venerdì 31 agosto 2018

NOTE SULLA QABBALAH: parte XIV, creazione o esistenza "ab aeterno" del mondo?





SEGUE DA:




NOTE SULLA QABBALAH: parte IV, l’uno e le porte della conoscenza (clicca sul titolo per leggere)

NOTE SULLA QABBALAH: parte V, l’uno e l’unificato (clicca sul titolo per leggere)










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CREAZIONE O ESISTENZA ab aeterno  DEL MONDO?

 Se il male entrò nel nostro universo, spiega lo Zohar, fu proprio a causa di questi mondi distrutti e non bilanciati, [perché emanati solo dal lato sinistro dell’albero] di cui è ancora rimasta traccia. È questa la cosiddetta corteccia [qliphah] dell’albero dell’emanazione  e questi gusci o scorze [qliphoth] si trasformano nel regno del male fisico, morale e metafisico senza tuttavia formare una realtà assoluta ma soltanto relativa. Questa concezione presente nello Zohar, anche con diverse accentuazioni, è già alla base della qabbalah luriana e delle sue più importanti dottrine, quali lo tzimtzum o “contrazione”, la shevirah o “rottura dei vasi”, il tiqqun o “restaurazione”.

 L’esilio di Safed, dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna, determinò un clima di grande spiritualità tra gli studiosi di Qabbalah, con l’intensificarsi della diffusione dello Zohar e in particolare con la riflessione sul tema della creazione, sul male, sulla restaurazione dell’ordine divino che la colpa di Adamo e la contemporanea emanazione dal lato sinistro dell’albero sephirotico avevano contribuito ad esiliare dal mondo.  Yitzhak Luria [1534-1572], che insieme a Mosheh Cordovero [1522-1570] fu tra i più noti cabbalisti di Safed, tornò su un tema che aveva a lungo occupato la speculazione della Qabbalah storica e che riguardava i primi versetti del Bereshit e la questione sulla quale, prima ancora dei cabbalisti provenzali e sefarditi, si era a lungo intrattenuto Maimonide (1135-1168),[1] rivendicando la creazione ex nihilo in polemica con Aristotele che aveva sostenuto l’esistenza ab aeterno del mondo.[2] Luria, per la verità, lo fa alla sua maniera, senza intervenire nella polemica, ma introducendo un concetto che avrà molta fortuna nella Qabbalah. La creazione – a suo giudizio – non rappresentò l’ingresso di Dio nel mondo ma esattamente il suo contrario, con una contrazione [Tzimtzum] che lasciava libero un punto di sé come Totalità e che da quel momento sarebbe divenuto l’universo abitato. L’esigenza di Luria consisteva nel conciliare l’infinito col finito e implicitamente spegneva ogni polemica circa una creazione ex nihilo o ab aeterno, in quanto, se per un verso lo spazio-tempo lasciato libero era ciò che prima non esisteva, e dunque  in un certo senso è generato ex nihilo, per altro verso quello stesso punto è l’infinito esistente ab aeterno, divenuto altro da sé. Per quanto finito, infatti, l’universo generatosi da quel punto reca in sé la primitiva luce divina che in cerchi concentrici si va diffondendo nella manifestazione.




[1] Mosheh  Maimonide,  cordovese, medico e filosofo di grande fama. La sua maggiore opera è La Guida degli smarriti, terminata di scrivere in arabo nel 1190 e tradotta in ebraico nel 1204. La sua vasta opera è in realtà l’interpretazione della legge ebraica (Halakhah) e dei fondamentali concetti biblici secondo il metodo aristotelico, anche se egli non concorda con Aristotele circa l’esistenza ab aeterno del mondo. Nella maggior parte dei casi –dice Maimonide- non c’è contraddizione tra fede e ragione, in altri casi anche se la ragione non è in grado di provare alcune verità di fede, può almeno provare l’infondatezza delle tesi opposte. “Io credo –dice Maimonide- (Guida, I, 71) che il vero metodo che elimina il dubbio consiste nello stabilire l’esistenza di Dio, la sua unità e la sua incorporeità coi procedimenti dei filosofi, procedimenti fondati sull’eternità del mondo. Ciò non perché io creda all’eternità del mondo o faccia a questo proposito qualche concessione; ma perché soltanto con questo metodo la dimostrazione diventa sicura e si ottiene certezza su tre punti: 1) che Dio esiste 2) che è uno 3) che è incorporeo, senza che importi decidere nulla rispetto al mondo cioè se esso sia eterno o creato…” Più avanti, tuttavia (Guida II, 19), Maimonide nega la necessità dell’Essere e dunque l’eternità del mondo dicendo che il mondo avrebbe potuto essere diverso da quello che è e se, dunque, è quello che è, ciò è dovuto ad una libera scelta di Dio, una scelta creatrice:“Se al di sotto della sfera celeste vi è tanta disparità di cose, nonostante la materia sia una, tu puoi dire che tale disparità è dovuta all’influenza delle sfere celesti e alle posizioni differenti che la materia assume di fronte ad esse, come ha insegnato Aristotele. Ma la diversità che esiste tra le sfere stesse, chi ha potuto determinarla, se non Dio?(…) Dio ha determinato la direzione e la rapidità del movimento di ciascuna sfera, ma noi ignoriamo il modo in cui, nella sua saggezza egli ha effettuata la cosa”.

[2]Si è osservato da più parti che “barà”, tradotto quasi sempre nel primo versetto del Genesi con “creò”, nei testi preesilici dell’Antico Testamento si riferisce al gesto di operare qualcosa di straordinario a partire da qualcosa che già c’è. In Ancient Hebrew Research Center è presente un articolo di Jeff Barner nel quale si sostiene che il termine “barà” non significa “creò”, ma “riempì”, nel senso che in principio Dio riempie di vita il cielo e la terra. Avraham Israel, biblista ed esperto di ebraismo, sostiene il medesimo concetto [cioè che Dio non creò], ma attribuisce a “barà” il significato di dividere, separare, per cui il primo versetto va così riscritto: “In principio Elohim separò il cielo e la terra”. Egli indica alcuni versetti biblici [soprattutto Genesi] in cui “barà” è utilizzato con questo stesso significato:

Il Cielo e la Terra (Gen 1:1) בראשית ברא אלהים את השמים ואת הארץ

I grandi rettili/dinosauri (Gen 1:21) ויברא אלהים את התנינם הגדלים

L'uomo (Gen 1:27) ויברא אלהים את האדם

Il sesso (Gen 1:27) זכר ונקבה ברא אתם
    
    I corpi celesti (Isaia 40:26) מי ברא אלה המוציא במספר צבאם



 [ S E G U E ]

sergio magaldi

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