domenica 16 febbraio 2014

DIAMO A RENZI...QUEL CHE E' DI RENZI!




  Avevo invitato Renzi, novello Ulisse, a legarsi all’albero maestro della nave e a otturarsi le orecchie per non ascoltare il canto delle sirene e cedere alle loro lusinghe, durante la navigazione sino al porto delle riforme istituzionali e costituzionali [Post del 10 Febbraio 2014: Renzi, il canto delle sirene e Beppe Grillo]. Canto tanto più sospetto, perché proveniente anche dalla minoranza più consistente del suo partito, e nella prospettiva che il cosiddetto scoop di Alan Friedman e la concomitante chiamata di Renzi al Colle potessero non essere casuali [Post di Martedì 11 Febbraio 2014: Segreti di Pulcinella].

 Avevo però anche aggiunto che a spingere subito il sindaco di Firenze verso Palazzo Chigi, potesse essere la valutazione realistica della difficoltà di muoversi nel mare delle riforme senza essere al timone della nave, tenuto conto che la nuova legge elettorale è legata in modo indissolubile all’abolizione del Senato elettivo e legislativo [per il rischio di avere due diverse maggioranze tra Camera e Senato] e che, nella più rosea delle previsioni, occorrerebbero forse non meno di due anni per andare a votare con l’Italicum.

 Sempre che a complicare le cose non ci si metta la reintroduzione delle preferenze, invocata a gran voce dalle tante false vestali della democrazia rappresentativa, dagli stessi alleati di coalizione di NCD e persino da quella parte del PD che ha sempre osteggiato il voto di preferenza. Non solo con Bersani, ma sin dall’epoca in cui molti degli attuali democratici militavano nelle file del Partito Comunista. Con il rischio che Berlusconi faccia saltare l’accordo sulle regole, decretando per ciò stesso il fallimento di Renzi, prima ancora che s’insedi il suo governo per “rifare l’Italia”.

 Senza contare che i sondaggi, se oggi si andasse a votare con la legge elettorale uscita dal patto del Nazareno, considerano probabile la vittoria del Centro Destra, facendo persino a meno del premio di maggioranza. Con la relativa disfatta di Renzi, costretto a lasciare la segreteria del partito e forse la vita politica, per aver riportato al governo il nemico storico del Centro Sinistra.

 Un rischio troppo grosso. E che deve aver contribuito a far riflettere Renzi sull’assunzione di un rischio calcolato, anche se questo gli fa perdere di popolarità tra la sua gente, gli lascia intravedere l’improvvisa freddezza e persino l’ostilità di parte di quella stampa che sino a ieri lo aveva blandito [raro esempio di coerenza, restano costanti nei suoi confronti sia l’inquietudine manifesta di Eugenio Scalfari che l’atteggiamento palesemente “fastidito” di Massimo Franco, voci importanti del giornalismo e volti arcinoti dei talk show. Il che non può che giovare a Renzi, prefigurando una possibile discontinuità nell’azione di governo del sindaco fiorentino, rispetto alla recente “stabilità cimiteriale”]. E, soprattutto, lo costringe a difendersi da chi [e sono in tanti, dal M5S alla Lega Nord, passando per vari partiti e movimenti di opinione] lo indica come la nuova marionetta ad uso di noti burattinai nazionali e internazionali al servizio dei soliti poteri forti, nella consueta veste di impresari dello spettacolo planetario in scena nell’età della globalizzazione, dell’euro e dell’ascesa del capitale finanziario. Accuse che non sarebbero state risparmiate a Renzi neppure se fosse salito a Palazzo Chigi dopo aver vinto le elezioni, ma che inducono alcuni tra i più acuti osservatori a porsi la domanda “Perché ora?”.

 La questione non è di poco conto e viene affrontata sapientemente da Francesco Maria Toscano: Chi vuole subito Renzi a Palazzo Chigi? [www.ilmoralista.it]:

“ […] Chi, e perché, ha impresso una svolta destinata ad imporre Matteo Renzi a Palazzo Chigi? […] La prima delle ermeneusi proposte, che definiremmo per comodità di tipo politico-profano, è frutto esclusivo del libero ragionamento di chi scrive. La seconda, di tipo esoterico-iniziatico, è invece in gran parte debitrice delle suggestioni ricevute in dono da ambienti riconducibili al network massonico sovranazionale di Grande Oriente Democratico. Partiamo dal primo punto. Cosa spinge Renzi ad accettare la nomina a Premier senza passare per le urne? Il Rottamatore non rischia, così facendo, di  bruciarsi prematuramente? Io credo che a Renzi, molto più cinico e calcolatore di quanto comunemente non si creda, non sfuggano affatto i rischi coevi di una operazione che i suoi nemici avranno gioco facile nel bollare immediatamente come ennesima e oscura “manovra di Palazzo”. Allo stesso tempo però il sindaco di Firenze teme, non senza ragioni, di finire presto stritolato dalla inconcludenza di un governo molto impopolare che necessariamente cammina sulle gambe del “suo” Pd. Come se ne esce? La soluzione è tutt’altro che facile. In un Paese normale, con un Presidente della Repubblica normale, il popolo sovrano sarebbe chiamato alle urne per dirimere la spinosa vertenza. Ma l’Italia, ahimè, non è più un “Paese normale”. E’ un protettorato alla mercé di una oligarchia invisibile che vede (vedeva?) in Giorgio Napolitano il suo più efficiente terminale. A questo punto, scartata l’ipotesi di continuare a sostenere il governo Letta nel timore di logorarsi per nulla, impedita la possibilità di un immediato ricorso al voto democratico per la nota e risaputa idiosincrasia verso il popolo del monarca ben assiso sul Colle, quali opzioni restano al nostro arguto Matteuccio? Una sola. Ovvero “la manovra di Palazzo”. Rimane però sul tappeto un problema abbastanza ingombrante: come riuscire a conciliare l’immagine fresca e popolare che il sindaco di Firenze si è faticosamente costruito con l’accettazione di una investitura figlia dei soliti, logori e stantii giochini di potere? Ritengo che nella mente di Renzi frulli l’idea di provare a “sterilizzare” tale criticità presentandosi agli occhi degli italiani come risorsa, ultima e indispensabile, costretta ad accettare obtorto collo una nomina non voluta né richiesta, a patto però di ricevere un via libera pieno e incondizionato. Renzi, ne sono relativamente certo, se mai dovesse ricevere il mandato per formare il governo, non medierà con nessun partito. Al contrario formerà la sua squadra infarcendola di nomi difficilmente riferibili alle segreterie dei partiti che oggi sostengono il governo Letta. Dopodiché sottoporrà la sua squadra al giudizio del Parlamento. Sapendo che di fronte ad una eventuale bocciatura delle sue scelte, quindi, volente o nolente Napolitano, non rimarrebbe a quel punto altro da fare se non tornare alle urne. La seconda lettura, sintesi delle raffinate confidenze pervenutemi da ambienti di God, delinea invece un quadro alquanto differente. Il Venerabilissmo Maestro contro-iniziato Mario Draghi, vero regista del progressivo annichilimento della civiltà italiana ed europea, non a caso oggetto di recenti salamelecchi da parte dello stesso Renzi guarderebbe con fastidio all’ipotesi futuribile di un Renzi eletto premier sulla scia di un forte consenso popolare. Tale eventualità potrebbe in teoria accrescere il potere contrattuale del Rottamatore agli occhi dei soliti cenacoli, aumentandone il tasso di indipendenza in misura probabilmente incompatibile con la sadica prosecuzione del doloso processo di desertificazione attualmente in corso. Imbrigliare Renzi dentro una cornice compromissoria, al contrario, questa la ratio dissimulata della sottile e perfida strategia in atto, finirebbe giocoforza per limitarne di molto il potenziale “rivoluzionario”, trasfigurando cioè fin da subito un potenziale Gianburrasca in docile burattino da tenere al laccio finché serve.”

 Le due “ermeneusi” non sono così distanti e soprattutto sono più che compatibili tra loro. Dico subito che non condivido alcune delle analisi contenute nella “prima lettura”, circa le valutazioni sul presidente Napolitano e sulla opportunità di andare a votare oggi col “Consultellum” che prefigurerebbe di nuovo le “larghe intese”, questa volta direttamente tra Renzi e Berlusconi. Sulla “seconda lettura”, indubbiamente suggestiva, mi chiedo come si possa definire Mario Draghi il “vero regista del progressivo annichilimento della civiltà italiana ed europea”, quando ci sarebbe da chiedersi se le cose per il nostro Paese sarebbero andate meglio, tra l’autunno del 2011 e la primavera del 2012, se nel delicato posto di Draghi ci fosse stato un non italiano. E se le responsabilità della decadenza europea non siano piuttosto da ricercare nella vocazione egemonica di Eurogermania gestita dai cosiddetti poteri forti, sempre richiamati, ma poi identificati sempre con voluta ed erronea approssimazione. E se in particolare, la decadenza italiana non sia stata causata da un sistema politico, corrotto e inconcludente che ha creduto di poter sfuggire alla resa dei conti semplicemente nascondendosi dietro l’euro.

 Ciò premesso, Renzi non ignora affatto il rischio che gli viene dalla diffusione, tra i suoi stessi sostenitori, di una lettura del suo operato di tipo “esoterico-iniziatico”, come la definisce Toscano. Ma sa anche di non avere scelta e/o forse presume – come già dicevo nel citato post del 10 Febbraio – di essere più astuto di chi l’ha voluto a Palazzo Chigi anzitempo. Sa di giocarsi una partita, dove è chiamato a “rifare l’Italia”, senza tuttavia scontentare i padroni europei e i loro mandanti, e crede di potercela fare. Il primo tassello sarà la riforma costituzionale con la fine del bicameralismo perfetto e la modifica del titolo V della Costituzione per ridurre il potere e la corruzione delle Regioni. Seguirà la nuova legge elettorale e anche su questo Eurogermania lo lascerà pedalare senza mettergli i bastoni tra le ruote. Problemi sulle nuove politiche del lavoro, sul taglio della spesa e sulla riduzione del costo della politica potrebbe averle solo in Italia. Con l’Europa, il problema ci sarà quando e se cercherà di trovare denaro fresco per ridurre il cuneo fiscale e abbassare le tasse, per rilanciare i consumi, aumentando la produttività e diminuendo la disoccupazione. Perché dovrebbe al tempo stesso tassare la rendita finanziaria [si veda in proposito il post del 23 Gennaio u.s., Capitale umano e capitale finanziario], sforare il famoso tetto del 3%, tra PIL e debito pubblico, e ottenere una proroga del Fiscal compact. Obiettivi difficili da raggiungere ma non impossibili, anche se sulla tassazione della rendita finanziaria incontrerà l’opposizione degli alleati del Nuovo Centro Destra. Ostacolo che potrà essere superato, anche con l’aiuto dell’opinione pubblica,  bilanciando la tassazione con la riduzione del prelievo fiscale sul reddito delle persone e delle imprese. Più difficile sarà su questo punto vincere l’ostilità del capitale finanziario, ma se gli riuscirà avrà vinto la sua battaglia e lo sforamento del famoso 3%, già concesso a Francia, Spagna e non solo, ne verrà di conseguenza. Come pure la proroga del Fiscal compact.

 Insomma, per l’obiettivo minimale [riforme costituzionali e istituzionali], Renzi si è già assicurato una doppia maggioranza, mentre per il progetto ambizioso di legislatura, a conti fatti, egli ha molte frecce al suo arco e qualcuna potrebbe davvero raggiungere il bersaglio. In questa prospettiva fanno ridere davvero le minacce del Nuovo Centro Destra di prendersi ancora 48 ore per decidere se appoggiare il governo. A beneficio dei propri elettori e/o per il solito valzer delle poltrone? Renzi fa sapere giustamente che non intende subire ricatti. È già pronta una maggioranza alternativa e se Napolitano e una fetta del PD porranno ostacoli, saranno costretti a mandare il Paese alle urne. A questo punto, s’indovina facilmente quale potrà essere la soluzione. Nuovo Centro Destra e Popolari, formazioni neonate in Parlamento e non nel Paese, sono avvertite.

 In definitiva, se in precedenza ho messo in guardia il sindaco di Firenze contro il canto delle sirene, era soprattutto per due motivi: il timore che la minoranza del PD ne approfittasse per riguadagnare la segreteria del partito e lasciare che dopo Letta si bruciasse anche Renzi e che, soprattutto, fosse impossibile “rifare l’Italia” con Alfano e i suoi fratelli. Timori non del tutto sopiti, ma circoscrivibili in un rischio forse minore di quello che costerebbe sia a Renzi che al Paese continuare con un leader che in dieci mesi non è riuscito a presentare neppure una proposta di legge elettorale - che è stato anche il motivo principale in base al quale Napolitano gli ha conferito l’incarico di governo - e che solo alla vigilia della sua decadenza ha indetto una conferenza stampa, per sventolare il libretto delle buone intenzioni, con fare giocondo e fingendo che nulla fosse accaduto.

sergio magaldi   


martedì 11 febbraio 2014

SEGRETI DI PULCINELLA



 Le rivelazioni contenute nel libro di Alan Friedman un tempo sarebbero state catalogate come “Segreti di Pulcinella” e invece i quotidiani di questa mattina si scatenano in ampie disamine circa  il loro contenuto, e un ponte ideale viene gettato tra destra e sinistra dura e pura, unite nel prospettare l'opportunità delle dimissioni del Presidente della Repubblica, colpevole di aver contattato Mario Monti per un eventuale incarico di governo sin dal Giugno 2011. 

 Né mancano le lezioni di “liberalismo” nei confronti di Giorgio Napolitano, di cui non a caso si ricorda il passato di militante comunista e dunque sostanzialmente illiberale, in un Paese libero e giocondo, democratico e felice, quale fu per cinquant’anni  l’Italia democristiana. 

 Ciò che sembra dimenticato è che solo dieci mesi fa le principali forze politiche, con l’eccezione di M5S e poco altro, invocarono la rielezione al Quirinale di Napolitano, benché fossero tutte già consapevoli di quanto oggi rivela il giornalista anglosassone. Il quale, dal canto suo, intervenendo a Piazza Pulita, alle anticipazioni del suo libro in uscita, ha aggiunto una chiosa sul giornalismo italiano, incapace a suo giudizio di “dare notizie libere e non di parte”, come invece accade a lui, giornalista vero, cui non compete minimamente preoccuparsi dell’uso strumentale che può essere fatto della verità.

 E se da destra ora ci si mostra  scandalizzati, naturalmente per il “complotto” ordito in quei mesi nei confronti dell’attuale leader di Forza Italia, dalla sinistra dura e pura e sedicente liberale si pone l’accento ancora una volta sulla “colpa grave” di Napolitano, non certo per aver “complottato” contro Berlusconi, ma per non aver consentito al popolo italiano di andare al voto, invece di “brigare” per installare a Palazzo Chigi un tecnocrate voluto dai poteri forti. 

 Insomma, il vero torto del Presidente sarebbe di non aver mandato gli italiani alle urne con una legge elettorale incostituzionale, definita “Porcellum” e nell’identica prospettiva di riproporre la  governabilità solo attraverso le larghe intese, per di più in un momento in cui la speculazione finanziaria aveva preso di mira l’Italia [si continua a ripetere per far cadere Berlusconi] e la Spagna che, guarda caso, pur non avendo il suo Berlusconi, fu oggetto di un attacco finanziario che fece volare lo spread ancora più in alto di quello italiano.

 Scrive giustamente L’Unità di questa mattina “Giù le mani da Napolitano”, nell’inconscia autocritica di dover difendere da accuse ingiustificate un uomo di quasi novant’anni che, magari sbagliando, ha cercato in buona fede di agire a vantaggio dell’Italia e nell’intento di coprire un sistema politico corrotto e vergognoso, incapace persino di darsi una legge elettorale in grado di garantire la governabilità. 

 Viene da chiedersi a questo punto se il vero scoop del libro di Friedman non consista tanto nella testimonianza, sui fatti in questione, resa da Mario Monti e da altri, quanto piuttosto nel fatto che personaggi così prestigiosi si siano prestati a renderla solo a due anni di distanza da quegli accadimenti. E se tutto questo abbia qualcosa a che vedere con l’improvvisa e frettolosa convocazione di Matteo Renzi ieri notte al Quirinale, prima ancora che al Colle salisse Letta, come in precedenza era stato annunciato. Mi auguro soltanto che ciò non prefiguri la cosiddetta staffetta alla guida del governo, esiziale a mio giudizio, prima di ogni altra considerazione, proprio per la sorte politica di chi ha promesso di voler rifare l’Italia. Ciò che già scrivevo nel post di ieri: Renzi, il canto delle sirene e Beppe Grillo.


sergio magaldi     

lunedì 10 febbraio 2014

RENZI, IL CANTO DELLE SIRENE E BEPPE GRILLO





 L’ipotesi di una staffetta di governo tra Letta e Renzi rientra ormai nel novero delle possibilità. Non è solo il parere dei media, ma quello degli addetti ai lavori della politica. Io continuo a dubitarne. Non posso immaginare che il neosegretario del PD cada ingenuamente nella doppia trappola che amici, compagni e avversari gli stanno preparando. Mi rifiuto di credere che l’ambizione e la volontà di bruciare le tappe dell’ascesa a Palazzo Chigi impediscano a Renzi di vedere la realtà. Come non accorgersi che a sollecitarlo alla staffetta è soprattutto la minoranza del suo partito, nonché il Nuovo Centro-Destra, con il quale sembrava impossibile sino a ieri un accordo per un programma di governo che comprendesse anche le unioni civili? L’intento è abbastanza palese: far uscire il sindaco di Firenze allo scoperto, metterlo nella condizione e nella contraddizione di dover scegliere tra un governo a lunga scadenza [magari sino alla fine delle legislatura] con  Alfano, Lupi e Giovanardi e un governo cosiddetto di scopo con Forza Italia, limitato all’approvazione della legge elettorale.

 Nella prima ipotesi, ad essere messa in dubbio non sarebbe solo l'alleanza del Nazareno con il cavaliere, ma la stessa credibilità di Renzi. Nella seconda, come giustificherebbe il sindaco di Firenze, in termini di popolarità, lo slogan ripetuto ancora di recente: “Mai al governo con Berlusconi, ma solo un accordo sulle regole, come è giusto che sia in ogni paese democratico”? A meno che Renzi non abbia la presunzione di credersi più furbo di chi astutamente gli tende la trappola. Il segretario sa che la vera pietra d’inciampo della riforma è l’abolizione del Senato legislativo e delle Province e la revisione del titolo V della Costituzione, cioè l’unico contenuto convincente dell’intero pacchetto del Nazareno. Sostituendosi a Letta, potrebbe illudersi di avere maggiori garanzie per far passare la riforma. Concordando con il Nuovo Centro-Destra un governo di scopo, sa che il cavaliere non straccerebbe gli accordi. Ma, ecco pronta la seconda trappola: Berlusconi si avvantaggerebbe della presenza di un governo, di cui sarebbe con Grillo l’unico oppositore. Il cavaliere, pur votando una legge elettorale che gli conviene, mostrerebbe all’opinione pubblica l’inconcludenza politica del rottamatore, costretto a gestire un governo sulla falsariga del suo predecessore: nessuna politica per il lavoro, niente unioni civili, nessuna vera riduzione del cuneo fiscale, né riduzione delle tasse per i cittadini, niente di niente: solo una legge elettorale la cui approvazione resterebbe comunque incerta per la presenza nel Parlamento dei franchi tiratori legati alla minoranza del suo partito… almeno 101!

 Insomma, il risultato potrebbe essere il fallimento completo, con il mantenimento del Senato elettivo e legislativo, delle Province e dei poteri abnormi delle Regioni e con il “Consultellum”, cioè il “Porcellum” trasformato dalla Consulta in legge elettorale proporzionale, più o meno come nella Prima Repubblica. E tutto ciò sempre che gli alfanidi siano disposti ad un governo di mero scopo! Il che è piuttosto improbabile, ma non impossibile, tenendo conto che potrebbero essere proprio loro i beneficiari di un esecutivo uscito dalle elezioni con il sistema proporzionale. Il ciclone Renzi si esaurirebbe così in pochi mesi e un Letta bis tornerebbe di moda.

 A meno che Renzi non s’illuda di poter contare su altre maggioranze, formando il governo grazie a un drappello di pentastellati dissidenti, destinato a sciogliersi come neve al sole alle prossime elezioni. Una strada già inutilmente percorsa da Bersani, praticata efficacemente da Letta con i fuoriusciti di Forza Italia e che necessita innanzi tutto dell’approvazione, del tutto improbabile, del Guardiano della soglia. È questa quella che Renzi, proprio ieri, prospettava come la terza soluzione possibile per uscire dallo stallo? Un governo di legislatura con il programma – ha detto –  non tanto di fare la legge elettorale, ma di rifare l’Italia? Rifare l’Italia con i dissidenti pentastellati e con i possibili 101 franchi tiratori del suo partito? Ne dubito, è più probabile che per quella che ha chiamato “la terza soluzione”, Renzi pensi a un governo di larghissime intese con SEL, Nuovo e Vecchio Centro-Destra e con chiunque altro sia disponibile. Crede davvero che un governo del Grande Inciucio, contro il quale ha costruito parte della sua fortuna elettorale, sarebbe in grado di rifare l’Italia? Pensa davvero di mettersi  a capo di un’armata Brancaleone che non reggerebbe unita per l’intera legislatura, che porterebbe a casa pochi provvedimenti e che finirebbe col far aumentare in modo esponenziale il consenso nei confronti di Beppe Grillo, consenso già destinato a crescere per via giudiziaria, in conseguenza dei provvedimenti presi e/o da prendere da parte dei tribunali del Belpaese contro di lui? Non lo credo possibile. Senza riuscire a spaccare il Movimento Cinque Stelle, non sarebbe tanto ingenuo da mettersi a capo di una simile crociata.

 “Chi ce lo fa fare di andare a Palazzo Chigi?, pare abbia detto di recente Renzi ai suoi, anche se nelle stesse ore ha formulato la terza possibile soluzione all’attuale stallo politico. Non ceda alle lusinghe che gli vengono dalle molte sirene e, se è proprio costretto a navigare, come Ulisse si leghi all’albero maestro e prosegua la navigazione, preoccupato soltanto di seguire la rotta già intrapresa. Del patto del Nazareno [si veda il post del 18 Gennaio u.s., L'Incontro del Nazareno] non ha di che pentirsi, né vergognarsi, nonostante i tanti cantori del suo stesso partito che gli remano contro e i duri e puri che da sinistra continuano a suonare le trombe, imputandogli la responsabilità della resurrezione di Berlusconi.

 Prima di ricevere il cavaliere nella sede del Partito Democratico, Renzi aveva tentato un approccio con Grillo e forse era disponibile a scrivere con lui una diversa legge elettorale. Sino al punto di proporre il premio di maggioranza non per le coalizioni, ma per i singoli partiti? Ciò che avrebbe dato al M5S la concreta possibilità di andare al ballottaggio per vincere le elezioni, eliminando davvero il ricatto dei partitini, i quali di fatto con la riforma del Nazareno diventano addirittura determinanti, nonostante si continui astutamente a sostenere il contrario! Non so se Renzi si sarebbe spinto a tal punto, qualora Grillo avesse accettato d’incontrarlo. Una riforma del genere, peraltro conveniente per il PD, non sarebbe stata accettata innanzi tutto nel suo stesso partito, perché troppo sbilanciata a sinistra e avrebbe determinato immediatamente la caduta del governo Letta-Alfano e cementato di nuovo il Centro-Destra. Ma se anche Renzi avesse avuto il coraggio di fare a Grillo una simile proposta, c’è quasi da essere certi che il leader di Cinque Stelle non l’avrebbe accettata, e paradossalmente  non gli si può dare torto, dal suo punto di vista. La fortuna elettorale del Movimento è stata costruita nella conclamata degenerazione del sistema politico italiano che da vent’anni e oltre produce solo corruzione, tasse e miseria crescente per i cittadini. Con quale credibilità andare a trattare con gli attuali partiti politici di cui si continua a sostenere la prossima fine? Non è solo una questione di principio, è soprattutto una questione di voti: Cinque Stelle è un Movimento post-ideologico, la cui base elettorale è formata di elettori delusi di sinistra e di destra e persino di centro ed è l’unica formazione politica capace di far breccia nel partito dell’astensione che ormai ha raggiunto percentuali superiori al 30% dell’intero corpo elettorale.

 Grillo ha dunque ragione a non volersi accordare con Renzi, anche se l’accordo si limitasse ad una legge elettorale in apparenza favorevole al Movimento. Meglio subire quello che con una battuta infelice, ma efficace per i suoi elettori  duri e puri di sinistra, chiama “Pregiudicatellum”, che lo escude da ogni possibilità di andare al ballottaggio, meglio ancora andare a votare senza approvare riforme elettorali ma con il “Consultellum”. Però, neppure Renzi ha torto: stando così le circostanze, l’unica possibilità per lui era stipulare il patto del Nazareno. Persegua ora questa strada sino in fondo, camminando passo dopo passo su un terreno infido ma conosciuto, evitando di farsi trascinare in mare aperto dove potrebbe non avere la forza di Ulisse nel respingere le tante lusinghe delle sirene.


sergio magaldi

lunedì 27 gennaio 2014

LA PAROLA EBREO



 Ci sono i “negazionisti” e ci sono di quelli che “negano” il valore del giorno della memoria, dichiarando che non serve la celebrazione di un solo giorno  e che dovremmo serbare memoria dell’olocausto 365 giorni all’anno, nella mente e nella coscienza. Mentre i primi si commentano da soli, sui secondi bisognerebbe interrogarsi se dietro l’apparente antiretorica in realtà vogliono soltanto che non si parli più dei campi di sterminio.







 Per non dimenticarli e per ricordare come i lager nazisti vengono da lontano: dall’indifferenza, dal razzismo e dall’opinione pubblica avvelenata dalla propaganda di una stampa servile, ecco una pagina dal libro La parola ebreo  di Rosetta Loy:










 Si vedano anche in questo blog:








sergio magaldi

giovedì 23 gennaio 2014

CAPITALE UMANO E CAPITALE FINANZIARIO



Human Capital,  il romanzo pubblicato da  Stephen Amidon e giudicato da Jonathan Yardley, critico del “Washington Post”, tra i migliori cinque romanzi del 2004, non risente negativamente della trasposizione cinematografica realizzata da Paolo Virzì, benché siano trascorsi dieci anni dalla sua uscita e l’ambiente in cui si svolge la narrazione non sia quello del Connecticut ma quello della Brianza. Il film si adatta bene all’Italia dei nostri giorni e più in generale a questa fase storica della globalizzazione, in cui il capitale finanziario detta tempi e modi delle dinamiche sociali. Con la realtà che è sotto gli occhi di tutti: tassare sempre di più il cittadino divenuto ormai suddito, perché lo stato possa mantenere il suo apparato senza finire in bancarotta, disinvestire nella produzione di beni, creando disoccupazione e di conseguenza forza lavoro a buon mercato, aumentare in modo esponenziale il tasso di povertà perché la ricchezza si concentri nelle mani dei pochi che detengono il capitale finanziario.    




 Il contrasto tra il cosiddetto capitale umano – inteso come il valore monetario attribuito alla vita umana dalle compagnie di assicurazione – e  il capitalismo produttivo, c’è sempre stato, secondo una logica che ubbidiva alla contrapposizione storica  tra capitale e lavoro. Il fatto nuovo e sotto gli occhi di tutti è l’insorgere di una nuova e sempre più preponderante forma di organizzazione e distribuzione della ricchezza: il capitalismo finanziario, di fronte al quale il capitale umano si riduce a pochi spiccioli.

 La dialettica hegeliano-marxiana [tesi-antitesi] si è infine risolta in una sintesi che non è quella vagheggiata dal materialismo storico e/o dall’idealismo metafisico e ubbidisce ad una logica prima d’ora sconosciuta che cementa di fatto l’alleanza tra capitalismo delle merci e lavoro salariato contro il capitalismo finanziario dell’età della globalizzazione. La lotta è impari, perché alla piccola e media imprenditoria viene a mancare il credito gestito dalle banche per conto dell’alta finanza e il lavoratore sarà costretto ad accettare la diminuzione di valore della forza lavoro che è anche l’unico bene di cui dispone. Può così accadere che l’imprenditore si trasformi a sua volta in lavoratore salariato o sia portato a disinvestire dalla produzione di beni, merci e servizi per investire nel mondo della finanza. Incentivato anche dal diverso sistema di tassazione che, per esempio, in Italia è di circa il 50% sul capitale produttivo e il reddito da lavoro e tra il 12 e il 20% sul capitale finanziario.

 È  un po’ quello che accade a Dino Ossola [Fabrizio Bentivoglio], l’agente immobiliare brianzolo del film di Paolo Virzì che investe nella finanza tutto quello che ha e anche quello che non ha. L’occasione gli viene dal rapporto di amicizia sentimentale che lega sua figlia Serena [Matilde Gioli, in una interpretazione efficace e tanto più sorprendente trattandosi quasi di un’esordiente] al figlio di uno squalo della finanza. Dino Ossola e Giovanni Bernaschi [Fabrizio Gifuni] cominciano con una partita di tennis insieme per poi legarsi in un rapporto d’affari dove, fin dall’inizio, è sin troppo evidente chi finirà per perdere e sarà disposto a tutto pur di non soccombere.

 La Lega Nord non ha gradito la rappresentazione della Brianza quale emerge dal film di Verzì, tra speculatori arricchiti e piccoli imprenditori che si aggrappano ai primi con ogni mezzo, lecito e illecito, pur di sfuggire alla crisi. E soprattutto non ha sorriso della macchietta del consigliere di amministrazione del teatro che Carla Bernaschi [Valeria Bruni Tedeschi, in una interpretazione fisicamente ed emotivamente inappuntabile], moglie di Giovanni, intende restaurare dopo averlo ricevuto in dono dal marito. Col fazzoletto verde che gli spunta dal taschino, il cellulare che lo avverte delle chiamate con il Va’ Pensiero, e con la proposta di  far inaugurare il teatro dal coro della Padania. Mancanza di spirito di alcuni dirigenti leghisti e/o rifiuto di accettare una realtà che l’esigenza dello spettacolo porta di necessità ad estremizzare?

 Non meno interessante – ancorché si svolga su un terreno positivo in cui, a differenza degli uomini,  si muovono tutte le donne del film – è il confronto tra Roberta [Come sempre un’ottima Valeria Golino] la compagna di Dino, e  Carla, la moglie di Giovanni. Dove la prima, anche in virtù della sua professione, si dimostra particolarmente sensibile verso il mondo che la circonda, la seconda, benché appaia china su se stessa e si conceda momenti di bovarismo – per evadere dalla gabbia d’oro in cui l’ha chiusa il cinismo del marito – manifesta un interesse culturale che sa di nostalgia per il “tempo perduto” e un bagliore di coscienza nel rimproverare al marito di essere tra quelli che hanno scommesso sulla rovina dell’Italia e che hanno vinto. Salvo poi a sentirsi rispondere da Giovanni: “Siamo… tra quelli che hanno scommesso…”.

 Giovanna Trinchella su Il Fatto Quotidiano del 12 Gennaio parla del lavoro di Virzì come di un film imperfetto: “ […] fa lasciare la sala cinematografica con un senso di insoddisfazione frustrante perché, nonostante la bravura del cast, il nitore della fotografia, la regia equilibrata, risulta monco. La divisione in quattro capitoli – Dino, Carla, Serena e il Capitale umano – trascura emotivamente e narrativamente proprio quella che avrebbe dovuto essere la figura più importante delle pellicola ovvero il ciclista che muore dopo essere stato investito. Un personaggio questo – con cui il regista avrebbe dovuto farci entrare in empatia – e che invece viene relegato nello spazio di una figurina; inserito a stento nell’album principale. Un tassello quasi insignificante, neanche un comprimario. Messo lì in una tabella, come quella della quantificazione del risarcimento dei danni.” 

 Più che di “insoddisfazione frustrante”, parlerei di sospensione temporanea del giudizio, al momento di uscire dal cinema, per un film che ha tutti gli ingredienti per essere considerato ottimo, cui pure manca qualcosa per emozionare. E non si tratta di quello che la Trinchella immagina perché, se Virzì avesse aggiunto al film un capitolo intestato al cameriere-ciclista, alla vittima, avrebbe finito probabilmente con lo sminuire proprio ciò che ha inteso sottolineare: l’insignificanza che la vita ha nel nostro tempo, simbolicamente espressa dalla cifra che le compagnie di assicurazione assegnano al capitale umano.







 Perché allora un film, cui non manca nulla, e che mette il dito efficacemente sulla crisi italiana ed europea, non arriva ad emozionare lo spettatore? Intanto perché, con l’eccezione del finale [e del “finale del finale” diverso da quello del romanzo] appare talora scontato nelle sequenze narrative e soprattutto perché ha l’aria di un compito ben fatto, impeccabile persino, dove tuttavia è assente il colpo d’ala della fantasia, che è parte integrante della finzione cinematografica e di ogni espressione artistica.


sergio magaldi    

sabato 18 gennaio 2014

L' INCONTRO DEL NAZARENO




 Più che l’incontro del Nazareno  tra Renzi e Berlusconi, che almeno di clamorose sorprese sarà solo interlocutorio, mi sembra interessante l’esame dei commenti e degli anatemi che l’hanno preceduto. L’opposizione di destra e di sinistra all’interno del PD ha tentato compattamente e sino all’ultimo di scongiurare una simile iattura. La destra, perché ritiene che un eventuale accordo tra il segretario e il cavaliere comporterebbe automaticamente la fine del governo delle larghe intese [che peraltro non sono così larghe da quando Forza Italia se n’è tratta fuori], la sinistra, perché non ha mai visto di buon occhio “il rottamatore” e ancora di più perché sta ancora assaporando il gusto dell’uscita di Berlusconi fuori dal “sistema” per via giudiziaria, dopo aver tentato invano per vent’anni di sconfiggerlo politicamente e, per incredibile paradosso, di venire a patti con lui.

 Se non ricordo male, non è stata proprio la sinistra a sostenere che in democrazia l’intesa sulle regole va ricercata con tutte le forze in campo, perché è cosa assai diversa dalla maggioranza che sostiene il governo? Forse mi sbaglio. Resta il fatto che la modifica della legge elettorale, che comprende anche la trasformazione dei senatori da membri del Parlamento a rappresentanti non retribuiti delle autonomie, richiede di necessità un accordo tra le principali forze politiche. E allora dov’è lo scandalo dell’incontro del Nazareno? È forse imputabile a Renzi il fatto che Berlusconi, condannato per reato fiscale, sia ancora il capo riconosciuto del centro-destra? Un minimo di buon senso e di coerenza avrebbe aiutato molti a tenere la bocca chiusa prima di lanciare l’anatema. Gli stessi che meno di un anno fa avevano dato vita al governo delle larghe intese, siglando un patto con Silvio Berlusconi e che prima delle elezioni dello scorso Febbraio, insieme al cavaliere avevano sostenuto il governo Monti.

 La levata di scudi di tanti epigoni di DC e PC nasconde in realtà propositi detti e non detti, una sostanziale mancanza di spirito democratico e una instancabile determinazione a lasciare che L’Italia vada in malora, purché trovino sfogo rancori personali e siano soddisfatti piccoli interessi di retrobottega. Con loro, i tanti giornalisti, più o meno schierati sul fronte del centro-sinistra, onnipresenti  nei Talk show e sempre pronti a dare eco alla “voce del padrone”, di coloro cioè che si preoccupano che la “stabilità cimiteriale” del Paese possa essere alterata. Persino Travaglio, di cui non si può certo dubitare l’avversione a Berlusconi e al berlusconismo, ha ritenuto che per Renzi non vi fossero alternative. Ma i benpensanti non sono di questo avviso, e ritengono che la mossa di Renzi, resuscita Berlusconi, fa uno sgarbo ad Alfano e affonda Letta.

 Per non parlare dei commenti dei politici del Nuovo Centro Destra all’annuncio dell’incontro del Nazareno: dalle minacce, si passa con disinvoltura a similitudini come quella che non avrei mai creduto di udire e cioè che, con l’accordo tra Renzi e Berlusconi, saremmo di fronte ad un nuovo patto scellerato Stalin-Von Ribbentrop!

sergio magaldi

giovedì 16 gennaio 2014

PARALISI PROGRESSIVA E FORSE IRREVERSIBILE DEL "SISTEMA ITALIA"




 La paralisi progressiva e forse irreversibile del “Sistema Italia” è sotto gli occhi di tutti. Le cause della malattia sono tante, proviamo a indicarne qualcuna, più che mai convinti che per la guarigione occorrerebbe un miracolo.

- Il governo del Partito Democratico, di Scelta Civica e del Nuovo Centro Destra  ha voluto e gestito una politica di rapina nei confronti dei sudditi: aumento dell’IVA, ripristino dell’IMU sulla prima casa, in misura tale da far rimpiangere l’ICI, rivalutazione talora esponenziale delle rendite catastali sugli immobili urbani [indiscriminata, non limitata ai centri storici e all’abolizione delle categorie, ormai anacronistiche A5 e A4, e senza tener conto dello stato reale delle singole unità abitative] che farà lievitare ancora di più l’IMU, sia sulle abitazioni principali che sulle seconde case, introduzione della tassa sui cosiddetti servizi indivisibili, pedaggi autostradali elevati mediamente del 10% con punte che si avvicinano al 20% sulle autostrade del nord, dove il traffico delle merci è più intenso, saldi retroattivi d’inizio d’anno su IMU e Nettezza Urbana [TARES], tanto per introdurci a un 2014 costellato di balzelli, e così via…

 Non un euro è stato sottratto ai politici e agli sprechi della politica, alle retribuzioni, liquidazioni e pensioni d’oro, nulla si è fatto per mitigare i privilegi e l’evasione fiscale delle tante corporazioni, alcune delle quali si avvantaggeranno addirittura della nuova ondata di imposte [per esempio i commercialisti, chiamati a far luce sul calendario e l’entità dei pagamenti, e gli avvocati, per i ricorsi che già fioccano contro l’Agenzia delle Entrate, ecc…].

 Il risultato di questa politica lungimirante, che gli ingenui si limitano a definire errata, mentre in realtà è espressamente voluta, è l’esatto contrario di quello che fa finta di essere: si sta lavorando alacremente non alla crescita ma alla decrescita produttiva, con il crollo dei consumi, l’estendersi della povertà, l’aumento della disoccupazione, il fallimento di un ulteriore ed elevato numero di aziende sul territorio nazionale, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, l’esportazione dei capitali, e la politica degli investimenti produttivi all’estero. 

- I partiti, dal canto loro, si misurano per l’ennesima volta sulla riforma della legge elettorale a suon di veti incrociati e c’è da scommettere che partoriranno un mostro o più probabilmente certificheranno la loro perenne sterilità, finendo per consegnare alle urne il vigente sistema proporzionale [dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale che ha soppresso il “Porcellum”], per ripristinare la prima Repubblica e l’alleanza tra vecchia e nuova Democrazia Cristiana [PD e ruote di scorta di centro e di destra], e per fare in modo che tutto rimanga esattamente com’è [Si veda il post  Cambiare... perché tutto resti come prima], con margini di peggioramento che già s’intravedono, per la vita dei sudditi.

- Regioni, province, comuni ed enti vari continuano intanto nella sistematica spoliazione del Paese e c’è da ringraziare la Magistratura se di tanto in tanto il suddito viene a conoscenza di come siano utilizzati i soldi pubblici. Per quanto apprezzabile, tuttavia, il lavoro dei giudici non riuscirà ad impedire la corruttela sistematica che è parte integrante del sistema politico-partitico, così come non ci riuscì “Mani Pulite”.

- I media, con qualche rara eccezione, invece di gridare forte ciò che sarebbe giusto fare secondo una logica di buon senso, si limitano a chiosare le dichiarazioni dei politici in funzione della chiesa cui appartengono e delle lobby che li finanziano. Bravi nel cercare il pelo nell’uovo quando via sia il tornaconto, ciechi muti e sordi quando si tratti di testimoniare una verità sgradita.

 Esemplificativo, a questo riguardo, quanto è avvenuto in questi giorni a proposito del referendum lanciato in rete da Beppe Grillo sul reato di clandestinità. Pronti alla critica, allorché il leader del Movimento Cinque Stelle giudicò inopportuna l’abolizione del reato, dichiarando che una battaglia del genere in campagna elettorale avrebbe determinato per il Movimento risultati da prefisso telefonico [ciò che gli valse la patente di opportunista, razzista e neofascista], altrettanto critici oggi che la maggioranza dei grillini [circa il 60%] si è espressa per l’abolizione del reato di clandestinità.

 Persino Il Fatto Quotidiano ha avuto da ridire che la votazione in rete sia stata fatta con tanta precipitazione! Col rimpianto evidente che la politica dei Cinque Stelle non segua lo stesso ritmo degli altri partiti! La verità è che Beppe Grillo ha dato a tutti una lezione di democrazia sostanziale. Se l’ha fatto perché intuiva quale fosse la volontà maggioritaria all’interno del Movimento, poco importa. Resta la coerenza di aver accettato una condizione di minoranza e soprattutto di aver ribadito che tra i grillini possono coesistere e confrontarsi, almeno in questa fase storica, caratterizzata dall’uso strumentale dell’ideologia, posizioni anche in forte antagonismo tra loro, ma tutte caratterizzate dall’esigenza di mandare a casa questa vergognosa classe politica.

 Mutatis mutandis, non dissimile l’atteggiamento dei media nei confronti del neosegretario del Partito Democratico. Braccato quotidianamente per carpirne dichiarazioni che ne lascino trapelare le “vere” intenzioni – sulle quali discettare per riempire Talk show e colonne di giornali – Matteo Renzi risulta di sicuro anomalo nel panorama politico italiano, proprio come Beppe Grillo. Si cerca di mostrare che il gradimento di cui è fatto oggetto da una consistente parte dell’opinione pubblica, dipende unicamente dal giovanilismo e dalla spregiudicatezza dei modi, così distanti dalle maniere felpate della politica. Lo si rappresenta come il democristiano furbo e ambizioso [in realtà per ragioni anagrafiche non ha mai fatto parte della DC ma solo del Partito Popolare e della Margherita], il Gian Burrasca che ha mandato a casa la vecchia nomenclatura ex PC e DS. Un uomo tanto distante dalla sinistra da costringere un rivoluzionario come Fassina a dimettersi da un governo che non ubbidisce più ad un autentico riformista come Enrico Letta, ma prende ordini da un segretario di partito, autoritario e distante anni luce dalla “vera” tradizione socialista.

 Opinioni, a quanto pare, condivise – secondo quanto scrive Carlo Puca sull’ultimo numero di Panorama – da quanti nel Partito Democratico starebbero organizzando la minoranza di Fronte Democratico. Tutti, più o meno, vecchi militanti della sinistra, che se vedono bene Renzi come “acchiappavoti”, lo vedono meno bene alla guida del partito. Tutta gente che nella vita pubblica e privata non ha fatto né detto altro che “cose di sinistra” [?!], al contrario di questo “vu’ cumprà democristiano” che in pochi mesi pretende di fare le riforme di cui per decenni si è discusso tra le principali forze politiche del Paese e che si permette d’invitare Letta [personaggio sempre gradito alla vecchia nomenclatura e non solo] a non usare il “democristianese” nel parlare del programma di governo.

 Abolizione del finanziamento della politica, soppressione delle Province, taglio degli sprechi, fine del bicameralismo perfetto che paralizza le legislature e trasformazione dei senatori in rappresentanti non retribuiti delle autonomie, decurtazioni delle pensioni d’oro, un piano per il lavoro [Job Act], decadenza del reato di clandestinità, introduzione dello Ius soli e delle Unioni civili, riforma elettorale in senso maggioritario… sono da considerarsi politiche di centro, di destra o di sinistra?

 Qui cominciano i “distinguo” e le tante considerazioni sulla sostanza e sull’attuazione di queste riforme. C’è chi a sinistra vede come fumo agli occhi la rinuncia al denaro pubblico per i partiti, chi preferirebbe il sistema proporzionale per perpetuare all’infinito le larghe intese, chi irride ad un piano per il lavoro scritto da dilettanti [magari giustamente perché senza aumento dei consumi e degli investimenti qualsiasi Job Act risulta inutile], chi storce il naso sulle unioni civili, chi insomma fa di tutto perché non si faccia nulla e si continui a parlare all’infinito…

 E ancora, nel vasto panorama mediatico c’è chi rilancia il solito e sempre efficace discorso sulla dietrologia: “Chi c’è dietro Matteo Renzi?” che ricalca quello già fatto a proposito di Grillo e Casaleggio, e chi assicura che il sindaco fiorentino starebbe per dar vita al “renzismo”, un sistema di potere che ricalcherebbe il già sperimentato “berlusconismo”, dove le tante promesse servirebbero unicamente ad attrarre gli elettori per poi amministrare l’esistente nel solito, dolce far niente.

 È possibile che tutti costoro abbiano ragione, ma se si crede anche solo in parte che le proposte di Matteo Renzi e/o quelle di Beppe Grillo, opportunamente realizzate, servirebbero a rendere più accettabile l’infelice sorte dei sudditi italiani, perché non provare a sostenerle con coraggio? La verità è che in Italia il cosiddetto Quarto Potere è solo la facciata dietro la quale si consumano, con qualche rara eccezione, gli stessi interessi faziosi delle lobby e dei partiti.  

sergio magaldi