venerdì 14 ottobre 2016

RICORDO DI DARIO FO




   Se ne va un grande spirito, un artista che ha fatto della propria vita una lucida passione [“L’uomo è una passione inutile”, scriveva Sartre]. Ma Dario Fo ha illuminato la propria passione di uomo con tanto sorriso, impegno civile e sberleffi nei confronti dei potenti. Così, tra l’altro, egli si esprimeva sul riso:

“Il riso è sacro. Quando un bambino fa la prima risata è una festa. Mio padre, prima dell’arrivo del nazismo, aveva capito che buttava male; perché, spiegava, quando un popolo non sa più ridere diventa pericoloso. La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune, anzi è più vero o, almeno, più credibile. Tutto quello che è la satira, il modo di concepire il dramma, la tragedia e l’infamia con la risata è qualcosa che il potere non può accettare, perché è attraverso la risata che la gente capisce le cose”.

E sempre a proposito del riso, scrive la teologa Stella Mora: [http://www.mosaicodipace.it, Settembre 2014]:

“Bisognerebbe riscoprire la pedagogia del riso, dell’allegria. Perché ridere libera dal giogo del possesso e del potere, spezza le catene. E diviene immagine del sorriso benevolo di Dio”.
Nel romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco – osserva ancora la teologa – “Il saggio Guglielmo da Baskerville evidenziava anche le virtù terapeutiche della risata, da lui definita ‘una buona medicina per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia’. Il punto centrale (almeno secondo il romanzo) sta nel fatto che se è possibile ridere di tutto – come affermato nella Poetica di Aristotele – è possibile allora ridere anche di Dio. […]  Una storiella – di quelle che gli Ebrei della diaspora amano raccontare – offre una chiave psicologica o psicanalitica dell’ambivalente rapporto col riso (e con Dio): “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, tuona il Padreterno. E Mosè: “Sì, certo. Chi mai potrebbe permettersi un altro così?”. E sappiamo tutti bene che l’humor ebraico, dai chassidim a Woody Allen e a Moni Ovadia, ha una lunga storia, è quasi diventato un genere letterario, uno stereotipo che attraversa le tragedie e il lato oscuro della storia. Al Salmo 2, versetto 4 leggiamo che “ride colui che sta nei cieli”; certo, sono le beffe di Dio verso i malvagi, lo scherno del potente: è quella parte del riso che non nasce dal gioco e dalla leggerezza, ma piuttosto dallo sberleffo e dal sarcasmo. Ma troviamo nella Bibbia anche il riso di Sara (Gen 18,12) all’annuncio dell’inattesa e insperata gravidanza in vecchiaia, e il figlio dunque si chiamerà Isacco, che significa “lui ha riso”, riso di donna, di diffidenza e di imbarazzo, riso che sta a metà tra incredulità e speranza. Troviamo anche al Salmo 126, al versetto 2, il riso che è figlio della libertà, dell’allegria e del raccolto copioso, quello che è il dono ricevuto, ancora una volta insperato e immeritato. […] Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi, ci dicevano da bambini, quasi a ricordarci che la vita è una cosa troppo seria, troppo grave e problematica e che solo incoscienza o poca intelligenza possono trovare qualcosa da ridere nelle vite così come sono. Eppure… forse servirebbe una pedagogia del riso (e del sorriso…) per insegnarci di nuovo che il contrario della serietà non è il riso, ma piuttosto l’irresponsabilità e che la leggerezza e il rovesciamento dei punti di vista, un po’ di dissacrazione e un po’ di ironia aiutano a vivere proprio quando la situazione si fa grave. Tutti abbiamo amato il film La vita è bella, che ci ha narrato una delle tragedie del secolo breve come un gioco negli occhi di un bambino… Ma c’è di più ancora: il riso ci conduce a un oltre, a un al di là di noi e della realtà che non ci aliena, che non cancella ciò che è, ma non se ne fa schiacciare; il riso ci libera, perché spezza la logica calcolatrice del potere e dell’avere, accetta la povertà dello stupore e del ricevuto, si fa stupire guardando senza catturare. Il riso è davvero in questo divino…”.

S.M.

domenica 9 ottobre 2016

RIFORMA COSTITUZIONALE: 1° IL BICAMERALISMO PERFETTO

GIUGNO 1946. PRIMA SEDUTA dell'ASSEMBLEA COSTITUENTE



Il MOVIMENTO ROOSEVELT [MR] lancia un’iniziativa lodevole in occasione del voto del prossimo 4 Dicembre sul Referendum Costituzionale: ha creato un sito apposito www.referendumsiono.it [clicca sopra per entrare] dove in sintesi rapida ma efficace sono elencate le conseguenze derivanti dal voto degli elettori [Sì o No] sull’intero Referendum. Si badi bene, si tratta solo di conseguenze costituzionali, non politiche – sulle quali ultime ogni cittadino è libero di farsi le idee che crede – e pertanto non soggette a valutazioni soggettive. In più, si riportano le principali obiezioni degli uni contro gli altri, senza tuttavia mai intervenire in merito. Un pregio non da poco, questo, visto che ogni altra simile iniziativa si dilunga nel tentativo di “tradurre” per intero il difficile e talora incomprensibile linguaggio dei politici-costituzionalisti e/o prende decisamente posizione per l’uno o l’altro “partito”. Il senso di questa operazione lanciata dal Movimento Roosevelt,  al di là del voto sicuramente differenziato dei suoi militanti, sta tutto nella natura del movimento che, per bocca del suo Presidente, dichiara esplicitamente che tra i suoi fini c’è innanzi tutto quello di informare i cittadini mediante una sorta di pedagogia della politica [clicca per vedere su: https://www.youtube.com/watch?v=HrYgEwhiACY]. Ebbene, il sito appositamente creato dal MR affronta la questione, passando al vaglio i sei “Grandi temi della Riforma” e cioè:

1° Il Bicameralismo perfetto o paritario
2° Riforma del Senato
3° Elezione del Presidente della Repubblica
4° Abolizione del CNEL [Consiglio Nazionale Economia e Lavoro]
5° Riforma del Titolo V della Costituzione, sulle competenze di Stato e Regioni
6° Riforma sui Referendum abrogativi e leggi di iniziativa popolare.

L’elettore sa che con un Sì approva l’intero “pacchetto”, mentre con un No lo respinge in blocco, lasciando inalterato l’attuale dettato costituzionale sulla materia. I radicali avevano lanciato la proposta di “spacchettare” i temi della Riforma, lasciando i cittadini liberi di esprimersi su ciascuno di essi. Il Parlamento, tuttavia, non ha recepito la proposta, sia da parte dei sostenitori del Sì che da quella dei sostenitori del No. L’eventuale “spacchettamento” avrebbe sicuramente impedito l’attuale disputa in stile “Guelfi-Ghibellini”, ma le opposizioni avrebbero perso l’occasione di costringere il governo Renzi a dimettersi nell’eventualità della vittoria del No, mentre i partiti di governo, abbastanza sicuri di vincere sui punti 1° e 4°, avrebbero rischiato su tutti gli altri e in particolare sul Titolo V che, insieme al superamento del bicameralismo perfetto, è il punto nevralgico dell’intera proposta di riforma costituzionale. In più, occorre riconoscere che appare abbastanza problematico, se non addirittura arduo, separare tra loro i primi tre punti della riforma, essendo chiara la loro stretta interdipendenza.

Ciò premesso, ecco cosa si trova scritto nel sito citato a proposito del 1° punto: SUPERAMENTO DEL BICAMERALISMO PERFETTO  [o PARITARIO]

SE VOTI  Sì

La Camera dei Deputati potrà approvare indipendentemente alcuni tipi di legge (es. leggi ordinarie). Per altri tipi di legge (di bilancio, regioni etc.) il Senato potrà richiedere delle modifiche e avrà dai 10 ai 15 giorni per inviare la richiesta. Un’altra serie di leggi (costituzionali, UE, referendum, elettorali etc.) rimangono ad approvazione bicamerale. La Camera dei Deputati sarà l’unica assemblea a votare la fiducia al Governo.

SE VOTI  No

Tutte le leggi, sia ordinarie che costituzionali devono essere approvate da entrambe le Camere (bicameralismo perfetto). La fiducia al Governo deve essere votata sia dalla Camera dei Deputati che dalla Camera dei Senatori.

                                       - - - - - - - - - - - - - -

Sin qui, dunque, il sito che, sul 1° punto, si limita a dire che con la vittoria del Sì i poteri delle due Camere verrebbero modificati nel senso sopra riportato, mentre con la vittoria del No tutto resterebbe com’è adesso. Proverò ora ad allargare l’ambito del discorso, per verificare tutte le implicazioni connesse con il voto. Innanzi tutto, occorre ricordare che l’Italia è parte dell’Unione Europea, ebbene cosa avviene nei 28 (ora 27, dopo la Brexit. E, a proposito di Brexit, Tiscali News in queste ore titola in rete: “La sterlina crolla dopo la Brexit. Ora gli inglesi sono più poveri. Da qualche giorno gli entusiasti hanno abbassato le piume. Ora si scopre che la sterlina viene scambiata alla pari con l’euro”) Paesi dell’Unione?

Scriveva in proposito Roberto D’Alimonte in un articolo di un paio di anni fa, pubblicato su Il Sole 24 Ore: […] la maggioranza dei paesi della Unione Europea (15 su 28) non hanno una seconda camera. In altre parole sono sistemi parlamentari monocamerali […]. Tra i 13 paesi che hanno una seconda camera solo in 5 paesi  i suoi membri sono eletti direttamente dai cittadini.  In Spagna , tra l’altro, una parte dei membri sono designati dalle Comunità Autonome. Tra questi 5 paesi solo in Italia, Polonia e Romania si può dire che la seconda camera abbia dei poteri legislativi rilevanti. E solo l’Italia ha un sistema parlamentare in cui il Senato ha esattamente gli stessi poteri della Camera. 

Bene, il cittadino che voterà No, potrà sempre sostenere che Polonia e Romania siano i paesi in cui le istituzioni democratiche funzionano meglio che nel resto d’Europa e, al tempo stesso, rivendicare con orgoglio come l’Italia sia l’unico paese dell’Unione dove Camera e Senato hanno poteri identici, o come direbbe Gustavo Zagrebelsky [così egli si è espresso di recente nel confronto con Renzi su La 7], dove il Senato esercita una funzione di controllo sulle leggi approvate dalla Camera. Opinione peraltro rispettabilissima e soprattutto giunta a milioni di telespettatori attraverso l’affascinante eloquio dello stimato costituzionalista. Rispettabilissima, ancorché anacronistica, perché concepita e approvata dai padri costituenti circa 70 anni fa, ad evitare imprudenze legislative dopo gli anni della dittatura fascista.
D’altra parte, chi voterà Sì sa che le leggi costituzionali ed elettorali, che costituiscono il cuore stesso della democrazia, rimangono ad approvazione bicamerale e che con il proprio voto metterà solo fine al consueto “ping pong” che intercorre tra Camera e Senato per l’approvazione delle leggi ordinarie. Come non vedere in questa estenuante “navetta”, che talora finisce per affossare una legge o per ritardarne l’approvazione di anni, una ripercussione sul sistema economico del Paese anche a causa della comprensibile diffidenza degli investitori internazionali?
Dal canto suo, chi voterà No si dirà persuaso che “Quando si vuole, alcune leggi sono approvate in gran fretta, come testimoniano anche alcuni casi recenti”. Affermazione che testimonia esattamente il contrario di quanto intende sostenere, perché è sufficiente, per interrompere l’approvazione di una legge, che magari non piace a certe lobby, apportare piccole modifiche al testo da parte di alcuni senatori della stessa maggioranza di governo per rinviarla nuovamente alla Camera dei Deputati e così via all’infinito, sino al definitivo affossamento.
Sono tuttavia persuaso che, se fosse “spacchettato”, il quesito sul superamento del bicameralismo perfetto o paritario otterrebbe una netta maggioranza di Sì. Sappiamo però che questo non può accadere e allora il cittadino orientato per il No su tutti gli altri quesiti, ma favorevole a quello appena illustrato, potrebbe porsi il dilemma: è più forte in me la volontà di mettere fine, dopo 70 anni, al bicameralismo perfetto o quella di lasciarlo sopravvivere per altri decenni, pur di non vedere approvati gli altri punti della Riforma?  [SEGUE]
sergio magaldi

martedì 20 settembre 2016

Sì e No al REFERENDUM nella disputa GIACHETTI-D'ALEMA

Foto tratta da Huffington Post



   Un plauso all’inziativa di La7 che trasmette in diretta il confronto Giachetti-D’Alema sul tema del referendum costituzionale, tenutosi lo scorso Venerdì al Festival dell’Unità di Roma. Moderatore Enrico Mentana, direttore del TG, talora in vena di battute che fanno sorridere solo lui, nel tentativo di stemperare il clima spesso aspro creatosi nel Partito Democratico, tra i sostenitori del “Sì” e quelli del “No”.

L’impressione è che “nessuno abbia convinto nessuno” e che, almeno a giudicare dagli applausi e dalle voci di dissenso, tra i presenti fisicamente al confronto, non sia cambiato il numero dei fans dell’uno e dell’altro schieramento. Non solo perché l’informazione, come sempre avviene in questi casi, si è rivelata modesta, ma anche perché c’è purtroppo nella disputa una pregiudiziale di fondo: con Renzi o contro Renzi.

Diversamente può essere andata la cosa per i tanti telespettatori che hanno seguito il dibattito televisivo. Da una parte un Giachetti che rivolgendosi al suo più prestigioso interlocutore, seguitava a chiamarlo confidenzialmente “Massimo”, dall’altra un D’Alema freddo e ieratico che, nelle rare volte in cui si volgeva direttamente a lui, lo appellava semplicemente “Giachetti”. E se l’emozione e un cattivo microfono hanno talora impedito di cogliere appieno il significato di certi concetti espressi da Giachetti, nondimeno è apparsa a tutti la sincerità e la bontà dei suoi convincimenti e, nell’appello finale agli elettori, il suo messaggio è stato chiarissimo: il voto per il “Sì” alla riforma costituzionale, ancorché questa possa apparire criticabile in alcuni punti, non solo pone fine allo strapotere delle regioni e diminuisce sensibilmente il numero dei parlamentari stipendiati dallo Stato, ma copre un vuoto che dura da trent’anni, in cui tutte le aspirazioni riformatrici si sono infrante contro la volontà politica di non cambiare nulla, neppure il tanto deprecato da tutti “bicameralismo paritario” che rallenta se non addirittura impedisce il processo legislativo, con grave pregiudizio anche per gli investitori che infatti preferiscono rivolgersi altrove.

Dal canto suo, Massimo D’Alema, tra il consueto e reiterato intercalare “diciamo”, ha espresso concetti altrettanto chiari e semplici per ribadire il suo “No”. Modificata in ben 47 articoli, la Costituzione così riformata, anche in virtù della nuova legge elettorale, si presenta come un vero e proprio attentato alla democrazia del nostro Paese, perché il potere legislativo, nelle mani di una sola Camera, finirebbe per l’appiattirsi su quello esecutivo, gestito da un partito che, rappresentando magari solo un quarto dei voti espressi dai cittadini, grazie all’istituto del ballottaggio e del premio di maggioranza, otterrebbe ben oltre il 50% dei deputati. Con una battuta, sempre in grado di fare effetto sulle “anime belle”, D’Alema ha affermato che la governabilità non può essere ottenuta a spese della democrazia e ha concluso dicendo che il “No” al referendum è in realtà un “Sì” ad una riforma seria della Costituzione da articolare in 3 o 4 punti [includendo l’abolizione del “bicameralismo paritario” e la riduzione del numero dei parlamentari] e che si potrebbe approvare in brevissimo tempo.

Facile su questo punto la replica di Giachetti: con chi si dovrebbe approvare ora questa miniriforma costituzionale, visto che in trent’anni di discussioni tra i vari partiti non se n’è fatto niente? Quanto alla questione dell’attentato alla democrazia, su cui insiste tutto il fronte del “No” [un “fascio” che va dall’estrema destra all’estrema sinistra], va detto una volta per tutte che l’Italicum è in realtà una legge elettorale proporzionale che limita soltanto la rappresentanza dei partiti che non raggiungano almeno il 3% dei voti e che per vedersi assegnare il “premio di maggioranza”, una lista - cioè un solo raggruppamento con un solo simbolo e un solo candidato premier - deve raggiungere il 40% dei voti espressi, ciò che in Italia oggi è praticamente impossibile, vista la compresenza di tre forze politiche in grado di aggiudicarsi ciascuna circa un quarto dei voti dell’elettorato. A questo punto, il tanto deprecato ballottaggio, diventa l’unico istituto a sostegno della governabilità e della democrazia, ad evitare i  soliti “governi delle larghe intese”, e a rilanciare la partecipazione dei cittadini, mettendoli di fronte alla scelta definitiva di chi, tra le due liste che hanno ottenuto il maggior numero di voti nel primo turno, debba governare.

Sul finire del dibattito, Mentana, arbitro della contesa, segnala un “fallo da rigore” commesso da Giachetti, per aver il vicepresidente della Camera dei deputati ricordato il cosiddetto “Patto della crostata”, all’epoca in cui, con D’Alema presidente della Bicamerale, nel salotto buono di Gianni Letta si era raggiunto un accordo [poi saltato, per questioni riguardanti la magistratura, come ha osservato D’Alema] con Berlusconi e tanti altri sulla riforma della Costituzione. Il fallo in realtà non c’era, perché l’aver richiamato il famoso patto [anche se la crostata non fosse stata presente, come ha inteso chiarire l’ex Presidente del Consiglio] era solo un modo per rispondere a D’Alema che aveva sottolineato come i tentativi di accordo sulla riforma costituzionale fossero allora avvenuti nella sede naturale del Parlamento e non all’ombra del Nazareno.


sergio magaldi

ALLEGRI PERDE IL DERBY D'ITALIA




   “QUESTA L’HA PERSA ALLEGRI” titola a tutta pagina Tuttosport di ieri. Come dargli torto, vista la tattica suicida con cui l’allenatore della Juve ha messo in campo la squadra contro l’Inter? La questione è semmai quella di chiedersi se le responsabilità di Allegri non siano cominciate già con la prima partita di Champions pareggiata in casa per 0-0 contro il Siviglia o addirittura con l’eliminazione dalla scorsa edizione della Champions, a una manciata di secondi dalla fine del doppio confronto con il Bayern, quando i bianconeri sembravano già qualificati ai quarti di finale. Infatti, anche se la Juve delle recenti uscite contro Siviglia e Inter poteva disporre di un parco giocatori accresciuto in qualità e quantità rispetto a quello dello scorso anno, grazie all’ottimo mercato della società bianconera – ciò che peraltro peggiora il quadro della situazione e delle responsabilità – resta il denominatore comune del difensivismo ad oltranza. Per questa analisi, comunque, rimando a quanto già scritto nel post di una settimana fa [LA JUVE E LA CHAMPIONS, clicca sul titolo per leggere].

Quanto alla partita persa contro l’Inter, non solo Allegri non fa tesoro degli errori commessi contro il Siviglia, ma addirittura li esaspera, per la scelta dei ruoli e degli  interpreti: Higuain fatto entrare a 12 minuti dalla fine, Pjanic spostato davanti alla difesa nel ruolo che fu di Pirlo [ruolo nel quale non ha mai brillato neppure nelle rare volte in cui per esigenze di organico la Roma ha dovuto impiegarlo], Dybala costretto per l’ennesima volta a fare il mediano più che il trequartista, Cuadrado ancora assente dal campo, Asamoah tenuto in campo per 94 minuti anche quando era evidente a tutti che aveva finito la benzina, Lemina tenuto fuori dalla contesa, lui che nelle precedenti uscite aveva mostrato di essere un ottimo sostituto di Marchisio. 

Il risultato è quello di uno schieramento che va a San Siro come una qualsiasi provinciale, nel tentativo di non prenderle e nella speranza che capiti l’occasione del goal di rapina. Ma, esattamente come una provinciale alla quale capiti di segnare un goal insperato contro una grande, la Juve segna e si rilassa e subito ne incassa due, perché il difensivismo a oltranza paga di rado e, soprattutto, quando hai tanti campioni nel tuo organico e non li utilizzi a dovere, diventa una tattica suicida. La Juve è ormai una Ferrari e non può essere guidata come una Cinquecento. D’altra parte, Allegri sembra voler riproporre, mutatis mutandis, il copione dell’anno scorso, quando nelle prime dieci disastrose giornate di campionato impiegò Dybala e Cuadrado col contagocce, salvo poi vedersi attribuire il merito della riscossa bianconera allorché l’argentino e il colombiano furono utilizzati con regolarità, avendo ormai assimilato i suoi preziosi insegnamenti di calcio. Ma Higuain ha qualcosa da imparare da Allegri?


sergio magaldi 

sabato 17 settembre 2016

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA QABBALAH [Parte Quinta]





Segue da:

Clicca su ciascun titolo per leggere.


I termini in grassetto rappresentano altrettante voci del glossario essenziale per lo studio della Qabbalah.



CALICE [KOS]

Per Ghematria, Kos [Calice] corrisponde a Elohim, uno dei nomi di Dio. Infatti Kos è formato dalle lettere ebraiche Caf [valore 20]-Waw [6] - Samech [60] = 86. Lo stesso numero di Elohim, formato dalle lettere Alef [1] - Lamed [30] – He [5] – Yud [10] – Mem [40] = 86. La sacralità del calice è descritta in un passo del libro dello Zohar, il trattato più voluminoso e ricco della Qabbalah: “È stato stabilito che il calice deve essere sciacquato e lavato, cioè deve essere sciacquato fuori e lavato dentro. Il significato segreto è che l’oggetto deve essere fuori esattamente come dentro. Colui che aspira all’anima superiore che proviene da questo calice deve cioè avere un’anima pura sia interiormente che esteriormente” [Zohar III,245b]. La differenza tra il “lavare di fuori” e lo “sciacquare di dentro” è solo apparente, perché lo spirito che discende da Elohim è più puro dell’anima che lo accoglie. Il calice, tuttavia - sempre per lo Zohar - può essere un calice di luce e di vita o un calice di morte, contenente tre gocce amare. Il cabbalista Hayyim Vital, che ebbe il merito di diffondere la Qabbalah lurianica, utilizzò il simbolismo del calice per spiegare “la caduta” di Adamo ed Eva: “… bevvero di quel vino [pieno di feccia] una coppa di stordimento, porzione delle forze esterne, denominata 'parte della morte', e per questo si resero colpevoli e attirarono su di loro la morte” [’Eș hayyim (l’albero della vita) VI,38].

CASA [BAYIT]

“Se non è il Signore che costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori [Salmo 127.1] … e cioè il Santo, sia Egli benedetto, creò e ornò con tutto quanto era necessario questo mondo che è la casa” [Zohar II,226a]. Nella concezione cabbalistica, la casa assume un duplice significato: è la rappresentazione della manifestazione divina e al tempo stesso è la realizzazione dell’anima superiore nell’essere umano [Neshamah]: “Quando un uomo comprende il mistero della sapienza e si rafforza in esso, si ha il compimento del versetto: 'Edifica la tua casa [Proverbi, 24.27]' che equivale all’anima superiore nel corpo umano, di cui egli si è ornato così da diventare un essere completo” [Zohar I, 141b].

CHAYAH

Rappresenta il quarto livello dell’Anima, ma non può essere raggiunto e concepito individualmente, bensì solo per rapporto a qualcosa che ci unisce e che al tempo stesso ci trascende. L’esperienza di Chayah è dunque soltanto provvisoria per l’essere umano.

CHESED

Quarta sephirah dell’albero delle sephiroth, Chesed [Hesed] è collocata nella manifestazione sul lato destro dell’albero, a rappresentare la clemenza, la misericordia e la grazia. La sua funzione è di bilanciare il lato sinistro dell’albero, dove il rigore, la potenza e la forza sono rappresentate dalla sephirah Gevurah.  Per la sua capacità di mitigare il male è detta anche Ghedullah, grandezza. Isolata dalla sua collocazione superna – destinata all’equilibrio della bilancia – e discesa sul piano materiale, Chesed può generare pensieri legati alla lussuria e alla gola. In tal caso, consapevole di ciò, lo studente della Qabbalah deve saperla riportare alla sua sede originaria.

CHOKMAH

Seconda sephirah dell’albero delle sephiroth, occupa il lato destro in perfetta polarità con Binah, la sephirah del lato sinistro che la segue immediatamente sui sentieri dell’albero. Rappresenta tutta la Sapienza della manifestazione, il passaggio dal Nulla all’Essere, la Yud originaria, il punto di luce [Aur-Or] da cui tutto discende. “Poiché la yud rappresenta Chokmah, mentre la prima he del Tetragramma simboleggia Binah, la metafora della penetrazione dell’una nell’altra allude a quella fase del processo di emanazione in cui  l’occulta forza divina si slancia, attraverso il passaggio di Binah, nel dominio della manifestazione [Zohar, I,13b]. A questo proposito, non a caso Binah è anche detta porta dell’incarnazione.
Chesed è la sola sephirah che ha un contatto, un canale diretto con Keter, la corona suprema dell’albero, e rappresenta anche il termine oltre il quale il pensiero umano non può andare. Scrive in proposito Mosè Nachmanide, commentando il Sepher Yetzirah: “Sapienza: è la fine di ciò che l’essere umano può comprendere col pensiero. La tradizione, su questo punto, procede per allusioni, poiché la corona suprema, sia Ella benedetta, riempie più di quanto il cuore possa intuire della sua gloria. Contrasse l’essenza della gloria secondo le sue capacità […] Dalla fonte del tutto si diffuse poi la luce fulgida detta sapienza”. [Segue]

sergio magaldi




giovedì 15 settembre 2016

LA JUVE E LA CHAMPIONS




 La squadra vista ieri sera a Torino contro il Siviglia ha qualche possibilità di vincere la Champions di quest’anno? Non direi, se la Juventus continuerà a schierarsi in Europa come rattrappita, con il solito modulo che è forse sufficiente per il nostro campionato, ma poco convincente in Europa, soprattutto quando è addirittura peggiorato nella scelta degli interpreti. Con quel 3-5-2 che nel fatto diventa un 5-3-1-1, relegando Dybala a fare il trequartista e più spesso il mediano e lasciando il peso dell’attacco al solo Higuaín, quasi mai rifornito di palloni, come è avvenuto nella partita di ieri, soprattutto nel primo tempo.

Eppure la società bianconera non ha sbagliato nulla del mercato estivo, nell’intento di allestire una squadra in grado di lottare per vincere, dopo tanto tempo, la sua terza Coppa dei Campioni. Solo un eufemismo per dire che il suo mercato è stato quasi perfetto e che con l’aggiunta di un centrocampista  come Sissoko o Matuidi, sarebbe stato addirittura perfetto. Ottima, tra l’altro, la scelta, dopo lunga trattativa, di rinnovare il prestito di Cuadrado [anche se, dopo una delle tante brillanti prestazioni del colombiano, da Marotta ne era stato promesso l’acquisto già nella scorsa stagione] che, insieme a Dybala, è stato uno dei principali artefici del riscatto bianconero in campionato. Resta il mistero di non averlo utilizzato contro il Siviglia, soprattutto quando si è percepito che la Juve, così com’era messa in campo, sarebbe difficilmente andata a rete. La squadra andalusa, che pure ha vinto le ultime tre edizioni di Europa League, è in realtà una squadra modesta ma dotata di grande organizzazione, con ottime capacità di interdizione e in grado di mettere sino a quattro giocatori sul portatore di palla avversario in qualsiasi zona del campo.

La verità è che la squadra schierata ieri sera da Allegri non era molto diversa da quella vista in Champions nei due anni della sua gestione, non solo per il modulo, ma persino nella qualità degli interpreti: con Higuaín e Dani Alves in più, è vero, ma senza Morata e Pogba e con un Dybala arretrato che finisce con lo sfiancarsi correndo a tutto campo.

D’altra parte, la convinzione dell’allenatore bianconero - per sua stessa ammissione - è che la squadra fosse già competitiva per tentare di vincere negli anni passati: due anni fa raggiungendo la finale, l’anno scorso con la precoce eliminazione da parte del Bayern Monaco, a pochi secondi dalla fine del doppio confronto. Quel che Allegri non dice è che “il sorteggio intelligente”dell’Europa calcistica, governata allora da Platini, regalò alla Juve avversari non irresistibili e che l’unica impresa per raggiungere la finalissima fu rappresentata dal doppio confronto con il Real Madrid. Non dice altresì che l’eliminazione di quest’anno, già negli ottavi di finale, col Bayern, è dipesa quasi esclusivamente dai suoi errori: prima di tutto per aver perso proprio a Siviglia per 1-0, con una tattica di gioco simile a quella adottata ieri sera [dopo aver vinto la partita di Torino per 2-0, ciò che non è avvenuto quest’anno con un gioco scarso e con uno squallido 0-0], finendo così al secondo posto del girone, dopo aver battuto per ben due volte il Chelsea che le passò davanti, incontrando negli ottavi avversari meno agguerriti del Bayern. Poi, per aver perso la qualificazione ai quarti contro i tedeschi negli ultimi istanti, in virtù del solito schieramento pavido e difensivista ad oltranza.

Non vorrei che Allegri commettesse ora il suo terzo errore, vanificando quanto di eccezionale la società bianconera ha fatto nel mercato appena concluso. Va bene Lemina [che personalmente giudico persino più efficace del sopravvalutato Pogba] nel ruolo di sostituto del convalescente Marchisio, va bene Pjanić dietro le punte, ma non davanti ai difensori o come “salvatore della patria” [l’ex romanista è grande solo quando tutta la squadra gira a dovere], non va bene Dybala arretrato o come regista, non va bene tenere fuori Cuadrado [non penso proprio che si voglia lesinare sul suo impiego, per evitare che raggiunga il numero di partite oltre il quale la Juve ha l’obbligo di riscattarlo], né va bene considerarlo un sostituto di Dani Alves, bensì va impiegato sovrapponendolo al brasiliano; non va bene soprattutto il 3-5-2 in campo europeo e, in alternativa all’impiego di Cuadrado, potrebbe andar bene il 4-3-3 con Dybala, Higuaín, Mandžukić o Pjaca. Infine, quando uno dei tre grandi difensori [Barzagli, Bonucci e Chiellini] accusa sintomi di stanchezza o di rilassamento, vuoi anche per legittimi motivi personali [leggi: il Bonucci di ieri sera] va bene sostituirlo con Benatia. Solo così l’enorme potenziale che la dirigenza bianconera ha messo quest’anno a disposizione dell’allenatore avrà il suo giusto utilizzo, diversamente il tifoso bianconero si limiterà, almeno in Europa, a compiacersi che la propria squadra abbia una panchina tanto prestigiosa, senza però vincere nulla.

sergio magaldi


domenica 11 settembre 2016

LA QUESTIONE ROMANA E I CINQUE STELLE


 Pur ammettendo qualche errore [leggi: “Cazzata”] nell’affrontare il difficile compito di dare alla capitale un’amministrazione decente, Beppe Grillo, sceso finalmente in campo, sventola la vetusta bandiera del complotto per spiegare l’incredibile situazione in cui versa la giunta capitolina guidata dall’ineffabile Virginia Raggi. Intendiamoci: qualcosa di vero c’è nella tesi di Grillo e dei suoi. Non tanto perché ci sia stato davvero un complotto nei confronti della sindaca romana, quanto perché di fronte all’insipienza fin qui mostrata dai pentastellati, s’è scatenata la muta degli oppositori, cioè di tutti coloro che, almeno nell’ultimo ventennio, hanno contribuito a fare carne di porco della città eterna.

 Intanto, la vicenda romana mostra almeno due verità: che la cosiddetta società civile sempre evocata dal Movimento Cinque Stelle non è migliore dei governi che la rappresentano e che, nonostante i tanti milioni di voti, il M5S non è stato capace di creare quadri intermedi competenti e credibili, dovendo ricorrere ad “esterni”, già compromessi con le precedenti amministrazioni, per tentare di dare un governo alla capitale. E non basta, perché dopo la scomparsa [purtroppo!] di Casaleggio e la parziale uscita di scena di Beppe Grillo, lo stesso gruppo dirigente del Movimento mostra tutta la sua inadeguatezza nel leggere la realtà, persino nei due “cittadini” più acclamati e più noti: Di Battista nel percorrere in moto la penisola per diffondere il verbo del “No” alle riforme costituzionali, Di Maio nel calarsi in un’attività diplomatica, almeno prematura, e nell’occultare verità scomode che immancabilmente si sono volte contro il Movimento. E con ciò ogni altra entità politica, partitica o meta partitica, già nata [leggi: Movimento Roosevelt] o che dovesse nascere, è avvertita: senza selezionare una classe dirigente preparata, onesta e disinteressata alle carriere personali, ogni ipotesi di cambiamento della società e dei governi è puramente velleitaria e illusoria.

 La vittoria di Virginia Raggi con oltre il 67% di voti nelle amministrative di Roma non è stato il successo di una singola persona, ma quello di un intero Movimento ed è stato subito chiaro che non si trattava semplicemente della conquista di una città, ma di una prova generale di governo del Paese, dal cui successo o fallimento, sarebbe dipeso il futuro politico dei Cinque Stelle. Di Battista e Di Maio avevano perciò il dovere, già all’indomani della vittoria di Roma, di porre tutte le proprie energie al servizio del governo capitolino, senza che ciò significasse un’ingerenza nell’autonomia del primo cittadino. Il punto è che forse non ne hanno avuto la forza e/o che mancavano le condizioni di cui parlavo sopra, l’esistenza cioè di quadri opportunamente selezionati per competenza, onestà e affidabilità. Più facile, dunque, per i due leader provare a “rafforzare” la propria immagine, con viaggi nazionali e internazionali.

 Purtroppo, ora, come si suole dire “tutti i nodi vengono al pettine”. La giunta capitolina stenta a nascere nella sua compiutezza e soprattutto non è ancora in grado di governare. Persino il Vaticano [così innocente rispetto ai governi che nel passato hanno distrutto la città?!] si unisce al coro delle opposizioni, i sondaggi elettorali, per quello che valgono, parlano già di due punti persi e c’è di più: Renzi, sulla scia dell’ex presidente della Repubblica, questa volta sembra davvero intenzionato a cambiare la legge elettorale. Un palese tentativo per esorcizzare il “No” alle riforme costituzionali, accogliendo le indicazioni proposte dalla sinistra interna e sperando in un tacito accordo con il centro-destra: il “Sì”, anche se non esplicitamente dichiarato, alle riforme in cambio di una legge elettorale che sposti il premio di maggioranza dalle liste alle coalizioni o, peggio ancora, che reintroduca il sistema proporzionale, tagliando fuori da ogni possibilità di vittoria il M5S e prospettando un nuovo governo “di larghe intese”. I pentastellati – nonostante l’accanimento con cui sostengono il “No” alle riforme costituzionali – naturalmente si oppongono al cambiamento della legge elettorale e se ne comprende bene il motivo: il sogno di governare da soli dopo la vittoria al ballottaggio contro il PD, sembra andare in frantumi. Davvero l’ingenuità del Movimento Cinque Stelle arriva sino a questo punto? Di credere che con la vittoria del “No”, l’attuale legge elettorale rimarrebbe invariata? Non ci credo! Il calcolo deve essere un altro: abbattere Renzi e poi si vedrà. Non si spiegherebbe altrimenti l’accanimento per il “No”, insieme a Freccero, Quagliarella, Brunetta, Gasparri e tanti altri nobili “padri della patria” preoccupati che il bicameralismo perfetto possa scomparire dal pianeta [giacché l’Italia è ormai l’unico paese che lo mantiene nel proprio ordinamento costituzionale].

 Comprendo bene, d’altra parte, che il M5S non avrebbe potuto in nessun modo sostenere il “Sì”, salvo snaturarsi politicamente a sinistra come a destra, ma la difesa dell’attuale legge elettorale, con il premio di lista, avrebbe dovuto portare al saggio consiglio di astenersi almeno dalla motocicletta di Di Battista. Questo, se il Movimento Cinque Stelle ha come obiettivo di governare l’Italia. Ma i pentastellati vogliono davvero governare Roma e l’intero Paese?


sergio magaldi