve andare. Santiago sempre va via senza dirci nulla; all’inizio mi angustiavo, però ora so che non gli succede nulla – spiegava donna Blanca.
       Però lei si renderà conto che è partito, perché uscirà di casa con la valigia – rispose un po’ scandalizzata donna Teresa.
       È che mio figlio non porta con sé una valigia.
       Com’è possibile? Questi viaggi tanto lunghi… di tanti giorni – esclamò donna Teresa.
       Santiago dice che ha il suo bagaglio nel portafoglio.
       Come dice?
       Sì, che egli sale sul treno e quando arriva a destinazione compra ciò di cui ha bisogno; ha fatto sempre così. Già le ho detto che al principio mi preoccupavo e suo padre con me, però ormai ci siamo abituati.Tranquillizzi Amelia, Santiago giungerà in tempo per le nozze. È tanto innamorato!” [trad. mia].

 Insomma, i diritti di madre di una donna infedele non sarebbero stati riconosciuti e nella Spagna clerico-fascista di Franco quasi sicuramente Amelia sarebbe finita in carcere per adulterio.








 Comunque sia, il ritratto di Amelia non è quello della foto ingiallita di famiglia, di sposa e di madre borghese destinata a invecchiare negli agi e nella serenità. Innocente per non aver tradito il proprio ruolo, colpevole per l’indifferenza e/o l’estraneità di fronte ai drammatici avvenimenti del XX secolo. Amelia è in realtà una metafora della libertà. Lei è sempre lì dove c’è bisogno di lottare contro l’oppressore e ovunque l’uomo si trovi in catene per motivi ideologici o razziali. Sempre disposta a rischiare la vita pur di salvare il prossimo ingiustamente soggiogato da un potere demoniaco e finché non trionfi la giustizia che è l’altra faccia della libertà. Amelia non è una intellettuale, non ha mai letto Shakespeare e il suo impegno non è il frutto di complesse teorie,  ma è l’azione spontanea del combattente che utilizza ogni mezzo pur di raggiungere il proprio fine. Questa lotta ha però un prezzo, perché la libertà non può essere conquistata senza pagarne il corrispettivo in termini di sentimenti negati, di sacrificio e di sangue. E quando il suo compito sarà terminato, eccola scomparire tra la folla facendo perdere le proprie tracce.

 La chiave del libro, e in fondo la sua bellezza, è proprio nel racconto di Amelia come metafora della libertà. Ma non è questo a determinare il successo di una narrazione che ha tutte le caratteristiche per essere definita una sorta di romanzo popolare. Paradossalmente, credo che a decretare la fortuna del libro siano stati piuttosto gli elementi che sotto il profilo stilistico e strutturale lo rendono più debole: la prosa eccessivamente semplice e giornalistica ma più facilmente accessibile al vasto pubblico, la dimensione tutta esteriore in cui i personaggi raccontano se stessi, con poche riflessioni di carattere intimistico, le fortunate coincidenze per le quali i fatti narrati s’incastrano gli uni con gli altri, la prodigiosa longevità di molti testimoni, l’incredibile puntualizzazione di dettagli riportati da chi non poteva essere presente ai fatti, e soprattutto l’aver proposto la narrazione quasi sempre in forma diretta, come se le vicende riguardassero il presente e non un lontano passato. Inoltre, un finale prevedibile ma largamente auspicabile da parte dei lettori. Al netto di tali qualità accattivanti, ma non propriamente ortodosse, il romanzo ormai a cinque anni dalla sua prima apparizione, si lascia leggere con interesse e senza mai annoiare, nonostante le sue mille pagine.


sergio magaldi

lunedì 24 agosto 2015

JUVE E ROMA STECCANO LA PRIMA...

Il nuovo pallone del campionato di calcio


  Sconfitta storica per la Juventus che non aveva mai perso la prima di campionato, la Roma pareggia a Verona, giocando male come nell’ultima parte della scorsa stagione. Perdono anche Milan e Napoli per un torneo che si apre all’insegna della mediocrità.

 Nonostante i nuovi arrivi [Dzdeko e Salah], la squadra giallorossa non è molto diversa da quella che di recente ho visto all’opera  al Camp Nou di Barcellona [lenta, con le rare eccezioni di Florenzi e Nainggolan, prevedibile, e senza raccordo tra centrocampo e attacco], dove, contro i blaugrana, ha perso poco onorevolmente per tre reti a zero solo grazie alle parate di Szczesny, il portiere della nazionale polacca dal nome impronunciabile, ma al momento forse l’unico acquisto indovinato. Rudi Garcia si ostina a schierare un centrocampo a tre che di fatto si riduce al solo Nainggolan, costretto a correre per tutto il campo e dunque portato a strafare e a sbagliare, nonostante il suo indiscusso valore. De Rossi fa il difensore aggiunto, quasi il libero, e Pjanic, più che un centrocampista, è in realtà un trequartista. In difesa, si conoscono i limiti di Torosidis, e Florenzi, schierato terzino, e come Nainggolan costretto a correre per tutto il campo, nonostante il goal fortunoso che ha permesso alla Roma di pareggiare, sembra sprecato in un ruolo non suo e finisce incolpevolmente per rendere vulnerabile il fianco di una difesa, dove al centro, accanto al collaudato Manolas, si rivede un ancora impacciato Castan, comprensibilmente direi, visto l’incidente che per quasi due anni l’ha tenuto fuori dal campo.

 Ma il vero mistero giallorosso è rappresentato da una rosa che oltre a Totti [poco utilizzato, anche quando ce ne sarebbe bisogno, come a un certo punto della partita di ieri], dispone di un solo vero attaccante [Dzeko, il nuovo acquisto] e di un “pacchetto” tra mezze punte o trequartisti e attaccanti di fascia: Ljajic, Iturbe, Falque [ma ce n’era proprio bisogno?], Ibarbo, Gervinho, Salah, tutti con scarsa attitudine al goal e dei quali l’unico indispensabile alla squadra sembra essere Gervinho [il solo che stava per essere ceduto, né siamo certi che non lo sarà nei prossimi giorni o magari a Gennaio], per la sua capacità di smarcarsi, dare profondità alla squadra, fornire assist. Per Salah, appena arrivato, il discorso sulla sua utilità resta aperto. Quanto allo Dzeko visto ieri [acquistato relativamente a buon mercato: 4 milioni per il prestito, 11 per il riscatto + bonus, ciò che dovrebbe far riflettere], l’impressione è – nonostante la fama che lo precede, ma anche considerando la deludente prova fornita lo scorso campionato nel Manchester City – che si tratti di uno Llorente più mobile, ma meno abile di testa. Penso, insomma, che se non sfoltirà la rosa dei suoi finti attaccanti, non ricostituirà il centrocampo che è stato il punto di forza del primo anno di Garcia, magari modificando un modulo di gioco ormai usurato, sarà difficile per la Roma riconfermarsi per il terzo anno di seguito al secondo posto della classifica. Intendiamoci, la squadra ha tutte le possibilità per cambiare rotta in corso d’opera, magari con qualche nuovo innesto e sempre che allenatore e dirigenti sappiano fare autocritica.

 Quanto alla Juve, il discorso è diverso solo in apparenza. L’alibi della partenza di Pirlo, Vidal e Tevez vale solo sino a un certo punto. Certo, con Pirlo magari a segno su punizione, forse ieri i bianconeri non avrebbero perso in casa con l’Udinese, ma occorre ricordare che Vidal nello scorso campionato non ha brillato come negli anni precedenti, che è stato rimpiazzato dall’ottimo Khedira [ora purtroppo infortunato] e che, per non far rimpiangere Tevez, sono arrivati Mandzukic, Dybala, Zaza e ora anche Cuadrado. La squadra s’è inoltre rafforzata anche in altri settori. Insomma ai dirigenti non si poteva chiedere di più. Si può chiedere invece ad Allegri maggiore fantasia. Che senso ha avuto, ieri, in una gara casalinga, lasciare in panchina Dybala che, entrato oltre la metà del secondo tempo, è stato il migliore degli attaccanti? E Llorente, perché schierarlo solo negli ultimi minuti, quando s’è visto chiaramente che Mandzukic falliva tutte le occasioni, persino una palla che era più facile sospingere in rete che “passare” al portiere? Perché giocare con 5 centrocampisti, quando Evra, Lichtsteiner e Padoin centrocampisti non sono e Pereyra nemmeno, visto che è un trequartista e che per giunta ieri sonnecchiava in campo? Perché riproporre pigramente il 3-5-2 di Conte, quando non disponi di Pirlo, Marchisio [infortunato] e Vidal? Non era preferibile il 4-3-3 con Dybala e Llorente accanto a Mandzukic [vista anche l’indisponibilità di Morata] e con Coman, non come seconda punta, ma semmai al posto di uno spento Pereyra, sostituito sempre troppo tardi? Incomprensibile poi la scelta di acquistare Zaza per girarlo in prestito al West Ham. E Allegri sbaglia se è sua intenzione utilizzare Cuadrado come trequartista. L’ex-viola deve trovare posto come terzino in un 4-4-2 o in un 4-3-3 e persino in un 3-5-2 come esterno di fascia, perché è in questo ruolo che il colombiano ha dato sempre il meglio di sé. Insomma, la Juve di quest’anno dispone di molti campioni, all’allenatore il compito di saperli utilizzare.

 Per concludere, non può sfuggire che nel nuovo campionato si è ulteriormente assottigliata l’esigua pattuglia dei calciatori italiani utilizzati in campo. La Roma, che lo scorso anno ha giocato anche con 5 giocatori del Bel Paese [De Santis- Florenzi-Astorri-De Rossi e Totti], nella partita contro il Verona, dopo l’uscita di De Rossi, si è ritrovata con il solo Florenzi. Non parliamo neppure delle altre cosiddette grandi o delle piccole. Resta ormai solo la Juve con la sua “rappresentanza” italiana. Ma quando, e purtroppo tra non molto, smetteranno di giocare i Buffon, i Barzagli ecc… , finirà con l’adeguarsi a tutte le altre squadre del campionato. Ma su ciò ho detto abbastanza in altri post. Vedi per tutti, l’ultimo del 17 Giugno u.s. [Il non-gioco della nazionale italiana questa volta non paga, clicca sul titolo per leggere]. Ripetevo allora ciò che avevo già scritto in passato e che ribadisco ancora oggi:

 “[…]E si può stare certi che nulla cambierà per il prossimo futuro: le squadre italiane continueranno a giocare in campionato con 9, 10 e anche undici calciatori stranieri. I vivai giovanili, dove sopravvivono, servono solo al calcio minore e si riempiono di extracomunitari giustamente in cerca di mutare la propria sorte. L’importazione dei giocatori dai vari continenti e l’arricchimento dei procuratori, dei loro affini e compari, continuerà come prima e ogni anno vedremo arrivare nel Bel Paese non già qualche grande campione, ma comitive di “mezze seghe” che qualche direttore tecnico spaccerà per grandi campioni, salvo a liberarsene l’anno dopo per un nuovo e proficuo ‘rifornimento’.”
                                                                            

sergio magaldi