lunedì 21 dicembre 2009

IL GIOCO DELL'ANGELO di CARLOS RUIZ ZAFON






 Leggendo Il gioco dell’angelo (EL JUEGO DEL ÁNGEL, 2008) ho avuto l’impressione, almeno per circa una buona metà delle oltre 600 pagine, che l’abilità narrativa di Carlos Ruiz Zafón fosse venuta maturando rispetto al romanzo di sette anni prima, L’ombra del vento (LA SOMBRA DEL VIENTO) che pure gli era valso un ampio consenso di critica e di pubblico, con la vendita di più di 8 milioni di copie.

 Mi è sembrato che il “guazzabuglio” di successo, come ho definito il romanzo del 2001, avesse lasciato il posto ad un lavoro più maturo e raffinato, senza la velleità di ricreare l’atmosfera dei grandi classici della letteratura e mescolare tra loro alla rinfusa una pluralità di generi letterari.

 La ricostruzione della Barcellona anni ’20 funziona abbastanza, come pure appare convincente il dialogo interiore del giovane scrittore David Martin, lacerato e diviso da una duplice esigenza: quella della propria sopravvivenza che lo induce a scrivere sotto pseudonimo libelli per la serie intitolata “La città dei maledetti” di un piccolo editore senza scrupoli, e l’altra, cui aspira con tutte le sue forze, di scrivere finalmente un libro degno di questo nome. Probabile effetto di questa personale scissione della mente e dell’anima è la malattia mortale che lo colpisce e che lo porterebbe alla tomba senza l’intervento dell’ “angelo”, alias l’editore Andreas Corelli che, in cambio di una grossa somma di denaro e della guarigione, gli propone di scrivere un libro in grado di proporsi come il testo sacro di una nuova religione.

 Di quale religione si tratti, Zafón non dice, non tanto per permettere al lettore di liberare la propria fantasia, quanto perché questa cosiddetta nuova religione in realtà c’è già nota sin dai tempi biblici. E cosa se ne fa il diavolo di un testo sacro, visto che le pagine sulle quali egli scrive più volentieri sono quelle del mondo? Una volta almeno stipulava contratti di eterna giovinezza e successo in cambio dell’anima, mentre ora pare si accontenti di un libro…

 L’eterno “patto col diavolo” (come si sa il diavolo è un angelo decaduto) è comunque trattato abilmente da Zafón in una prospettiva seducente e singolare. Ciò che alimenta un clima di suspense e induce a proseguire nella lettura del romanzo. Come pure, la descrizione della spettrale “casa della torre”, in cui Martin finisce col ritirarsi, è gestita con abilità narrativa ancorché né nuova né originale per questo genere letterario.

 Poi, ad un certo punto, ecco riapparire “il guazzabuglio” nel quale Zafón s’era già mosso in L’ombra del vento, con figure improbabili e stereotipi che fanno “molto rumore per nulla”. Insomma, ancora una volta si ha l’impressione che i personaggi dello scrittore catalano non sappiano vivere di vita propria ma abbiano bisogno del filo doppio del burattinaio per muoversi in un labirinto di situazioni e di intrighi. Tutti, per la verità, con l’eccezione di David Martin e di Isabella, la ragazza che gli fa da assistente, la cui figura è tratteggiata con sufficiente perizia da farla apparire di carne e sangue e non semplice marionetta. Sposata ad un amico di Martin, Isabella concepirà un figlio di nome Daniel Sempere, lo stesso nome, cioè, del protagonista di L’ombra del vento. Bizzarrìa gratuita, introdotta probabilmente per incrementare il “passa parola” sul nuovo romanzo, giacché non esiste alcun motivo plausibile per la duplice attribuzione dello stesso nome. Esiste invece più di un collegamento nell’intreccio narrativo dei due romanzi, entrambi dalla trama esile e pretestuosa, entrambi zavorrati di improbabili quanto noiose avventure.
sergio magaldi

martedì 8 dicembre 2009

JOEL e ETHAN COEN, A SERIOUS MAN, 2009






 La critica ufficiale di A serious man (L’uomo serio), regia e sceneggiatura dei fratelli Coen, è incline a vedere nel prologo del film – un racconto Yiddish d’altri tempi – uno strumento utile ad introdurre una “storia ebraica”, senza tuttavia attinenza con la successiva narrazione.

 In un villaggio innevato dell’Europa centrale, sul finire dell’Ottocento, una coppia di contadini riceve nella propria dimora la visita di un anziano personaggio che il contadino ha invitato a cena ma che sua moglie ha visto morire di tifo tre anni prima. La donna è convinta che si tratti di un Dybbuk e che la maledizione di Dio (Ha Shem, “Il Nome”, come per lo più è chiamato Dio durante tutto il film) stia per abbattersi sulla loro casa di ebrei devoti.
Il Dybbuk è nella tradizione religiosa degli ebrei, lo spirito di un defunto proveniente dalla Gehenna (l’inferno ebraico) che “ritorna” per “attaccarsi” a un vivente al fine di riscattare dal peccato la propria vita o, secondo una versione parallela, è comunque uno spiritello che cerca d’insinuarsi nella mente dei vivi.

 Non a caso nella Qabbalah la parola Dybbuk vale 122 (somma che si ricava addizionando il valore numerico delle singole lettere dell’alfabeto ebraico che compongono la parola: Daleth 4+Yud 10+Beth 2+Waw 6+Qof 100 = 122) e per Ghematria (parole o frasi con lo stesso valore numerico) si associa tra l’altro a Egel Ha Zahav, “vitello d’oro” e a Koach Ha Medameh, “potenza dell’immaginazione”.

 Il prologo termina senza che il dilemma sia sciolto, lasciando libero lo spettatore di credere alle parole dell’ospite, che invoca un’interpretazione razionale della fede, dichiarando di essere guarito dal tifo, oppure a quelle della donna che continua a ritenerlo un Dybbuk e reagisce impulsivamente, spinta da motivazioni irrazionali.

 L’utilità del prologo, nell’economia del film, si rivelerà allo spettatore solo alla fine, col concludersi delle vicende di Larry Gopnik (interpretato da un ottimo Michael StuhlBarg), novello Giobbe “americano” del Minnesota.

 Siamo nel 1967 e sulle spalle di Larry, uomo serio e timorato di Dio, si abbatte tutta una serie di iatture (la moglie lo tradisce con un amico di famiglia e chiede il “divorzio rituale”, il figlio si droga, il fratello è arrestato per gioco d’azzardo e adescamento da sodomia, lettere anonime per denigrare la sua reputazione giungono all’Università dove insegna Fisica, uno studente coreano tenta di corromperlo, perde la casa, è oppresso da debiti non imputabili a lui, ha un incidente automobilistico ecc…) che non si giustificano sul piano della fede razionale, giacché, proprio come il Giobbe biblico della terra di Uz, egli di nulla si è reso colpevole di fronte a Dio.

 Nel disperato tentativo di “uscire dall’angolo”, Larry si rivolge ai rabbini della Comunità. Il primo, il più giovane, gli consiglia di provare a vedere le cose da una prospettiva diversa rispetto a come le ha sempre viste. D’altronde, Ha Shem lo aiuterà se lui si aiuterà! Il secondo gli racconta la storiella di un dentista che sui denti di un paziente lesse la parola “aiutami”. Il terzo, il rabbino Marshak, che è il più anziano ed è considerato il più saggio di tutti, si rifiuta d’incontrarlo.

 La morale che se ne trae è che religione e fede non sono in grado di dare consigli su questioni di coscienza, né di risolvere il mistero del perché un uomo serio e timorato di Ha Shem venga così duramente provato. Ciascuno deve trovare in se stesso la risposta. D’altronde, neppure Dio accetta di rispondere al Giobbe biblico: “Chi sei tu? – gli chiede il Signore (Giobbe, 38, 2ss.) – Perché rendi oscure le mie decisioni con ragionamenti da ignorante? Rispondi tu piuttosto alle mie domande: Dov’eri quando gettavo le fondamenta della Terra? […]”

 Il senso delle numerose domande che Ha Shem rivolge a Giobbe è duplice. Per un verso, Dio rimprovera Giobbe di pretendere una risposta, mentre non è in grado né sembra preoccuparsi di rispondere ad una qualsiasi delle tante domande che Lui gli rivolge. Per altro verso, Dio sembra voler dire a Giobbe: Tu che hai sotto gli occhi la sapienza e la grandezza delle mie opere, perché hai smesso d’aver fiducia in me?

 Il merito dei fratelli Coen è di aver dato al proprio racconto, nonostante la serietà dell’argomento, una struttura leggera e arricchita di gags che, in piena comicità Yiddish, inducono lo spettatore a sorridere quasi di continuo. Ciascun personaggio è al posto giusto: Judith (Sari Lennick) moglie di Larry, aggressiva donna americana fine anni Sessanta e al tempo stesso madre ebrea che si commuove al Bar Mitzvah del figlio, e ancora: il vicino di casa razzista o la vicina provocante, per non parlare dei tre rabbini o di altri personaggi della comunità ebraica.

 Restano alla fine del film, esattamente come nel prologo, almeno tre interrogativi: “Può la fede preservarci dalle sventure o, almeno, è in grado di soccorrerci?” E ancora: “L’approccio alla fede cancella il ruolo della ragione?” E infine: “Quando l’irrazionale bussa alla nostra porta, siamo in grado di riceverlo e d’intrattenerci con lui?”.

 Come per Giobbe, anche per Larry tutto infine si ricompone e sembra risolversi passabilmente. Il “Giobbe americano”, tuttavia, reso edotto dall’esperienza, è propenso a riconsiderare in modo originale (è l’ultima sottolineatura ironica dei fratelli Coen) la nota massima di senso comune dell’aiutati che Dio ti aiuta… mentre, proprio nell’ultima inquadratura del film, il cielo si fa nero all’orizzonte e si annuncia un uragano.

sergio magaldi

martedì 1 dicembre 2009

Quentin Tarantino, BASTARDI SENZA GLORIA, 2009,








 Inglourious Basterds, “Bastardi senza gloria” – che Tarantino fa uscire (2009) con titolo sgrammaticato per differenziarlo dal film di Enzo G. Castellari: “Quel maledetto treno blindato” del 1977 (sugli schermi americani apparso col titolo di Inglorious Bastards) – è una favola ben congegnata sugli eventi più drammatici della seconda guerra mondiale. Non a caso, inizia con la didascalia classica “C’era una volta…” e si conclude con un finale a sorpresa, in apparenza moraleggiante, etico in realtà.

 L’azione si svolge nella campagna vicina a Parigi. Siamo nel 1941, in piena occupazione nazista della Francia. Il colonnello delle SS, Hans Landa, noto col nome di “cacciatore di ebrei” – stupendamente interpretato dal poco conosciuto attore austriaco Christoph Waltz (Premio per la migliore interpretazione maschile all’ultimo Festival di Cannes) – si reca con un manipolo di soldati nella fattoria di un contadino e delle sue figlie. Come si è osservato da più parti, la location è da western, lo sono gli oggetti, il volto del contadino, l’abbigliamento delle figlie e la musica che accompagna le immagini.

 La scena del colloquio-interrogatorio del contadino da parte del colonnello delle SS è un piccolo capolavoro. La scelta delle parole giuste è importante, come pure quella della lingua, e alla fine il “cacciatore di ebrei” verrà a sapere dove si nascondono da diverso tempo i Dreyfus. Unica della famiglia, Shosanna (Mélanie Laurent), che ha 18-19 anni, riesce a fuggire e a mettersi in salvo. La ritroviamo tre anni dopo a Parigi, proprietaria di un cinema e con false generalità ariane. Neppure l’aguzzino nazista può riconoscerla. L’ha vista di spalle nella fuga, ha fatto per colpirla con la pistola ma poi ha desistito. Eppure lo spettatore ha come l’impressione, nel colloquio (mirabile e “addolcito” con la panna) che tre anni dopo si svolge tra il colonnello delle SS e la ragazza, che il diabolico “cacciatore” sospetti qualcosa. E inoltre, l’ufficiale nazista non ha sparato perché la ragazza era già fuori della sua mira o perché il suo inconscio sapeva in anticipo che Shosanna un giorno gli sarebbe tornata utile? Interrogativi, paradossi forse, lasciati allo spettatore e che ognuno risolverà a modo suo, fermo restando la bravura di Tarantino e di Christoph Waltz nel suscitare il dilemma.

 Il destino del colonnello Hans Landa e di Shosanna s’incrocia con quello dei cosiddetti bastardi, soldati ebrei americani, catapultati in Francia e guidati dal tenente Aldo Raine, interpretato da un Brad Pitt che taluno in questo film vede come “strepitoso” (Lorenzo Macello, XL Repubblica) talaltro giudica nella “peggiore performance della sua vita”(Peter Bradshaw, The Guardian). Personalmente, trovo esagerate entrambe le valutazioni. E’ un fatto, tuttavia, che il noto attore non sempre si trovi a proprio agio e sarà magari anche a causa della stupenda interpretazione di Christoph Waltz.

 I “bastards” hanno il compito di dare la caccia e uccidere il maggior numero di nazisti. Il tenente Aldo Raine, che vanta antenati pellirosse, chiede ad ognuno dei suoi uomini almeno cento scalpi nazisti. E qui naturalmente la favola si tinge di colori e di immagini che tanto piacciono a Tarantino e al suo pubblico più affezionato, con la visione di crani fatti a pezzi da una mazza da baseball e di scalpi recisi tra sangue e materia cerebrale.

 La vendetta personale di Shosanna e quella del Bene (i “bastardi”) contro il Male (i nazisti) si fondono, inconsapevole l’una degli altri e viceversa, nella cosiddetta operazione Kino. Nel cinema di Shosanna si svolge la prima del film Orgoglio della Nazione che celebra “l’eroismo” di un soldato tedesco capace da solo di uccidere centinaia e centinaia di nemici. Alla rappresentazione saranno presenti, “come in un cesto di mele marce”, oltre a Göbbels, Göring e Bormann ed altri capi nazisti, un goffo e grottesco Adolf Hitler, dal regale mantello bianco e spesso ripreso accanto ad un mappamondo che ricorda quello di Chaplin nel Grande dittatore.

 Il finale della favola smaschera l’illusione dei protagonisti, benché ciascuno di loro raggiunga a caro prezzo (più alto o più basso come sempre avviene nella vita) il fine prefisso: Shosanna immagina di veder bruciare i capi nazisti con la certezza che la “vendetta degli ebrei” si è infine consumata, i “bastardi” ritengono di aver cagionato la caduta del nazismo e la fine della guerra grazie all’esplosivo introdotto nel cinema, il colonnello Hans Landa s’illude che sia stato il ruolo da lui avuto nella vicenda a fargli ottenere un salvacondotto, la cittadinanza americana e una ricca proprietà ove celarsi. Ciò che, tuttavia, non gli evita anche di ricevere, da parte del tenente Aldo, impresso sulla fronte in modo indelebile, il simbolo stesso del Male in nome del quale ha massacrato migliaia di ebrei.

 Il film, proprio come una favola, ha diverse morali. La prima, la propone lo stesso Tarantino: “In un film tutto è possibile, anche far finire una guerra di colpo e di colpo togliere di mezzo i grandi criminali al potere; il cinema ha questa grande forza, far riflettere su come un solo gesto, una sola persona, potrebbero cambiare la storia”

Al “negativo”, questa verità ne contiene implicitamente un’altra e cioè che non sono le masse a fare la storia, ma – come Hegel sostiene – i cosiddetti individui cosmico-storici con la loro stretta cerchia di collaboratori, i quali, tutti insieme – e questo lo aggiungo io – si rivelano spesso e purtroppo come altrettante “cricche di potere”.

 Un’altra morale, che poi caratterizza ogni favola che si rispetti, è che alla lunga il Bene trionfi sul Male. Dalla quale massima tuttavia discende un corollario che non si trova nelle fiabe: il Male non è mai sconfitto definitivamente, si cela e riappare in mille forme, senza contare che persino i suoi vecchi interpreti possono farla franca se, come nel caso degli ufficiali nazisti, del Male smettono semplicemente la divisa. Così – sembra la logica spietata di Tarantino – occorre marcarli in modo indelebile. Esattamente come farà la ormai celebre Lisbeth Salander dei romanzi di Stieg Larsson, incidendo sulla carne del suo stupratore il solo nome che gli convenga. Certo, questo è il linguaggio della vendetta che nella finzione narrativa e cinematografica, oltre a solleticare il nostro istinto e le nostre passioni, ha anche una funzione catartica. Usato nella realtà, tuttavia, questo linguaggio ci lascia sgomenti!

sergio magaldi

giovedì 26 novembre 2009

PD-PDL. CENTRO-SINISTRA e CENTRO-DESTRA. CEDOLARE SECCA O COMARE SECCA?

Ho un amico che da un po’ ha smesso di votare “a sinistra”, come sempre aveva fatto in passato vuoi – dice lui – per naturale moto dell’anima e anelito di maggiore giustizia sociale vuoi, forse, per nostalgie di gioventù. Da quando ha visto che i governi di centro-sinistra gli aumentavano le tasse, mentre quelli di centro-destra promettevano ad ogni vigilia elettorale di abbassarle, ha deciso, sia pure a malincuore, di “saltare il fosso”. Con un certo rimorso si è reso conto che, nonostante le promesse, neanche il centro-destra ha mai ritoccato in basso le aliquote IRPEF. Si è poi consolato osservando che almeno i governi Berlusconi-Fini-(Casini, quando c’era)-Lega Nord le tasse non le hanno aumentate. Anzi, di recente è tornato a sperare, quando ha saputo che era in cantiere la cosiddetta cedolare secca sugli affitti, con un’aliquota unica del 20% sui canoni di locazione, non concorrendo più, questi ultimi, alla determinazione del reddito complessivo delle persone fisiche (così come avviene nella maggior parte dei paesi europei).

Con grande meraviglia (ma anche con rinnovata speranza verso quella che era sempre stata la sua parte politica) ha appreso che i primi a portare in Parlamento l’auspicata cedolare secca non sono stati deputati del centro-destra, bensì parlamentari del PD (Paola De Micheli e Alberto Fluvi, capogruppo PD in Commissione Finanze della Camera), ai quali si sono presto accodati Mario Baldassarri (PDL) presidente della Commissione Finanze, Calderoli (Lega Nord) ed esponenti UDC e IDV, con una proposta trasversale del disegno di legge.

Quel che il poverino non sa è che la proposta di cedolare secca “bipartisan” è concepita unicamente a vantaggio degli inquilini e dei proprietari di “appartamenti locati ad abitazione principale”, mentre il proprietario di locali adibiti a studio o ufficio, nell’illuminata proposta bipartisan e in ossequio al 3° principio della Costituzione Italiana (!), è considerato alla stregua di un minus habens. Così, il mio amico, che affitta un piccolo locale ad una Banca ed è persona che ha sempre rispettato la legge e intende continuare a rispettarla, dovrà rassegnarsi a veder gravare ancora sul proprio reddito personale il canone che percepisce, col risultato che “il profitto” che egli continuerà a trarre dal locare il proprio bene sarà di pochi (anzi pochissimi!) euro annui, con sommo gaudio di quel povero inquilino che è la Banca, che da anni, ormai, non si vede aumentare il canone d’affitto. Già, perché se ciò avvenisse, il mio amico, per via dell’imposta progressiva, si accorgerebbe addirittura di affittare il bene in perdita!

Ora che ha saputo, il mio amico è amareggiato, ma io l’ho subito consolato, informandolo che è proprio di ieri (25 Novembre 2009) la decisione dell’illuminato governo di centro-destra (all’interno del quale continua a tutto campo il “gioco del potere” e/o “il gioco delle parti e dei ruoli”) di affondare la cedolare secca per darla in pasto alla comare secca, come noi chiamiamo la morte da questa parte del Tevere.

domenica 22 novembre 2009

PEDRO ALMODOVAR, GLI ABBRACCI SPEZZATI




  L’ultimo film di Pedro Almodóvar, Los abrazos rotos, Gli abbracci spezzati, ha il pregio di mettere in evidenza l’importanza del montaggio nella finzione cinematografica, tanto da rendere evidente come il successo o meno di un film dipenda dall’abilità con cui si ricompongono tra loro, in sintesi armonica, le scene girate. Non diversamente funziona la vita: Jean Paul Sartre diceva che è solo con la morte che l’esistenza si muta in destino, nel duplice senso che l’uomo è libero delle proprie scelte finché vive, ma che ogni storia personale si colora di senso solo a partire dalla scena finale, allorché il “nastro” dell’esistenza viene per così dire riavvolto all’indietro, ricostruendo la vita secondo i significati che un determinato artefice ha inteso assegnarle. Trattasi, naturalmente di artefice umano, perché “la trama” di un eventuale artefice divino non siamo in grado di cogliere.

 A ciegas, alla cieca, è stato montato il film che il regista Mateo Blanco, interpretato da Lluis Homar, ha girato grazie al denaro del ricco e vecchio Ernesto Martel (José Luis Gomez), improvvisatosi produttore per soddisfare il desiderio di recitare da parte di Lena, la sua giovane amante (una Penélope Cruz sempre brava e splendida, ma più cinica e fredda del solito, secondo quanto richiede il suo ruolo). E il film di Blanco viene montato “alla cieca”, ma col preciso intento di sabotarlo, da parte del produttore allorché egli scopre il tradimento dell’amante e la fuga di Lena e Mateo sulle spiagge di Lanzarote. Complice del sabotaggio è Judit, la donna con cui Blanco ha avuto una fugace avventura, che ha tuttavia lasciato tracce profonde nella vita di entrambi.

 Un tragico incidente cambia completamente le carte in tavola: divenuto cieco, Mateo Blanco che ormai si ritiene morto rispetto al passato, muta il suo nome in quello di Harry Caine e detta, in virtù del prestigio acquisito nella “precedente esistenza”, soggetti, romanzi e sceneggiature. Lo assistono in qualità di agente “tuttofare” Judit (una Blanca Portillo che conferma la notevole interpretazione di Augustina in Volver), e Diego (Tamar Novas), il figlio di lei. Entrambi assumono improvvisamente una funzione catartica, quanto annunciata, nella vita di Mateo Blanco alias Harry Caine. Judit ha conservato una copia delle scene del film girato da Mateo, sottraendola al materiale prima utilizzato per sabotare, poi distrutto dal fuoco. Diego, entrato in rapporto sempre più confidenziale con Mateo, scopre in un cassetto frammenti di foto strappate di Mateo con Lena. Così, il film potrà essere nuovamente montato e le fotografie della storia d’amore ricomposte, saldando l’esistenza di Mateo Blanco con quella di Harry Caine e dandole un senso che prima non aveva.

 Come in Volver (2006), dunque, famiglia e “fuoco purificatore” sembrano le uniche vie di salvezza, ma di Volver, il film non raggiunge il patos né l’abilità narrativa e stilistica e talora appare persino noioso. Resta la testimonianza della cifra artistica di Almodóvar, capace come sempre di “scherzare” col cinema e con la vita, al ritmo di una zambra andalusa: A ciegas, di Quintero, León e Quiroga del 1953, che alla fine del film riecheggia a lungo nel canto di Miguel Poveda:

 “Yo muchas noches sentía /Cercano ya el día /Tu pasos en la sala. /Gracias a Dios que has llegato/Que no te ha pasado/Ninguna cosa mala.
En tu manos un aroma/Que transminaba como el clavel,/Pero yo lo echaba a broma/Porque era esclava de tu querer./ « Que me he entretenido…/ Las cosas del juego » /Y yo te decía cerrando los ojos/Lo mismo que un ciego:
No tienes que darme cuentas/A ciegas yo te he creído, /Yo voy por el mundo a tientas/Desde que te he conocido. /Llevo una venda en los ojos/ Como pintan a la fe/ No hay dolor como esta gloria/De estar creyendo sin ver. /Mi corazón no me engaňa/Ya tu caritad se entrega/Duerme tranquillo sentraňa/Que te estoy quierendo a ciegas (…)


sergio magaldi

martedì 27 ottobre 2009

Woody Allen, Basta che funzioni (Whatever Works),2009

 

 Ad un anno di distanza da Vicky Cristina Barcelona, Woody Allen torna sugli schermi con la regia di Whatever Works (BASTA CHE FUNZIONI) ed è sempre un piacere per gli spettatori. Torna a New York, con una sceneggiatura vecchia di oltre 30 anni – così dichiara lui stesso – scritta per l’attore Zero Mostel (brillante interprete di The Front – IL PRESTANOME del ‘76), morto nel 1977. Occhio e croce, tuttavia, ritengo Larry David più adatto al ruolo di alter-ego di Woody Allen, di quanto sarebbe stato il pur bravo Zero Mostel. E ciò rivela ancora una volta l’abilità del regista nella scelta degli attori, giacché il film poggia, oltre che sul personaggio femminile di Melodie, quasi per intero sulla figura tragicomica di Boris Yellnikoff (perfetta sintesi di Woody Allen-Larry David campioni di umorismo yiddish), docente universitario a riposo riciclatosi come insegnante di scacchi che, con buona dose di cinismo mascherato d’ironia, giudica l’esistenza con lo stile del Woody Allen intellettuale di Manhattan (1979). Con la differenza che sono passati trent’anni e la vita dell’uomo nel pianeta appare al protagonista l’eterno scacco matto di “una specie fallita” ad opera di un Dio assente o al massimo “arredatore di interni”. Rispetto ad allora, c’è in meno forse la curiosità di vivere, ci sono in più le tematiche care al Woody Allen degli ultimi anni: il ruolo potente del fato, della fortuna e del caso.

 In tale contesto, la sceneggiatura sembra meno ispirarsi ad una storia pensata da oltre trent’anni e più vicina al filone inaugurato con Mighty Aphrodite (LA DEA DELL’AMORE del ’95), approfondito magistralmente dieci anni più tardi nei 124 minuti di Match Point, continuato, forse con minore efficacia, nelle tre successive pellicole: Scoop (2006), Vicky Cristina Barcelona (2008) e questo Whatever Works, accomunate tra loro dalla durata minima per un lungometraggio e soprattutto dall’esilità della trama. C’è tuttavia una differenza in Whatever Works rispetto ai due precedenti lavori. Non solo, infatti, si torna a New York, cioè ad un habitat che il regista ben conosce, si torna anche alla freschezza di Mighty Aphrodite e al teatro greco. I temi del destino, della fortuna, dell’amore e del caso vengono trasposti in una cornice che nulla lascia all’improvvisazione. Chi, vedendo la Melodie (Evan Rachel Wood) di Basta che funzioni non pensa subito alla Linda Hash in arte Judy Orgasm (Mira Sorvino) di La dea dell’amore, nella versione italiana l’una e l’altra doppiate con straordinaria efficacia dalla voce di Ilaria Stagni? Prostituta l’una (Judy), ingenua fanciulla del sud degli Stati Uniti l’altra (Melodie), entrambe accomunate da una visione semplice e innocente (nonostante tutto) del vivere e destinate a raccogliere il premio finale (o quasi) della fortuna e dell’amore, secondo un concetto caro all’ultimo Woody Allen: “Non sappiamo perché siamo al mondo e persino la nascita è legata al caso. Tutto ciò che può rendere più accettabile l’esistenza della persona è benvenuto. Basta che funzioni”.

 Nelle due pellicole, questa sorta di filosofia del carpe diem, segue uno schema quasi identico. Tutto si annuncia in un clima di tragedia greca per volgersi in commedia, quasi che un benevolo burattinaio, un occulto deus ex machina, a certe condizioni, s’incarichi di garantire alla “specie fallita” un minimo di felicità. E se nel film del ’95 il finale sembra più l’antefatto di una commedia di Plauto, allorché i due protagonisti s’incontrano dopo tanto tempo – ignaro Larry che la figlia di Linda è sua figlia, ignara Linda che il bambino allevato da Larry è il figlio che aveva abbandonato – in Basta che funzioni il finale è costellato di festose maschere plautine con Boris nel ruolo (così come fa per tutto il film) di colui che di tanto in tanto si separa dagli attori per intrattenersi col pubblico, con battute che a rifletterle appaiono scontate (come quella che Marx e Gesù hanno ragione in via di principio, ma anche il torto di trascurare che l’uomo, una sorta di vermetto nel migliore dei casi, non è buono…), ma che ad udirle, per l’efficacia e la semplicità con cui sono dette, arrivano allo spettatore come altrettante pillole di saggezza.

 Ed è proprio la seconda parte del nuovo film di Woody Allen, tutta intesa a preparare il finale, a zoppicare. Non solo per un calo di ritmo e di stile, ma anche e soprattutto per aver il regista attinto a piene mani dal bagaglio dell’ovvio e della post-modernità, quasi un tributo da pagare alla facile psicologia dei cosiddetti vermetti: il padre e la madre di Melodie che le diverse circostanze mutano da bigotti di provincia in spregiudicati e appagati fruitori della propria libertà, consentendo a Marietta (Patricia Clarckson) di mettere a nudo, per così dire, il proprio talento fotografico assaporando insieme le delizie di un ménage à trois, e al marito di scoprirsi felicemente gay. Melodie e Boris, dal canto loro, per gli intrighi di Marietta e il disegno improbabile della Fortuna e del Caso, tornano ad una normalità che li rende improvvisamente meno interessanti, ma con la possibilità, se tutto funziona, di percorrere un maggiore tratto di felicità.

 Film, comunque, da non perdere perché opera di uno, forse, degli ultimi grandi maestri del Cinema. 

sergio magaldi

giovedì 9 luglio 2009

IL POTERE AL FEMMINILE


Olimpia Maidalchini Pamphilj, una delle protagoniste del mio ultimo romanzo (Sergio Magaldi, LA TINOZZA DI RAME, EdiGiò, Pavia, 2009,pp.272,euro 18. Si può acquistare anche in rete su http://www.unilibro.it/ . Maggiori notizie sul libro si trovano nel precedente post di narrativa), governò Roma per 10 anni sostituendosi di fatto al cognato Innocenzo X. E' forse venuto il momento di rivalutare la figura di questa donna disprezzata dal popolo, che la chiamava Pimpaccia, e dalla Storia.
La vicenda di Olimpia si lega più in generale alla "questione femminile"apertasi in Europa con la crisi del modo di produzione feudale, allorché tra il XV e il XVIII secolo si assiste ad una serie interminabile di Querellas e Tertulias (Dispute e Chiacchiericci) cosiddette dalle spagnole Christine de Pisan e Teresa de Cartagena, vere e proprie pioniere di una "battaglia al femminile".
Tra il XVI e il XVII secolo, molte donne salgono sui troni europei, come regine o come reggenti di sovrani ancora fanciulli. E, se per un verso, col diffondersi dei valori dell'Umanesimo e della Riforma si viene sempre più accentuando negli strati più illuminati della società l'idea di un'educazione femminile per nulla diversificata da quella maschile; per altro verso resta del tutto estranea, non solo nell'Europa cattolica ma anche in quella protestante, la tesi di un potere esercitato dalle donne con pieno diritto. Persino un giusnaturalista come Jean Bodin (1529-1596) che si adopera per fare dello stato rinascimentale uno stato di diritto e per dare alla monarchia assoluta un fondamento giuridico, persino lui che nei Sei libri della Repubblica si batte contro ogni forma di machiavellismo e sostiene la necessità della tolleranza religiosa, quando si tratta di discutere sul "potere al femminile", diviene intransigente, sostenendo con forza che la ginocrazia -intesa come degenerazione del potere in quanto gestito dalle donne- è contraria alle leggi di natura.
Nel fatto, tuttavia, il potere femminile entra non di rado nella Storia, dando costantemente prove di sé non inferiori, se non addirittura superiori, a quelle offerte dal modello maschile, soprattutto se si tiene conto delle difficoltà oggettive che talora impediscono persino l'affermazione di un'identità femminile. Questo fu appunto il caso di Olimpia Maidalchini Pamphily. Il giudizio della critica mi è sempre apparso ingeneroso verso di lei, sia per le scelte della donna nel privato che per la sua conduzione del potere pubblico. Ma questa è storia del XVII secolo. La questione del potere al femminile può dirsi oggi completamente risolta? Che ne pensate?