lunedì 11 luglio 2016

CONTE DEI MIRACOLI e... dei rimpianti

theguardian.com


 Con la Spagna campione d’Europa uscente, l’Italia calcistica fa l’impresa grazie al miracolo di Conte, da me auspicato alla vigilia, anche alla luce del pesante intervento degli dei del calcio nel condizionare gli accoppiamenti degli scontri ad eliminazione diretta [vedi il post GLI DEI DEL CALCIO AGLI EUROPEI 2016 e clicca sul titolo per leggere]. Per la verità, l’intervento soprannaturale l’avevo invocato non solo in virtù del gioco scadente, ancorché spesso redditizio, messo in mostra dagli azzurri nei due anni della gestione Conte, ma soprattutto in considerazione del fatto che, dopo la convincente vittoria sul Belgio, seconda nel ranking mondiale, l’Italia aveva deluso nelle due successive partite, l’una vinta con la Scozia, l’altra persa con l’Irlanda. Una prova quella contro la Spagna che addirittura supera la prestazione fornita contro il Belgio, trasformando calciatori considerati mediamente modesti [se si escludono i 4 del pacchetto arretrato] in altrettanti campioni. Poteva Conte ripetere il miracolo contro la Germania, campione del mondo in carica? Poteva, e l’Italia è stata ad un passo dalla prestigiosa qualificazione alle semifinali. Ha tenuto testa ai tedeschi per 120 minuti ed ha finito col cedere quando aveva già in mano (o meglio, sui piedi) la vittoria. Come si fa – si chiede al termine della partita un Buffon in lacrime – a perdere una partita ai rigori quando l’avversario sbaglia per ben tre volte? Il fatto è che gli azzurri di rigori ne hanno sbagliati quattro, ma più clamoroso ancora è che, al penultimo dei cinque tiri dal dischetto, l’Italia era in vantaggio, nonostante l’errore di Zaza che, prima di calciare alle stelle, si era esibito in un inguardabile e prolungato zampettio per ingannare Neuer. Cosa fa Pellé al quarto tiro? Ignorando il presagio lanciato dal collega di reparto, pensa di uccellare uno dei migliori portieri al mondo con il gesto dello scavetto e calcia fuori la palla. Si sa che i rigori si possono sbagliare, è successo anche a Baggio e a Messi, ma qui ci sono almeno tre aspetti sui quali vale la pena riflettere. Il primo è che abbiamo perso la semifinale e forse la finale europea grazie agli errori delle due uniche punte azzurre. Il secondo è che i due attaccanti italiani all’errore hanno aggiunto il ridicolo, soprattutto considerando la statura calcistica del portiere tedesco a fronte della loro scarsa fama: Zaza è riserva nella Juve e Pellé lo è nel Southampton. Il terzo aspetto chiama in causa Conte che ha portato a Parigi solo due punte centrali, per l’appunto Zaza e Pellé [se si esclude Immobile, a volte inguardabile], lasciando a casa Pavoletti, Gabbiadini, Belotti, Lapadula e anche Berardi che, se non è un centravanti vero e proprio, è comunque un attaccante di valore. In epoca non sospetta, quando Conte allenava la Juventus, scrivevo[ post del 26 febbraio 2012]: “L’ideale di Conte, in fondo, è di avere in squadra 10 terzini che sappiano anche fare goal! Per dirla più elegantemente, egli vuole tutti giocatori di movimento che all’occorrenza sappiano difendere e attaccare”. Ottima idea in teoria, ma in pratica la sua quasi perfetta organizzazione di gioco finisce spesso per sfiancare le punte e snaturare la funzione terminale del gioco d’attacco.

 Tutto ciò premesso, non si può non riconoscere a Conte il grande merito del lavoro compiuto, che non solo ha parzialmente coperto le responsabilità degli organi calcistici nazionali, ma che ad un certo punto ha finito per far sognare gli italiani, inizialmente scettici nella resa europea di questa Italia del pallone. Conte aveva detto alla vigilia di Euro 2016 che, quale fosse stato il risultato raggiunto, l’importante sarebbe stato non avere rimpianti. Ebbene, i rimpianti ci sono anche se insieme ai miracoli: non solo per gli incredibili errori dal dischetto, ma anche perché alla finalissima europea è andato il Portogallo, terza squadra ripescata del proprio girone, dopo i pareggi con Austria, Ungheria e Islanda, e vincitrice agli ottavi e ai quarti, tra calci di rigore e tempi supplementari, contro Croazia e Polonia e approdata alla finale con l’unica vittoria nell’arco dei novanta minuti contro il Galles. Per non parlare dell’altra squadra finalista, la Francia che, dopo aver vinto con Romania e Albania, pareggiato con la Svizzera e superato Irlanda e Islanda, si è trovata di fronte la Germania – unico scontro di grande livello – superata in semifinale, grazie ad un rigore, ispirato dai già menzionati dei del calcio, che gli ha spianato la strada verso il successo. Alla fine però vince il Portogallo, nonostante l’infortunio di Cristiano Ronaldo [per una volta meno antipatico di sempre in veste di vice-allenatore] e in virtù della tattica suicida degli afrofrancesi che hanno tenuto mister 100 milioni [Pogba] al centro del campo a fare piccoli e insignificanti passaggi, in luogo di affiancarlo a Sissoko [peraltro sostituito proprio nei momenti decisivi] nell’attaccare la porta dei lusitani, ben protetta da un ottimo Rui Patrício.

 In conclusione, una tra le poche note liete di questi europei è stata che nessuna delle quattro squadre privilegiate dagli dei del calcio [Francia, Germania, Spagna e Inghilterra] sia riuscita a vincere, mentre a sollevare la coppa è il Portogallo, uno dei quattro outsider [Belgio, Portogallo, Italia e Croazia] che, secondo la sapiente e divina regia, si sarebbero dovuti eliminare tra di loro. Infatti, se tutto fosse andato secondo previsioni, il Portogallo, prima del girone F, avrebbe incontrato l’Italia [presumibile 2.a del girone E], e il Belgio [presumibile 1.a del girone E] avrebbe incrociato la Croazia [presumibile 2.a del girone D, dopo la Spagna]. Insomma e per fortuna: non è solo il diavolo a fare le pentole senza i coperchi, qualche volta ci riescono anche gli dei…

sergio magaldi

sabato 9 luglio 2016

IL GRANDE ANDROGINO [Parte Terza]



SEGUE da IL GRANDE ANDROGINO[Parte Prima] e da IL GRANDE ANDROGINO[Parte Seconda]. Clicca su ciascun titolo per leggere.


Alcuni trattati ermetici sostengono che è il mondo ad essere creato a immagine e somiglianza di Dio, non l'uomo, e se il creatore è eterno e ingenerato (aidios), la realtà (mondo, cosmo) che è generata, è soltanto immortale (atanatos). L'uomo, invece, non è né eterno né immortale, perché generato dal mondo, sebbene egli partecipi dell'immortalità mediante l'intelletto (nous). Cosa debba intendersi per nous nella letteratura ermetica è argomento assai complesso. Si può tuttavia provare a riassumerne i diversi significati, con le parole stesse del Pimandro, secondo il quale l’intelletto proviene da Dio, così come la luce si dispiega dal Sole. Se pure partecipa dell’intelletto divino, l’essere umano è soltanto terzo nella gerarchia:

  "Primo di tutti gli esseri, in realtà è Dio, eterno, ingenerato, creatore dell'universo; secondo è colui che è stato creato da Dio a sua immagine e che da Dio è tenuto in vita, nutrito e dotato di immortalità...Il Padre dunque, generandosi da sé, è eterno, il mondo invece, essendo generato dal Padre, è generato ed è immortale. E quanta materia era soggetta alla sua volontà, tutta questa il Padre la foggiò in forma di corpo e, avendole dato un volume, la rese sferica...Dio circondò il tutto di immortalità, affinché, anche se la materia volesse separarsi dalla composizione di questo corpo, non potesse dissolversi tornando al disordine che le è proprio...I corpi degli esseri celesti possiedono un unico ordine, quello che hanno ricevuto dal Padre fin dalla loro origine; e quest'ordine è conservato immutabile dal ritornare periodico di ciascuno di essi al suo posto primitivo (il ritorno periodico degli astri a un punto fissato della loro traiettoria, indica quindi l'immobilità dell'ordine celeste)...Il terzo essere vivente è l'uomo, creato a immagine del mondo, e che, a differenza degli altri esseri terrestri, possiede l'intelletto per volontà del Padre; non solo è unito per affinità al secondo dio, ma può conoscere il primo dio con la facoltà intellettiva." [1]

Il medesimo concetto, dell'uomo creato a immagine del mondo, è ripreso nel IX  Discorso: "Dio è dunque il padre del mondo, il mondo il padre di tutti gli esseri che si trovano in esso; il mondo a sua volta è figlio di Dio, e gli esseri che sono nel mondo sono figli del mondo. E giustamente il mondo è stato definito kosmos (ordine), perché ordina tutti gli esseri per mezzo delle varie qualità delle generazioni, per mezzo della continuità della vita, della sua instancabile attività, del rapido movimento imposto dal destino, della combinazione degli elementi, e della disposizione ordinata di tutti gli esseri che nascono." [2]

E di nuovo è ripreso nel X Discorso per sostenere che il mondo è bello ma non buono perché soggetto a passioni:  "Chi è dunque il dio materiale di cui parli?",chiede Asceplio ad Ermete ed Ermete risponde: "Il mondo, che è bello, ma non buono; è costituito infatti di materia, è soggetto a passioni ed è il primo di tutti gli esseri passibili; è il secondo nella serie degli esseri, ed è incompleto in sé stesso, ha avuto anch'esso un principio della sua esistenza, ma esiste sempre, perché esiste nel divenire..."[3]

È riproposto  anche  per ribadire la gerarchia degli esseri: Dio, il cosmo e l'uomo: "...Vi sono dunque questi tre esseri: Dio che è il padre e il bene al tempo stesso, il cosmo e l'uomo. Dio contiene il cosmo; il cosmo l'uomo; il cosmo nasce come figlio di Dio, l'uomo del cosmo, quindi come nipote di Dio."  [4]. In proposito, B.M. Todini Portogalli osserva: "La concezione di un profondo legame tra i tre esseri divini: Dio, il mondo, l'uomo è il tema centrale dell'ermetismo, e deriva evidentemente dal tema stoico della sumpateia (simpatia), principio di accordo e di unità del cosmo." [5]  

Il tema dell’essere umano creato a immagine e somiglianza del mondo è ancora contenuto nel discorso che l'intelletto o nous rivolge a Ermete per meglio fissare, in rapporto a Dio, i concetti di eternità, cosmo o mondo, tempo e divenire: "...Dio crea l'eternità, l'eternità il mondo, il mondo il tempo, il tempo il divenire. L'essenza di Dio è per così dire la saggezza; dell'eternità l'identità; del mondo l'ordine; del tempo il mutare, del divenire la vita e la morte...Così dunque l'eternità è in Dio, il mondo nell'eternità, il tempo nel mondo, il divenire nel tempo. E mentre l'eternità sta immobile intorno a Dio, il mondo è in movimento nell'eternità, il tempo si compie nel mondo, il divenire diviene nel tempo."  [6]

Ribadito di nuovo lo stesso concetto per definire, in rapporto al cosmo, i reali significati di morte, trasformazione, visibile, invisibile, rotazione e sparizione:  L'eternità è dunque immagine di Dio, il mondo immagine dell'eternità, il sole del mondo, l'uomo del sole. Il cambiamento è definito come morte, per il fatto che il corpo si disgrega e la vita si dissolve nell'invisibile. Gli esseri che si disgregano in tal modo, mio caro Ermete, e anche il mondo, io dico che si trasformano, per il fatto che ogni giorno una parte del mondo va nell'invisibile, ma non si dissolvono. Queste sono le perturbazioni che subisce il mondo: la rotazione e la sparizione. La rotazione è rivoluzione, la sparizione é rinnovamento."[7].

Per quanto la concezione ermetica ricordi il Timeo platonico nel fare del cosmo l'immagine stessa di Dio e dell'eternità, passaggio dal caos all'ordine, topos generato e immortale, per quanto i trattati ermetici parlino del cosmo come di un secondo dio, non bisogna dimenticare il carattere sostanzialmente monoteistico della teologia ermetica: ei kai monos, uno e solo, è il fondamento stesso della divinità e il nous così parla ad Ermete:

  "Che esista dunque un creatore di queste cose, è chiaro; che sia anche unico, è ancora più evidente; una è l'anima, infatti, una la materia, una la vita. Chi è dunque questo creatore? Chi altro se non Dio, che è unico? A chi altro infatti si converrebbe creare esseri animati, se non a Dio solo? Dio dunque è unico. Sarebbe una cosa del tutto ridicola: hai ammesso con me che il mondo è sempre uno, uno il sole, una la luna, una l'attività divina, e vorresti che Dio proprio lui, fosse membro di una serie?"[8]

Dio-Uno è davvero il Grande Androgino descritto nel primo capitolo del Genesi, in alcuni trattati ermetici e nel pantheon delle diverse religioni? In contrasto con quanto si afferma sia nel Pimandro che nell'Asclepio, nel già menzionato discorso del nous ad Ermete, la soluzione prospettata, nonostante l'apparente dualismo, è decisamente in armonia col pensiero complessivo dell'ermetismo. Per un verso Dio, come principio trascendente, è incorporeo e dunque privo di forma, per altro verso Dio, creatore del cosmo, presenta tutte le forme:

   "Il mondo è multiforme, non perché contiene in sé stesso le forme, ma perché muta in se stesso. Poiché dunque il mondo è stato creato multiforme, come può essere colui che lo ha creato? Non potrebbe essere privo di forma. D'altra parte, se egli è multiforme, risulta che è uguale al mondo. Ma se possiede una sola forma? In questo sarà inferiore al mondo. Come possiamo dunque dire che è, per non lasciare il discorso senza una conclusione certa? Niente vi è infatti di dubbio per noi nella conoscenza di Dio. Dio quindi ha una sola forma che sia propria di Dio, la quale non sia però oggetto degli organi della vista, e cioè incorporea; Dio presenta tutte le forme attraverso i corpi." [9]

Poiché, dunque, c'è forma solo per rapporto alla materia, Dio non ha forma, né può improntare di sé una qualsiasi forma da trasmettere all'uomo.  Non diversamente, gli stoici (Zenone, Cleante e Crisippo, IV - III sec. a. C.), secondo le testimonianze degli antichi, considerano il cosmo uno, generato e immortale [10] C'è tuttavia da osservare che, nella concezione stoica, Dio stesso è identificato con l'intero cosmo:"Per loro dio non è altro che l'intero cosmo con tutte le sue parti. E affermano che questo è uno solo, finito, vivente, eterno e divino. Nel cosmo sono compresi tutti i corpi, né v'è traccia di vuoto. Danno il nome di Dio alla qualità derivata da tutta la sostanza, e non a ciò che possiede una tale disposizione in conformità con l'ordine universale. Pertanto, in coerenza con la prima definizione sostengono che il cosmo è eterno, mentre con riferimento al suo ordinamento dicono che è generato, soggetto a un infinito cambiamento ciclicamente ripetuto nel passato e nel futuro. Ma per quanto riguarda la qualità che proviene da tutta la sua sostanza il cosmo è eterno e divino." [11]

Mi sembra interessante osservare come Giordano Bruno in De la causa, principio e uno pervenga in gran parte a risultati analoghi nel considerare il rapporto Dio - cosmo. Soluzione più stoica, dunque, che ermetica, quella del grande Nolano, anche valutando con tutto il rispetto le acute analisi della Yates sull'ermetismo di Bruno (Frances A. Yates, Giordano Bruno and the Hermetic Tradition, Londra, 1964; trad. it. Laterza, Bari, 3.a ed., 1992 ). [SEGUE]

[1] Cfr., Discorsi di Ermete Trismegisto, cit., VIII, pp. 80 - 82. Il corsivo in parentesi è contenuto in una nota di B. M. Todini Portogalli,curatrice del volume, in calce al testo.
[2]Discorsi,cit.,IX,8,pp.87-88
[3] Ibid., X,10, p. 96.
[4] Ibid., X, 14, p. 98.
[5] Ibid., p. 102, nota 26
[6] Ibid., XI, 2, pp. 106 - 107
[7]  Ibid., XI, 5, p. 114.
[8] Cfr., Discorsi, cit., XI, 11, p. 112.
[9] Ibid., XI, 16, pp. 114 - 115.
[10]cfr., Stoici antichi. Tutti i frammenti, raccolti da Hans von Arnim, trad. it. di R. Radice, testo greco e latino a fronte, Rusconi, Milano, 2.a ed., 1999,  frr. (B. f)528 - 533, pp. 615 - 617.
[11] Ibid., (B.f)528, p. 615. 


lunedì 4 luglio 2016

IL GRANDE ANDROGINO [Parte Seconda]



Segue da IL GRANDE ANDROGINO [Parte Prima], clicca sul titolo per leggere.

L'idea di un Grande Androgino primordiale si spiega con l'esigenza di coniugare insieme la capacità di generare (principio femminile) e il principio maschile o fecondatore e benché la Bibbia si sforzi di dimostrare che Dio creò tutto con la parola, quando egli pronuncia per l'ottava volta le parole creative (i dieci 'Dio disse' del primo capitolo del Genesi) non può fare a meno di rivelare la sua natura - di cui l'uomo partecipa in immagine e somiglianza - di maschio e femmina allo stesso tempo.

La medesima esigenza conduce numerose altre tradizioni ad assumere una concezione per lo più identica. Scrive in proposito B.M. Todini Portogalli [Discorsi di Ermete Trismegisto, “Pimandro”, Boringhieri, I Ed.,1965, p. 31, nota 5]:“Questa concezione di Dio dotato di doppia natura, femminile e maschile, è molto comune nella letteratura religioso-filosofica del tempo; si ritrova nei neoplatonici, negli gnostici, nell'orfismo e ripetutamente negli scritti ermetici ed è strettamente connessa con l'altra concezione, per cui la natura propria e peculiare di Dio è il generare...".

Diversamente, la tradizione egizia e alcune tradizioni orientali, eliminando il ruolo determinante della vagina e dell'utero, fanno nascere tutto da un gesto solitario del Dio primordiale. Ciò non esclude, d'altra parte, la presenza nel pantheon egizio di divinità androgine. Una è Hapi, dio del Nilo, raffigurato come un uomo pingue, dotato di mammelle e le cui acque celano il fuoco fecondatore; l'altra è Mut, grande madre, dotata insieme di organi sessuali maschili e femminili, rappresentazione della natura naturans e per molti versi assimilabile, nella mitologia greca, alla dea Cibele. Greca d'importazione, Cibele è in realtà, in origine, la dea ittita Kubaba che dalle sponde dell'Eufrate trascorre in Asia Minore e in Frigia col nome di Kubebe e Kybele. In nessun caso, Cibele può essere assimilata a Rea come fecero i Greci e i Romani, la sua peculiarità, infatti, è di non essere soltanto la Grande Madre degli dei e degli uomini, ma di incarnare un principio più arcaico e primordiale. Cibele è la natura naturante nel momento del Caos, l'unità indifferenziata di maschio e femmina, allorché il principio creativo che è in lei non ha ancora operato la trasformazione in natura naturata. In Frigia, nei pressi di Pessinunte, su una scogliera deserta, Cibele si manifestava come roccia o pietra nera (Agdos). Attis o Atti, discendente da seme divino caduto sulla pietra, tentò invano di vivere la propria sessualità maschile, unendosi in nozze con Atta, la figlia del re Mida di Pessinunte. Ad impedire le nozze, sopraggiunse Cibele nella sua veste maschile  e violenta di Agdistis. Al suono della siringa di Pan, Cibele-Agdistis provocò la follia dei convitati e dello stesso Attis che si evirò sotto un pino, assumendone la forma.

Hapi e Mut, tuttavia, rinviano ad un primordiale dio solare che, mediante masturbazione o semplicemente sputando, crea la prima coppia dell'Enneade, alla quale appartengono, tra l'altro, Nut e Geb, cielo e terra, Osiride e Iside, sole e luna.

Tutta la questione non è di poco conto se si considera l'imbarazzo e lo scandalo che da sempre ha suscitato nella maggior parte delle coscienze l'idea di un Dio attivo e insieme passivo, di un uomo che, riflettendo l'immagine del proprio creatore, sia ad un tempo capace di fecondare e di generare. Poiché, d'altra parte, la realtà mostra che il maschio è solo capace di fecondare, riservando semmai ogni atto generativo alle opere della mente, fu di necessità provvedere alla separazione dei sessi.

Il Genesi risolve il problema con altri due versetti. Nel primo (Genesi, 2:21) affermando che ' ...il Signore Dio mandò ad Adamo un profondo sonno ' e che  'mentre era addormentato, prese da lui una costola che sostituì con carne'; nel secondo (Genesi, 2:22) proclamando infine la costruzione (non la creazione!) della donna e presentandola al sonnolento e intorpidito Adamo.

A tale semplice e lineare conclusione, comunemente accettata, fa spesso riscontro, nella tradizione occidentale, la visione più complessa e fantastica introdotta dal Simposio platonico. E per quanto anche qui si parli di un dio (Zeus) separatore, diversi sono i presupposti: l'androgino che subisce la separazione non è già più l'immagine speculare di un Dio, perché Zeus è un dio maschio. L'androgino descritto da Platone, rinvia, per le sue fonti, ad una realtà ben più arcaica e primordiale, quando Zeus non era e i sessi si manifestavano congiunti nell'indistinto caotico della natura naturans. Ignorando il problema di un dio fecondatore e insieme capace di generare, problema che certo non compete a Zeus, dio relativamente giovane del politeismo greco, Platone immagina tre sessi originari: il maschio, la femmina e l'androgino. Distinzione questa che ripropone inconsciamente il rapporto tra una divinità primordiale, antropomorfa e totalizzante e la bisessualità della natura umana quale si manifesta nella polarità  maschio - femmina. Ciò che nel Simposio, Aristofane dice a Eurissimaco, presuppone non solo l'esistenza di un Grande Androgino originario, ma attesta altresì di una ubris fondamentale presente nell'androgino umano, superbia e vigore in eccesso che, esattamente come avviene nel mito di Cibele e Agdistis, devono essere puniti.

    "Dunque - dice Aristofane - i sessi erano tre e così fatti perché il genere maschile discendeva in origine dal sole, il femminile dalla terra, mentre l'altro, partecipe di entrambi, dalla luna, perché anche la luna partecipa del sole e della terra. Erano quindi rotondi di forma e rotante era la loro andatura perché somigliavano ai loro genitori. Possedevano forza e vigore terribili, e straordinaria superbia; e attentavano agli dei..." [1]

Fu così che Zeus prese la decisione di punire gli androgini, ma la punizione non comportò la privazione della vita, ciò che - osserva Platone - avrebbe determinato la scomparsa degli onori e dei sacrifici che gli uomini attribuivano agli dei. Così, se Agdistis fu evirato e ridotto alla natura vegetale, gli androgini videro il proprio corpo tagliato a metà e, dopo di allora, dedicarono l'esistenza alla ricerca della metà resecata [2], non per amore, come vorrebbe un'interpretazione religiosa e mitopoietica, ma con l'idea della reintegrazione dell'androgino primordiale. Su questa resezione fondamentale dell’essere umano e sull'androgino in generale, esiste un'abbondante letteratura e una sua altrettanto ricca rappresentazione nelle arti figurative. La questione, talora ossessiva, si riassume nella domanda di Herman Melville:

  "What Cosmic jest or Anarch blunder
   The human integral clove asunder
  And shied the fractions through life's gate? 
(Quale scherzo cosmico o errore dell'Anarca / ha spaccato l'essere umano integro / e ha lanciato i frammenti attraverso la porta della vita?) " [3]

Evidente, nei versi di Melville, il rimpianto per la condizione edenica quando Adamo non conosce Eva ed è ancora l'Adam Qadmon, l'uomo cosmico creato a immagine e somiglianza del Grande Androgino. La legittima aspirazione a riconoscere e celebrare le due polarità della natura umana si muta nel desiderio impossibile e titanico di un uomo considerato integro, perché dotato di entrambi i sessi, a imitazione del suo fantomatico e carnale creatore.
Inoltre, il mito dell'androgino cela un'altra verità: l'avversione e l'invidia maschile per la femmina alla quale soltanto è concesso di generare, tant'è che la tradizione religiosa adamitica afferma che la donna è costruita, non creata. Secondo il racconto biblico, infatti, Dio costruisce la donna con ciò che toglie dal corpo di Adamo (Genesi, 2:22), il quale la chiama ishah perché da lui stesso (ish, uomo) è stata tratta e, nuovamente, grazie all'unione santa del matrimonio, sarà da lui incorporata (Genesi, 2:23-24). In altri termini, il corpo della donna non è altro che quello di un uomo che si munisca di utero e vagina in funzione dell'accoppiamento e della generazione. Quando non si pretenda addirittura di negare l'identità femminile, di farne a meno, per così dire, a tutto vantaggio di un ibrido di entrambi i sessi, sublimato per essere a immagine e somiglianza di Dio, come lui maschio bisessuato, dotato di straordinari poteri. Naturalmente, anche una dea dotata di entrambi i sessi è un androgino, ma la sua rappresentazione, come  nel caso di Cibele, è molto più arcaica e, probabilmente, fa riferimento ad una ipotetica società matriarcale o comunque ad un'età in cui il potere di generare  riesce ancora ad imporsi su quello di fecondare.

Questa visione antropomorfa e materialistica della divinità si trova, con diverse accentuazioni, in tutte le religioni, anche se nella tradizione ebraico - cristiana trova la sua pietra d'inciampo nell'allegoria del serpente e della scimmia. Cosa dice il serpente alla donna? Che se lei e il suo compagno mangeranno il frutto proibito, diverranno simili a Dio. Ed ecco Adamo ed Eva che, in luogo di reintegrarsi nell'Uomo cosmico, si trasformano in simiae dei.

Così, l'androgino, lungi dall'essere “un nuovo stato in cui le caratteristiche essenziali del maschio e della femmina coesistono armoniosamente[4] o il luogo a cui “la mente s'innalza al di sopra dei nomi e delle forme” e dove “anche le divisioni sessuali vengono superate” [5], lungi dal rappresentare il ritorno alla condizione edenica e a Dio, ne è piuttosto l'allontanamento, con la discesa nel caos indistinto della natura naturans, dove ogni identità scompare nella babele delle forme, perché ogni forma è ancora lontana dall'individuazione. Con ciò, non si vuole certo disconoscere la dimensione psicologica della condizione umana e il bisogno di rappresentare, dentro di sé, l'opposta polarità sessuale. Appare perciò convincente, ancora oggi, la distinzione junghiana di anima, per descrivere la psiche maschile, e di animus, per descrivere la psiche femminile. Non diversamente, nel taoismo, all'energia maschile o yang, fa riscontro una prevalente energia femminile interiore o yin (non solo psichica ma anche fisica) e viceversa. Può però avvenire, per le cause più diverse, che l’energia psicosomatica inverta di polarità (omosessualità) o che funzioni, per così dire, a corrente alternata (bisessualità).

Il Pimandro, sulla scia del Genesi, ripropone la bisessualità fondamentale della natura umana [6],  la successiva separazione dei sessi per volere divino [7] e il conseguente appello all'accrescimento e alla moltiplicazione del genere umano [8]. In altri trattati ermetici, tuttavia, si fa strada una più complessa dinamica dei rapporti uomo - Dio. E' il mondo, inteso come totalità del reale, ad essere creato a immagine e somiglianza di Dio. [SEGUE]

sergio magaldi


[1] Platone, Simposio, XIV, 189c - 190b, in Platone, Opere, Vol.I, Bari,1966, pp. 681- 682.
[2] Ibid., XIV, 190c - 191a.
[3]Cfr., in E. Zolla, op. cit., p. 26.
[4] Cfr., A. Schwarz, Cabbalà e Alchimia, Saggio sugli archetipi comuni, La Giuntina, Firenze, 1999, p. 70
[5] Cfr., E. Zolla, op.cit., p. 11
[6] "...(L'uomo) possiede in sé la natura maschile e femminile insieme, perché è stato generato da un padre, che ha ambedue le nature..." , Pimandro, XV, ed. cit.,p. 34; cfr., Genesi, 1:27
[7] "... compiutosi il periodo della rivoluzione, il legame, che teneva unite tutte le cose, si ruppe per volere divino. Tutti gli esseri viventi, che erano al tempo stesso di natura maschile e femminile, insieme all'uomo, si divisero in due e divennero in parte maschili, in parte femminili.", Pimandro, XVIII, ed. cit.,p. 36; cfr., Genesi, 2:21-22
[8] "Immediatamente Dio con un santo discorso disse loro: 'Crescete accrescendovi, e moltiplicatevi in quantità tutti voi, che siete stati creati e prodotti, e chi possiede l'intelletto riconosca se stesso immortale'...", Pimandro, XVIII, ed. cit.,p. 36; cfr., Genesi, 1:28


martedì 28 giugno 2016

IL GRANDE ANDROGINO [Parte Prima]




 Non c'è forse maggiore equivoco di quello generato dalla figura dell'androgino. La fonte è nei due noti versetti del Genesi biblico, in cui è detto che Dio creò l'uomo a propria immagine e somiglianza (Genesi, 1:26) e che lo creò maschio e femmina (Genesi, 1:27).

Da allora non si è smesso quasi di assegnare a Dio entrambi i sessi, tralasciando di indagare la natura reale del frutto della divina creazione.

“Il fatto che uomo e donna siano creati a immagine di Dio sottintende che Dio sia un'entità maschile/femminile, e non solo maschile", scrive G. Dreifuss [1]. Tesi, questa, condivisa da autori come Kaplan e Moshe Idel. Dreifuss, tuttavia, osserva che 'nel giudaismo normativo questa immagine di un'entità divina maschile/femminile non trova espressione' (Ibid., p. 31), mentre è presente nella letteratura midrashica (Genesi Rabbah 8:1 e 17:6, Levitico Rabbah, 14:1, Midrash Salmi, 139, bEruvim, 18°), contrariamente a ciò che sostiene E. Zolla (The Androgyne. Fusion of the Sexes, trad.it., Incontro con l'androgino, red edizioni, Como, 1995, p. 57), un autore che, per la verità, non sembra avere molta dimestichezza con 'la tradizione esoterica ebraica' cui, pure, dedica un paragrafo del suo libro. 

L'immagine maschile/femminile della divinità è anche ben presente nella Qabbalah dello Zohar e, soprattutto, nella Qabbalah luriana dei Partzufim, dove il carattere antropomorfico della divinità è addirittura esaltato. Fa tuttavia notare Moshe Idel che in nessun caso l'unione del maschio e della femmina è funzionale all’emergere di una divinità androgina, ma è piuttosto 'l'insistenza per l'ottenimento di una relazione armoniosa tra principi opposti, la cui esistenza separata è indispensabile per il benessere dell'intero universo. O per dirla con altre parole: la cabala teosofica non ha cercato una ristrutturazione drastica dell'esistenza, sia attraverso la trasformazione del femminile in maschile, sia attraverso la loro fusione finale in un'entità bisessuata o asessuata... Nella concezione gnostica, il mondo inferiore deve sforzarsi di copiare la regola superiore dell'androginia o della asessualità. L'attitudine gnostica risulta essere a certo riguardo simile all'attitudine cristiana di fronte alla sessualità, esse costituiscono un aspetto importante del loro più generale rigetto di questo mondo; le escatologie gnostiche e cristiane propongono una salvezza spirituale che riguarda sia la restaurazione dell'androginia paradisiaca sia uno statuto di asessualità per il credente.' (cfr. M. Idel, Cabala ed erotismo, Mimesis, Milano, 1993, pp. 35 - 36). Più avanti, in nota, Moshe Idel riporta, condividendolo, il pensiero del Meeks (The image of the Androgyne, p. 186): "Nell'ebraismo, il mito dell'androgino serve a risolvere un dilemma esegetico e a consolidare la monogamia". E Moshe Idel osserva: "In ogni caso, la cabala estatica utilizza a volte una produzione di immagini androginiche, sotto l'influenza della filosofia greca, e attraverso la mediazione delle opere di Maimonide...Un'altra differenza cruciale tra le concezioni ebraiche e greche dell'androginia è la visione ebraica positiva della separazione tra il maschio e la femmina, mentre in Platone la separazione è vista come una punizione..." ( M. Idel, op.cit., nota 84, p. 55).

Potremmo parimenti scoprire che l'Adam Qadmon non è in alcun modo da confondersi con un ipotetico uomo cosmico di natura bisessuale e neppure con la sua larvata presenza asessuata e tuttavia spiritualmente comprensiva tanto del principio femminile che di quello maschile. E pare proprio che le due interpretazioni si dividano il campo, l'una inferendo che l'androgino Adamo è il riflesso di Dio, l'altra osservando che l'androginia di Adamo è soltanto spirituale perché l'uomo fu creato a immagine e somiglianza di Dio ma solo per lo spirito.

Così, chi attribuisce fisicità e umanità all'Adam Qadmon non sfugge alla necessità di dover attribuire a Dio forma e bisessualità, chi, al contrario, opta per lo spirito, perde, per così dire, il bandolo della matassa perché concepisce Adamo, prima ancora del peccato che lo escluderà dalla condizione edenica e immortale, come un essere metà spirito, per ciò che è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e metà carne, per ciò che, fisicamente, egli è fatto di terra (Adamah). Ma, se è fatto di terra, Adamo, nascendo, è già condannato al male e alla morte, a meno che...a meno che il compito affidatogli non sia proprio quella di trasformare la propria terra corruttibile in metallo incorruttibile. Ma, chiamato alla prova, Adamo fallisce e, in luogo dell'oro, mostra intatta la zavorra con cui è stato formato dal suo creatore.

E’ interessante osservare come il cabbalista medievale Joseph Gikatila attribuisca la 'caduta' di Adamo al non aver saputo attendere che il frutto dell'albero fosse maturo, prima di cibarsene. Fu dunque l'impazienza a perdere il genere umano precipitandolo nel regno della vita e della morte. Il frutto dell'albero della vita si mutò così nel frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male.
Scrive Gikatila in Cha 'aré Orah (Le Porte della Luce):

   "Il serpente primordiale...inflisse un danno alla luna (la sephirah Malkhout) per via del primo uomo, il quale...non attese che (il serpente) mangiasse la propria parte...nel qual caso l'albero sarebbe stato chiamato del bene e non del male e lui avrebbe potuto mangiarne tanto quanto ne desiderasse: ne avrebbe mangiato e avrebbe vissuto per sempre (Genesi, 3:22), secondo il segreto dell'albero della vita collegato a quello della conoscenza..." (f. 105a).

La luna, che nel linguaggio cabbalistico rappresenta anche la terra, nell'accezione ermetica simboleggia la materia prima. Il serpente, simbolo ctonio per eccellenza, bene traduce la forma di Adamo fatta di terra, non già le sembianze di Dio, privo di forma ma spesso idolatrato come Grande Androgino.

Tutto ciò dimostra che in origine non c'è che un albero e che questo è l’albero della vita e che la terra si sarebbe trasformata se Adamo avesse saputo attendere. I denti non gli si sarebbero legati se egli non si fosse cibato del frutto ancora acerbo. Solo mangiando del frutto maturo, segno dell'avvenuta trasformazione, Adamo avrebbe guadagnato l'immortalità.

D'altra parte, la prova cui Adamo dovette sottostare non fu capriccio divino. Dio, infatti, non avrebbe potuto concepirlo del tutto identico a sé, creando un altro se stesso, ma solo a propria immagine e somiglianza, così come fece, mediante il suo spirito e dandogli  forma col fango della terra (Genesi, 2:7). La presunzione e l'impazienza persero Adamo. La prima, nel fargli credere di essere in tutto e per tutto simile a Dio (mentre Dio non ha forma), la seconda nel ritenere che, in breve tempo, anche il suo potere sarebbe stato identico a quello di Dio. Scrive ancora Gikatila in Sod ha - Nahach (Il Segreto del Serpente):

    "... E' per questo motivo che Dio comanda al primo uomo di non toccare l'albero della conoscenza, fin quando il bene e il male fossero stati associati, sebbene l'uno fosse all'interno e l'altro all'esterno. Occorreva attendere che ne fosse staccato il prepuzio, com'è detto: tratterete i loro frutti come prepuzio (Levitico,19:23), ora è scritto: prese del suo frutto e ne mangiò (Genesi,3:6). Introdusse un idolo nel Palazzo (T.B. Ta'anit 28b) e l'impurità penetrò all'interno." (f. 276a-b).

Il prepuzio è la scorza dura, assimilabile alla terra (Adamah) di cui è fatto Adamo. Solo quando la scorza fosse caduta, il frutto, ormai maturo, avrebbe potuto essere mangiato e la terra di Adamo si sarebbe mutata nell'oro dello spirito. Il 'sogno divino' di mutare la terra in oro è votato allo scacco? Il Golem ha fallito la prova? Peggio per lui! Che ci riprovi da solo, ma fuori dell'Eden e in condizioni difficili. Saranno proprio le difficoltà ad acuire il suo ingegno e forse un giorno gli riuscirà finalmente di rendere al creatore la terra ricevuta... trasformata in oro.  [SEGUE]

sergio magaldi


[1] G. Dreifuss, Maschio e femmina li creò. L'amore e i suoi simboli nelle scritture ebraiche, La Giuntina, Firenze, 1996, p. 30

giovedì 23 giugno 2016

GLI DEI DEL CALCIO AGLI EUROPEI 2016




   Partita inguardabile degli azzurri contro l’Irlanda, né vale osservare che eravamo già qualificati e al primo posto del girone [purtroppo!] e che abbiamo giocato sostituendo 9 giocatori rispetto a quelli impiegati nelle due precedenti partite. Gara col Belgio a parte, l’Italia di ieri notte è stata solo peggiore a quella della brutta partita vinta dai cosiddetti titolari contro gli svedesi [vedi in proposito il post: Europei di calcio: il goal di Eder, un bene per gli azzurri? Cliccando sul titolo per leggere]. Una partita, questa persa con gli irlandesi, che si poteva giocare in scioltezza e soprattutto senza i consueti arroccamenti difensivi e senza rischiare inutilmente Bonucci, graziato dall’arbitro in un paio di occasioni e che, per evitare l’ammonizione, ha eluso il più possibile i contrasti, meritando un 4 in pagella e finendo come uno tra i maggiori responsabili del goal della vittoria irlandese. Al solito, Conte ci ha messo del suo, come sempre avviene nel bene e nel male: ostinato nel rischiare inutilmente uno dei migliori centrali europei, nel confermare il suo 3-5-2 che di fatto si è presto trasformato in un 5-3-2, oltremodo difensivo contro i modesti avversari, mentre con un 4-4-2 o meglio con un 4-3-3 avrebbe risparmiato Bonucci, consentendo maggiori rifornimenti all’attacco: se così si può chiamare l’inguardabile vagare di Immobile per il campo e il saltellare inutilmente grintoso di Zaza, solo quarto attaccante nella Juve, ma quasi titolare in nazionale. Non sarebbe stato meglio sostituirli entrambi, almeno alla fine del primo tempo, con i più tecnici Insigne [che appena entrato ha rischiato di farci vincere senza merito] ed  El Shaarawy, messi in campo solo a pochi minuti dalla fine? Qui però finiscono le responsabilità di Conte [convocazioni a parte: Vasquez, Jorginho, Bonaventura, Pavoletti, Gabbiadini, Saponara, forse persino Lapadula e qualche altro non avrebbero aumentato lo scarso tasso tecnico di questa squadra, con la possibilità anche di segnare qualche rete in più?], perché la maggior parte dei calciatori italiani visti in campo ieri notte è apparsa addirittura priva dei fondamentali. E ora ci tocca la Spagna [campione d’Europa in carica] negli Ottavi e, nell’ipotesi del miracolo, peraltro sempre possibile conoscendo le virtù di Conte, la Germania [campione del mondo] nei Quarti. Forse è meglio così, perché questa squadra è così brutta che non merita di andare avanti. Inutile d’altra parte sperare che la Federcalcio faccia tesoro della lezione. Si dirà, come va ripetendo Conte da una settimana, che un traguardo è stato raggiunto: il passaggio agli Ottavi, cioè quello che è riuscito anche a Galles, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Svizzera, Polonia, Slovacchia e Ungheria, tutte nazionali che non hanno mai vinto nulla. Resta il fatto che col primo posto del girone, all’Italia tocca la Spagna, mentre al Belgio, secondo, tocca l’Ungheria e che gli dei del calcio, come sempre avviene in queste competizioni, sono intervenuti pesantemente creando le condizioni perché la corsa delle quattro potenze calcistiche europee [Spagna, Inghilterra, Germania e Francia] fosse facilitata e lasciando che gli outsider [Belgio, Italia, Portogallo e Croazia] se la vedessero tra loro. Se tutto fosse andato come nei piani degli dei, infatti, la Spagna, prima del girone, negli Ottavi avrebbe incontrato una tra Galles, Slovacchia, Russia, Irlanda, Svezia, Austria, Ungheria e l’Islanda, alla Germania e alla Francia sarebbero capitate  due nazionali di modesto livello [e in effetti se la vedranno rispettivamente con Slovacchia e Irlanda], mentre per l’Inghilterra era pronto il paracadute: se fosse arrivata prima avrebbe incrociato una tra Albania, Svizzera, Romania, Irlanda del Nord, Ucraina, Turchia e Repubblica Ceca, se seconda, la seconda del gruppo F [Ungheria, Austria o Islanda] e infatti, arrivando  seconda del suo girone, gli inglesi incroceranno la sorprendente Islanda. Tutto diverso il discorso per gli outsider: al temuto Belgio, dato per scontato il suo primato nel girone E, negli ottavi sarebbe toccata la Croazia, mentre all’Italia, presumibile seconda classificata dello stesso girone, il Portogallo di cui si dava ugualmente per scontata la vittoria del girone F. Insomma i 4 outsider erano destinati dagli dei del calcio a ridursi a 2 dopo gli Ottavi. Ma Spagna, Italia e Portogallo hanno stravolto il piano degli dei: la Spagna perde il primo posto del suo girone a pochi minuti dalla fine dell’ultima partita, Il Portogallo con tre pareggi fatica la qualificazione al terzo posto e l’Italia, data per sicura perdente contro il Belgio [dal quale era stato sconfitto alla vigilia degli europei con un sonoro 3-1], vince e si classifica al primo posto del girone. Così la trappola degli dei scatta solo a metà: per il Portogallo e  la Croazia che si scontreranno negli Ottavi, non per il Belgio che grazie alla sconfitta con l’Italia trova una via di scampo nella parte sinistra [per l’osservatore] del tabellone e se la vedrà con l’Ungheria, non per l’Italia, la cui trappola si trasforma in un vero e proprio abisso: sfugge al predestinato incontro col Portogallo per incontrare la Spagna che la trascina nel vortice della parte destra del tabellone, insieme a Germania, Francia e Inghilterra. La vera mina vagante del progetto divino del calcio è stata la Spagna, costretta ora ad affrontare una dopo l’altra, Italia, Germania e Francia, per accedere alla finale.


sergio magaldi

mercoledì 22 giugno 2016

GLI ERRORI DI MATTEO RENZI




   Coreografia semplice ma efficace per salutare la vittoria dei Cinque Stelle: Virginia Raggi a mezzo busto sullo sfondo di Roma antica, indossando una sorta di tunica bianca vagamente cristica [in realtà una lunga camicia], con i capelli neri che le sfiorano le spalle e che scuote di continuo per le pose dei fotografi. Beppe Grillo che si affaccia dall’hotel Forum della capitale, sollevando le braccia al cielo e recando appeso al collo della camicia un comune appendino, simbolo dell’inattesa vittoria di Torino. E, in effetti, se la vittoria di Roma era quasi scontata e il voto massiccio degli elettori delle liste di destra [Meloni: 86% il flusso elettorale a favore della Raggi] e di centrodestra [Marchini: 67% del flusso] si aggiunge semplicemente, portando alla candidata M5S circa 350.000 voti in più di quelli presi il 5 Giugno, più che raddoppiando i voti di Giachetti; a Torino, dove Chiara Appendino prende oltre il 20% in più dei voti del primo turno, la scelta degli elettori di centrodestra è stata determinante per battere Fassino. Insomma il “Tutti contro Renzi” ha funzionato e potrebbe funzionare ancora nel futuro, anche se Sallusti scrive oggi su Il Giornale che Beppe Grillo “prende i voti di centrodestra e scappa”, non ricambiando il favore né a Milano né a Bologna dove il ballottaggio vedeva i candidati di Lega e Forza Italia in lizza contro quelli del centrosinistra. L’analisi di Sallusti per la verità è approssimativa, perché stando ai flussi elettorali, risulta che a Bologna un certo numero di elettori pentastellati abbia effettivamente votato per Lucia Borgonzoni della Lega, consentendole di raggiungere una percentuale che, se non l’aiuta a vincere, è però di tutto rispetto [45,35%]. Il fine di Sallusti è in realtà quello di sottolineare la distanza incommensurabile che c’è tra Centrodestra e M5S: i grillini, a suo giudizio, sono assistenzialisti [reddito di cittadinanza anche per i fannulloni] e per nulla liberali, dicendo di no a tutte le iniziative in grado di muovere l’economia del Paese [No-tav, no-Olimpiadi, no-stadio ecc…], sono moralisti e giustizialisti soprattutto con gli altri, e predicano la “decrescita felice”. Di segno opposto è invece il giudizio che della vittoria dei Cinque Stelle dà Matteo Renzi. Non solo, egli non chiama in causa l’apporto di destra alla vittoria pentastellata, esclude anche trattarsi di un voto di protesta, riconoscendogli invece la volontà del cambiamento. Insomma, Renzi non vede nel M5S un movimento alternativo, ma concorrenziale. Il problema nasce, tuttavia, quando dalle analisi si passa ai propositi, laddove questi sembrano orientati a riprendere la rottamazione all’interno del suo partito, in luogo di proporla finalmente nei confronti delle burocrazie, delle banche e delle corporazioni che, vuoi per tradizionale inefficienza, vuoi per privilegi di casta, impediscono il reale sviluppo del Paese. Avrà Renzi la forza per esaminare, almeno nel privato, le vere ragioni di questa sconfitta che fa perdere al PD ben 13 capoluoghi a fronte dei 3 guadagnati e altri 42 comuni contro i 17 di nuovo insediamento? Personalmente non credo che l’ascesa dell’ex sindaco di Firenze [41% nelle elezioni europee del 2014] abbia messo la marcia indietro a causa dell’Italicum, della Riforma Costituzionale o del Jobs Act. Sostenerlo, significa essere in malafede, perché chi ha sempre osteggiato queste misure non avrebbe comunque votato per il PD. L’appannamento o addirittura la caduta del mito di Renzi ha secondo me ragioni più semplici.

 Prima e dopo aver tirato fuori dal cilindro, in prossimità delle elezioni europee, ottanta euro mensili per i redditi più bassi e di questa “misura di sinistra” aver fatto ossessivamente il proprio fiore all’occhiello, Renzi fa tabula rasa di una sinistra interna da tempo sterile e velleitaria. Rottama all’interno del suo partito dirigenti vecchi e nuovi ex DS, ex PCI, e solo chi si adegua alla nuova politica è lasciato sopravvivere con funzioni decorative. Con molti è facile, ma non tiene in giusto conto un personaggio che un giorno potrebbe fargliela pagare, rifiutandogli un prestigioso incarico europeo, dopo - a quanto pare - averglielo promesso, e con ciò commette il primo errore strategico. Renzi poco se ne cura, perché il decisionismo, il dinamismo e la spregiudicatezza gli attirano le simpatie di parte dell’elettorato di centrodestra, già favorevolmente orientato nei suoi confronti anche per via dei passati endorsement di Berlusconi. Stringe il Patto del Nazareno per una giusta causa [una nuova legge elettorale e la fine del bicameralismo perfetto], è “sbranato” a sinistra, ma procede imperterrito, perché ha capito che le maggioranze in Italia si fanno con i voti del centrodestra. Quando però qualcuno avverte Berlusconi che, di quel passo, Lega e PD risucchieranno l’elettorato di Forza Italia,  il Patto si rompe e Renzi è costretto a navigare in mare aperto. L’errore non consiste nell’aver stipulato il famoso Patto, voluto anche da Napolitano per mettere fine, dopo trent’anni che se ne parla, al bicameralismo perfetto, ma nel fornire a Berlusconi un alibi per la rottura, eleggendo da solo, con un capolavoro politico che presto gli si torcerà contro, il nuovo presidente della Repubblica. E da questo momento, da quando si mette a fare il democristiano [lui che lo è per cultura dei padri ma non per indole e atteggiamento, tant’è che in un recente passato rimproverò a Letta le sue “democristianerie”], i suoi errori non si contano più. Credendo di aver sfondato nell’elettorato di centrodestra, che l’ha sempre guardato con simpatia, vagheggia il partito della nazione, cioè un PD tipo “balena bianca”, con percentuali elettorali superiori costantemente al 40%. Cambia anche il suo modo di comunicare: non appare più concorrenziale rispetto ai Cinque Stelle, si circonda di personaggi mediocri ancorché di provata fedeltà, e annuncia solennemente misure che si rivelano insignificanti o “fastidiose” per la borghesia piccola e media: la riforma fiscale, di cui in Italia si parla da almeno vent’anni, si riduce al 730 precompilato di Equitalia. Per ottenerlo, il cittadino deve compiere una vera e propria maratona informatica: dopo aver faticosamente e quasi miracolosamente ottenuto il cosiddetto pin dispositivo, con un po’ di fortuna il contribuente può vedere finalmente apparire sul desktop pc il famoso modello precompilato, fatto più di parole che di cifre, e quando finalmente gli riesce di far apparire i numeri, si accorge che è incompleto in molte sue parti e che deve ricominciare da capo, come nel gioco dell’oca. L’alternativa è recarsi presso un sindacato e presentare lì la propria dichiarazione dei redditi, solo che ora deve pagare, mentre prima la semplice presentazione era gratis. Con astuzia di bottegaio, Renzi riesce dove nessun governante prima di lui era mai riuscito: far pagare l’abbonamento TV a tutti gli italiani, inserendo il balzello nelle già esose bollette dell’energia elettrica, laddove molti cittadini si sarebbero aspettati da lui la liberalizzazione della Rai e la fine del pagamento del canone a vantaggio di un’azienda pubblica dove gli sprechi, l'assenteismo e il debito sono la regola. D’ora in poi, come un sole al centro dell’universo, fa espandere la propria luce sui pianeti di destra e di sinistra che s’illude di conoscere bene. Alla destra regala l’abolizione dell’odiosa tassa [IMU] sulla casa di abitazione, restaurando il dono di Berlusconi, alla sinistra [ma a quale sinistra?] la legge sulle unioni civili che vuole l’Europa, ma che gli aliena parte del voto cattolico e la benevolenza della Chiesa, che non piace all’elettorato di centrodestra e non accontenta neppure il popolo gay che avrebbe voluto via libera al matrimonio vero e proprio e alle adozioni. Una legge peraltro giusta nello spirito, ma incostituzionale perché discrimina gli eterosessuali: solo il vedovo della coppia gay e non quello dell’unione eterosessuale avrà diritto alla pensione di reversibilità, per gli etero c’è il matrimonio, che si sposino dunque! Il contrario sarebbe stato troppo per la chiesa cattolica e per le casse dello stato! E ancora: la miniriforma Renzi-Giannini, della cosiddetta buona scuola, che non intacca minimamente l’odiata Riforma Gelmini ma ha la pretesa, per così dire, di stabilizzare il tradizionale voto al PD degli insegnanti. Con mance per i docenti ritenuti meritevoli e l’assunzione in pianta stabile di circa centomila precari, con l’ulteriore proletarizzazione del personale insegnante, sulla scia dei governi degli ultimi cinquant’anni, differenziandosi solo per il massiccio numero di nuove immissioni, giustificato dall’esigenza di mettere un freno alla girandola delle supplenze che danneggia studenti e famiglie, e motivato da un calcolo elettorale rivelatosi errato: molti docenti avrebbero preferito insegnare come precari nella scuola vicino a casa, piuttosto che essere trasferiti come docenti di ruolo da una parte all’altra dell’Italia, stante anche l’equivalenza o addirittura la minore retribuzione [già di gran lunga inferiore alla media europea] almeno nei primi anni del ruolo. Se a queste misure, talora e in un certo senso persino lodevoli, ma attuate all’insegna dell’impopolarità, si aggiunge l’eccessiva personalizzazione che Renzi mette nella pratica di governo, il malgoverno e la corruzione di molte amministrazioni governate dal suo partito, una cattiva burocrazia che, per aver fatto male i suoi calcoli, costringe ora alcuni cittadini alla restituzione dei famosi ottanta euro mensili, si comprende il calo dei consensi a sinistra da parte del PD. Quanto alla perdita più consistente dei voti dell’elettorato di centrodestra, che aveva votato il PD nelle elezioni europee solo per scommettere su Renzi, se ne percepisce ancora più facilmente la causa: la rottura del Patto del Nazareno, la legge sulle unioni civili e soprattutto una politica giudicata imbelle nei confronti dei migranti.

 A questo punto, il “Tutti contro Renzi” che già viene rilanciato per il referendum costituzionale di Ottobre, si presta a molte riflessioni. Per disinnescare l’alleanza indiretta M5S-Centrodestra, c’è chi consiglia [la minoranza PD e gran parte di Forza Italia] di modificare la legge elettorale, spostando il premio di maggioranza dalla lista alle coalizioni. Così facendo, Renzi si assicurerebbe forse la vittoria nel referendum, ma darebbe prova di debolezza e di scarsa coerenza, senza essere sicuro neppure di vincere le lezioni del 2018. Ma il paradosso più divertente è il massiccio impegno annunciato dal M5S  per il No al Referendum, quando proprio il Sì, con il mantenimento dell’Italicum così com’è, gli darebbe molte probabilità di vincere le elezioni. Si preferisce invece far cadere Renzi, con le riforme costituzionali e la nuova legge elettorale, con la speranza che il caos politico che ne seguirebbe finirebbe per favorire l’ascesa dei pentastellati al potere. Illusione: nel PD, nel caso prevalesse il No al Referendum, sono già pronte alternative moderate e dialoganti con il centrodestra, per un nuovo governo delle larghe intese che metta nell’angolo tanto la Lega di Salvini che i Cinque Stelle.


sergio magaldi  

sabato 18 giugno 2016

EUROPEI DI CALCIO: il goal di Eder, un bene per gli azzurri?




 Il bellissimo goal di Eder che, negli ultimi minuti della partita contro la Svezia, dà all’Italia il primato del girone e la qualificazione agli ottavi, induce a qualche riflessione sul futuro cammino degli azzurri agli europei di calcio. Per uno strano paradosso [quanto strano e non invece voluto per ingabbiare il Belgio, di cui alla vigilia si dava per scontato il primo posto del girone E?], la vincente del girone E affronterà negli ottavi la seconda classificata del girone D, cioè Croazia o Spagna, più difficilmente la Repubblica Ceca, ed eventualmente Germania o Polonia per l’accesso alle semifinali, mentre la seconda del girone E se la vedrà con la vincente del girone F, cioè Portogallo o Ungheria e presumibilmente con l’Inghilterra o la Slovacchia nei quarti di finale. Insomma, col primo posto l’Italia incrocerà la Croazia [peggio ancora se dovesse toccarle la Spagna] e, se dovesse andar bene, la Germania, cioè una delle tre favorite per la vittoria finale [oltre a Francia e Spagna]. Qualora invece l’Italia fosse finita al secondo posto del girone, per arrivare alle semifinali, se la sarebbe vista con Ungheria o Portogallo e poi con Inghilterra e Slovacchia, cioè con almeno tre squadre su quattro alla sua portata. Questo significa che l’Italia avrebbe fatto meglio a non vincere contro la Svezia? Evidentemente no, innanzi tutto perché sarebbe stato poco sportivo e persino pericoloso giocare per il pareggio, poi perché la sorte può sempre riservare sorprese. Certo è che, per il gioco espresso, l’Italia, prodezza di Eder a parte, non ha meritato di vincere e non ha confermato la bella prova fornita contro il Belgio, l’unica partita ufficiale in cui la nazionale, pur fra le tante vittorie conseguite nei due anni di gestione di Conte, ha messo in mostra sprazzi di bel gioco [Vedi in proposito il post di un anno fa: IL NON-GIOCOdella Nazionale di calcio questa volta non paga, cliccando sul titolo per leggere].

 La stanchezza, il caldo per una partita giocata alle tre del pomeriggio, le risorse nervose consumate nella sfida, ritenuta proibitiva, contro il Belgio [seconda nel ranking mondiale dopo l’Argentina] possono spiegare la brutta partita disputata ieri sera dall’Italia? In parte, forse, ma occorre ricordare che l’Italia calcistica non dispone più come nel passato di autentici campioni e la causa di ciò è facilmente comprensibile. Le responsabilità della Federcalcio, come scrivevo in un post di due anni fa [IL NON-CALCIO DELLA NAZIONALE ITALIANA, clicca sul titolo per leggere] sono sotto gli occhi di tutti. È solo grazie alla bravura di Conte che gli azzurri, nonostante il pessimo gioco spesso messo in mostra, abbiano ottenuto risultati importanti. È vero, d’altra parte, che il tecnico ha dovuto rinunciare per gli europei agli infortunati Marchisio e Verratti che avrebbero dato al centrocampo italiano ben altra consistenza ed è vero altresì che si può discutere qualche scelta del commissario azzurro, come per esempio aver lasciato a casa Vasquez, Jorginho, Pavoletti e qualche altro. Ma è altrettanto evidente e forse giusto che Conte abbia voluto affidarsi, nel costruire la nazionale, alla metà di quei giocatori con cui ha vinto con la Juventus i suoi scudetti, con una difesa che presenta i soli calciatori italiani di livello internazionale.

 Che possiamo aspettarci dal cammino europeo di questa nazionale? C’è, tra gli addetti ai lavori, chi dice che aver ottenuto la qualificazione agli ottavi è già un grande risultato e chi si esalta parlando persino della possibilità di una vittoria finale. Francamente, Belgio a parte, Svezia e Irlanda erano avversari alla nostra portata e fallire la qualificazione agli ottavi avrebbe avuto il sapore di un’autentica disfatta, tanto più che a qualificarsi saranno anche le terze classificate di ogni girone, con la sola esclusione delle due peggiori [quattro terze su sei, dunque]. Quanto alle probabilità, non dico di una vittoria finale, ma almeno di un ingresso in semifinale ho più di una perplessità. Se i nostri avversari saranno Croazia o Spagna e Germania, dubito [naturalmente mi auguro di sbagliare] che si possa continuare nel nostro cammino europeo, ma se dovesse accadere, per un regalo del destino, di affrontare la Repubblica Ceca e la Polonia, allora avremmo concrete possibilità di accedere alle semifinali.  


sergio magaldi