martedì 28 giugno 2016

IL GRANDE ANDROGINO [Parte Prima]




 Non c'è forse maggiore equivoco di quello generato dalla figura dell'androgino. La fonte è nei due noti versetti del Genesi biblico, in cui è detto che Dio creò l'uomo a propria immagine e somiglianza (Genesi, 1:26) e che lo creò maschio e femmina (Genesi, 1:27).

Da allora non si è smesso quasi di assegnare a Dio entrambi i sessi, tralasciando di indagare la natura reale del frutto della divina creazione.

“Il fatto che uomo e donna siano creati a immagine di Dio sottintende che Dio sia un'entità maschile/femminile, e non solo maschile", scrive G. Dreifuss [1]. Tesi, questa, condivisa da autori come Kaplan e Moshe Idel. Dreifuss, tuttavia, osserva che 'nel giudaismo normativo questa immagine di un'entità divina maschile/femminile non trova espressione' (Ibid., p. 31), mentre è presente nella letteratura midrashica (Genesi Rabbah 8:1 e 17:6, Levitico Rabbah, 14:1, Midrash Salmi, 139, bEruvim, 18°), contrariamente a ciò che sostiene E. Zolla (The Androgyne. Fusion of the Sexes, trad.it., Incontro con l'androgino, red edizioni, Como, 1995, p. 57), un autore che, per la verità, non sembra avere molta dimestichezza con 'la tradizione esoterica ebraica' cui, pure, dedica un paragrafo del suo libro. 

L'immagine maschile/femminile della divinità è anche ben presente nella Qabbalah dello Zohar e, soprattutto, nella Qabbalah luriana dei Partzufim, dove il carattere antropomorfico della divinità è addirittura esaltato. Fa tuttavia notare Moshe Idel che in nessun caso l'unione del maschio e della femmina è funzionale all’emergere di una divinità androgina, ma è piuttosto 'l'insistenza per l'ottenimento di una relazione armoniosa tra principi opposti, la cui esistenza separata è indispensabile per il benessere dell'intero universo. O per dirla con altre parole: la cabala teosofica non ha cercato una ristrutturazione drastica dell'esistenza, sia attraverso la trasformazione del femminile in maschile, sia attraverso la loro fusione finale in un'entità bisessuata o asessuata... Nella concezione gnostica, il mondo inferiore deve sforzarsi di copiare la regola superiore dell'androginia o della asessualità. L'attitudine gnostica risulta essere a certo riguardo simile all'attitudine cristiana di fronte alla sessualità, esse costituiscono un aspetto importante del loro più generale rigetto di questo mondo; le escatologie gnostiche e cristiane propongono una salvezza spirituale che riguarda sia la restaurazione dell'androginia paradisiaca sia uno statuto di asessualità per il credente.' (cfr. M. Idel, Cabala ed erotismo, Mimesis, Milano, 1993, pp. 35 - 36). Più avanti, in nota, Moshe Idel riporta, condividendolo, il pensiero del Meeks (The image of the Androgyne, p. 186): "Nell'ebraismo, il mito dell'androgino serve a risolvere un dilemma esegetico e a consolidare la monogamia". E Moshe Idel osserva: "In ogni caso, la cabala estatica utilizza a volte una produzione di immagini androginiche, sotto l'influenza della filosofia greca, e attraverso la mediazione delle opere di Maimonide...Un'altra differenza cruciale tra le concezioni ebraiche e greche dell'androginia è la visione ebraica positiva della separazione tra il maschio e la femmina, mentre in Platone la separazione è vista come una punizione..." ( M. Idel, op.cit., nota 84, p. 55).

Potremmo parimenti scoprire che l'Adam Qadmon non è in alcun modo da confondersi con un ipotetico uomo cosmico di natura bisessuale e neppure con la sua larvata presenza asessuata e tuttavia spiritualmente comprensiva tanto del principio femminile che di quello maschile. E pare proprio che le due interpretazioni si dividano il campo, l'una inferendo che l'androgino Adamo è il riflesso di Dio, l'altra osservando che l'androginia di Adamo è soltanto spirituale perché l'uomo fu creato a immagine e somiglianza di Dio ma solo per lo spirito.

Così, chi attribuisce fisicità e umanità all'Adam Qadmon non sfugge alla necessità di dover attribuire a Dio forma e bisessualità, chi, al contrario, opta per lo spirito, perde, per così dire, il bandolo della matassa perché concepisce Adamo, prima ancora del peccato che lo escluderà dalla condizione edenica e immortale, come un essere metà spirito, per ciò che è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e metà carne, per ciò che, fisicamente, egli è fatto di terra (Adamah). Ma, se è fatto di terra, Adamo, nascendo, è già condannato al male e alla morte, a meno che...a meno che il compito affidatogli non sia proprio quella di trasformare la propria terra corruttibile in metallo incorruttibile. Ma, chiamato alla prova, Adamo fallisce e, in luogo dell'oro, mostra intatta la zavorra con cui è stato formato dal suo creatore.

E’ interessante osservare come il cabbalista medievale Joseph Gikatila attribuisca la 'caduta' di Adamo al non aver saputo attendere che il frutto dell'albero fosse maturo, prima di cibarsene. Fu dunque l'impazienza a perdere il genere umano precipitandolo nel regno della vita e della morte. Il frutto dell'albero della vita si mutò così nel frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male.
Scrive Gikatila in Cha 'aré Orah (Le Porte della Luce):

   "Il serpente primordiale...inflisse un danno alla luna (la sephirah Malkhout) per via del primo uomo, il quale...non attese che (il serpente) mangiasse la propria parte...nel qual caso l'albero sarebbe stato chiamato del bene e non del male e lui avrebbe potuto mangiarne tanto quanto ne desiderasse: ne avrebbe mangiato e avrebbe vissuto per sempre (Genesi, 3:22), secondo il segreto dell'albero della vita collegato a quello della conoscenza..." (f. 105a).

La luna, che nel linguaggio cabbalistico rappresenta anche la terra, nell'accezione ermetica simboleggia la materia prima. Il serpente, simbolo ctonio per eccellenza, bene traduce la forma di Adamo fatta di terra, non già le sembianze di Dio, privo di forma ma spesso idolatrato come Grande Androgino.

Tutto ciò dimostra che in origine non c'è che un albero e che questo è l’albero della vita e che la terra si sarebbe trasformata se Adamo avesse saputo attendere. I denti non gli si sarebbero legati se egli non si fosse cibato del frutto ancora acerbo. Solo mangiando del frutto maturo, segno dell'avvenuta trasformazione, Adamo avrebbe guadagnato l'immortalità.

D'altra parte, la prova cui Adamo dovette sottostare non fu capriccio divino. Dio, infatti, non avrebbe potuto concepirlo del tutto identico a sé, creando un altro se stesso, ma solo a propria immagine e somiglianza, così come fece, mediante il suo spirito e dandogli  forma col fango della terra (Genesi, 2:7). La presunzione e l'impazienza persero Adamo. La prima, nel fargli credere di essere in tutto e per tutto simile a Dio (mentre Dio non ha forma), la seconda nel ritenere che, in breve tempo, anche il suo potere sarebbe stato identico a quello di Dio. Scrive ancora Gikatila in Sod ha - Nahach (Il Segreto del Serpente):

    "... E' per questo motivo che Dio comanda al primo uomo di non toccare l'albero della conoscenza, fin quando il bene e il male fossero stati associati, sebbene l'uno fosse all'interno e l'altro all'esterno. Occorreva attendere che ne fosse staccato il prepuzio, com'è detto: tratterete i loro frutti come prepuzio (Levitico,19:23), ora è scritto: prese del suo frutto e ne mangiò (Genesi,3:6). Introdusse un idolo nel Palazzo (T.B. Ta'anit 28b) e l'impurità penetrò all'interno." (f. 276a-b).

Il prepuzio è la scorza dura, assimilabile alla terra (Adamah) di cui è fatto Adamo. Solo quando la scorza fosse caduta, il frutto, ormai maturo, avrebbe potuto essere mangiato e la terra di Adamo si sarebbe mutata nell'oro dello spirito. Il 'sogno divino' di mutare la terra in oro è votato allo scacco? Il Golem ha fallito la prova? Peggio per lui! Che ci riprovi da solo, ma fuori dell'Eden e in condizioni difficili. Saranno proprio le difficoltà ad acuire il suo ingegno e forse un giorno gli riuscirà finalmente di rendere al creatore la terra ricevuta... trasformata in oro.  [SEGUE]

sergio magaldi


[1] G. Dreifuss, Maschio e femmina li creò. L'amore e i suoi simboli nelle scritture ebraiche, La Giuntina, Firenze, 1996, p. 30

giovedì 23 giugno 2016

GLI DEI DEL CALCIO AGLI EUROPEI 2016




   Partita inguardabile degli azzurri contro l’Irlanda, né vale osservare che eravamo già qualificati e al primo posto del girone [purtroppo!] e che abbiamo giocato sostituendo 9 giocatori rispetto a quelli impiegati nelle due precedenti partite. Gara col Belgio a parte, l’Italia di ieri notte è stata solo peggiore a quella della brutta partita vinta dai cosiddetti titolari contro gli svedesi [vedi in proposito il post: Europei di calcio: il goal di Eder, un bene per gli azzurri? Cliccando sul titolo per leggere]. Una partita, questa persa con gli irlandesi, che si poteva giocare in scioltezza e soprattutto senza i consueti arroccamenti difensivi e senza rischiare inutilmente Bonucci, graziato dall’arbitro in un paio di occasioni e che, per evitare l’ammonizione, ha eluso il più possibile i contrasti, meritando un 4 in pagella e finendo come uno tra i maggiori responsabili del goal della vittoria irlandese. Al solito, Conte ci ha messo del suo, come sempre avviene nel bene e nel male: ostinato nel rischiare inutilmente uno dei migliori centrali europei, nel confermare il suo 3-5-2 che di fatto si è presto trasformato in un 5-3-2, oltremodo difensivo contro i modesti avversari, mentre con un 4-4-2 o meglio con un 4-3-3 avrebbe risparmiato Bonucci, consentendo maggiori rifornimenti all’attacco: se così si può chiamare l’inguardabile vagare di Immobile per il campo e il saltellare inutilmente grintoso di Zaza, solo quarto attaccante nella Juve, ma quasi titolare in nazionale. Non sarebbe stato meglio sostituirli entrambi, almeno alla fine del primo tempo, con i più tecnici Insigne [che appena entrato ha rischiato di farci vincere senza merito] ed  El Shaarawy, messi in campo solo a pochi minuti dalla fine? Qui però finiscono le responsabilità di Conte [convocazioni a parte: Vasquez, Jorginho, Bonaventura, Pavoletti, Gabbiadini, Saponara, forse persino Lapadula e qualche altro non avrebbero aumentato lo scarso tasso tecnico di questa squadra, con la possibilità anche di segnare qualche rete in più?], perché la maggior parte dei calciatori italiani visti in campo ieri notte è apparsa addirittura priva dei fondamentali. E ora ci tocca la Spagna [campione d’Europa in carica] negli Ottavi e, nell’ipotesi del miracolo, peraltro sempre possibile conoscendo le virtù di Conte, la Germania [campione del mondo] nei Quarti. Forse è meglio così, perché questa squadra è così brutta che non merita di andare avanti. Inutile d’altra parte sperare che la Federcalcio faccia tesoro della lezione. Si dirà, come va ripetendo Conte da una settimana, che un traguardo è stato raggiunto: il passaggio agli Ottavi, cioè quello che è riuscito anche a Galles, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Svizzera, Polonia, Slovacchia e Ungheria, tutte nazionali che non hanno mai vinto nulla. Resta il fatto che col primo posto del girone, all’Italia tocca la Spagna, mentre al Belgio, secondo, tocca l’Ungheria e che gli dei del calcio, come sempre avviene in queste competizioni, sono intervenuti pesantemente creando le condizioni perché la corsa delle quattro potenze calcistiche europee [Spagna, Inghilterra, Germania e Francia] fosse facilitata e lasciando che gli outsider [Belgio, Italia, Portogallo e Croazia] se la vedessero tra loro. Se tutto fosse andato come nei piani degli dei, infatti, la Spagna, prima del girone, negli Ottavi avrebbe incontrato una tra Galles, Slovacchia, Russia, Irlanda, Svezia, Austria, Ungheria e l’Islanda, alla Germania e alla Francia sarebbero capitate  due nazionali di modesto livello [e in effetti se la vedranno rispettivamente con Slovacchia e Irlanda], mentre per l’Inghilterra era pronto il paracadute: se fosse arrivata prima avrebbe incrociato una tra Albania, Svizzera, Romania, Irlanda del Nord, Ucraina, Turchia e Repubblica Ceca, se seconda, la seconda del gruppo F [Ungheria, Austria o Islanda] e infatti, arrivando  seconda del suo girone, gli inglesi incroceranno la sorprendente Islanda. Tutto diverso il discorso per gli outsider: al temuto Belgio, dato per scontato il suo primato nel girone E, negli ottavi sarebbe toccata la Croazia, mentre all’Italia, presumibile seconda classificata dello stesso girone, il Portogallo di cui si dava ugualmente per scontata la vittoria del girone F. Insomma i 4 outsider erano destinati dagli dei del calcio a ridursi a 2 dopo gli Ottavi. Ma Spagna, Italia e Portogallo hanno stravolto il piano degli dei: la Spagna perde il primo posto del suo girone a pochi minuti dalla fine dell’ultima partita, Il Portogallo con tre pareggi fatica la qualificazione al terzo posto e l’Italia, data per sicura perdente contro il Belgio [dal quale era stato sconfitto alla vigilia degli europei con un sonoro 3-1], vince e si classifica al primo posto del girone. Così la trappola degli dei scatta solo a metà: per il Portogallo e  la Croazia che si scontreranno negli Ottavi, non per il Belgio che grazie alla sconfitta con l’Italia trova una via di scampo nella parte sinistra [per l’osservatore] del tabellone e se la vedrà con l’Ungheria, non per l’Italia, la cui trappola si trasforma in un vero e proprio abisso: sfugge al predestinato incontro col Portogallo per incontrare la Spagna che la trascina nel vortice della parte destra del tabellone, insieme a Germania, Francia e Inghilterra. La vera mina vagante del progetto divino del calcio è stata la Spagna, costretta ora ad affrontare una dopo l’altra, Italia, Germania e Francia, per accedere alla finale.


sergio magaldi

mercoledì 22 giugno 2016

GLI ERRORI DI MATTEO RENZI




   Coreografia semplice ma efficace per salutare la vittoria dei Cinque Stelle: Virginia Raggi a mezzo busto sullo sfondo di Roma antica, indossando una sorta di tunica bianca vagamente cristica [in realtà una lunga camicia], con i capelli neri che le sfiorano le spalle e che scuote di continuo per le pose dei fotografi. Beppe Grillo che si affaccia dall’hotel Forum della capitale, sollevando le braccia al cielo e recando appeso al collo della camicia un comune appendino, simbolo dell’inattesa vittoria di Torino. E, in effetti, se la vittoria di Roma era quasi scontata e il voto massiccio degli elettori delle liste di destra [Meloni: 86% il flusso elettorale a favore della Raggi] e di centrodestra [Marchini: 67% del flusso] si aggiunge semplicemente, portando alla candidata M5S circa 350.000 voti in più di quelli presi il 5 Giugno, più che raddoppiando i voti di Giachetti; a Torino, dove Chiara Appendino prende oltre il 20% in più dei voti del primo turno, la scelta degli elettori di centrodestra è stata determinante per battere Fassino. Insomma il “Tutti contro Renzi” ha funzionato e potrebbe funzionare ancora nel futuro, anche se Sallusti scrive oggi su Il Giornale che Beppe Grillo “prende i voti di centrodestra e scappa”, non ricambiando il favore né a Milano né a Bologna dove il ballottaggio vedeva i candidati di Lega e Forza Italia in lizza contro quelli del centrosinistra. L’analisi di Sallusti per la verità è approssimativa, perché stando ai flussi elettorali, risulta che a Bologna un certo numero di elettori pentastellati abbia effettivamente votato per Lucia Borgonzoni della Lega, consentendole di raggiungere una percentuale che, se non l’aiuta a vincere, è però di tutto rispetto [45,35%]. Il fine di Sallusti è in realtà quello di sottolineare la distanza incommensurabile che c’è tra Centrodestra e M5S: i grillini, a suo giudizio, sono assistenzialisti [reddito di cittadinanza anche per i fannulloni] e per nulla liberali, dicendo di no a tutte le iniziative in grado di muovere l’economia del Paese [No-tav, no-Olimpiadi, no-stadio ecc…], sono moralisti e giustizialisti soprattutto con gli altri, e predicano la “decrescita felice”. Di segno opposto è invece il giudizio che della vittoria dei Cinque Stelle dà Matteo Renzi. Non solo, egli non chiama in causa l’apporto di destra alla vittoria pentastellata, esclude anche trattarsi di un voto di protesta, riconoscendogli invece la volontà del cambiamento. Insomma, Renzi non vede nel M5S un movimento alternativo, ma concorrenziale. Il problema nasce, tuttavia, quando dalle analisi si passa ai propositi, laddove questi sembrano orientati a riprendere la rottamazione all’interno del suo partito, in luogo di proporla finalmente nei confronti delle burocrazie, delle banche e delle corporazioni che, vuoi per tradizionale inefficienza, vuoi per privilegi di casta, impediscono il reale sviluppo del Paese. Avrà Renzi la forza per esaminare, almeno nel privato, le vere ragioni di questa sconfitta che fa perdere al PD ben 13 capoluoghi a fronte dei 3 guadagnati e altri 42 comuni contro i 17 di nuovo insediamento? Personalmente non credo che l’ascesa dell’ex sindaco di Firenze [41% nelle elezioni europee del 2014] abbia messo la marcia indietro a causa dell’Italicum, della Riforma Costituzionale o del Jobs Act. Sostenerlo, significa essere in malafede, perché chi ha sempre osteggiato queste misure non avrebbe comunque votato per il PD. L’appannamento o addirittura la caduta del mito di Renzi ha secondo me ragioni più semplici.

 Prima e dopo aver tirato fuori dal cilindro, in prossimità delle elezioni europee, ottanta euro mensili per i redditi più bassi e di questa “misura di sinistra” aver fatto ossessivamente il proprio fiore all’occhiello, Renzi fa tabula rasa di una sinistra interna da tempo sterile e velleitaria. Rottama all’interno del suo partito dirigenti vecchi e nuovi ex DS, ex PCI, e solo chi si adegua alla nuova politica è lasciato sopravvivere con funzioni decorative. Con molti è facile, ma non tiene in giusto conto un personaggio che un giorno potrebbe fargliela pagare, rifiutandogli un prestigioso incarico europeo, dopo - a quanto pare - averglielo promesso, e con ciò commette il primo errore strategico. Renzi poco se ne cura, perché il decisionismo, il dinamismo e la spregiudicatezza gli attirano le simpatie di parte dell’elettorato di centrodestra, già favorevolmente orientato nei suoi confronti anche per via dei passati endorsement di Berlusconi. Stringe il Patto del Nazareno per una giusta causa [una nuova legge elettorale e la fine del bicameralismo perfetto], è “sbranato” a sinistra, ma procede imperterrito, perché ha capito che le maggioranze in Italia si fanno con i voti del centrodestra. Quando però qualcuno avverte Berlusconi che, di quel passo, Lega e PD risucchieranno l’elettorato di Forza Italia,  il Patto si rompe e Renzi è costretto a navigare in mare aperto. L’errore non consiste nell’aver stipulato il famoso Patto, voluto anche da Napolitano per mettere fine, dopo trent’anni che se ne parla, al bicameralismo perfetto, ma nel fornire a Berlusconi un alibi per la rottura, eleggendo da solo, con un capolavoro politico che presto gli si torcerà contro, il nuovo presidente della Repubblica. E da questo momento, da quando si mette a fare il democristiano [lui che lo è per cultura dei padri ma non per indole e atteggiamento, tant’è che in un recente passato rimproverò a Letta le sue “democristianerie”], i suoi errori non si contano più. Credendo di aver sfondato nell’elettorato di centrodestra, che l’ha sempre guardato con simpatia, vagheggia il partito della nazione, cioè un PD tipo “balena bianca”, con percentuali elettorali superiori costantemente al 40%. Cambia anche il suo modo di comunicare: non appare più concorrenziale rispetto ai Cinque Stelle, si circonda di personaggi mediocri ancorché di provata fedeltà, e annuncia solennemente misure che si rivelano insignificanti o “fastidiose” per la borghesia piccola e media: la riforma fiscale, di cui in Italia si parla da almeno vent’anni, si riduce al 730 precompilato di Equitalia. Per ottenerlo, il cittadino deve compiere una vera e propria maratona informatica: dopo aver faticosamente e quasi miracolosamente ottenuto il cosiddetto pin dispositivo, con un po’ di fortuna il contribuente può vedere finalmente apparire sul desktop pc il famoso modello precompilato, fatto più di parole che di cifre, e quando finalmente gli riesce di far apparire i numeri, si accorge che è incompleto in molte sue parti e che deve ricominciare da capo, come nel gioco dell’oca. L’alternativa è recarsi presso un sindacato e presentare lì la propria dichiarazione dei redditi, solo che ora deve pagare, mentre prima la semplice presentazione era gratis. Con astuzia di bottegaio, Renzi riesce dove nessun governante prima di lui era mai riuscito: far pagare l’abbonamento TV a tutti gli italiani, inserendo il balzello nelle già esose bollette dell’energia elettrica, laddove molti cittadini si sarebbero aspettati da lui la liberalizzazione della Rai e la fine del pagamento del canone a vantaggio di un’azienda pubblica dove gli sprechi, l'assenteismo e il debito sono la regola. D’ora in poi, come un sole al centro dell’universo, fa espandere la propria luce sui pianeti di destra e di sinistra che s’illude di conoscere bene. Alla destra regala l’abolizione dell’odiosa tassa [IMU] sulla casa di abitazione, restaurando il dono di Berlusconi, alla sinistra [ma a quale sinistra?] la legge sulle unioni civili che vuole l’Europa, ma che gli aliena parte del voto cattolico e la benevolenza della Chiesa, che non piace all’elettorato di centrodestra e non accontenta neppure il popolo gay che avrebbe voluto via libera al matrimonio vero e proprio e alle adozioni. Una legge peraltro giusta nello spirito, ma incostituzionale perché discrimina gli eterosessuali: solo il vedovo della coppia gay e non quello dell’unione eterosessuale avrà diritto alla pensione di reversibilità, per gli etero c’è il matrimonio, che si sposino dunque! Il contrario sarebbe stato troppo per la chiesa cattolica e per le casse dello stato! E ancora: la miniriforma Renzi-Giannini, della cosiddetta buona scuola, che non intacca minimamente l’odiata Riforma Gelmini ma ha la pretesa, per così dire, di stabilizzare il tradizionale voto al PD degli insegnanti. Con mance per i docenti ritenuti meritevoli e l’assunzione in pianta stabile di circa centomila precari, con l’ulteriore proletarizzazione del personale insegnante, sulla scia dei governi degli ultimi cinquant’anni, differenziandosi solo per il massiccio numero di nuove immissioni, giustificato dall’esigenza di mettere un freno alla girandola delle supplenze che danneggia studenti e famiglie, e motivato da un calcolo elettorale rivelatosi errato: molti docenti avrebbero preferito insegnare come precari nella scuola vicino a casa, piuttosto che essere trasferiti come docenti di ruolo da una parte all’altra dell’Italia, stante anche l’equivalenza o addirittura la minore retribuzione [già di gran lunga inferiore alla media europea] almeno nei primi anni del ruolo. Se a queste misure, talora e in un certo senso persino lodevoli, ma attuate all’insegna dell’impopolarità, si aggiunge l’eccessiva personalizzazione che Renzi mette nella pratica di governo, il malgoverno e la corruzione di molte amministrazioni governate dal suo partito, una cattiva burocrazia che, per aver fatto male i suoi calcoli, costringe ora alcuni cittadini alla restituzione dei famosi ottanta euro mensili, si comprende il calo dei consensi a sinistra da parte del PD. Quanto alla perdita più consistente dei voti dell’elettorato di centrodestra, che aveva votato il PD nelle elezioni europee solo per scommettere su Renzi, se ne percepisce ancora più facilmente la causa: la rottura del Patto del Nazareno, la legge sulle unioni civili e soprattutto una politica giudicata imbelle nei confronti dei migranti.

 A questo punto, il “Tutti contro Renzi” che già viene rilanciato per il referendum costituzionale di Ottobre, si presta a molte riflessioni. Per disinnescare l’alleanza indiretta M5S-Centrodestra, c’è chi consiglia [la minoranza PD e gran parte di Forza Italia] di modificare la legge elettorale, spostando il premio di maggioranza dalla lista alle coalizioni. Così facendo, Renzi si assicurerebbe forse la vittoria nel referendum, ma darebbe prova di debolezza e di scarsa coerenza, senza essere sicuro neppure di vincere le lezioni del 2018. Ma il paradosso più divertente è il massiccio impegno annunciato dal M5S  per il No al Referendum, quando proprio il Sì, con il mantenimento dell’Italicum così com’è, gli darebbe molte probabilità di vincere le elezioni. Si preferisce invece far cadere Renzi, con le riforme costituzionali e la nuova legge elettorale, con la speranza che il caos politico che ne seguirebbe finirebbe per favorire l’ascesa dei pentastellati al potere. Illusione: nel PD, nel caso prevalesse il No al Referendum, sono già pronte alternative moderate e dialoganti con il centrodestra, per un nuovo governo delle larghe intese che metta nell’angolo tanto la Lega di Salvini che i Cinque Stelle.


sergio magaldi  

sabato 18 giugno 2016

EUROPEI DI CALCIO: il goal di Eder, un bene per gli azzurri?




 Il bellissimo goal di Eder che, negli ultimi minuti della partita contro la Svezia, dà all’Italia il primato del girone e la qualificazione agli ottavi, induce a qualche riflessione sul futuro cammino degli azzurri agli europei di calcio. Per uno strano paradosso [quanto strano e non invece voluto per ingabbiare il Belgio, di cui alla vigilia si dava per scontato il primo posto del girone E?], la vincente del girone E affronterà negli ottavi la seconda classificata del girone D, cioè Croazia o Spagna, più difficilmente la Repubblica Ceca, ed eventualmente Germania o Polonia per l’accesso alle semifinali, mentre la seconda del girone E se la vedrà con la vincente del girone F, cioè Portogallo o Ungheria e presumibilmente con l’Inghilterra o la Slovacchia nei quarti di finale. Insomma, col primo posto l’Italia incrocerà la Croazia [peggio ancora se dovesse toccarle la Spagna] e, se dovesse andar bene, la Germania, cioè una delle tre favorite per la vittoria finale [oltre a Francia e Spagna]. Qualora invece l’Italia fosse finita al secondo posto del girone, per arrivare alle semifinali, se la sarebbe vista con Ungheria o Portogallo e poi con Inghilterra e Slovacchia, cioè con almeno tre squadre su quattro alla sua portata. Questo significa che l’Italia avrebbe fatto meglio a non vincere contro la Svezia? Evidentemente no, innanzi tutto perché sarebbe stato poco sportivo e persino pericoloso giocare per il pareggio, poi perché la sorte può sempre riservare sorprese. Certo è che, per il gioco espresso, l’Italia, prodezza di Eder a parte, non ha meritato di vincere e non ha confermato la bella prova fornita contro il Belgio, l’unica partita ufficiale in cui la nazionale, pur fra le tante vittorie conseguite nei due anni di gestione di Conte, ha messo in mostra sprazzi di bel gioco [Vedi in proposito il post di un anno fa: IL NON-GIOCOdella Nazionale di calcio questa volta non paga, cliccando sul titolo per leggere].

 La stanchezza, il caldo per una partita giocata alle tre del pomeriggio, le risorse nervose consumate nella sfida, ritenuta proibitiva, contro il Belgio [seconda nel ranking mondiale dopo l’Argentina] possono spiegare la brutta partita disputata ieri sera dall’Italia? In parte, forse, ma occorre ricordare che l’Italia calcistica non dispone più come nel passato di autentici campioni e la causa di ciò è facilmente comprensibile. Le responsabilità della Federcalcio, come scrivevo in un post di due anni fa [IL NON-CALCIO DELLA NAZIONALE ITALIANA, clicca sul titolo per leggere] sono sotto gli occhi di tutti. È solo grazie alla bravura di Conte che gli azzurri, nonostante il pessimo gioco spesso messo in mostra, abbiano ottenuto risultati importanti. È vero, d’altra parte, che il tecnico ha dovuto rinunciare per gli europei agli infortunati Marchisio e Verratti che avrebbero dato al centrocampo italiano ben altra consistenza ed è vero altresì che si può discutere qualche scelta del commissario azzurro, come per esempio aver lasciato a casa Vasquez, Jorginho, Pavoletti e qualche altro. Ma è altrettanto evidente e forse giusto che Conte abbia voluto affidarsi, nel costruire la nazionale, alla metà di quei giocatori con cui ha vinto con la Juventus i suoi scudetti, con una difesa che presenta i soli calciatori italiani di livello internazionale.

 Che possiamo aspettarci dal cammino europeo di questa nazionale? C’è, tra gli addetti ai lavori, chi dice che aver ottenuto la qualificazione agli ottavi è già un grande risultato e chi si esalta parlando persino della possibilità di una vittoria finale. Francamente, Belgio a parte, Svezia e Irlanda erano avversari alla nostra portata e fallire la qualificazione agli ottavi avrebbe avuto il sapore di un’autentica disfatta, tanto più che a qualificarsi saranno anche le terze classificate di ogni girone, con la sola esclusione delle due peggiori [quattro terze su sei, dunque]. Quanto alle probabilità, non dico di una vittoria finale, ma almeno di un ingresso in semifinale ho più di una perplessità. Se i nostri avversari saranno Croazia o Spagna e Germania, dubito [naturalmente mi auguro di sbagliare] che si possa continuare nel nostro cammino europeo, ma se dovesse accadere, per un regalo del destino, di affrontare la Repubblica Ceca e la Polonia, allora avremmo concrete possibilità di accedere alle semifinali.  


sergio magaldi

domenica 29 maggio 2016

IL PROPORZIONALE COME AMICO DEI GOVERNI CENTRISTI E CONSERVATORI




  Non voglio entrare sulla questione del referendum costituzionale del prossimo ottobre, né esaminare, almeno per ora, le ragioni del comitato del no e neppure quelle del comitato dei sì. Mi sembra infatti abbastanza pretestuoso il confronto avviato con largo anticipo e già con così grande eco sulla stampa e sui media. Anche se la spiegazione di questo fenomeno è abbastanza semplice: nell’imminenza di elezioni amministrative, dove i candidati di tutti i partiti non brillano per fantasia nel proporre soluzioni per far fronte alla paralisi delle grandi città [e del resto come potrebbero con buchi di bilancio che solo nella capitale ammontano a oltre 13 miliardi di euro, facendo dei cittadini romani i più tassati d’Italia?], è più conveniente spostare l’attenzione degli elettori sul terreno della politica, piuttosto che su quello del territorio urbano che, per citare solo uno dei tanti problemi, nulla ha da invidiare alle voragini di bilancio.

 Prima ancora del voto referendario di ottobre, dunque, è già con le prossime tornate elettorali del 5 e del 19 giugno, si apre il confronto tra le ragioni del renzismo e quelle dell’antirenzismo. In questo clima abbastanza sconcertante che lascia almeno presagire la totale impotenza dei futuri amministratori e che per così dire la butta in politica, sale il dibattito sulla nuova legge elettorale, concepita in stretta connessione con le riforme costituzionali, infatti ove queste fossero respinte dagli elettori nel referendum di autunno, avremmo il sistema maggioritario alla Camera e il vecchio sistema al Senato, con il risultato dell’ingovernabilità e di dover rimettere mano per l’ennesima volta alla legge elettorale e con molta probabilità si tornerebbe al sistema proporzionale o a qualche ibrido pasticcio come la vigente legge elettorale che ha prodotto il governo delle cosiddette larghe intese. A questo riguardo mi ha sorpreso non poco il post pubblicato sul sito ufficiale del Movimento Roosevelt, e il suo titolo inquietante: Il maggioritario come nemico della democrazia. Ebbene, l’idea cardine del breve articolo, a firma di uno  tra i più lucidi dirigenti del movimento, verso il quale resta intatta la mia stima personale, è che la panacea di tutti i mali della “cittadinanza” sia il ritorno al sistema proporzionale e che “il punto vero della questione politica è la legge elettorale. Finché non si abbatte il sistema maggioritario e lo sbarramento del 4%, qualsiasi idea innovativa e libertaria è condannata dalla tirannia della maggioranza, dal conformismo mediocre dei padroncini di partito”.

 Premesso che nella nuova legge elettore italiana, che andrà in vigore dal prossimo luglio, lo sbarramento è in realtà del 3%  e che “i padroncini di partito” ci saranno sempre, sia che si voti col maggioritario che col proporzionale, perché non dipendono dal sistema adottato, ma dalla “selezione naturale” all’interno di ciascun partito e in ragione di molte variabili [capacità, astuzia, costume, denaro, clientele e molto altro], resta difficile da comprendere l’affermazione che il sistema maggioritario sia il vero nemico della democrazia. Sarebbe come dire che la democrazia francese e le democrazie dei paesi anglosassoni non sono in realtà vere democrazie, ma – secondo una tesi cara oggi soprattutto a certa destra e a certa sinistra – democrazie puramente strumentali per l’egemonia interna e internazionale. Insomma, sarebbe da sciocchi vedere nelle due rivoluzioni inglesi del XVII Secolo, nella rivoluzioni americana e francese del XVIII Secolo, con il principio della tolleranza religiosa, il riconoscimento della sovranità popolare, della libertà di pensiero, di espressione e di stampa, dei diritti umani fondamentali, i prodromi delle democrazie liberali dei secoli successivi. Infatti, con una legge elettorale fondamentalmente maggioritaria, Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia avrebbero introdotto nei loro ordinamenti e nei loro paesi il germe della tirannide. Laddove Spagna, Germania e l’Italia, che hanno conosciuto le peggiori dittature del XX Secolo, sarebbero autentiche democrazie in virtù del sistema proporzionale. La Spagna, grazie alla sua legge elettorale, non riesce a formare un governo ormai da sei mesi, e intanto il “regime” di Rajoy si mantiene saldamente al potere e guadagna tempo e spazio per confermarsi nell’immediato futuro. In Germania, governa la Merkel grazie alla Große Koalition tra democristiani [CDU] e socialdemocratici [SPD]. Grande coalizione, peraltro resa possibile dalla favorevole congiuntura economica, determinata dall’unificazione con l’altra Germania – pagata a caro prezzo dal resto d’Europa – e dall’introduzione della moneta unica (euro) in un mondo globalizzato. E l’Italia? Democristiana per mezzo secolo grazie al sistema proporzionale che storicamente ha sempre favorito i partiti di centro, di volta in volta alleati con partiti piccoli e medi di centrodestra o di centrosinistra; ancora oggi, con l’attuale legge elettorale [un ibrido indecoroso, dove per il Senato vige un sistema prevalentemente proporzionale], per governare se stesso il nostro Paese ha fatto ricorso al governo delle larghe intese, prima con l’alleanza tra il PD e Forza Italia di Silvio Berlusconi, poi con quella tra il PD e il nuovo centrodestra di Alfano. E sin qui siamo al presente. Il futuro potrebbe essere una legge elettorale col sistema maggioritario a doppio turno, cioè con il premio di maggioranza accordato alla lista, e non alle coalizioni dei partiti, allorché la singola lista raggiunga il 40% dei voti espressi e, in caso contrario, il ballottaggio tra le due liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti. Si può ancora discutere se il 40%, tenuto conto del crescente astensionismo elettorale, non sia da elevare sino al 45%, resta la validità di un sistema elettorale semplice e chiaro e sicuramente democratico.

 L’idea che la democrazia sia il luogo “dove uno vale uno” e che tutte le espressioni politiche debbano trovare rappresentanza è, se sostenuta in buona fede, un’idea stupenda. Ma il governo di un Paese non è o non dovrebbe essere altra cosa dalla possibilità che le proposte della maggior parte dei cittadini siano convertite in realtà. Non viene a questo punto il dubbio che il sistema proporzionale, almeno come lo abbiamo conosciuto in Italia e in Europa, col rendere arduo, complesso o addirittura impossibile il diritto-dovere della governabilità di una società civile, finisca col favorire chi controlla la ricchezza, i governi di centro, il trasformismo, la corruzione, i compromessi, l’immobilismo, il ricatto di esigue minoranze, la proliferazione di partitini attratti dalla possibilità di mettere le mani sui finanziamenti pubblici?

sergio magaldi

                  

mercoledì 18 maggio 2016

IL NOACHISMO ALLA FONTE DEI DIRITTI UMANI [2° I precetti noachidi]

Noahide Laws/Noachide Code
  1. Prohibition of Idolatry
  2. Prohibition of Murder
  3. Prohibition of Theft
  4. Prohibition of Sexual immorality
  5. Prohibition of Blasphemy
  6. Prohibition of eating flesh taken from an animal while it is still alive
  7. Establishment of law courts
"Whereas Congress recognizes the historical tradition of ethical values and principles which are the basis of civilized society and upon which our great Nation was founded; Whereas these ethical values and principles have been the bedrock of society from the dawn of civilization, when they were known as the Seven Noahide Laws." -United States Congress


 Oltre a Non uccidere e a Non cibarsi di un animale vivo, dei quali si è già accennato, gli altri quattro precetti noachidi, cosiddetti negativi, perché impongono all’umanità cosa non fare, hanno come i primi due una evidente radice biblica: Non avere rapporti sessuali illeciti discende dalle lettere del Tetragramma – rappresentative dell’origine maschile e femminile di ogni realtà manifesta – e dalla conseguente sacralità del matrimonio tra l’uomo e la donna affermata in Genesi, 2,22-24, allorché nell’ultimo versetto è detto:”Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre [con chiaro riferimento al divieto di accoppiamento all’interno della famiglia, cioè al divieto di incesto] e si unirà alla sua donna e i due diverranno una sola carne”. La sacralità dell’unione non comporta tuttavia l’indissolubilità del matrimonio. Osserva giustamente in proposito Elia Benamozegh [1823-1900] – l’ebreo livornese che molto contribuì alla diffusione del Noachismo – : “Che l’uomo non debba separare quel che il Signore ha unito, è indubbio, ma la questione è di sapere che cosa il Signore ha unito o […] quel che l’uomo può veramente considerare come la sua metà. Se egli la incontrasse sempre e immancabilmente nell’unione coniugale, si dovrebbe dire che sciogliere questa equivarrebbe andare contro la Volontà divina, ma poiché non è necessariamente così, e poiché le coppie non sono sempre bene assortite, si può sostenere che è invece per unire ciò che il Signore ha unito che talvolta è indispensabile ricorrere a questa separazione” [E. Benamozegh, Israele e l’Umanità, trad.it., M.C. Morselli, Marietti, Genova, 1990, p.230. L’opera nell’originale francese fu pubblicata postuma, nel 1914, da Aimé Pallière, allievo di Benamozegh. La prima edizione italiana apparve solo 75 anni più tardi].

 Esemplificativa a questo riguardo è la vicenda biblica di David e Betsabea, ripresa e analizzata dal cabbalista spagnolo Joseph ben Abraham Gikatilla [1248-1325] in Il segreto del matrimonio di David e Betsabea.

 La sacralità dell’unione tra il maschio e la femmina comporta altresì che questo precetto noachide comprenda anche l’obbligo di preservare l’integrità fisica del maschio [sia umano che animale], evitandone la castrazione, come del resto quella della femmina, condannando la pratica di ogni forma di infibulazione.

 Non commettere furti, un’altra delle sette leggi noachide, ha la sua fonte nei versetti 16 e 17 del Genesi, allorché il Signore concede ad Adamo di nutrirsi di tutti gli alberi del giardino, ma gli vieta di accostarsi ai frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. Come ogni precetto noachide, anche questo ha un’estensione che include altri divieti. Scrive in proposito Benamozegh [op.cit.,p.235]:”Il furto propriamente detto non è tuttavia la sola forma di appropriazione colpevole che sia interdetta al noachide. Va da sé che ogni rapina o furto a mano armata non è che un’aggravante dello stesso crimine […]. Si renderebbero altresì colpevoli di furto il padrone che rifiutasse di pagare al servitore il salario del suo lavoro, l’operaio che, durante le ore di riposo nelle vigne, mangiasse l’uva del proprietario. Pure il commercio degli schiavi è compreso nel divieto di furto. È superfluo notare quanto sia ammirevole questa formale condanna della schiavitù, in una tale epoca e in tale ambiente”. Vale la pena di specificare che l’ammirazione di Benamozegh, relativa alla condanna della schiavitù, si riferisce al commento talmudico [Sanhedrin, 57b] del precetto noachide.

 Non commettere idolatria è la norma che più di ogni altra trova la sua fondazione nel racconto biblico, perché si basa sui principi stessi del monoteismo e sui comandamenti del Signore ad Adamo, Noè, e Mosè. Ad ogni buon conto, la prima condanna esplicita dell’idolatria compare in Genesi 35,2, nell’esortazione che Giacobbe rivolge a tutti gli uomini del suo seguito: «Togliete gli dei stranieri che sono in mezzo a voi». Ma il tema ricorre in numerosi altri passi biblici: “Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù ne’ cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra; non ti prostrare dinanzi a tali cose e non servir loro […]” (Esodo 20, 4-6), “Ma il nostro Dio è nei cieli […] I loro idoli sono argento ed oro, opera della mano dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno naso e non odorano, hanno mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, la loro gola non rende alcun suono […]” (Salmo 115,3-8). L’elenco è ancora lungo, ma conviene soffermarsi su un aspetto del precetto, forse troppo poco considerato. E lo faccio con le parole stesse di Benamozegh: “Ci affrettiamo ad aggiungere tuttavia – egli scrive – che la religione noachide è infinitamente più larga su questo punto rispetto all’ebraismo propriamente detto. Mentre l’unità più esclusiva è rigorosamente imposta ad Israele, senza alcuna possibile associazione di altri esseri divini, perlomeno nell’adorazione, si ritiene invece che il gentile, purché non riconosca e non adori che un solo Dio supremo, non commetta peccato se, nel suo culto, associa al vero Dio altre divinità” [Op.cit., p.225]. Il rovescio della medaglia di questo precetto e insieme di quello che segue rappresenta in nuce il principio della tolleranza religiosa che in Occidente si affermerà sono nel XVII Secolo.

 Con il comandamento di Non bestemmiare termina il discorso sui sei precetti negativi del noachide. È appena superfluo sottolineare che questo divieto si collega al precedente, anche se il Talmud ne fa derivare la fonte da un versetto del Levitico [24,15]:”Ogni uomo che maledirà il suo Dio, porterà la pena del suo peccato”. Ciò significa che la legge noachide proibisce di bestemmiare non soltanto i nomi di Adonai, ma anche quelli delle diverse divinità del passato e del presente, nelle quali è dato comunque rintracciare gli sparsi frammenti del divino.

 Accanto ai precetti negativi, l’unico precetto positivo imposto al noachide è quello di Costituire tribunali, ciò che rappresenta anche la logica conseguenza degli altri sei, ma è anche e soprattutto la garanzia di distinguere la condanna morale da quella giuridica, e di essere giudicati con giustizia ed equità in forza della certezza del reato e non sulla base di semplici prove indiziarie o, peggio ancora, per ragioni faziose e/o politiche. Un principio che a noi pare scontato e che tuttavia scontato non è perché implica l’affermazione dei principi del liberalismo e della democrazia che, com’è noto, trovarono una prima attuazione solo in epoca moderna, con la Petition of Right che nel 1628 il Parlamento Inglese invia al re Carlo I. Promossa da Sir Edward Coke, la Petizione contiene  quattro principi di cui il secondo, ribadendo un’affermazione già contenuta nella Magna Charta, nota come “habeas corpus”, stabilisce che nessuno possa essere imprigionato senza una prova certa. Com’è noto, occorrerà ancora attendere le due rivoluzioni inglesi, l’illuminismo, la rivoluzione americana e la rivoluzione francese perché nella Storia entri a pieno titolo il discorso sui diritti umani e di questa azione riformatrice e rivoluzionaria saranno protagonisti molti massoni illuminati. Si comprende così perché James Anderson, nelle Costituzioni massoniche del 1738, sostenesse che il Noachismo aveva contribuito al perfezionamento dei liberi muratori.

 Nei sei precetti negativi (divieti di bestemmia e idolatria, divieti di natura sessuale, divieti di disporre della vita e della proprietà altrui, divieto di crudeltà nei confronti degli animali) e nell’unico precetto positivo (istituzione dei tribunali di giustizia), di cui si compone il biblico patto noachide, si intravedono, dunque, i principi del moderno giusnaturalismo, fondamento del liberalismo e della democrazia. Se si prescinde dal loro riferimento mitopoietico e teologico, ci si accorge che i precetti noachidi sono innanzi tutto norme di diritto naturale condivisibili per tutte le fedi religiose, semplicemente perché non hanno in se stesse nulla di religioso e persino quel riferirsi al divieto di bestemmia e di idolatria, lungi dal rappresentare una qualche forma di “costrizione” teologica, esprimono piuttosto il principio della tolleranza religiosa e l’invito alla ragione umana di non abbassarsi ad adorare feticci.

 Proprio come i principi del diritto naturale, i sette precetti noachidi si caratterizzano, per così dire, per la loro elasticità e quindi per la loro capacità di evolversi e al tempo stesso restare immutabili, come già ricordava l’ebreo Benamozegh al cattolico e discepolo Pallière. Così, per esempio, dal divieto di uccidere discende il precetto positivo di salvare una, cento, mille vite, come fecero coloro che, a buon diritto, nel triste e funesto tempo dell’olocausto, furono detti giusti tra le nazioni. 


sergio magaldi

sabato 14 maggio 2016

IL NOACHISMO ALLA FONTE DEI DIRITTI UMANI [1°Che cos'è il Noachismo?]




   Anche tra persone di una cosiddetta “certa cultura”, sembra regnare una quasi totale ignoranza su cosa debba intendersi per “Noachismo”. Si va da una generica informazione circa Noè e la costruzione dell’arca per sfuggire al diluvio universale – talora in una rappresentazione mitopoietica per trastullare i fanciulli – sino ad una identificazione di ebraismo e noachismo, considerato quest’ultimo alla stregua di una religione giudaica minore. Equivoco generato da un qualunquismo diffuso ad arte, ma talora alimentato inconsapevolmente anche da fonti che, nell’intento di distinguere la legge mosaica da quella noachide, finiscono per suscitare l’idea di una supremazia ebraica, ancorché gravata di maggiori responsabilità: al popolo eletto è stata data la Torah con i suoi 613 precetti, a tutti gli altri popoli una legge di soli 7 precetti.
 La mia impressione è che la distinzione, operata quasi sempre nella massima buona fede, abbia contribuito non poco alla scarsa diffusione del noachismo. Tant’è che anche tra i più consapevoli, ma pur sempre inclini al pregiudizio, e persino all’interno di un certo laicismo, s’è andata affermando l’idea che la legge noachide altro non sia che una costruzione del Talmud, un’invenzione rabbinica per affermare o riaffermare il primato di Israele. Il Talmud (insegnamento) è una raccolta enciclopedica della tradizione ebraica, compilata durante un periodo di circa ottocento anni, dal 300 a.C. al 55 d.C., in Palestina e in Babilonia. Si compone di norme morali (Halakhah) e di materiale narrativo di genere vario (Haggadah).
 In realtà, i 7 precetti noachidi, come vedremo più avanti, sono tutti contenuti nella Bibbia, pur non ispirandosi ad alcuna religione ma unicamente pretendendo alla fondazione di un’etica universale basata sul diritto di natura e sui principi di civile convivenza. La legge noachide nulla ha a che vedere con la legge ebraica, per il semplice motivo che la sua formulazione precede Mosé, la rivelazione del monte Sinai e la nascita del popolo di Israele con Abramo, Isacco e Giacobbe. E, benché di questi 7 precetti soltanto uno inviti ad agire e i restanti 6 si limitino a vietare, appare chiaramente come dal loro insieme si riveli la fonte dei diritti universali che l’umanità, anche a costo di sangue e di sacrifici, ha progressivamente conquistato nel corso del suo lungo cammino.
  Quando il Signore – narra la Bibbia – vide la malvagità dell’uomo, si pentì di averlo creato e decise di distruggerlo insieme a tutti gli altri esseri che popolavano la terra. Ma Noè, uomo giusto e integro per il suo tempo, “trovò grazia ai suoi occhi” [Genesi 6,8]. Allora il Signore invitò Noè a costruirsi, per scampare al diluvio, un’arca di legno di gofer, parola la cui radice, in ebraico, è la stessa della parola gofrit che significa zolfo. Arca in ebraico è Tebah, formata da una Taw [400], una Beth [2] e una He [5], vale dunque 407, per ghematria lo stesso numero di Or Qadmon che significa “Luce primordiale”. Il termine ghematria è una metatesi della parola greca grammatèia e si fonda sul valore numerico attribuito ad ogni lettera dell’alfabeto. Il valore numerico dato dai cabbalisti a una singola parola o a un’intera proposizione comporta perciò la possibilità di stabilire analogie (sodot o ‘segreti numerologici’) cariche di significato tra parole o intere frasi dello stesso valore numerico.

 Perché il Signore scelse l’acqua e non, per esempio, il fuoco per distruggere l’umanità indegna? Una risposta è contenuta nel trattato Noah [Noè] dello Zohar o ‘Libro dello Splendore’, un vero e proprio corpo completo di letteratura cabbalistica che si compone di 24 sezioni oltre ad alcuni trattati. Il Tetragramma è il nome del Signore nella manifestazione ed è formato da quattro lettere dell’alfabeto ebraico: una Yud iniziale e una Wav, separati da una prima He e da una seconda He finale. Quando sulla terra ogni ordine fu sovvertito, le lettere maschili, Yud e Wav, si ritirarono dalla realtà manifesta e lasciarono le lettere femminili, le due He, da sole: la conseguenza fu che le acque superiori e le acque inferiori, che Adonai aveva separato nei giorni della creazione, si riunissero e distruggessero il mondo.

 Noè ospiterà nell’arca, oltre ai figli e alla moglie, il maschio e la femmina di ogni specie animale. Egli uscirà con i suoi dall’arca dopo circa 12 mesi, una volta che il corvo si sia accertato del calo delle acque e la colomba abbia recato nel becco la prova della nuova viridescenza della terra.

 Il Manoscritto di Graham [1726] – cosiddetto dal maestro venerabile di una loggia londinese che lo redasse e che testimonia dell’interesse della prima Massoneria storica per il noachismo –  ci dice che nell’arca era contenuto un segreto, ma che i figli di Noè non lo trovarono. Tutto l’episodio biblico di Noè, del resto, parla il linguaggio ermetico o segreto. A cominciare dall’arca che troppo ricorda l’atanòr, per continuare con i primi animali che Noè fece uscire dall’arca: il corvo, seguito dalla colomba, secondo la massima scolpita sulla romana porta ermetica di Piazza Vittorio, sotto il simbolo di Saturno: Quando in tua domo nigri corvi parturient albas columbas tunc vocaberis sapiens, cioè: ‘Quando nella tua casa negri corvi partoriranno bianche colombe allora sarai chiamato saggio’.  E ancora: col ramoscello d’ulivo simbolo della prima viridescenza, poi con l’arcobaleno che, nella varietà dei suoi colori è l’annuncio della bontà dell’Opera e perciò dell’alleanza divina e della rettificazione; per finire con la vigna di Noè e il suo vino.

 Il racconto biblico prosegue prima con la descrizione dell’arcobaleno o ‘arco dell’alleanza’ tra il Signore e Noè, poi con la maledizione di Noè contro suo figlio Cam e i discendenti cananiti, forse proprio per aver scoperto il segreto.  Il senso occulto dell'ubriachezza di Noé è appunto da ricercare nel tentativo di entrare nello stesso stato di coscienza di Adamo, ma ancora una volta la bevanda della conoscenza si rivela troppo forte per i limiti umani. Tutto il segreto di Noè, del resto, sembra riassumersi in tre versetti, Genesi 9:20-22, in cui è detto che Noè, uomo di terra, piantò una vigna e che bevuto del vino si ubriacò e si scoprì all’interno della sua tenda mentre Cam, suo figlio e padre di Canaan, vide la sua nudità.

 La tesi di Graham, del resto, trova conferma anche in Zohar (I, 36a) dove è detto che nel giardino di Eden, Eva avrebbe pigiato grappoli d'uva per darli poi ad Adamo, e poco dopo (I,73a) che Noé si sarebbe ubriacato di quel vino non per ripetere il peccato di Adamo ma per desiderio di conoscenza, cioè "per investigare sul peccato che era stato del primo uomo; non quindi per aderire ad esso ma per averne conoscenza e restaurare il mondo. Ma non vi riuscì. Pigiò i grappoli per esaminare quella vite ma quando giunse a quel punto si ubriacò e si scoperse..."

 In altri termini, pur non volendolo, Noè commette lo stesso errore di Adamo e per questo è punito con tutta la sua discendenza, cioè l’umanità intera. Ma il Signore ha promesso che questa volta non ci sarà più un diluvio a distruggere la terra [Gen.9,11].

 Noè si scrive in ebraico con la lettera Nun [valore numerico 50], seguita da una .Heth [valore 8]. In totale, dunque, Noè vale 58, e per ghematria ha lo stesso valore della frase “Cuore del Tetragramma”. Al numero del Tetragramma che è 26 bisogna infatti aggiungere 32 che è il valore di Lev, cuore [Lamed=30, Beth=2]. Il numero 58 è anche il numero di Nogah, il pianeta Venere, che si scrive con la Nun iniziale, la Ghimel [valore 3] e la He [valore 5] cioè: 50+3+5 = 58.

 Sdegnato dal comportamento di tutti gli esseri viventi, il Signore è combattuto tra la volontà di distruggere per sempre uomini e animali e il desiderio di tentare ancora con loro, e sceglie Noè, uomo giusto, e lo fa simbolo della speranza che ripone in una umanità nuova che sarà formata dai “B’nai Noach”, o figli di Noè [Ecco perché Noè è detto “Cuore del Tetragramma”], e affida a lui e ai suoi discendenti il compito di popolare la terra [Gen.9,1]. La ghematria del pianeta Venere sta qui a rappresentare simbolicamente l’eros cosmico.

 Nel rifondare il piano della creazione, Adonai rivede le primitive decisioni e stabilisce una nuova alleanza. Consente, per esempio, agli esseri umani di cibarsi della carne degli animali [Gen. 9, 3], ciò che era stato proibito ad Adamo, quando gli aveva imposto di nutrirsi soltanto di erba verde [Gen.1, 29-30]. Il mutato parere, che peraltro lascia inalterati alcuni dei comandamenti già rivolti ad Adamo, origina dalla consapevolezza che ormai “l’inclinazione del cuore dell’uomo è malvagia sin dalla sua adolescenza” [Gen.8,21], da quando, cioè, dopo la caduta di Adamo ed Eva, gli esseri umani indossano la veste di pelle [Gen.3,21].

 Ma Adonai impone almeno di non cibarsi di un animale vivo, dopo averlo smembrato [Gen. 9,4] e questo divieto costituisce una delle sette leggi noachide. E subito dopo il Signore comanda a Noè e ai suoi discendenti, cioè all’intera umanità, di non spargere il sangue dell’uomo, di non uccidere [Gen. 9, 5-6] e questa è un’altra delle leggi noachide.

[SEGUE]
sergio magaldi