venerdì 5 febbraio 2010

L'ELEGANZA DEL RICCIO, romanzo di Muriel Barbery


A prima vista L’élégance du hérisson, “L’eleganza del riccio” si direbbe scritto da una insegnante di materie umanistiche degli anni ’70-’80, naturalmente “di sinistra”, ma poi si scopre piacevolmente che l’autrice ha solo 41 anni ed è effettivamente docente di Filosofia. La stessa grande attrazione che sui personaggi “positivi” di Muriel Barbery esercita la cultura giapponese in generale e il sushi in particolare, in luogo di avvertirci sulla vera età della scrittrice, ci confonde le idee perché ci rimanda, senza soluzione di continuità, ad uno dei tanti miti dell’Occidente in proiezione gauchista: le società multietniche, le culture cosiddette alternative e le filosofie orientali rappresentano oggi la nuova sfida contro il “sistema”, perché mettono in luce le contraddizioni del capitalismo, così come una volta faceva la classe operaia.

Il lettore si sente subito a proprio agio nell’elegante condominio parigino che pagina dopo pagina gli appare sempre più come una finestra sul mondo. Un’apertura questa, che ci permette di scorgere le contrapposizioni presenti nella realtà: storiche, esistenziali, culturali o addirittura metafisiche. Si comincia con quella tra Renée, la portinaia, e Paloma, la tredicenne figlia di un ministro. Qui, per la verità, il dualismo è solo apparente, perché si coglie abbastanza presto che le “confessioni” della portinaia e “il diario del movimento del mondo” di Paloma riflettono l’anima della scrittrice. E questo, certamente, è il compito più difficile che si assume la Barbery. Non solo e non tanto perché tutta la trama prende forma attraverso il racconto delle due donne, quanto perché l’una ha 54 anni ed è di estrazione proletaria, l’altra ha circa 13 anni e appartiene al mondo dell’alta borghesia. Dopo aver letto il libro una sola volta non sono ancora sicuro di poter dire che l’operazione sia riuscita. Spesso, infatti, mi è sembrato come di avvertire uno “slittamento di piani” e mi sono chiesto se a parlare fosse Renée piuttosto che Paloma. Senza contare che la filiale e materna corrispondenza tra l’adolescente e la donna matura sboccia quasi per incanto, non troppo suffragata dallo svolgimento della narrazione. E, a meno di voler dire che “le anime belle si riconoscono subito fra di loro”, una ragione in più per chiedersi se Renée e Paloma, pur presentate con tante differenze, non siano in realtà che una voce sola.

Una cosa tuttavia è certa: l’abilità con la quale la scrittrice (evidentemente consapevole del rischio di appiattire le due donne l’una sull’altra), anticipa ogni possibile critica del lettore, fornendo lei stessa “la prova” che Renée e Paloma, conosciute nelle loro contraddizioni, finiscono con l’essere una sola persona o quantomeno sono accomunate dal medesimo “sentire”. E infatti, Renée non è l’oscura e ignorante portinaia che a tutti i costi vuole mostrare di essere per incarnare il ruolo che da lei si richiede e Paloma – che ha solo due strade avanti a lei: imitare Colombe, la sorella, perfettamente integrata nel proprio mondo oppure dare fuoco alle cose che sono i simboli dell’ambiente cui appartiene e suicidarsi – finisce con l’intravedere una terza via: potenza della cultura, delle “anime belle” e delle “affinità elettive”, ma anche del deus ex machina che irrompe nella narrazione, sottoforma di un nuovo condomino ricco, attempato e affascinante che, manco a dirlo, è un giapponese, tale Kakuro Ozu.

Per una contrapposizione che si risolve, ricomposta nell’unità dialettica dell’anima della scrittrice, tutte le altre permangono intatte e ci inducono a riflettere, sia pure con amarezza lucida e consapevole, che di loro è tessuta la trama della realtà, ma non per questo la vita è indegna di essere vissuta, giacché, se riusciamo a vederli e sentirli, aspetti di bellezza e momenti di armonia sono presenti in questo mondo di contrasto e di lotte. Nonostante tutto, e malgrado il finale del libro ci avverta che il destino è in agguato proprio quando la felicità sembra ormai a portata di mano…

Ecco, credo, il messaggio più importante che ci consegna il romanzo di Muriel Barbery, scritto quasi sommessamente, con garbata ironia e in uno stile di cui s’era perso il segno.

martedì 2 febbraio 2010

LA PRIMA PERLA DI ZACCHERONI

Purtroppo le mie, peraltro facili previsioni, si sono rivelate giuste: lo scorso Venerdì Alberto Zaccheroni si è insediato sulla panchina della Juventus e Domenica sera il tecnico romagnolo ha debuttato contro la Lazio.

Nessuno pretendeva miracoli, tanto più che la “rosa”, falcidiata da tanti infortuni, non proponeva grandi alternative fra i calciatori da mettere in campo. E inoltre non si può negare che l’attuale Juve, appena comincia a giocare, denuncia tutti i propri limiti: mancanza di organizzazione, estraneità tra i reparti, lentezza e passaggi sbagliati, scarsa profondità congiunta ad una rara incapacità di costruire autentiche azioni offensive, una squadra insomma che sembra non essersi più allenata da mesi.

Nondimeno, il nuovo allenatore si è subito segnalato con una mossa vincente…per gli avversari. In vantaggio grazie ad un rigore inesistente, la Juve perdeva Melo, costretto ad uscire dal campo per infortunio. Quale il rimedio di Zaccheroni? Il tecnico spostava De Ceglie a centrocampo e faceva entrare Cáceres al posto di Grygera sulla fascia destra per avere maggior propulsione in avanti (quando, date le circostanze, avrebbe dovuto difendere il misero “golletto”), dirottando Grygera a sinistra. Negli ultimi tre anni, da quando fu esonerato dal Torino, Zaccheroni non ha più allenato e poco deve aver visto la Juve sul campo o in TV per non sapere che il difensore ceco, che fa del suo meglio a destra, è del tutto inadatto a ricoprire lo stesso ruolo a sinistra; tant’è che dopo qualche minuto veniva platealmente scavalcato da Mauri per il goal del pareggio della Lazio.

Per il resto, non si è apprezzata la mano del nuovo tecnico: solita Juve e solito gioco che mi è apparso persino peggiorato rispetto alle due precedenti sconfitte con Roma e Inter.

Si dice ora che Zaccheroni studi l’opportunità di schierare la difesa a 3 per la prossima trasferta di Livorno. Se difendendo a 4 la Juve occupa, insieme a Parma e Bologna, il dodicesimo posto della specifica classifica (29 reti subite in 22 partite), cosa c’è da aspettarsi con la difesa a tre?

giovedì 28 gennaio 2010

ANNA FRANK:grafici del tema zodiacale

GRAFICO DEI TRANSITI NEL CIELO DI
ANNA FRANK IL 04-08-1944 alle ore 10



GRAFICO DEL TEMA DI NASCITA DI ANNA FRANK
NATA A FRANCOFORTE IL 12-06-1929 alle ore 07.30
Dall'Introduzione del libro RACCONTI DELLA SHOA':

"Mi sia consentito, in questa pur breve introduzione, e senza che ciò possa apparire irriverente, riportare il grafico del tema zodiacale di Anna Frank, nel momento in cui, in quella terribile mattina del 4 Agosto del 1944, le SS di Karl Joseph Silberbauer fecero irruzione nell’alloggio segreto a seguito di una delazione. Diversi “addetti ai lavori” dell’astrologia si sono variamente esercitati sul tema natale di Anna Frank, e non è mia intenzione aggiungermi a loro, ma solo rappresentare l’immagine astrale di un evento tanto tragico. Non procederò dunque in una analisi interpretativa, che qui sarebbe comunque fuori posto, limitandomi a suggerire ai lettori, anche digiuni di astrologia, una presa di coscienza immediata e puramente visiva dell’evento.

Come si vede, nel grafico, la Luna in transito, cuspide al Discendente od Occaso, e che con le sue fasi bene rappresenta ‘la trama della vita sulla terra’, si trova quasi interamente da sola a fronteggiare l’ “esercito” formato dalla fitta tela degli altri “pezzi” dello zodiaco (astri e pianeti natali e di transito). Inoltre, dei due pianeti di nascita che, come la Luna di transito, si trovano ad Occidente, Urano si congiunge al Sole e Saturno è in avvicinamento a Plutone nella sua dodicesima casa, conferendo al momento e alla situazione in generale una drammaticità, come si suol dire, karmica".


IL GIORNO DELLA MEMORIA 27-01-2010

Presentato dal Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, illustrato da Georges de Canino, uno tra i maggiori artisti viventi, con una lunga introduzione di Sergio Magaldi, Racconti della Shoà raccoglie preziose testimonianze di eventi personalmente vissuti dall’autore, Fulvio Giannetti, durante l’infanzia o uditi narrare da chi vi prese parte. Di qui l’esigenza, nel racconto più lungo, di ricordare immaginando di scrivere una Lettera ad Anna Frank, la giovane ebrea che trascorse gli ultimi anni della sua breve vita nei campi di sterminio di Auschwitz prima e di Bergen-Belsen poi. Completano la raccolta: L’eccidio di Caiazzo, per la cui memoria Benedetto Croce fece incidere una lapide con le sue parole; il ritratto di Lello Perugia, combattente ebreo nelle formazioni partigiane “Liberty”, noto come il “Cesare” del romanzo La tregua di Primo Levi e del film omonimo; e infine la storia di Giovanni Palatucci, “un giusto tra le nazioni”, il cui nome – osserva Fulvio Giannetti – “è scritto nel libro di pietre della memoria e della gratitudine d’Israele affinché tutti sappiano”.


Riproduco di seguito il testo dell'Introduzione a RACCONTI DELLA SHOA' di Fulvio Giannetti
Introduzione di Sergio Magaldi:

Perché scrivere una lettera ad Anna Frank?

C’è in questi racconti di Fulvio Giannetti il tentativo di saldare insieme memoria storica e ricordi personali, fatto e creazione, testimonianza e sogno, lavoro ingrato che si riparte tra metastoria e metaletteratura.

Non starò a verificare se l’operazione sia riuscita e magari sia nato un genere nuovo, diverso persino dal racconto o dal romanzo storico. Quel che mi preme sottolineare è che Giannetti, dalla materia trattata, consapevolmente o meno, trae quattro motivi di riflessione, quattro “ragioni” nuove e diverse di porsi di fronte alla Shoah e, più in generale, di fronte alla vita.

Perché scrivere una lettera ad Anna Frank? C’è forse nell’autore il desiderio di compiacere i lettori? O è magari perché Anna “simboleggia i sei milioni di morti della Shoah”? Così come Miep Gies nega che sia, per affermare invece che “la vita e la morte di Anna sono un destino individuale”, anche se “accaduto sei milioni di volte”. (1) Nulla di tutto ciò. E allora? La realtà è che Fulvio scrive oggi le pagine di un diario che Anna scrisse allora, quando lui aveva una decina d’anni meno di lei, e non sapeva ancora né leggere né scrivere, e che il Fulvio che ricorda quelle pagine non scritte parla con la consapevolezza dell’uomo maturo, dell’uomo che può commuoversi della propria “infanzia violata”, perché è almeno in grado di ricordarla. Dall’incontro del bambino di allora con l’uomo di oggi nasce la lettera che ognuno potrebbe scrivere alla propria compagna di giochi, trovandosi a vivere la medesima esperienza. La guerra e soprattutto l’identità ebraica.

Un pretesto per raccontare di sé? In un certo senso lo è, perché il bambino Fulvio non sa nulla della Prinsengracht 263 di Amsterdam né dell’alloggio segreto, non conosce la segregazione totale protratta per oltre due anni e bruscamente interrotta un mattino dalla Gestapo, quasi alla vigilia della Liberazione, (2) né fortunatamente conosce i treni dai vagoni piombati e i tedeschi che li scortavano, non la fame, la sete e la vergogna di Westerbork, di Auschwiz e di Bergen-Belsen – campo, quest’ultimo, di cui pure ha sentito parlare dallo zio sopravvissuto – e l’uomo Fulvio potrebbe parlarne ma sarebbe lavoro di biografo. Il bambino Fulvio conosce invece la grotta-rifugio nella valle dell’Iri, dove apprende la morte del padre, della segregazione non ha che fugace esperienza anche se subisce il trauma del “sepolto vivo” e della fame conosce abbastanza da ricordarla, nel suo diario della memoria, quasi come un’ossessione. Certo, i‘suoi’ tedeschi sono diversi, non meno “orrendi”, (3) ma almeno egli li vede da spettatore. E se è vero che danno fuoco al volto di Anita che chiede pane, quando ha con loro un incontro “ravvicinato”, ne riceve in dono persino un’enorme fetta di torta!

Ecco allora il senso dello scrivere una lettera ad Anna Frank che ogni bambino ebreo e non ebreo – oggi adulto – potrebbe scrivere commisurando la propria infanzia violata a quella dell’infelice Anna. Tante virtuali candeline accese per illuminare le coscienze e aiutarle a riconoscere il demone della guerra, dell’intolleranza, della violenza e delle persecuzioni.

Perché, se è vero – come scrive Anna Frank – che in ogni uomo c’è un “pezzetto” di Dio, occorre fare in modo che quel pezzetto s’impadronisca del “resto” dell’uomo e lo trasformi, altrimenti nulla potrà davvero cambiare.

In La vita di Cady, uno dei racconti più riusciti di Anna Frank e che non fa parte del Diario, nel colloquio tra Cady e una donna inferma, vicina di letto nel sanatorio, si misurano due concezioni, entrambe presenti nell’anima di Anna, reclusa nell’alloggio segreto. Da una parte la speranza, dall’altra un pessimismo che trascende anche la sua personale sorte, di cui, pure, il suo inconscio pare avvertito quasi con rassegnazione. Cady confida a se stessa che Dio si manifesta nei suoi pensieri e nelle sue parole, giacché Egli “prima d’inviare gli uomini nel mondo dà a ciascuno di essi un pezzetto di sé. È questo pezzetto che produce nell’uomo la differenza tra bene e male e che fornisce una risposta alle sue domande. Quel pezzetto è altrettanto naturale quanto la crescita dei fiori e il canto degli uccelli”. (4) Ma la donna che giace nel letto accanto al suo è oscuramente profetica: “Io non credo – ella dice – nulla delle voci che dicono che fra qualche mese tutto sarà finito. Una guerra dura sempre più di quel che credono gli uomini”. (5) Anzi, conclude la donna, e Anna fa parlare qui l’altra metà della sua anima, la guerra è la condizione stessa del genere umano: “Dopo ogni guerra gli uomini dicono: ‘Questo non accadrà mai più, è stato così terribile, bisogna evitare a qualsiasi prezzo che si ripeta’ e sempre di nuovo gli uomini devono combattere gli uni contro gli altri, questo non cambierà mai: finché sulla terra vi saranno degli uomini saranno sempre in lotta e quando ci sarà la pace cercheranno nuovi pretesti per scontrarsi”. (6)

L’impunità degli assassini

Il racconto dell’eccidio di Caiazzo è emblematico per ciò che riguarda la questione dell’impunità degli assassini. Il caso Emden sta lì a testimoniare l’indifferenza, l’ignavia, la vigliaccheria e soprattutto le complicità che impedirono, in questo come in migliaia di altri casi, che fosse resa giustizia. Come pure, testimonia più spesso l’ipocrisia e la retorica di certi riconoscimenti tardivi e di certe celebrazioni postume.

Io credo, tuttavia, che il problema non sia più, ormai a distanza da quegli avvenimenti, chiedersi perché tanti assassini siano rimasti impuniti, quanto piuttosto interrogarsi sul perché l’opinione pubblica ha sempre ricevuto così scarsa informazione sul fenomeno dell’impunità dei criminali nazisti. Non sarebbe venuto il momento di raccogliere in un volume unico, tradotto in tutte le lingue, a disposizione delle scuole, delle università e delle biblioteche pubbliche – libro bianco della memoria e della vergogna – i “curricula” dei criminali nazisti e dei loro giudici, catalogati magari in sequenza alfabetica? Non certo per spirito di vendetta, quei fatti essendo ormai al di fuori delle possibili “intercettazioni” della giustizia ordinaria o straordinaria, e neppure per alimentare in qualche esaltato un privato desiderio di giustizia sommaria nei confronti di vecchi inermi e prossimi ormai alla resa dei conti. Per bisogno di sapere, giacché la conoscenza fu sempre per l’uomo strumento di salvezza e non di perdizione. O si crede davvero che fu la pietà a mitigare l’animo dei giudici o magari l’insufficienza delle prove? E sebbene la pietà sia sentimento nobile e divino, talora incomprensibile ad una coscienza altra e diversa da quella che l’assume, resta nondimeno necessario il tentativo di darne spiegazione per evitare che ciascuno operi a modo suo e finisca quasi legittimamente per pensare che il Piazzale Loreto di Benito Mussolini e di Claretta Petacci sia un Tribunale d’alta giustizia invece che l’ultimo anello della barbarie. Ed è vero – come insegna purtroppo la storia italiana passata e recente – che gli atti della giustizia sommaria, praticata anch’essa talora in nome e per conto del popolo sovrano, nascondono spesso i disegni di chi teme che le oscure connivenze dei vinti siano portate alla luce.

Sorprende invece, almeno che non sia ascrivibile a suprema bontà o a tacita e impalpabile “riconoscenza”, l’atteggiamento tenuto da Otto Frank, padre di Anna, nel corso del processo contro Karl Joseph Silberbauer, il capo reparto delle SS che, quel mattino del 4 Agosto del ’44, fece irruzione nell’alloggio segreto, causando la deportazione degli otto ebrei clandestini, tra cui Anna. Tornato tranquillamente a Vienna, sua città natale, nell’aprile del ’45, e in forza alla polizia viennese, Silberbauer, fu successivamente trattenuto in carcere per quattordici mesi con l’accusa di maltrattamenti compiuti durante un interrogatorio. Rientrato in polizia nel 1954, Silberbauer restò indisturbato sino all’Ottobre del 1963, anche perché mai denunciato da Otto Frank che depistò sempre la possibilità di accertarne l’identità, parlando piuttosto di un tale Silberthaler quale protagonista dell’irruzione in Prinsengracht 263. Furono le ricerche di Simon Wiesenthal (7) ad assicurare alla giustizia il poliziotto viennese. Sospeso dal servizio, Silberbauer tornò tranquillamente al suo posto due anni più tardi, soprattutto grazie alla testimonianza resa da Otto Frank che parlò di comportamento corretto durante l’arresto.

Melissa Muller, in una recente biografia di Anna Frank, ha così ricostruito il dialogo più importante che si svolse quel giorno tra Otto Frank e Silberbauer:

“Di chi è quella cassa?”, chiede Silberbauer.

“È mia”, risponde Otto, dicendo la verità. In lettere ben leggibili il coperchio con i rinforzi in ferro riporta la scritta: “Sottotenente della riserva Otto Frank”.

“Durante la prima guerra mondiale ero ufficiale”.

“Ma…”, Karl Silberbauer è visibilmente a disagio. Quella cassa non dovrebbe essere lì. Turba la sua routine. “Ma perché non si è presentato?” Secondo la gerarchia militare Otto Frank è un suo superiore. Frank, un ebreo.

“Sarebbe andato a Theresienstadt”, puntualizza, come se il lager di Theresienstadt fosse una casa di cura per convalescenti.

Inquieto, l’uomo delle SS si guarda intorno, evitando di incontrare lo sguardo di Otto Frank, che se ne sta lì tranquillo”. (8)

C’è forse un altro aspetto, in questa vicenda, che meglio chiarisce l’atteggiamento del padre di Anna Frank. Miep Gies è colei che di fatto gestisce e rende possibile il rifugio nell’alloggio segreto. Nel 1994 la Germania le conferisce la Croce federale al merito, lo Yad Vashem di Gerusalemme le consegna la “Medaglia d’onore dei giusti” e la regina Beatrice d’Olanda la nomina Cavaliere dell’ordine di Orange-Nassau. Viennese come Silberbauer, al momento dell’arresto dei clandestini, la donna si sente gridare in faccia dal suo connazionale: “Traditrice, non si vergogna ad aiutare questa gentaglia ebrea?” (9) Ma poi l’ira del capo reparto delle SS si stempera, egli non l’arresta e, al momento di andarsene le consente addirittura di restare nell’edificio. Sarà il gesto che consentirà a Miep Gies di raccogliere e nascondere il Diario e gli altri scritti di Anna.

Gli interrogativi “metafisici” del combattente Lello

Nel corso della breve intervista che Lello Perugia, il “Cesare” di Primo Levi, concede a Fulvio Giannetti emergono tre interrogativi inquietanti, ai quali, umilmente, l’intervistato non pretende di dare risposta, parendo il suo intento più un invito alla riflessione che un accertamento della verità.

“Perché i nazisti volevano far scomparire gli ebrei dalla faccia della terra?”

In risposta alla sua stessa domanda, Lello osserva che questa volontà fu davvero diabolica e che, forse, l’intera questione è di natura metafisica, ciò che nelle sue intenzioni equivale ad affermare l’impossibilità della risposta, anche se egli si limita a dire che si tratta di una domanda alla quale è difficile rispondere. E infatti, sull’argomento sono stati scritti trattati che hanno dato solo spiegazioni parziali. Né potrebbe essere diversamente, le ragioni ultime dimorando pur sempre nelle profondità dell’inconscio individuale e collettivo, difficilmente accessibili all’indagine umana. Certo, la volontà del genocidio non sembra prerogativa esclusiva dell’anima del nazista. Ma poi è certo che i nazisti avessero un’anima? O non è piuttosto l’anima, d’après James Hillman, un “da farsi”, una costruzione individuale che procede per tentativi, dubbi e tra mille difficoltà? Ad ogni buon conto, la volontà del genocidio è stata sempre presente nella storia e ha centrato talora l’obiettivo, laddove si è trattato di distruggere o asservire altri popoli, per sostituirsi ad essi nel governo di territori e quando questi popoli non seppero far valere – avrebbe detto Hegel – la necessità storica e culturale del loro stesso sussistere o, ciò che è lo stesso, quando non rientravano più nei piani della cosiddetta Ragione storica. Insomma, la storia ci mostra esempi molteplici di massacri e distruzioni di massa, ma neppure un caso assimilabile alla “soluzione finale” progettata dai nazisti contro gli ebrei, che sono popolo solo agli occhi di Dio, ma che, per tutto il resto, seppero e sanno perfettamente integrarsi con tutti gli altri cittadini nei paesi d’appartenenza. A meno che non si affermi che la moderna idea di genocidio consista proprio nella volontà di cancellare dalla storia i propri nemici finanziari, coloro che controllano e dirigono i grandi capitali. Ma anche in tal caso il progetto nazista avrebbe il crisma dell’originalità e dell’unicità. Solo che questa folle idea non ha trovato mai effettivo riscontro nella realtà, perché gli ebrei tedeschi ricchi non erano parte di un ipotetico Capitalismo Ebraico Internazionale, si sentivano bensì parte integrante del popolo tedesco e della finanza tedesca. E questo vale per gli ebrei ricchi di ogni altro paese. Che dire poi dello slogan tanto diffuso anche nell’Italia di quegli anni, e cioè che “gli ebrei sono capitalisti, ma sono anche comunisti”?

Ha ragione Lello. Possiamo continuare ad esaminare la questione all’infinito, ma è difficile rispondere esaurientemente e in modo conclusivo.

“Perché Kappler chiese alla comunità ebraica di Roma proprio cinquanta chili d’oro?”

Ecco un secondo interrogativo che Lello definisce metafisico. Lui che si è sempre considerato un laico, butta lì improvvisamente una questione che potrebbe essere affrontata solo in una prospettiva religiosa o magari nell’ambito della tradizione ebraico-cabbalistica. Egli non si sente in grado di dare una risposta, ma lascia intendere che dietro quel numero, cinquanta, può nascondersi un significato preciso e magari un mistero sui quali altri e non lui sono forse in grado indagare. Egli non sa molto di ghematrie, ma ha sentito parlare dei numeri della tradizione, sa che cinquanta sono le Porte dell’intelligenza (Binah, la terza sephirah dell’albero della vita) e che 50 è anche la cifra dell’intera manifestazione (Kol, tutto l k cioè: 20+30=50) (10) e di Adamah, la terra di Adamo ( h m d a 1+4+40+5= 50). Non sa o non dice che 50 è anche la cifra di Yam, mare ( J y 10+40), simbolo dei segreti dell’inconscio, e di Mi, chi? ( y m 40+10=50), la possibilità stessa di effettuare domande. Non dice o non sa che, al negativo, 50 è anche la cifra di Tame, impuro ( a m f 9+40+1=50 ) e di Gezabel ( l b z y a 1+10+7+2+30=50 ), la regina malvagia, adoratrice di Baal e della dea Asera, che sterminò i profeti di Dio, ma 100 di loro furono soccorsi e nascosti in due grotte, 50 e 50, e si salvarono (I Re, 18, 13). E Gezabel finì sbranata dai cani.

“Perché ci siamo lasciati massacrare senza combattere?”

Lello considera metafisico anche questo interrogativo. Solo perché ai suoi occhi appare inconcepibile essersi lasciati massacrare in sei milioni e senza neppure opporre resistenza. Lui che, prima di essere deportato ad Auschwitz, i tedeschi li ha davvero combattuti. Lui che sembra far proprie le parole di sua madre Emma, che volentieri avrebbe destinato i 50 chili d’oro, da consegnare a Kappler in cambio di una improbabile salvezza, all’acquisto di armi per combattere. E anche laddove la ribellione gli appare inutile o impossibile, per la condizione disumana alla quale i nazisti li hanno ridotti nei campi di sterminio, non trattiene un moto spontaneo dell’anima nell’attribuire alla rivolta di Auschwitz del 6 Ottobre del ’44 – che portò alla distruzione di uno dei forni crematori – il merito di aver rallentato le esecuzioni con il gas.

I giusti tra le nazioni

Dalla cronaca delle vicende di Giovanni Palatucci, Fulvio Giannetti trae spunto per invitarci ad una riflessione sul significato del Noachismo. Non tanto per esaltare il primato etico di una fede condivisibile da parte di tutte le religioni, o per discutere se si tratti di una fede soltanto rudimentale dettata da Noè all’epoca del diluvio universale o magari di una sorta di religione ebraica minore, dagli ebrei elargita generosamente a tutti i non ebrei.

Non di questo si tratta o non solo di questo. Nei sei precetti negativi (divieti di bestemmia e idolatria, divieti di natura sessuale, divieti di disporre della vita e della proprietà altrui, divieto di crudeltà nei confronti degli animali) e nell’unico precetto positivo (istituzione dei tribunali di giustizia), di cui si compone il biblico patto noachide, si intravedono, infatti, i principi del moderno giusnaturalismo, fondamento del liberalismo e della democrazia.

Dal De jure belli ac pacis di Grozio del 1625, al Contratto sociale di Jean Jacques Rousseau del 1762, passando attraverso autori come Cartesio, Locke, Hobbes, Pufendorf, Spinoza e Hume, tanto per citare i maggiori, nella cultura occidentale è tutto un fiorire di scritti che per la prima volta rompono col Diritto canonico, basato sull’identificazione della legge naturale con la legge divina, dalla quale discende che se Dio non c’è, non c’è neppure una natura umana creata su cui il diritto naturale si possa fondare. (11) È Grozio a rompere per primo l’incantesimo, il diritto naturale ha per lui ragion d’essere “anche se si ammettesse ciò che non si può ammettere senza delitto: che Dio non c’è o che non si cura degli affari umani”, come scrive nel Prologo (Prg.11) del De Jure.

Il diritto naturale ha il suo fondamento nella ragione e la ragione trova a sua volta giustificazione nell’ordine naturale del tutto, nella Legge cosmica che governa l’universo, secondo la concezione antica degli Stoici, ripresa dall’ebreo Spinoza:

“Ciascuno esiste per supremo diritto di natura, e quindi ciascuno per supremo diritto di natura fa ciò che segue dalla necessità della sua natura; e perciò per supremo diritto di natura ciascuno giudica quale cosa sia buona, quale cattiva, e provvede alla sua utilità a suo talento e si vendica, e si sforza di conservare ciò che ama e di distruggere ciò che ha in odio. Or se gli uomini vivessero sotto la guida della ragione, ciascuno possederebbe questo suo diritto senz’alcun danno per gli altri.” (12)

E quando più tardi il diritto naturale finisce col perdere il carattere di razionalità geometrica e necessaria, resta nondimeno principio indiscutibile della convivenza umana, tecnica almeno ragionevole di coesistenza pacifica.

Se si prescinde dal loro fondamento mitopoietico e teologico, e si guarda unicamente alla loro sostanza, ci si accorge che i precetti noachidi, contenuti nel Talmud, sono innanzi tutto norme di diritto naturale condivisibili da tutte le fedi religiose semplicemente perché non hanno in se stesse nulla di religioso e persino quel riferirsi al divieto di bestemmia e di idolatria, lungi dal rappresentare una qualche forma di “costrizione” teologica esprime piuttosto il principio della tolleranza religiosa e l’invito alla ragione umana di non abbassarsi ad adorare feticci.

Proprio come i principi del diritto naturale, i sette principi noachidi si caratterizzano, per così dire, per la loro elasticità e quindi per la loro capacità di evolversi e al tempo stesso restare immutabili, come già ricordava l’ebreo Benamozeg al cattolico e discepolo Pallière.

Così, per esempio, dal divieto di uccidere discende il precetto positivo di salvare una, cento, mille vite, come fecero Palatucci e gli altri, a buon diritto chiamati giusti tra le nazioni.

NOTE

(1) Cfr., Postfazione di Miep Gies, in Melissa Muller, Anne Frank. Una biografia, trad. it., Einaudi, Torino, 2004, p.348. Di Miep Gies, personaggio chiave nella vicenda di Anna Frank, si parlerà più avanti.

(2) Mi sia consentito, in questa pur breve introduzione, e senza che ciò possa apparire irriverente, riportare nella pagina che segue il grafico del tema zodiacale di Anna Frank, nel momento in cui, in quella terribile mattina del 4 Agosto del 1944, le SS di Karl Joseph Silberbauer fecero irruzione nell’alloggio segreto a seguito di una delazione. Diversi “addetti ai lavori” dell’astrologia si sono variamente esercitati sul tema natale di Anna Frank, e non è mia intenzione aggiungermi a loro, ma solo rappresentare l’immagine astrale di un evento tanto tragico. Non procederò dunque in una analisi interpretativa, che qui sarebbe comunque fuori posto, limitandomi a suggerire ai lettori, anche digiuni di astrologia, una presa di coscienza immediata e puramente visiva dell’evento.

Come si vede, nel grafico, la Luna in transito, cuspide al Discendente od Occaso, e che con le sue fasi bene rappresenta ‘la trama della vita sulla terra’, si trova quasi interamente da sola a fronteggiare l’ “esercito” formato dalla fitta tela degli altri “pezzi” dello zodiaco (astri e pianeti natali e di transito). Inoltre, dei due pianeti di nascita che, come la Luna di transito, si trovano ad Occidente, Urano si congiunge al Sole e Saturno è in avvicinamento a Plutone nella sua dodicesima casa, conferendo al momento e alla situazione in generale una drammaticità, come si suol dire, karmica.

(3) Così Anne Frank definisce i tedeschi nel suo Diario.

(4) Anne Frank, Racconti dell’alloggio segreto, trad. it., Einaudi, Torino, 1983, p.150.

(5) Ibid., p. 151.

(6) Ibid., p. 152.

(7) Ebreo polacco liberato nel maggio del ’45 nel campo di sterminio di Mauthausen. Divenuto famoso come “cacciatore dei nazisti” che si erano macchiati di stragi e delitti contro l’umanità ed erano rimasti impuniti.

(8) Melissa Muller, op.cit., p.10

(9) Ibid., p.11

(10) Com’è noto, ogni lettera dell’alfabeto ebraico ha un corrispondente valore numerico.

(11) La questione esce dal dibattito delle Accademie e dei cenacoli intellettuali per proporsi pubblicamente nell’immediato dopoguerra. La filosofia è trascinata in piazza dal cosiddetto Manifesto dell’esistenzialismo. “Se Dio non esiste tutto è permesso” ha scritto Dostoevskij e di questa frase Jean Paul Sartre dichiara nel 1946 di voler fare “il punto di partenza dell’esistenzialismo”. Paradossalmente, l’esistenzialismo ateo di Sartre rivela qui la sua nostalgia d’assoluto, il rimpianto del paradiso perduto e il risentimento per l’abbandono di Dio. “Se, d’altro canto, Dio non esiste – scrive Sartre (L’Esistenzialismo è un umanismo, trad. it., Mursia, Milano, 1963, p. 47) non troviamo davanti a noi dei valori o degli ordini che diano il segno della legittimità della nostra condotta”. Vero è che questa religione della libertà, lungi dal tradursi in anarchia o arbitrio, si trasforma ben presto in Sartre in un’etica della responsabilità della scelta e nell’impegno civile e politico al servizio della libertà.

(12) B. Spinoza, Ethica, IV, 37, scol.2, Sansoni, Firenze, 1963, p. 477, omesse le note in parentesi del testo originale.



JUVE, FERRARA e ZACCHERONI

Prosegue il “TotoallenatoreJuve” dopo il ciclo prolungato di sconfitte da parte di Ciro Ferrara (8 sconfitte tra Champions e Campionato nelle ultime 10 partite!) e non sorprende che il favorito a guidare la Juventus sia…niente di meno che Alberto Zaccheroni, il cui ultimo ricordo nel calcio giocato si lega all’esonero dal Torino. Purtroppo, se così sarà, l’attuale dirigenza della Juve avrà confermato tutta la propria competenza: prima nel non esonerare Ferrara dopo il rovescio casalingo (1-4!) contro il Bayern Monaco e la conseguente eliminazione dalla Champions League, poi nel non approfittare della sosta natalizia (quando la Juve nonostante tutto era ancora in corsa per lo scudetto!) per sostituire Ferrara, considerati gli ulteriori risultati negativi in Campionato (Cagliari, Bari e Catania), culminati con la sconfitta in casa contro l’ultima in classifica. Così, dopo la pausa e la fortunosa vittoria di Parma, s’è riaperto il ciclo delle sconfitte, implementando una media-punti da serie B: Milan in casa, Chievo fuori e di nuovo Roma in casa. In quest’ultima partita, tutti hanno avuto modo di riflettere sulla strategia dell’allenatore juventino che ha sostituito un terzino con un “trequartista” di belle speranze: nello spazio di campo lasciato vacante si sarebbe presto inserito Riise, il terzino romanista, per il goal della vittoria della Roma.

Nell’intera vicenda legata a Ferrara (di cui peraltro nessuno discute il passato di grande calciatore!) ciò che fa più riflettere, tuttavia, non sono tanto le sconfitte o le “mosse” tattiche di allenatore, quanto soprattutto le dichiarazioni fatte dopo ogni sconfitta. Mai una vera disamina della partita, ma sempre e soltanto lamentazioni. Pochi degli addetti ai lavori, per la verità, se ne sono accorti e tra questi pochi certamente non ci sono stati i dirigenti juventini!

La probabile sostituzione di Ferrara con Zaccheroni, qualora avvenisse (spero proprio di sbagliarmi!), sarebbe dunque perfettamente in linea con le scelte fin qui compiute da parte della dirigenza.

lunedì 21 dicembre 2009

IL GIOCO DELL'ANGELO di CARLOS RUIZ ZAFON






 Leggendo Il gioco dell’angelo (EL JUEGO DEL ÁNGEL, 2008) ho avuto l’impressione, almeno per circa una buona metà delle oltre 600 pagine, che l’abilità narrativa di Carlos Ruiz Zafón fosse venuta maturando rispetto al romanzo di sette anni prima, L’ombra del vento (LA SOMBRA DEL VIENTO) che pure gli era valso un ampio consenso di critica e di pubblico, con la vendita di più di 8 milioni di copie.

 Mi è sembrato che il “guazzabuglio” di successo, come ho definito il romanzo del 2001, avesse lasciato il posto ad un lavoro più maturo e raffinato, senza la velleità di ricreare l’atmosfera dei grandi classici della letteratura e mescolare tra loro alla rinfusa una pluralità di generi letterari.

 La ricostruzione della Barcellona anni ’20 funziona abbastanza, come pure appare convincente il dialogo interiore del giovane scrittore David Martin, lacerato e diviso da una duplice esigenza: quella della propria sopravvivenza che lo induce a scrivere sotto pseudonimo libelli per la serie intitolata “La città dei maledetti” di un piccolo editore senza scrupoli, e l’altra, cui aspira con tutte le sue forze, di scrivere finalmente un libro degno di questo nome. Probabile effetto di questa personale scissione della mente e dell’anima è la malattia mortale che lo colpisce e che lo porterebbe alla tomba senza l’intervento dell’ “angelo”, alias l’editore Andreas Corelli che, in cambio di una grossa somma di denaro e della guarigione, gli propone di scrivere un libro in grado di proporsi come il testo sacro di una nuova religione.

 Di quale religione si tratti, Zafón non dice, non tanto per permettere al lettore di liberare la propria fantasia, quanto perché questa cosiddetta nuova religione in realtà c’è già nota sin dai tempi biblici. E cosa se ne fa il diavolo di un testo sacro, visto che le pagine sulle quali egli scrive più volentieri sono quelle del mondo? Una volta almeno stipulava contratti di eterna giovinezza e successo in cambio dell’anima, mentre ora pare si accontenti di un libro…

 L’eterno “patto col diavolo” (come si sa il diavolo è un angelo decaduto) è comunque trattato abilmente da Zafón in una prospettiva seducente e singolare. Ciò che alimenta un clima di suspense e induce a proseguire nella lettura del romanzo. Come pure, la descrizione della spettrale “casa della torre”, in cui Martin finisce col ritirarsi, è gestita con abilità narrativa ancorché né nuova né originale per questo genere letterario.

 Poi, ad un certo punto, ecco riapparire “il guazzabuglio” nel quale Zafón s’era già mosso in L’ombra del vento, con figure improbabili e stereotipi che fanno “molto rumore per nulla”. Insomma, ancora una volta si ha l’impressione che i personaggi dello scrittore catalano non sappiano vivere di vita propria ma abbiano bisogno del filo doppio del burattinaio per muoversi in un labirinto di situazioni e di intrighi. Tutti, per la verità, con l’eccezione di David Martin e di Isabella, la ragazza che gli fa da assistente, la cui figura è tratteggiata con sufficiente perizia da farla apparire di carne e sangue e non semplice marionetta. Sposata ad un amico di Martin, Isabella concepirà un figlio di nome Daniel Sempere, lo stesso nome, cioè, del protagonista di L’ombra del vento. Bizzarrìa gratuita, introdotta probabilmente per incrementare il “passa parola” sul nuovo romanzo, giacché non esiste alcun motivo plausibile per la duplice attribuzione dello stesso nome. Esiste invece più di un collegamento nell’intreccio narrativo dei due romanzi, entrambi dalla trama esile e pretestuosa, entrambi zavorrati di improbabili quanto noiose avventure.
sergio magaldi

martedì 8 dicembre 2009

JOEL e ETHAN COEN, A SERIOUS MAN, 2009






 La critica ufficiale di A serious man (L’uomo serio), regia e sceneggiatura dei fratelli Coen, è incline a vedere nel prologo del film – un racconto Yiddish d’altri tempi – uno strumento utile ad introdurre una “storia ebraica”, senza tuttavia attinenza con la successiva narrazione.

 In un villaggio innevato dell’Europa centrale, sul finire dell’Ottocento, una coppia di contadini riceve nella propria dimora la visita di un anziano personaggio che il contadino ha invitato a cena ma che sua moglie ha visto morire di tifo tre anni prima. La donna è convinta che si tratti di un Dybbuk e che la maledizione di Dio (Ha Shem, “Il Nome”, come per lo più è chiamato Dio durante tutto il film) stia per abbattersi sulla loro casa di ebrei devoti.
Il Dybbuk è nella tradizione religiosa degli ebrei, lo spirito di un defunto proveniente dalla Gehenna (l’inferno ebraico) che “ritorna” per “attaccarsi” a un vivente al fine di riscattare dal peccato la propria vita o, secondo una versione parallela, è comunque uno spiritello che cerca d’insinuarsi nella mente dei vivi.

 Non a caso nella Qabbalah la parola Dybbuk vale 122 (somma che si ricava addizionando il valore numerico delle singole lettere dell’alfabeto ebraico che compongono la parola: Daleth 4+Yud 10+Beth 2+Waw 6+Qof 100 = 122) e per Ghematria (parole o frasi con lo stesso valore numerico) si associa tra l’altro a Egel Ha Zahav, “vitello d’oro” e a Koach Ha Medameh, “potenza dell’immaginazione”.

 Il prologo termina senza che il dilemma sia sciolto, lasciando libero lo spettatore di credere alle parole dell’ospite, che invoca un’interpretazione razionale della fede, dichiarando di essere guarito dal tifo, oppure a quelle della donna che continua a ritenerlo un Dybbuk e reagisce impulsivamente, spinta da motivazioni irrazionali.

 L’utilità del prologo, nell’economia del film, si rivelerà allo spettatore solo alla fine, col concludersi delle vicende di Larry Gopnik (interpretato da un ottimo Michael StuhlBarg), novello Giobbe “americano” del Minnesota.

 Siamo nel 1967 e sulle spalle di Larry, uomo serio e timorato di Dio, si abbatte tutta una serie di iatture (la moglie lo tradisce con un amico di famiglia e chiede il “divorzio rituale”, il figlio si droga, il fratello è arrestato per gioco d’azzardo e adescamento da sodomia, lettere anonime per denigrare la sua reputazione giungono all’Università dove insegna Fisica, uno studente coreano tenta di corromperlo, perde la casa, è oppresso da debiti non imputabili a lui, ha un incidente automobilistico ecc…) che non si giustificano sul piano della fede razionale, giacché, proprio come il Giobbe biblico della terra di Uz, egli di nulla si è reso colpevole di fronte a Dio.

 Nel disperato tentativo di “uscire dall’angolo”, Larry si rivolge ai rabbini della Comunità. Il primo, il più giovane, gli consiglia di provare a vedere le cose da una prospettiva diversa rispetto a come le ha sempre viste. D’altronde, Ha Shem lo aiuterà se lui si aiuterà! Il secondo gli racconta la storiella di un dentista che sui denti di un paziente lesse la parola “aiutami”. Il terzo, il rabbino Marshak, che è il più anziano ed è considerato il più saggio di tutti, si rifiuta d’incontrarlo.

 La morale che se ne trae è che religione e fede non sono in grado di dare consigli su questioni di coscienza, né di risolvere il mistero del perché un uomo serio e timorato di Ha Shem venga così duramente provato. Ciascuno deve trovare in se stesso la risposta. D’altronde, neppure Dio accetta di rispondere al Giobbe biblico: “Chi sei tu? – gli chiede il Signore (Giobbe, 38, 2ss.) – Perché rendi oscure le mie decisioni con ragionamenti da ignorante? Rispondi tu piuttosto alle mie domande: Dov’eri quando gettavo le fondamenta della Terra? […]”

 Il senso delle numerose domande che Ha Shem rivolge a Giobbe è duplice. Per un verso, Dio rimprovera Giobbe di pretendere una risposta, mentre non è in grado né sembra preoccuparsi di rispondere ad una qualsiasi delle tante domande che Lui gli rivolge. Per altro verso, Dio sembra voler dire a Giobbe: Tu che hai sotto gli occhi la sapienza e la grandezza delle mie opere, perché hai smesso d’aver fiducia in me?

 Il merito dei fratelli Coen è di aver dato al proprio racconto, nonostante la serietà dell’argomento, una struttura leggera e arricchita di gags che, in piena comicità Yiddish, inducono lo spettatore a sorridere quasi di continuo. Ciascun personaggio è al posto giusto: Judith (Sari Lennick) moglie di Larry, aggressiva donna americana fine anni Sessanta e al tempo stesso madre ebrea che si commuove al Bar Mitzvah del figlio, e ancora: il vicino di casa razzista o la vicina provocante, per non parlare dei tre rabbini o di altri personaggi della comunità ebraica.

 Restano alla fine del film, esattamente come nel prologo, almeno tre interrogativi: “Può la fede preservarci dalle sventure o, almeno, è in grado di soccorrerci?” E ancora: “L’approccio alla fede cancella il ruolo della ragione?” E infine: “Quando l’irrazionale bussa alla nostra porta, siamo in grado di riceverlo e d’intrattenerci con lui?”.

 Come per Giobbe, anche per Larry tutto infine si ricompone e sembra risolversi passabilmente. Il “Giobbe americano”, tuttavia, reso edotto dall’esperienza, è propenso a riconsiderare in modo originale (è l’ultima sottolineatura ironica dei fratelli Coen) la nota massima di senso comune dell’aiutati che Dio ti aiuta… mentre, proprio nell’ultima inquadratura del film, il cielo si fa nero all’orizzonte e si annuncia un uragano.

sergio magaldi