mercoledì 27 marzo 2013

IL GIOCO DELLE TRE CARTE




 Bersani ha incontrato i rappresentanti del M5S. Lo ha fatto con dignità e semplicità. Il discorso per convincere i capogruppo grillini di Senato e Camera non ha evidenziato, come del resto era scontato, “proposte indecenti” per riceverne in cambio la fiducia ad un suo sempre più problematico governo, ma l’argomentare è sembrato nel complesso pensoso, pacato e senza anatemi. Forse un po’ ingenuo e antiquato nel riproporre il “doppio binario”, l’uno rivolto al M5S, per il governo, l’altro al PDL per le riforme costituzionali, o nel ribadire la scarsa volontà di privare i partiti del finanziamento pubblico -  questione vitale per mantenere i tanti funzionari del suo partito – allorché Bersani s’è detto disposto a “rivedere il finanziamento della politica”, aggiungendo vagamente minaccioso che contestualmente occorrerebbe occuparsi delle regole che disciplinano la vita democratica di un partito, con chiara allusione al M5S.

 Insomma niente di nuovo sotto il sole, neppure la proposta di discutere insieme per l’intera giornata, prima di recarsi al Quirinale, i 28 punti di riforma lanciati da entrambi [gli 8 del PD e i 20 del M5S]. Una sorta di gioco delle tre carte, con l’ipotesi di tre governi diversi: quello di Bersani, il governissimo e il governo del M5S. Semmai l’implicito riconoscimento da parte di Bersani che almeno due dei suoi vaghissimi 8 punti sono mero “flatus vocis”: il finanziamento della politica di cui si diceva sopra, che sia pure in forma diversa deve restare, con l’alibi ottocentesco che altrimenti la politica la fanno i ricchi, e nessuna restituzione o soppressione dell’IMU sulla prima casa degli italiani, ma solo una riforma alla Prodi che, non a caso, resta per il PD l’inquilino più gradito per il Quirinale. Comunque sia, almeno un discorso consapevole quello di Bersani e non come quello di Luigi Zanda, ieri sera a Ballarò. Già, perché l’ineffabile capogruppo del PD al Senato ha affermato che tutti i partiti dovrebbero essere lieti, senza nulla chiedere in cambio, di appoggiare “il governo delle meraviglie” che si accinge a fare il PD e  che, se non lo fanno, è perché mancano del senso di responsabilità. Un discorso senza capo né coda,  non si capisce se più ingenuo o più arrogante.

 Dal canto suo, il M5S ha ribadito, per bocca della Lombardi e di Crimi, quanto già si sapeva: nessuna fiducia ad un governo formato da PD o PDL, ma disponibilità a votarne le singole misure se saranno convincenti. Nessuna probabilità che si verifichi quanto è accaduto per l’elezione di Grasso alla presidenza del Senato: allora la decisione all’interno dei gruppi parlamentari, di continuare a votare scheda bianca, fu maggioritaria, questa volta la scelta di non votare la fiducia al governo è stata presa all’unanimità.

 Poco o nulla si ricava dunque dall’incontro. Eppure, riflettendo con maggiore attenzione si nota in generale un clima più disteso tra le parti, probabilmente dovuto alla diretta streaming. Si nota altresì come il M5S non solo risponda alle domande dei giornalisti in diretta, ma elabori, motivandola, una sua proposta per uscire dalla crisi: giocando per così dire alla Bersani, il movimento ribadisce la proposta già fatta a Napolitano di formare  in proprio un  governo che in Parlamento abbia la fiducia degli altri partiti. E la motivazione è semplice: PD e PDL per vent’anni hanno promesso riforme senza realizzarne neppure una, non sono dunque credibili. Si dia pertanto al Movimento Cinque Stelle l’opportunità di realizzarle e se oggi la volontà del cambiamento è reale, in uno o in tutti e due quei partiti, lo si veda alla prova dei fatti. Ragionamento ineccepibile, sul quale Napolitano e il PD dovrebbero riflettere. Proposta impresentabile, forse, ed è per questo che il M5S la fa. I grillini sanno benissimo, che quando Bersani assicura che non farà mai un governo col PDL, sta parlando a titolo personale e non a nome di tutto il partito. Hanno ragione di pensare che una soluzione “dalle larghe intese” prima o poi sarà trovata. Le manovre sono già in atto dietro le quinte. E se nel futuro il PDL dovesse ritirare la fiducia, a certe condizioni e in base ai provvedimenti già votati o da votare, il M5S potrebbe decidere di rientrare nel “grande gioco”.

sergio magaldi   

sabato 23 marzo 2013

A PROPOSITO DI CIO' CHE IL PD DOVREBBE ESSERE O NON ESSERE...FARE E NON FARE...




 Le cittadine e i cittadini di Democrazia Radical Popolare pubblicavano ieri sul loro sito il mio post  del 21 Marzo con questo breve commento:

“Per la raffinatezza e l’interesse dei ragionamenti proposti, proponiamo la lettura di
anche se non condividiamo alcune analisi e giudizi di Sergio Magaldi, specie a proposito di cosa dovrebbero fare o non fare (e per quali ragioni) il Partito Democratico e Pierluigi Bersani.
Anzi, in proposito ribadiamo le valutazioni espresse in

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)
[ Articolo del 17-22 marzo 2013 ]”

 Nel ringraziarli per l’apprezzamento circa “la raffinatezza e l’interesse dei ragionamenti”, devo osservare che io non ho inteso “suggerire” né al PD né tantomeno a Bersani cosa dovessero fare, mi pare piuttosto che lo facciano loro di DRP… e non che non sia d’accordo nel merito, perché aver accettato solo un mandato esplorativo toglie molte possibilità a Bersani di gestire in proprio la crisi e, contestualmente, almeno sotto il profilo della coerenza, sono convinto anch’io che il PD avrebbe dovuto esigere la nomina di Bersani o pronunciarsi per “il ritorno alle urne in tempi rapidissimi”. Restando tuttavia irrisolto il problema della legge elettorale. Perché andare a votare ancora con il “porcellum” non risolverebbe probabilmente la questione della governabilità e susciterebbe l’ilarità del mondo intero.

 Se non ho dato gli stessi “consigli” di DRP è unicamente perché avevo presente che il PD è un partito assai composito, formato di “amici” e “compagni”, tra loro divisi trasversalmente in correnti e sottocorrenti e che il presidente Napolitano, in virtù della scrupolosa osservanza delle norme costituzionali che da sempre ne caratterizza l’azione, mai avrebbe dato a Bersani un mandato pieno, mancando di fatto una maggioranza precostituita. Senza contare che, in una simile congiuntura, come una parte sempre crescente in questi giorni di coloro che militano nel suo partito di provenienza, egli vede di buon occhio un governo di “larghe intese” che, affrontando i problemi più immediati del Paese,  approvi una nuova legge elettorale e indìca nuove elezioni nell’arco di un paio d’anni. Prospettiva che giustamente i “giovani turchi” ritengono dannosa perché svuoterebbe ancora l’elettorato del PD a vantaggio del M5S, ma che nei disegni di altri, nel PD, trova consensi e rappresenterebbe persino una strategia vincente: con l’adozione di provvedimenti importanti [?!] e soprattutto con l’introduzione di una legge elettorale che ripristini il voto di preferenza e istituisca magari il doppio turno, si spunterebbero le armi del M5S, riducendo di molto la sua consistenza parlamentare.

 Proprio ad evitare sia le elezioni a breve tempo, che a mio giudizio e come ho scritto nel post in questione, favorirebbero il centro-destra, sia il governo delle “larghe intese” ma del “nessun cambiamento”, auspicavo, non da parte di Bersani o del PD, ma direttamente dal capo dello stato, l’emergenza di un governo che, nello spirito adottato nel dopo-voto dalla coalizione “Italia, bene comune”, rappresentasse l’occasione storica di un reale mutamento della politica italiana.

sergio magaldi    

giovedì 21 marzo 2013

NAPOLITANO E LA REGIA NELLA COMMEDIA DELL'ARTE





 Pensavo che il regista nella commedia dell’arte della politica italiana contasse poco, che si limitasse a prendere atto delle battute improvvisate degli attori e soprattutto, dei suggerimenti dei grandi capo-comici tedeschi, travestiti da europei. E invece non è stato così. Spogliatosi dei panni di Grande Notaio della Repubblica Italiana e di Fiduciario dell’Eurogermania - con i quali aveva imposto agli smarriti interpreti italioti,il super-canovaccio della maschera filoteutonica di Rigor Montis - il regista naturale della commedia all’italiana, con tre significativi gesti, sembra aver ripreso saldamente in mano la direzione dello spettacolo.

 Il primo gesto è stato “il gran rifiuto” ad incontrare il leader socialdemocratico tedesco che aveva offeso gli italiani per le loro scelte elettorali. Il secondo, quello di ribadire la separatezza del potere giudiziario dal potere legislativo ed esecutivo, ma anche il fondamentale assunto che l’investimento popolare non rappresenta in nessun caso un salvacondotto per operare extra legem o peggio ancora contra legem. Recita in proposito, tra l’altro, il comunicato del presidente Napolitano:

“[…] ho indicato nel "più severo controllo di legalità un imperativo assoluto per la salute della Repubblica" da cui nessuno può considerarsi esonerato in virtù dell'investitura popolare ricevuta.

Con eguale fermezza ho sollecitato il rispetto di rigorose norme di comportamento da parte di "quanti sono chiamati a indagare e giudicare", guardandosi dall'attribuirsi missioni improprie e osservando scrupolosamente i principi del "giusto processo" sanciti fin dal 1999 nell'art. 111 della Costituzione con particolare attenzione per le garanzie da riconoscere alla difesa”.


 Con altrettanta fermezza e abilità dialettica, il capo dello stato respinge come “inammissibile” il sospetto che si voglia far fuori “per via giudiziaria” il leader di un partito politico di rilevanza nazionale:

 “[…]E' comprensibile la preoccupazione dello schieramento che è risultato secondo, a breve distanza dal primo, nelle elezioni del 24 febbraio, di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile. Non è da prendersi nemmeno in considerazione l'aberrante ipotesi di manovre tendenti a mettere fuori giuoco - "per via giudiziaria" come con inammissibile sospetto si tende ad affermare - uno dei protagonisti del confronto democratico e parlamentare nazionale”.

 La sostanziale proposta che in questa delicata fase della vita politica e per circa un mese i tamburi della magistratura si facciano più silenziosi nei confronti del Cavaliere non è solo una pretesa istituzionale e giuridica. Prescindendo dal fatto che i tribunali hanno il sacrosanto diritto-dovere di pronunciarsi, in tempi ragionevoli, circa l’innocenza o la colpevolezza di qualsiasi imputato, resta la non indifferente questione di dover avviare le complesse procedure per la formazione di un governo, nello momento stesso in cui il leader del PDL fosse condannato o addirittura arrestato.

 I tanti critici del comunicato di Napolitano dovrebbero riflettere che una simile eventualità - come pure quella che il nuovo Parlamento si pronunci sull’ineleggibilità di Berlusconi sulla base di una norma del 1957 [!] - nell’ipotesi sempre più accredidata di nuove elezioni a breve termine, finirebbe con molta probabilità per assegnare la vittoria al centro-destra. E allora? Ha ragione chi osserva che, in tale prospettiva, il cavaliere finisca sempre col sottrarsi al giudizio: quando è al governo, in campagna elettorale e anche  dopo? Sì e no. Sì, perché nei fatti la complessa questione sembra avvitarsi su se stessa e trascinarsi per le lunghe. No, perché nel frattempo sono arrivate alcune sentenze anche se non definitive e soprattutto perché è ormai certo che l’ossessione che perdura in molti nei confronti di Berlusconi non fa che aumentarne il potere!

 Il terzo gesto significativo di Napolitano, forse il più convincente per l’opinione pubblica, è stato quello di aver bloccato le ambizioni di chi, “per non marcire”, aveva chiesto di fare il presidente del Senato.

 Monti si era presentato come un Cincinnato, ma si era subito capito che non lo era, pretendendo l’elezione a senatore a vita per presiedere un governo filotedesco di supertecnici che avrebbe salvato l’Italia e che invece l’ha sospinta sempre più sull’orlo del baratro. Di più lo si è capito quando, in luogo di tornare ad arare il proprio campicello e magari la vigna tedesca, Monti s’è presentato agli elettori come se nulla fosse, chiamandosi fuori dalle tante responsabilità: per non aver fatto nessuna della riforme annunciate, aumentato recessione e disoccupazione e potendo rivendicare soltanto, grazie al sacrificio dei soliti noti, l’abbassamento dello spread. Merito quest’ultimo non trascurabile, certamente, ma più di Draghi che suo e gli elettori l’hanno capito con il modesto consenso con cui l’hanno congedato forse definitivamente dalla vita politica. Per rientrare nel “grande gioco”, se Napolitano non l’avesse fermato, non avrebbe esitato a mollare la presidenza del consiglio dei ministri di un governo che non ha i pieni poteri ma che ha ancora il dovere di svolgere una funzione importante in Italia e in Europa.

 Forse ha ragione lui: nel nostro Paese, Monti non sa più che fare dopo aver “spremuto” tutto quello che c’era da spremere dai lavoratori e dalla borghesia piccola e media, e in Europa sembra finita per lui l’epoca in cui la Merkel lo prendeva a braccetto, mentre ora lo saluta appena per lasciarselo frettolosamente alle spalle… O forse ha ragione Tremonti [sì, proprio quello che s’era fatto garante della solidità delle nostre banche!] nel definirlo, magari pensando a se stesso, “un bicchiere di talento in un oceano di presunzione”. Comunque sia, Monti prenda spunto da Napolitano che rifiuta una rielezione certa, magari persino sbagliando in un momento come questo, non per l’età avanzata o perché la Costituzione lo vieti, ma semplicemente per evitare il precedente pericoloso di un settennato che si trasformi in quattordici anni di potere ininterrotto.

 Resta da dire qualcosa sui protagonisti della commedia all’italiana. Bersani e i suoi sostenitori del Partito Democratico sembrano intenzionati ad andare avanti, in parte sperando che si ripeta la scena che ha consentito l’elezione di Grasso alla presidenza del Senato, in parte auspicando che Napolitano conferisca comunque al leader del PD la nomina per formare un governo e non un pre-incarico o peggio ancora un mandato esplorativo. E si capisce perché: Bersani resterebbe in carica durante la successiva campagna elettorale imputando al Movimento Cinque Stelle la mancata realizzazione dell’ormai famoso programma degli 8 punti, con l’evidente calcolo di recuperare il voto di quanti, più o meno provvisoriamente, hanno voltato le spalle al PD per scegliere il M5S. Calcolo errato a mio giudizio, ancorché di parte e poco preoccupato delle sorti del Paese. Infatti, se è probabile che, in mancanza di un governo che ottenga la fiducia alle Camere, il M5S veda calare i propri consensi, è più probabile che questo avvenga da destra [vedi i tanti piccoli imprenditori del nord-est che nelle recenti elezioni hanno mollato Lega e PD con la elle], mentre da sinistra potrebbe addirittura vederli crescere, considerando la differenza qualitativa che intercorre tra gli 8 Punti  generici e timidi di Bersani e i 20 Punti chiari e determinati di Beppe Grillo e anche in virtù dell’uscita recente del movimento circa la necessità di rivalutare Marx.

 In una prospettiva del genere, la vittoria andrebbe quasi sicuramente a Berlusconi che, anche con questa legge elettorale potrebbe raggiungere la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, con o senza l’aiuto dei centristi, molti dei quali, sempre più spaventati dai grillini, già in sede elettorale lascerebbero Monti per votare PDL. Tanto varrebbe allora per Bersani e i suoi appoggiare il governo del M5S proposto al capo dello stato dalla delegazione del movimento. Cosa impensabile persino per i “giovani turchi”, perché farebbe cadere il disegno di recuperare consensi riprendendoli al M5S e porterebbe a spaccare un partito a malapena incollato tra amici e compagni.

 La strategia di Berlusconi è altrettanto chiara: solo il “governissimo” con il PD lo salverebbe dall’estromissione dalla vita politica offrendogli, almeno per ora, un efficace salvacondotto, oppure elezioni a Giugno o al più tardi ad Ottobre prima che il tribunale si pronunci definitivamente [sentenza prevista per la fine dell’anno] sul primo dei  tanti processi contro di lui. E se il PD ha in mente di recuperare parte del proprio elettorato “ prestato” al M5S, sventolando in campagna elettorale le responsabilità di un movimento che vuole uscire dall’euro [ma è davvero così? O non chiede più semplicemente ai cittadini di pronunciarsi in merito?] e che non ha voluto sostenere gli 8 punti, panacea di tutti i mali della politica italiana e delle sue trasversali ruberie, il partito di Berlusconi e dei superstiti della Lega potrà sempre rimproverare al PD di aver fatto fallire la possibilità di dare un governo all’Italia, suscitando nel Paese l’immagine, neppure nuova, di una sinistra impotente e prigioniera dell’estremismo anti-sistema. Con la prospettiva del risultato di cui si diceva sopra: recupero di parte di quei 6 milioni di voti che forse fisiologicamente gli appartengono, provenienti dagli astenuti, dai grillini di destra e da centristi pentiti e spaventati.

 Mutatis mutandis, il calcolo del PD con la elle somiglia tanto a quello del PD senza elle. Dietro la comune facciata del bene dell’Italia, mascherano l’interesse di fazione e/o l’interesse personale. In tale prospettiva si può dar torto al Movimento Cinque stelle che non vuole saperne di allearsi con nessuno dei due? Non con il PD che lo vuole a sostegno del governo unicamente per “vampirizzarlo”, non con il PDL , con il quale paradossalmente, sulla carta e per il momento, ha almeno più punti [5] in comune [abolizione dell’IMU, soppressione del finanziamento della politica, dimezzamento dello stipendio dei parlamentari, soccorso della piccola e media industria e scetticismo sull’euro], di quanti ne abbia con il PD, ma dal quale è distante anni luce per visione della società, per la faccia impresentabile del leader e di gran parte dei dei suoi dirigenti, per la vocazione camaleontica che da sempre condiziona le scelte del PDL in funzione del potere.

 Con questi attori, ai quali si affiancherà presto un nuovo regista [per questo ruolo si continua a parlare dei Prodi, degli Amato, persino dei Pisanu e dei Letta: è davvero incredibile!], c’è da pensare che la commedia dell’arte della politica italiana si trasformi ben presto in farsa preludendo alla tragedia. A meno che, il regista ancora in carica non compia un quarto significativo gesto: dettare un nuovo canovaccio affidandolo ad interpreti d’eccezione. Per uscire di metafora, un governo delle personalità [ma per carità non si facciano i nomi già apparsi nei giorni scorsi sulla carta stampata!], competenti o addirittura illustri nel proprio campo e che, senza essere tecnocrati o politici di mestiere, siano capaci innanzi tutto di trovare un minimo comune denominatore tra i punti indicati dai partiti e in un secondo momento tentino addirittura la strada delle grandi riforme di cui in Italia si continua inutilmente a parlare almeno dalla caduta del fascismo.   


sergio magaldi

venerdì 1 marzo 2013

BERSANI OVVERO L'ACCHIAPPAGRILLI CON VECCHIA RETE DA PESCA...




 Primo, ma non vincitore delle elezioni, per sua stessa ammissione, Bersani lancia la proposta per la governabilità del Paese. Purtroppo, lo fa con la tracotanza che ricorda quella dei vecchi capi democristiani. Nella sostanza, il leader della coalizione di centro-sinistra dichiara di non voler fare né tavoli né accordi con le altre forze politiche presenti in Parlamento, non con il PDL, escludendo esplicitamente il cosiddetto governissimo, e neppure con il Movimento di Beppe Grillo, al quale lancia però un monito e un velato appello, invitandolo alla responsabilità e sollecitandolo con un programma essenziale dai titoli generici che, per indeterminazione e assenza di contenuti, può essere condiviso da chiunque. Dice in proposito e con tono seccato il presidente del consiglio in pectore:

 “Quindi per quello che ci toccherà, la nostra ispirazione non ci porterà a proporre alleanze e diplomazie con questo o con quello. Noi proporremo alcuni punti fondamentali di cambiamento e cioé un programma essenziale da rivolgere al Parlamento su riforma delle istituzioni, riforma della politica a partire dai costi e una nuova legge sui partiti, moralità pubblica e privata, difesa dei ceti più esposti alla crisi.”

 La strategia del PD è se non altro chiara e strumentale e sembra accomunare i dirigenti della vecchia nomenclatura di scuola PCI-DC: presentarsi in Senato, avendo già intascato la fiducia alla Camera, con un governo monocolore, magari ravvivato dei tanti ex-salvatori della patria o cosiddetti esperti, sempre utili in circostanze simili, e con un programma-indice che, strizzando l’occhio al Movimento 5 Stelle, sia condivisile, per la sua indeterminazione, anche ai volonterosi di altre parti politiche. Se un tale governo non dovesse ottenere la fiducia, la responsabilità ricadrebbe sugli altri e si andrebbe a nuove elezioni con la certezza [l’ennesima!] che questa volta l’elettorato, anche in virtù di un appello lanciato in prossimità della nuova tornata elettorale, punirebbe i partiti dell’ingovernabilità, dando finalmente alla coalizione di centro-sinistra, con o senza l’appoggio di Monti, l’auspicata maggioranza.

 Una strategia che tiene conto dell’impraticabilità di un governo PD-PD con la L [secondo la nota distinzione che Beppe Grillo fa tra centro-sinistra e centro-destra], anche solo per le cosiddete riforme istituzionali,  per un’intesa dalla quale sarebbe escluso Monti, rigettato da Berlusconi e che, a sua volta, ha fatto sapere di non essere disponibile ad un accordo con il cavaliere. Un governo che sarebbe comunque un ponte teso verso nuove elezioni, nelle quali il Movimento 5 Stelle potrebbe addirittura vedere accrescere le proprie forze.

 Eppure, c’è nel PD chi propone un vero e proprio patto di mezza o piena legislatura con il PDL. Per fare che? E senza neppure la mediazione di Monti? Si è già visto cosa ha portato in un anno e mezzo: lacrime, sangue, oltre dieci milioni di voti persi da entrambi i partiti e neppure una nuova legge elettorale!

 Una strategia schizofrenica quella proposta da Bersani e dalla dirigenza del Partito Democratico. In toni arroganti, ci si limita a far sapere ai grillini che, per il loro bene e per il bene dei loro figli, dovrebbero dare la fiducia al nuovo governo [magari in cambio della dolorosa concessione della presidenza della Camera, e con Massimo D’Alema che, in un eccesso di ecumenismo, teso più che altro a dimostrare l’intercambiabilità degli alleati, in stile vecchia DC, arriva addirittura ad offrire a M5S e PDL la presidenza dei due rami del Parlamento] per una politica che non si sa ancora bene in cosa consista, ancorché contenga le solite generiche e velleitarie dichiarazioni di principio della vecchia politica e persino una perla che tradisce un lapsus, con la moralità privata invocata in forza di legge, che rievoca gli antichi scenari del Savonarola.

 Si aspettava Bersani, una risposta diversa da quella che Beppe Grillo gli ha dato?

 Il leader del Movimento5 Stelle, ricorda innanzi tutto le espressioni utilizzate sin qui da Bersani nei confronti suoi e dei grillini:

Fascisti del web, venite qui a dirci zombie"
"Con Grillo finiamo come in Grecia"
"Lenin a Grillo gli fa un baffo"
"Sei un autocrate da strapazzo"
"Grillo porta gente fuori dalla democrazia"
"Grillo porta al disastro"
"Grillo vuol governare sulle macerie"
"Grillo prende in giro la gente"
"Nei 5 Stelle poca democrazia
"Grillo fa promesse come Berlusconi"
"Grillo dice cose sconosciute a tutte le democrazie"
"Grillo? Può portarci fuori da Europa"
Basta con l’uomo solo al comando, guardiamoci ad altezza occhi, la Rete non basta"
"Se vince Grillo il Paese sarà nei guai"
"Siamo di gran lunga il primo partito e questo vuol dire che siamo compresi. Perché a differenza di quello lì che urla, noi ci guardiamo in faccia, noi facciamo le primarie, stiamo tra la gente"
"Indecente, maschilista come Berlusconi"
"Da Grillo populismo che può diventare pericoloso"

 Poi, Grillo, rispedendo al mittente la “generosa” offerta di Bersani di rendersi disponibile ad accettare il voto di fiducia dei grillini, precisa:

 “M5S non darà alcun voto di fiducia al Pd (nè ad altri). Voterà in aula le leggi che rispecchiano il suo programma chiunque sia a proporle. Se Bersani vorrà proporre l'abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni lo voteremo di slancio (il M5S ha rinunciato ai 100 milioni di euro che gli spettano), se metterà in calendario il reddito di cittadinanza lo voteremo con passione”.

 Occorre altro. Centro-sinistra e Movimento 5 Stelle hanno avuto quasi 19 milioni di voti sui circa 34 milioni di voti espressi e il M5S è alla Camera il primo partito italiano. In una democrazia autentica si aprirebbe tra queste forze un confronto alla luce del sole per formare un governo. Se questo non avviene è perché tra PD e M5S corre una distanza misurabile in anni luce o perché in Italia non c’è vera democrazia. Gli italiani non hanno votato male, né tutte le colpe si possono scaricare sul Porcellum. Con il sistema proporzionale e senza il famigerato premio di maggioranza che assegna circa 200 deputati [su un totale di 630] alla coalizione che abbia ottenuto almeno un voto in più dei suoi avversari, la situazione sarebbe anche peggiore, con la necessità di un’intesa tra partiti non solo al Senato ma anche alla Camera. Se il PD vuole davvero evitare il ritorno della grande coalizione che lo ha reso per oltre un anno speculare al PDL e non vuole che il Paese vada di nuovo alle urne, ha l’obbligo di ascoltare il Movimento 5 Stelle in luogo di lanciare l’Opa per il governo. Invece, nessuna diplomazia e nessuna trattativa, ha sottolineato Bersani con nervosismo e compiacimento, ma solo un prendere o lasciare che più che la fermezza dei forti denuncia l’arroganza dei deboli.

 Ciò premesso, anche per Beppe Grillo si pone un problema effettivo. A prescindere dagli insulti, peraltro sempre ricambiati, e dalle “proposte indecenti” di Bersani. I circa 170 parlamentari grillini eletti con quasi 9 milioni di voti potrebbero non trovarsi mai nella condizione di votare una legge che li appassiona, per il semplice motivo che senza la fiducia al governo nessuna legge sarà mai proposta in aula. A tale proposito, corre in rete la petizione di Viola [per sottoscriverla è sufficiente entrare nel sito www.change.org], una giovane elettrice del M5S, che ha già raccolto in un solo giorno più di centomila firme e che  chiede a Beppe Grillo e a tutti i parlamentari di M5S di “non perdere questa occasione storica”. Gli fanno eco altri guppi, come “Elettori di Movimento 5 Stelle indignati” e quello che fa riferimento a Jacopo Fo, figlio di Dario, con il lancio su Facebook di “10 riforme subito: vogliamo l’accordo tra Italia Bene Comune e Cinque Stelle”. Un programma neppure tanto rivoluzionario e che almeno per 8/10 potrebbe essere accettato dal PD, se si escludono, forse, il reddito di cittadinanza e l’accesso gratuito alla rete, per i problemi di natura economica e privatistica che in questo momento di crisi economica comporterebbero. Questi tutti i punti per votare la fiducia al governo:

1. Una nuova legge elettorale;
2. Una legge contro la precarietà e l’istituzione del reddito di cittadinanza;
3. La riforma del Parlamento, l’eliminazione dei loro privilegi [sic], l’ineleggibilità dei condannati;
4. La cancellazione dei rimborsi elettorali;
5. L’abolizione della legge Gasparri e una norma sul conflitto d’interessi;
6. Una legge anticorruzione che colpisca anche il voto di scambio; e l’istituzione di uno strumento di controllo sulla ricchezza dei rappresentanti del popolo (il “politometro”);
7. Il ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola;
8. L’istituzione del referendum propositivo senza quorum;
9.  L’accesso gratuito alla Rete;
10. La non pignorabilità della prima casa.

 Siano queste od altre le proposte del M5S, appare comunque evidente, con il passare delle ore, la necessità di non “sprecare l’occasione” che, come dicevo già nel post di Martedì, si presenta non solo per il neonato, sotto il profilo istituzionale, Movimento 5 Stelle, ma soprattutto per PD-SEL  e la memoria storica di molti dei suoi militanti.

 Sarà difficile, perché dalla Germania, ambasciatore il presidente Napolitano [encomiabile per non aver voluto incontrare il leader socialdemocratico che ha offeso gli italiani], arrivano venti contrari. Ora si teme il “caso Italia”, più che per lo spread che riprende a salire, per “il movimento degli indignati” che, entrando al governo in Italia, potrebbe “infettare” il “ventre molle” di quell’Europa che tenta ancora di opporsi all’egemonia tedesca e al Potere Finanziario che se ne serve.

sergio magaldi

      

martedì 26 febbraio 2013

LA GRANDE OPPORTUNITA' ALL'INDOMANI DEL VOTO






 La quasi totalità dei media, nazionali e internazionali, parla questa mattina di una sostanziale ingovernabilità del Paese, dopo il risultato elettorale che assegna alla Camera la vittoria  alla coalizione di centro-sinistra, per una manciata di voti  presa in più degli avversari di centro-destra, e grazie ad i meccanismi di una legge elettorale più iniqua, sotto il profilo democratico, persino della legge Acerbo voluta dai fascisti nel 1923 e della cosiddetta “Legge truffa” approvata dai democristiani trent’anni dopo. Com’è noto, tuttavia, la netta maggioranza, comunque conseguita alla Camera, non basta per governare al Senato, dove la coalizione PD-SEL può fare maggioranza  solo alleandosi contemporaneamente con il Centro di Monti e  con il  Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo o anche soltanto con quest’ultimo.

  Non mancano i soli “epimeteici” commenti, quelli del “senno di poi”, per ciò che il PD avrebbe dovuto fare e non ha fatto quando godeva di un vantaggio che tutti i sondaggi davano ben oltre il 10% sui diretti avversari del PDL e della Lega. Primo fra tutti, quello di non essere andati subito al voto dopo la caduta del governo Berlusconi: se il PD, grazie all’intermediazione del presidente Napolitano, non avesse approvato le misure impopolari volute dal governo dei tecnici su commissione dell’Eurogermania e avesse dato immediatamente la parola agli elettori, in quel momento avrebbe sicuramente stravinto. Molti di quelli che oggi sostengono questa tesi, parlarono allora di “scelta responsabile” del PD. Un altro commento tardivo, che pure sembra godere di molta fortuna in questo momento, è quello di non aver scelto Renzi come candidato da opporre al centro-destra. In tal caso, si dice che Berlusconi non sarebbe sceso in campo [ne siamo proprio sicuri?] e che la vittoria sarebbe stata a portata di mano del centro-sinistra. Può darsi, ma ho più di un dubbio in proposito e ho l’impressione che a quel punto una parte dell’elettorato di sinistra si sarebbe orientato su Rivoluzione Civile di Ingroia… Comunque sia, non ha molto senso parlarne ora. Un terzo commento, infine, che avevo anticipato ampiamente nei miei post, ma che soltanto ora ascolto dai soliti ineffabili rappresentanti del cosiddetto Quarto potere italiano, riguarda la campagna elettorale di basso profilo voluta dal PD, con un segretario-candidato che compariva in Tv e nei teatri bofonchiando con aria annoiata e proclamandosi certo della vittoria, per dire soltanto che la sua coalizione avrebbe smacchiato il giaguario, combattuto l’evasione fiscale abolendo la circolazione del denaro contante, riformato l’IMU col renderlo un’imposta progressiva, peggiorando persino le misure del governo Prodi, introdotto una patrimoniale sui beni immobili di valore superiore al milione di euro, l’equivalente del costo di una sola casa di media grandezza in una grande città… Dunque una nuova tassa sulle abitazioni degli italiani!

 La scelta del PD di non andare al voto e di appoggiare “responsabilmente” il governo Monti poteva in quel momento anche rivelarsi saggia sotto il profilo dell’interesse nazionale, se effettivamente fosse stata “responsabile”, se cioè il Partito Democratico non avesse calvalcato insieme al tecnocrate filotedesco la tigre della ripresa finanziaria del Paese, divorando nel contempo le già malridotte risorse dei cittadini e dei piccoli e medi imprenditori, aumentando la disoccupazione e favorendo la recessione. In diversi post di allora mettevo in evidenza che questa politica di mera sudditanza ai Poteri Forti da una parte, alla classe politica e ai ceti privilegiati dall’altra [Che ne è stato della riduzione dei costi della politica, dell’abolizione delle Province, di un’autentica riforma delle Corporazioni, dell’IMU da far pagare alla Chiesa e così via dicendo?], avrebbe finito col  pagarla per primo il PD. Eppure la coalizione di centro-sinistra continuava a sentirsi sicura della vittoria, anche in forza dei sondaggi che la davano in testa con un buon margine di vantaggio sui diretti avversari. Errori di prospettiva, incapacità di comprendere il malessere che montava tra i cittadini o mera volontà di gestire il quotidiano? Forse tutte e tre le cose.

 Per quanto paradossale possa sembrare, il voto che complessivamente esce dalle urne mostra una maturità politica degli italiani ben superiore a quella dei suoi rappresentanti politici. Il ceto medio-alto, nel quale si annovera la fitta schiera degli evasori fiscali [quelli veri] non poteva non riprendersi il “suo” Berlusconi, come pure una buona fetta della piccola borghesia e dei ceti popolari, stregati ancora una volta dalle tante promesse mai mantenute dal Cavaliere e dal suo indubbio carisma. Un’esigua parte interclassista della società, guidata da  vip timorati di Dio e  nostalgici delle antiche maggioranze cattoliche, sceglie il rassicurante e ideologicamente eclettico Monti, benedetto da Casini. Si può dar loro torto, considerando le ataviche preoccupazioni che una parte del PD suscita ancora nelle loro menti devote? Se, tuttavia, non se la sono sentita di correre tra le braccia del Cavaliere, giudicato un peccatore impenitente? Infine, un italiano su quattro [con oltre il 25% dei consensi  il M5S è alla Camera il primo partito italiano] sceglie il movimento di Beppe Grillo, come unica vera e nuova proposta rispetto a quelle degli altri partiti, alle quali non si crede più o che vere proposte non sono mai state. Non un semplice voto di protesta come ci si affretta a concludere, ma una sentenza sul presente e sul passato e una speranza per il futuro.



 In questo quadro, solo sinteticamente rappresentato, un’opportunità straordinaria esce dalle urne per la coalizione di centro-sinistra, se il suo intento non era solo quello, peraltro non riuscito, di smacchiare il giaguario. Concordi il PD, visto che finalmente ha l’occasione storica per farlo, alcune misure da poter condividere con il Movimento 5 Stelle: non il salario di cittadinanza che per ora costerebbe troppo, ma concrete misure per la ripresa dell’occupazione e per impedire la chiusura delle piccole imprese, non l’uscita dall’Europa ma il fermo proposito di battersi per un’Europa diversa, non l’elezione al Quirinale dei Monti, dei Prodi, degli Amato ma finalmente di una donna che non venga né dagli apparati di partito né dalla tecnocrazia [e non sia la Borletti Buitoni celebrata da Crozza], non una difesa di questa legge elettorale che gli assegna alla Camera una maggioranza bulgara, ma norme di autentico rispetto della democrazia rappresentativa, non parole generiche per i giovani che entrano nel mondo del lavoro, ma misure immediate ed efficaci, non la conservazione di privilegi corporativi, ma il tetto di stipendi pensioni e liquidazioni plurimilionarie dei dirigenti pubblici e privati e il dimezzamento, non dei parlamentari, ma dei loro stipendi, non la lotta all’evasione fiscale, ritirando il denaro contante in circolazione, ma con il controllo incrociato di fatture che il consumatore possa detrarre dalle tasse… Ce n’è per un programma di legislatura. Ma l’incredibile opportunità non riguarda solo il PD. Se il volto raccolto dal M5S non è, come penso, un mero voto di protesta, anche al movimento di Beppe Grillo si offre la possibilità straordinaria di incidere davvero sul tessuto vivo della società italiana, di renderla finalmente più equa e più onesta, facendo in modo che un sogno si tramuti in realtà.



sergio magaldi  

venerdì 22 febbraio 2013

LA VIGILIA ELETTORALE TRA LAZZI SBADIGLI E PAURA DEI GRILLI




 Il Festival della Politica è ormai prossimo a chiudere la sua prima fase, mentre la seconda si riaprirà con la conta dei voti. Dopo una settimana di pausa della campagna elettorale televisiva – causata dalle dimissioni del Papa, che hanno generato una serie infinita di servizi e documentari sonnolenti, e dalla celebrazione di un altro Festival che, tra canzone vincitrice  e cartelli parlanti, ha avuto il merito di portare all’attenzione del pubblico il problema dei gay che si vogliono maritare – sono infine tornate le lunghe maratone di Vespa a “Porta a Porta” con la faccia dei tre maggiori protagonisti in competizione: Bersani, Berlusconi e Monti, naturalmente ciascuno per conto proprio, perché di confronti tra candidati, manco a parlarne…

 In particolare, solo a tarda notte s’è concluso ieri lo show del presidente del consiglio in carica. Nulla di nuovo sotto il sole, se non l’ammissione da parte dell’ineffabile presidente di essere stato chiamato per risanare la finanza pubblica [leggi: dare soldi alle banche, togliendoli a chi ne ha di meno], aggravando contestualmente e consapevolmente la crisi di produttività del Paese e il malessere economico e sociale della maggioranza degli italiani. Poco altro è emerso dal linguaggio, come al solito tra il robotico e il notarile, dell’illustre professore della Bocconi nonché senatore a vita per meriti patriottici [?!]. E in quel poco, la ferma volontà di proseguire nell’attività riformatrice che tanto beneficio ha già recato al popolo italiano: l’ ideale –  sono parole sue – è un governo di cui egli sia la guida e il faro centrale, appoggiato a sinistra da un PD che abbia tagliato con l’eversione interna ed esterna affidandosi ad un segretario come Enrico Letta, e a destra da un PDL a guida Angiolino Alfano e capace di relegare Berlusconi se non nelle cantine del Palazzo, almeno in un attico sopra le nuvole. Il tutto suggellato dalla conferma al Quirinale di un uomo con cui egli s’intende a meraviglia, perché tra moniti e precisazioni notarili si esprime in un linguaggio simile al suo. Ma quest’ultimo desiderio sarebbe la ciliegina sulla torta e immagino che Monti si accontenterebbe anche solo della torta.

 Uno scenario meno irreale di quanto sembri, nell’ipotesi formulata dallo stesso Monti di una contemporanea impossibilità di PD e PDL di poter disporre di una maggioranza in Senato. In tale prospettiva, m’è sembrato [a giudicare da talune osservazioni dei giornalisti presenti, forse non è sembrato solo a me] che egli strizzasse addirittura l’occhio ai grillini: “Le sole proposte politiche nuove per gli italiani sono la mia formazione e quella di Beppe Grillo”, ha sostenuto candidamente il presidente in carica, lasciando intendere che le premesse che possono trasformare in realtà il suo futuro ideale di governo sono tutte nella quantità di voti che il Movimento 5 Stelle riuscirà a strappare a PD e PDL, impedendo ad entrambi i partiti di raggiungere la maggioranza in almeno uno dei due rami del Parlamento.

 Il resto della nottata politica televisiva è trascorso nella noia e tra gli sbadigli probabili dei telespettatori, nonostante il tentativo di rianimarne lo spirito con l’omaggio di Monti alle graziose [si fa per dire] e brave ministre del suo governo, con la prospettiva di ritrovare tra i suoi futuri ministri l’imperdibile Ilaria Borletti Buitoni di Crozza memoria, con i loden, con l’icona a mezzo busto di Buffon, portiere esimio della Juventus e della nazionale di calcio, venuto a portargli qualche manciata di voti dal mondo del pallone, con un discorso celebrativo da accapponare la pelle per chiunque sia dotato di un minimo senso di buon gusto.

 Non che le precedenti notti della campagna elettorale consumata in TV siano state più allegre. Con il solito “bofonchiare” di Bersani, per dirla alla Travaglio, e le “trovate” di Berlusconi che, se sulle prime divertono, alla fine ti lasciano una grande spossatezza. Ma, almeno, con lui, tra uno sbadiglio e l’altro si riesce anche a sorridere.

 Con un giaccone d’impeccabile fattura, un blu dalle gradazioni tra il dodger e il fiordaliso, Berlusconi se ne sta disteso sulla poltrona dello studio televisivo, con il faccione roseo e gli occhi socchiusi [non si sa bene, poverino, se per una congiuntivite o per la pelle del viso troppo tirata], con i capelli mogano che sembrano dipinti sulla testa tanto sono corti e immobili, con un look complessivo che gli fa assumere connotati orientali, nippo-coreani o cinesi, e che chissà perché mi ricordano il presidente Mao. Forse per via che, questa notte, il capo carismatico dei moderati usa un linguaggio rivoluzionario che arriva alla pancia e al cuore degli italiani, promettendo la restituzione di soldi e riforme che finalmente cambieranno in meglio la vita nel Belpaese, per una politica che non sarà più di servile sottomissione agli interessi di una Germania, travestita da Europa, né a quelli dei cinesi e degli americani. Lo ascolti e quasi ti commuovi nel pensare che egli reca con sé il mito della vittoria [Proprio in questi giorni il suo scalcagnato Milan è riuscito a battere il quasi invincibile Barcellona di Messi], e che con la sua immagine, la sua vitalità e i suoi miliardi egli è una sfida vivente alla sfiga, alla vecchiaia e alla morte. Poi ti ricordi improvvisamente che solo pochi mesi fa ha offerto le sue disperse pattuglie ad un Monti designato come guida dei moderati e di cui non ha esitato a sottolineare i meriti nel varare leggi che lui stesso ha approvato e che oggi giudica esiziali per le future sorti dell’Italia… e allora cambi canale, anche se rischi di trovartelo altrove.

 Se questa è la musica e il ritornello [per la verità, Bersani non possiede né l’una né l’altro, e attende quasi con fastidio per Lunedì sera la vittoria annunciata e gli accordi con Monti] della solita canzone che “i tre grandi” fanno risuonare alla vigilia della tornata elettorale, non diverso spartito, mutatis mutandis, utilizzano gli altri, in particolare le cosiddette alternative di centro-destra e di centro-sinistra. Dopo aver suscitato un qualche interesse tra gli elettori delusi dei due schieramenti, rischiano anche loro di scomparire tra lazzi e sbadigli.

 Giannino del “Fare per fermare il declino” [lo dicevo che quel nome troppo lungo del suo Movimento non l’avrebbe portato da nessuna parte] si autoelimina, confermando che il suo abbigliamento eccentrico [appena attenuato in questa campagna elettorale] è probabilmente frutto dello stesso malessere che lo ha portato a millantare un master e due lauree. Sputtanato, ha il merito di ritirarsi, portandosi dietro lazzi e sbadigli ma anche la comprensione di chi tra gli addetti ai lavori della politica spera ti mettere le mani sui voti [pochi] che gli sarebbero toccati.

 Ingroia con la sua “Rivoluzione civile” – in compagnia dei Di Pietro, dei Ferrero e dei Diliberto, tutti in passato già ministri duri e puri della Repubblica, senza infamia e senza lode – invece di far comprendere agli italiani la serietà delle sue proposte politiche, si mette a sparare sulla Croce Rossa, denunciando Berlusconi, reo di aver inviato agli italiani un foglio concepito nello stile grafico di Equitalia [la patriottica Agenzia “per un paese più giusto”, nata dal connubio di due tra le teste più illuminate della casta della politica: quella di Prodi, non a caso tra i candidati alla successione di Napolitano, e quella di Tremonti, compagno di merende, ancorché litigioso di Berlusconi, oggi divenuto rivoluzionario e anti-tedesco proprio come il suo ex-capo].

 Nella lettera di Berlusconi si forniscono istruzioni per ottenere la restituzione dell’IMU pagato nel 2012 e pare che qualche vecchietta sia caduta nell’inganno di esigere immediatamente la restituzione del denaro a suo tempo versato, smentendo così le fiere parole di Bersani che, nella prospettiva della tracciabilità del denaro, per colpire gli evasori fiscali, aveva proposto l’abolizione totale del contante in favore della carta di credito, dicendosi certo che nell’usarla, la vecchietta italiana si sarebbe mostrata altrettanto brava di quella belga…

 Della trovata di Berlusconi c’è soltanto di che ridere e invece Ingroia, forte del suo ruolo di magistrato duro e puro, è corso a denunciarlo, dando della giustizia un’immagine persecutoria e/o caricaturale che finirà col rivoltarglisi contro, senza contare che offre a Berlusconi su un piatto d’argento l’opportunità di ribadire che questo gesto è l’ennesima prova  dell’accanimento giudiziario nei suoi confronti… Peccato, perché Ingroia, uomo e magistrato, era parso convincente nelle sue apparizioni televisive e aveva lasciato sperare in ben altro ruolo per il suo partito e per la giustizia.

 Un fatto nuovo emerge tuttavia tra i protagonisti e i comprimari dello spettacolo della politica: la comune preoccupazione per i tanti grilli che si vedranno saltellare sui banchi del futuro Parlamento. La paura è reale ma nasconde un tranello. Forte del fatto che la democrazia italiana tratta l’elettore da minus habens, impedendogli alcune settimane precedenti il voto di conoscere l’esito dei sondaggi, salvo che a conoscerlo restano i signori della politica e dell’informazione [cosa impensabile in una democrazia compiuta come quella americana], si tende a spargere la voce che i sondaggi occulti, noti solo alla casta della politica e affini, darebbero in grande ascesa il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Ancorché nella “voce” ci sia qualcosa di vero, che emerge dalla capacità dei grillini di riempire le piazze piccole e grandi di questo infelice Paese [quando si pensi che il PD chiude a Roma la sua campagna elettorale al teatro Ambra Jovinelli!], resta il fatto che la medesima voce lancia un monito neanche tanto velato: attenzione, perché se il movimento di Grillo dovesse raggiungere percentuali di voto troppo alte, ci troveremmo nella condizione di ingovernabilità e nel rischio di scivolare nella situazione della Grecia: lo spauracchio continuamente agitato dal Potere Finanziario che da alcuni anni ha occupato l’Europa, grazie ai panzerspread e ai manutengoli della politica.

sergio magaldi


    

sabato 9 febbraio 2013

LE PROMESSE ELETTORALI




 Due settimane al voto e le promesse elettorali dei leader politici italiani si fanno sempre più pressanti. In testa, naturalmente, Berlusconi che promette di fare tutto quello che non ha fatto quando era al governo, forte del fatto che lui l’iniqua tassa sulla prima casa [ICI] l’aveva effettivamente tolta, anche se poi fu costretto [ma da chi?] ad approvare l’IMU che l’ha nuovamente introdotta su un’ottava più alta. Al pacchetto già noto, l’inossidabile leader aggiunge ora anche amnistia e condono tombale. Non sorprende così che egli sia anche in questa campagna elettorale il più citato da amici, avversari e addetti ai lavori. Un’ossessione che non ha mai portato bene a chi l’ha provata. Monti non è da meno, e nel grigiore del suo linguaggio, che sa di automatismo a carica teutonica, introduce la nota di colore della promessa di ridurre in un sol colpo IMU, IRPEF e IRAP.

 Non sono da meno gli altri leader politici, tutti, ad eccezione di Bersani, al quale almeno va riconosciuto il merito di non allettare gli italiani a votare per il suo partito [PD], con promesse che non potranno essere mantenute, e addirittura di richiamare i cittadini alla realtà e agli impegni europei che contemplano il Pareggio di bilancio per il 2013 e il Fiscal Compact, con la prospettiva di introdurre a breve, ulteriori tasse per reperire i necessari 70-80 miliardi di euro. Il problema, tuttavia, è che Bersani parla poco o meglio, come scrive Marco Travaglio [Editoriale di il Fatto quotidiano del 6 Febbraio u.s.]: “Biascica, bofonchia, borbotta masticando il sigaro. Non finisce mai le frasi. ‘Sto paese qua, mica siam qui, ‘ste robe lì. Una pentola di fagioli in ebollizione .

 Forse Bersani non finisce mai un discorso perché lo ritiene inutile e pericoloso. Preferisce il frammento dialettale più o meno pittoresco che lascia democraticamente all’ascoltatore la possibilità d’interpretare. Egli ha introiettato la grande lezione della Democrazia Cristiana e sa che vincerà le elezioni, così come ha già fatto con le primarie del suo partito; egli sa che in un modo o nell’altro all’indomani del voto sarà al governo con Monti, il garante europeo che rappresenta per lui l’avversario di oggi e l’alleato di domani, in un gioco delle parti che ha la sua logica elettorale: chi meglio di Monti [in minima parte ci prova anche Giannino con il suo neonato movimento dal titolo troppo lungo per essere preso sul serio] è in grado di intercettare il voto di chi é  deluso dalla politica del PDL e/o fiuta l’odore dei nuovi cavalli [o asini?] alla guida del carrozzone della politica italiana? Un gioco delle parti a tutto campo, direi, perché include anche Vendola, la copertura a sinistra. Il leader delle Puglie è lì a garantire i nostalgici, quelli che non si sentono ancora gli eredi della DC e diffidano dell’abbraccio con Monti. “Mai al governo con Monti” proclama solennemente il buon Vendola, ma intanto molti governi della sua Regione si sostengono con il voto dei Casini e dei montiani.

 Forte di questa strategia che lo copre a destra[con Monti, pronto ad accogliere i transfughi del PDL], a sinistra con Vendola e al centro con Tabacci e con se stesso, in virtù di un anacronistico compromesso storico, il PD si accinge a governare il Paese, nel solco di una tradizione che, con sigle diverse, l’ha già visto negli ultimi vent’anni alla guida dello Stato, direttamente o indirettamente, con i Ciampi, i Dini, i Prodi, gli Amato, i pensionati d’oro della politica italiana, provenienti dal mondo accademico e/o finanziario e tutti, sia pure in diversa misura, collegati ai cosiddetti poteri forti che controllano la politica europea e il primato teutonico del Continente. Perché il PD dovrebbe oggi rifiutare l’alleanza con Monti? E infatti non la rifiuta. Tra le poche cose che Bersani ha detto con chiarezza c’è la dichiarazione che, se anche il partito raggiungesse la maggioranza alla Camera come al Senato, si aprirebbe all’alleanza con il Centro, cioè con Monti. Ma Vendola sembra non capire e Vendola è uomo d’onore…

 Tanto il PD è sicuro della vittoria che minimizza lo scandalo MPS e fa quadrato attorno alla Banca d’Italia  da sempre suo naturale alleato. Tanto Bersani conosce l’indole degli italiani che preferisce non fare promesse elettorali né elaborare programmi puntuali e circostanziati. Sa di essere, malgrado tutto, il piatto forte del regime, essendo divenuto immangiabile quello propinato negli ultimi anni dal centrodestra. Sa che i regimi in Italia non cadono per via democratica o rivoluzionaria, basta farsi garante dei tanti privilegi, rispettare le corporazioni e la Chiesa, onorare gli sprechi. Insomma far finta di cambiare perché tutto resti come prima, secondo i sacri principi del gattopardismo nazionale. Come accadde per il fascismo, crollato dopo vent’anni per cause di guerra, o per la DC, caduta dopo cinquant’anni, non per via giudiziaria come si tende a far credere, ma per entropia e a seguito dell’abbattimento del Muro di Berlino che mutò completamente lo scenario europeo e mondiale.




 Pure, con il suo “bofonchiare” – come dice Travaglio – una cosa almeno Bersani è venuto a dirla con chiarezza in televisione. Per combattere l’evasione fiscale e favorire la tracciabilità del denaro, ha infatti proposto l’abolizione del denaro, quello vero, quello frusciante che ancora oggi possiamo toccare con mano, e di sostituirlo con la carta di credito. E in un impeto di orgoglio nazionale ha rivendicato la pari dignità e intelligenza della vecchietta italiana, rispetto alla vecchietta belga che maneggia da par suo il simbolo del denaro virtuale. Quello che piace tanto a Monti e ai banchieri. 

sergio magaldi