giovedì 10 dicembre 2015

MASSONERIA E RELIGIONE [Parte Seconda]






 L’Eutifrone di Platone ci presenta un confronto esemplare tra pensiero sapienziale [Massoneria] e pensiero teologico [Religione]. Esaminiamo in sintesi il contenuto del dialogo.

 Eutifrone e Socrate s’incontrano davanti al tribunale della polis e subito Eutifrone esprime a Socrate la sua meraviglia nel vederlo lontano dal Liceo e dalle sue abituali conversazioni e più ancora manifesta la sua incredulità di fronte all’idea che Socrate possa essere l’accusatore di qualcuno. E infatti Socrate subito gli rivela di essere l’accusato, non l’accusatore. Di quale accusa si tratta? Si tratta di empietà, un’accusa nella quale incorreranno altri intellettuali ateniesi di questo periodo. Socrate è cioè accusato di non credere negli dei della città-stato, di volerli sostituire nel culto con altre divinità e di insegnare queste cose ai giovani, corrompendoli. Apprendiamo così che nell’Atene del 400 avanti Cristo non esiste tolleranza religiosa anche se siamo bene a conoscenza che dietro l’accusa di empietà si celano precisi motivi politici.

 Eutifrone, dal canto suo, chiarisce a Socrate di recarsi presso l’arconte-re, il sommo magistrato ateniese, in qualità di accusatore. Egli ha deciso di trascinare suo padre in giudizio e di chi lo critica per questa scelta dice che è ignorante della ‘legge divina in rapporto all’empietà e all’azione pia e santa’.

 “Ma allora, Eutifrone, – gli oppone Socrate – hai davvero la convinzione di conoscere con tanta perfezione le leggi divine? Di conoscere insomma ciò ch’è santo e pio e ciò ch’è empio?… Non hai timore di procedere contro tuo padre? Non potrebbe forse avvenire che a sua volta anche la tua fosse un’empietà?”

 Naturalmente, Eutifrone risponde subito di conoscere perfettamente le leggi divine, ciò ch’è santo e ciò che non lo è. Da questo momento il dialogo si fa serrato. Socrate dichiara di volersi fare discepolo di Eutifrone, anche per meglio difendersi in tribunale e subito propone al suo interlocutore di rivelargli in cosa consista l’empietà e la santità. Eutifrone risponde che è santo fare ciò che lui sta facendo, cioè denunciare un colpevole anche se si tratta di suo padre e a mo’ di esempio cita Zeus che, per punirlo delle sue colpe, mise in catene il padre Saturno-Crono che, a sua volta e sempre per questione di giustizia, aveva evirato il padre Urano. La citazione consente a Socrate di tornare per un attimo sull’accusa che gli era stata rivolta e di osservare che proprio questo comportamento degli dei aveva generato la sua critica e dato spunto alla denuncia contro di lui.

 Ma, insomma, chiede Socrate a Eutifrone, ammesso che sia giusto quel che stai facendo contro tuo padre, dammi una definizione di santità che possa adattarsi per infiniti altri casi. E subito Eutifrone dichiara che è santo ciò che è caro agli dei, empio ciò che non lo è. Definizione che Socrate non tarderà a smontare: gli dei per primi si accordano forse tra di loro su ciò che è giusto e ingiusto? Noi – continua Socrate – possiamo facilmente accordarci sul peso di un certo oggetto, basterà procurarci una bilancia… ma, quando si tratta del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo, del bello e del brutto non troveremo facilmente l’accordo e, sotto questo riguardo, gli dei non si comportano diversamente dagli uomini. Eutifrone ne conviene e al termine di una serie di ulteriori argomentazioni propone una nuova definizione di santità: è santo – egli dice – ciò che è gradito a tutti gli dei, empio ciò che a tutti è sgradito. Ma subito Socrate propone ad Eutifrone una nuova questione: il santo è amato dagli dei perché santo o è santo perché amato dagli dei?

 Man mano che il dialogo si dipana appare con sempre maggiore evidenza il fine di Socrate. Il suo interlocutore si dichiara in possesso della verità, ma, non potendo dire cosa santità e giustizia siano in sé, propone via via diverse definizioni, accorgendosi che nessuna di loro è la verità, e che ognuna dipende dal punto di vista di chi giudica. Così, da ultimo, ad Eutifrone non resta che rifugiarsi nella religione, troncando per ciò stesso ogni ulteriore indagine:

 “…la pietà e la santità – egli dirà – sono quella parte del giusto avente la sua esplicazione nel culto e nella cura degli dei. La parte invece rivolta agli uomini è la restante.”

 Avrà un bel daffare Socrate nello smontare – come sempre accade, col consenso del suo stesso interlocutore – anche questa definizione e quando infine gli riuscirà e proporrà di riesaminare la questione da capo, vedrà Eutifrone sfuggirgli con un pretesto.

 “Che peccato, amico mio! – ha appena il tempo di osservare Socrate con ironia – Avevo concepito una grande speranza; tu vai lontano e mi lasci deluso. Pensavo che da te avrei appreso ciò ch’è santo e ciò che non è santo. Così, mi sarei liberato dall’accusa di Meleto, poiché gli avrei mostrato che alla scuola di Eutifrone son divenuto un sapiente di problemi religiosi…” (Platone, I Dialoghi, vol.1, Rizzoli, Milano, 1953, p.598)

 Insomma, alla presunzione di sapere della mente religiosa, Socrate oppone la sapiente temperanza di chi innanzi tutto si propone di conoscere se stesso. L’argomento si ritrova in un altro dei dialoghi di Platone, il Càrmide, insieme all’affermazione che la verità non si manifesta né in virtù del semplice assenso – come vorrebbe la mente sofistica – né per mezzo di argomenti aprioristici, come sostiene la mente religiosa.

 “O Crizia – dice Socrate – ti rivolgi a me, credendo ch’io conosca gli argomenti sui quali ti rivolgo la domanda. E tu pensi che dipenda dalla mia volontà il darti l’assenso. Al contrario, la cosa non sta affatto così: io vado saggiando col tuo aiuto le varie definizioni propostemi; appunto perché comincio io stesso a non sapere. Farò dunque opportuna ricerca e poi intendo significarti se sono d’accordo o no. Aspetta dunque che finisca prima la mia indagine” (Ibid., p.222)

Pure, in questa ricerca che nulla concede al ‘sapere saputo’ si accompagna sempre un barlume di religiosità. Che si tratti del Socrate storico o dell’iniziato Platone ha poca importanza. Nulla o poco c’è dato sapere sine deo concedente, come Socrate dice a Teage nel dialogo omonimo:

 “Eccoti dunque, Teage mio caro, questa la mia scuola: qualora il mio insegnamento riesca gradito a Dio, grandi e rapidi saranno i tuoi progressi, piccoli e tardi in caso contrario…”

 Ma questo contatto tra l’umano e il divino si realizza con modalità tutt’affatto differenti da quel che avviene nel pensiero religioso. Non si tratta di sostituirsi al dio parlando per la sua bocca e spargendo ovunque il seme di una verità rivelata che dovrà essere accettata anche con la forza, il dio non si mescola con l’uomo ma può lasciar cadere in lui una scintilla di sé, una luce in grado di illuminare la sua ricerca e di guidarlo alla comprensione del Cosmo, cioè dell’Ordine imposto alla natura da un Grande Architetto.

 Del resto, Socrate – ci racconta Platone nel Simposio – è anch’esso un iniziato. Egli ha ricevuto l’iniziazione dei fedeli d’Amore da Diotima, una sacerdotessa esperta nei sacri misteri dell’eros:

 “Proverò a esporvi – dice Socrate ai convitati – il discorso su Amore che ho sentito fare una volta da una donna di Mantinea, Diotima, che era sapiente in queste e in molte altre cose (…) E’ stata appunto Diotima che m’ha iniziato alla scienza d’Amore (…) Quando parlavo con lei, io pure sostenevo, pressappoco, le stesse cose che ora diceva con me Agatone: Eros è un grande dio; Eros è amore di bellezza. E lei confutava il mio dire (…) E allora, dissi, che cosa sarebbe Eros? Un mortale?”
“Per nulla”
“Ma che cosa allora?”
“Come i casi precedenti, rispose, qualcosa di intermedio tra il mortale e l’immortale”
“Che cosa, dunque, Diotima?”
“Un gran Daimon, Socrate, perché tutto ciò che è daimonico è intermedio tra dio e mortale”
“E che potere ha?”
“Di interpretare e trasmettere agli dei ciò che viene dagli uomini e agli uomini ciò che viene dagli dei, degli uni le preghiere e i sacrifici, degli altri invece gli ordini e le ricompense per i sacrifici: essendo in mezzo a entrambi, riempie lo spazio sicché il tutto risulta in se stesso connesso. Attraverso di lui passa tutta la divinazione e la tecnica sacerdotale concernente i sacrifici, le iniziazioni, gli incantamenti e la predizione tutta e la magia. Un dio non si mescola con l’uomo, ma per mezzo di Eros ha luogo ogni rapporto e colloquio degli dei con gli uomini, sia nella veglia che nel sonno.[…] E per natura non è né immortale né mortale […] né povero né ricco. D’altronde è anche in mezzo tra sapienza e ignoranza […].
“Chi sono allora, Diotima, quelli che filosofano, se non lo sono né i sapienti né gli ignoranti?”
“E chiaro anche ad un bambino ormai, disse, che sono quelli a metà tra questi due e che di essi fa parte anche Eros. La sapienza, infatti, fa parte delle cose più belle e Eros è amore del bello, sicché è necessario che Eros sia filosofo e, in quanto filosofo, sia in mezzo tra il sapiente e l’ignorante.”

 E’ dunque questo fuoco interiore – che in Socrate assume le sembianze di un Daimon, di uno spirito buono, il sé nel linguaggio della psicologia – a gettare un ponte tra pensiero sapienziale e pensiero religioso. [Segue]


sergio magaldi

venerdì 4 dicembre 2015

MASSONERIA E RELIGIONE [Parte Prima]





 Se è vero che la Massoneria Universale si propone come gelosa custode del patrimonio sapienziale dell’umanità, ciò non significa che massoneria e religione siano inconciliabili tra loro. Il divieto di discutere di religione [oltre che di politica] all’interno del tempio massonico ubbidisce infatti a una triplice esigenza: 1) Evitare inutili e sterili contrapposizioni. 2) Rispettare le istituzioni religiose di tutte le fedi. 3) Osservare l’ideale massonico di libera ricerca e libero pensiero.

 Ciò premesso, occorre riconoscere come le due tradizioni, la sapienziale e la religiosa siano, quanto ai contenuti, tutt’altro che irriducibili e rigidamente distinte. Permane tuttavia tra loro una sostanziale differenza che si riflette sulla struttura stessa del pensiero, determinandone atteggiamento e modalità sicuramente divergenti. E se ad entrambe queste forme di pensiero è comune la ricerca di una chiave di comprensione della realtà, una necessità logica di ordinare e unificare ciò che è sparso e diviso, il pensiero religioso sembra incline a sviluppare e ad approfondire la propria ricerca unicamente in funzione di una fede e di una verità rivelata.

 Il pensiero religioso procede per identificazioni e riconoscimenti, adeguando costantemente il proprio sapere ad una rivelazione originaria, ad una Aletheia, una e altra dal pensiero che la pone in essere. Il pensiero sapienziale, al contrario, non si preoccupa del confronto con la Cosa, non conosce, per così dire, l’angoscia dell’ adaequatio rei et intellectus, giacché il vero di cui va in cerca è suscettibile ogni volta di essere variamente interpretato in funzione della consapevolezza acquisita.

 Nei Discorsi sulla religione della fine del ‘700, il filosofo romantico Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher, rivolgendosi agli spiriti colti e illuminati del suo tempo, taccia di peccato di ubris, di tracotanza e di presuntuosa inimicizia verso gli dei, chiunque pretenda di detenere un sapere e praticare un’etica senza osservare una religione. E’ la colpa antica di Prometeo che riconosciuto di vitale importanza per l’uomo il fuoco degli dei, lo ruba anziché domandarlo con la necessaria umiltà. Nel pensiero di Schleiermacher c’è una fondamentale esigenza: arte e intuizione senza che le accompagni il sentimento dell’infinito sono inadeguate ad esprimere tutta la complessa potenzialità del sapere umano. E’ questo il senso dell’appello che, proprio ad apertura di libro, egli rivolge agli uomini colti dell’epoca sua:

 “… Oggi particolarmente la vita degli uomini colti è lontana da tutto ciò che potrebbe essere sia pure semplicemente simile alla religione. Io so che voi tanto meno adorate in sacro segreto la divinità quanto più frequentate gli abbandonati templi; so che nelle vostre eleganti dimore non ci sono altri dei domestici se non i detti dei savi e i canti dei poeti; so che l’umanità e la patria, l’arte e la scienza, poiché credete di poter abbracciare interamente tutte queste cose, hanno preso sì pieno possesso del vostro animo che non vi resta nulla per l’Essere santo ed eterno, il quale, per voi, è di là dal mondo, e che non avete nessun sentimento per lui e in comune con lui. Siete riusciti a far sì ricca e sì varia la vita terrena che non sentite più alcun bisogno dell’eternità; e dopoché avete creato a voi stessi un universo, vi sentite dispensati dal pensare a colui che vi ha creato. Voi siete d’accordo, lo so, che nulla di nuovo e nulla di convincente si può più dire di questo argomento che è stato trattato abbastanza da tutti i lati, da filosofi e da profeti e, potessi soltanto non aggiungere, anche da dileggiatori e da preti. Soprattutto dai preti voi non siete minimamente disposti – ciò non può sfuggire a nessuno – ad ascoltare qualcosa su questo argomento, perché essi si sono resi, già da gran tempo indegni della vostra fiducia, in quanto dimorano più volentieri solo nelle rovine del Santuario, devastate dal tempo e dalle intemperie, e non possono vivere neanche lì senza deturparle e senza corromperle maggiormente. So tutto questo, e, tuttavia, sono spinto a parlarvi da una necessità interna ed irresistibile che mi domina divinamente…” (F.D.E. Schleiermacher, Discorsi sulla religione e monologhi, trad.it., Sansoni, Firenze, 1947, pp.5-6)

 E questa “necessità interna” è certamente per Schleiermacher quel sentimento dell’infinito che in lui sembra inspirato da un dio e in cui, a suo giudizio, principalmente risiede il senso stesso della religione. Ma il sentimento dell’infinito, accompagnato o meno dalla consapevolezza di un divino ispiratore, bene appartiene al pensiero sapienziale come al pensiero religioso, entrambi infatti fanno parte della sfera del sacro come esperienza fondamentale e strutturale della mente umana. Giacché il sacro non è degli dei piuttosto che degli uomini, perché – come osserva Heidegger interprete di Hölderlin – “È piuttosto il sacro a decidere inizialmente intorno agli uomini e agli dei, se siano, chi siano e quando siano” (M. Heidegger, Erlauterungen zu Hölderlin, 1943, pp. 73-74)

 Sentimento dell’infinito, senso del sacro: non è su questo terreno che si decide propriamente la differenza tra pensiero sapienziale e pensiero religioso. Il sapiente è come Socrate, egli sa di non sapere o di non sapere abbastanza e questa consapevolezza lo spinge con fede alla ricerca e al dialogo con gli altri. In questo percorso egli non disdegna di utilizzare la tradizione degli antichi, il patrimonio acquisito dell’umanità cui aggiunge la consapevolezza che gli deriva dal continuo confronto con gli altri, da quell’arte sottile che consiste nel domandare e rispondere nel tentativo improbabile di conoscere il Ti estì,  il Che cos’è di cui si parla. E se con queste procedure egli si colloca sempre di là della verità, questa nondimeno gli si offre in infiniti adombramenti ed egli prende coscienza che la Verità una e indefettibile è per principio fuori portata della mente umana e che l‘ unico vero che gli riuscirà di scoprire sarà quello che faticosamente sarà riuscito a costruire e a condividere con gli altri che, come lui, siano guidati dallo stesso intendimento e che come lui siano disposti, mutando per così dire il quadro di riferimento in cui quel ‘vero’ era nato, a riconsiderare nuovamente la questione… Ma questa, si dirà, non è altro che la verità della scienza che si trasforma col mutare del tempo, delle risorse, del metodo, delle intuizioni e in funzione delle regole dell’arte.

 C’è di più e di diverso: il pensiero sapienziale funziona alla stregua del pensiero scientifico ma se ne discosta perché il suo intento non è meramente strumentale e innovativo e il suo procedere nella ricerca di nuove verità e di nuove conoscenze non lo porta a tralasciare quanto ha già acquisito e che costituisce il patrimonio di conoscenze dell’intera umanità. Insomma, il pensiero sapienziale se non disdegna per così dire di andare avanti, non rifiuta neppure di rivisitare e di approfondire ciò che appartiene al passato, giungendo talora a considerarlo un sapere privilegiato anche rispetto alle consapevolezze della modernità e della post-modernità.

 E il pensiero religioso? La struttura che lo anima sembra piuttosto incline a un rovesciamento di prospettiva: non la fede nella ricerca ma la ricerca di una fede il cui fondamento si sostanzi di una verità rivelata. E c’è da augurarsi che in questa prospettiva si mantenga tollerante evitando guerre e persecuzioni che troppo spesso hanno caratterizzato la sua storia.

 Ma il rapporto tra queste due modalità del pensiero, così distanti tra loro eppure così convergenti, dovrà essere studiato nella concretezza storica dei loro rapporti… [segue]


sergio magaldi

lunedì 30 novembre 2015

CAMPIONATO:tifosi romanisti e capro espiatorio.E questa sera Napoli azzurra propone il gioco del calcio...




 Dopo la disfatta di Barcellona [6-1] e la sconfitta casalinga contro l’Atalanta [0-2], tifosi e addetti ai lavori si scatenano sulle radio della capitale nel chiedere l’esonero di Garcia, ma la società nicchia e giustamente nella valutazione realistica che il contratto del francese scade nel 2018, e che l’eventuale sostituto di ora sarebbe solo un allenatore di transizione. Ma c’è anche un motivo non detto: questa squadra è figlia di chi ha fatto la campagna acquisti e cessioni degli ultimi anni, con tanto di lode, pressoché unanime, della stampa sportiva. Tant’è che si è parlato di un “Organico da scudetto” e che famosi opinionisti del calcio ci hanno spiegato in TV che la Roma è la squadra con maggior tasso tecnico del campionato italiano. 

 In un post del 2 Ottobre mi sono già pronunciato in merito [ROMA calcio: un organico da scudetto? Clicca sul titolo per leggere], giungendo alla conclusione, credo motivata dai fatti, che questa squadra è carente in molti reparti, a cominciare dal portiere. Quali i punti fermi di questo organico? Manolas centrale difensivo, De Rossi tra difesa e centrocampo [non centrocampista], Nainggolan [interditore di centrocampo], Pjanić trequartista [non centrocampista], Gervinho e Salah esterni alti. A questi si possono aggiungere Strootman [centrocampista], quando sarà completamente ristabilito e Florenzi [jolly di centrocampo]. Per un organico capace di competere davvero per lo scudetto occorrono cinque giocatori almeno dello stesso livello di quelli appena citati: un portiere, due terzini, un centrale difensivo, una punta vera, capace cioè di segnare non meno di 15-20 goal a stagione. In totale dunque un organico di 13-14 giocatori [aggiungendo anche Totti se vorrà e potrà giocare].

 È chiaro che, nella situazione attuale, Garcia non è esente da responsabilità. Preso atto che senza le frecce africane [Gervinho e Salah], questa squadra non sembra in grado di andare in goal, almeno nella partita contro l’Atalanta avrebbe dovuto cambiare tattica e schieramento. Ma il guascone ha anche avuto il merito di due secondi posti consecutivi in campionato e di saper dare alla Roma un gioco offensivo e a tratti piacevole. Peccato non suo che la coperta di cui dispone sia troppo corta.

 E oggi si affrontano Napoli e Inter. L’impressione è che siano le due squadre che quest’anno lotteranno per lo scudetto e che Fiorentina, Roma, Juventus e Milan si batteranno sino alla fine ma solo per il terzo posto che porta alle qualificazioni di Champions. Naturalmente è solo un’impressione, perché il distacco tra le squadre di vertice è ancora contenuto e tutto in teoria può ancora accadere. Per chi ama il calcio non ci sono dubbi: per volume e qualità di gioco la squadra di Sarri e di Higuaín questa sera meriterebbe di vincere, ma può anche darsi che questo sia davvero l’anno dell’Inter. Mancini è un grande stratega e il suo calcio fisico e speculativo, con una squadra non bella a vedersi, alla lunga potrebbe avere la meglio. Non sarebbe la prima volta che questo accade, nel campionato italiano e non solo. Naturalmente l’auspicio è che vinca sempre e comunque il gioco del calcio.

sergio magaldi


giovedì 26 novembre 2015

CHI E' E CHE SIGNIFICA HIRAM? [Parte Quarta e Ultima]




(Segue da CHI E' E CHE SIGNIFICA HIRAM? [Parte Prima], CHI E' E CHE SIGNIFICA HIRAM [Parte Seconda], CHI E' E CHE SIGNIFICA HIRAM [Parte Terza]. Clicca su ogni titolo per leggere)



 L’intento di ritrovare le fonti della leggenda di Hiram mi ha portato, quasi inevitabilmente, ad interrogarmi sulle fonti stesse dell’istituzione massonica. Ciò dimostra quanto sia importante approfondire lo studio della leggenda, anche se bisogna convenire che finché la ricerca si muove in ambito storico, pochi sono i progressi che potranno compiersi, vuoi per mancanza di documentazione, vuoi per il consolidarsi di tradizioni ormai diffusamente accettate.

 Per altro aspetto, non del tutto convincente appare il tentativo di rintracciare le fonti della leggenda di Hiram fuori dell’ambito biblico, riconducendo gli episodi della vita e della morte di Hiram a generici miti solari di morte e di resurrezione. Troppo semplice, e in tal caso Hiram sarebbe estraneo al ciclo di Salomone, cui invece sembra indissolubilmente legato.

 E’ sin troppo facile, in tal senso, avvicinare il mito di Hiram al mito egizio di Osiride. D’altra parte, la preferenza, accordata dalla maggior parte degli autori a questo mito piuttosto che al racconto biblico, si spiega soprattutto con la necessità di sottolineare il momento topico della morte e della resurrezione, così importante in una tradizione iniziatica. Scrive in proposito il Porciatti:

 “La drammatica leggenda non può dirsi ispirata dalla Bibbia; infatti biblicamente Hiram è ricordato quale geniale artista, fonditore delle due colonne del Tempio e dei loro capitelli, del ‘mare di bronzo’ e di altre cose ancora, ma mai quale architetto preposto alla costruzione del Tempio e capo di una immensa schiera di operai che avrebbe ripartito in Apprendisti, Compagni e Maestri. Essa è piuttosto inspirata dalla iniziazione Osirica, da quel terzo grado della iniziazione Egizia che si chiamava ‘Porta della Morte’, anzi la riproduce: la bara di Osiride, di cui l’assassinio era supposto recente, portava ancora le tracce del sangue ed era posta al centro della sala dei Morti, ove avveniva una parte della cerimonia; si chiedeva all’Iniziando se aveva preso parte all’assassinio di Osiride, e dopo altre prove malgrado i suoi dinieghi era colpito, o gli si imponeva la sensazione di essere colpito con un colpo di ascia alla testa; esso era rovesciato, avvolto in bende come le mummie; si gemeva attorno a lui; balenavano lampi; l’Iniziando, il supposto morto, era avvolto di fuoco, poi reso alla vita.”[24]

 Ciò che sorprende di questa analisi è l’aver ridotto l’intera leggenda di Hiram ad una generica rappresentazione del mito solare e ad una brutta copia del mito di Iside e Osiride, dove le analogie si possono riassumere nella morte di Osiride per mano del fratello di sangue Seth, nella ricerca disperata che Iside, la vedova di Osiride, fa dello sposo perduto e infine nell’attribuzione ai massoni del titolo di figli della vedova.

 Giustamente Osiride è stato detto Signore della morte e della resurrezione [25], ma egli è solo una tra le tante divinità nella folta schiera dei morti e risorti in cui troviamo Orfeo, Dioniso, Mithra, Adone, Cristo, Krishna e molti altri, tutti peraltro riconducibili al ciclo cosmico e vegetativo, al mito del Sole che scompare e ogni volta rinasce, mentre la Luna, inconsolabile vedova, lo va cercando nella notte stellata.

 La maggiore fortuna di Osiride, tra i morti e i risorti, si spiega forse con la sua immediata identificazione col Sole. Egli “è un dio fecondo e benefico, la cui vita, morte e resurrezione hanno seguito, fin dalle origini mitiche, il ritmo di tutta la vita egiziana particolarmente nei due cicli entro i quali essa si aggira: il ciclo agrario e il ciclo funerario.” [26]

 La funzione normalizzatrice e rassicurante dell’iniziazione osirica riguarda ogni aspetto del viver civile e della morte stessa, perché Osiride è insieme il Nilo e il deserto, il sole che ogni giorno appare all’orizzonte, tramonta e ogni volta risorge, il seme fecondo e il corpo smembrato, la certezza della morte e la fede nella resurrezione. E non importa se queste sono soltanto le forme di conoscenza dell’apparenza, come dimostra la cura che gli Egizi dedicano alla conservazione dei cadaveri e al mantenimento della loro integrità, perché le forme dell’apparire sono simboli della realtà e la realtà si rivela nella formula della ricorrenza e dell’eterno ritorno.

 E’ dunque abbastanza comprensibile, anche se alquanto generico, riferire a Osiride quella parte della leggenda massonica di Hiram, che parla di morte e di resurrezione, perché l’iniziazione non può che essere un’avventura della coscienza individuale e perché, a quanto pare, fu nella valle del Nilo che venne elaborato per la prima volta il processo psicologico dell’iniziazione [27] attraverso un viaggio rituale che, come testimonia il Papiro T 32 di Leida, contemplava per il postulante l’arrivo e l’accettazione, quindi la proclamazione di giustificato, cioè di destinato alla resurrezione, quindi il bagno rituale, l’illuminazione con stati di coscienza fuori dell’ordinario (non si sa sino a che punto indotti artificialmente) e che, infine, si concludeva col ‘sonno nel tempio’.

 Come si vede, nulla forse che ricordi i rituali massonici, ma certamente la comune convinzione che il rituale di iniziazione sia almeno capace di operare una prima trasformazione della coscienza. E certo Hiram ci fa venire in mente il mito egizio di Osiride e, attraverso questo, i miti solari e della ciclicità naturale, il mito della morte e della resurrezione e soprattutto il mito del Caos sempre risorgente e in grado di minacciare l’Ordine raggiunto. Anche il mondo più organizzato, infatti, conserva traccia del Caos che può distruggerlo, anche nella coscienza più illuminata può annidarsi il germe della distruzione che trasforma in assassino. Osiride esorcizza bene nella cosmologia egizia tutto ciò che nasce, muore e deve rinascere in eterno ciclo, egli è l’espressione mitica della ricorrenza: il sole, la luna, la vegetazione. A cominciare dalle terre lussureggianti che il Nilo faceva affiorare e puntualmente faceva scomparire. Come Osiride è ucciso dal fratello Seth, Hiram è ucciso da forza fraterna e tuttavia antagonista, come Osiride, Hiram è destinato a cadere mille volte e mille volte a risorgere.

 Se, dunque, si guarda Hiram alla luce del mito della morte e della resurrezione, non c’è dubbio che la fonte primaria della sua leggenda possa essere ricondotta al mito egizio di Osiride e di Iside, come sostiene la maggior parte degli studiosi. Ma, giova ripeterlo, sotto questo riguardo, non è meno vero che la leggenda, da un punto di vista più generale, possa appartenere ad uno qualsiasi dei tanti miti di dei ed eroi morti e risorti. Gesù, per esempio, come pure altri autori sostengono. Qui, gli apostoli-iniziati vanno cercando le spoglie del dio ucciso per farlo risorgere. In tale prospettiva, comunque, la vicenda di Hiram, altro non sarebbe che una tarda rappresentazione dei miti solari e/o della rinascita e dunque della consolazione e della speranza.

 Cosa c’è, al contrario, di unico e peculiare nella leggenda massonica di Hiram? La costruzione del Tempio, nel senso e con la prospettiva nota a tutti i massoni e per la quale ogni fratello sa di dover portare la propria pietra sgrossata.

 C’è di più: sostenere che l’iniziazione in quanto tale sia opera di edificazione, è errore determinato dall’identificazione del momento spazio-temporale dell’iniziazione con il rituale che la conferisce, ignorando una verità semplice e fondamentale e cioè che tempo e spazio della coscienza non corrispondono al tempo e allo spazio della realtà. La coscienza converte, per così dire, il tempo e lo spazio della realtà, nel proprio ‘vissuto’ o Erlebnis e può scoprire di essersi davvero modificata solo al termine di un lungo e faticoso processo di cui gli istanti spazio-temporali della realtà sono solo isolati dati d’esperienza sebbene talora dotati di forte carica emozionale. Si aggiunga che ogni drammatizzazione simbolica, se ha il potere di fissare l’attenzione dell’attore e di tenerla desta, non ha anche la creatività sufficiente, per il suo carattere essenzialmente ludico, per generare una coscienza ‘nuova’. L’iniziato sa, per quanto grande sia la sua emozione durante il rito, di recitare una parte e che questa parte simula ma non è la propria morte e rinascita. Al di là del gesto liturgico, egli sa bene che ciò che potrà trasformare e, per così dire, ampliare davvero la sua coscienza è la progressiva e costante consapevolezza di essere davvero ‘morto’ e ‘rinato’. Può così accadere, per quanto paradossale possa sembrare, che egli rimanga un iniziato soltanto virtuale anche dopo reiterate e più elevate iniziazioni.

 Alla luce di quanto sopra, mi sono chiesto se non sia possibile conseguire maggiori risultati mutando di prospettiva e cioè collocando la leggenda di Hiram all’interno del ciclo di Salomone, in uno spazio e in un tempo meramente simbolici, dove sia tuttavia possibile spiegare la leggenda per se stessa senza farla dipendere da generici miti di morte e rinascita. Sarà forse così anche più facile comprendere perché, nei documenti e nei rituali della Massoneria speculativa del XVIII secolo, il ritrovamento della tomba di Hiram si confonda o s’intrecci spesso con quello del disseppellimento di Noè ad opera dei suoi tre figli.

 A tale proposito conviene ricordare l’etimologia di Hiram e il significato che gli è stato dato. Spirito si è detto o qualcosa di simile. Ebbene, dove s’incontra, nella Bibbia, per la prima volta la parola ‘spirito’ ? Proprio all’inizio, al secondo versetto di  Bereshit o “Genesi”, dov’è scritto che ‘lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque’. Qui, ‘spirito’ in ebraico è Ruach   ed è proprio spirito nel significato più vicino ad Hiram, cioè di spirito di vita. L’intera espressione del “Genesi” è Ruach Elohim, ‘spirito divino’ e come tale è riportata sull’architrave della Porta Ermetica di piazza Vittorio.

 Ricordando che nell’alfabeto ebraico ogni lettera è numero e ogni numero è lettera, il valore numerico di Ruach Elohim è 300,  cioè lo stesso valore della Shin  lettera simbolica del Fuoco e che è anche una delle tre lettere madri dell’alfabeto ebraico [28]

 Dello spirito con questo stesso significato parla l’Asclepius ermetico: ‘spiritus implet omnia…’ e ancora: ‘ spiritus vero agitantur sive gubernantur omnes in mundo species’ cioè: ‘ dallo spirito sono mosse e governate tutte le specie del mondo’. Di questo spirito parla Marsilio Ficino nel De Vita: ‘ipse vero est corpus tenuissimum, quasi non corpus…’, e nei Commentaria all’Ars brevis di Raimondo Lullo, Agrippa lo dice ‘spiritus domini’ che ‘replevit orbem terrarum’, ma la definizione più completa mi sembra quella che ne dà Galileo, nella famosa lettera del 23 Marzo 1615 a Monsignor Pietro Dini, in difesa del sistema copernicano:

 “Direi parermi che nella natura si ritrovi una substanza spiritosissima, tenuissima e velocissima, la quale diffondendosi per l'universo, penetra per tutto senza contrasto, riscalda, vivifica e rende feconde tutte le viventi creature; di questo spirito par che 'l senso stesso ci dimostri il corpo del Sole esserne ricetto principalissimo, dal quale espandendosi un'immensa luce per l'universo, accompagnata da tale spirito calorifico e penetrante per tutti i corpi vegetabili, gli rende vividi e fecondi.”

 Tornando alle Costituzioni di Anderson ci stupisce vedere la Massoneria definita come Arte reale, una definizione in genere attribuita all’Arte ermetica. Salomone conosceva forse il valore della pietra filosofale? Parrebbe proprio di sì, almeno a quanto ne riferisce Yochanan Alemanno, un ebreo italiano vissuto nel Quattrocento. Nel suo Sepher ha-liqqutim egli racconta che la regina di Saba decise di andare a Gerusalemme per conoscere la saggezza di Salomone:

 “Andò così da lui in gran pompa – egli scrive - con molto oro, argento e pietre preziose da portare in dono al re, come testimonia la Scrittura. Si trova anche scritto nel Libro delle Cronache dei re di Saba che ella portò con sé quella preziosa pietra filosofale (…) per mettere alla prova con essa Salomone, verificare se egli conoscesse l’occulto segreto (…) Il re rispose a tutte le sue domande, le disse il segreto della pietra, la sua natura, il suo modo di agire, e anche altri misteri, che non è necessario riferire. La pietra rimase così nelle mani del re…” [29]

 La stretta associazione tra Salomone e la pietra filosofale sarebbe anche attestata, a giudizio di Raphael Patai, ‘dal fatto che la materia prima della pietra era talvolta rappresentata con i due triangoli intrecciati del sigillo di Salomone, che sopravvive ancor oggi nell’emblema nazionale ebraico noto come Maghen David o Stella di Davide’ [30]

 Rispetto poi alla collocazione di Hiram per entro il ciclo di Salomone e della costruzione del Tempio, c’è da osservare che Michael Maier, il noto autore dell’Atalanta Fugiens, pubblicò nel 1620 a Francoforte la Septimana Philosophica, un libro - egli dice - in cui ‘gli aurei segreti di tutti i tipi di natura, del più saggio di tutti i re degli israeliti, Salomone, e della regina di Saba, nonché di Hiram, principe di Tiro, sono presentati e spiegati a turno alla maniera di una conversazione’[31]

 Se, a tutto ciò, si aggiunge che l’altro Hiram, l’artigiano figlio di una vedova, è detto essere un valente fonditore di metalli, forse il migliore dell’epoca sua, si comprende che deve esserci un nesso, per entro il ciclo di Salomone, tra costruzione del Tempio, fonditura dei metalli e possesso della pietra filosofale.

 Come mai, inoltre, la figura di Hiram s’intreccia spesso con quella di Noè? E perché lo stesso Anderson dichiara, nelle Costituzioni, che la Massoneria o Arte reale aveva potuto raggiungere la perfezione ‘per l’intervento di Dio nella costruzione dell’Arca dell’Alleanza e del Tempio di Salomone’? Perché, in fondo, Hiram e Noè esprimono lo stesso concetto, travestono la medesima allegoria.

 Tutto l’episodio biblico di Noè, come ho già sottolineato, parla il linguaggio ermetico. A cominciare dall’Arca che troppo ricorda l’Atanòr, per continuare con i primi animali che Noè fa uscire dall’Arca: il corvo, seguito dalla colomba, secondo la massima ermetica, anch’essa scolpita sulla Porta Ermetica di Piazza Vittorio sotto il simbolo di Saturno: Quando in tua domo nigri corvi parturient albas columbas tunc vocaberis sapiens, cioè: ‘Quando nella tua casa negri corvi partoriranno bianche colombe allora sarai chiamato saggio’.

 E ancora: col ramoscello d’ulivo simbolo della prima viridescenza, poi con l’arcobaleno che, nella varietà dei suoi colori è l’annuncio della bontà dell’Opera e perciò dell’alleanza con Dio e della trasformazione, per finire con la vigna di Noè e il suo vino.

 Ove ci siano ancora dubbi sulla circolarità che accomuna Salomone, la leggenda di Hiram, la pietra filosofale e il Tempio, conviene guardare al Genesi che al versetto 28:22 dice: e questa pietra, che io ho eretta come stele, sarà la casa di Dio. E di questa pietra, ancora nello Zohar, Rabbi Juda ci dice che ‘è la pietra fondamentale’, ‘il radicamento del mondo’, ‘la pietra sulla quale il Tempio è stato costruito’[32]

 Naturalmente, anche la ‘via ermetica’ è solo una delle tante strade di ricerca per far luce sulle fonti e sul significato della leggenda di Hiram…


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[24] Cfr. U.G. Porciatti, op.cit., p.169
[25] Cfr. J. Campbell, Le figure del mito, trad.it., Mondadori, Milano 1991, pp.15-31
[26] Cfr. N.Turchi, Le religioni misteriosofiche del mondo antico, I Dioscuri, Genova, 1987, p.101
[27] Cfr. Max Guilmot, Iniziati e Riti iniziatici nell’antico Egitto, trad. it., Mediterranee, Roma 1999, pp.92 e ss.
[28] Ruach Elohim in base al valore numerico di ciascuna lettera ebraica, cominciando da destra a sinistra è il seguente: 200+6+8+1+30+5+10+40 = 300. Ruach Elohim è dunque la ghematria della lettera Shin.
[29] Cfr. in R. Patai, Alchimisti ebrei. Storia e testi, ECIG, Genova, 1997, p.123
[30] Ibid., p.55
[31] Ibid., p.53
[32] Cfr. Sepher ha-Zohar, 72a


 P.S.
     Di seguito la risposta alla domanda di Davide Crimi, rivoltami in data 22 Novembre u.s. sul Gruppo Facebook “Massoneria Democratica”.

DOMANDA:

[Davide Crimi]: C'è una variante, non a caso elaborata in ambito scozzese, e in special modo templare, che attribuisce la morte di Hiram a S., per la contesa di gelosia per la Regina di Saba. Da quanto ho scritto, si capirà ciò che ne penso. Mi piacerebbe conoscere il pensiero di Sergio Magaldi su questo delicato e controverso aspetto.

RISPOSTA:

  Sì, certo, le varianti della leggenda sono tante. C’è quella da te ricordata che vede in Salomone –  geloso dell’ammirazione che la regina di Saba aveva manifestato per il grande architetto del tempio – il vero mandante dell’assassinio di Hiram. E ce ne sono altre: da quella che attribuisce la responsabilità al Gran Sacerdote, preoccupato che le conoscenze segrete di Salomone e di Hiram, potessero nuocere alla religione monoteista, a quella che considera lo stesso Salomone complice istigato dal Gran Sacerdote nell’ordinare il delitto. E, più “sottile” e malevola di tutte, quella che narra di  tre personaggi, Re Salomone, Re Hiram di Tiro e Hiram Abiff architetto e decoratore, a conoscenza di una parola segreta – che avrebbe permesso di ultimare l’edificazione del tempio e di avere un potere simile a quello del Demiurgo – di cui ognuno possedeva solo una sillaba. Senza il  “mattone” custodito e noto solo a Hiram Abiff, non sarebbe stato possibile pronunciare la parola. Fu allora che Salomone - presentato da questa versione della leggenda come un tiranno assetato di potere - volendo conoscere la sillaba che avrebbe completato il nome della parola, ordinò a tre operai di estorcerla ad Hiram Abiff. Com’è noto, Hiram custodì il segreto anche a costo della vita e la parola andò persa.

 Tale versione distorce ad arte la narrazione massonica, secondo la quale Hiram Abiff aveva diviso i lavoratori  in tre livelli, assegnando a ciascun livello una parola segreta per riscuotere il salario [B… per gli apprendisti, J… per gli operai e Je… per i maestri]. Fu allora che quindici operai meditarono di ottenere dal Gran Maestro la parola che li avrebbe resi maestri e capaci di riscuotere un salario più alto. Mentre però dodici di loro desistettero, tre dei più violenti tesero un’imboscata ad Hiram Abiff e, vista l’impossibilità di raggiungere il loro scopo, lo massacrarono. Sarà poi Salomone a ritrovare le spoglie del maestro morto e ad organizzare una spedizione per catturare gli assassini. Il Rito Scozzese [R.S.A.A.] dedica più di un terzo dei suoi 33 gradi per illustrare la vicenda di Hiram e di Re Salomone. Quel che è certo è che tutte le varianti della leggenda che fanno di Salomone un despota e un assassino sono più o meno dichiaratamente antimassoniche, per ciò che tendono a colpire la leggenda stessa su cui si basa la fondazione della Massoneria di ogni Ordine e/o Rito.


sergio magaldi

martedì 24 novembre 2015

CHI E' E CHE SIGNIFICA HIRAM? [Parte Terza]






 Restando nell’ambito di una interpretazione che vede nell’Hiram biblico la fonte principale della leggenda, di un certo interesse è la posizione assunta dal Goons, membro della Philalethes Society, che, dopo aver dichiarato che la storia della costruzione del Tempio di Salomone fu allargata, a partire dal racconto biblico, in modo libero e fantasioso sino a diventare un’allegoria, finisce con l’azzardare l’ipotesi, recando numerose prove, che Hiram re di Tiro sia stato membro operativo della potente gilda dei muratori fenici i quali, com’è noto, parteciparono in modo rilevante alla costruzione del Tempio di Salomone [15]. Conforta in tal senso – secondo il Goons – sia l’ambizioso programma di costruzioni che, secondo storici come Menandro, Giuseppe Flavio ed Erodoto, avrebbe contraddistinto il regno di Hiram, sia la concreta realizzazione a Tiro e nello stesso periodo, di molte opere, secondo ne scrive il Dizionario di lingua inglese per l’interpretazione della Bibbia:

 “Fu Hiram, contemporaneo di David, che portò Tiro alla fama. L’antica Tiro sulla terraferma, egli la fortificò fortemente con mura sviluppanti quindici miglia di circonferenza. Ora Hiram costruisce la nuova Tiro includendo le isole sparse per un mezzo miglio sul mare fino a comprendere un’area di due miglia e mezzo di circonferenza. All’estremità nord due moli di pietra di circa cento piedi a parte, si estendevano a est e a ovest per settecento piedi. Questi con la linea costiera abbracciavano un’area (il porto di Sidone) di 70.000 yarde [16] quadrate. A sud un porto simile (l’Egiziano) di 80.000 yarde quadrate era racchiuso da un vasto lungo 200 yarde e da un frangiflutti largo 35 piedi e lungo quasi 2 miglia. I due porti erano uniti da un canale che attraversava l’isola. La città crebbe in file di case, giardini, frutteti e vigne e fu abbellita dal nuovo e splendido tempio di Melkarth [17], dal palazzo reale e da una grande piazza per le assemblee nazionali…” [18]

 In base ad altre fonti, peraltro meno documentate – osserva il Goons – in questo stesso periodo sarebbero state costruite, oltre ad elevate fortificazioni, case di abitazione ancora più alte di quelle dei Romani e per giunta dotate di riscaldamento a vapore, e ancora: depositi d’acqua, fognature, e un tempio della dea Astarte [19] che servì di modello alla costruzione del Tempio di Gerusalemme. Inoltre, secondo il Goons, ancora oggi sarebbe visibile uno dei grandiosi moli del porto costruito da Hiram.

 Da tutte queste premesse il Goons trae la convinzione che Hiram potesse far parte della gilda dei costruttori e che magari suo padre, il re Abibaal, lo avesse messo a mestiere nella corporazione dei muratori, il solo luogo dove avrebbe potuto ricevere un’educazione degna di questo nome. Infatti, in questa età della storia, solo la gilda dei costruttori deteneva conoscenze di matematica, di geometria, di meccanica e di topografia. Del resto, egli osserva:

“[…] contrariamente a ciò che credono alcuni scrittori di storia, nessun faraone egiziano o satrapo persiano, ancor meno il capo di una piccola città-stato, poteva arbitrariamente ordinare od obbligare a dei lavori una gilda potente… si deve supporre perciò che (Hiram) il principe coronato fosse un capo tra i costruttori, un maestro progettatore?… ”  [20]

 A giudizio del Goons la risposta alla domanda non può che essere affermativa, altrimenti Hiram, divenuto re di Tiro, non avrebbe potuto mandare prima a David poi a Salomone operai specializzati per la costruzione del Tempio, ciò che invece avrebbe potuto come maestro della corporazione di Tiro. A dir la verità, la tesi del Goons mi convince poco, vuoi per la sua spregiudicatezza, vuoi per l’impostazione illuministica che la sorregge.

  In tutt’altra prospettiva, che non sia quella di rintracciare le fonti della leggenda di Hiram nel racconto biblico, si colloca Flavio Barbiero, archeologo e autore, tra l’altro, di La Bibbia senza segreti edito da Rusconi. Premessa di tale diversa interpretazione sono le ricerche archeologiche da lui effettuate sulla montagna di Har Karkom:

 “Har Karkom è una montagna sacra situata tra il deserto del Negev e il deserto Paran nel Sinai israeliano. Migliaia di strutture abitative, innumerevoli luoghi di culto, 40.000 incisioni rupestri ed altre strutture sacre e profane, per un totale di oltre 1200 siti archeologici, testimoniano oltre ogni possibile dubbio che questo monte era un luogo sacro nell'’età del bronzo, quella dell’Esodo biblico. (…) Nei circoli scientifici ed esegetici, nonostante comprensibili resistenze (…) si sta facendo ormai strada la convinzione che si tratti proprio del biblico monte Sinai (…) Le ricerche ad Har Karkom si effettuano con in mano la Bibbia e stimolano di rimando ricerche sul significato della Bibbia stessa, se sia cioè un’opera storica o un’opera essenzialmente allegorica, come vorrebbe l’esegesi moderna (…) Inizialmente tale analisi era intesa ad approfondire le vicende del popolo ebraico maturate all’ombra del monte sacro. Ma ben presto si è focalizzata sulle vicende di una famiglia che di questo monte si riteneva la legittima proprietaria e che non cessò mai di frequentarlo in segreto, impedendone l’accesso a chiunque altro: la famiglia sacerdotale di Gerusalemme.”[21]

 Forte di questa prima scoperta, il Barbiero se ne concede subito un’altra riguardante le origini stesse della Massoneria e della leggenda di Hiram. A suo parere, la tesi, più accreditata in ambito scientifico, circa l’origine della Massoneria da corporazioni di scalpellini e muratori non ha né fondamento razionale né base storica. [22] Tutti i rituali massonici – egli osserva – da quelli della Massoneria azzurra a quelli del Rito scozzese, cominciando dalla leggenda di Hiram, non trovano riscontro nelle vicende bibliche, né appare verosimile che tali rituali siano la libera invenzione, in epoca moderna, di fatti reali descritti nella Bibbia. Pure, egli ammette, in tutti questi rituali si trova sempre qualcosa che con la Bibbia sembra avere autentica familiarità. La spiegazione è semplice: la storia della Massoneria altro non è per lui che la storia della famiglia sacerdotale di Gerusalemme:

 “La Bibbia racconta la storia del popolo ebraico. I rituali massonici si riferiscono a tutt’altra storia. Essi riportano soltanto avvenimenti che avevano rilevanza per la famiglia sacerdotale di Gerusalemme e la cui descrizione in nessun modo poteva essere ricavata dalla Bibbia stessa. Si tratta di episodi che si inseriscono in maniera appropriata nella storia biblica e che spesso vi sono citati espressamente, ma nei rituali sono narrati con una quantità di informazioni che non sono presenti nella Bibbia e soprattutto con un’ottica strettamente unilaterale, interna alla famiglia sacerdotale (…) Questa convinzione è rafforzata dal fatto che ci sono molti paralleli tra le tradizioni massoniche e i testi apocrifi del Vecchio Testamento, libri di autori ignoti, ma certamente appartenenti alla classe sacerdotale della Gerusalemme dal terzo al primo secolo a.C.” [23]

 Al momento della distruzione del secondo Tempio, la famiglia sacerdotale di Gerusalemme era al culmine del suo splendore. Dal canto suo, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, anche lui appartenente alla classe sacerdotale, elenca diversi membri di famiglie di sommi sacerdoti cui Tito risparmiò vita e averi. Accusata di tradimento dalla comunità ebraica e anche di aver consegnato ai Romani il tesoro del Tempio, la classe sacerdotale, dopo di allora, entrò nella clandestinità. Così, la storia della famiglia sacerdotale di Gerusalemme continuerebbe da allora attraverso i rituali massonici.

 Tutta la tesi porta l’autore a concludere che, così riguardata, la Massoneria ha svolto un ruolo di primo piano nel mondo, influenzando profondamente il pensiero moderno e la struttura stessa delle democrazie occidentali. Ma, per quanto suggestiva sia l’idea di una Massoneria che, dagli antichi sacerdoti di Gerusalemme, si dispieghi nello spazio e nel tempo sino ai nostri giorni, appare poco verosimile sostenerla con qualche credibilità in base alla documentazione di cui è dato disporre, soprattutto se, come spesso traspare dalle argomentazioni dell’autore, lo si fa per scongiurare l’origine più modesta, ma scientificamente più attendibile e altrettanto nobile, della derivazione della Massoneria dalle corporazioni di muratori e di scalpellini. [segue]

sergio magaldi



[15] Cfr. C.W. Goons, ‘Re e uomo dell’arte?’ in Rivista massonica, vol. LXV, n.10, Erasmo, Roma, dicembre 1974
[16] Yard: unità di misura inglese pari a 0,9144 m.
[17] Melkarth o Melqart o Milqart significa ‘Re della città’. Questa divinità fenicia è anche chiamata Ba’al Shor, cioè ‘Signore di Tiro’. Nel  mondo greco Melkarth era spesso identificato con Eracle o Ercole. Il suo nome compare per la prima volta in una iscrizione aramaica del IX secolo. Un tempio in suo onore, secondo gli storici, sarebbe stato innalzato a Tiro dal re Hiram nel X  Secolo. 
[18] Cfr. C.W.Goons, cit.
[19] Astarte o Ashtart dea fenicia e semitica della fecondità, dell’amore e anche della guerra. Nella Bibbia è definita ‘dea del popolo di Sidone’. Finirà con l’essere assimilata alla dea greca Afrodite.
[20] Cfr. C.W. Goons, cit.
[21] Cfr. F. Barberio, Il significato dei riti. Storia o simbolismo? in www.dipmat.unipg.it, pp.1-2
[22] Ibid., p.2
[23] Ibid., p.4