giovedì 14 giugno 2012

EUFORIA E RETORICA DOPO IL PARI CON LA SPAGNA... ma non si tratta di spread





 Dovrei fare pubblica ammenda per aver sostenuto [peraltro augurandomi di sbagliare] in un precedente post, alla vigilia di Italia-Spagna, che difficilmente la squadra azzurra sarebbe riuscita nell’impresa di battere o almeno pareggiare con gli iberici. Ma non lo farò o, meglio, lo farò in seguito, sperando di essere smentito ancora dalla partita, forse decisiva per restare in Europa, che tra poche ore vedrà l’Italia del pallone scendere in campo contro la Croazia.

 L’euforia del pari ottenuto con i campioni d’Europa e del Mondo in carica [non dimenticando che l’Italia è la squadra ex-campione del mondo], alla vigilia dell’incontro con la Croazia, va fortunatamente scemando, anche tra i più ottimisti, e si spera che consenta agli italiani di scendere in campo con maggiore concentrazione ed equilibrio tattico.

 Quel gran signore di Prandelli per realizzare “l’impresa” contro la Spagna è tornato al calcio all’italiana, con il blocco Juve composto di 6 giocatori, con la sola innovazione di De Rossi nel ruolo inedito, almeno in nazionale, di centrale di difesa [idea suggeritagli dall’asturiano Louis Enrique] e della difesa a tre [organizzazione difensiva ispirata a Conte che l’ha utilizzata, peraltro, solo in alcune partite del recente campionato vinto con la Juve], con il debutto di Giaccherini non nella posizione abituale, ma in quella di esterno basso. Ciò che nel secondo tempo ha consentito a Navas di scavalcarlo sistematicamente sulla fascia, mentre sulla fascia opposta imperversava il fantastico Iniesta mai ostacolato da Maggio, che Prandelli si ostina a schierare in campo nonostante le reiterate prove negative. In queste condizioni, il merito della “tenuta” della difesa azzurra si deve ai soliti Chiellini e Buffon, nonché a De Rossi, a tratti persino sorprendente.

 De Rossi, infatti, è stato superlativo, finché ha dovuto vedersela con i piccoli e geniali centrocampisti iberici, riscattando almeno tre anni di prove modeste fornite nella Roma, ma ha rischiato grosso quando è entrato Torres, vera punta centrale, fisicamente attrezzata. Buon per noi che Buffon e la sorte abbiano evitato agli azzurri la quarta sconfitta consecutiva. Quanto al goal che ha fatto fremere gli italiani davanti alla TV e che ha portato la squadra azzurra insperabilmente in vantaggio [anche se il pareggio iberico è arrivato dopo appena tre minuti] e che interrompe un digiuno di goal di oltre 300 minuti, bisogna ringraziare Di Natale [sulle cui qualità di realizzatore non ho mai dubitato, dubitavo invece del modo in cui è sempre stato impiegato in nazionale] ma più ancora Pirlo che, disubbidendo forse alle consegne di Prandelli, s’è messo a giocare a tratti da regista, come gioca nella Juve, e che gli ha fornito un assist per un pallone che era più difficile sbagliare che  scaraventare nella rete avversaria.

 Nel complesso, insomma, il pareggio non è stato demeritato, ma le azioni del contropiede azzurro si contano sulle dita di una mano, anche se con maggiore accortezza si poteva vincere e con minore fortuna si poteva perdere. È bastato questo risultato per scatenare, come sempre l’euforia e la retorica nazionale, con gli elogi sperticati degli ineffabili e inossidabili super-dirigenti del pallone e dello sport tutto nei confronti di Prandelli, con la visita del Presidente della Repubblica negli spogliatoi a rallegrarsi per lo scampato pericolo e ad osservare acutamente nel colloquio con il capitano azzurro “Che noi riusciamo a dare il meglio proprio nelle difficoltà!”.

 Bene, ora ci attende la Croazia e non esito a sostenere che sarebbe un suicidio giocare contro di loro con il modulo impiegato contro la Spagna. I croati hanno due punte di un metro e novanta, fisicità in tutti i reparti, maggiore velocità degli italiani, discreta tecnica e, per quello che può contare, una tradizione favorevole contro di noi. Pretendere di fermarli con la difesa a tre e con tanti giocatori fuori ruolo, come si è visto contro la Spagna, sarebbe assurdo. Sperare che Prandelli indovini le mosse giuste è lecito, crederci è meno probabile, almeno per me. Un nuovo pareggio sarebbe inutile, Croazia e Spagna [che dovrebbe avere vita facile contro l’Irlanda di Trapattoni, ma non si può mai dire, perché questa Spagna non mi è apparsa irresistibile] nello scontro diretto, che è anche l’ultimo per le qualificazioni al turno successivo, si troverebbero con due punti di vantaggio sull’Italia… con conseguenze che tutti sono in grado di intuire. L’ultima conferenza stampa di Prandelli preoccupa. Ha detto di avere un solo dubbio. Il che lascia pensare che cambierà pochissimo rispetto alla gara con la Spagna. Se così fosse, non avremmo certo vita facile. Mi auguro, naturalmente, di sbagliarmi ancora.

sergio magaldi

       

mercoledì 13 giugno 2012

"IL PRIGIONIERO DEL CIELO":il terzo volume della tetralogia di Zafon

Il Prigioniero del Cielo, Mondadori, 2012

 Continua la serie del “Cimitero dei libri dimenticati”, con una nuova ineffabile puntata: Il Prigioniero del Cielo, romanzo di Carlos Ruiz Zafón [Mondadori, 2012, pp.350].

 Come avverte l’autore “Le varie puntate della serie del Cimitero dei Libri Dimenticati possono essere lette in qualunque ordine o separatamente, consentendo al lettore di esplorare il labirinto di storie accedendovi da diverse porte e differenti sentieri, i quali, una volta riannodati, lo condurranno nel cuore della narrazione”.

 Francamente, mi sfugge quale sia il “cuore della narrazione”. Al più, si tratta di una saga familiare barcellonese che, dai primi decenni del ‘900, attraverso la guerra civile spagnola e il franchismo, giunge a toccare, con l’Epilogo di questo ultimo romanzo, gli anni Sessanta.

 In realtà, l’idea della serie deve essere nata in Zafón dopo il successo di Il Gioco dell’Angelo, con cui lo scrittore catalano bissava la fortuna insperata, ma non inspiegabile, di L’Ombra del Vento, perché, come già ho avuto modo di sottolineare, l’unico “aggancio” tra i due romanzi è rappresentato dal cognome Sempere e semmai dalla struttura  dell’intreccio narrativo, “dalla trama esile e pretestuosa”, zavorrata “di improbabili quanto noiose avventure”.

 Successo non inspiegabile – dicevo – di critica e di pubblico. Basti pensare agli oltre 8 milioni di copie vendute da L’ombra del vento e ai numerosi encomi della stampa che Zafón non esita a riportare nelle sette pagine finali di Il Prigioniero del Cielo[Ed.cit. pp. 343-349]. Per citarne solo qualcuno:

“L’ombra del vento è meraviglioso. Una costruzione dalla trama magistrale e meticolosa, con uno straordinario dominio del linguaggio… Una lettera d’amore alla letteratura…” Entertainment Weekly.

 E ancora:

 “Uno di quei rari romanzi che combinano una trama brillante con una scrittura sublime” Sunday Times

 Insomma, L’ombra del vento sembrava venire incontro alle aspettative di critica e pubblico: un romanzo popolare, semplice e al tempo stesso denso di marchingegni narrativi, scritto in buona lingua e senza errori sintattici. Ricco di frasi fatte e perciò maggiormente comprensibile al pubblico e alla critica superficiale, ancorché appartenente alla stampa più influente e sofisticata. Capace di rievocare tutti i generi narrativi cari alla fantasia e alla pancia dei lettori, strizzando l’occhio al magico e al diabolico. Una storia per il nostro tempo, carica d’effetto e senz’anima, capace tuttavia d’inchiodarti a leggere per sapere come andrà a finire… sino alla classica delusione finale. Un giudizio più compiuto sul libro, così come per Il Gioco dell’Angelo, lo ripropongo in separati post, per maggiore informazione dei lettori.

 Tornando a Il Prigioniero del Cielo, non si può negare che questa volta è davvero nata una saga. Prosegue, infatti, la vicenda di Daniel Sempere e del suo amico Fermín, iniziata con Il Gioco dell’Angelo e destinata, come mostra chiaramente il finale, a continuare con una prossima puntata della cosiddetta tetralogia. Come dire… trovato il filone giusto, l’abile romanziere catalano intende seguirlo con passione e poco importa se lascia insoluti alcuni interrogativi per il lettore… Anzi!

 Per strano paradosso, trovo questo libro [che al momento non sembra avviato al successo degli altri due] migliore degli altri della serie. Con minore velleità e minori marchingegni narrativi delle altre volte, Zafón c’intrattiene con la Barcellona degli anni Cinquanta, con ampi flashback sul precedente decennio, quando il franchismo con la sua barbarie s’è appena consolidato e nel resto del Mondo infuria ancora la guerra. Segreti di cartapesta e personaggi diabolici, lasciati volutamente in ombra, forse per preparare il successivo volume della saga, interrogativi angosciosi che scuotono la fiducia di Daniel Sempere nella fedeltà coniugale della moglie Beatriz, e uno dei tanti segreti di Fermín svelati alla luce del Conte di Montecristo, con grande divertimento dell’autore… Immagino! Eppure, il tutto mi sembra più accettabile e digeribile del polpettone che Zafón ci ha scientemente servito in precedenti occasioni.

 Insomma, un libro che non impegna troppo la mente, che si consuma in fretta, consigliato per le prossime vacanze al mare, da leggere distesi sulla spiaggia, prendendo il sole tra un bagno e l’altro.


sergio magaldi       

"IL GIOCO DELL'ANGELO":il secondo volume della tetralogia di Zafon

Il Gioco dell'Angelo, Mondadori, 2008



 Leggendo Il gioco dell’angelo (EL JUEGO DEL ÁNGEL, 2008) ho avuto l’impressione, almeno per circa una buona metà delle oltre 600 pagine, che l’abilità narrativa di Carlos Ruiz Zafón fosse venuta maturando rispetto al romanzo di sette anni prima, L’ombra del vento (LA SOMBRA DEL VIENTO) che pure gli era valso un ampio consenso di critica e di pubblico, con la vendita di più di 8 milioni di copie.

 Mi è sembrato che il “guazzabuglio” di successo, come ho definito il romanzo del 2001, avesse lasciato il posto ad un lavoro più maturo e raffinato, senza la velleità di ricreare l’atmosfera dei grandi classici della letteratura e mescolare tra loro alla rinfusa una pluralità di generi letterari.

 La ricostruzione della Barcellona anni ’20 funziona abbastanza, come pure appare convincente il dialogo interiore del giovane scrittore David Martin, lacerato e diviso da una duplice esigenza: quella della propria sopravvivenza che lo induce a scrivere sotto pseudonimo libelli per la serie intitolata “La città dei maledetti” di un piccolo editore senza scrupoli, e l’altra, cui aspira con tutte le sue forze, di scrivere finalmente un libro degno di questo nome. Probabile effetto di questa personale scissione della mente e dell’anima è la malattia mortale che lo colpisce e che lo porterebbe alla tomba senza l’intervento dell’ “angelo”, alias l’editore Andreas Corelli che, in cambio di una grossa somma di denaro e della guarigione, gli propone di scrivere un libro in grado di proporsi come il testo sacro di una nuova religione.

 Di quale religione si tratti, Zafón non dice, non tanto per permettere al lettore di liberare la propria fantasia, quanto perché questa cosiddetta nuova religione in realtà c’è già nota sin dai tempi biblici. E cosa se ne fa il diavolo di un testo sacro, visto che le pagine sulle quali egli scrive più volentieri sono quelle del mondo? Una volta almeno stipulava contratti di eterna giovinezza e successo in cambio dell’anima, mentre ora pare si accontenti di un libro…

 L’eterno “patto col diavolo” (come si sa il diavolo è un angelo decaduto) è comunque trattato abilmente da Zafón in una prospettiva seducente e singolare. Ciò che alimenta un clima di suspense e induce a proseguire nella lettura del romanzo. Come pure, la descrizione della spettrale “casa della torre”, in cui Martin finisce col ritirarsi, è gestita con abilità narrativa ancorché né nuova né originale per questo genere letterario.

 Poi, ad un certo punto, ecco riapparire “il guazzabuglio” nel quale Zafón s’era già mosso in L’ombra del vento, con figure improbabili e stereotipi che fanno “molto rumore per nulla”. Insomma, ancora una volta si ha l’impressione che i personaggi dello scrittore catalano non sappiano vivere di vita propria ma abbiano bisogno del filo doppio del burattinaio per muoversi in un labirinto di situazioni e di intrighi. Tutti, per la verità, con l’eccezione di David Martin e di Isabella, la ragazza che gli fa da assistente, la cui figura è tratteggiata con sufficiente perizia da farla apparire di carne e sangue e non semplice marionetta. Sposata ad un amico di Martin, Isabella concepirà un figlio di nome Daniel Sempere, lo stesso nome, cioè, del protagonista di L’ombra del vento

 Bizzarrìa gratuita, introdotta probabilmente per incrementare il “passa parola” sul nuovo romanzo, giacché non esiste alcun motivo plausibile per la duplice attribuzione dello stesso nome. Esiste invece più di un collegamento nell’intreccio narrativo dei due romanzi, entrambi dalla trama esile e pretestuosa, entrambi zavorrati di improbabili quanto noiose avventure.

sergio magaldi


"L'OMBRA DEL VENTO":il primo volume della tetralogia di Zafon

L'Ombra del Vento, Oscar Mondadori, 2006



 Può sembrare sciocco o ispirato da mero anticonformismo parlare, nei termini che seguono, di un libro che ha ottenuto largo successo di critica e di pubblico (8 milioni di copie vendute) e che è stato definito “più-che-magnetico”, “magico”, “mirabile”, dotato, come del resto il suo autore, di “grande forza sensoriale” etc…, ma L’ombra del vento dello spagnolo Carlos Ruiz Zafón – romanzo di cui non intendo presentare qui neppure una breve sinossi da aggiungere a quelle più o meno lunghe, ampiamente reperibili su internet – mi appare, dopo una prima e ancor più dopo una seconda lettura, come una costruzione di generi letterari di successo miscelati con sapienza editoriale più che letteraria e dati in pasto ad un pubblico di palato debole ancorché desideroso di sapori forti almeno all’apparenza.

   Le prime pagine per la verità lasciano ben sperare, per quanto si respiri un’atmosfera che il lettore esperto non tarda a riconoscere come ispirata da E.T.A. Hoffmann. Gustavo Barceló e Clara, la nipote priva della vista – che persino nel nome ricorda certi personaggi femminili del grande scrittore tedesco – sono presentati in un’aura di mistero che mai si dissolve semplicemente perché in loro non esiste alcun mistero. Daniel, l’adolescente protagonista che s’innamora di Clara, ricorda da vicino uno studente Anselmo dei nostri giorni, perdutamente innamorato di Serpentina. Clara, è vero, non è una serpe, ma per cecità ed atteggiamenti la giovane si pone egualmente fuori della cosiddetta normalità, senza contare che proprio come una serpe si mostrerà presto agli occhi del giovane innamorato. 

   Non si può negare, d’altra parte, che la suggestione creata da queste pagine iniziali funzioni e funziona soprattutto perché abbiamo in mente, più o meno consapevolmente, il superbo modello. Man mano che ci s’addentra nella vicenda, tuttavia, il caos diviene sempre più funzionale a contaminare tra loro generi letterari diversi: il gotico, il poliziesco, l’esoterico, l’avventuroso, il fumetto, il rosa, il drammatico e la favola – genere quest’ultimo nel quale lo scrittore si trova particolarmente a suo agio per essersi cimentato in gioventù nei libri per l’infanzia – con personaggi che più che di realtà o di fantasia sanno di stereotipi ai quali, peraltro, è concesso evolversi. 

 Abbiamo così lo “scrittore maledetto” che si riscatta, il barbone che di volta in volta si trasforma in consulente librario, investigatore e sposo felice, l’ispettore di polizia Fumero, bimbo frustrato e poi, adulto, vera e propria incarnazione del demonio, padri-padroni ossessionati da inconfessabili colpe e da queste trascinati alla rovina o resi in apparenza docili per merito del destino. Abbiamo Penelope, vergine dolcissima per metà Giulietta di shakespeariana memoria e per l’altra metà eroina di tragedia greca, che pagherà con la vita un amore incestuoso ancorché inconsapevole, poi c’è Beatriz femmina provocante prima e madre premurosa dopo che, realizzando la felice coppia umana con l’ex-adolescente ormai adulto, “riscatterà” infine la triste vicenda amorosa dello “scrittore maledetto”. Insomma, un guazzabuglio di fatti e di personaggi tutti poco credibili per un lieto fine che il lettore medio si attende come premio della difficile “navigazione”alla quale è stato costretto dall’autore per oltre quattrocento pagine. Certo, un romanzo dei nostri tempi così convulsi e caotici ma di cui è facile indovinare non resterà traccia che per essere stato un buon affare editoriale.

 sergio magaldi



     

venerdì 8 giugno 2012

LO SCANDALO E IL PALLONE PER L'EUROPA





 Prandelli, il commissario della nazionale italiana di calcio, è proprio un gran signore! Alle voci ricorrenti da più parti di impedire la partenza della squadra azzurra, dopo l’ennesimo scandalo del calcio scommesse, ha subito replicato che non andare agli Europei non sarebbe stato un problema. Figuriamoci!

 Il concetto, espresso con fermezza e signorilità in una intervista, è stato ribadito qualche istante dopo, nel corso del dialogo, dall’ineffabile commissario tecnico:

  “Se si decidesse di non partire, come dicevo prima, non ci sarebbe alcun tipo di dramma…”

 “Bèh insomma… sarebbe una cosa…”

 “Per quanto ci riguarda… no!”

  E io gli credo sulla parola! Anche il plurale usato da Prandelli ha la sua logica. Quale migliore occasione offerta al c.t. della nazionale per sfuggire alla magra figura che gli azzurri si apprestano a fare?! Senza contare il prolungamento delle vacanze per i calciatori, poveri lavoratori del pallone costretti ad un super-impegno extra e poco pagato!

 Purtroppo, però, il risveglio da questo sogno collettivo ad occhi aperti è venuto dalle sagge parole della ministra Cancellieri: che vadano e si facciano onore! Ha tagliato corto la pragmatica esponente del governo Monti.

 Così il team azzurro è partito e arrivato a destinazione, accolto con entusiasmo dalla folla di amanti del calcio e non, portando con sé l’ennesimo scandalo e il velleitario proposito di soffocarlo prendendo a calci il pallone. Riusciranno i nostri eroi a ripetere le imprese del passato, compiute in circostanze simili di discredito per il nostro calcio? Ne dubito. La squadra viene da tre sconfitte consecutive, ad opera di squadre non irresistibili, come Stati Uniti, Uruguay e Russia, con la quale ultima solo una settimana fa abbiamo perso per tre goal a zero!

 La verità è che la squadra azzurra non ha un gioco degno di questo nome: non pratica il tradizionale calcio all’italiana che ha fatto le fortune di Bearzot e di Lippi, e scarseggia nel gioco offensivo per la mancanza di autentiche punte. Insomma questa nazionale non è né carne né pesce e riflette, mi pare, il carattere di chi la governa. Schiera una difesa che vorrebbe addirittura migliorare quella della Juventus di quest’anno, con l’inserimento di Balzaretti e di Maggio [insieme a Bonucci il peggiore in campo nella partita persa con la Russia] e prende tre goal per mancanza di organizzazione. Presenta un centrocampo senza autentici interditori, per di più facendo giocare Pirlo non da regista, ma come giocava nell’ultimo Milan, con un De Rossi che da tre anni è solo un modesto giocatore, nonostante la sceneggiata durata quasi per l’intero campionato, di prestigiosi club europei che se lo sarebbero conteso a decine e decine di milioni…

 Come non bastasse, Prandelli assegna all’eterna promessa Montolivo il compito di “giochicchiare” a ridosso di punte sterili… con Cassano lontano dal campo per un anno intero, a seguito dell’operazione al cuore, Giovinco che si muove tanto ma che il meglio di sé lo dà nelle squadre cosiddette di provincia. Nella Juve come nella nazionale, dove peraltro ha giocato poco, ha sempre fatto molto fumo e poco arrosto. Per non parlare dell’anziano, calcisticamente parlando, Di Natale, da anni autentico cannoniere dell’ex campionato più bello del mondo, in una squadra come l’Udinese che in fase offensiva gioca tutta per lui. In nazionale non è mai esistito, fallendo tutte le prove che, ad intervalli diversi, gli sono state concesse. E ancora: Borini, fuori forma già un mese prima della fine del campionato. Al suo posto non sarebbe stato meglio portare Pepe, meno tecnico, forse, ma più in forma e con più volontà ed esperienza? Un giovane, Borini, solo una speranza di cui, dopo qualche partita di seguito in cui è andato in goal, s’è fatto un fuoriclasse.

 Resta il solo Balotelli, l’unico degli attaccanti portati in Ucraina degno di giocare un europeo, ma da solo e senza una punta centrale non basta. Già, dove sono finite le punte centrali? Matri su tutti e Osvaldo e Borriello e Pazzini? Non pervenuti. Prandelli ha deciso di lasciarli a casa, a imitazione del Barcellona e /o di Conte, allenatore che non predilige le punte d’area e dintorni, che non sappiano fare anche i difensori. Ma il Barcellona ha Messi, e Conte col suo modulo ha appena vinto uno scudetto. Appunto! Perché il parziale accantonamento della punta centrale [si ricordi comunque il ruolo determinante che, per buona parte del campionato, ha avuto Matri con i suoi goal], ubbidisce nell’allenatore della Juventus a una precisa filosofia di calcio che, almeno per ora, ha dato i suoi frutti con bel gioco e scudetto. La filosofia di Prandelli invece non si vede e soprattutto non si vedono i risultati.

 Vorrei proprio sbagliarmi ma temo che la spedizione azzurra agli Europei si risolverà in una disfatta. Non vedo come questa squadra possa battere o almeno impattare con la Spagna che incontreremo Domenica, e la Croazia, contro cui giocheremo il 14 Giugno, è un avversario imprevedibile e per noi indigesto.

 Tutto sommato, hanno ragione Monti e Prandelli, in queste condizioni, forse sarebbe stato meglio restare a casa!


Sergio Magaldi   

   

giovedì 7 giugno 2012

GERMANIA IMPERIALISTA...SUO MALGRADO!

Il crollo del muro di Berlino



 George Soros, il noto finanziere americano, in una recentissima intervista concessa a Federico Fubini sul Corriere della Sera, sostiene come quasi ineluttabile la costituzione di un impero tedesco con gran parte del resto dell’Europa a far da periferia come retroterra. Soros, tuttavia, afferma che l’egemonia tedesca sul vecchio continente non dipende né da un disegno preordinato della sua classe dirigente, né è causato dall’introduzione della moneta unica, bensì da una serie di tragici errori… Resta da chiedersi chi ha commesso questi errori e perché. Soros non lo dice, ma nel corso della breve intervista lascia intendere chiaramente che tali errori siano per lo più dovuti alle scelte politiche ed economiche dei governi europei e della Bce.

 Insomma, in Soros che conobbe la persecuzione nazista insieme a mezzo milione di ebrei ungheresi come lui, non c’è alcun pregiudizio [E questo gli fa certamente onore!] nei confronti della Germania,  per il suo passato hitleriano, caratterizzato da sanguinosa volontà di potenza, né per la politica di egemonia inaugurata dal Bismark e mantenuta costantemente da quando esiste la nazione tedesca. Nell’occasione e per la prima volta nella Storia si tratterebbe di altro: un imperialismo per così dire involontario, causato dalla miopia di tutti i partner europei e internazionali della Germania.

 A guardar bene – ma non è mia intenzione farlo in questo breve articolo – si troverebbero ragioni altrettanto valide per parlare anche per il passato di errori altrui, come giustificazione del perpetuo tentativo da parte dei tedeschi di egemonizzare il resto dell’Europa. In quest’ottica, si finisce col comprendere persino Hitler, che trovò il terreno già seminato dai sin troppo onerosi trattati di pace imposti alla Germania dai vincitori della Prima guerra mondiale.

 Sulla questione, girano molte voci e si ha come l’impressione che si cerchi ad ogni costo di evitare la demonizzazione dei tedeschi, attribuendo ogni responsabilità a sparute classi dirigenti o ai poteri forti della finanza internazionale che si servirebbero della Germania per realizzare il progetto scientifico di controllo dell’economia mondiale e della politica, laddove il popolo teutonico sarebbe un eterno fanciullo, capace di produrre opere di grande poesia, musica e filosofia, ma incline a lasciarsi sedurre da demagoghi sempre risorgenti. Un po’ il discorso che si fa per l’Italia di ieri e di oggi. Popolo di artisti di santi di poeti di navigatori e di eroi e sempre innocente, nonostante i vent’anni di fascismo, i cinquanta di democrazia cristiana, i successivi di una classe politica altrettanto vergognosa, sempre nella continuità del clericalismo, della criminalità organizzata e della corruzione.

 Questa dell’innocenza dei popoli non è solo uno slogan di moda che porta acqua al mulino delle opposizioni politiche di turno che se ne approprino, è un tentativo, nobile persino, di esorcizzare pregiudizi e generalizzazioni che formano l’humus su cui nasce e cresce la mala pianta del razzismo. L’idea di un popolo innocente e geniale in perenne contrasto con i pochi dirigenti corrotti e famelici che lo governano ha dunque una funzione sociale fondamentale, ma trascura un elemento di primaria importanza. Un tale popolo non sarà mai capace di autocritica e finirà per subire le vicende nazionali in luogo di provocarle. Non si tratta di demonizzare: la classe dirigente di un paese è l’espressione della società civile e, anche se talora è proprio la sua parte peggiore che si organizza, “il peggio del peggio”, resta pur sempre vero che essa trae linfa e vigore dal tessuto sociale di cui è espressione.

 L’ultima riflessione ha delle implicazioni non indifferenti. Perché se è vero la crisi che attraversa l’Europa ha i suoi maggiori responsabili nella Germania della Merkel e nei poteri forti dell’economia che ne orientano le scelte, facendo leva sul perenne desiderio di egemonia dei tedeschi, è altrettanto vero che i paesi europei oggi più colpiti da una politica di rigore “lacrime e sangue”: Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, tanto per citare i maggiori, dovrebbero fare autocritica rispetto alle scelte del passato. L’Italia in particolare, per avere scialacquato, a vantaggio di ristrette oligarchie, ingenti risorse nel periodo delle “vacche grasse”, per non aver modernizzato lo stato, per aver permesso che corruzione e criminalità organizzata, favorite e protette dalla politica, prosperassero, per non aver impedito l’evasione fiscale concreta e generalizzata [nell’unica maniera possibile che è quella dei controlli incrociati e delle detrazioni fiscali come avviene in Germania e negli Stati Uniti], la quale continua imperterrita nonostante i reiterati proclami di volerla combattere, colpendo i soliti noti o coloro che, a ragione della crisi economica e della recessione programmata dal governo Monti, non sono più in grado di versare il dovuto al Fisco. E infatti, è di queste ore la notizia che le entrate fiscali nel nostro Paese sono di gran lunga inferiori alle aspettative!

 Soros, uomo ammirabile per aver costruito dal niente la propria ingente ricchezza, per le sue attività filantropiche e in difesa dei diritti umani e civili, ritiene che l’introduzione dell’euro non abbia nulla a che vedere con la crisi attuale dell’Europa. Sarebbe interessante chiedergli se anche per l’unificazione tedesca possa dirsi la stessa cosa o se, tra i “tragici errori” delle classi dirigenti, egli non annoveri anche questo. Intendiamoci: l’unificazione tedesca era inevitabile, dopo la caduta del comunismo sovietico e l’abbattimento del muro di Berlino. La questione è altra. La riunione delle due Germanie era una vicenda solo tedesca, come fu di fatto, o non avrebbe dovuto svolgersi secondo un rigoroso protocollo stabilito dall’Europa politica ed economica e/o dai paesi del cosiddetto G7, le sette nazioni più industrializzate del mondo, almeno nel 1976, allorché il Gruppo fu costituito?

 La questione non è di poco conto, perché fu l’Europa a pagare le spese dell’unificazione della Germania gestita dai tedeschi, con la crisi economica che ne derivò per diversi anni e ancor più per la restrizione monetaria adottata dalla Bundesbank che, per la prima volta dal dopoguerra, fece saltare il sistema monetario europeo, gettando le fondamenta per la costruzione di un’Europa sbilenca e a futuro primato teutonico. Solo un “acuto” intenditore e “fine” politico come Lamberto Dini poteva dire nel 1990, quando ancora era Direttore Generale della Banca d’Italia, che la riunificazione tedesca, nella forma in cui stava per essere realizzata, avrebbe avuto un benefico effetto sull’economia europea!

 Infine, per chi crede come Giulio Tremonti e tanti altri che la Germania abbia una gran voglia di buttarci fuori dell’euro, valgano queste ulteriori considerazioni di George Soros:

 “[…] la Germania farà sempre qualcosa per impedire che l’euro vada in pezzi, se non altro perché altrimenti entro la fine di quest’anno la Bundesbank si ritroverebbe con oltre mille miliardi di credito quasi del tutto inesigibili nei confronti della periferia europea. L’euro può sopravvivere. Ma l’Europa si allontana dal sogno di una società aperta nella quale credevo: tutto per colpa degli errori delle autorità nel gestire gli squilibri fra Paesi debitori e creditori".



 Può darsi che Soros abbia ragione, ma può anche darsi che Tremonti e gli altri non abbiano torto, per il rilancio di un’idea che da tempo è nella mente dei governanti tedeschi: un euro a due velocità, dove con quella meno spedita sarebbero costretti a viaggiare gran parte dei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. Un’idea che finirebbe per consolidare definitivamente l’egemonia tedesca in Europa, il sogno di Hitler con o senza il passo dell’oca. 

Sergio Magaldi 
   

mercoledì 30 maggio 2012

IL CALCIO DI RIGOR MONTIS

   


  Che a Rigor Montis non piacesse il calcio l’ho sempre sospettato. Quei toni grigi e falsamente dimessi in cui è solito esprimersi, poco si conciliano con la vitalità del gioco del pallone, quasi una danza con la quale gli antichi simulavano il contatto con la sfera del Sole che dà vita e calore alla Terra. Rigor Montis però sostiene di essere stato un tifoso quando il calcio era diverso… quando cioè, aggiungo io, non c’erano né la volontà né gli strumenti per indagare sulle partite truccate. Deve riferirsi a quando era bambino, perché ricordo ancora lo scandalo che coinvolse diversi campioni già prima del mondiale vinto dall’Italia nel 1982. 

  Comunque sia, la proposta di “abolire il calcio” per due o tre anni potrebbe inserirsi nel quadro delle riforme utili a salvare il Paese, alcune delle quali si sono dimostrate già così efficaci. Basterebbe solo qualche sacrificio in più da parte degli italiani. Che so, una nuova stretta sulle pensioni, un aumento dell’IMU, della benzina, o magari dell’IVA, tanto più che per Ottobre è già previsto un innalzamento di due punti: dal 21 al 23%! Se i punti, invece che due, fossero tre [quanti ne guadagna la squadra che vince una partita di calcio] o addirittura quattro, il gioco sarebbe fatto! Già, perché per abolire il calcio in Italia serve una copertura finanziaria. Se “l’abolizione” durasse tre anni, occorrerebbero almeno 3 miliardi di Euro, quanti il Fisco ne incassa dal “Sistema calcio”, una delle poche industrie ancora vitali nel nostro Paese, con un volume di affari che supera i dieci miliardi all’anno, senza contare i giornali sportivi, gli addetti ai lavori della carta stampata, le televisioni, le radio e quant’altro.

 Certo, l’idea di abolire le istituzioni corrotte è affascinante e geniale e poteva venire in mente solo ad un uomo di grande spessore, un duce benefico, svincolato da piccoli e grandi interessi, personali e internazionali. E non è detto che ogni altra “abolizione”, a parte quella del calcio, purtroppo costosa, sarebbe onerosa per le casse dello Stato. Al contrario! Pensate, tanto per fare solo qualche esempio, a quanti miliardi si potrebbero risparmiare con l’abolizione del “Sistema della politica”. Più di 18 miliardi all’anno sostiene qualcuno di quelli che s’intendono di conti! E se è vero quanto dice l’on. Di Pietro, e cioè che l’organo di massima rappresentanza politica dei cittadini è formato per metà di avvocati e per l’altra metà di imputati, pensate a quanto si potrebbe risparmiare ancora!

   Non basta, se tutte le istituzioni corrotte fossero cancellate, quanto si risparmierebbe ancora sulla riduzione dell’organico della Magistratura?

  Insomma, dopo averci a lungo pensato, Rigor Montis ha forse trovato la chiave di volta, la parola di passo [“Abolire le istituzioni corrotte”] per salvare l’Italia. Resta solo da chiedersi cosa avverrebbe dopo. Mi viene in mente solo “Se comannassi io ne restassimo pochi in Italia”, battuta che, se non ricordo male, Pasolini mette in bocca a Franco Citti nel film Accattone. Per dirla con altre parole c’è forte il rischio che, una volta abolite le istituzioni corrotte, in Italia resterebbe solo Rigor Montis. Forse, non sarebbe male studiare qualche altra soluzione…


Sergio Magaldi