giovedì 23 gennaio 2014

CAPITALE UMANO E CAPITALE FINANZIARIO



Human Capital,  il romanzo pubblicato da  Stephen Amidon e giudicato da Jonathan Yardley, critico del “Washington Post”, tra i migliori cinque romanzi del 2004, non risente negativamente della trasposizione cinematografica realizzata da Paolo Virzì, benché siano trascorsi dieci anni dalla sua uscita e l’ambiente in cui si svolge la narrazione non sia quello del Connecticut ma quello della Brianza. Il film si adatta bene all’Italia dei nostri giorni e più in generale a questa fase storica della globalizzazione, in cui il capitale finanziario detta tempi e modi delle dinamiche sociali. Con la realtà che è sotto gli occhi di tutti: tassare sempre di più il cittadino divenuto ormai suddito, perché lo stato possa mantenere il suo apparato senza finire in bancarotta, disinvestire nella produzione di beni, creando disoccupazione e di conseguenza forza lavoro a buon mercato, aumentare in modo esponenziale il tasso di povertà perché la ricchezza si concentri nelle mani dei pochi che detengono il capitale finanziario.    




 Il contrasto tra il cosiddetto capitale umano – inteso come il valore monetario attribuito alla vita umana dalle compagnie di assicurazione – e  il capitalismo produttivo, c’è sempre stato, secondo una logica che ubbidiva alla contrapposizione storica  tra capitale e lavoro. Il fatto nuovo e sotto gli occhi di tutti è l’insorgere di una nuova e sempre più preponderante forma di organizzazione e distribuzione della ricchezza: il capitalismo finanziario, di fronte al quale il capitale umano si riduce a pochi spiccioli.

 La dialettica hegeliano-marxiana [tesi-antitesi] si è infine risolta in una sintesi che non è quella vagheggiata dal materialismo storico e/o dall’idealismo metafisico e ubbidisce ad una logica prima d’ora sconosciuta che cementa di fatto l’alleanza tra capitalismo delle merci e lavoro salariato contro il capitalismo finanziario dell’età della globalizzazione. La lotta è impari, perché alla piccola e media imprenditoria viene a mancare il credito gestito dalle banche per conto dell’alta finanza e il lavoratore sarà costretto ad accettare la diminuzione di valore della forza lavoro che è anche l’unico bene di cui dispone. Può così accadere che l’imprenditore si trasformi a sua volta in lavoratore salariato o sia portato a disinvestire dalla produzione di beni, merci e servizi per investire nel mondo della finanza. Incentivato anche dal diverso sistema di tassazione che, per esempio, in Italia è di circa il 50% sul capitale produttivo e il reddito da lavoro e tra il 12 e il 20% sul capitale finanziario.

 È  un po’ quello che accade a Dino Ossola [Fabrizio Bentivoglio], l’agente immobiliare brianzolo del film di Paolo Virzì che investe nella finanza tutto quello che ha e anche quello che non ha. L’occasione gli viene dal rapporto di amicizia sentimentale che lega sua figlia Serena [Matilde Gioli, in una interpretazione efficace e tanto più sorprendente trattandosi quasi di un’esordiente] al figlio di uno squalo della finanza. Dino Ossola e Giovanni Bernaschi [Fabrizio Gifuni] cominciano con una partita di tennis insieme per poi legarsi in un rapporto d’affari dove, fin dall’inizio, è sin troppo evidente chi finirà per perdere e sarà disposto a tutto pur di non soccombere.

 La Lega Nord non ha gradito la rappresentazione della Brianza quale emerge dal film di Verzì, tra speculatori arricchiti e piccoli imprenditori che si aggrappano ai primi con ogni mezzo, lecito e illecito, pur di sfuggire alla crisi. E soprattutto non ha sorriso della macchietta del consigliere di amministrazione del teatro che Carla Bernaschi [Valeria Bruni Tedeschi, in una interpretazione fisicamente ed emotivamente inappuntabile], moglie di Giovanni, intende restaurare dopo averlo ricevuto in dono dal marito. Col fazzoletto verde che gli spunta dal taschino, il cellulare che lo avverte delle chiamate con il Va’ Pensiero, e con la proposta di  far inaugurare il teatro dal coro della Padania. Mancanza di spirito di alcuni dirigenti leghisti e/o rifiuto di accettare una realtà che l’esigenza dello spettacolo porta di necessità ad estremizzare?

 Non meno interessante – ancorché si svolga su un terreno positivo in cui, a differenza degli uomini,  si muovono tutte le donne del film – è il confronto tra Roberta [Come sempre un’ottima Valeria Golino] la compagna di Dino, e  Carla, la moglie di Giovanni. Dove la prima, anche in virtù della sua professione, si dimostra particolarmente sensibile verso il mondo che la circonda, la seconda, benché appaia china su se stessa e si conceda momenti di bovarismo – per evadere dalla gabbia d’oro in cui l’ha chiusa il cinismo del marito – manifesta un interesse culturale che sa di nostalgia per il “tempo perduto” e un bagliore di coscienza nel rimproverare al marito di essere tra quelli che hanno scommesso sulla rovina dell’Italia e che hanno vinto. Salvo poi a sentirsi rispondere da Giovanni: “Siamo… tra quelli che hanno scommesso…”.

 Giovanna Trinchella su Il Fatto Quotidiano del 12 Gennaio parla del lavoro di Virzì come di un film imperfetto: “ […] fa lasciare la sala cinematografica con un senso di insoddisfazione frustrante perché, nonostante la bravura del cast, il nitore della fotografia, la regia equilibrata, risulta monco. La divisione in quattro capitoli – Dino, Carla, Serena e il Capitale umano – trascura emotivamente e narrativamente proprio quella che avrebbe dovuto essere la figura più importante delle pellicola ovvero il ciclista che muore dopo essere stato investito. Un personaggio questo – con cui il regista avrebbe dovuto farci entrare in empatia – e che invece viene relegato nello spazio di una figurina; inserito a stento nell’album principale. Un tassello quasi insignificante, neanche un comprimario. Messo lì in una tabella, come quella della quantificazione del risarcimento dei danni.” 

 Più che di “insoddisfazione frustrante”, parlerei di sospensione temporanea del giudizio, al momento di uscire dal cinema, per un film che ha tutti gli ingredienti per essere considerato ottimo, cui pure manca qualcosa per emozionare. E non si tratta di quello che la Trinchella immagina perché, se Virzì avesse aggiunto al film un capitolo intestato al cameriere-ciclista, alla vittima, avrebbe finito probabilmente con lo sminuire proprio ciò che ha inteso sottolineare: l’insignificanza che la vita ha nel nostro tempo, simbolicamente espressa dalla cifra che le compagnie di assicurazione assegnano al capitale umano.







 Perché allora un film, cui non manca nulla, e che mette il dito efficacemente sulla crisi italiana ed europea, non arriva ad emozionare lo spettatore? Intanto perché, con l’eccezione del finale [e del “finale del finale” diverso da quello del romanzo] appare talora scontato nelle sequenze narrative e soprattutto perché ha l’aria di un compito ben fatto, impeccabile persino, dove tuttavia è assente il colpo d’ala della fantasia, che è parte integrante della finzione cinematografica e di ogni espressione artistica.


sergio magaldi    

sabato 18 gennaio 2014

L' INCONTRO DEL NAZARENO




 Più che l’incontro del Nazareno  tra Renzi e Berlusconi, che almeno di clamorose sorprese sarà solo interlocutorio, mi sembra interessante l’esame dei commenti e degli anatemi che l’hanno preceduto. L’opposizione di destra e di sinistra all’interno del PD ha tentato compattamente e sino all’ultimo di scongiurare una simile iattura. La destra, perché ritiene che un eventuale accordo tra il segretario e il cavaliere comporterebbe automaticamente la fine del governo delle larghe intese [che peraltro non sono così larghe da quando Forza Italia se n’è tratta fuori], la sinistra, perché non ha mai visto di buon occhio “il rottamatore” e ancora di più perché sta ancora assaporando il gusto dell’uscita di Berlusconi fuori dal “sistema” per via giudiziaria, dopo aver tentato invano per vent’anni di sconfiggerlo politicamente e, per incredibile paradosso, di venire a patti con lui.

 Se non ricordo male, non è stata proprio la sinistra a sostenere che in democrazia l’intesa sulle regole va ricercata con tutte le forze in campo, perché è cosa assai diversa dalla maggioranza che sostiene il governo? Forse mi sbaglio. Resta il fatto che la modifica della legge elettorale, che comprende anche la trasformazione dei senatori da membri del Parlamento a rappresentanti non retribuiti delle autonomie, richiede di necessità un accordo tra le principali forze politiche. E allora dov’è lo scandalo dell’incontro del Nazareno? È forse imputabile a Renzi il fatto che Berlusconi, condannato per reato fiscale, sia ancora il capo riconosciuto del centro-destra? Un minimo di buon senso e di coerenza avrebbe aiutato molti a tenere la bocca chiusa prima di lanciare l’anatema. Gli stessi che meno di un anno fa avevano dato vita al governo delle larghe intese, siglando un patto con Silvio Berlusconi e che prima delle elezioni dello scorso Febbraio, insieme al cavaliere avevano sostenuto il governo Monti.

 La levata di scudi di tanti epigoni di DC e PC nasconde in realtà propositi detti e non detti, una sostanziale mancanza di spirito democratico e una instancabile determinazione a lasciare che L’Italia vada in malora, purché trovino sfogo rancori personali e siano soddisfatti piccoli interessi di retrobottega. Con loro, i tanti giornalisti, più o meno schierati sul fronte del centro-sinistra, onnipresenti  nei Talk show e sempre pronti a dare eco alla “voce del padrone”, di coloro cioè che si preoccupano che la “stabilità cimiteriale” del Paese possa essere alterata. Persino Travaglio, di cui non si può certo dubitare l’avversione a Berlusconi e al berlusconismo, ha ritenuto che per Renzi non vi fossero alternative. Ma i benpensanti non sono di questo avviso, e ritengono che la mossa di Renzi, resuscita Berlusconi, fa uno sgarbo ad Alfano e affonda Letta.

 Per non parlare dei commenti dei politici del Nuovo Centro Destra all’annuncio dell’incontro del Nazareno: dalle minacce, si passa con disinvoltura a similitudini come quella che non avrei mai creduto di udire e cioè che, con l’accordo tra Renzi e Berlusconi, saremmo di fronte ad un nuovo patto scellerato Stalin-Von Ribbentrop!

sergio magaldi

giovedì 16 gennaio 2014

PARALISI PROGRESSIVA E FORSE IRREVERSIBILE DEL "SISTEMA ITALIA"




 La paralisi progressiva e forse irreversibile del “Sistema Italia” è sotto gli occhi di tutti. Le cause della malattia sono tante, proviamo a indicarne qualcuna, più che mai convinti che per la guarigione occorrerebbe un miracolo.

- Il governo del Partito Democratico, di Scelta Civica e del Nuovo Centro Destra  ha voluto e gestito una politica di rapina nei confronti dei sudditi: aumento dell’IVA, ripristino dell’IMU sulla prima casa, in misura tale da far rimpiangere l’ICI, rivalutazione talora esponenziale delle rendite catastali sugli immobili urbani [indiscriminata, non limitata ai centri storici e all’abolizione delle categorie, ormai anacronistiche A5 e A4, e senza tener conto dello stato reale delle singole unità abitative] che farà lievitare ancora di più l’IMU, sia sulle abitazioni principali che sulle seconde case, introduzione della tassa sui cosiddetti servizi indivisibili, pedaggi autostradali elevati mediamente del 10% con punte che si avvicinano al 20% sulle autostrade del nord, dove il traffico delle merci è più intenso, saldi retroattivi d’inizio d’anno su IMU e Nettezza Urbana [TARES], tanto per introdurci a un 2014 costellato di balzelli, e così via…

 Non un euro è stato sottratto ai politici e agli sprechi della politica, alle retribuzioni, liquidazioni e pensioni d’oro, nulla si è fatto per mitigare i privilegi e l’evasione fiscale delle tante corporazioni, alcune delle quali si avvantaggeranno addirittura della nuova ondata di imposte [per esempio i commercialisti, chiamati a far luce sul calendario e l’entità dei pagamenti, e gli avvocati, per i ricorsi che già fioccano contro l’Agenzia delle Entrate, ecc…].

 Il risultato di questa politica lungimirante, che gli ingenui si limitano a definire errata, mentre in realtà è espressamente voluta, è l’esatto contrario di quello che fa finta di essere: si sta lavorando alacremente non alla crescita ma alla decrescita produttiva, con il crollo dei consumi, l’estendersi della povertà, l’aumento della disoccupazione, il fallimento di un ulteriore ed elevato numero di aziende sul territorio nazionale, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, l’esportazione dei capitali, e la politica degli investimenti produttivi all’estero. 

- I partiti, dal canto loro, si misurano per l’ennesima volta sulla riforma della legge elettorale a suon di veti incrociati e c’è da scommettere che partoriranno un mostro o più probabilmente certificheranno la loro perenne sterilità, finendo per consegnare alle urne il vigente sistema proporzionale [dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale che ha soppresso il “Porcellum”], per ripristinare la prima Repubblica e l’alleanza tra vecchia e nuova Democrazia Cristiana [PD e ruote di scorta di centro e di destra], e per fare in modo che tutto rimanga esattamente com’è [Si veda il post  Cambiare... perché tutto resti come prima], con margini di peggioramento che già s’intravedono, per la vita dei sudditi.

- Regioni, province, comuni ed enti vari continuano intanto nella sistematica spoliazione del Paese e c’è da ringraziare la Magistratura se di tanto in tanto il suddito viene a conoscenza di come siano utilizzati i soldi pubblici. Per quanto apprezzabile, tuttavia, il lavoro dei giudici non riuscirà ad impedire la corruttela sistematica che è parte integrante del sistema politico-partitico, così come non ci riuscì “Mani Pulite”.

- I media, con qualche rara eccezione, invece di gridare forte ciò che sarebbe giusto fare secondo una logica di buon senso, si limitano a chiosare le dichiarazioni dei politici in funzione della chiesa cui appartengono e delle lobby che li finanziano. Bravi nel cercare il pelo nell’uovo quando via sia il tornaconto, ciechi muti e sordi quando si tratti di testimoniare una verità sgradita.

 Esemplificativo, a questo riguardo, quanto è avvenuto in questi giorni a proposito del referendum lanciato in rete da Beppe Grillo sul reato di clandestinità. Pronti alla critica, allorché il leader del Movimento Cinque Stelle giudicò inopportuna l’abolizione del reato, dichiarando che una battaglia del genere in campagna elettorale avrebbe determinato per il Movimento risultati da prefisso telefonico [ciò che gli valse la patente di opportunista, razzista e neofascista], altrettanto critici oggi che la maggioranza dei grillini [circa il 60%] si è espressa per l’abolizione del reato di clandestinità.

 Persino Il Fatto Quotidiano ha avuto da ridire che la votazione in rete sia stata fatta con tanta precipitazione! Col rimpianto evidente che la politica dei Cinque Stelle non segua lo stesso ritmo degli altri partiti! La verità è che Beppe Grillo ha dato a tutti una lezione di democrazia sostanziale. Se l’ha fatto perché intuiva quale fosse la volontà maggioritaria all’interno del Movimento, poco importa. Resta la coerenza di aver accettato una condizione di minoranza e soprattutto di aver ribadito che tra i grillini possono coesistere e confrontarsi, almeno in questa fase storica, caratterizzata dall’uso strumentale dell’ideologia, posizioni anche in forte antagonismo tra loro, ma tutte caratterizzate dall’esigenza di mandare a casa questa vergognosa classe politica.

 Mutatis mutandis, non dissimile l’atteggiamento dei media nei confronti del neosegretario del Partito Democratico. Braccato quotidianamente per carpirne dichiarazioni che ne lascino trapelare le “vere” intenzioni – sulle quali discettare per riempire Talk show e colonne di giornali – Matteo Renzi risulta di sicuro anomalo nel panorama politico italiano, proprio come Beppe Grillo. Si cerca di mostrare che il gradimento di cui è fatto oggetto da una consistente parte dell’opinione pubblica, dipende unicamente dal giovanilismo e dalla spregiudicatezza dei modi, così distanti dalle maniere felpate della politica. Lo si rappresenta come il democristiano furbo e ambizioso [in realtà per ragioni anagrafiche non ha mai fatto parte della DC ma solo del Partito Popolare e della Margherita], il Gian Burrasca che ha mandato a casa la vecchia nomenclatura ex PC e DS. Un uomo tanto distante dalla sinistra da costringere un rivoluzionario come Fassina a dimettersi da un governo che non ubbidisce più ad un autentico riformista come Enrico Letta, ma prende ordini da un segretario di partito, autoritario e distante anni luce dalla “vera” tradizione socialista.

 Opinioni, a quanto pare, condivise – secondo quanto scrive Carlo Puca sull’ultimo numero di Panorama – da quanti nel Partito Democratico starebbero organizzando la minoranza di Fronte Democratico. Tutti, più o meno, vecchi militanti della sinistra, che se vedono bene Renzi come “acchiappavoti”, lo vedono meno bene alla guida del partito. Tutta gente che nella vita pubblica e privata non ha fatto né detto altro che “cose di sinistra” [?!], al contrario di questo “vu’ cumprà democristiano” che in pochi mesi pretende di fare le riforme di cui per decenni si è discusso tra le principali forze politiche del Paese e che si permette d’invitare Letta [personaggio sempre gradito alla vecchia nomenclatura e non solo] a non usare il “democristianese” nel parlare del programma di governo.

 Abolizione del finanziamento della politica, soppressione delle Province, taglio degli sprechi, fine del bicameralismo perfetto che paralizza le legislature e trasformazione dei senatori in rappresentanti non retribuiti delle autonomie, decurtazioni delle pensioni d’oro, un piano per il lavoro [Job Act], decadenza del reato di clandestinità, introduzione dello Ius soli e delle Unioni civili, riforma elettorale in senso maggioritario… sono da considerarsi politiche di centro, di destra o di sinistra?

 Qui cominciano i “distinguo” e le tante considerazioni sulla sostanza e sull’attuazione di queste riforme. C’è chi a sinistra vede come fumo agli occhi la rinuncia al denaro pubblico per i partiti, chi preferirebbe il sistema proporzionale per perpetuare all’infinito le larghe intese, chi irride ad un piano per il lavoro scritto da dilettanti [magari giustamente perché senza aumento dei consumi e degli investimenti qualsiasi Job Act risulta inutile], chi storce il naso sulle unioni civili, chi insomma fa di tutto perché non si faccia nulla e si continui a parlare all’infinito…

 E ancora, nel vasto panorama mediatico c’è chi rilancia il solito e sempre efficace discorso sulla dietrologia: “Chi c’è dietro Matteo Renzi?” che ricalca quello già fatto a proposito di Grillo e Casaleggio, e chi assicura che il sindaco fiorentino starebbe per dar vita al “renzismo”, un sistema di potere che ricalcherebbe il già sperimentato “berlusconismo”, dove le tante promesse servirebbero unicamente ad attrarre gli elettori per poi amministrare l’esistente nel solito, dolce far niente.

 È possibile che tutti costoro abbiano ragione, ma se si crede anche solo in parte che le proposte di Matteo Renzi e/o quelle di Beppe Grillo, opportunamente realizzate, servirebbero a rendere più accettabile l’infelice sorte dei sudditi italiani, perché non provare a sostenerle con coraggio? La verità è che in Italia il cosiddetto Quarto Potere è solo la facciata dietro la quale si consumano, con qualche rara eccezione, gli stessi interessi faziosi delle lobby e dei partiti.  

sergio magaldi

      

mercoledì 25 dicembre 2013

PHILOMENA: FEDE, PERDONO E SPIRITO NATALIZIO

Stephen Frears, Philomena, Islanda, Irlanda, Regno Unito, 2013, 98 minuti


 Philomena, il film di Stephen Frears, viene definito dalla maggior parte della critica italiana come il vero film di Natale e non perché esca sugli schermi proprio in questi giorni! Ispirato ad una storia vera, raccontata sotto forma d’inchiesta romanzata - pubblicata nel 2009 dal giornalista Martin Sixsmith col titolo The lost child of Philomena Lee -, il lavoro più che proporre una denuncia sociale, come Magdalene [2002] un film dello stesso genere, sembra invitare lo spettatore a soffermarsi sul tema della fede e del perdono, secondo l’autentico spirito natalizio.







  Nei panni di Philomena, un’anziana signora irlandese che vive a Londra, è Judy Dench, già celebre interprete teatrale della Royal Shakespeare Company, e approdata al Cinema negli anni Ottanta. I lettori la ricorderanno nella parte della regina Elisabetta, nel bel film Shakespeare in love [1998], che le valse l’Oscar per la migliore attrice non protagonista. 







 Per quanto grande sia l’interpretazione di Judy Dench, nella parte della donna che fu ragazza-madre nel convento irlandese di Roscrea, e che si addolora nel ricordo del figlio Anthony,  nato nel 1952 e che le fu tolto quando aveva solo tre anni, e del quale non ha più saputo nulla, non mi sento di dire che il film raggiunga l’obiettivo d’invitarci al perdono. E la storia narrata, ancorché vera, mi sembra a tratti retorica e melensa. Perché anche la realtà a volte sa esserlo, persino di più della finzione cinematografica.


 È ormai documentato che solo nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, più di 4000 bambini, strappati alle ragazze-madri dei conventi cattolici irlandesi, e senza il loro consenso, furono mandati con regolare passaporto negli Stati Uniti per essere adottati. Molti altri bambini perirono con le loro madri al momento di nascere, perché lo spregevole commercio sconsigliava l’assistenza di un medico durante il parto e la relativa registrazione delle nascite. Quando Philomena rivedrà, vecchia e malata, l’ultima superstite delle suore responsabili della vendita del suo Anthony, le concederà il perdono, senza poter cogliere nella monaca un barlume di pentimento, ma sentendosi dire che toglierle quel figlio era stata la giusta punizione voluta da Dio per il peccato della carne. La fede, come si sa, per chi la possiede è più forte di qualsiasi altro sentimento e a nulla valgono le ragioni che il giornalista Martin Sixsmith, interpretato dall’ottimo Steve Coogan, oppone a Philomena perché denunci pubblicamente la violenza subita, insieme a tante altre giovani come lei.

 Sorprende, francamente, che il film sia stato premiato al recente Festival di Venezia, per la migliore sceneggiatura e non per la migliore interpretazione femminile. A pensarci bene, tuttavia, non è neanche una sorpresa, considerando che il Leone d’oro per il miglior film è stato assegnato ad un documentario noioso come SACRO GRA.

 Se c’è qualcosa di debole nel film è proprio nella sceneggiatura e in particolare nei dialoghi tra Philomena e il giornalista che viaggerà con lei alla ricerca di Anthony che, se vivo, ha ormai compiuto cinquant’anni. Nelle parole e nelle riflessioni a voce alta di Philomena ci sono spesso considerazioni che, più che far pensare alla grandezza della fede e del perdono, sanno di piccola anima borghese: come la valutazione che con lei Anthony non avrebbe raggiunto una certa posizione sociale o il proposito di interrompere la ricerca quando si viene convincendo che il figlio non ha mai pensato a lei e che forse l’ha ritenuta responsabile dell’abbandono. Stupisce semmai, trattandosi di una storia vera, che la donna, sposata e vedova e che ha una figlia già grande, non abbia mai cercato Anthony in quei cinquant’anni o l’abbia cercato male, visto che poi in quattro e quattr’otto, sia pure grazie all’aiuto di Martin, riuscirà a mettersi sulle sue tracce. 






 E ancora: se non sapessimo che è tutto vero, il destino di Anthony sembrerebbe costruito ad arte, tanto è pieno di coincidenze che servono a coinvolgere l’animo dello spettatore o, come è successo a me, a prenderne le distanze come di fronte ad una favola. Comunque sia, l’interpretazione di Judy Dench giustifica ampiamente sia il prezzo del biglietto, sia i 98 minuti passati di fronte allo schermo. Lontano tuttavia dal condividere il giudizio di gran parte della stampa e in particolare quello di Maurizio Acerbi su il Giornale: “Brillante e commovente, con il tema del perdono cristiano che fa da sfondo a un film indimenticabile. Un regalo di Natale.”


sergio magaldi



domenica 22 dicembre 2013

CAMBIARE... PERCHE' TUTTO RESTI COME PRIMA




 L’elezione di Matteo Renzi alla guida del Partito Democratico aveva suscitato anche nei più scettici una speranza di cambiamento, forse l’ultima, considerando la comprensibile diffidenza che circonda gli addetti ai lavori della politica. “Vuoi vedere che dopo decenni e decenni di promesse non mantenute da parte dei politici di centro, di destra e di sinistra – devono essersi detti costoro – è arrivato finalmente qualcuno che riuscirà davvero a cambiare questo Paese?”

 Incalzato dal sindaco di Firenze, persino il governo della "stabilità cimiteriale" ha avuto un sussulto di vita, rilanciando temi e progetti che risalgono al momento del varo del governo “delle larghe intese”. Innanzi tutto l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e quella delle Province. Per l’occasione, è probabile che il governo abbia organizzato una riflessione collettiva su quel passo del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che chi gestisce il potere in Italia conosce bene, anche senza aver mai letto Il Gattopardo. È l’affermazione celebre di Tancredi Falconieri nipote del principe Fabrizio: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.




    Dal film Il Gattopardo, di Luchino Visconti,Italia,Francia,1963,187 minuti


 A questa filosofia sembra ispirarsi il provvedimento che prevede, non subito, ma per il 2017, la cosiddetta fine del finanziamento pubblico della politica e introduce tutta una serie di “paracaduti” per un “atterraggio” morbido. Non gli è da meno il disegno di legge del ministro renziano Graziano Delrio per l’abolizione delle Province o per meglio dire per la loro trasformazione in Enti Di Area Vasta [sic!], senza personale politico ma con competenze di ripartizione territoriale, trasporti e rete scolastica, con la contemporanea creazione delle cosiddette Città Metropolitane e la proliferazione di organismi decisionali ovvero di nuovi carrozzoni della politica.

 Per la verità, Letta e i suoi ministri non avrebbero avuto bisogno di tornare a meditare sulle massime gattopardesche, dopo il saggio fornito con la legge di stabilità che non solo reintroduce in via definitiva l’IMU sulla prima casa, ma per giunta l’aumenta, cambiandogli nome. Consiglio dei ministri che, approfittando che le larghe intese si siano ridotte all’appoggio incondizionato di giganti della politica come Alfano, Lupi e Quagliarello, arriva addirittura a ripristinare la seconda rata dell’IMU prima casa per il 2013, con motivazioni risibili e localistiche che poco interessano agli italiani vessati dalle tasse. Bontà sua, per non danneggiare i consumi innescati dalle tredicesime mensilità, il governo ne fa slittare il pagamento alla seconda metà di Gennaio, in coincidenza con l’arrivo delle bollette di gas, luce ecc… e quando le tasche degli italiani saranno più vuote di sempre. 

 Insomma, che da questo governo non ci si potesse aspettare di più e di meglio era scontato, quel che turba gli scettici, che pure avevano sperato nel cambiamento, è che i provvedimenti sul finanziamento dei partiti e sulle province abbiano il placet di Renzi, l’uomo spacciato per il nuovo e il carismatico della politica italiana. C’è chi dice che al momento è già tanto vararli così come sono stati concepiti, perché le forze della conservazione dei privilegi sarebbero all’opera per snaturarli ulteriormente e/o ritardarne l’approvazione e, infatti, se il disegno di legge sulle province non venisse approvato entro la fine dell’anno, scatterebbe automaticamente la procedura per l’elezione dei nuovi consigli provinciali.

 C’è di più e di peggio: la sensazione che Renzi sia la faccia sorridente del PARTITO DELLE TASSE, sempre all’opera nella sinistra o pseudosinistra italiana. Non è un caso che Filippo Taddei, il giovane studioso di economia entrato di recente, come responsabile per l’economia, nella squadra del neo segretario del PD, abbia vagheggiato in un suo intervento televisivo una patrimoniale per ridurre le tasse dei redditi sino a 26.000 Euro lordi. Parliamo di circa 1400 Euro netti al mese! Servirebbe questo a rilanciare i consumi? È incredibile che a teorizzarlo sia un economista o un aspirante tale! Senza contare il riferimento a provvedimenti che dovrebbero ridisegnare il rapporto tra sistema retributivo e contributivo delle pensioni già in essere, con il risultato di spaventare la gente. Se davvero si vuole intervenire su questo versante perché non parlare più semplicemente di un tetto ragionevole per le pensioni, per gli stipendi e le liquidazioni dei manager, degli eletti della politica e delle cariche istituzionali? In questi giorni qualcuno ha avuto il coraggio di chiedere all’Assemblea Regionale Siciliana l’aumento dello stipendio dei consiglieri che attualmente è di circa 12.000 Euro netti mensili. In queste ore la Camera ha abolito i tagli già annunciati degli stipendi degli onorevoli!

 E che dire del Job Act, il progetto di Filippo Taddei a denominazione anglofona per mascherare la pochezza di un provvedimento che dovrebbe rilanciare il lavoro? E non entro nel merito della cessazione del cosiddetto “bicameralismo perfetto” con l’abolizione del Senato. Per quanto lo sforzo di Renzi in questa direzione sembri autentico, temo che dovrà aspettare a lungo prima di veder realizzato il sogno.

 Il fatto è che questo è il Paese delle lobby, delle corporazioni delle arti, dei mestieri, della politica e dei sindacati, che neppure Monti ha voluto o potuto toccare [si veda in questo blog, il post Corporazioni di tutta Italia unitevi]. Persino Letta, prima di diventare capo di governo, aveva fatto una proposta decente quando, in una puntata di “Porta a Porta”, aveva lanciato l’idea dei controlli incrociati delle fatture di datori e fruitori di servizi e prestazioni professionali, al doppio scopo di colpire l’evasione fiscale e diminuire la pressione delle tasse attraverso le detrazioni [si veda il post Dopo la stangata]. Se ne è saputo più nulla? Le tante corporazioni non permetterebbero mai l’introduzione di un provvedimento del genere! E guardate cosa avviene nella Giustizia. Si parla di amnistia. Ne parlano anche il presidente Napolitano e la ministra Cancellieri, Pannella continua imperterrito con i suoi scioperi della fame e della sete, ma nessuno dice che l’unico provvedimento che, almeno temporaneamente, potrebbe risolvere il sovraffollamento carcerario, è l’abolizione della detenzione in attesa di giudizio, fatti salvi i casi degli imputati per i reati più gravi e socialmente pericolosi [si veda il post Le intercettazioni utili].

 E se dalle questioni nazionali, si scende a quelle locali, la storia non cambia e si tocca con mano il peso che le corporazioni hanno in questo infelice Paese. L’Atac, che a Roma si occupa del trasporto pubblico, avrebbe un mezzo semplicissimo per attenuare l’ingente debito che prima o poi farà scoppiare un caso simile a quello recente di Genova: far pagare il biglietto ai passeggeri. Come? Con l’obbligo, come in tutte le più importanti capitali europee, che chi sale su un autobus o su un tram mostri il biglietto al conducente o gli consegni l’equivalente in denaro [vedi il post Pubblico e Privato]. Impresa ardua e mai concepita, basti vedere con quali criteri vengono costruiti i mezzi di trasporto che circolano nella capitale e immaginare quale sarebbe la risposta del sindacato di settore di fronte a una proposta del genere.

 Resta l’auspicio che qualche buona intenzione di Renzi sia coronata da successo. Ne dubito, però, e purtroppo i fatti recenti mostrano che presto il sindaco di Firenze si rassegnerà a camminare sulla strada della politica già additata dal famoso personaggio del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Esattamente come tutti quelli che l’hanno preceduto al governo o alla guida dei partiti, anche se con minori proclami. Almeno di non voler rischiare il potere conquistato di recente.

sergio magaldi








 


domenica 15 dicembre 2013

BLUE JASMINE

Woody Allen, Blue Jasmine, USA, 2013, 98 minuti


 Con il suo ultimo film, Woody Allen mostra ancora una volta l’essenza del Cinema, intesa come arte dotata di autonomia, indipendentemente dai generi artistici utilizzati [romanzo, teatro, fotografia, arti figurative, musica ecc…]. Com’è noto, un bel romanzo può divenire un pessimo film e viceversa, e una spendida colonna sonora e/o la sapienza fotografica non salvano dalla percezione di un brutto film. E una stessa storia può essere raccontata sullo schermo con un linguaggio originale e con significati diversi, senza che si debba parlare di plagio, come talora avviene in letteratura. Non a caso, Woody Allen ha fatto del remake di Un posto al sole [1951], il suo miglior film degli ultimi dieci anni  e forse più: Match Point del 2005. Gli ingredienti sono il ritmo, la scelta degli attori, l’attualità della sceneggiatura e dei dialoghi, l’eventuale mutamento di prospettiva, l’abilità di soffermarsi su particolari che la storia originale ha ignorato e la capacità di offrire nuove chiavi di lettura.



  In Un posto al sole [Sei Oscar e tre Nomination], il protagonista maschile [Montgomery Clift] medita di uccidere la donna povera che ha messo incinta [Shelley Winters] e poi la lascia morire affogata, allorché s’innamora follemente di Angela, una donna bella e ricca [Elizabeth Taylor] che ricambia il suo amore e che accettando di sposarlo gli renderà possibile la scalata sociale. Nonostante i tardivi rimorsi, il destino del giovane è segnato dal corso della giustizia. Tutto si svolge secondo un’etica tradizionale che non ammette deroghe e del resto il film è la riduzione cinematografica del romanzo di Theodore Dreiser: Una tragedia americana del 1925.






  In Match Point, l’arrampicatore sociale Chris [Jonathan Rhys Meyers] prima sposa Chloe [Emily Mortimer], la donna giovane e ricca che s’innamora di lui, poi uccide deliberatamente la bellissima Nora Rice [Scarlett Johansson] di cui si è invaghito e dalla quale aspetta un figlio. Se in Un posto al sole, il crimine è in gran parte motivato dall’amore e da oscuri sentimenti inconsci, in Match Point la prospettiva viene rovesciata con genialità e cinismo: l’amore poco conta quando si tratta di mettere in ballo l’appartenenza alla classe che conta. Chris uccide lucidamente, naturalmente anche lui non senza rimorsi, per non perdere i frutti della scalata sociale e perché – e qui s’intravede il tocco beffardo del grande Woody Allen – la famiglia in cui è entrato a far parte non è soltanto ricca, è anche espressione di un’armonia che l’ambiente familiare in cui è cresciuto non gli ha mai regalato. C’è di più, infrangendo una regola aurea del cinema e della letteratura che vuole punito il colpevole, il delitto di Chris resterà impunito perché il Fato ha così deciso, anche se le Erinni continueranno a dargli la caccia forse per il resto della vita: lucida e spietata lettura dei comportamenti sociali e del ruolo che la Fortuna assume nelle vicende umane. Tema ricorrente, quest’ultimo, nel cinema del Woody Allen più maturo. [Si veda in proposito il post  Basta che funzioni del 27 Ottobre 2009. Per altri film di Woody Allen in questo blog, si vedano i post L’omaggio di Woody Allen all’Italia che fu del 26 Aprile 2012 e Midnight in Paris del 6 Dicembre 2011].



  Blue Jasmine [Gelsomino blu], il film in questi giorni sugli schermi italiani, scritto e diretto da Woody Allen, è il remake di un altro famoso film del 1951 che ottenne quattro Oscar e quattro Nomination: Un tram che si chiama desiderio, a sua volta riduzione cinematografica del dramma di Tennessee Williams. La Blanche [Vivien Leigh] del film di Elia Kazan diventa Jeanette [Cate Blanchett] che i genitori adottivi ribattezzano con il nome di Jasmine, il fiore azzurro, bello e delicato che sboccia di notte, il Solanum Jasminoides Blue che nel linguaggio segreto dei fiori rappresenta il desiderio [Si veda il post recente: Linguaggio artistico, scientifico e simbolico del disegno botanico]. 





 Stella, la sorella di Blanche, diventa Ginger [Sally Hawkins], adottata anche lei dagli stessi genitori. La profonda differenza tra le sorelle adottive è giustificata dal sangue diverso che circola nelle loro vene. Per quanto Jasmine è aristocratica, Ginger è, per così dire, plebea. Dove l’una sembra potersi realizzare solo nel desiderio di essere amata e nel circondarsi di cose belle e preziose [Jasmine], l’altra si adatta alla vita e alla volgarità con consapevole rassegnazione, senza mai perdere di vista i buoni sentimenti e l’altruismo della propria natura.

 Il desiderio di Jasmine non ha nulla a che vedere con quello della Blanche di Kazan. L’erotismo, le sue tante sfumature e perversioni non la riguardano, così come non riguardano suo marito, il ricco Harold [Alec Baldwin], se non per le tante avventure consumate con altre donne, all’insaputa della moglie. Ma il paradosso e insieme l’abilità narrativa di Woody Allen, il suo saper essere beffardo, è nel rendere plausibile e contemporaneo lo scatenamento del dramma, pur saldandolo con gli istinti primordiali della natura umana: saranno le frodi finanziarie a perdere Harold, ma l’amore tradito - quando Harold confesserà a Jasmine di essersi innamorato di una donna più giovane - avrà un ruolo determinante nella vicenda, proprio come, mutatis mutandis, nel film di Elia Kazan.

 Il desiderio di Jasmine si tinge di blu, si accompagna cioè alla triste condizione di chi vive nelle profondità dell’egoismo e nella strenue difesa di ciò che crede appartenerle di diritto: l’amore e il patrimonio di Harold, anche se frutto di inganno e rapina nei confronti degli altri. Perché, anche se lo nega più volte, con la sorella e con le amiche, Jasmine ha sempre saputo il modo di fare i soldi di suo marito. E la cecità è tale che non le lascia neppure il tempo e la capacità di vedere che la vendetta la condurrà proprio alla distruzione di quell’io che intende proteggere. Con il lento ma inesorabile scivolamento nella follia…








 

 Conosciamo il significato che il blu ha per Woody Allen. Ce lo ricorda Enrico Andreoli nella sua intrigante recensione del film [affariitaliani.it]. Blue è per gli americani parola mitica. Il Blues è il racconto celebrativo del dolore. Blue Moon [Luna blu], le cui note risuonano spesso nel film, è il canto del lato notturno, triste e lunare della femminilità, quello che nella tragedia greca travolge tutto, quando si scatena… Osserva Andreoli, in una prosa forse rude e spregiudicata ma efficace:

“[…] Mai errore di più vasta portata che questo! Mai confessare ad una donna ageè che non è più oggetto di desiderio sessuale; mai dirle che ti scopi una più giovane. La trasformi in una belva omicida, come ben ci narra Allen”.

 Con il suo modo ineguagliabile di fare cinema, con tutta la perfezione stilistica di cui è capace, miscelando sapientemente gli ingredienti, e persino con la grande interpretazione di Cate Blanchett, il film di Woody Allen non mi entusiama, a tratti mi ha persino annoiato. Gli manca non solo l’imprevedibilità e la freschezza di Match Point ma anche la capacità di stupire lo spettatore, come osserva acutamente – voce forse isolata – Elena Pedoto su evereye.it :


 “Un film che non riesce a coinvolgere e/o stupire a sufficienza. Un risultato che lascia l’amaro in bocca e un generale senso di incompiutezza e che appare addirittura assai deludente se si tiene conto del cast e delle capacità (psic)analitiche che ha dimostrato di possedere il geniale Allen in quasi cinquant'anni di carriera”.

 La critica italiana e internazionale è quasi unanime nel riconoscere grandi meriti a Blue Jasmine. Il Guardian osserva che Woody Allen torna finalmente ai film di una volta, dopo la contraddittoria esperienza europea, il New Yorker parla di sorprendente omaggio a Un tram che si chiama desiderio. E le parole che Maurizio Porro scrive su Il Corriere della Sera mi lasciano perplesso:

 “[…]Woody raggiunge una straordinaria armonia nel raccontare la verosimile storia di una vita a due punte, tra presente e passato, un ping pong di esattezza e tempismo tra l’alta società di Manhattan e i poveri sempre più poveri, un confronto di due volgarità, una sofisticata e una naturale”.

 Perché la contrapposizione sociale, acuita dalla presente congiuntura, che Porro giustamente sottolinea, come osserva anche Alberto Crespi su L’Unità ["… Fin troppo facile. Anche se giusto, leggere Blue Jasmine come il “il film di Woody Allen sulla crisi economica"],nella filosofia del grande regista americano non è determinata dalla condizione storica del presente o del passato, ma dalla lettura esistenziale della realtà sociale. E finisce col risolversi nella celebrazione mistica e consolatoria del destino e delle sue leggi inoppugnabili: la rassegnazione della classe povera può generare buoni sentimenti e relativa felicità; il desiderio di potere e di ricchezza della classe alta viaggia sempre ai confini della frode e della rovina e può degenerare in follia e infelicità.


sergio magaldi

lunedì 9 dicembre 2013

LINGUAGGIO ARTISTICO, SCIENTIFICO E SIMBOLICO DEL DISEGNO BOTANICO

Laura Mancuso, Arum maculatum [Gigaro macchiato, famiglia delle Araceae], disegno botanico


 L’associazione Garden Club annota giustamente sul proprio sito [www.gardenclub.it] che “Il disegno botanico è una disciplina artistica, nata dall’incontro tra Arte e Scienza, attraverso l’osservazione attenta del mondo vegetale e della natura in generale e caratterizzata da una realistica rappresentazione dal vero, del Regno Vegetale. Ha sicuramente radici antichissime e rappresenta un armonico equilibrio tra ricerca estetica e rigore scientifico. É stato per botanici, medici e farmacisti per tanto tempo, un modo importante per contribuire alla conoscenza e alla divulgazione scientifica.”
 
 L’autrice del pezzo che segue [corredato di immagini di alcuni dei suoi disegni botanici] si muove nella stessa prospettiva, ma sembra assegnare al disegno botanico, oltre alla funzione di realizzare il connubio di arte e scienza, anche la capacità di proporsi come un’autonoma e particolare forma di spiritualità.

 L’osservazione  di immagini artistiche di fiori e di piante, come e persino più della loro visione in natura, induce a riflettere anche sul loro simbolismo arcaico, espressione di un sapere che, pur nella probabile differenza di significato, accomuna il sentire comune a quello iniziatico nel vivere sensazioni ed emozioni capaci di modificare la visione del reale, tanto a livello esteriore che interiore.

 Se è vero che il linguaggio dei fiori e delle piante si sviluppa come forma di comunicazione soprattutto in epoca vittoriana, il simbolismo del mondo vegetale è molto più arcaico. Si pensi, solo per fare un esempio, all’oleandro nel mondo occidentale e all’acacia in quello medio-orientale.

 L’oleandro [Nerium oleander], con le sue foglie disposte a gruppi di tre simboleggiava nella scuola pitagotica l’armonia dell’universo formata da triadi. Per il senso comune questa pianta conobbe prima un significato propiziatorio, che si andò via via trasformando nel suo opposto, quando ci si rese conto che era velenosa. Nella favola di Apuleio, Lucio trasformato in asino, scambia un oleandro per la pianta di rose che dovrebbe ridargli la forma umana. Quando se ne accorge, fugge via terrorizzato. In Toscana e in Sicilia c’era anticamente  l’abitudine di coprire i morti con i fiori di oleandro. Gli attuali dizionari di Florigrafia gli attribuiscono significati poco rassicuranti: fare attenzione, c’è un pericolo imminente…

 L’acacia [Acacia] è la pianta più richiamata nell’Antico Testamento. Sulla scia degli Egizi che la divinizzarono [Nel mito, Iside ricompone in una bara di legno d’acacia le membra disperse di Osiride, lo sposo fatto a pezzi da Seth, e lo fa rivivere], gli Ebrei consideravano sacra la shittah, tanto da farne l’unico legno adatto a costruire le tavole della Legge, per l’eterno patto tra l’uomo e Adonai. Questa pianta dal legno durissimo, che cresce spontanea mettendo profonde radici anche nei terreni più aridi e che non ha bisogno di cure, ha foglie tenerissime e grappoli di fiori gialli a simboleggiare la luce del sole. L’acacia  si lega al mito di Hiram, l’architetto del tempio di Gerusalemme: quando i suoi assassini ne seppellirono il corpo in modo che non fosse ritrovato, una piantina di acacia germogliò nel deserto [simbolo della vita sempre risorgente], rivelando il luogo della sepoltura. Facendo propri entrambi i miti, la Massoneria considera l’acacia il simbolo stesso dell’iniziazione e dei suoi segreti. Com’è noto, i massoni sono anche detti “Figli della Vedova” [Iside] e Hiram rappresenta il Maestro, l’arte muratoria nel suo  grado più alto. Florigrafia e senso comune fanno dell’acacia il simbolo dell’amore segreto, con un significato, dunque, non troppo distante da quello della tradizione iniziatica.


 
Vanessa Diffenbaugh, IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FIORI, Garzanti, Milano,2011, pp.359


 Per chi voglia saperne di più sul simbolismo attuale di fiori e piante, consiglio di leggere Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh, pubblicato da Garzanti nel 2011. In realtà, si tratta di un romanzo  in cui la protagonista, da un iniziale stato di misantropia, non a caso rappresentata dalla pianta e dal fiore del cardo [Cirsium arvense], riesce infine a comunicare le emozioni più profonde attraverso i fiori e le piante. Il libro contiene in appendice un vero e proprio dizionario di Florigrafia [pp.337-346].

Tornando al disegno botanico e al suo linguaggio propriamente artistico e scientifico, vediamo cosa scrive in proposito Laura Mancuso, nel catalogo di presentazione dei suoi disegni, dopo aver detto che ciò che vuole catturare con il suo lavoro è “Il mistero della bellezza e la bellezza del mistero”.

sergio magaldi



 IL DISEGNO BOTANICO
di Laura Mancuso


 Il disegno botanico è un genere artistico con un’antica tradizione che vede come “padri spirituali” artisti quali Pisanello, Leonardo, Dürer, Hoefnagel, Ligozzi, Garzoni, ecc…

 Sul finire del XX secolo questo genere ha avuto una rinnovata attenzione che sta portando gli artisti naturalisti fuori da una specie di ghetto che li rinchiudeva come produttori di “arte minore” e quindi non degni di un pieno riconoscimento nella considerazione del pubblico, gallerie d’arte e della critica.




 L’illustrazione naturalistica, quando tutto sembra essere riprodotto tramite la grafica computerizzata, continua a mantenere il suo interesse scientifico oltre che artistico.

 Nel corso dei secoli sono cambiate le tecniche di raffigurazione ma la validità didattico-scientifica di questo tipo di riproduzione resta inalterata. Neanche l’immagine fotografica, che a prima vista sembrerebbe un’evoluzione nella rappresentazione delle specie vegetali (e animali) è in grado di sostituire l’illustrazione dipinta o disegnata.






 L’evento della macchina fotografica  ha sì permesso di riprodurre i vegetali cogliendone aspetti che vanno al di là delle capacità della vista, così come la macchina da presa ha permesso di studiare  il “comportamento” delle piante, ma dal punto di vista delle esigenze scientifiche lo strumento di lavoro più idoneo resta il disegno. Il disegno botanico è infatti il mezzo migliore per sottolineare le caratteristiche essenziali e indispensabili per distinguere una pianta da un’altra, specie da specie, varietà da varietà.

 Il Disegno Botanico vuole invitare l’osservatore ad approfondire la conoscenza della natura, specialmente della botanica e dell’entomologia.






 “L’artista naturalista” deve possedere notevoli conoscenze botaniche e zoologiche, deve conoscere l’anatomia, l’ecologia e l’etologia delle specie rappresentate e tutto questo unito alla padronanza delle tecniche pittoriche. Non può abbandonarsi alla fantasia delle sue rappresentazioni, ma deve rigorosamente rispettare la realtà davanti ai suoi occhi. Ma da ciò non nasce un’opera fredda e anonima. Tutt’altro. Pur nel totale rispetto della scientificità dell’operazione, il disegnatore naturalista riesce a trasfondere il suo amore per l’oggetto rappresentato, cogliendone l’aspetto più interessante e artisticamente attraente. Non c’è pianta o insetto che sfugga a questa logica. E non ci sono soggetti “nobili” e soggetti “umili”. Il fiore di cicoria , che si apre alle prime ore del mattino e che viene colto nel fulgore del suo azzurro, mentre un insetto è pronto a visitarlo, risulterà nel foglio del disegnatore anche più bello di una rosa o una camelia.