giovedì 5 agosto 2021

NEL RICORDO DI ANTONIO PENNACCHI...


 

 Ripropongo di seguito la recensione di Canale Mussolini, il romanzo con cui Antonio Pennacchi, improvvisamente scomparso, vinse meritatamente lo Strega, il più prestigioso tra i premi letterari italiani.

 

Un libro finalmente degno dello Strega (Vincitore 2010) questo Canale Mussolini di Antonio Pennacchi. Narra le vicende dei Peruzzi, una grande famiglia contadina del ferrarese, nel contesto degli eventi che caratterizzarono la storia italiana tra gli inizi del ‘900 e la metà del secolo.

 

Si parla di fascismo, dunque, ma – e questo è uno dei maggiori pregi del romanzo – per così dire lo si osserva dal di dentro. Il fascismo non è più o non appare soltanto come una condizione inquietante dell’anima, secondo il noto giudizio di Benedetto Croce o come un “incidente di percorso” della storia italiana, tra liberalismo e democrazia [cristiana], ma piuttosto come il prodotto naturale delle tensioni sociali che si erano andate accumulando in Italia, durante i sessant’anni successivi all’unificazione. Non “un corpo estraneo”, dunque, ma purtroppo l’unico modo in cui una società arretrata, preindustriale ed elitaria, caratterizzata dall’analfabetismo, dalla miseria, dal brigantaggio e dalla corruzione [costante di sempre, quest’ultima, nella politica e nella società civile del Belpaese], riuscì malgrado tutto ad evolversi. In questo senso e solo in questo senso, il fascismo fu “rivoluzionario”, dando così in parte ragione a Benito Mussolini, quello ormai sconfitto dalla Storia, che nell’ultima intervista concessa pare abbia detto: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”.

 

Non vorrei essere frainteso. Non che gli italiani fossero da sempre abitati dai “mostri” del fascismo, giacché erano i mostri della fame e dell’ignoranza a tenere il campo, e l’unico senso accettabile che ha il pensiero dell’ultimo Mussolini è quello di aver saputo interpretare il malessere sociale e l’istinto di ribellione delle masse saldandoli agli oscuri ideali di una piccola borghesia frustrata e megalomane, talora vagamente intellettuale e che, prima del fascismo, trovava spesso nella Massoneria il proprio punto di riferimento. Come si vede chiaramente non solo dalla denominazione che assunse il massimo organo di rappresentanza politica del fascismo. Quel Gran Consiglio che annoverava in prevalenza massoni ed ex-massoni, preferibilmente di Piazza del Gesù.

 

Un po’ quello che avverrà nel secondo dopoguerra con la Democrazia Cristiana e che oggi avviene con Berlusconi: saldare in un unico blocco gli ideali [?!] della piccola borghesia e gli interessi della borghesia media e alta, col collante dei cosiddetti valori cristiani e grazie alla forza della telecrazia, odierno ed efficace strumento di governo, capace di allineare le coscienze nell’unica direzione del conformismo, della volgarità, dell’ignoranza e del pregiudizio [ciò lo scrivevo, naturalmente più di dieci anni fa...]

 

È chiaro che senza mettersi al servizio della Reazione la “rivoluzione fascista” sarebbe fallita e di questo il primo a rendersene conto fu certamente Mussolini, nato socialista e abbastanza lungimirante da comprendere la sterilità di un movimento perpetuamente scissionista ed eternamente diviso tra una base proletaria e una classe dirigente di piccoli intellettuali sempre in lotta per il potere, ora riformisti, ora rivoluzionari, ora imbelli e qualunquisti, sempre frazionisti.

 

E il nonno di chi racconta Canale Mussolini partecipa anche se solo marginalmente agli eventi che caratterizzano la storia italiana agli inizi del ‘900. Trentenne, divide il carcere con il socialista Rossoni, futuro sottosegretario alla presidenza del consiglio di Mussolini. A quattro dei suoi diciassette figli mette i nomi di Treves, Turati, Modigliani e Bissolati. Divide insieme alla numerosa famiglia pasta e fagioli e polenta con il giovane Mussolini. È testimone della carriera politica del duce: sindacalista rivoluzionario, direttore dell’Avanti, violento oppositore della guerra di Libia del 1911: “È chiaro che i socialisti non potevano condividere questa politica di aggressione coloniale e imperialista […] il più arrabbiato di tutti era proprio il Mussolini, che era diventato una specie di numero uno dei sindacalisti rivoluzionari in Italia ed era pure un pezzo grosso del partito socialista. ‘L’ho sempre detto’ diceva adesso mio nonno all’osteria […] ‘che come questo ce n’è pochi, questo è un uomo speciale, se si mette in testa una cosa la fa, non lo ferma nessuno’ e difatti nel giro di pochi anni se ne erano resi conto tutti, mica solo mio nonno […] pure il Treves e il Turati, che cercavano di tenerlo buono. Be’, lui per la Libia ha fatto un casino. Prima è riuscito a convincere tutti gli altri socialisti […] e poi ha guidato lo sciopero generale contro la guerra in Africa con azioni rivoluzionarie di vero e proprio sabotaggio”. [p.41]

 

E dopo di allora: la settimana rossa e il carcere con Pietro Nenni. Poi, improvvisa la svolta con l’interventismo nella I guerra mondiale, non al fianco della Germania, nostra tradizionale alleata di allora, ma nel campo opposto con Francia e Inghilterra. Perché questo cambiamento? Lo spiega al nonno del narratore lo stesso Mussolini, desinando con lui: “Questa guerra quindi era proprio quello che ci voleva, una mano santa che avrebbe scatenato tante di quelle tensioni – diceva il compagno Mussolini – che niente sarebbe stato più come prima. Una volta che il proletariato si fosse ritrovato tutto coinvolto sotto le armi, la guerra da mondiale non avrebbe potuto diventare che sociale. In fin dei conti era deflagrata come scontro di interessi – ‘I schèi’ – tra le borghesie capitalistiche dei singoli Paesi europei. Ma poi sul campo non poteva non sfociare in una guerra generale di classe, con il proletariato europeo contro i padroni di tutti i Paesi”. [p.57]

 

E la testimonianza prosegue con i racconti dello zio Pericle, soldato a Milano e il più politicizzato della famiglia: le tensioni del dopoguerra, i tanti discorsi sulla “vittoria mutilata”, la fondazione del fascio e il programma di San Sepolcro che promette suffragio universale, repubblica e terra ai contadini. Nel socialismo ormai è guerra aperta. Tra i cosiddetti interventisti, ora fascisti, e i neutralisti di sempre: “Nemici ormai – noi di qua e loro di là – perché loro erano stati contro la guerra e adesso erano contro i soldati e continuavano a fare quello che avevano sempre fatto: chiacchiere cioè, e pochi fatti, o almeno così dicevano i miei. E se loro erano rossi, noi per contrasto dovevamo essere neri, anche se non è che stessimo con la borghesia capitalistica e loro invece col proletariato. Mica stavamo con classi diverse, almeno all’inizio. Vada a vedere il programma di San Sepolcro, noi eravamo semplicemente concorrenti nella stessa classe di popolo lavoratore […]. È per questo forse che ci siamo odiati tanto, perché eravamo fratelli che si sono divisi”. [pp.69-70]

 

Non bisogna tuttavia pensare che il romanzo di Pennacchi si limiti a ripercorrere l’ascesa del fascismo e del suo duce in un’atmosfera rarefatta e incolore che rischia di annoiare il lettore, perché è un’intera civiltà contadina quella che prende vita pagina dopo pagina, attraverso il duro lavoro, le sofferenze, le passioni, i vizi e i valori di chi ne fa parte. Neppure l’autore difetta di ironia nel descrivere personaggi piccoli e grandi di questa storia e una particolare attenzione è dedicata alla donna, alle molte contraddizioni in cui si trova a vivere. Capo-famiglia di fatto, quando invecchia, come la nonna di chi racconta, madre di abbondante prole per avere un ruolo familiare, che è anche l’unico ruolo sociale, vittima e quasi schiava se le viene a mancare il marito con i figli ancora piccoli. E in questo universo femminile governato da ferree leggi non scritte, spesso occultamente violate, si distingue la figura di Armida che alleva le api, parla con loro e ne riceve consigli e premonizioni.

 

Ma il romanzo s’incentra soprattutto sull’esodo che costringe i Peruzzi, assieme ad altre famiglie emiliane, venete e friulane, a lasciare la propria terra e a recarsi nell’Agro Pontino. Perché? Perché solo tra le paludi dove da secoli e secoli regnano indisturbate zanzare e malaria, la promessa “sansepolcrista” del duce sarà mantenuta. In cambio delle bonifiche e della costruzione di un canale [Il Canale Mussolini, appunto], vasti poderi saranno assegnati ai contadini, naturalmente solo a quelli di comprovata fede fascista.

 

“Maledetto Zorzi Vila”, diranno i Peruzzi costretti all’esodo per colpa del conte Zorzi Vila che li ha cacciati dalle terre che coltivavano a mezzadria, e la maledizione diverrà la divisa di ciascun membro della famiglia di fronte ad ogni sciagura, da allora in poi. Ma anche Mussolini ci mise del suo nella vicenda, osserva il narratore: “Era il 1927 e come lei sa, a quei tempi, il commercio estero non avveniva sulla base del dollaro, ma dell’oro e della sterlina inglese che a settembre 1926 era arrivata a 149, quasi 150 lire per una sterlina. La bilancia dei pagamenti import-export era al tracollo. L’industria italiana in crisi […] Be’, lui – il Duce – dalla mattina alla sera ha detto: ‘Rivaluto la lira, da oggi in poi è a quota 90, mai più di 90 lire per una sterlina’. […] come deve essere stata contenta la grande industria italiana che per il carbone, il ferro, il rame ed ogni cosa che doveva andare a comprare all’estero e che fino al giorno prima la pagava, mettiamo, a 150 lire al chilo, adesso la pagava 90. Ed anche noi Peruzzi abbiamo detto lì per lì: ‘Vaca boia, come che l’è bravo il nostro Duce’. […] solo dopo ci siamo accorti che se il nostro campo continuava a produrre solo e sempre, mettiamo, i suoi dieci quintali di grano all’anno, e noi sino al 1926 vendendo quei dieci quintali al mercato avevamo preso 1500 lire, dal 1927 in poi ne avremmo prese solo 900. Veda un po’ quanto ci abbiamo rimesso e se è vero o no, che la quota 90 ha ammazzato i contadini italiani […] Noi eravamo tenuti a spartire a metà il raccolto con il padrone. […] Ed eravamo pure tenuti però a spartire le spese. E queste lui – lo Zorzi Vila maladéto – le ha conteggiate tutte in lire. Debiti segnati per anni, e noi convinti di averli già scalati anno dopo anno con una parte del quintalaggio dei nostri raccolti”. [pp.124-5].

 

Fu così – osserva ancora il narratore – che i Peruzzi persero tutto, e furono costretti all’esodo nell’Agro Pontino, dove gli furono assegnati due poderi grazie all’intercessione dell’amico Rossoni.

Così i fascisti, o meglio i contadini emiliani, veneti e friulani, riuscirono in quello che avevano inutilmente tentato i Romani, i Papi e Napoleone: scavare il Canale Mussolini e bonificare la palude pontina.

 

La storia dei membri della famiglia Peruzzi prosegue intrecciandosi con le vicende della proclamazione dell’Imperium [al canto di Sole che sorgi libero e giocondo,/sul colle nostro i tuoi cavalli doma: /tu non vedrai nessuna cosa al mondo /maggior di Roma/maggior di Roma!], con le leggi razziali e la II guerra mondiale. E qui finalmente un barlume di coscienza sembra affiorare nei Peruzzi o almeno in chi di loro racconta la storia. Sia pure attraverso Italo Balbo: “Ma siete matti? Ma che vi hanno fatto gli ebrei? In Italia sono più fascisti di noi”. [pp.338-9] e le sue profetiche parole alla vigilia dello scoppio della guerra, solo qualche mese prima di essere abbattuto in volo da ‘fuoco amico’: “Io spero che l’Italia non entri in guerra: voglio ancora avere fiducia nel senso realistico del Duce e mi auguro che non prevalga in lui il demone della megalomania da cui sembra invasato in questi ultimi tempi. Ma se così non fosse, noi saremo sconfitti, cadrà il fascismo, cadrà la monarchia, perderemo le colonie e ci potremo ritenere fortunati se si salverà l’unità d’Italia”.

 

Una dichiarazione almeno lucida e onesta, questa di Balbo, amico da sempre degli americani e onorato dagli inglesi al momento della morte avvenuta per tragico errore [?!], per mano di “fuoco amico”. Una dichiarazione nella quale ancora oggi si riconoscono molti italiani che fascisti non furono o che il fascismo neanche conobbero e che rimproverano al duce soltanto “la scelta finale”, senza comprendere che la tragedia veniva da lontano, perché la dittatura, buona o cattiva che fosse, prima o poi ci avrebbe condotto al baratro.

 

sergio magaldi

 


domenica 1 agosto 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte seconda)


 

SEGUE DA:

 

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte prima)


 

 Sentimento dell’Infinito, senso del sacro: non è su questo terreno che si decide propriamente la differenza tra pensiero sapienziale e pensiero religioso, tra mente dianoetica (dià “attraverso” e nous “intelletto) e mente dogmatica (dal greco δογμα, dogma, “dottrina o precetto”), la prima basata sulla ragione discorsiva e critica (ma anche sulla forza dell’immaginazione e dell’intuizione), la seconda sull’accettazione di principi di origine divina o umana o comunque dettati dal senso comune e dal “si dice” che la mente è chiamata soltanto a riconoscere come verità, a prescindere dal loro fondamento razionale e/o personale. 

 

Il sapiente è come Socrate, egli sa di non sapere o di non sapere abbastanza e questa consapevolezza lo spinge alla ricerca e al dialogo con gli altri. In questo percorso egli non disdegna di utilizzare la tradizione degli antichi, il patrimonio acquisito dell’umanità cui aggiunge la consapevolezza che gli deriva dal continuo confronto con gli altri, da quell’arte sottile che consiste nel domandare e rispondere nel tentativo improbabile di conoscere il ti esti il che cos’è” di cui si parla. E se con queste procedure egli si colloca sempre di là della verità, questa nondimeno gli si offre in infiniti adombramenti ed egli prende coscienza che la Verità una e indefettibile è per principio fuori portata della mente umana e che l‘ ‘unico vero’ che gli riuscirà di scoprire sarà quello che faticosamente sarà riuscito a costruire e a condividere con gli altri che, come lui, siano guidati dallo stesso intendimento e che come lui siano disposti, mutando per così dire il quadro di riferimento in cui quel ‘vero’ era nato, a riconsiderare nuovamente la questione… Ma questa, si dirà, non è altro che la verità della scienza che si trasforma col mutare del tempo, delle risorse, del metodo, delle intuizioni e in funzione delle regole dell’arte.

 

 C’è di più e di diverso: il pensiero sapienziale funziona alla stregua del pensiero scientifico ma se ne discosta perché il suo intento non è meramente strumentale e innovativo e il suo procedere nella ricerca di nuove verità e di nuove conoscenze non lo porta a tralasciare quanto ha già acquisito e che costituisce il patrimonio di conoscenze dell’intera umanità. Insomma, il pensiero sapienziale se non disdegna per così dire di andare avanti, non rifiuta neppure di rivisitare e di approfondire ciò che appartiene al passato, giungendo talora a considerarlo un sapere privilegiato anche rispetto alle consapevolezze della modernità e della post-modernità.

 

 E il pensiero religioso? La struttura che lo anima sembra piuttosto incline a un rovesciamento di prospettiva: non la fede nella ricerca ma la ricerca di una fede il cui fondamento si sostanzi di una verità rivelata. E c’è da augurarsi che in questa prospettiva si mantenga tollerante evitando guerre e persecuzioni che troppo spesso hanno caratterizzato la sua storia.

 

SEGUE

 

sergio magaldi

sabato 24 luglio 2021

LE FORME DEL PENSIERO: CRITICITA’ E DOGMATISMO (Parte prima)


 

 

 Nella vita di relazione gli esseri umani si scambiano di continuo idee, informazioni e affermazioni che sembrano risalire a opposte matrici: l’una si basa sul “si dice” e su verità date per scontate; l’altra tende di continuo a mettere tutto in dubbio, in una criticità che talora appare persino esasperante. Il conflitto esplode quando s’incontrano due menti così apertamente dissimili. Il paradosso tuttavia è che non sempre e non subito la diversità si fa chiara, perché talora le forme del pensiero si travestono e non sono immediatamente riconoscibili e inoltre perché nessuno ammetterà di essere schiavo del dogma e pochi accetteranno di possedere una natura totalmente amletica. Insomma, per largo tratto gli uni e gli altri potrebbero percorrere la stessa strada senza tuttavia accorgersi che la loro meta è diversa.

 È un po’ quello che avviene quando si confrontano tra loro le due grandi tradizioni del pensiero occidentale: quella sapienziale e quella religiosa [1] . Tutt’altro che irriducibili e rigidamente distinte, permane invece tra di loro una sostanziale differenza che si riflette sulla struttura stessa del pensiero, determinandone atteggiamento e modalità sicuramente divergenti. E se ad entrambe queste forme di pensiero è comune la ricerca di una chiave di comprensione della realtà, una necessità logica di ordinare e unificare ciò che è sparso e diviso, il pensiero religioso sembra incline a sviluppare e ad approfondire il proprio patrimonio di conoscenze unicamente in funzione di una fede e di una verità rivelata.

Il pensiero religioso procede per identificazioni e riconoscimenti, adeguando costantemente il proprio sapere ad una rivelazione originaria, ad una Verità (Alétheia, ἀλήθεια), una e altra dal pensiero che la pone in essere. Il pensiero sapienziale, al contrario, non si preoccupa del confronto con la cosa, non conosce, per così dire, l’angoscia dell’adaequatio rei et intellectus, giacché il vero di cui va in cerca è suscettibile ogni volta di essere variamente interpretato in funzione della consapevolezza acquisita.

Nei Discorsi sulla religione della fine del ‘700, il filosofo romantico Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher, rivolgendosi agli spiriti colti e illuminati del suo tempo, taccia di peccato di ubris, di tracotanza e di presuntuosa inimicizia verso gli dei, chiunque pretenda di detenere un sapere e praticare un’etica senza osservare una religione. E’ la colpa antica di Prometeo che, riconosciuto di vitale importanza per l’uomo il fuoco degli dei, lo ruba anziché domandarlo con la necessaria umiltà. Ma nel pensiero di Schleiermacher c’è la convinzione che arte e intuizione, quando non siano accompagnate dal sentimento dell’Infinito, siano inadeguate ad esprimere tutta la complessa potenzialità del sapere umano. E’ questo il senso dell’appello che, proprio ad apertura di libro, egli rivolge agli uomini colti dell’epoca sua:

« Oggi particolarmente la vita degli uomini colti è lontana da tutto ciò che potrebbe essere sia pure semplicemente simile alla religione. Io so che voi tanto meno adorate in sacro segreto la divinità quanto più frequentate gli abbandonati templi; so che nelle vostre eleganti dimore non ci sono altri dei domestici se non i detti dei savi e i canti dei poeti; so che l’umanità e la patria, l’arte e la scienza, poiché credete di poter abbracciare interamente tutte queste cose, hanno preso sì pieno possesso del vostro animo che non vi resta nulla per l’Essere santo ed eterno, il quale, per voi, è di là dal mondo, e che non avete nessun sentimento per lui e in comune con lui. Siete riusciti a far sì ricca e sì varia la vita terrena che non sentite più alcun bisogno dell’eternità; e dopo che avete creato a voi stessi un universo, vi sentite dispensati dal pensare a colui che vi ha creato. Voi siete d’accordo, lo so, che nulla di nuovo e nulla di convincente si può più dire di questo argomento che è stato trattato abbastanza da tutti i lati, da filosofi e da profeti e, potessi soltanto non aggiungere, anche da dileggiatori e da preti. Soprattutto dai preti voi non siete minimamente disposti – ciò non può sfuggire a nessuno – ad ascoltare qualcosa su questo argomento, perché essi si sono resi, già da gran tempo indegni della vostra fiducia, in quanto dimorano più volentieri solo nelle rovine del Santuario, devastate dal tempo e dalle intemperie, e non possono vivere neanche lì senza deturparle e senza corromperle maggiormente. So tutto questo, e, tuttavia, sono spinto a parlarvi da una necessità interna ed irresistibile che mi domina divinamente… » [2]

 E questa “necessità interna” è certamente per Schleiermacher quel sentimento dell’Infinito che in lui sembra inspirato da un dio e in cui, a suo giudizio, principalmente risiede il senso stesso della religione. Ma il sentimento dell’infinito, accompagnato o meno dalla consapevolezza di un divino ispiratore, bene appartiene al pensiero sapienziale come al pensiero religioso, entrambi infatti hanno parte nella sfera del sacro, inteso  come esperienza fondamentale e strutturale della mente umana. Giacché il sacro non è degli dei piuttosto che degli uomini, perché – come osserva Heidegger interprete di Holderlin – “è piuttosto il sacro a decidere inizialmente intorno agli uomini e agli dei, se siano, chi siano e quando siano” [3]

 

 

SEGUE

 

sergio magaldi



[1] Ciò che segue riprende in gran parte, con opportune modifiche, un articolo di diversi anni fa, sintesi di una relazione per un convegno.

[2] F.D.E. Schleiermacher, Discorsi sulla religione e monologhi, trad.it., Sansoni, Firenze, 1947, pp.5-6

 [3] M. Heidegger, Erlauterungen zu Holderlin, 1943, pp. 73-74

 

 


giovedì 15 luglio 2021

Zibaldone on line 8 - BILANCIO DI EURO ‘20

martedì 13 luglio 2021

L'ITALIA CAMPIONE D'EUROPA


 

 Alla vigilia di Inghilterra-Italia avevo scritto che una strada sembrava tracciata sin dall’inizio per portare gli inglesi alla conquista del loro primo titolo europeo. Chiudevo tuttavia il post con un “a meno che…” in cui si  riassumeva la speranza – mia e, credo, di tutti i tifosi italiani – che le cose non andassero come programmate dagli dei del calcio. E, in effetti, la speranza si è mutata in realtà al termine dei calci di rigore, durante i quali si sono susseguite emozioni altalenanti, sino alla consapevolezza finale che l’Italia aveva vinto davvero il suo secondo titolo europeo dopo 53 anni.

 

Grande il merito di Mancini che ha saputo creare un collettivo quasi imbattibile e trascinarlo alla vittoria – come per lo più si ripete in queste ore – anche senza disporre di fuoriclasse ma solo di ottimi giocatori. Ciò che è parzialmente vero, ma non bisogna dimenticare che Donnarumma, Chiellini e Jorginho sono, nei loro rispettivi ruoli, a guardia della porta, al centro della difesa e a centrocampo, degli autentici campioni. C’è di più, perché uno dei fattori determinanti per comprendere il segreto della vittoria italiana è che, in ciascuna delle partite disputate, oltre ai tre campioni sopra citati, hanno brillato di volta in volta stelle diverse: Spinazzola e Berardi contro la Turchia, ai due si è aggiunto Locatelli contro la Svizzera, poi Pessina contro il Galles dove, a qualificazione ormai raggiunta, Mancini ha realizzato il capolavoro di completare l’utilizzo di quasi tutta la rosa azzurra. E ancora: con l’Austria, ai soliti tre, si sono aggiunti Spinazzola e Chiesa, con il Belgio Insigne, con la Spagna di nuovo Chiesa e infine, con l’Inghilterra, Donnarumma ha coronato la sua grande prestazione, aggiudicandosi il titolo di migliore giocatore dell’europeo.

 

In conclusione, devo ammettere che l’ottimismo mediatico della vigilia ha portato bene alla squadra azzurra. Per consolidare il ritorno dell'Italia tra le grandi del calcio, ora a Mancini non resta che incrementare la rosa soprattutto in attacco, per esempio, con Kean, con Zaniolo, con lo stesso Raspadori, utilizzato solo per pochi minuti in questo europeo, riuscendo magari a trovare un emulo del grande e compianto Paolo Rossi.

 

sergio magaldi


giovedì 8 luglio 2021

EURO20: INGHILTERRA-ITALIA, UNA VITTORIA ANNUNCIATA?


 

 

 I quotidiani, sportivi e non, continuano a parlare di Italia-Inghilterra, ma la finale europea di domenica prossima sarà piuttosto Inghilterra-Italia perché si giocherà nel mitico stadio Wembley di Londra, dove i britannici hanno giocato tutte le precedenti partite, tranne una, di questo singolare e “itinerante” Campionato Europeo di calcio. Infatti, delle quattro semifinaliste: Italia, Spagna e Danimarca hanno giocato le prime tre partite in casa e le altre tre fuori, mentre l’Inghilterra ne ha giocate cinque in casa e una soltanto fuori, e ora l’Italia si accinge a giocare la sua quarta partita esterna mentre l’Inghilterra  giocherà la sua sesta partita casalinga. Scrivevo in un precedente post: “Sembra quasi una strada tracciata per il trionfo inglese: sufficiente vincere un girone sapientemente calibrato sui suoi mezzi, superare un unico vero ostacolo, rappresentato da Portogallo e/o Germania (l’Inghilterra ha poi trovato negli Ottavi la Germania, forse l’ostacolo meno pericoloso tra i due), per presentarsi alla finalissima di Wembley”.

 

In realtà, l’ultimo ostacolo che la nazionale inglese ha trovato sulla propria strada non è stato dei più semplici. La Danimarca si è battuta sino all’ultimo e, dopo essere andata in vantaggio per prima con uno splendido goal di Damsgaard, è stata raggiunta da un autogol di Kjaer e infine superata nei tempi supplementari da un rigore inesistente, peraltro parato dall’ottimo portiere Schmeichel, ma poi ribadito a rete da Harry Kane. Va detto, tuttavia, che la mole di gioco degli inglesi è stata superiore a quella dei danesi e che nel complesso la squadra britannica ha meritato la finale più degli avversari. Resta il fatto che, senza essere punita per un fallo inesistente, la Danimarca si sarebbe presentata ai calci di rigore almeno con le stesse probabilità dell’Inghilterra di passare il turno.

 

Un po’ quello che è successo nell’altra semifinale tra Italia e Spagna, ma… all’incontrario. Gli iberici hanno giocato la miglior partita del loro Campionato Europeo e gli italiani la peggiore. La mia impressione è che la squadra azzurra abbia sbagliato nell’abbassare troppo il centrocampo, lasciando l’iniziativa e il possesso palla agli avversari e confidando soltanto nelle ripartenze, spesso banalmente sciupate. Direi che l’assenza di Spinazzola s’è fatta sentire, perché sono mancate le sue frequenti discese sulla fascia sinistra che tenevano alto il baricentro del gioco italiano e permesso, tramite i fitti scambi con Insigne, di oltrepassare spesso la metà campo avversaria. Ad ogni modo, le occasioni per andare a rete e i goal mancati sono stati alla pari tra Italia e Spagna e l’Italia va in finale ai calci di rigore, grazie soprattutto a Donnarumma e alla freddezza con cui Jorginho ha battuto il rigore decisivo.

 

Resta da chiedersi: che s’inventerà ora Mancini per fermare i due attaccanti inglesi più pericolosi: Sterling e Kane? Sulla punta centrale, se sta bene, si può contare ancora su Chiellini che ha disputato un grande europeo, ma chi fermerà le folate di Sterling sulla fascia, mentre corre sospinto dagli oltre cinquantamila tifosi inglesi? Inutile porsi tanti interrogativi e del resto l’Italia ha fatto il suo abbondantemente, mostrando di essere tornata tra le grandi del calcio: è l’unica nazionale di questi europei ad aver vinto tutte le partite (anche se l’ultima ai rigori), perché gli inglesi, pur avendo incassato soltanto un goal in sei partite, hanno pareggiato con la Scozia nel girone eliminatorio. Inutile farsi tante domande, dicevo, perché la mia impressione è che la prima vittoria inglese ad un Campionato Europeo è una vittoria annunciata. A che avrebbero faticato tanto gli dei del calcio, per creare un percorso a misura della squadra inglese, per spazzare via anche l’ultimo ostacolo che ha fatto vedere a giudici mortali un rigore inesistente? All’Italia non resta che chiudere degnamente questo grande europeo che Mancini e i suoi ragazzi ci hanno già regalato. A meno che…

 

sergio magaldi   


domenica 4 luglio 2021

L’ITALIA TRA LE GRANDI DEL CALCIO. L’INGHILTERRA VERSO IL TITOLO EUROPEO.


 

 Con la vittoria contro il Belgio, prima in classifica del Ranking FIFA e il passaggio alle semifinali del Campionato Europeo, l’Italia torna di fatto tra le grandi del calcio mondiale, confermando tutti i numerosi precedenti successi conseguiti contro nazionali di basso Ranking. Spiace solo il grave infortunio occorso a Leonardo Spinazzola: innanzi tutto per il giocatore che stava vivendo, a giudizio unanime degli addetti ai lavori di tutta Europa, forse il miglior momento della sua carriera; spiace poi per la Nazionale e per la sua squadra di club che dovranno privarsene per un tempo che si spera non lunghissimo.

 

Nella semifinale di martedì 6 luglio ci attende ora la Spagna, ma quale che possa essere il risultato della partita, resta ormai acquisito il merito indiscusso di Mancini nel gran balzo in avanti compiuto dall’Italia dal 2018, allorché fu esclusa dalla partecipazione alle fasi finali del Campionato del Mondo.

 

La prestazione della squadra azzurra contro il Belgio è stata quasi ineccepibile, con la sola eccezione della punta centrale (Immobile) che non ha fatto un tiro, né ha mai trattenuto una palla, e del terzino o esterno basso di destra (Di Lorenzo), efficace in qualche discesa sulla fascia, ma del tutto inadeguato nel contrastare gli avversari in quel settore di campo, tanto da causare ingenuamente il rigore, sia pure discutibile, che ha messo a rischio sino all’ultimo la vittoria italiana. Per quanto mi riguarda, per la sfida contro la Spagna, darei ancora una chance a Immobile, limitata al primo tempo, ma sostituirei Di Lorenzo con Toloi, così come già suggerivo – nel precedente post sull’argomento – contro il Belgio. È vero, d’altra parte, che questa nazionale stupisce anche per il fatto che ogni partita vede, come migliore o tra i migliori, giocatori di volta in volta diversi: contro l’Austria i migliori furono Spinazzola e Chiesa (Mancini avrà finalmente capito che lo juventino rende il doppio a partita in corso?), mentre Barella e Insigne furono i peggiori. Contro il Belgio, proprio Barella e Insigne sono stati i migliori e non solo per aver segnato i goal della vittoria.

 

Fin qui, la Spagna non mi ha fatto una grande impressione e, in effetti, ha superato gli Ottavi ai tempi supplementari e i Quarti addirittura ai rigori contro una Svizzera (che l’Italia aveva superato agevolmente per tre reti a zero nel girone eliminatorio) rimasta in dieci per una espulsione ingiusta. Comunque sia, il gioco degli iberici, in parte simile al nostro, potrebbe metterci in difficoltà, anche tenuto conto dell’assenza di Spinazzola, del crescente sforzo fisico degli azzurri, del fattore arbitrale e di quello, sempre presente, legato all’imprevedibilità e soprattutto alla fortuna (fattore, quest’ultimo, di cui la Spagna ha sinora largamente beneficiato).

 

Pochi i dubbi (ma è solo il mio personale parere) su chi sarà l’altra finalista a contendere il titolo a Spagna o Italia. Anche se non escludo che la grande sorpresa di questi europei possa venire proprio dai danesi, ritengo favorita l’Inghilterra,  la maggiore privilegiata tra le 24 partecipanti alla fase finale del Campionato Europeo (Italia e Spagna hanno giocato in casa solo nelle tre partite del girone eliminatorio, rispettivamente a Roma e Siviglia). I britannici, infatti, dopo una sola trasferta (a Roma), torneranno a Londra per disputare la semifinale contro la Danimarca e sempre a Londra la probabile finale, dopo aver giocato le tre partite del girone eliminatorio e gli Ottavi sempre in casa. Sembra quasi una strada tracciata per il trionfo inglese: sufficiente vincere un girone sapientemente calibrato sui suoi mezzi, superare un unico vero ostacolo, rappresentato da Portogallo e/o Germania (ha poi trovato negli Ottavi la Germania, forse l’ostacolo meno pericoloso tra i due), per presentarsi alla finalissima di Wembley. Staremo a vedere ma se, come ho l’impressione (spero sbagliata), l’Inghilterra dovesse vincere questo Campionato Europeo, dovremmo concludere che gli dei del calcio hanno decretato in anticipo a chi concedere i propri favori.

 

sergio magaldi